analisi e critica, non prenderla come una critica
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Non prenderla come una critica – “Il buio a luci accese” di David Hayden

di Luigi Loi

Il telescopio

Il sole illumina tutto: soltanto grazie a lui possiamo osservare il mondo. Ma a pensarci bene è proprio la luce del sole a nasconderci (a rubarci) la vista delle stelle, e qualcosa vorrà pur dire. Allo stesso modo quando la prosa ruba alla realtà siamo portati a giustificare la rapina in simbolismo e allegoria. Il buio a luci accese di David Hayden (Safarà editore, traduzione di Riccardo Duranti) ruba sistematicamente alla realtà, e infatti questi diciannove racconti sono la spiegazione naturalistica e non allegorica di come funzioni davvero questa refurtiva quando la si osserva da vicino: «siamo proprio sulla soglia e io allungo una mano in cerca dell’interruttore, ma May poggia la mano calda e delicata sulla mia, e dice: è più buio a luci accese» (Il buio a luci accese, p. 166).

Lo stile di Hayden è congruente con questa impostazione narrativa, la stessa di Testi per nulla di Samuel Beckett. Ma settant’anni non passano invano, cosicché si parte da quell’esempio, per spostare in avanti il focus, verso le stelle: il telescopio di Hayden presenta tante dimensioni diverse (e contraddittorie) quanti sono gli zoom di avvicinamento al cielo. Ci sono le pedanterie degli apologhi illustrati per bambini, dove uno scoiattolo di nome Maximilian Liebowitz tiene a precisare «io non sono un nano travestito. Sono uno scoiattolo autentico». Ci sono le tonalità della fiaba mostruosa alla Grimm, quando durante la cena di gala, tra una portata e l’altra, arriva il piatto forte:

Dal grande piatto si levava un sibilo alto e costante e anche un denso intreccio di odori: lana strinata, grasso rancido, urina e altri escrementi caldi e l’acre puzzo chimico del sangue. I portatori si allontanarono dal tavolo. Sul vassoio c’era il cadavere annerito e fumante di un uomo (Il buio a luci accese, p. 50).


La libreria

Una grande intuizione di Beckett è stata quella di azzerare la differenza tra interno ed esterno, tra rappresentazione e mondo per dirla con Schopenhauer, idea che suonava ancora scandalosa per la mente del Novecento: in Beckett la società è una copia plurale dello stesso disordine che patisce l’individuo, e fare un discorso individualista (indubbiamente la nostra specialità culturale) equivale a farne uno collettivo. Hayden nel nuovo secolo, salite le spalle del gigante irlandese, ha l’agio di contemplare l’immensa libreria del ventesimo secolo. Lì convivono pacificati (e storicizzati) coppie di singoli opposti: Borges e Hemingway, Pynchon e Pessoa, Kafka e Fitzgerald. In questa libreria c’è uno scaffale per la fantascienza e uno per la storia, così che possano coesistere armonici Bradbury e Churchill. Di più: nella stessa libreria c’è persino lo spazio per diversi media: dalla musica al cinema.

In effetti tutte le librerie rappresentano l’essenza di tutti i labirinti, e lo schiacciarsi concentrico delle pareti su sé stesse – sempre più fitte di titoli e generi – servono una doppia funzione: isolare e contemporaneamente proteggere l’individuo dalla collettività. Quindi la società si può interpretare e accettare soltanto come frammento (o genere). Se una tesi esplicita c’è in questa raccolta di Hayden, essa è mostrare quanti frammenti convivano senza gerarchia nella libreria mondo: il kafkiano, il futuristico, il melodramma, l’indagine, la gag:

«So una cosa che ben pochi conoscono. Nel mondo sono ancora nascoste piccole occasioni di magia: i libri… i libri sono un incantesimo. Non nel modo che la gente immagina. Non nel senso di veicoli verbosi di gioia elaborati da scrittori instancabili, ma in senso molto specifico e universale. Quando muori – appena muori – rinasci nel mondo dell’ultimo libro che stavi leggendo prima della… dipartita. So benissimo che non mi credi e non mi aspetto certo che tu mi creda, ma – siccome mi sei simpatico – volevo avvisarti. Cosa stai leggendo in questo momento?»

«Contabilità amministrativa per principianti della finanza… mi serve per lavoro».

«Peccato!» (Il buio a luci accese, p. 154).

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La barzelletta spiegata

C’è un aneddoto immortale che fotografa impietosamente Alberto Moravia: pare che un giorno pranzando assieme a Raffaele La Capria, i due commentassero lo strano sapore di castagne del pesce.

Moravia affermò senza fare una piega: «Per forza, si chiama pesce castagna».

Anche Hayden soffre di questa patologia: vuole spiegarci le barzellette.

Si noti allora questo passaggio, sebbene riuscitissimo: c’è una pistola, svuotata di senso, persino del suo essere un simbolo d’offesa (non sa più essere nemmeno la pistola di sapone di Woody Allen in Prendi i soldi e scappa); e anche il potere del sindaco è fuor di metafora, semplice aria compressa:

 

Mi si avvicinò un poliziotto, dal corpo tarchiato ricoperto da un’uniforme nera troppo grande per lui, la pistola, un pezzo di liquirizia sudata. Un signore magro, che indossava un vestito grigio-argento e aveva la faccia di un cane scorticato, lo spinse via. «Io sono il sindaco». Fece un sorriso che non riuscì a coprirgli l’intera faccia. «Le è permesso ammazzare chi vuole tranne…». Lo afferrai per la gola e strinsi una sola volta. Il sindaco scoppiò afflosciandosi a terra. Il poliziotto s’inginocchiò per baciarmi la mano insanguinata. (Il buio a luci accese, p. 63).

Il gioco è piacevole, ma non riesce sempre: il mago non può ostinarsi a far uscire soltanto elefanti dal cilindro. Hayden dimostra la stessa pedanteria di Moravia, la stessa volontà ossessiva di spiegare il buffo, o peggio, sembra voler trovare, a tutti i costi, nella metafora il piano ortogonale della realtà. Questo problema ha a che fare naturalmente con l’orizzonte entro cui si muove questa raccolta di genere fantastico. Tuttavia Il buio a luci accese non si limita a essere un indizio storico, a rappresentare un perfetto esemplare del weird, ma è pieno di forza romanzesca nonostante in questo universo narrativo personaggi, oggetti, morale e atmosfere abbiano la stessa forza gravitazionale. Hayden è quindi un autore della realtà ostile (è in buonissima compagnia, anzi è nella maggioranza), ma sa riscattarsi come pochi grazie alla sua invidiabile curiosità per lo scherzo.  

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