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La muta

A seguito della nostra call abbiamo ricevuto 106 racconti. Letti e selezionati dalla classe di Apnea ’20/’21, ne sono infine stati scelti 13 per la pubblicazione.


Questo è il quarto, lo ha scritto Gabriella Dal Lago e ha richiesto un editing che lo aiutasse a ritmarsi, compattarsi e perfezionare le relazioni tra i personaggi e il nucleo simbolico della storia, più rappresentativo e immediato senza trucchetti di suspense. L’editing è a cura della corsista di Apnea Susanna Bissoli con il supporto di Francesca de Lena, correzione della redazione. Molto brava l’autrice a far propri i suggerimenti ricevuti.


In crisi con il lavoro e la vita personale, una ragazza torna in provincia dai genitori per una pausa e scopre di essere stata rimpiazzata da uno strano animale da compagnia. Scrittura di ampio respiro, fatta di dialoghi ficcanti e una narrazione piena e ritmata, l’autrice affresca il ritratto di una famiglia in cambiamento, alla ricerca di nuovi equilibri.


di Gabriella Dal Lago


Tre cuori arancioni: è la risposta che mia madre manda sul gruppo “Famiglia” di whatsapp al mio Arrivo alle 17, venite a prendermi?. Il cellulare vibra di nuovo, ed è Ottavia che mi scrive Lolla, rispondi?. Appoggio la fronte al finestrino e mi concentro sul mare, sulle case basse color pastello con le finestre sprangate per l’inverno.

La risposta diretta alla mia domanda arriva mentre sto scendendo dal treno, Vengo io, scrive papà, e lo sfasamento temporale mi fa temere che lui abbia appena letto il messaggio. Ma non è così: intravedo la macchina, e lui che mi saluta. «Lascia, prendo io», dice, mentre mi toglie dalla schiena lo zaino in cui ho stipato i vestiti: se ora non avessi la percezione del mio corpo alto, magrissimo, adulto, se ora dimenticassi i capelli bianchi che hanno iniziato a spuntare, le rughe d’espressione intorno agli occhi, se potessi estrarre dalla scena solo il gesto di mio padre che sgancia le bretelle dello zaino dalle mie scapole e io che le faccio scivolare lungo le braccia, allora mi vedrei in questo stesso posto, con questo stesso zaino almeno quindici anni fa, di ritorno da un campeggio scout con le guance arrossate per il freddo preso e i calzoni corti.

«Be’, bentornata», mi dice. Mentre guida oscilla la testa come se stesse canticchiando tra sé e sé. Fuori le cose sono colorate dalla luce azzurra della costa d’inverno, assopite. Ho paura di aver dimenticato qualcosa di importantissimo a casa mia, a Milano, e quindi faccio la rassegna di tutto ciò che mi costringerebbe a tornare in città al più presto: ma non manca nulla, e quella via di fuga che si chiude, stranamente, non mi spaventa. 

Sul gruppo whatsapp di famiglia infuria la comunicazione di mia madre, frammentata e persistente: ogni emoticon è preceduta da un “a capo”, ogni messaggio comprende una frase minima. Giro lo schermo del telefono per non guardarlo – lo stesso gesto che faccio sul tavolo della cucina del mio trilocale senza balconi – cosa che fa arrabbiare mia madre,  quando mi chiama finiamo sempre a parlare di questo, «Perché non rispondi mai ai messaggi sul gruppo?», e la verità è che non ci sto dietro, lei e mio padre lo usano come se fosse la loro chat privata, si scrivono cose tipo Vai a prendere pane? o Ricorda cambio gomme, e non so se è un tentativo di includermi nella loro quotidianità o solo poca confidenza con il mezzo, fatto sta che per recuperare qualsiasi informazione utile o domanda rivolta a me devo scorrere una quantità infinita di messaggi spezzettati, un muro di testo spietato, inframmezzato da gif e immagini provenienti da catene, video da sei minuti di TED Talks motivazionali che mamma condivide consigliandomene la visione. Ho preso l’abitudine di cancellare periodicamente la chat, riazzerare le comunicazioni per trovarci un minimo di ordine. Solo così riesco a estrapolare qualche notizia: papà ha cambiato le gomme dell’auto, mio cugino aspetta un figlio, i miei hanno preso un animale di nome Frodo. A questa informazione ricordo di aver reagito con fastidio, Ma che ve ne fate di un animale mo’, e che mia madre ha risposto Nn ti impicciare, faccina che fa occhiolino + lucertola + cuore arancione.

La macchina si ferma, perché siamo arrivati a casa. Entriamo; mia madre è girata di schiena, ai fornelli, e ha i capelli che le arrivano ben sotto alle spalle. Mi stupisce, perché tra i vari imperativi morali che guidano la sua vita quello che regola la lunghezza dei capelli sembra il più saldo: all’avanzare dell’età deve corrispondere un accorciamento progressivo dei capelli. I miei, quando sciolgo le trecce, arrivano quasi alle ginocchia: ho ventinove anni.

«Ehi», le dico mentre mio padre chiude la porta di casa, e lei si gira e viene verso di me, mi abbraccia. «Lolla! Sono così felice che tu sia qui». La mia camera è ferma a quando avevo diciotto anni, con i biglietti dei concerti attaccati alle ante dell’armadio, le fotografie che mi ritraggono con amici che ho perso di vista; in una, io e Ottavia quindicenni in costume da bagno facciamo la linguaccia all’obiettivo. Nel mio bagno mamma ha messo gli asciugamani puliti; mi spoglio e mi butto in doccia e sotto il getto d’acqua sciolgo le trecce, mi insapono, lavo via la puzza del viaggio in Intercity, la soluzione più economica che ho trovato avendo deciso di partire all’ultimo. Uscita dalla doccia guardo la mia faccia allo specchio, il mascara sbavato sotto la linea degli occhi. Che merda, penso. Tampono i capelli e li asciugo senza pettinarli. Prima di andare al piano di sotto indosso un pigiama pesante; butto un occhio al cellulare, sullo schermo leggo il messaggio di Ottavia, Mi dici almeno se sei arrivata? No che non te lo dico, digito. Poi cancello, metto il cellulare in carica e scendo.

Mamma ha fatto l’arrosto con le patate, papà ha aperto un rosso che mi versa abbondantemente nel calice. Sono premurosi, come se fossero contenti del mio arrivo e contemporaneamente un po’ intimoriti. Non mi faccio vedere così spesso, in effetti. 

«E come fai con il lavoro?», mi ha chiesto al telefono mia madre la settimana scorsa, quando le ho detto che sarei tornata per un po’.

 «Non c’è problema, posso portarlo giù con me».

«E i tuoi amici?».

«Be’, immagino sopravviveranno».

«Anche Ottavia?». Mi ero morsa il labbro, «Soprattutto lei», avevo risposto. 

Ora, a tavola, sento il silenzio che ben conosco: quello in cui mia madre prende tempo per prepararsi all’interrogatorio, dispensando sorrisi e frasi di circostanza, «Hai visto che crosticina hanno fatto le patate? Il nuovo forno è stato un grande acquisto». Mi unisco ai convenevoli, lodo la morbidezza della carne e il retrogusto del vino, sono così brava che quando arriva il primo attacco di mia madre, «Ti fermi fino a Natale, sì? In fondo è il 10 dicembre, che senso avrebbe farti tutte quelle ore di treno per tornare a Milano se poi il 23 scendi di nuovo» io so benissimo cosa rispondere, so che la risposta perfetta a questa domanda è un’altra domanda, e precisamente «Ma Frodo? Non mi fate conoscere il nuovo arrivato?». Mia madre si illumina, «Ma certo! Vieni con me, è di là in sala».

Accanto alla poltrona di mio padre hanno montato una specie di recinto, «Solo per adesso che è ancora piccolo e c’è pericolo che faccia danni», dice mio padre. Mia madre mi precede, si avvicina al recinto e si inginocchia, e oltre la sua spalla vedo una piccolissima ciotola dell’acqua, «Buongiorno Frodo, guarda chi c’è», dice lei prendendo qualcosa in mano, poi si volta e mi porge il loro nuovo animale da compagnia, e io reprimo un urlo. Tra le sue mani non c’è un cane, ma una grossa lucertola che mi fissa con occhietti da rettile. «Ma che è ‘sta roba?», le dico io. Mio padre arriva con un piccolo guinzaglio in mano, imbraca il corpicino dell’animale e dice: «Lo porto a fare due passi prima che faccia troppo freddo».

Mentre mi lavo i denti passo in rassegna le varie opzioni. Numero uno: i miei genitori hanno deciso che un cane sarebbe stato un animale da compagnia troppo complicato da gestire, e hanno optato per un rettile. Con la mano libera dallo spazzolino cerco informazioni su internet, e leggo che i rettili hanno bisogno di un terrario e di altre robe del genere; scorro le immagini per capire di che tipo di rettile si tratti ma non riesco a riconoscerlo, soprattutto perché l’ho guardato davvero per troppi pochi secondi. Numero due: il fatto che Frodo fosse un rettile è un’informazione che ho perso nel flusso di messaggi giornalieri da cui vengo inondata. Questa opzione mi solleva, e allora apro la chat alla ricerca di un indizio che risolva il mistero. Ma i messaggi arrivano solo a qualche settimana prima, quelli precedenti sono stati già cancellati, e mi mordo un’unghia. Perciò rimane l’opzione numero tre da tenere in considerazione: i miei genitori sono impazziti. Da quant’è che non li vedo? Da carnevale? Perché non sono tornata in estate a controllarli? Ma soprattutto, quando è successo che sono diventati così vecchi? Non mi ero mai preoccupata di badare ai miei; semmai era il contrario. Anche ora, sono tornata per questo, no? Per farmi accudire. Per raccogliere i cocci di me stessa che vedo sparsi dappertutto, quando mi muovo, quando sto ferma: cocci che si staccano da me e si infrangono in pezzi ancora più piccoli ai miei piedi. Io ci cammino sopra e mi ferisco.

Mi metto a letto e sento le lenzuola stirate, il piumone infilato nel materasso: è il modo di mia madre di fare il letto, una sorta di bozzolo per accogliermi. Metto la sveglia sul cellulare, c’è un messaggio di Ottavia, mi scrive Domani ti chiamo. Non c’è punto interrogativo; sembra una minaccia. La ignoro, e lascio che le coperte mi stringano, mi proteggano, mi soffochino.

Mia madre fa colazione seduta davanti a me. Ha le guance arrossate dal freddo: è tornata da poco dalla passeggiata con Frodo. 

«Cosa vorresti mangiare oggi a pranzo?», chiede.

«Boh, fai tu», le dico, e accendo il computer. Nella casella mail trovo due file audio nuovi da sbobinare, un’ora circa ciascuno. Sbuffo.

«A cosa stai lavorando?».

«Niente di che. Trascrivo chiamate telefoniche di clienti di diverse aziende che si lamentano di cose varie al call center».

«Ah!», dice. «E perché?».

«Perché un’azienda che si occupa di tecnologia del linguaggio me le ha appaltate».

«Ed è interessante?».

«Ascoltare persone che trattano male il servizio clienti? Non molto, mamma», rispondo io. Il mio tono era particolarmente antipatico, quindi cerco di rimediare, «Però mi pagano bene», aggiungo.

Sono laureata in linguistica a pieni voti, ho lavorato per due anni a un progetto di ricerca dell’università affiancando la mia professoressa nello studio della linguistica diagnostica applicata a pazienti nello spettro autistico: trascrivere le lamentele sgarbate altrui non rientrava nella mia Top 5 dei sogni. «Ma va bene così», dico a voce alta. Non so bene chi sto rassicurando, me o lei: forse entrambe. Dal piano di sopra sento mio padre che apre l’acqua della doccia.

«E Ottavia sta bene?» chiede, versandosi una tazza di caffè. 

«Mh», dico io, tornando con gli occhi sullo schermo del pc.

«Ha finito la tesi di dottorato? Ho incontrato sua mamma al mercato che mi ha detto di sì».

«Allora se lo sai perché me lo chiedi?».

«Volevo solo… va tutto bene tra voi?».

Non ho voglia di rispondere.

«È dal primo anno di università che scendete sempre insieme a Natale, mi è sembrato strano che ti precipitassi qui…».

«Be’, se non volevi che venissi bastava dirlo».

«Lolla, ma che dici. Il punto è…».

«Il punto è che Ottavia a Natale non scende, sarà troppo impegnata a fare gli scatoloni per trasferirsi», dico io, chiudendo lo schermo del pc con un po’ troppa foga. 

«Trasferirsi?»

«Questo non te l’ha detto sua mamma al mercato? O vuoi solo sentirtelo dire da me?».

«Lolla, non so niente…».

«Otti torna qui, mamma. Finito il dottorato si trasferisce di nuovo nell’amata terra natìa per fare la professoressa di Fisica in qualche liceo scientifico del cazzo».

Mi alzo da tavola con la tazza del caffè e la butto nel lavandino della cucina, aprendo l’acqua. Mia madre si mette dietro di me, sullo stipite della porta che divide la sala da pranzo dal cucinino.

«Ma come mai?», mi dice.

«Perché vivere a Milano è una merda, e avevate ragione tutti voi a dirci che prima o poi saremmo tornate dove l’aria è pulita e nessuno va mai di fretta, quindi forse avresti potuto insistere un po’ di più invece di lagnarti e basta, avresti potuto dirmi che non avrei concluso un cazzo e tanto valeva non sforzarmi tanto», le dico senza voltarmi.

Mi sembra di soffocare; chiudo il rubinetto dell’acqua, e furiosamente vado verso il salotto, sorpassandola; nell’ingresso afferro la mia giacca e un paio di chiavi dal mobile del comò, «Vado a fare un giro», dico, e mentre mi chiudo la porta dietro sento mia madre che singhiozza e mio padre che chiede «Ma cosa succede?».

È stata Ottavia a convincermi ad andare a Milano. Facevamo il liceo linguistico insieme; la riviera adriatica d’estate sembrava il centro del mondo, ma d’inverno era solo una provincia come le altre. A molti quella vita piaceva: sceglievano il liceo linguistico o l’istituto alberghiero per inserirsi nella macchina del turismo, più o meno quello che avevo fatto io. Poi era arrivata Ottavia: con la sua pelle chiarissima e i capelli biondi tutti la scambiavano per una tedesca d’estate, e a me era subito sembrata la persona più interessante che avessi mai incontrato. Il papà di Ottavia gestiva un ristorante, sua madre veniva da Milano, e faceva la pianista; si era trasferita in riviera per la solita ragione, l’amore, e aveva aperto una scuola di musica. Otti faceva schifo nelle lingue, ma era bravissima nelle materie scientifiche: da grande avrebbe studiato Fisica all’università. E io? La prospettiva di rimanere mi sembrava stretta da quando uscivo con lei, che mi parlava della città, di Milano, di tutte le cose che avremmo potuto fare. I miei genitori immaginavano che sarei andata a studiare fuori, qualcosa come marketing o ingegneria gestionale, a Bologna magari: dopo la maturità avevo annunciato che mi sarei iscritta a Lettere alla Statale di Milano, e loro erano rimasti un po’ spiazzati. Mia madre era scoppiata a piangere. «Guarda che fa freddo a Milano, eh!», aveva detto mio padre, quando era stato chiaro che non avrei cambiato idea. Allora Ottavia, che era lì con noi, aveva detto: «Non si preoccupi per il freddo, ci sono i maglioni pesanti».

Avevamo trovato una doppia in una casa di studenti; e poi, quando ci eravamo laureate e avevamo iniziato a lavorare, io con l’assegno di ricerca di due anni, lei con il dottorato, ci eravamo spostate nel trilocale. Una stanza a testa, una cucina, un divano: il riscaldamento non funzionava tanto bene, ma entrambe sapevamo che per il freddo ci sarebbero sempre stati i maglioni pesanti.

E poi le cose avevano iniziato a fare schifo. L’assegno di ricerca che avevo ottenuto subito dopo la magistrale era finito, e il dottorato che sembrava essere nelle mie tasche non l’avevo vinto. La mia professoressa aveva dovuto rinunciare alla sua studentessa per giochi di potere nell’università, e io stupidamente non avevo mandato domande da nessun’altra parte perché ero convinta di essere dentro. Ottavia intanto stava finendo il suo dottorato; era dimagrita molto, dormiva poco. Non era soddisfatta; soprattutto, non vedeva un futuro nella ricerca. Gli affitti a Milano, poi, costavano troppo per anche solo pensare di andare a vivere da sola, mi aveva detto, figurarsi costruire una famiglia. Da sola? Una famiglia? E io chi ero per lei? L’unica famiglia a cui avevo sempre pensato era composta da noi due. Non che ci fosse mai stato nulla di romantico: a Otti piacevano i ragazzi, e ai ragazzi Otti piaceva un sacco. Anche io avevo avuto qualche storia, sempre con tizi del giro dell’accademia, con le loro stanze in affitto in appartamenti affollati. Ma quello che c’era tra me e Ottavia andava oltre; mi immaginavo che avremmo vissuto insieme per sempre. O forse, come mi aveva detto lei una sera, non riuscivo semplicemente a immaginare davvero una vita da adulta. Cosa avrei voluto fare da grande? Le trascrizioni delle chiamate telefoniche? Qualche supplenza in giro, un articolo ogni tanto, altre domande di dottorato? E poi?

Vaffanculo Ottavia, vaffanculo “e poi”, vaffanculo alle trascrizioni e alla famiglia e all’affitto. Non possiamo continuare a metterci strati di maglioni addosso, fino a quando non sentiamo più il freddo? Se tu te ne vai, io che resto a fare nel nostro trilocale? Che resto a fare in questa città di cui ci eravamo innamorate insieme, se tu hai smesso di amarla? Questo vorrei dirle ora che ho camminato al freddo e sono arrivata al molo e tira un’aria da neve, e allora infilo la mano in tasca per prendere il telefono e provare a ridire tutte queste cose in ordine: ma il telefono l’ho lasciato in casa, sul tavolo della cucina, e allora l’unica cosa che posso fare è tornare indietro.

Mio padre è seduto sulla panchina che sta accanto al portone di ingresso di casa, sta fumando uno dei suoi sigari sottili. 

«Ti fa male», gli dico, sedendomi vicino a lui. 

«Te fatti i fatti tuoi che campi cent’anni». Vero.

«L’hai fatta piangere», mi dice. 

«Be’, c’ha solo da farsi furba. Qui l’unica che dovrebbe piangere sono io», gli rispondo senza guardarlo in faccia.

«E allora perché non lo fai».

Neanche lui mi guarda. I timidi non si parlano guardandosi negli occhi.

«Come mai si è fatta crescere i capelli? Non è la sua regola sacra, che le signore anziane devono tenersi i capelli corti?».

Mio padre tossisce, si porta una mano nella tasca, tira fuori un fazzoletto e ci sputa dentro. 

«Lolla, tu magari non ci pensi sai, perché sei giovane. E fai bene, per carità, neanche io alla tua età ci pensavo. Però guarda che tutto questo fa paura», dice lui, e mi sembra quasi che la sua voce si sia incrinata.

«Tutto questo cosa?»

«Oh be’», ridacchia, «diventare vecchi».

Ci penso un secondo. «Neanche diventare grandi è ‘sta grande festa, papà».

Lui allora mi mette una mano sulla coscia, e si volta verso di me. I nostri sguardi si incrociano, finalmente. «Allora, se avete paura quasi della stessa cosa, forse potreste aiutarvi ad averne un po’ di meno, no?».

In cucina mia mamma sta facendo i passatelli; in una pentola c’è il brodo, dappertutto il profumo di limone. Mi avvicino piano.

«Il tuo telefono squillava. Ottavia», dice senza alzare gli occhi. Poi aggiunge, «Scusa se ho sbirciato».

Scrollo le spalle, come a dire che non importa. «Posso aiutarti?».

«Versa un bicchiere di vino per te e per me, su».

Lo sorseggia mentre controlla il brodo, io mi siedo al tavolo che c’è lì nel cucinino. 

«Sai qual è la cosa che mi piace di più di avere un animale domestico?», mi dice lei. Io non rispondo.

«La cosa più bella è che lui dipende da me e che non arriverà mai il giorno in cui potrà rinfacciarmi qualcosa di sbagliato che ho fatto. Lo so che è egoista da dire, però è vero: tra me e Frodo ci sarà sempre solo un rapporto basato sull’adorazione reciproca. La mia, dovuta al fatto che mi fa sentire ancora utile; la sua, al fatto che lo nutro e gli faccio fare delle passeggiate sulla spiaggia. Tutto semplice, nessuna tragedia».

La lucertola si materializza in cucina: deve aver lasciato quel suo recinto nel soggiorno per arrivare fino a qui. Ora che la guardo meglio mi accorgo che è abbastanza grande: cerco di ricordare le immagini che ho visto su internet, ma continuo a non avere idea di che cosa sia. 

Lei guarda l’ora, poi mi dice: «Porti tu Frodo fuori prima di pranzo?», e va a prendere il guinzaglio che è appeso nell’ingresso. 

Il rettile mi guarda, ma è come se mi passasse attraverso. Con cautela avvicino un dito alla sua pelle, la percorro dalla testa fino alla coda: non è viscida come credevo. Mia madre aggancia la pettorina sotto la pancia, mi porge il guinzaglio, e io lo prendo. Mi sento un’idiota, ma cerco di non ridere.

Faccio per lasciare la cucina, con la lucertola che mi cammina di fianco, però poi mi fermo, perché non ce la faccio a non chiederlo. «Mamma», le dico, «Sì?», risponde.

«Ma tu lo sai che Frodo non è un cane, vero?».

Lei scoppia a ridere, così forte che diventa un po’ rossa in faccia. «Tesoro: sono diventata vecchia, mica rincoglionita».

Cammino con un rettile al guinzaglio. Prima di uscire ho preso il cellulare: con un occhio controllo Frodo, con l’altro leggo la pagina di Wikipedia sui rettili: “I rettili rappresentarono la prima classe di vertebrati svincolatasi dall’ambiente acquatico e quindi adattata alla vita in un ambiente strettamente terrestre.” Cerco ancora: “Sebbene alcune specie di rettili siano vivaci, agili, astute e intelligenti, nessuna può dirsi all’altezza dei mammiferi e degli uccelli.” Siamo arrivati alla passeggiata sul mare: punto una panchina e mi ci siedo, Frodo sale e si mette vicino a me. “Tutti i rettili senza eccezione crescono molto lentamente”, leggo ancora.

Poi il cellulare inizia a squillare: è Ottavia. Mi immagino che potrei fare finta che non stia succedendo niente, che la nostra crescita rettiliana sia così lenta da essere quasi impercettibile, e da non doversi mai trasformare in un argomento di discussione. Fare finta che saremo due lucertole vecchissime ma che dalla nostra pelle squamosa non si potrà mai capire quanto decrepite siamo, anche perché mi pare pure di ricordare che ‘sti animaletti qui la pelle la cambiano, tanto per confondere ancora di più le acque. Ma il punto è che non è così, che Ottavia non è un rettile ma è un mammifero e che mica sarebbe giusto fare finta, quindi schiaccio il pulsante verde e dico solo «Oi», e lei dall’altra parte, un po’ offesa, un po’ sollevata, «Puoi parlare?».

«Sì», le dico, «parliamo».


Gabriella Dal Lago vive a Torino e lavora con i libri, con le scuole, con l’arte contemporanea e con la scrittura. Ha una laurea magistrale in Letteratura, Filologia e Linguistica italiana, un diploma al biennio della Scuola Holden e ha frequentato Campo, corso per curatori. Collabora con Fondazione Sandretto Re Rebaudengo e dieci04. Ha scritto racconti su lunario, inutile, Cadillac, Pastrengo. Legge per il Premio Calvino, scrive per L’Indice dei Libri del Mese. È co-fondatrice del collettivo curatoriale CampoBase.


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  1. Pingback: Una settimana di racconti #162 | ItaliansBookitBetter

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