La verità, vi prego per Alberto Nicolai: non superare il confine della credibilità

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la verità vi prego

“La verità, vi prego” è la posta del cuore della scrittura: inviami un tuo racconto o il primo capitolo del tuo romanzo e ti scriverò una lettera di valutazione franca, pubblica e gratuita. Per sapere come funziona leggi qui.

La lettera di oggi è per Alberto Nicolai e il 1° capitolo del suo "Il gioielliere".
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Chi è Alberto Nicolai:
Sono nato nelle Marche, a Porto San Giorgio, 47 anni fa. Vivo a Roma. 
Dopo gli studi in lettere e filosofia presso l'Università di Bologna, 
inizio a viaggiare intorno al mondo. 
Molto per passione, un po' per lavoro e un po' anche per noia.
Ah... il lavoro..!? Certo!! Ne ho fatti tanti e tutti inventati! 
Le mie passioni? La scrittura ovviamente, la musica, la cucina, il mare, l'erotismo.

Caro Alberto,

a quanto pare il tuo protagonista è un catalizzatore di sorprese! Questa è una cosa buona: terribile sarebbe il contrario, ovvero mettere in scena un personaggio a cui non succede niente. Invece il tuo uomo (come si chiama? Che tipo di vita conduce? È solo?) vive una giornata davvero entusiasmante e, di primo acchito, sembra che questa non sia per lui una rarità (Non fui tanto sorpreso dall’arrivo di un pacco, ma per aver sentito la voce del portiere); (Tornai verso casa camminando leggero e sicuro, di quella sicurezza che dà l’alcool bevuto a digiuno e la consapevolezza di avere in tasca qualcosa di molto prezioso – è una sensazione che conosce già bene?)
Dai pochi accenni che fai, viene fuori un personaggio di grande ottimismo, che somiglia molto al tipo di persone che vedono la vita in un modo tale che quella, la vita, davvero gli diventa facile. Un protagonista del genere ha di certo il favore del lettore: seguire le sue vicende sembra piacevole, divertente, e incuriosisce; insomma un buon modo per passare il tempo. E, però, qualche considerazione va fatta. Soprattutto, riguardo la credibilità della storia.

Il pacco che il nostro uomo riceve è accompagnato dalla lettera di Mahaver, un gioielliere indiano, che scrive:

[…] sto abbandonando la mia casa e la mia famiglia. Lascio a mio figlio tutte le mie cose […] Adesso è tempo che mi liberi e che mi metta in cammino senza pesi e senza pensieri impuri. […] Lascia che questo segreto resti tra noi e non pensare più a me. […]

Una lettera del genere suggerisce quanto meno che Mahaver stia attraversando gravi difficoltà, se non, addirittura, che abbia scritto un ultimo addio prima di tentare il suicidio. Eppure, il protagonista non viene per nulla scosso da queste parole. Tutta la sua attenzione è concentrata sulla pietra ricevuta in dono. Certo, ritrovarsi con un diamante di grosso valore tra le mani può suscitare sorpresa e euforia, e confondere le idee. Pare però difficile che Mahaver abbia deciso di regalare una pietra preziosa a un uomo che resta così indifferente di fronte alle sue vicende. Al lettore viene logico immaginare che, se Mahaver decide di fare un tale omaggio, è perché considera il protagonista una persona in qualche modo a lui “vicina” (Conservo con gioia i pomeriggi trascorsi insieme). Cos’è, invece, tutta questa indifferenza per le sorti di Mahaver?

Più tardi, l’uomo rilegge la lettera:

Tirai fuori la lettera di Mahaver rileggendola più volte cercando di capire tra le poche e semplici righe che mi aveva mandato qualche motivo di questo suo inaspettato e prezioso regalo.

ma neanche stavolta si chiede che cosa sia successo all’amico. Solo, cerca indizi sul motivo del dono. Nessuna domanda o riflessione sulla natura inquietante delle parole che legge. Un modo di comportarsi, insomma, un po’ troppo “superficiale”, e che all’interno di una storia, lungi dall’essere un problema morale, diventa un problema narrativo – in virtù, specialmente, del carattere dai tratti positivi (buono, amichevole, perbene) che distingue il protagonista.

E mentre i conflitti del protagonista sono tutti sviluppati attorno alla questione pietra preziosa, ecco che sopraggiunge una nuova sorpresa, una nuova apparizione: stavolta si tratta di un uomo che all’inizio scambiamo per un barbone e che invece è “semplicemente” un altro uomo in estrema difficoltà.
Grazie a questo incontro il protagonista sembra ritrovare il suo carattere buono (Paura di cosa… che qualcuno possa farti del male?), quello che s’era intuito all’inizio ma che era stato offuscato dagli eventi. Il “problema”, in questo caso, è che non troverà il tempo e la possibilità di sviluppare questo suo carattere. La scena verrà monopolizzata dall’uomo misterioso: lui racconterà nei dettagli le proprie vicende e il protagonista, dal canto suo, gli cederà volentieri tutto lo spazio:

mi piaceva sentirlo parlare, era lucido ed ironico

Con quest’unica “giustificazione” metti lo sconosciuto al centro della scena senza neanche costringerlo a palesare la funzione che avrà nella storia. Non va bene: non puoi “abbandonare” così il tuo protagonista. Però è un vuoto a cui si può riparare e i termini con cui riparare dipendono un po’ dalla funzione che vorrai dare all’uomo misterioso. Fin qui, il tuo protagonista non riesce a venir fuori: il suo è il ruolo passivo di coloro ai quali le cose accadono senza che facciano niente per farle accadere. Fermi: aspettano; e un giorno compare una pietra preziosa, e il giorno dopo un uomo misterioso. Il territorio dell’incredulità è a un passo.

Il lettore intanto è lì, fiducioso, e si aggrappa a quel gli diedi l’indirizzo e ci stringemmo la mano che chiude il capitolo e gli fa intravedere nuove prospettive. Dovrai allora trovare il modo credibile per legare il personaggio misterioso al protagonista ed entrambi al gioielliere indiano e, magari, riuscire a farlo a partire dall’intenzione solidale che si era percepita all’inizio nel carattere del protagonista, e che varrebbe la pena riprendere per mostrare quel disagio universale che è la paura di restare soli:

Sai, se parlo, se sto con qualcuno, mi blocco di meno.

Un caro saluto,
Francesca de Lena

IL GIOIELLIERE

Un pomeriggio di fine ottobre rientrando nel mio appartamento all’ultimo piano di un vecchio palazzo del centro storico di Roma, nell’androne fui fermato dal portiere: «Ah’ dottò, è arivato n’ pacco pe lei… l’ha portato n’coriere stammattina… la ricevuta, me sò permesso dottò, l’ho firmata io… era scritta in straniero… » Non fui tanto sorpreso per l’arrivo di un pacco, ma peraver sentito la voce del portiere. Erano due anni che occupavo quell’appartamento e quella credo fosse la prima volta che lo sentivo parlare. Lo vedevo sempre seduto dietro la sua guardiola di vetro inclinato su giornali sportivi intento a prendere appunti e compilare moduli del totocalcio. Il “pacco” era una scatola poco più grande di un pacchetto di sigarette avvolto in una carta azzurra e su un lato il mio nome e il mio indirizzo. Presi la ricevuta di consegna: non c’erano i dati del mandatario, ma solo una sigla: M.M.,T. Clock Market, Jodhpur, Rajasthan,India.
Salii le scale giocherellando con quel pacchettino portandolo ogni tanto all’orecchio come si fa con i
fiammiferi, pensando a chi poteva avermelo mandato. A Jodhpur conoscevo tante persone, avevo trascorsoin quella meravigliosa città, la città azzurra, molto tempo per conto della agenzia per cui lavoravo. La scatola, scuotendola, dava un suono tonfo, come un sasso avvolto in un panno. A casa aprii il pacchetto e dentro trovai un foglio accuratamente piegato con sotto quello che avevo immaginato; una pietra avvolta in un tessuto. Il foglio era scritto in inglese e diceva più o meno così: Mio caro Albertoji, sarei felice se accettasi questo regalo. Sto abbandonando la mia casa e la mia famiglia. Lascio a mio figlio tutte le mie cose e le attività che conosci e che ho devotamente seguito per quarant’anni. Adesso è tempo che mi liberi e che mi metta in cammino senza pesi e senza pensieri impuri. Non ti imbarazzare per questo dono e se dovessi avere bisogno vendilo, sono sicuro che ti aiuterà. Lascia che questo segreto resti tra noi e non pensare più a me. Conservo con gioia i pomeriggi trascorsi insieme. Ti auguro di trovare pace Albertoji e che dio ti benedica Mahaver Maharani. Era Mahaver, il mio amico gioielliere di Jodhpur. Lo avevo conosciuto dieci anni prima nel suo negozio del vecchio bazar della città azzurra. Non lo vedevo dall’inverno scorso. Quello che sembrava un sasso, svolgendolo da una tela di seta grezza, era una pietra di un tenue colore azzurro, trasparente, grossa come un’oliva, qualcosa che anche agli occhi di un profano come me, soltanto ammirandone la splendente lucentezza, si capiva fosse qualcosa di un certo valore.

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