cartografie, critica, fuori serie
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Welcome to Suburbia, la periferia delle serie tv americane.

di Chiara M. Coscia

Le casette rosa di Revolutionary Road, le siepi disegnate di Edward Mani di Forbice, la panoramica dall’alto di American Beauty. E ancora The Truman Show, Bowling for Columbine, Lontano dal Paradiso, Il giardino delle vergini suicide. L’immaginario è talmente ricco di rappresentazione della suburbanità che non si capisce bene dove finisca quella filmica e dove cominci quella reale, se sono state le vere Hartford, Levittown, Scarsdale a fornire un modello per le cittadine suburbane di letteratura e cinema, o viceversa.

Suburbia, luogo dell’isolamento, del privato, dell’auto-mobilità e dell’auto-affermazione, è quello spazio emblematico dove la gente vive ma non lavora, della famiglia nucleare dai confini e dai ruoli di gender ben delineati, della competizione sociale ed economica basata sulle risorse, e sulla vistosità di tali risorse. Questo paesaggio ci appare chiarissimo, affollato di cookie cutter houses, le “casette fatte con lo stampino”, che funzionano a loro volta da stampino, e non solo per l’identità di chi le abita, ma anche per quella di chi quelle case le ha lette o viste in TV.

Il territorio fisico e identitario americano è sempre rimasto legato alla ricerca ideale di una comunità raccolta, sicura, in cui sussiste un’idea di privacy che viene sempre riconosciuta (intesa come proprietà privata più che come intimo privato), lontana dai pericoli della città come l’idea della colonia che avevano i padri pellegrini era lontana dalla corruzione della madrepatria. Quell’ideale è suburbia.

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foto di alvin engler

L’architettura uniforme che conferisce quel senso di placelessness, di “non-luoghità” si è costruita e diffusa anche attraverso la cultura pop e le rappresentazioni che affollano le nostre menti nonostante nessuno di noi sia vissuto nell’America del dopoguerra. Di quel dopoguerra suburbia incarna l’ottimismo e il nazionalismo rinvigorito dalla vittoria, ma è anche espressione dell’angoscia e della paura postatomica. Gli ambienti domestici uniformi e controllati diventano lo spazio della fuga, quello spazio eterotopico di cui parlava Michel Foucault, al di fuori del reale, perfettamente attrezzato a svolgere la sua funzione simbolica di sfogo, distrazione, contenimento, distacco.

Suburbia è così luogo dell’American Dream, situato in quella zona di frontiera (concetto che non abbandona mai) tra il rurale e l’urbano. Quest’immenso fondale unificante funge da lavagna perfetta per la narrazione e per la costruzione di una certa idea di storie familiari. Su questo fondale si scrivono romanzi e film, ma anche moltissime serie TV, e così come alcune di queste funzionano da luce critica e decostruttiva, altre sollecitano un desiderio e una nostalgia da cui non è facile tenersi intoccati. Chi di noi, per esempio, non desidererebbe vivere a Stars Hollow, la cittadina di Gilmore Girls?

Stars Hollow: l’utopia suburbana

Stars Hollow, Connecticut, incarna l’aspetto mitologico più profondo della suburbanità. La cittadina di Gilmore Girls è stata, leggenda narra, il nucleo originario della scrittura della serie. Pare infatti che l’ispirazione venne, a Amy Sherman-Palladino, proprio durante un viaggio in Connecticut, tra le sue cittadine pettinate e corredate di foliage. La centralità dello spazio è palpabile già dalla prima scena. Gilmore Girls si apre con una panoramica sulla strada principale di Stars Hollow: vediamo subito una bandiera americana posizionata in prospettiva al cartello con il nome della città.
Stars Hollow significa “cavità di stelle”, luogo magico di artisti e sognatori, ed è proprio l’ambientazione a rendere la serie molto diversa rispetto ai classici teen-drama tipo Beverly Hills 90210, Dawson’s Creek, Riverdale – nonostante anche queste siano serie che partono da luoghi precisi, da cui prendono anche il titolo, che però non esercitano la stessa potenza narrativa.

La mitologia della cittadina va di pari passo con quella del New England, con la sua presenza storica e paesaggistica, cuore antico degli Stati Uniti, di cui Stars Hollow è la perfetta immagine da cartolina pubblicitaria. È il luogo della domesticità intesa come casa scelta, d’elezione, quella a cui si arriva (per upward mobility) e non da cui si parte. Non vediamo accadere i conflitti, ma solo la loro risoluzione, in questo regno della buona cittadinanza, e raramente assistiamo a momenti disturbanti, come quando l’intera popolazione discute della relazione tra Lorelai e Luke (S05E03), o come quando si deve decidere se bandire o meno Jess (l’estraneo arrivato da fuori, che destabilizza) per aver imbrattato un marciapiede (S02E08).

L’utopia suburbana di Stars Hollow resta aspirazionale proprio perché irreale. È l’incarnazione dell’archetipo della terra promessa, è spazio eterotopico perché alternativo, carico di valori nostalgici, ed è anche spazio dell’intrattenimento, dei desideri che si realizzano, dove tutto è iconico, dove è sempre autunno, e a volte nevica anche, ma non piove mai.
Tutti dovrebbero avere, o ambire ad avere, una casa con giardino, l’auto parcheggiata nel vialetto e l’ultimo modello di lavasciuga in garage. Tuttavia la realtà di suburbia è molto diversa dalla narrazione quirky che ne fa la Palladino, e quel sogno americano resta un’immagine bidimensionale, nel cui spazio di distacco dalla realtà si inseriscono e fanno ordine altre narrazioni.

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foto di annie shelmerdine

L’estetica patinata della realtà suburbana cela un senso di cupezza interna, fatta di mistero, bugie, orrore. Un esempio fra tutti è Mad Men, laddove dietro all’apparente perfezione glamour delle vite dei Draper scorre un sotteso costante di angoscia, insoddisfazione, bugie, malcelato alcolismo. Non ci dimenticheremo mai quei lunghi pomeriggi in cui Betty Draper se ne stava seduta sul divano a fumare con lo sguardo perso in un lago di noia.

Quel fondale perfetto per raccontare l’utopia suburbana di Stars Hollow può facilmente riposizionarsi dietro l’orrore di una cittadina come Twin Peaks, di un luogo oscuro come Wayward Pines, o di una spaventosa comunità del Midwest, come Wind Gap.

Wind Gap: the dark side of suburbia

Wind Gap, la cittadina immaginaria del Missouri in cui è ambientata Sharp Objects, sembra la versione contemporanea di Yoknapatawpha – la contea immaginaria dei romanzi di William Faulkner –, con quel senso profondo di orrore e degrado umano tipici del southern gothic.
Anche in questo caso abbiamo una città dal nome composto da un aggettivo e un elemento naturale, anche in questo caso l’aggettivo ha a che fare con il vuoto, gap. Insieme a Camille, la protagonista, ne percorriamo le strade in auto, e intercettiamo luoghi simbolici ed evocativi: il bar, il distributore di benzina con lo shop dove si acquistano gli alcolici, il barbiere, i cartelloni pubblicitari, la scritta gigantesca “Welcome to Wind Gap, Missouri” – a cui fa eco il poster pubblicitario della HBO che recita “Welcome Home”.

In questa home si affollano dettagli spaventosi: bambini che maneggiano pistole, teste di maiale, pavimenti in avorio, e ancora morsi, denti, pattini a rotelle che sfrecciano nella notte. Ci sono i boschi intorno alla cittadina, che si chiudono su di lei, come succedeva a Twin Peaks, affollati di ricordi terribili e di posti agghiaccianti, come la capanna di legno dalle pareti zeppe di immagini porno e pezzi di animali morti. E c’è la casa dei Crellin, che sembra una via di mezzo tra una casa di bambola, oggetto metanarrativamente presente all’interno della casa stessa, e il set di American Horror Story.

Vallée ha affermato che quello che cercava era una casa all’interno della quale se qualcuno avesse urlato nessuno avrebbe sentito.
Se non si hanno old money, soldi di famiglia, a Wind Gap le alternative sono due: lavorare al mattatoio dove vengono macellati i maiali, o restare a prendersi cura della casa. La mancanza di scelta determina in maniera decisa i ruoli di gender, forzandoli all’interno dello standard eteronormativo suburbano.
Wind Gap è, come le altre due cittadine di cui si parla qui, un luogo immaginario, dalla storia misteriosa e contraddittoria, la cui fondazione pare essere legata a uno stupro. Questo passato di violenza dietro la cortina di comunità integerrima ne fa un luogo maledetto, dove cose terribili accadono per mano dei suoi più influenti abitanti, ma dove il colpevole si ricerca, sempre, all’esterno, nella figura dell’ultimo arrivato, dello straniero.

Il sogno confortante di Stars Hollow e l’orrore di Wind Gap sono mito e versione horror del sogno americano, dove la corruzione e il male si nascondono sempre dietro a un tendone colorato. A raccontarci invece gli aspetti più realistici della suburbanità, interviene un genere che inscrive e sovverte completamente il testo del reale: la sit-com animata, sempre ambientate a suburbia. La suburbia più longeva della TV americana, infatti, è Springfield.

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foto di sharon mccutcheon

Springfield: l’eterno presente dell’America

La cittadina in cui vive la famiglia Simpson è ben oltre il mero sfondo di cartone, è la prima cosa che vediamo – la prima in assoluto – dopo il cielo azzurro con le nuvole della sigla. Un luogo affollato, vivacissimo, Springfield è una sorta di bolla senza posizione. Esistono infatti più di settanta Springfield in America, ma nessuna è quella dei Simpson. Potrebbero esserlo tutte. Springfield è “omnitopica”, come l’ha definita Andrew Wood per esprimerne l’assoluta uguaglianza e onnipresenza proprio in quanto spazio suburbano.

Nello spazio omnitopico, non-luogo assoluto, non esistono localismi, la globalizzazione impazza e il territorio si modifica in base al consumo. In un certo senso Springfield è l’opposto di Stars Hollow, così strettamente legata a un posto preciso (il New England), ed è anche Stars Hollow, con le sue fiere bislacche e festività stravaganti.
Se Stars Hollow metteva in risalto la suburbanità dell’affluence, l’abbondanza di cibo, di caffè, di personaggi e di feste cittadine, perfino un’abbondanza di capitale culturale (è impossibile star dietro al citazionismo sfrenato di Lorelai e Rory, che però non risulta oscuro agli altri personaggi, quale che sia il loro lavoro o livello scolastico), e Wind Gap ci mostra invece la bugia della scalata sociale, laddove se non hai soldi di famiglia non hai prospettive, Springfield ritrae il paesaggio come quel luogo dove i suoi abitanti e i suoi spazi sono assaliti dal consumismo che sopraffà i personaggi e rende complessa la possibilità di un’alternativa.

La frammentazione dello spazio, la sua mutabilità e la sua dislocazione (Wood) rendono chiaro il senso di come il progresso e l’espansione siano generatori di incoerenza e spaesamento, uno spaesamento che vediamo espresso dalle assurde vicende dei protagonisti. L’umanità e l’urbanità di Springfield cambiano di continuo, la città si costruisce e si smantella con facilità, addirittura (S09E22) la si sposta perché è stata sommersa dall’immondizia (come una sorta di “Leonia”, da Le Città Invisibili di Calvino). È impossibile disegnarne una mappa vera è propria, perché negli anni si sono create sovrapposizioni e ricomposizioni plurime da generare dieci versioni diverse della stessa zona della città, così come risulta complicato mantenere un ordine lineare di trama. Se volessimo seguire tutti gli episodi dall’inizio alla fine ci sarebbero delle incongruenze di storia che renderebbero la narrazione impossibile. Springfield è realistica proprio per questa sua impossibilità di coerenza narrativa.
Solo la realtà è altrettanto caotica.

foto di copertina: blake wheeler

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