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La Regina e Margherita

A seguito della nostra call Rumori in sottofondo abbiamo ricevuto 54 racconti. Letti, selezionati, editati prima dalla classe di Apnea ’21/’22 poi dalla nostra redazione narrativa, ne sono infine stati scelti 14 per la pubblicazione sulla nostra rivista, prima con le note di editing in chiaro e poi in versione definitiva. Questo è il quinto, lo ha scritto Monica Mariani. Era sostanzialmente pronto: ha richiesto un intervento di micro editing da parte dell’allieva editor Annalisa Maniscalco e della redazione volto esclusivamente a rendere i periodi più fluidi, rimuovere qualche intercalare e qualche sottolineatura superflua che non aggiungevano molto al colore già acceso della voce narrante.


La storia: un aneddoto familiare, un segreto mai davvero disvelato, viene ricostruito in un flusso deduttivo, un’indagine della memoria. La voce narrante si interroga sul confine tra fantasia e realtà dei racconti di sua nonna, e se sul serio avesse incontrato, in gioventù, nientemeno che il Duce in persona.


La Regina e Margherita

di Monica Mariani

Se aprite il vocabolario alla voce “integerrima” ci troverete la foto di mia nonna. O almeno questo è ciò che lei volle ostinatamente darci a intendere lungo il secolo che le toccò di vivere. Perché a ben guardare c’è sempre una crepa e, se è vero che da lì entra la luce, certo è che alcune fenditure rimangono a lungo invisibili, tanto sono piccole e ben dissimulate.

Regina, classe 1911, cinquanta chili di una lega speciale di ghisa e acciaio, non era persona incline ai compromessi. Le cose si facevano a modo suo e basta. Perfino per ripiegare la riversa del lenzuolo sul cuscino c’era una maniera giusta e una sbagliata. Quella giusta, era la sua. Scampata a un terremoto, sopravvissuta al tetano e a tutti i flagelli terzani e spagnoli che il nuovo secolo aveva portato con sé, era rimasta fin dai sedici anni orfana di madre. Si era accollata il governo della grande casa e di uno stuolo di servi ladruncoli che suo padre, indaffarato commerciante del ramo bestiame, faticava a licenziare. Si occupò con scrupolo e ruvido affetto anche dei sei fratelli, tutti più piccoli di lei, che sua madre le aveva raccomandato in articulo mortis. Fu all’altezza del compito, i più piccini la chiamavano ormai mamma quando le fu comunicato che presto avrebbe potuto allentare la presa: una matrigna di un paio d’anni appena più vecchia di lei stava per prendere il suo posto. Suo padre – il mio bisnonno Enzo – infatti, risposandosi, aveva creduto di trovare consolazione nel mettersi nel letto Filomena, una contadina fresca, rossa e ignorante come un fiasco di Montepulciano, ma aveva fatto i conti senza l’oste, anzi l’ostessa. Ove mai avesse contato sul fatto che la baracca l’avrebbe comunque mandata avanti sua figlia, con il piglio militare e il rigore contabile che l’avevano resa il terrore dei fornitori e delle lavannare, gli risultò presto chiaro che si era sbagliato, e di parecchio.

Regina era il tipo che spediva al fiume le donne e il bucato con un pastorello dietro, a fare la spia. Poteva infatti succedere ogni tanto che certi tovagliati di fiandra, che – «perdonate, signo’» – si supponeva fossero stati portati via dalla corrente, ricomparissero per magia, mesi dopo, nel corredo nuziale di qualche lavandaia. Poteva succedere. Ad altre, appunto, ma non a lei.

Far marciare la casa come una caserma era però un peso che Regina era disposta ad accollarsi solo a patto di non doverlo dividere con nessuno, tantomeno con l’analfabeta Filomena, le cui doti si riconducevano in sostanza tutte all’ambito delle beatitudini bovine: dalla mansueta fissità degli occhi rotondi, alla masticazione rumorosa, fino a quei fianchi larghi da fattrice che – la sensale aveva assicurato a Enzo – rappresentavano la miglior garanzia contro l’eventualità di rimanere ancora una volta vedovo al primo sgravarsi, ché di parti andati male, in quella casa, ne risuonava ancora l’eco troppo amara.

Dunque il mio bisnonno pagò caro lo scotto di non aver dato il giusto credito a una legge antica delle favole: principesse e matrigne non vanno d’accordo, mai. Figurarsi una Regina di nome e di fatto, come mia nonna era. Ben presto si sposò, per fare dispetto a suo padre, convolando a frettolose nozze con un impiegato comunale proveniente dalle remote lande di un’altra regione, un forestiero a tutti gli effetti, che fece il ratto della Marsicana e se la portò in riva all’Adriatico.

Come ogni donna che prende una decisione sull’onda di una ripicca, nonna se ne pentì presto e non lo ammise mai.

Si trovò immersa, lei montanara, nel clima più aperto e permissivo che le tiepide brezze e il festoso viavai dei luoghi di mare sembrano favorire. Si abbronzò per la prima volta, le si alleggerirono gli abiti, si abbassarono le scollature e si alzarono i tacchi a rocchetto. Tutto ciò, lungi dal rappresentare la fioritura che le spettava come giovane sposa finalmente sollevata da responsabilità, fu invece l’anticamera del purgatorio. Perché mio nonno era geloso, geloso marcio, un Barbablù con gli occhi color dopobarba. Occhi che l’avevano conquistata, ma che sapevano diventare gelidi. E che, al minimo accenno di “grilli per la testa”, guidavano i suoi ceffoni con precisione chirurgica là dove rimaneva impressa una cinquina rubizza che bruciava all’orgoglio e scavava distanze.

In pratica, il marito la serrò dentro casa per tutto il tempo che durò il loro matrimonio. Il senso del dovere non permise a Regina altra scelta che reprimere ogni anelito di ribellione, nonostante rimpiangesse tutto della vecchia vita, in particolare la pur contenuta libertà che suo padre, spesso assente per affari, le aveva concesso. Dunque, nonostante il daffare non le mancasse (aveva dato luce a tre figli in due anni), continuò a scrivere a casa, a interessarsi delle sorti dei fratelli che per lei erano come figli, e a cercare di influenzare positivamente, sebbene da lontano, l’andamento morale e materiale delle loro vite.

Quando il bisnonno Enzo morì all’improvviso e affiorò l’amara verità sullo stato dei suoi pochi averi e dei suoi molti debiti, risultò chiaro che la nonna, andandosene con l’impiegatuccio che Enzo aveva snobbato con tanto disprezzo, si era almeno assicurata un tetto sulla testa e un piatto a tavola.

Altrettanto non poteva dirsi ora dei suoi fratelli, dato che il Tribunale, su impulso dei creditori, aveva disposto la messa all’asta del palazzetto avito. I sei fratelli, la matrigna e i due fratellastri poco più che in fasce sarebbero finiti in mezzo a una strada.

Così Regina fece quello che ai tempi molti italiani facevano, pur con scarse speranze di successo: spedì una supplica al cavalier Benito Mussolini. Una supplica strana, coerente con il suo temperamento sanguigno, il cui senso nemmeno troppo recondito era: «Non ti vergogni? Dici agli italiani che devono dare i figli alla patria, quelli ti danno retta e poi quando ci restano secchi, in guerra o per le malattie, cosa fanno gli orfani? Rimangono con le pezze al sedere o provvedi tu?».

Probabilmente fu uno sfogo impulsivo, di quelli che fai e non ci pensi più. Almeno fino al giorno in cui ti trovi un carabiniere in piedi sulla soglia di casa. Incurante dei due marmocchi che si nascondevano dietro alle sottane di quella bella mamma e di una pupattola che gli attaccava il moccio alle strisce rosse dei pantaloni, il giovane ufficiale mise sotto il naso di Regina un foglio vistato dalla censura, recante decine di sottolineature, un foglio che lei riconobbe all’istante.

«L’avete scritta voi, questa lettera, signora?».

Ora, bisogna fare mente locale. C’era una dittatura, le libertà civili erano soppresse, il Parlamento esautorato. Gli oppositori venivano pestati e mio nonno, impiegato comunale, rifiutava con fermezza di tesserarsi al partito fascista: vedersi arrivare un carabiniere a casa che sventola una lettera di severe reprimende al Duce non era quel che si dice un esordio promettente. Tanto più che di quella lettera, mio nonno non era stato messo al corrente. Come molte della sua generazione, nonna adottava una collaudata strategia femminile di autodifesa: prima di dire qualunque cosa a tuo marito, conta fino a dieci e poi rinuncia.

E anche in seguito se ne seppe ben poco perché le cronache familiari hanno un comportamento carsico: come rami di un corso d’acqua che si inabissano, percorrono lunghi tratti sotterranei, riemergono, si biforcano. Monconi, frammenti, trame si accavallano e si separano di nuovo: tante storie che sono una sola. E come il delta di un fiume cambia aspetto a seconda delle stagioni e delle nebbie, così – a causa dell’alternanza di demenza senile e sprazzi di lucidità – si ebbero negli ultimi anni di vita della nonna, due versioni differenti della vicenda.

Secondo una lettura più rispettosa del buon nome della famiglia, la cosa morì lì, limitandosi le autorità a una mera azione dimostrativa contro il marito di Regina, al fine di render chiara la necessità di tenere a freno l’irruenta consorte ed evitare altre alzate d’ingegno. Il nonno in pratica se la cavò con una notte in guardina. Il comandante della Tenenza in persona si spese presso il Commissario del Fascio per garantire la sostanziale innocuità dell’impiegato comunale, incensurato e senza amicizie sovversive conosciute, scongiurando così che fosse messo formalmente messo agli arresti o, peggio, informalmente interrogato negli scantinati.

Ciò non arginò tuttavia i contraccolpi sul lavoro. L’indulgente benevolenza fino ad allora espressa nei suoi confronti dovette di colpo apparire ai suoi solerti superiori una debolezza decadente, poco conforme allo spirito pugnace dell’Impero. Il nonno venne demansionato e destinato alle Ispezioni del Dazio. In pratica andava su e giù, tutti i giorni, estate e inverno, dalle banchine del porto ai frigo-macelli per controllare eventuali frodi alimentari. L’escursione termica divenne una compagna di vita. Si prese una filza di polmoniti una più cattiva dell’altra e, afflitto da cardiopatia congenita, di lì a pochi anni ne andò ancor giovane, lasciando mia nonna in preda a sentimenti ambivalenti: temeva che avrebbe pianto il suo stipendio più a lungo di quanto avrebbe rimpianto lui. E così fu.

Stando ad alcune letture maliziose, tuttavia, quella ricomposizione indolore fu solo la parte affiorante del relitto, ciò che si poté vedere dalla riva. I tesori di verità, i segreti, continuarono a giacere sul fondo, e il loro restarsene nascosti protesse il buon nome di una vedova senza mezzi, una madre sola, bisognosa della sua reputazione come di un lasciapassare. Un salvacondotto che le consentì di ottenere credito nei negozi e dilazioni nelle banche, e permise a lei e ai tre orfani di condurre con dignità una vita povera ma non disperata, a testa alta, circondati dal rispetto e dalla considerazione della loro piccola comunità.

Come erano nate, le voci di un seguito diverso dell’episodio della lettera si spensero e vennero sfumate alcune evidenze, come il fatto che l’esproprio del palazzetto del fu Vincenzo non avvenne mai e che l’intera controversia ereditaria cessò di colpo: i creditori ritirarono misteriosamente tutte le richieste avanzate, rinunciando a ogni pretesa. I miei prozii, cioè i fratelli di Regina, e la matrigna vissero là a lungo, indisturbati, fino alla morte. Tutti stranamente abbottonati sulla curiosa piega che aveva preso la faccenda.

Mia nonna, che si era sempre attenuta alla versione ufficiale della storia, superati i novanta prese a ripetere sempre gli stessi aneddoti, arricchendoli ogni volta di nuovi particolari. L’episodio della lettera al Duce era la sua piece de resistence, e non si stancava mai di aggiungere dettagli che spesso si rivelavano bizzarri o incongruenti. Una sera, mentre guardavamo alla tv un documentario sulla figura di Margherita Sarfatti, l’amante ebrea del Duce, mia nonna si lasciò sfuggire una frase, rimbeccando lo speaker che dipingeva la donna come una raffinata intellettuale, elegante e aristocratica.

«Raffinata un corno: si mangiava le unghie!»

Ricordo bene l’incalzante interrogatorio a cui la sottoposi. Come poteva mia nonna essere a conoscenza di qualcosa di tanto intimo, sapere che la Sarfatti si mangiava le unghie?
Lei si nascose dietro le solite comode paratie dei vecchi, quel fingersi svaniti solo quando conviene, ma io le stetti dietro finché non mi fu elargito un osso, la mezza verità su cui troppo spesso ci avventiamo, l’abile danza delle dita del mago che distrae il pubblico dal trucco che intanto sta avvenendo altrove, lontano dagli sguardi.

Così, a furia di pressarla, scoprii che in realtà il carabiniere quel giorno andò sì a casa sua con la famosa lettera, ma ci andò con un compito e un messaggio ben preciso. Sua Eccellenza il Cavaliere, colpito dal temperamento e dalla buona penna, voleva incontrarne l’autrice. Comprendendo la sua situazione, le sue esigenze di moglie e di madre, si rimetteva alla sua discrezione, e la pregava di voler fissare un incontro a palazzo Venezia, per discutere dell’incresciosa questione ereditaria a cui di certo avrebbero trovato una soluzione soddisfacente per tutti.

Forse fu quel soddisfacente per tutti a mandare mio nonno fuori di senno, completamente. Gli bastava davvero molto meno della visione di un donnaiolo impenitente che sfiorava con le labbra la mano di sua moglie, per vedere rosso come i tori. Se poi quel Casanova, incidentalmente, era anche un fascista, anzi “il” fascista, apriti cielo. La notte in guardina ci fu, dunque, per motivazioni non politiche, ma di mero buon senso: se non gli toglievano la moglie dalle mani, stavolta la ammazzava davvero. Preferirono portare mio nonno dentro a schiarirsi le idee, prima di vederlo rovinarsi la vita e non solo la sua.

In ogni caso, le botte che Regina prese furono sufficienti a toglierle ogni velleità: Roma e il Duce, fu perentorio mio nonno, li avrebbe visti solo nei cinegiornali dell’Istituto Luce. La questione era chiusa e non se ne doveva più fare menzione. Nonna si sottomise, altra scelta non aveva, le donne di un tempo ubbidivano ai mariti.

Stordita da quelle rivelazioni, che mi presentavano i nonni nell’inedita veste di gente che sa quando opporre un fermo no ai capricci dei potenti, rimossi l’ovvio: tutto questo non spiegava affatto la questione delle unghie della Contessa. Il prestigiatore aveva fatto la sua magia, e io mi ero distratta.     

Poco tempo dopo, a cento anni precisi, mia nonna morì e non pensai più a quella storia. Al suo funerale eravamo in pochi, essendo Regina sopravvissuta a chiunque avesse amato: marito, figli, fratelli. Solo Gioconda, la sorellastra di secondo letto, le era rimasta ma, essendo nota a tutti la ruggine che le separava, non ci stupimmo di non vederla né in chiesa né al cimitero.

Un paio di anni dopo, in occasione di una rimpatriata familiare, il pungolo tornò a farsi sentire. Avevo raggiunto ormai l’età in cui si è avidi di passato, le storie che ci accompagnano lungo le generazioni sono preziose e si prende atto che chi potrebbe illuminarci su volti e voci ci ha già lasciato. Sappiamo finalmente le domande, ma non c’è più nessuno a rispondere, né a rimproverarci la stoltezza giovane dei tempi andati, quando in parecchi avrebbero voluto regalarci i loro ricordi, ma noi non interessavano: quando preferivamo vivere il presente e immaginare il futuro e, nel farlo, accumulare memorie nostre.

In quella circostanza cercai di indagare le ragioni dell’animosità radicata e pervicace che intercorreva tra Regina e Gioconda. Ero curiosa di sapere cosa poteva aver generato un risentimento tanto acceso da tenere separate due vecchie longeve e solitarie, che avevano così poco da guadagnare nel detestarsi, e così tanto da guadagnare nel perdonarsi, potendo ormai reciprocamente contare solo su loro stesse per tener viva la memoria di ciò che era stato.

A fatica, facendomi strada tra le lacune di una mente affaticata dal tempo e irrigidita dal rancore, scoprii che quel che la sorellastra Gioconda rimproverava a mia nonna era di non essere accorsa, ormai quasi ottant’anni prima, al capezzale del fratellino Enrico, ghermito dal morbo fatale della difterite. Il piccolo agonizzava, era ormai dato per spacciato tanto che già vi era stata la visita del prete e l’unzione con il viatico. Poco conta che il piccolo, di ragguardevole tempra, alla fine si fece beffe dell’uno e dell’altro e non morì affatto, anzi crebbe bello, sano e anche un po’ mascalzone. Fece in tempo a mettere nei pasticci una fantesca e a scappare in Venezuela promettendo mari e monti. E forse avrebbe anche mantenuto se, dopo un discreto avvio nel settore petroli, non fosse finito sotto un camion che trasportava polli. Questa lunga parentesi di vita tuttavia non fu considerata un’attenuante, le ferree leggi del sud non tollerano certe offese: dai moribondi si va, è un imperativo, e pazienza se poi non muoiono più o lo fanno con deplorevole ritardo.

L’affronto fu attribuito da tutti all’uggia (vera) di mia nonna per la matrigna, insofferenza che doveva per forza tradursi in invidia (falsa) per i due fratelli di secondo letto. La cosa poteva avere un senso solo per chi non la conosceva bene. Mia nonna parlava sempre dei suoi fratellastri con tenerezza, e sapevo che nel frangente che li aveva visti prematuramente orfani e senza mezzi si era preoccupata delle loro sorti non meno che di quelle dei suoi fratelli germani.

C’era dunque qualcosa che non tornava. Regina non sarebbe mai mancata al capezzale di un fratellino morente nemmeno per obbedire a un marito dispotico.

A meno che…     

Con qualche difficoltà riuscii a risalire all’anno degli eventi: 1935, meno di un anno dalla morte del bisnonno Enzo.

Frugai nei bauli che avevo conservato e scovai un paio di telegrammi dai toni mesti: poche righe contratte in cui mia nonna comunicava a suo marito la situazione del fratello, stazionaria ma di ormai certo esito. E un altro in cui accennava alle veglie di preghiera, alle offerte alla Madonna, invocata incessantemente per la salvezza di quell’ anima innocente. Erano le uniche tracce, i soli documenti che testimoniassero un’assenza da casa, per tutto il periodo prebellico.

C’era poco posto per le ipotesi: mia nonna aveva voluto condividere con suo marito quelle succinte cronache per evocare il clima sofferto della casa paterna. La descriveva immersa nell’incombente tragedia, soffocata dalla cappa di lutto imminente, un ristagno di dolore in cui risuonavano solo i singhiozzi, lo sgranare ovattato dei rosari, il sussurro degli avemariagratiaplena.

Tutto tornava, tranne per un particolare: mia nonna in quella casa non c’era mai arrivata.

Prova ne sia che l’ossuta Gioconda l’aveva odiata tutta la vita e proprio per non essersi palesata in quel momento di dolore. L’assenza fu confermata da altre testimonianze. Dunque mia nonna aveva mentito e l’aveva fatto in grande stile, con tanto di fabbricazione di prove false. Cosa poteva averla indotta? La ragione mi suggeriva una cosa sola, ossia che lei a Roma da Mussolini c’era poi andata davvero, usando come scusa l’unico possibile argomento che si potesse opporre a un marito intrattabile, ossia l’imminente dipartita del piccolo Enrico.

Una mattina del 1935, Regina aveva preso il treno ma, invece di scendere alla stazioncina del paese sulle falde dei monti, dominato dall’austero convento benedettino dove c’era la fila per deporre ai piedi dell’Immacolata un ex voto per l’anima di suo fratello, si diede un pizzico sul cuore e tirò dritto. Chissà se fu un impulso o se lo premeditò.


Monica Mariani è una sceneggiatrice e autrice televisiva. Vive e lavora a Verona.

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