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Insegnare (o no) la scrittura creativa

Processi e sentenze alle scuole di scrittura creativa

Esistono due scuole di pensiero riguardanti l’utilità delle scuole di scrittura creativa. Ci sono i detrattori, ovvero quelli che pensano che la scrittura creativa non si possa insegnare, perché viene considerata un’attività spirituale, o perché si pensa non si possa trasmettere alcun tipo di nozione sui meccanismi narrativi, e ci sono coloro che le apprezzano, immaginando che la scrittura creativa possa essere insegnata ma soprattutto imparata. A dimostrazione portano la semplice ragione che centinaia di scrittori hanno seguito corsi di scrittura creativa e non hanno avuto bisogno di giustificarsi dopo averlo fatto. Soprattutto nel mondo anglosassone: lì è la prassi, è così che si fa almeno da una cinquantina d’anni.

Anni fa, durante un incontro per la presentazione de “La manutenzione degli affetti”, lo scrittore Antonio Pascale ci folgorò con una definizione della narrativa italiana a confronto con quella anglosassone dicendo: “Agli italiani piacciono le sentenze e non i processi.” Per “sentenze” immagino Pascale intendesse i giudizi, le spiegazioni, le morali, e per “processi” tutti quegli elementi che, in progressione, portano al finale: le descrizioni, i personaggi, le azioni, ecc. Chi critica le scuole di scrittura creativa sembra non voler indugiare sul processo che permette di scrivere un buon libro: sulla tecnica, la fatica, gli schemi, le prove, gli esercizi, quasi come se un libro si scrivesse da sé. A costoro sembra piaccia di più la sentenza, ovvero il risultato finale. Come ci si è arrivati non è affar nostro.

Questo (non) è un articolo

Sono appena usciti due testi i cui titoli fanno presumere una dura critica nei confronti dell’insegnamento della scrittura creativa. Si tratta di “La scrittura non si insegna” di Vanni Santoni e “Chiudiamo le scuole di scrittura creativa!” di Alfio Squillaci. Entrambi i libri partono in modo chiaro dall’assunto che non si possa insegnare la scrittura creativa.

Squillaci:                                                   

è folle a maggior ragione nella babele di oggi, pretendere di possedere, ma ancor più insegnare, l’arte di farsi leggere.

Santoni:

non la scrittura, ma solo la mentalità dello scrittore possa essere  insegnata.

Entrambi i testi portano prove per corroborare questo assunto, che ha gradi diversi di criticità. Santoni tutto sommato crede che qualcosa possa essere trasmessa (la mentalità dello scrittore) mentre Squillaci è molto più severo sull’argomento. Eppure, attraverso entrambi, si può arrivare a una conclusione se non simile, almeno coesa.

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Leggere

Tutti ti dicono cosa, quasi nessuno ti dice perché, o quanto meno, cosa devi cercare quando leggi un libro bello. Stephen King ci ha detto che si devono leggere sia i libri belli che quelli brutti (nell’ormai classico On writing), mentre Francesco Pacifico, data la scarsità di tempo che caratterizza la nostra epoca, giustamente ci insegna che è meglio concentrarsi su quelli belli: si impara meglio e più in fretta (è del 2012 il testo “Seminario sui luoghi comuni. Imparare a scrivere (e a leggere) con i classici” dove parla ampiamente di questo tema). Quindi, dai libri degli altri o dai cosiddetti classici cosa va imparato?

Santoni procede con fare prescrittivo:

La prima cosa che va curata, se si vuole scrivere seriamente, è la dieta. Solo nutrendosi di libri buoni si può pensare di produrne uno decoroso. Di più: essendo il campo letterario sterminato, si può pensare di farlo solo nutrendosi del meglio

Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto

James Joyce, Ulisse                                   

Ma non è finita. In genere la lista che propongo, disattendendo chi a quel punto si aspetta un logico passo indietro e un’infilata di classici del romanzo ottocentesco, continua così:

2666, Roberto Bolaño

Underworld, Don DeLillo

Europe Central, William T. Vollmann

Abbacinante, vol. 1, vol. 2, vol. 3,

Mircea Cartarescu

Infinite Jest, David Foster Wallace

Austerlitz, W.G. Sebald

[…]            

Come detto, non è una classifica di qualità, o una summa dei miei gusti: è la lista dei libri che di volta in volta si sono dimostrati più utili ad aprire i polmoni, e la mente, degli aspiranti.                                        

Aprire i polmoni e la mente diventa, così, una prescrizione medica più che letteraria, se non si sa bene dove guardare. E mentre Santoni cerca i libri migliori per la salute dei suoi studenti Squillaci si preoccupa che l’aspirante scrittore nasca in un contesto propizio alla carriera che vuole intraprendere. Poi aggiunge:

Se non si è assistiti da questi doni resta valido il suggerimento iniziale: tornare a copiare. […]

La tesi di fondo è che copiare può essere un atto creativo perché le stesse parole del Chisciotte se scritte nel ’900 da un Cervantes redivivo sarebbero soggette a nuova e diversa interpretazione. Anche copiare, però, non è un’attività semplice secondo questa prospettiva. Squillaci si domanda: se le scuole di scrittura creativa diventassero scuole di lettura, ovvero dove si impara a leggere i classici, quale lettura sarebbe privilegiata dall’insegnante? Quale sarebbe poi consigliata per procedere con la nobile attività del copiare? Anche questa, a suo parere, diventa un’importante scelta per il futuro stile dell’aspirante scrittore.

Nella sua ricetta per aprire le menti, Santoni fa un passo in più: riferendosi alle liste di libri prescritte (leggere fantasy per scrivere fantasy, distopici per distopici) Santoni aggiunge, icasticamente:

Quelli tra i miei studenti che se le sono ingollate, poi hanno ottenuto dei risultati – ovvero sono riusciti a scrivere dei libri abbastanza buoni da venire pubblicati. Se le riporto integralmente così come le presento nei miei corsi, è perché l’esperienza mi ha insegnato che quello che manca a tanti aspiranti, magari pure di talento, è un punto di partenza.                       

[…] È l’unico esercizio che ti assegnerò in questo libro, e per dare una risposta devi leggere più della metà di entrambe, quindi i benefici sono garantiti. Per il resto, non mi piacciono gli esercizi, e soprattutto non saranno gli esercizi a insegnarti a scrivere.

[…] Questo compito fa eccezione perché, per essere svolto, prevede la lettura di una sessantina di libri fondamentali. Qua non si fanno promesse in malafede: solo facendoti un culo mostruoso nella lettura prima, e nella scrittura poi, diventerai uno scrittore o una scrittrice.

Scrivere: quando o quanto?

Nonostante la negazione questi due libri parlano di scrittura, quindi vediamo come affrontano l’argomento. Continuando nelle ricette, Santoni rivela che l’unico segreto per diventare scrittori è:                         

Scrivi tutti i giorni. Non c’è altro. […] Ma, nota bene, ho detto tutti i giorni, non tutti i giorni di vacanza, o tutti i giorni di quel mese che hai faticosamente liberato, o nei fine settimana – e neanche cinque o sei giorni la settimana. Tutti. I. Giorni. Ci saranno giorni in cui riesci a scrivere pochissimo, ma non devi saltarli.

Squillaci, invece, affronta il tema da una prospettiva storica.

Ma quando scrivere? Il romanzo sembra possibile solo après coup, dopo che la vita s’è compiuta, allo stesso modo che il giudizio sugli altri o sulle cose è possibile dopo una certa frequentazione di uomini e luoghi. Il vecchio Hegel […] asseriva nell’Estetica: «Un artista deve aver molto visto, molto udito e molto in sé conservato». 

Santoni dà un’indicazione ancora più precisa sul quanto: 2000 battute al giorno. Squillaci non si addentra in questo tipo di dettaglio micro, anche qui la sua prospettiva è più ampia:            

Quanto scrivere? Azzardo che un uomo debba scrivere un solo romanzo: il romanzo della vita. Auctor unius libri. Basta un solo libro per entrare degnamente in letteratura. Laclos scrisse Le relazioni pericolose, Manzoni I promessi sposi, Tomasi di Lampedusa Il Gattopardo, e, in fondo, nonostante le altre opere giovanili e senili, Cervantes è ricordato per un solo romanzo indimenticabile e indistruttibile, Don Chisciotte. Un colpo e via, e ci si gioca solo quella fiche sul tavolo letterario.

Dunque rispetto al quando: sembra che ci sia un tempo (non la prima giovinezza, ma una certa maturità) per Squillaci, in cui è opportuno scrivere. E per farlo sembra ci sia bisogno di un cospicuo bagaglio di letture e una certa costanza nello scrivere.        

Conclude Santoni:

Quando sarai diventato uno scrittore – e lo scopo di questo pamphlet, appunto, non è insegnarti a scrivere, dato che la scrittura non si insegna, ma fare di te uno scrittore – potrai saltare i giorni, ma a quel punto, se ci arriveremo, non vorrai farlo.

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Identikit di uno scrittore

Anche senza volere, anche criticando chi la scrittura la insegna, entrambi i testi ci danno la possibilità di delineare l’identikit di un aspirante scrittore di tutto rispetto: è un lettore di qualità, uno che si è affrancato da natali non troppo propizi, che ha fatto esperienze sia fattuali che spirituali e che adesso ha deciso di mettersi seduto alla sua scrivania e scrivere 2000 battute al giorno a tutti i costi. Sa di non poter entrare subito nell’Olimpo degli scrittori, ma – se è una persona realista – può onestamente presumere che con un po’ di impegno e fortuna potrà scrivere qualcosa di molto buono e (forse? sicuramente?) essere pubblicato.

Ecco la parte finale, quella che gli studenti agognano e che gli insegnanti temono: che un aspirante scrittore voglia anche pubblicare. Non per paura della concorrenza – come ci ha raccontato anche Murakami ne “Il mestiere dello scrittore” quello della scrittura è un ring dove si può salire insieme senza temere di essere buttati fuori. La paura contenuta in tutti i non manuali è quello di insegnare qualcosa a qualcuno che poi non sarà in grado di pubblicare. Succede, è previsto. Anzi Squillaci lo dà praticamente per assodato. Se un aspirante scrittore non lo prevede è, evidentemente, uno sprovveduto. Ma nonostante tutti gli sforzi per non insegnare la scrittura creativa, sia Santoni che Squillaci hanno insegnato qualcosa. Sia un metodo che un occhio critico, sia un vademecum del buon lettore che un compendio di filosofia.

Recidive

Sono circa 20 anni che frequento corsi di scrittura creativa. Sono un’appassionata di tutti i testi al riguardo e posso testimoniare che tutto, sia i corsi che i libri sulla scrittura, sono accomunati da un’unica onesta premessa: niente e nessuno mi ha mai promesso che avrei pubblicato un libro. Anzi. Chi propone un corso dicendo il contrario è ovviamente in mala fede al pari di quelli che ti invitano a una gita gratuita sulla montagna di Montevergine per poi venderti le pentole. Ho sempre pensato che se ci credi vuol dire che in qualche modo ti fa comodo.

Quello che mi ha sempre incuriosito dei libri sulla scrittura creativa era il modo in cui ti insegnavano qualcosa a partire da un’esperienza personale. Patricia Highsmith ti dà consigli pratici su come sfruttare il poco tempo che hai (“Come si scrive un giallo”), il già citato Murakami più che proporre soluzioni pone domande all’aspirante scrittore, nel suo stile pacato e incoraggiante, mentre racconta del modo diretto e apparentemente semplice con cui lui è diventato scrittore. Anche Natalie Goldberg aveva una vita semplice e solare. Il metodo che ha usato in “Scrivere zen” per invogliare gli aspiranti scrittori a cimentarsi è ancora oggi la base di molti corsi di scrittura creativa, in America come in Europa. Flannery O’Connor ci ha rassicurato che superata l’infanzia avremmo avuto materiale narrativo da sfruttare per tutta la vita (“Nel territorio del diavolo”), mentre Giuseppe Pontiggia era fermamente convinto che bisognasse posare l’attenzione non su chi crea, ma sull’oggetto frutto del suo lavoro (“Dentro la sera. Conversazioni sullo scrivere”).

Ma chi è restio a insegnarti qualcosa, o a raccontarti la sua esperienza, se si cimenta a scrivere un libro su questo argomento, anche se ufficialmente lo fa per demolire l’idea che si possa insegnare la scrittura creativa, vorrà pur comunicarti qualcosa? Sì, e oltre la paura di insegnare nozioni a qualcuno che poi non sarà in grado di diventare scrittore, in entrambi i testi c’è materiale importante su cui riflettere. Per Santoni il messaggio è che la scrittura è un vero e proprio processo: è lungo e articolato, fatto di diverse fasi e una precisa mentalità. Ci sono molti passaggi chiari che possono essere copiati e assimilati nella propria vita di aspirante scrittore. Squillaci è più restio a chiarire come secondo lui avvenga il processo della scrittura e sicuramente è quello che crede meno, tra i due, che la scrittura si possa insegnare e imparare. Mutuando la definizione di Pascale, mentre Santoni è evidentemente affascinato dal processo (è comunque anch’egli uno scrittore) e sa spiegarlo, perché questo processo possa essere da esempio per altri, Squillaci ha una concezione della scrittura più vicina alla sentenza: apri la porta e il libro è già lì, splendido, frutto di uno scrittore baciato dalla fortuna e da un talento spirituale. La sentenza è stata proclamata dal giudice e non si sa come né perché. Così l’aspirante scrittore si trova davanti a un oggetto misterioso al quale può guardare come lontanissimo da lui, raggiungibile solo se baciati dalla stessa fortuna e talento, ma irraggiungibile attraverso un percorso didattico.

È lecito immaginare una cosa simile? Che la scrittura sia solo una sentenza e che sia impossibile arrivarci tramite passaggi intermedi? Resta il dubbio che la differenza che si fa tra l’arte della scrittura e quella della pittura o della musica – anch’esse insegnate nelle scuole, anzi nelle accademie, che non assicurano certo di sfornare tutti i giorni Mozart e Beethoven – provenga da una credenza iniziale mai del tutto sfatata: che le arti che raccontano una storia siano diverse dalle altre e che, tra le arti narrative, la scrittura sia un caso a sé. La musica non racconta una storia. Anche se c’è al suo interno un certo tipo di trasformazione – l’elemento che caratterizza la narrazione dalle altre arti – questa è troppo libera, e le interpretazioni sono assolutamente soggettive. Anche nelle arti visive, sebbene sia presente una certa qualità narrativa, non c’è una vera e propria storia perché, in generale, manca alle arti figurative la caratteristica del tempo. Il cinema è tra le arti quella più legata alla scrittura. Ma la sceneggiatura – che è un testo funzionale e tendenzialmente non caratterizzato da un particolare stile, ma invece da numerose regole – è solo una parte della complessa macchina cinematografica. Nessuno si sognerebbe mai di dire che la sceneggiatura o la fotografia non possono essere insegnate.

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Probabilmente la narrativa è ancora legata a un’idea che va dallo psicologico al mistico. La narrazione, ci insegnano gli psicologi del linguaggio, è infatti fondamentale per dare un’organizzazione al proprio mondo interiore e alle esperienze. E d’altro canto anche l’idea che la scrittura sia qualcosa di mistico è ampiamente condivisa. Lo stesso Squillaci lo afferma senza dubbio:

[…] le obiezioni europee di fronte alla pretesa americana di insegnare a scrivere (o a diventare scrittori?) sono vecchie e consolidate. Perché, riconosciamolo, l’obiettivo è temerario. Si tratta di insegnare dopotutto un’attività spirituale come se fosse un mestiere, e non una vocazione sorgiva, aurorale e irripetibile.

Dunque ci devi nascere, ed è irripetibile. Creare una storia è come essere baciati da Dio, o essere come lui. Il metodico e disciplinato Murakami in qualche modo dà ragione a Squillaci. Anche se non cataloga l’illuminazione come elemento senza il quale è impossibile scrivere, anche lui ha avuto la sua: l’illuminazione “scriverò un libro” gli è arrivata mentre una pallina da baseball volava nel guantone di un giocatore durante una partita. Flannery O’Connor manifestava le sue credenze in modo esplicito nelle sue lettere:

Scrivo come scrivo perché sono (non sebbene sia) cattolica. È un fatto, tanto vale dirlo a chiare lettere.

Ma qui si descrive uno stato di fatto, non si prescrive un divieto. Nessuno vieta agli scrittori di essere o di sentirsi inondati dalla grazia divina o di sentirsi totalmente laici al riguardo.  È bello pensare che la scrittura sia un’attività spirituale, e in qualche modo certamente lo è. Ma anche i preti vanno in seminario: la vocazione li spinge, ma poi qualcosa lì, oltre alla vocazione, la imparano.

È dunque infattibile pensare che le scuole di scrittura possano essere un’onesta palestra per chi, durante gli anni del tedioso percorso scolastico obbligatorio, non ha ricevuto stimoli adatti a nutrire la propria curiosità narrativa? Perché è di questo che si tratta: siamo abituati a guardare gli scrittori come ci insegnano a fare a scuola e quello che ci insegnano è, nella maggior parte dei casi, non ripetibile. I due testi che abbiamo letto, nonostante tutto, sembrano lasciare aperto uno spiraglio, sia per le ragioni che abbiamo descritto sia perché, in definitiva, se si pubblicano libri su questo tema – e se non ci si fa prendere da impulsi distruttivi e censori – è comunque segno che l’argomento è più che mai attuale.

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  1. Pingback: Due articoli sul pamphlet ~ @minimumfax | sarmizegetusa

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