anatomie, scrittura e lettura
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Grugnire via la fatica. Tra i boschi con Thoreau, i Beatles e il partigiano Johnny

di Giacomo Faramelli

Nel 2018 ho camminato per seicento chilometri, ho accumulato decine di migliaia di metri di dislivello, quattro o cinque stiramenti, una manciata di crampi, innumerevoli momenti di stupore e meraviglia: mi sono perso una quantità di volte, ho camminato a fianco dei cinghiali, seguito le tracce dei lupi, ammirato caprioli e cervi, guadato fiumi gelati a piedi nudi. Le gambe infiammate, i polpacci duri come i sassi sotto le suole delle scarpe, la schiena rigida, gli zigomi affilati dal vento, i capelli fradici e di pioggia e di sudore. Certe volte sento i polpastrelli delle dita pulsare, come se vivessero di vita propria, dieci estranei senzienti, capaci di leggere i vuoti d’aria intorno a loro per poi decidere dove andare: salire ancora più in alto, inoltrarsi nel fitto del bosco, costeggiare il campo di granturco battuto, tornare verso casa. Lungo il sentiero, sotto i rami dei lecci o tra i sassi delle cime comanda il corpo.
Seicento chilometri su e giù per la schiena di Pen. È il primo dio che ha abitato l’appennino. Doveva essere un bel tipo se alla fine gli hanno dedicato la spina dorsale del nostro paese, ma in nessuno dei miei sbandamenti sciancati dai troppi bivi ho mai incontrato questo o altri dèi. Eppure il cammino è un pegno di devozione vecchio di migliaia di anni, cammini sacri sono stati tracciati per generazioni in ogni angolo del globo, offrire la fatica del corpo per il raggiungimento di una meta, ideale o terrena. In fondo le Vie dei Canti raccontate dall’immaginifico Bruce Chatwin non sono appannaggio dei soli aborigeni. Donne e uomini intessono da sempre la trama del mondo camminando e raccontando, corpi e menti racchiusi in un gesto elementare, primitivo, proprio per questo tanto più forte quanto più isolato, solitario, disperato perfino. A onor del vero sono stonato e spesso, più simile a un ragazzetto di campagna uscito da un racconto di Fenoglio, mi limito a grugnire via la fatica o bestemmiare stretto tra i denti quando non riconosco un pendio, una svolta, il numero di un sentiero.
Seicento chilometri non sono molti. Sono tantissimi. Dipende da chi sta leggendo, da quanto sia abituato a percorrere distanze a un ritmo blando, fatto per lo stupore e la convivenza con gli elementi naturali, il freddo becco e il caldo schifo, un ritmo piacevole pur se pieno di una fatica ottundente. Ecco, è questa fatica, un radicamento nel tempo presente fatto di respiri stretti e muscoli tesi – i sensi acuiti dal contatto con la natura –, un lavoro fisico che cerco come una forma di meditazione, il momento in cui il mio corpo si affranca dalla mia mente e la stanchezza non può avvicinarmi. Dovrei essere pronto a dire, come Walden «Ecco questo esiste senza possibilità di errore», alla natura che mi circonda.

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foto di alexander milo

«Walden? È il White Album degli amanti dei boschi e dei sentieri.»
È così che l’ho spiegato a dei tizi che mi chiedevano dei miei giri solitari. Non mi è mai piaciuto troppo Thoreau, la sua furia individualista e il suo fanatico rigore a stelle e strisce. La mia solitudine viaggia tra il mistico e lo scoglionato, in equilibrio precario tra il bisogno di scantonare lontano dagli altri e la ricerca di un segno qualsiasi, fosse anche la rigogliosa digestione di una vacca spalmata sulla suola delle mie scarpe. Eppure Walden resta lì sullo sfondo, monolitico. Come l’album dei Beatles (o come i Beatles stessi). Puoi anche non averlo mai ascoltato ma prima o poi quando suonerai rock ’n’ roll, ti troverai a consumarlo. C’è Walden persino nel corpo denutrito di Chris McCandless, il giorno in cui lo trovano morto di stenti e inedia in un bus abbandonato in Alaska. C’è finito anche perché influenzato da Thoreau, dal fanatismo della sua visione, in cui il corpo, dunque l’uomo, immerso nella natura, ritorna al grado primo di purezza, capace di ritornare in armonia con l’ambiente che lo circonda, per vivere una vita composta dalle poche cose essenziali. Quali? Non lo so. Ho provato a chiederlo a un’oca selvatica (in Walden c’è un elogio di questo animale che suppongo sia stato dettato dalla fame) ma non ho avuto risposta.
In fondo Walden dà slancio a una spinta interiore che parte più dal corpo che dalla nostra mente.
Quando ho cominciato a camminare davvero, lanciandomi in giri sempre più lunghi che potevano durare pomeriggi se non giorni interi, ero a pezzi. Fisicamente intendo. Bevevo quasi tutte le sere, fumavo molto, dormivo e mangiavo allo stesso modo: poco e male. Il primo sentiero è stato un incubo, eppure erano le mie gambe a chiederne ancora, era il mio corpo ad allontanarmi, non solo fisicamente, da quello che mi portavo dietro. La fatica che stordisce lungo il cammino trascinandoti oltre i chilometri che stimavi di poter percorrere, una collina dopo l’altra, verso un orizzonte diverso, dentro e fuori. Cavoli, sputare il fegato tra i denti non è mai stato così bello.
C’è Una questione privata dove Milton, giovane partigiano, corre tra boschi e colline delle Langhe alla ricerca di un fascista da scambiare per riscattare Giorgio, amico e rivale in amore. In tutta la storia, magistralmente portata sul grande schermo dai fratelli Taviani c’è un co-protagonista: il passo di Milton, che, «perfettamente conscio della solitudine, del silenzio, della pace, ancora correva, facilmente, irresistibilmente» verso l’ingresso di un altro bosco, tra i fossi e le colline sopra cui scappare. Milton percorre ogni lembo delle Langhe rimbecillito dalla fatica e dall’amore (mi ricorda qualcuno, ma chi?), il suo corpo è magro, macilento per la vita partigiana e per via di quel passo febbrile, come un’agitazione seminata sulle salite o dietro ai tornanti.

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foto di tom van hoogstraten

Si torce il corpo fino a domarlo lungo la strada, lo si porta allo stremo per un premio. La scoperta nitida del significato ultimo delle cose, un pegno di amore o una preghiera – pure una bestemmia per certi popoli chiusi tra le valli a forma di fosso –, per nascondere alla nostra parte razionale la fatica, più di tutto si cammina per acuire i sensi nello stupore e nella meraviglia, infondere nuova forza al modo in cui il nostro corpo percepisce il mondo attorno a noi. Come descrive in poche semplici righe Mario Rigoni Stern:

Vorrei che tutti potessero ascoltare il canto delle coturnici al sorgere del sole, vedere i caprioli sui pascoli in primavera, i larici arrossati dall’autunno sui cigli delle rocce, il guizzare dei pesci tra le acque chiare dei torrenti e le api raccogliere il nettare dai ciliegi in fiore.

Eppure c’è un prezzo da pagare:

I miei brevi racconti non parlano di primavere silenziose, di alberi rinsecchiti, di morte per cancro, ma di cose che ancora si possono godere purché si abbia desiderio di vita, volontà di camminare e pazienza per osservare.

Desiderio, volontà, pazienza. Tre requisiti fondamentali da instillare nel corpo passo dopo passo.
Un modo per sfuggire al battito scomposto del cuore quando il bosco infoschito si riempie di ombre, o la strada è sconosciuta. Quando caligantem nigra formidine lucum Ingressus, il bosco oscurato dalla nera paura ci riporta all’istinto, in un luogo in cui corpo e natura tornano a essere, senza nessuna volontà filosofica ma per puro istinto animale, una cosa sola. Ogni passo, quando fa male, quando non ce n’è più o la salita non finisce, ti scuce dentro, in profondità, nel buio: eccola lì, la bestia, l’ombra nera ai margini del campo visivo, oltre il punto in cui i tronchi degli alberi diventano un muro, arriva per te.
Eppure non possiamo fare a meno di continuare a camminare. Di sentire le gambe piantarsi a terra, i muscoli della schiena incordati dalla gravità, il naso freddo o la fronte scottata. Il corpo vivo, vissuto in relazione alla prima prova dell’uomo nel mondo: il bosco, il cammino, con il desiderio stampato a ogni passo che tutti possano somigliare almeno un poco agli sherpa che

Non riescono a star fermi, e nella terra degli sherpa, ogni pista è contrassegnata da cumuli di sassi e bandiere da preghiere, messi lì a rammentare che la vera casa dell’Uomo non è una casa, ma la Strada, e che la vita stessa è un viaggio da fare a piedi.

foto di copertina di emile seguin

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