A seguito della nostra call Interno giorno, la classe di Apnea ’22/’23, insieme con la redazione e sotto la supervisione di Francesca de Lena, ha letto, selezionato e poi editato 5 racconti per la pubblicazione. L’autrice di Mani sporche è Giulia Zoratti: il suo racconto è stato editato dagli allievi editor Stefano Miniati, Daniela Pala e Francesca Morra.
Francesco smette di incrociare Nicoletta per le strade della città. Lui le scrive, vuole scoprire che fine ha fatto. Viene così a sapere che Nicoletta ha smesso di lavorare e di uscire di casa. La storia si svolge nella casa di lei, dove i due si incontrano e iniziano a confrontarsi sulle reciproche paure.
di Giulia Zoratti
Francesco non sa dove è casa di Nic, ma se la immagina una villetta a schiera con un quadrato di giardino, con dentro un cane di quelli piccoli. Hai cani?, le scrive prima di venire. No, non ho cani, risponde Nic, e in effetti se li avesse glielo avrebbe già detto, ma Francesco vuole essere sicuro.
Nic lo sa già che Francesco odia i cani, glielo aveva confessato durante una pausa pranzo. Lui lavora dall’altra parte della strada rispetto a dove stava lei, che era un negozio di toelettatura. Mi hanno morso da piccolo, le aveva detto – anche se non era vero, perché non lo aveva morso nessuno. A quel punto si era chiesto se Nic pensasse che lui era una persona fragile, piena di paure, di quelle che è più facile non invitare da nessuna parte perché ti causano un sacco di problemi. E invece lei lo aveva guardato negli occhi – come in profondità – e gli aveva detto che gli avrebbe fatto cambiare idea. Te ne dimentichi di quel cane, aveva detto. E come ci si dimentica di un cane che ti ha morso se quel cane non c’è mai stato? Ma a Fra piaceva raccontare quella storia, perché era una storia che permetteva alle persone di capirlo, se la racconti a qualcuno magari quello aggiunge pure che se fosse stato morso ce l’avrebbe anche lui la paura dei cani. Se invece gli dici che è una cosa nata tutta dentro la tua testa, be’ nella tua testa non ci entra nessuno.
Alla fine la casa di Nic non è come pensava Francesco ma un appartamento al terzo piano, i muri scrostati lungo le scale, l’odore pesante del cibo cucinato dai vicini che gli si appiccica addosso. Trattiene il respiro, suona il campanello e vede Nic affacciarsi ansiosa dalla porta socchiusa, sussurrando che sarebbe stato meglio se avesse scritto un messaggio per entrare, al posto di fare tutto quel casino. La gente parla.
Quando entra Fra le domanda che fine hanno fatto i suoi, giusto per capire se può stare tranquillo o se si deve vedere spuntare da qualche parte gente che non conosce. Lei gli dice che vive da sola con sua mamma, la Laura. Da quel momento in poi la chiama solo così. La Laura è ammalata, oggi è in ospedale che fa la terapia.
È stata male un po’ alla volta, che non ce ne siamo nemmeno accorti, e poi subito si è programmata l’operazione – pausa – quasi subito, ha perso prima trenta chili se no i chirurghi neanche la prendevano, e solo per dimagrire ci son voluti quasi due anni.
Deve essere stato uno schifo, dice Francesco.
Uno schifo, sì, poi quando è arrivato il momento dell’operazione ho dovuto mollare il lavoro, perché se no chi si prendeva cura di lei?, fa Nic, e si guarda attorno, impaziente, incazzata, con un gesto un po’ teatrale, che non è da lei.
E adesso come sta la Laura?
Quella è di ferro! dice Nic, e con le nocche batte due tre volte sul tavolo, come a far capire che la Laura non la butta giù nessuno. Pare così scema a far quel gesto che Francesco si chiede se non stia imitando qualcuno, tipo uno che vuole convincerla che sua madre vivrà ancora tanto.
Nic gli propone di bere un caffè. Va nel cucinino e prepara la moka. Lui aspetta in salotto, seduto su un divano a disegni floreali.
E ora cosa fai?, le chiede giusto per non stare zitto.
Be’, faccio la baby sitter, gli risponde lei con una voce che si sente appena. I miei cugini ne avevano bisogno, ne avevano già una prima di me, una che faceva il liceo.
Ma ti pagano?, chiede Francesco, che pensa subito che quella domanda non gliela doveva fare. Lei però non fa una faccia strana, risponde anzi come se le parole le conoscesse già a memoria – un po’ mi pagano, sì, ma meno di quella del liceo, comunque sono parte della famiglia e di solito queste cose si fanno gratis, vabbè.
Francesco annuisce. Vabbè, dice anche lui.
Quindi sono i tuoi cugini che vengono qui o sei tu che vai a casa loro?, chiede, non tanto per farsi i cazzi suoi, piuttosto vuole capire se si schioda mai da quell’appartamento con finestre che non ci passa nemmeno il sole perché davanti c’è un grattacielo che si prende tutta la luce.
Li portano qui, dice Nic mentre versa il caffè in due tazzine.
A Francesco viene il dubbio che lei di casa non ci esca proprio più.
La conversazione non funziona come quando la sera uscivano dal lavoro e prendevano il bus verso il loro quartiere. Lei gli raccontava di ogni cane che aveva lavato, elencando tutti i nomi delle razze. Fra si inizia a chiedere se alla fine ne sia valsa la pena, di essersi sbattuto ad andare fin lì. Gli manca la Nic con la voce alta, quella che si faceva sentire chiara e tonda anche in mezzo alla gente all’ora di punta. Si ritrova con la tazzina bollente in mano e aspetta che Nic si decida a dirgli cosa ne è stato del lavoro che le piaceva tanto – o abbastanza, come diceva lei – e della felpa rosa che aveva come uniforme. Se quella felpa è ancora da qualche parte in casa, magari che aspetta di essere lavata, o se è già stata restituita, perché Nic sa che al lavoro non ci andrà mai più e quindi l’uniforme sicuro non le serve. E pensare a quella felpa gli fa subito pensare di togliergliela – suo pensiero masturbatorio ricorrente – ma guarda Nic e capisce che non è ancora quello il momento, allora si distrae con quello che c’è sul tavolo, dei libri per il test d’ammissione a Medicina. Non gli aveva detto che ci stava provando. Se la immagina trovarsi uno di quegli studenti/dottori come fidanzato, e gli viene voglia di tornare a casa.
Vuoi fare l’esame? le chiede indicando gli appunti. E vorrebbe aggiungere che a Medicina ci entra chi ha il tempo per studiare, e non chi deve stare dietro ai cani, ai bambini o alla Laura. Ma poi queste parole decide di tenersele in testa.
Mmm sì, risponde lei.
Non avevano mai parlato del futuro. Francesco aveva sempre pensato che dai vent’anni fino alla pensione Nic avrebbe lavorato nel negozio dei cani, e lui nell’azienda dall’altra parte della strada. Questo fino a quando non sarebbero diventati troppo vecchi, e poi niente.
Avevi detto che mi avresti aiutato tu con la mia paura, dice Francesco, lo avevi promesso. Ci butta alla fine una risatina, vuole che sia chiaro che è ironico, che sta scherzando, ma non sta scherzando per niente.
Cosa?
Con la paura dei cani. Ma se ora te ne vai.
Nic punta gli occhi sul fondo della sua tazza. Pensavo che ti fosse passata, sai? Non ti ricordi quando abbiamo lavato insieme quella rottweiler, quella che faceva paura a tutti perché il padrone di prima l’aveva maltrattata e dicevano che se gli girava male era capace di strapparti tre dita in un colpo?
Sì, le ho fatto lo shampoo, risponde Francesco.
Sì, le hai fatto lo shampoo, fa Nic.
Ma funzionava che la mia paura scompariva solo quando c’eri tu. Se fossi uscita dalla stanza non ce l’avrei fatta.
Nic lo guarda supplicante. Sembra pensi qualcosa del tipo, anche tu? Anche tu con questo bisogno di me? Ma a Francesco non sembra di essere stato un peso, era stata lei a promettergli un aiuto, certo era passato del tempo, ma era stata lei a dirgli che gliel’avrebbe dato. Io non ti devo niente Fra, sembra invece stia pensando adesso.
Sembra volerglielo dire, ma non lo dice, e non alza gli occhi dal fondo della tazza.
Dov’è la vecchia Nic che lo inchiodava, che lo metteva al muro e a volte lo zittiva, a volte lo lasciava senza parole? Gli occhi di quella vecchia Nic sono ancora lì, la pelle chiara e delicata, tutto ciò che di lei si può prendere e toccare, quello è ancora presente. Forse si può ancora tornare indietro, a quando gli aveva tenuto la mano e insieme avevano accarezzato la sua paura.
Francesco si sposta più vicino a lei sul divano a fiori. Le piccole foglie disegnate tracciano un percorso che li unisce, interrotto solo da un paio di grosse macchie, la disattenzione di qualcuno. Ora sa che Nic se ne vuole andare via, perché in effetti nella loro città Medicina non c’è. Magari vuole diventare dottoressa perché è stufa di non capirci niente dei farmaci da dare alla Laura. O forse invece non la sopporta proprio più, la Laura, e vuole andarsene abbastanza lontano da vederla solo un weekend ogni tanto. Ma mentre lei gli appoggia una mano sulla gamba gli vengono in mente un sacco di domande, la prima delle quali è: come crede di studiare in un’altra città se non riesce nemmeno a uscire di casa?
Mentre si baciano – lei sussulta solo un pochino perché in verità se lo aspettava – pensa che vorrebbe farle capire che si sta comportando da stupida. Da quanto è che non esci?, vorrebbe chiederle. Avrebbe voglia di trascinarla di fuori, se necessario prenderla per i capelli – per il suo bene – e farle vedere che può ancora uscire di casa ogni volta che vuole. Mi hai guarita, sono libera, siamo fuori!, direbbe lei, e lui le risponderebbe che può trascinarla fuori , ma tutti i passi dopo deve farli da sola. Vorrebbe essere per lei quello che è stato suo nonno per lui. Il nonno aveva questo pastore tedesco che quando lui era piccolo gli saltava addosso ogni volta che entrava in giardino. Lo faceva cadere tutte le volte e tutte le volte lui finiva con la faccia a terra, le mani nel fango, e sempre si sentiva ripetere dal nonno che se non imparava ora ad avere a che fare con gli animali allora non avrebbe imparato mai, e sarebbe stato un guaio perché anche le persone alla fine sono animali. Una volta Francesco è caduto così male che gli è uscito un rivolo di sangue dal naso, e suo nonno gli ha detto che era stato uno stupido a lasciare che il cane saltasse in quel modo, senza controllo, perché se voleva imparare a stare con gli animali doveva imparare per prima cosa come non farsi male. A Francesco sembra che a Nic manchi qualcosa del genere – qualcuno che le insegni, che le apra gli occhi, che le sporchi le mani – ma poi gli viene il dubbio che a lui le parole di suo nonno non sono servite poi così tanto, e non gli è nemmeno chiaro se Nic non esce più perché si preoccupa di cosa può succedere fuori o di cosa può succedere dentro. Tipo non sa se Nic ha paura che un’auto la travolga quando attraversa la strada, o se invece ha paura che la Laura si tiri su dalla poltrona e cada e non si rialzi più.
A un certo punto Nic lo invita ad andare a letto. Lo accompagna in un corridoio. C’è una porta aperta, camera sua, e lui ci entra, ma no, lo corregge lei, andiamo nel letto della Laura che ha il matrimoniale. Lo vede stranirsi e gli dice guarda che ho appena cambiato le lenzuola. Entrano nella camera della Laura e sa di sapone di Marsiglia ma sa anche di disinfettante. C’è un grande letto con la testiera e i comodini dello stesso legno scuro, che ha un’aria vecchia, Francesco non sa se è tarlato per davvero o per finta come fanno nei mobili di adesso, e sul comodino ci sono dei centrini di pizzo, un poco gialli, con sopra tanti flaconi di farmaci, pillole e cotone. Non sembra il posto giusto per farlo ma Nicoletta inizia a slacciargli i pantaloni, e quando lei gli prende il cazzo, la prima cosa che lui pensa è che non ha mai incontrato una ragazza con le mani così ruvide. Lei è come se gli leggesse nel pensiero e gli dice che è lo shampoo dei cani, che le ha seccato tutta la pelle e ancora non è guarita. Sì che aveva i guanti, ma alla fine non li usava perché stava più tempo, e poi non le faceva schifo anche senza. Ricominciano. A nessuno dei due sembra strano parlare di qualcosa random tipo delle sue mani, o scopare alle tre del pomeriggio. Lui si era immaginato che lo avrebbero fatto di sera, in compagnia di una bottiglia di grappa trafugata dall’armadio in salotto, la abat-jour spenta, e a illuminarli solo il lampione che brilla fuori dalla finestra. E invece c’è il sole, che non risparmia neanche un difetto: Nic sembrava perfetta quando era vestita, ora si vede la pancia un po’ sporgente che poggia sui fianchi larghi. Francesco non sa bene cosa risponderle quando lei si toglie maglia e pantaloni e gli chiede se gli piace quello che vede. Nic aspetta una risposta lì di fronte a lui – nella forma più sensuale di una donna, lingerie – e sa che da lì è tutta discesa, perché dopo non le resta che scoprirsi del tutto, nessun reggiseno a regalarle mezza taglia in più, nessun centimetro di pizzo tra la sua pelle e quella di qualcun altro. E lui invece un po’ si scazza, e si chiede cosa stia cercando Nic, se vuole qualcuno con cui scopare o qualcuno che le faccia i complimenti. E non ci è mai arrivato che di fatto Nic sta cercando entrambe le cose, perché se stai tutto il giorno sul divano a fiori le possibilità di sentirsi un po’ umana sono poche, e per essere umani serve pure scopare, e pure qualcuno che ti dice che gli piace quando ti vede. Lui risponde che è bella, ma quello che vorrebbe dire è che non importa.
Le toglie le mutande. Iniziano a scopare. Poi mentre lo fanno lui con una mano urta il comodino, e da lì subito cadono tutti i flaconcini di pillole e vanno sulla moquette. Le chiede scusa mentre continua, o almeno ci prova, perché si sente uno stupido, e quelle medicine gli fanno pure schifo, non hanno la solita apparenza sterile, sembrano appiccicaticce, e mentre cerca di capire se la mano gli è rimasta invischiata in qualcosa sente l’erezione che se ne va, quindi per riuscire a venire chiude gli occhi e inizia a pensare di essere da un’altra parte.
Quando finiscono li riapre e non dice niente. Lei sta un altro po’ zitta ma poi ricomincia a parlare della Laura, che in realtà potrebbe già camminare da sola ma cammina poco e solo con il girello. Prima cammina meglio è, dice. Francesco è stufo di sentire parlare della Laura e allora va in bagno. Butta il preservativo nel water e si siede sulla tavoletta. Aspetta che gli venga da pisciare. Davanti a lui c’è una confezione di pannoloni per adulti – è sempre Nicoletta che fa quel lavoro? Sa già la risposta e si inizia a pentire di una serie di cose, tipo di essere stato in quel matrimoniale.
Anche Nicoletta va in bagno e si toglie le lenti a contatto. Dice che le danno fastidio. Non si mette gli occhiali perché non le interessa, non c’è niente da vedere nel suo appartamento.
Il letto alla fine fa un po’ schifo a tutti e due e allora non ci tornano, si vestono e vanno sul divano e lui prova a dire, così come se non gli interessasse, ma com’è che non esci più? Francesco odia che le cose che gli interessano deve sempre dirle come se non gliene fregasse niente, se no sembrano troppo serie e la gente non gli risponde. Lei invece risponde e gli fa: immaginati di sapere che c’è un grosso cane che ti potrebbe attaccare in qualsiasi momento, ma non sai bene quando. Lui resta zitto. Sono le cinque e mezza. Nic guarda l’orologio e fa una voce più preoccupata di quello che servirebbe, dice che tra poco la Laura finisce la terapia. Francesco lo sa che non c’è nessun bisogno che lui se ne vada di fretta, però capisce, ormai è ora di andare. Non si baciano quando si salutano perché sembra troppo, e lui non vuole sembrare quello fissato. Si infila la giacca, esce, va alla fermata del bus.
Mentre aspetta si domanda se ci siano molti altri ragazzi che fanno cadere le pillole della Laura sulla moquette. E quanti di questi guardando i libri per il test di Medicina si chiedano in quale città andrà Nicoletta. Arrivato a casa si svuota le tasche. Un paio di monetine da due centesimi e la foto che voleva dare a Nic. Era stata tutto il tempo in tasca, con lui che si chiedeva chi dei due dovesse tenerla. In foto ci sono loro con la rottweiler ancora piena di schiuma. Sembrano una di quelle famiglie felici con il cagnolone, ma in una versione punk e senza figli. Si vede Nic guardare fisso l’obbiettivo. Forse ora fa quello stesso sguardo con altri ragazzi? Francesco fa una doccia per togliersi l’odore di disinfettante di dosso. Ma no, Nic ha chiamato lui perché non ha nessun altro. La casa è libera solo una volta a settimana quando la Laura fa la terapia elei è sempre chiusa lì, china sui suoi libri, a sognare di poterne uscire, ad aspettare Francesco che le ricorda di essere anche un corpo.
Francesco apre WhatsApp. Guarda la chat con Nic ma non gli viene in mente niente. Mette il telefono in tasca. Appena posso le scriverò, pensa. Poi va in camera da letto, prende quel libro dal comodino, quello che sono anni che sta lì aperto a metà, e che non riesce mai a trovare il tempo per concludere. Ci infila la loro foto come segnalibro. Ripensa alla pelle di Nic, ruvida, calda.
