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La fantascienza ci restituirà il futuro

“Perché non è vero che la vita è sempre bella, che va vissuta a piene mani, che nelle piccole cose sta la felicità. Sciocchezze. Siamo su una canoa senza remi e la corrente non si ferma. Questo è tutto.” 

Questa è una citazione da Gli immortali, di Alberto Giuliani, una delle letture che stanno accompagnando un’insonnia comparsa senza preavviso, tra le altre novità di questa primavera. Trovo che sia una perfetta fotografia dell’umore del tempo, e anche il resto del libro, a suo modo, lo è. Il narratore fa un viaggio a metà tra l’autofiction e il reportage, alla scoperta di luoghi dove si scrive il futuro, quello che non vuole arrendersi alla fine, quello che non vuole restare solo un’ipotesi nel presente. Tra astronauti che si preparano alla vita su Marte, cyborg umanoidi, cani clonati e bunker sotterranei costruiti per resistere alla “fine” del mondo, Giuliani rincorre una domanda: come si sopravvive all’improvvisa consapevolezza della propria mortalità?

È una domanda che riecheggia nell’aria (quest’aria di cui in queste settimane abbiamo sempre più fame) ma che non osiamo articolare ad alta voce. Non la urliamo dai balconi, la sussurriamo nelle nostre teste di fronte a certe immagini, a certe fotografie, a una narrazione degli eventi che si sta scrivendo, prima di tutto, nelle nostre coscienze, sotto forma di enorme trauma collettivo.

Scrivere il momento

Viene abbastanza fisiologico ritrovarsi a riflettere sullo “scopo” della scrittura, e della lettura, in questo periodo. Tra le varie ipotesi di riempimento del nostro tempo confinato ci sono state aperte molteplici possibilità, gli accessi agli archivi, a immagini, suoni, racconti, ore su ore di storie il cui argine di movimento principale resta la distrazione dall’orrore, dall’incertezza, dall’ignoto. Tuttavia le storie svolgono ancora, prima di tutto, lo stesso ruolo di sempre: quello di ripercorrere, comprendere, dare una forma alla nostra umanità. Si sta scrivendo già molto su questo momento. Ma perché?

Per raccontare la bellezza nonostante tutto? Per raccontare l’umanità? O semplicemente la paura? Le righe si rincorrono tutte in quel frammento di congiunzione tra timore e speranza, quell’altalena tra nausea, afflizione, e una vaga, talvolta malcelata, eccitazione. Una delle prime risposte alla quarantena è stata la ricerca di altre voci, in mancanza di prossimità fisica ci siamo ritrovati in un bombardamento di messaggi scritti, di infinite conversazioni in video, in una cantilena di come stai. Come stai? Come stiamo?

Mi chiedo cosa ce ne faremo di questo grande racconto collettivo, se abbiamo già cominciato a metterlo insieme, quando inizieremo davvero a comprenderne la forma, l’utilità. Come scrive Margaret Atwood, raccontare è registrare il proprio tempo, ma significa soprattutto negoziare con le ombre, fornire al lettore una mappa, un tragitto per l’ignoto. Ma siamo ancora nella fase dell’immersione, e i momenti scorrono veloci, ma non abbastanza. Abbiamo il tempo per osservare i confini del mondo con orrore. Non è una buona storia, è disordinata, questa del momento. Per questo cerchiamo una forza ordinante che ci consenta di prendere fiato. Come sempre, la letteratura funziona meglio della realtà. È più credibile.

In questa ricerca di credibilità, mi sono ritrovata tra le mani a perdermi per una buona mezz’ora in un articolo che parlava dei vulcani su Io, la luna di Giove. Leggere di un posto lontanissimo mi ha ricordato le parole della Atwood – “la scrittura è visitare un paese straniero” – e mi sono ritrovata tranquillizzata. Lo sguardo verso l’alto, verso lo spazio, è uno sguardo che libera la mente dall’infinitamente piccolo, da quel pericolo che si nasconde nei nostri corpi, sulle nostre mani, invisibile a occhio nudo, incomprensibile. Ecco, la fantascienza.

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pawel czerwinski (unsplash)

La funzione contenitiva della fantascienza: The Expanse

La fantascienza offre un contenitore, una stanza dove possiamo liberarci dall’immedesimazione in vite che assomigliano alle nostre e usare le storie per la loro funzione mitica. Le narrazioni in senso ampio svolgono in generale un ruolo di conforto, alcune narrazioni più di altre. Prendono il presente e lo scaraventano nel futuro. Ci guidano a mettere da parte le ansie di controllo per spostare la nostra attenzione su qualcosa che, tutto sommato, sappiamo ancora fare: immaginare. Questo è un genere di viaggio che possiamo concederci. Ad esempio nello spazio sconfinato di The Expanse, una serie “hard science fiction” ambientata in un futuro non molto lontano (nel 2300) un futuro socialmente e tecnologicamente plausibile, sotto certi aspetti probabile, in cui l’umanità ha colonizzato il sistema solare. La Terra si trova sotto il governo globale delle Nazioni Unite ed è impegnata in una lunga guerra fredda con Marte, ex colonia indipendente e fortemente militare. Tra queste due forze troviamo gli abitanti della Cintura degli Asteroidi, territori poveri e sfruttati dove regnano criminalità e anarchia, e le cui popolazioni sono discriminate a un livello sostanzialmente razziale. Tutte le differenze di genere, credo, lingua sono cadute, resta solo un’identificazione di “provenienza” portatrice di un’intrinseca discrepanza di classe. I Cinturiani infatti sono operai e minatori oppressi, contrabbandieri e pirati dello spazio. Sono gli unici a cui è data una caratterizzazione linguistica diversa, con un dialetto proprio e un accento forte e marcato. 

Sotto la cortina di saga spaziale, come più o meno tutte le saghe spaziali, si cela una storia politica: The Expanse parla di colonialismo e di imperialismo, di povertà e disuguaglianza sociale, di guerre planetarie e di conseguenze disastrose. Tutto questo, sotto una veste letteraria più che classica, quasi archetipica: la storia cavalleresca più triste e romantica che esiste, la storia di Don Chisciotte. Il protagonista della serie, infatti, è una sorta di cavaliere spaziale che non si schiera in nome di un’appartenenza territoriale ma che di volta in volta combatte per un bene superiore, talvolta scontrandosi con una realtà che gli dà torto, talvolta perdendosi e molto spesso accecato da una hybris gigantesca. È un cavaliere che prende un sacco di botte, che parla con una presenza invisibile, e che non smette di credere e avanzare nel suo viaggio a bordo di un’astronave che si chiama, non a caso, Rocinante.

L’universo di The Expanse è l’universo globale assoluto, le difficoltà di gestione dei problemi si rivelano essere questioni di potere, di facciata, di manifestazioni di superiorità. Giochi di forza diplomatici mettono a rischio la sopravvivenza dall’umanità, e sembra essere sempre e comunque difficile trovare delle soluzioni che siano collettive e volte al bene comune. Mentre ci troviamo nel bel mezzo di un fenomeno di portata mondiale, in cui manifestazioni di potere personale e “nazionale” hanno spesso il sopravvento sulla gestione efficace del problema, la serie ci offre una prospettiva distanziata, eppure immersiva, per “leggere” bene il presente. Molto più che semplice narrativa di genere (se mai questa espressione davvero significhi qualcosa di per sé) la serie riesce a darci un vocabolario, una mappa narratologica e sociologica per indagare alcuni dei dilemmi collettivi ed esistenziali che ci troviamo a fronteggiare: si può parlare ancora di “noi” e “loro”? Ha senso pensare per “nazioni”? L’espansione, che sia di virus o persone, si può davvero fermare? Narrare è astrarre, è il modo che abbiamo per pensare le cose, per immaginare le cose come dovrebbero essere, come sarebbe meglio che fossero, e per vedere così, davvero, come sono. Narrare il futuro è spostare il momento in un mondo lontano, dove ci ritroviamo, ritroviamo le dinamiche comuni, ritroviamo un’umanità di speranza, talvolta complicata da vedere intorno a noi, ma soprattutto troviamo una sopravvivenza a cui, nei momenti più bui, sembriamo non credere. L’arte riflette la vita, lo sappiamo bene, anche e soprattutto la vita interiore, e ci aiuta a indagare le nostre ansie mettendole in scena, disinnescandole, esorcizzandole. 

La funzione catartica dell’apocalittico a tema: Contagion

La Peste di Albert Camus, racconto in cui la malattia viene e poi va via, senza che le persone possano fare granché, enorme metafora dell’assurdità della vita, è un rinnovato bestseller. Più in generale, la narrativa pandemica sta vivendo un momento di gloria, proprio per questa sua capacità di proiettare il futuro dal presente, un futuro che è sempre spaventoso e che adesso sembra così prossimo. Come scrive Susan Sontag, una malattia è sempre un evento medico e narrativo insieme. Una malattia contagiosa assume proporzioni metaforiche ancora più ampie. Le pandemie ci spaventano perché ci ricordano quanto i nostri confini fisici siano concetti labili, porosi, fragili, e ci ricordano inoltre di quanto la vicinanza fisica sia componente essenziale del nostro stare al mondo. 

Un esempio perfetto è Contagion, di Steven Soderbergh, un film del 2011 che mette in scena un virus capace di uccidere milioni di persone. Prima dell’esplosione del COVID-19, Contagion non era un film così noto al grande pubblico. Al momento è uno dei più visti del 2020. L’idea di guardare una storia in cui le persone muoiono per un’influenza nuova, partita dai pipistrelli in Asia, alla quale sembra non esistere rimedio, può sembrare controintuitivo mentre siamo nel momento: perché farsi del male? Perché quando abbiamo paura di qualcosa la nostra spinta di osservazione diventa morbosa? Perché vogliamo vedere, soprattutto vogliamo vedere come va a finire, e una storia, a differenza della realtà, ha sempre un finale, da qualche parte. La parte più terrificante del film di Soderbergh è la rappresentazione del contagio in sé, del modo in cui il virus si diffonde. Gesti quotidiani, apparentemente inoffensivi, come prendere un bicchiere, aprire una porta, tenersi alla maniglia sul bus, si caricano di terrore. Il virus è invisibile, non si ferma, se non con il vaccino. In questo senso (SPOILER) Contagion ha un lieto fine. È una storia di speranza, perché l’umanità sopravvive. Decimata, ma sopravvive. 

Anche quando non esiste un vaccino (vedi L’Ombra dello Scorpione, di Stephen King), la possibilità del lieto fine non è interdetta: esiste sempre l’immunità di quei pochi che si ritrovano a ereditare la Terra. Il conforto, in questi casi, viene dalla speranza di un mondo nuovo, di una rivoluzione. 

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steve johnson (unsplash)

Il desiderio di cambiare mondo: Everything you ever wanted

Le storie non ci concedono delle soluzioni immediatamente praticabili ai problemi (e perché dovrebbero, non è certo il loro compito), ma restano portatrici di una funzione formativa, nel bene e nel male. Certe storie lo fanno meglio di altre: rappresentano e “smontano” le nostre ansie culturali, il nostro nichilismo, la paura del cambiamento. Altre non ci riescono a smontare. Possono solo offrirci uno specchio in cui osservare il nostro spaesamento. Una di queste è quella narrata nel romanzo Everything You Ever Wanted di Luiza Sauma. Iris è attanagliata da una sensazione di ansia costante, spesso in preda al panico. Non si sente a suo agio nel suo mondo, una Londra contemporanea fredda, elettrica e caotica, dove svolge un lavoro stressante che capisce a malapena. Il desiderio di Iris di staccarsi da tutto e ricominciare è un desiderio che noi lettori – sopratutto una certa generazione di lettori – percepiamo in maniera viva. “Il sogno dei millennials”, definito così da uno dei personaggi, è la fuga su un nuovo pianeta: Nyx. Su Nyx, la vita è libera dai giochi dello status. Non ci sono guerre, conflitti, cambiamenti climatici, stipendi, tasse. Le persone si vestono tutte allo stesso modo, hanno spazi abitativi tutti uguali, non sono afflitte dalla competizione. 

L’idea di fuga, che riconosciamo, cela il desiderio più profondo di qualcosa di più, un senso altro da conferire alla vita. È un desiderio che di solito seppelliamo sotto strati di nichilismo e scomparendo nella distrazione, nel frenetico intrattenimento – che in questi giorni sembra essere diventato imperativo. Nel romanzo diventa una scelta a senso unico, perché da Nyx non si può più tornare indietro. Pagina dopo pagina, speriamo in qualcosa che però non arriva, forse perché siamo così intrinsecamente e profondamente colonizzati da concetti come produttività, visibilità, consumo, che sembra impossibile anche solo immaginare che potremmo costruire un mondo diverso, perfino su un altro pianeta. Niente lieto fine qui, però arriva un senso di chiarezza.

Le nostre routine interrotte sono cariche di paura, ma riecheggiano di “E se…?”. Sembra un ragionamento da privilegiati (e lo è), ma se c’è qualcosa a cui può essere utile il privilegio è la coscienza del proprio tempo. Il tempo in cui si vive, il tempo materiale da impiegare nelle attività quotidiane, il tempo del pensiero e della riflessione. Possiamo arrivare preparati, anche grazie alle storie, all’azione che verrà. Forse in questo mese stiamo davvero imparando il significato di quella parola abusata e odiosa (resilienza) nella capacità di disimparare la nostra quotidianità e riadattarci a un altro modo di stare al mondo. Perché se c’è qualcosa di più spaventoso della paura che niente tornerà come prima è forse la paura che lo sforzo di far tornare tutto esattamente come prima ci possa lasciare senza proiezione del futuro, nel passato, ancora più persi, con le nostre storie che ci sfuggono. 

immagine di copertina di david menidrey (unsplash)

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