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La festa

A seguito della nostra call abbiamo ricevuto 106 racconti. Letti, selezionati, editati prima dalla classe di Apnea ’20/’21 poi dalla nostra redazione, ne sono infine stati scelti 13 per la pubblicazione. Questo è il sesto, lo ha scritto Niccolò Amelii e ha richiesto poche correzioni, a cura della corsista di Apnea Fiore Suozzo e della redazione.


A una festa si mangia, si beve, si fuma e soprattutto si parla d’arte, di musica, di letteratura. Il racconto è un esercizio di stile nel quale la forma attraverso la narrazione riesce a farsi sostanza e a mettere in scena efficacemente un chiacchiericcio frammentario in cui il susseguirsi delle citazioni e lo sfoggio di cultura rivelano il disorientamento e la pochezza di chi vi si aggrappa.


di Niccolò Amelii

Quando arrivo è già tardi eppure il banchetto è ancora pieno di stuzzichini e sciroppini e salsine e il chiacchiericcio smodato e cicaleggiante come fossimo nel bel mezzo di un brunch agostano tra la spiaggia e il lido. Gruppetti misti qua e là, alcuni sparpagliati intorno a un tavolino tondo di mogano al centro della stanza, altri abbarbicati in veranda, altri ancora nel tinello, gente che gioca a carte tra divano e poltrona nel salotto contiguo scommettendo sigari e casse di champagne, dal balcone riecheggiano urla e vaniloqui spropositati. 

Vedo Elmo e Renato seduti sulla scala che fumano e farfugliano armoniosamente, solite camicette azzurro chiaro, seta e trasparenze, giacche appese chissà dove, appena mi scorgono accennano un saluto rapido di mento e sopracciglio, ricambio con la medesima nonchalance. Mi inoltro verso l’interno della casa per osservare e farmi osservare, a passo sicuro svolto angoli la cui collocazione topografica ho ripassato a mente prima di entrare e mi imbatto in amici, nemici e semplici conoscenze. Ci sono Tonio, Alessandro, Matilde, Elisa gigioneggia col giradischi e due vinili di Brubeck, ma in realtà altro che Take Five, a vibrare in sottofondo è una bossa nova light, poco sperimentale e molto soft, le cui note provengono dallo stereo ultimo modello che si erge nel salone attiguo, tra un ficus sempreverde e un Sironi quasi-metafisico. Armando mi ronza intorno e mi chiede se va tutto bene, scortandomi al tavolinetto dei drink, whisky Bushmills invecchiato dieci anni con tre cubetti di ghiaccio, per ora basta e avanza, due tartine al salmone, davvero ottime mi assicura e vorrei tanto poterlo smentire, me ne libero con difficoltà e salgo sul soppalco, facendomi strada a fatica tra Aurelie, Germani e Costanze, palpeggiamenti innocui (finora) e racconti di gite al lago (la prossima volta devi assolutamente venire, andare in barca al tramonto è troppo romantico!) o di viaggi in Grecia (un’isoletta disabitata, ci credi? Solo noi e il nostro accompagnatore spartano!).

Mi giunge finalmente alle orecchie la sua voce, fioco sentore di lettere vellutate, e invero non desideravo altro, eppure come sempre la trovo pensosa, seduta con le gambe allungate su una poltroncina imbottita rosa pesca mentre rimescola il cocktail fruttato e annacquato e la confusione intorno non sembra nemmeno sfiorarla, o semplicemente sta ad ascoltare inebetita i discorsi pomposi e pieni di esclamativi retorici della tal dei tali figlia del commendatore e nipotina della baronessa, a cui risponde con monosillabi poco accentati giusto per apparire viva e ancora falsamente interessata alla conversazione. 

Indossa un tubino nero plissettato (avrà riletto Ovidio nel pomeriggio? Forse Pessoa?), che pare essere stato confezionato dalle sarte della Bauhaus. Quando mi vede s’alza immediatamente, più per la gioia di poter troncare l’ennesimo ricordo d’infanzia della biondina che per la mia reale e tangibile presenza e mi viene incontro festosa e poi mi bacia due volte sulle guance e mi afferra la mano e mi dice era ora, finalmente!, pensavo non saresti più venuto e forse avresti fatto bene e adesso la parola sembra esserle tornata e non smette più, ma non potevi fare questo a Carlo, tiene molto a te, a proposito chissà dov’è, dobbiamo trovarlo, sarà così contento di vederti, qui per trequarti è una noia mortale, magari tra un’ora scappiamo giù in città, forse c’è ancora tempo per buttarci in ambienti meno soporiferi e io che le dico sì sì sì Sofia sì ti ascolto e sì dimmi tutto quello che vuoi e Carlo sì davvero Carlo dov’è, a discettare dall’alto del suo scranno in tre lingue contemporaneamente o a ungere i fedeli del sacro fuoco della sua penna, recitando versi mallarmeiani o descrivendo gli ultimi giri di giostra al Prater insieme al noto cronista mondano e mai avrei immaginato che fosse così simpatico e disponibile. Quelle joie de vivre! 

E invece no, Carlo fa avanti e dietro frenetico dalla cantina per rifornire i commensali di vino e salumi, lo intercettiamo con un pezzo di capocollo nella mano destra e una bottiglia di Borgogna nella sinistra e ci sorride come a dire non è colpa mia, questi mi svuoteranno la dispensa. Poi poggia la refurtiva sul primo tavolinetto utile e mi abbraccia, hallelujah vecchio mio! (vecchio?). Aspettavo solo te, come stai? È da parecchio che non ci vediamo, spero tu ti stia divertendo e tante altre smancerie, il resoconto della serata, chi c’è chi non c’è, chi se n’è andato, chi parla con chi, chi insulta chi, Magda ha vomitato mezz’ora dopo essere arrivata e si è fatta venire a prendere dal padre, i più cattivi dicono sia incinta, l’amante una sua vecchia conoscenza romana, ma io non presto ascolto a simili sciocchezze. 

Gli dico ridendo non sarebbe meglio Miles in sottofondo? Sì, dovrei avere da qualche parte il vinile di Sketches of Spain fa lui, ma sembra ignorare il mio consiglio spassionato. Con Sofia a fianco che si è fatta più reticente ora raggiungiamo la tavolata centrale, quella dei capi partito. 

Marco morsicchia il suo solito cigarillo alla vaniglia e guarda in alto, Tancredi pulisce gli occhialetti tondi in montatura di tartaruga con la tovaglia (se lo vedesse sua madre!), Crizia contempla con ostinazione Raimondo e sbuffa, sbattendo rapidamente le palpebre per attirare la sua attenzione, ma sta pensando sicuramente a Lorenzo. 

Mi riempio nuovamente il bicchiere e trovo posto a capotavola vicino a Leopoldo, Sofia è rimasta impelagata al buffet in un’altra conversazione tutta egoriferita con un cavaliere di Provenza a cui non ho avuto il coraggio di strapparla via, con sguardo tramortito mi ha sussurrato ti raggiungo dopo. Già so che non lo farà, a lei in fondo tutto questo non interessa, partecipa solamente per sentirsi parte di qualcosa, puro spirito di gregarismo. Carlo mi segue e si siede anche lui, caccia fuori due sigarette e me ne accende una, lo ringrazio con un cenno del viso, beve scotch e soda, siam banali entrambi. Voglio proprio sentire di che si parla e anche se in cuor mio so già benissimo qual è l’argomento di discussione mi godo la sensazione di stanchezza brilla che mi pervade, aizzo le orecchie e chiedo a Carlo un’altra sigaretta, sorridendo pacatamente ai presenti lì assiepati. Il Grande Romanzo Italiano dov’è? E come poteva essere altrimenti, non si parla d’altro quest’anno, nei bar e negli stadi, nei circoli e nelle balere, ai crocicchi delle strade, perfino nei ministeri mi hanno confessato in un’osteria di via Frattina. E ciascuno vuole dire la sua, tra prediche morali, comizi politici, ouverture estetiche e previsioni catastrofiche, la morte del romanzo e la morte della poesia e la morte della società e sorrido di nascosto (pare che Carlo mi spii) guardando Marco e Tancredi scaldarsi tanto, l’Italia non ha mai avuto il romanzo-saggio dimmi tu perché? Forse l’amato sentimentalismo dei petit bourgeois l’ha impedito? Oui oui

Qui il modernismo non è mai stato di moda né tra il pubblico né tra gli accademici e i critici sostengono ancora che Pirandello è decadente. Decadente? Con buona pace di D’annunzio e Fogazzaro, loro sì più decadenti della decadenza. 

Ma se la critica è cieca, che colpa ne abbiamo noi? Svevo è un autore europeo, mitteleuropeo e solo dopo triestino, meno talento di Joyce, sicuramente, ma forse persino anticipatore della tendenza psicologista? Che ne pensi? E li sento nominare Musil svariate volte, grande meraviglioso Musil, per carità! La Vienna di inizio Novecento che coacervo di genialità, alla fine dell’Impero la luce luminosa di un’arte impareggiabile, l’Impero e non la provincia! Forse hanno ragione, ma parlano pour parler e a stento conoscono Kraus, Hofmannsthal e Broch, mentre ignorano di certo Altenberg. Sì, ovviamente Klimt, Schiele e la secessione, poi Freud, Jung e la dodecafonica, vorrei tanto sapere quanto Schönberg circoli a casa loro, dato che i genitori sono rimasti al massimo a Brahms, con tutto il dovuto rispetto per l’esimio Brahms. E come si poteva scrivere un romanzo di duemila pagine sull’Anima e lo Spirito e la Scienza nei salotti foderati di via del Corso, tra un’anisetta e un miagolio del gatto? Allora fai il pieno dell’intrigo sordido, della scampagnata galeotta, dei detti popolari e dell’idioma un po’ sornione, dei tradimenti nel chiaroscuro della stanza e dei balli poco eleganti (in confronto a quelli parigini?) a cui si partecipa per mondanità e apparenza, tra comari e vecchi ufficiali. Goditi lo scambio d’identità e le intenzioni frustrate, la crisi di coscienza, il denaro scialacquato e il fucile che non spara mai. 

Racconti e affreschi agresti, amori e ménage, la sarta e la bottega, e mai l’Etereo o l’Empireo, e adesso dove lo recuperiamo più? E i laboratori linguistici, i flussi di coscienza e i monologhi interiori ininterrotti per settanta pagine? Figurati, you’re crazy, accontentati di una buona traduzione, difficile da trovare anche quella. E il sanatorio? Non c’è nessuno che abbia bisogno di una bella vacanza in alta montagna? Peccato che a Venezia sia morto un tedesco (o austriaco?) e non un autoctono. E la gita al faro? E Alexanderplatz? Anche il surrealismo l’abbiamo saltato a piè pari, ce la vedi Nadja a vagare per Milano, Torino, magari Firenze? A Palermo perché no?, suggerisce Elmo tra il serio e il faceto. La Kalsa come Montmartre. Ci arresteranno per esterofilia aggravata ridacchia Renato. 

Tutte queste domande mi hanno fatto venire di nuovo sete, altro giro di whisky, Carlo si è già alzato perché è ancora il padrone di casa e dunque le carinerie non si fanno mancare a nessuno. Nel frattempo, mentre sgranocchio noccioline da un barattolo lasciato incustodito sul davanzale e mi dirigo all’abbeveratoio, cerco con lo sguardo Sofia e la trovo stesa sul sofà con le gambe all’aria e la testa sul bracciolo, leggicchia un libro dalla copertina fucsia (Malaparte o Mailer o Sarraute?). Inginocchiata sul tappeto Carola si osserva le unghie e comunica senza emettere suoni. Sofia nota la mia fretta sbarazzina e con gli occhi a metà tra la pietà e la furia implora compassione, vorrebbe andar via. 

Ma io non voglio perdermi il secondo round, non è ancora tardissimo e poi domani è giorno di vacanza. Recupero il mio bicchiere e torno a sedere, Carlo questa volta mi ha anticipato, mi dice ora ne arrivano delle belle e mi allunga un’altra sigaretta, io accetto divertito. Crizia è lì che si è presa la scena, allungata sul tavolo ripete con insistenza che l’atto narrativo è atto politico e che il compito dello scrittore non può prescindere dalle dinamiche socioeconomiche che irretiscono e governano la società, vadano a farsi fottere l’art pour l’art, Nabokov e Maupassant. E la Morante è dieci volte meglio di Moravia, sia messo a verbale! Leopoldo scuote la testa con veemenza, Marco sogghigna, quasi soffoca. 

E il realismo magico è atto politico? E l’école du regard? Ma no, ma no, interviene Tancredi, non ci siamo proprio Crizia cara! La letteratura ha una sua politica intrinseca che sottostà e risponde unicamente a regole interne e specifiche, può certo sfiorare tangenzialmente il mondo e i suoi meccanismi, perversi o angelici che siano, ma sarà pur sempre una rielaborazione, una ricreazione puramente finzionale, una co-sa-to-tal-men-te-nu-o-va scandisce certosino, suda addirittura. 

Pasolini versus Calvino, siamo di nuovo a questo? C’è bisogno d’aria. Carlo mi parla con lo sguardo, vorrebbe certo che intervenissi, forse aspetta solo questo, ma la passività dell’ascolto mi è cosa gradita e non ho voglia di impegnarmi, non stasera, vorrei solo sapere dov’è Sofia adesso, se qualche marinaretto la importuna raccontandole di quella volta in cui, salpato da Livorno di fretta e furia, si è ritrovato con grande stupore a Bangkok mentre doveva arrivare solamente a Ceuta. La realtà sì, ma filtrata attraverso le maglie della sensibilità autoriale, sennò il talento a che serve? Comunismo letterario? Dreiser come Fitzgerald? Suvvia! Raccontare ogni cosa, fino ad arrivare al minimo dettaglio, al dettaglio del dettaglio con pura oggettività (da non confondere con la nuova oggettività di Grosz e Dix) e scordarsi dei protagonisti e persino del narratore o cedere a un espressionismo d’antan fatto di gnommeri e vie Merulane, Pasticciacci, Adalgise e dialetti regionali provinciali cittadini? Non mi toccare Gadda! Non ci provare! Insomma, fa Carlo ad un certo punto, quasi infastidito ora dalla fiumana di detti e contraddetti che ci piove addosso, chi lo scrive qui il prossimo grande romanzo italiano? E l’ultimo chi lo ha scritto? Lo pernacchia con riflessi prontissimi Leopoldo. Carlo lo ignora e prosegue con intensità maggiore, il pugno sul tavolo e il ciuffo ribelle che gli copre la fronte, il vero problema è che in Italia tutti vogliono scrivere e nessuno vuole leggere, né tantomeno studiare, viaggiare, conoscere, allora è naturale che ogni cosa vien fuori simile, didascalie, appendici, melodrammi, l’imitazione del romanzo americano prima, Steinbeck e Caldwell e Cain e Saroyan, il neorealismo e il populismo poi, il romanzo industriale (eccetto Volponi forse), il (neo)fantastico e la meccanica combinatoria, il postmoderno e il recupero dell’Ottocento, insomma arriviamo sempre secondi, chiosa infiacchito, secondi e noiosi. Poca inventiva, poca scaltrezza e troppe chiacchiere, forse troppe tavolate simili a questa aggiunge sorridendo Marco, tutti sembrano approvare, un brindisi a mezza altezza. Carlo tace e si prodiga in un inchino assai smart. 

Le sue parole solenni suggellano la serata e a poco a poco il chiacchiericcio si dissolve in isolette di frasi pronunciate a bassa frequenza. Voglio recuperare Sofia rapidamente e andare via, sono felice ma stanco e non è detto che la serata sia finita per noi, ma nel bailamme del salotto ancora troppo affollato qualcuno mi chiede cosa ne penso dell’ultima Biennale, un altro se de Kooning è meglio di Pollock, Marta mi domanda se vale la pena leggere i lirici greci (siamo seri? Non merita risposta). Infine la trovo, quasi dorme stravaccata su un chaise longue damascata in un angolo del soppalco. Le sussurro parole d’amore all’orecchio e lei forse non mi ascolta, fa finta di russare. Poi la scuoto ed è di nuovo in piedi, frizzante e farfallina, mi ha già perdonato per averla trascurata. In simbiosi ci lanciamo in una danza di saluti e baci e occhiolini, un valzer di pacche sulle spalle e ultime risate goliardiche, Carlo ci accompagna all’uscita, sembra triste. 

Dobbiamo vederci più spesso si raccomanda col volto serio, lo scrivo io il prossimo grande romanzo italiano gli dico abbracciandolo ma senza doppi sensi o manierismi d’alcuna sorta, sono sincero. 

Lui concede a Sofia una piroetta e la aiuta col soprabito. Mentre lo vediamo perdersi nuovamente nella calca ci avviamo silenziosi per il vialetto. Io guardo lei e lei guarda non so cosa, la macchina ci aspetta per guidarci nella notte. 


Niccolò Amelii è nato ad Atri nel novembre del 1995. È dottorando in Lingue, Letterature e Culture in contatto presso l’Università degli Studi ‘G. d’Annunzio’ di Chieti-Pescara. Collabora con Flanerí, La Balena Bianca e Limina. Ha fondato e gestisce il sito di cultura e critica Quaderni contemporanei, ha pubblicato articoli e racconti su diverse riviste online, tra cui Nazione Indiana, Altri Animali, Pastrengo, Antinomie, Dude Mag.


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