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La prima cosa scritta #4

5 domande a partire da una fotografia: quella del primo testo scritto. Le prime parole delle quali scrittrici e scrittori hanno deciso di fare qualcosa, o quelle che hanno mostrato loro che scrivere era ciò che volevano davvero (e in cui davvero riuscivano). La svolta nella loro formazione, anche se in un momento iniziale, e nel loro percorso autoriale.

A cura di Francesca de Lena. Intervista di Francesca Ceci.
Risponde Alessandro Raveggi.

Cosa questa foto racconta del testo e cosa racconta di te?

La foto che ho fatto è della copia sgualcita, scolorita del mio primo libro di poesie, L’evoluzione del Capitano Moizo, uscito nel 2006. Non un vero e proprio manoscritto, ma il risultato stampato di tanti manoscritti persi oggi, e vergati tra Berlino, il Quartiere Latino, Piazza Santa Felicita a Firenze, manoscritti dei vent’anni, quelli nei taccuini sporchi di tabacco e vinaccio. Dentro questo libro c’è però di tutto, i primi veri amorazzi transnazionali (quelli che mi sono funzionati di più), una certa ossessione per l’enumerazione e la parola come teatralizzazione. C’è anche un impegno politico parodizzato (è una raccolta in primis anti-bellica, ma per fortuna non si prende sul serio nella retorica dei girotondi.) Ci sono poesie miste a prosa, miste a didascalie teatrali (mi sono dedicato al teatro quasi full time dal 2003 al 2008). Negli anni, ho all’apparenza abbandonato la poesia e il teatro, e scritto in prosa romanzi e saggi, ma sottotraccia quando scrivo penso sempre al verso, alla metrica, al ritmo, benché spesso cacofonico. E allo spazio che le parole si creano sulla scena del romanzo o di un saggio.

Chi eri e cosa facevi o cosa volevi fare (e fartene del tuo scrivere) quando l’hai scritto?

Un ex-beat affascinato dalla neoavanguardia, che aborriva la poesia ermetica. Con il tempo, sono cambiato, ho amato più Montale di Sanguineti, Zanzotto di Porta e Pagliarani. C’è molto Pagliarani, per me grande punto di riferimento. Volevo forse solo farmi spazio sulla pagina, non avevo ancora idea di un percorso, di una ricerca, benché il libro fosse molto strutturato per essere pensato da un ventenne. I sogni di gloria per fortuna sono andati persi con i taccuini di cui sopra, chissà in qualche convoglio delle ferrovie tedesche o in qualche camera da letto andalusa. 

Come e quando questa prima cosa scritta si è trasformata in una tua attitudine di vita o in un mestiere?

Fin da subito, da quei taccuini, sentivo che lo scrivere era l’imperativo categorico delle mie giornate. Certo, c’è la vita, l’amore, il lavoro, i figli. E poi c’è quella cosa lì, stranissima, dello scrivere. Non mi ha mai abbandonato, nei fallimenti e nei successi, nemmeno in quella versione di me ventenne. 

Quanto di questa prima cosa scritta è ancora parte del tuo modo di scrivere?

Come già detto, il gusto della teatralizzazione della parola scritta, un certo ibridismo, la volontà di proporre strutture complesse ma fruibili allo stesso tempo, giocando coi generi. E se vogliamo anche una certa attenzione ai punti di fuga delle vite che ti circondano e che possono proporre svolte inaspettate.

Cosa ne è stato di questa prima cosa scritta? È entrata in un libro? È rimasta in un cassetto? La scriveresti allo stesso modo? Se no, cosa non scriveresti più così?

Forse non scriverei più così, ma scriverei per le stesse ragioni, userei uno stile più asciutto, ma userei lo stesso multilinguismo, farei le stesse esperienze (benché oggi sia padre e abbia vissuto la scomparsa di mio padre, due esperienze che hanno segnato profondamente il mio modo di abitare la scrittura). Sarei l’amico saggio del mio Io scapestrato dei primi 2000, quindi anche più perverso e meno ingenuo. Avevo vent’anni, commettevo degli errori, scrivevo diari poetici e li pubblicavo, ma forse con un certo stile che già si intravedeva.

Alessandro Raveggi (1980). È scrittore e studioso. L’ultimo suo romanzo è Grande karma (Bompiani) presentato per la Selezione del Premio Strega 2021. Ha scritto, tra gli altri libri, la raccolta di racconti Il grande regno dell’emergenza (Liberaria, 2016). Dirige The FLR, la prima rivista letteraria italiana bilingue, e lavora presso l’Università Ca’ Foscari. I suoi testi sono stati pubblicati su riviste nazionali e internazionali come Revista Universidad, Poesia, The Kenyon Review, Il Tascabile, Esquire, Wired.

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