A seguito della nostra call Interno giorno, la classe di Apnea ’22/’23, insieme con la redazione e sotto la supervisione di Francesca de Lena, ha letto, selezionato e poi editato 5 racconti per la pubblicazione. L’autrice di La compagnia è Roberta Spagnoli, e il suo racconto ha richiesto pochissime correzioni, a cura dell’allieva editor Eleonora Giudici.
Olga vive in ospizio e riceve la visita di Erminia, amica di una vita. Olga sembra persa nella fragilità dell’età mentre Erminia celebra una vitalità giovanile ancora forte. La percezione si ribalta quando cominciano a rievocare un episodio traumatico di gioventù.
di Roberta Spagnoli
Come ogni mercoledì Erminia arriva, fresca di parrucchiere, e con un cenno mi chiede come sto.
Sto qui nella sala comune, come gli altri, le rispondo. Come gli altri sto seduta, in attesa che venga il mio turno. Come sto. Sto nel mio puzzo di borotalco, con le mani storte che tremano.
Lei mi guarda diffidente, trattiene un po’ il respiro, come se la vecchiaia fosse contagiosa.
Sa che non le manca molto: il suo turno è sempre più vicino, sarà questione di sette, otto anni al massimo, poi mi raggiungerà. Non spaventarti però, la rassicuro in silenzio. La vecchiaia è un buon alibi in molte situazioni, a volte è comoda e spesso sa anche essere stravagante, stralunata, eccentrica. Guarda la patta dimenticata aperta di Rino o le calze che rotolano lungo le gambe di Nina perché l’elastico si è allentato; osserva Gigi, che per concentrarsi meglio nel suo burraco gioca con la dentiera facendola rotolare all’interno della bocca. A volte ci viene da ridere, a volte tutto diventa patetico e ci fa solo rabbia. Ma è un attimo, perché anche la memoria fa presto a cedere. La vecchiaia è spensierata, grazieadio.
Ormai l’unica vita che conosco è questa. Vista dall’interno di queste stanze, dentro la mia testa che ragiona a vuoto, per lo più. Non è una vita bella, ma nemmeno più brutta di quella che mi è toccata prima, per tanti anni. È solo diversa perché guardando avanti riesco ad intravvedere, per la prima volta, la fine della strada. Forse per questo soprattutto sto bene. Vorrei rispondere così a Erminia, al suo distratto come va. Ma sarebbe fiato sprecato. La sua vita è sempre stata svagata. Una fuga continua e io a correrle dietro sperando di farla rallentare, farla ragionare, farla respirare a volte. Come oggi: lei fatica a prendere fiato, rincorre le sue storie riempiendosi la bocca di parole, cercando di convincere me a continuare la corsa, anche fuori tempo massimo. Per me invece il tempo è diventato un animale mansueto: non devo più ingaggiare sfide, né lotte. Se ne sta rinchiuso nelle bacheche della direzione e si limita a scandire gli stessi orari, tutti i giorni uguali.
Alle sette e mezzo viene servita la colazione, nella sala comune, per socializzare. Alle nove c’è la distribuzione della posta, un appuntamento insignificante per me, che ricevo una sola lettera all’anno: quella della società elettrica del cimitero che mi chiede il pagamento della bolletta per la “Lux Aeterna” sulla tomba di mia madre. Una luce per tenere in vita un mucchietto di polvere ormai, che non riesco a farmi tornare in mente nemmeno la sua voce, persa nelle pieghe del mio cervello guasto.
Alle dodici e trenta arriva l’ora del pranzo, servito da premurose quanto frettolose inservienti che ci chiamano “nonnine”.
Nel pomeriggio ci si riposa o ci sono le attività, che vuol dire lavoro a maglia, cucito e lettura del giornale per chi ancora ha voglia di sapere cosa succede fuori di qui. Chi non ha voglia di niente, può inebetirsi davanti alla tv, che quella è sempre accesa, giorno e notte, nella sala comune. Alle sette tutti a cena, a prendere le pillole dall’infermiera e poi coprifuoco in camera, che domani è un altro giorno, se riesce ad arrivare. Io, come gli altri qui, sto bene così e non ho bisogno di imprevisti né di improvvisate.
Ora tu arrivi in mezzo a questa mia giornata, commossa e rossa in viso, a dirmi che diventi nonna e io devo fingere stupore; felicità addirittura. Io devo immedesimarmi nella tua gioia di nonna, immagino, così come ho fatto sempre, cercando di vivere anche un po’ della tua vita per dare un senso alla noia della mia. Ma oggi non me la sento. Improvvisamente il gesticolare delle tue dita inanellate, il tuo modo di far dondolare gli orecchini scuotendo continuamente la testa mi sembra ridicolo. A te torna utile: questo tuo nuovo ruolo ti fa ringiovanire all’improvviso; diventare nonna ti farà spostare un po’ più in là l’odioso destino di “vecchia”.
Io non sono madre e non sono nonna. Vecchia sì, soltanto vecchia: ecco quello che mi rimane. In fondo anche questo è un buon ruolo: infiniti vantaggi, sempre meno doveri, tanti privilegi. Avrei perfino la carta sconto per salire sui treni, se ancora avessi voglia di viaggiare.
Ma questi sono solo pensieri inutili. Taccio e lascio che sia Erminia a continuare il discorso. Così come è sempre stato. Lei parla della sua famiglia, della gente di Lentisco, di Giovanni e di Maria, di Gilda e di Antonio come se fossero ancora tutti vivi anche per me.
Erminia parla di corsi di ballo, gite di gruppo, bingo e tornei di burraco. Stordita da tutto quel fermento di parole e di orecchini, mi trovo a fissare una delle foto sul tavolino. È estate, giù alla marina vecchia. Ci siamo tutti, in bilico sul pontile. Anche io ci sono, ora come allora. Mi sento addosso uno sguardo dietro gli occhiali da sole. Forse è Antonio: sono giorni che mi ronza intorno. Do una voce a Maria, anche lei con le gambe nel vuoto, a guardare il mare. Scommettiamo con un cenno e un sorriso: io spero in silenzio che Giovanni si decida a sedersi vicino a me, a sfiorarmi con parole segrete mormorate all’orecchio. Ma lui rimane in piedi, lontano. Non si volta nemmeno. È insieme ad Armando, come al solito.
È questione di un attimo, o sono minuti interi. Poi il sangue torna lentamente al cervello e mi rendo conto che molti di quei giovani sono già scesi dal pontile.
Erminia invece continua a enumerare quelli vivi, che ancora fanno pranzi sociali, festeggiano nozze d’oro e organizzano tombole di beneficenza. La vita che racconta è un po’ come quella delle nostre ore di attività. Qui però è più facile, giochiamo a carte scoperte. Partite secche, senza punti, perché i pomeriggi sono brevi. Non potremmo sopportare le giornate lunghissime di una volta. Il giorno, si sa, è crudele con i vecchi. Non dà tregua. Non è stupido come la notte, che si lascia incantare dal Tavor.
Ma Erminia non sembra accorgersi dell’indolenza del mio sguardo, delle mani che tremano lente. Lei è concentrata sul suo raccontare incessante di fatti e persone a me estranee. Passa dai problemi della gravidanza di Anna ai suoi ricordi di giovane madre ansiosa, dal pranzo di domenica scorsa con i parenti ai possenti menu natalizi di una volta, quando Natale arrivava ancora in pompa magna. È un parlare a ruota libera, come per scappare dal silenzio che potrebbe lasciare spazio a una mia domanda inopportuna. Stai tranquilla, vorrei dirle, non rovinerò la tua rappresentazione con un’uscita fuori luogo. Ma lei non mi dà nemmeno il tempo di rassicurarla. Continua imperterrita senza prendere fiato.
Guardo verso la finestra, sembra ancora estate. Forse Erminia ha ragione: Natale non arriva più. I vetri sembrano sempre puliti male, sulla superficie restano righe di polvere a onde qua e là, intorno agli infissi si distinguono aloni opalescenti e zone d’ombra. Noi siamo abituati a guardare attraverso queste lenti e non ci fa impressione vedere gli alberi un po’ ondulati, le nuvole deformi, il sole smangiato. Sarà anche per questo che i discorsi di Erminia a un certo punto, anche se mi sembrano sghembi, non mi stupiscono più di tanto. Può anche essere un effetto dovuto al flusso del sangue che va e che viene e non fa lavorare il cervello come dovrebbe. Erminia dice che lei in realtà non potrà fare la nonna a tempo pieno come spera la figlia. Lei non potrà occuparsi del nipotino e non sa come dirlo a quella poveretta che vorrebbe avere una mano, almeno i primi tempi. Dice che da quando è vedova ha dato un nuovo senso alla vita e vuole essere indipendente, senza dover sottostare ai ritmi imposti da qualcun altro, tanto più da un neonato. Dice che non ha più tempo: adesso ha troppo da fare. E tutto per colpa di Armando. Ti ricordi di Armando? Quel ragazzo alto: il calciatore. Ti ricordi di lui?
Faccio fatica a calibrare la memoria: quella vicina, quella lontana, quella di medio raggio. Ragazzi non ne conosco di sicuro. Frequento solo vecchi. Ma il calciatore, quello c’è. È ancora su quel pontile, in quella foto. Ride. Helenio Herrera in persona lo ha notato. Andrà a Milano a giocare, lo porterà all’Inter. Diventerà famoso. Ormai è cosa fatta. La partenza è vicina. È così, con poche frasi accennate, che comincia lo sfottò. Tagliente come l’invidia, affilato come l’astio, insensato come il risentimento. Armando lascia la nostra squadra, abbandona gli amici, snobba il paese. Il pontile vibra di offese, sputi, insulti. Vibra della rabbia di chi è costretto a restare, dell’inquietudine di chi deve andare. Armando sa che senza di lui non vinceremo più il nostro campionato, eppure ha deciso di andarsene. Giovanni glielo rinfaccia aspro. All’improvviso non è più uno di noi. È un traditore. Giovanni insiste, si fa violento nelle parole, poi nei gesti, come non lo avevo visto mai. Erminia piange: è vero, sei un traditore, dice urlando. Antonio rincara la dose con un primo strattone. Vibra il pontile: sono spinte, calci, botte cieche. Il gruppo si fa branco feroce e in quel branco io, immobile con le gambe nel vuoto, guardo Armando cadere. Sbatte una, due, tre volte sui pali di sostegno e poi finisce giù, disarticolato come un fantoccio, nell’acqua che si fa roccia.
Il giorno si rompe, come le sue gambe, le sue vertebre, le sue ossa. Un povero paralitico, singhiozzerà sua madre, lanciando sguardi d’accusa lungo i caruggi muti.
L’immagine di quel volo mi attraversa il collo ancora adesso e si posa davanti agli occhi, nitida come se avessi la vista perfetta di allora.
Non è un ricordo: di quelli non ne ho più per fortuna. È un’apparizione, un’allucinazione forse. Di nuovo uno scherzo del sangue troppo denso, ma questa volta il flusso è incontrollato. Respiro. Erminia finalmente se ne accorge. Ferma il suo parlare, mi versa dell’acqua. Si capisce che non sa se restare o andare. Continua a spostare il peso da un’anca all’altra sulla sedia. Poi decide che la sua storia è più importante del mio affanno e va avanti senza più badarmi.
Ebbene, dice che in gioventù c’era stata una storia segreta tra lei e Armando. Naturalmente prima del matrimonio e prima del fatto del pontile. Così lei lo chiama: il fatto. Non disgrazia, nemmeno tragedia. È un accenno lieve, come se nessuno di noi avesse dovuto scontare per il resto della vita il peso opprimente di quel pomeriggio con un carico soffocante di rimorsi. Erminia continua la storia del suo passato come se io non lo conoscessi: racconta del suo matrimonio con Mario, della nascita della figlia e tutto il resto. Insomma, dopo mi sono fatta la mia vita, dice. Senza più pensarci su, sottolinea.
Ma ora Armando si è rifatto vivo. È stato con il nuovo telefono, continua Erminia, quello che manda i messaggi e anche le foto, se vuoi. Lui ha trovato il numero di lei non si sa come e hanno ricominciato a scriversi, come una volta.
Adesso si incontrano ogni sera, di nascosto si intende, perché lui non vuole farsi vedere in giro. Ormai abita fuori e non vuole incontrare nemmeno per sbaglio gli amici di prima. Erminia parla piano; io non sento bene, ma riesco a capire che lei crede sia rimasto un conto in sospeso tra i ragazzi del paese e lui. E non se ne capacita.
Ricordi quel giorno sul pontile? No, dico, non ricordo. Beh, meglio così, risponde lei. Comunque quel giorno per lui è cambiata la vita intera: a me lo ha confessato, sentenzia Erminia con aria esperta.
Nei miei occhi, solo per un attimo, lampeggia la certezza che quel giorno tutto sia cambiato non solo per chi è caduto, ma anche per chi ha urlato, spinto, sputato. Anche per me, che sono rimasta con le gambe a penzoloni, a guardare. Ma Erminia non fa in tempo a rendersene conto. Rossa a chiazze sul collo, smania per entrare nei particolari. Dice che passa ogni pomeriggio a preparare nuovi manicaretti, poi la sera lui arriva. Appare sulla porta con una bottiglia di vino rosso sotto il braccio. Stesso ciuffo biondo, stesso sorriso imbroglione. Entra senza chiedere permesso, con la sicurezza di chi è di casa. È lui che versa il vino, e finché non è finita la bottiglia non si alzano da tavola, ogni sera.
Erminia racconta tutto d’un fiato, poi d’improvviso si ferma, cerca il mio sguardo assente e mi dice a bassa voce, come se non fossi sorda: «Olga, lui si ferma fino al mattino, ogni notte!».
Io non vorrei ascoltare più. Il sesso geriatrico è troppo anche per me che qui dentro mi tocca sentirne di tutti i colori ogni giorno, tra vecchi assatanati e impotenti che non si rassegnano a trovare la pace, almeno dei sensi. Erminia però non molla: lei è con Armando sotto quelle lenzuola, in mezzo a baci, promesse e improbabili acrobazie. Immagino quel vecchio storpio che cavalca le ossa artritiche di lei, ma dopo un po’ tutto è troppo anche per la mia immaginazione deforme.
Fingo un improvviso colpo di sonno. La mia testa ciondola, chiudo gli occhi, cambio il ritmo al respiro, ma i miei sforzi non servono a niente. Mi arrendo. Immobile sulla mia carrozzina, le gambe sospese nel vuoto, resto a guardare.
Erminia, completamente dentro la sua storia, non è più qui.
