analisi e critica, fuori serie
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Il tormento, l’estasi e l’identità di confine: la serie tv “Undone”.

Un incidente stradale, così comincia Undone. Una donna sfreccia piangendo agli incroci deserti di una cittadina del sud degli Stati Uniti. A un certo punto vede suo padre morto, e un’auto le finisce addosso, mandandola a sbattere contro un palo. Sangue, vetri rotti, e la prima frase, in flashback: “I’m so bored of living”, sono stanca di vivere.

Così Undone aggancia lo spettatore, trascinandolo nel momento esatto di rottura dell’equilibrio nella vita della protagonista e tornando poi indietro a raccontare l’antefatto di quell’incidente. 

Indietro? Avanti? Mai come in questa serie il tempo è relativo. 

Undone, un viaggio allucinato di scoperta 

Non è facilissimo riassumere Undone, serie animata di Amazon Prime uscita nell’autunno del 2019, nata dalle stesse menti creatrici di BoJack Horseman, un’altra grandissima, sebbene diversa, serie animata: Kate Purdy and Raphael Bob-Waksberg. È la storia di Alma, che, dopo essere finita in coma per via del suddetto incidente, comincia ad avere delle visioni del padre che le chiede di scoprire la verità sulla sua morte, e tutto il suo mondo e la sua percezione del tempo e degli avvenimenti si contrae, si duplica, si complica. 

Il padre è un’allucinazione, un sintomo, o è davvero una sorta di spirito dal passato? E cosa dovrebbe fare Alma, salvarsi dalla malattia, curandosi, o salvarsi dalla noia, addentrandosi nel suo passato, nelle irregolarità delle sue visioni e della sua immaginazione? Riorganizzare il concetto di tempo in termini sincronici e non diacronici funziona da metafora della narrazione: il desiderio di Alma di sbrigliarsi dalle redini di una vita banale, precostituita, culturalmente orientata, è un desiderio di appropriazione della propria storia, che vuole riscrivere, salvando il padre, e questa volontà è eco di un più ampio e profondo desiderio di autodeterminazione. Vuole “altro”, Alma, non “di più”. Semplicemente altro. 

Suo padre la convince che la sua è una capacità, quella di piegare il tempo, di passarci attraverso, e mutare le cose. La famiglia e gli amici, ovviamente, pensano che sia malata. 

La narrazione tuttavia si mantiene in equilibrio senza pendere troppo per un aspetto o per l’altro, e il finale aperto conferma questa cosa: la scelta di una sola lettura possibile è tutta nostra.

800 dipinti a olio: il rotoscope

L’animazione è una forma perfetta per raccontare la mente umana, per il modo surreale e ovattato che ha di giocare con le sensazioni, le forme, i colori, le atmosfere della serie. In questo caso, l’oscillazione fra la narrazione del viaggio nel tempo e quella della schizofrenia si srotolano entrambe nella rappresentazione animata del rotoscope, tecnica che qui risulta più perfetta che mai. 

Il rotoscope consiste nel dipingere su fotogrammi live, con un risultato estremamente realistico in termini di animazione e fortemente onirico in termini di live action. L’effetto del rotoscope amplifica il senso di disconnessione dalla realtà delle scene. Il rifiuto di Alma della “normalità” si riflette nello stile dei disegni, quindi vediamo i viaggi nel tempo caricati di colori vividi e brillanti, ruscelli che scorrono, natura rigogliosa, profondità dell’universo e sospensione corporea, mentre nella quotidianità la scena sembra perdere fondale, gli spazi si stringono, le immagini si scuriscono e perdono vivezza. Scendiamo nella malattia, ci addentriamo nelle visioni, e i quadri, i colori, le scene che si spezzettano l’una nell’altra, le musiche, tutto è spaesante, eccitante e vagamente allucinatorio. Siamo dentro questo trip in cui vedere le cose in maniera non lineare è, come dice il padre di Alma, disorientante, ma anche tanto liberatorio. Come lasciarsi andare alla stanza che gira, all’oscillazione del mare, al movimento lento di un’amaca. La nausea e la confusione ci assalgono quando perdiamo il contatto con la realtà ferma, con la forza di gravità, con il controllo sullo spazio e la comprensione del tempo. Ma poi, un po’ alla volta, ci rilassiamo. 

Va tutto bene. 

undone

“Time is a limited form of experience”

I cambiamenti del tempo, i loop, le rotture del fondale, i momenti in cui la scena si frantuma: tutte le linee narrative si sciolgono una nell’altra. Il mistero, il viaggio personale, le domande esistenziali. L’intera esperienza di Alma si muove ai margini tra la mistery science fiction e un racconto di malattia mentale, che come abbiamo già visto, è una sovrapposizione che spesso troviamo nelle narrazioni di alterità. Attraverso gli episodi la vediamo ripercorrere le vicende della sua infanzia, da non udente, della sua complessa storia personale di trauma, meticciato, origini ancestrali indigene, una genealogia di malattia mentale (la nonna paterna è impazzita subito dopo essersi sposata e aver avuto dei figli). C’è un affondare le mani nel tessuto familiare, in come le storie dei nostri avi ci plasmano, in reiterazione o opposizione. 

Nell’avventurarci nella storia, talvolta, sembra di essere afflitti dallo stesso disturbo di Alma. Siamo scossi, tuttavia non è possibile non comprendere la sua inquietudine, il suo desiderio di riappropriazione della propria storia è un desiderio riconoscibilissimo. Da tutti. 

Alma non è l’unico personaggio a convivere con una narrazione personale critica. Becca, la sorella minore, sembra volersi a tutti i costi auto-rappresentare come una donna felice di sposarsi con un WASP ricchissimo con tanto di famiglia razzista, salvo poi tradirlo con il barista. Sam, il compagno di Alma, le mente quando esce dall’ospedale, prova a imporre una fantasia sulla realtà della loro separazione, pur sapendo che Alma l’aveva lasciato. Anche loro, in un certo senso, provano a tornare indietro nel tempo. 

È come se la serie ci dicesse che ognuno di noi ha la propria percezione della realtà, ed è impossibile stabilire una direzione univoca o un giudizio di valore su una percezione o l’altra, ecco perché non riusciamo a deciderci sulla direzione della storia di Alma. Perché è entrambe le cose: viaggiare nel tempo e avere le visioni ed essere malata. 

Meticcia

Alma non vuole stare nei binari introiettati dalla società occidentale, anche perché la sua è un’identità plurale, un’identità meticcia. Il padre le spiega che lei ha ereditato dalla nonna la capacità di non essere bloccata nel tempo, di non avere una visione diacronica unidirezionale imprescindibile della propria esistenza. “In alcune culture” le dice “le allucinazioni sono considerate visioni preziosissime e potenti, non segni di malattia.” Lei è una sciamana, secondo il padre, una sacerdotessa dotata di un potere enorme. Il rapporto con un’identità plurale è uno degli aspetti più interessanti della serie. Non viene solo rappresentata la famiglia messicano-americana, ma si fa diretto riferimento alle radici indigene messicane di Alma, radici che Becca sembra rifiutare, e che, intuiamo, la madre Camila ha insegnato alle figlie a nascondere, suggerendo loro una sorta di passing per omissione: “People are not so nice to Indians, so be careful what you say.”

Alma sembra fortemente attratta dalle sue radici, le sente. Il suo essere divisa tra diverse identità e realtà è ulteriore elemento di squilibrio e instabilità all’interno della storia.

L’ambientazione di confine (fisico e culturale) mi ha ricordato un libro letto anni fa, Borderlands/La frontera, di Gloria Anzaldùa. La scrittrice racconta l’identità ibrida meticcia, né totalmente messicana ma mai totalmente statunitense. Un’identità in costante stato di spostamento, che ha imparato a stare in entrambi i mondi, ma che si ritrova soggetta anche a una duplicità di dettami culturali. Questo passaggio costante di scenario rappresenta lo spazio interstiziale che le persone meticce abitano, lo vediamo anche nei ricordi di Alma. Nessun albero di Natale, per via delle radici ebraiche del padre, ma un’educazione cristiana, una madre che non parla in spagnolo alle figlie per non escludere il marito, ma che sente la pena di non poter condividere questa parte di sé. 

In un certo senso, posizionando le radici indigene di Alma nella sua esperienza “malata”, è come se la serie volesse darci una chiave di lettura alternativa alla visione occidentale, avvalorando la validità dell’interpretazione che vuole che Alma sia davvero in contatto con la forma extratemporale di suo padre, che sia davvero in grado di oltrepassare la rigidità dello scorrere del tempo. 

La “Malattia” mentale

Prima della rivoluzione borghese, in occidente come nelle culture altre, c’era accoglienza nei confronti della follia, assorbita come oscillante tra magia e religione. Tutto è cambiato nel tempo, e con la globalizzazione sembra essersi diffusa una canonizzazione dell’idea occidentale di malattia mentale e di trauma. 

Lo scrittore Ethan Watters affronta questa questione in Crazy Like Us: The Globalization of the American Psyche. In passato sono sempre stati i guaritori – dottori, sciamani, preti – a riconoscere, selezionare, legittimare i sintomi di una patologia. Ciò che per una cultura era considerato patologico, come sostiene il padre di Alma, non necessariamente lo era per un’altra. Tuttavia, Watters scrive, non solo l’occidente ha dominato la ricerca in campo medico e farmacologico, ma che ha diffuso, insieme alle cure, anche la propria idea di disturbo, il proprio approccio ai problemi mentali, ottenendo il risultato di patologizzare anche ciò che in altre culture non era patologico. Ecco che una visione iperintrospettiva e iperindividualistica di cura personale si è sovrapposta a percorsi di cura diversi e diversificati, che passavano attraverso rituali religiosi e legami sociali, un tempo d’aiuto e supporto, oggi svalutati e ricatalogati come primitivi. 

In questa prospettiva possiamo leggere la storia di Alma come una storia di ribellione. Alma rifugge i medicinali, resiste, non vuole vedersi come fisicamente “rotta”, se pure si autodefinisce una persona spezzata. La sua è una ricerca interiore, storica, archeologica quasi, di senso. È una storia di riappropriazione, di volontà di ridefinizione di ciò che è universalmente accettato. Cercandosi nel suo passato meticcio, Alma vuole svincolarsi dalla dominante culturale. Vuole una scelta, la sua, riguadagnando voce nel proprio racconto.

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