analisi e critica
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La cinquina finalista del Premio Campiello: un giudizio parziale

AVVERTENZA: i giudizi contenuti in questo articolo sono formulati sulla base della lettura di poche decine di pagine per singolo libro, pertanto sono parziali e rivedibili. Allo stesso tempo, trattandosi di analisi fatte su un particolare momento del testo letterario generalmente definito ‘attacco’, sono giudizi consapevolmente circoscritti, dunque completi e verificabili. Venti pagine sono poche per una valutazione definitiva, ma abbastanza per un giudizio parziale.


La vita dispari (estratto) – Paolo Colagrande, Einaudi 2019

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TRAMA: Buttarelli è scomparso. Al narratore tocca ricostruirne la vita a partire da fonti a lui vicine: Vilmer Gualtieri, lo zio inattendibile, fumatore incallito e raccontafavole; i fratelli Landemberger, gli spilorci proprietari di un tabacchino di paese.

A PRIMA VISTA: raccontare senza soluzione di continuità non allarga i confini di una storia, ma li restringe. Colagrande scrive spesso una frase di troppo. Quando è sul punto di completarne una e trasmettere il senso di un percorso arrivato a termine, si avvita in un fracasso di subordinate e chiude un po’ in affanno. È chiaramente in grado di sostenere uno stile del genere, ci sono dei passaggi così arguti da rasentare la genialità, ma le cadute arrivano quando il ricco eloquio ha come fine la creazione di un ritmo, non di una storia. La vita dispari rischia di essere il racconto di un narratore prevaricante, eccentrico, che si sforza di dare colore alla scrittura trascurando i personaggi.

CI CONVINCE: l’intelligenza e l’arguzia di un narratore incontenibile possono incontrare il gusto dei lettori languidi, sornioni, desiderosi di una storia che ne stimoli la perspicacia.

NON CI CONVINCE: l’ossessione per il controllo formale può finire per oscurare il contenuto, svuotando una storia che ha le premesse per diventare avvincente.


Madrigale senza suono (estratto) – Andrea Tarabbia, Bollati Boringhieri 2019

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TRAMA: Igor Stravinskij scrive una lettera al professor Glenn Watkins, membro del dipartimento di musica di un college americano, per spiegare come e perché si è innamorato della musica di Carlo Gesualdo principe di Venosa, compositore di madrigali vissuto tra XVI e XVII secolo. Nonostante la sua musica sia considerata difficile da eseguire, vuole restituirne la bellezza attraverso la composizione di un Monumentum pro Gesulado da Venosa ad CD annum in onore di una musica che «viene dal paradiso».

A PRIMA VISTA: l’uso sapiente della punteggiatura non solo aiuta a scandire il ritmo, ma fa miracoli anche nella gestione del registro. Lo stile della lettera di Stravinskij è colto ma vivace, sofisticato ma mai pedante. Tarabbia riesce a tenere unite complessità e leggibilità grazie a un controllo notevole dei due punti: quando i periodi si arrampicano su vette troppo alte, intervengono come fendinebbia. C’è un problema, però, nella successione di alcune sequenze. Ci sono troppi fuochi in questa lettera. Tre personaggi (una scimmia, una foca e una domestica ucraina) la aprono, ne orientano il senso, catturano l’attenzione, poi scompaiono senza motivo, senza assumere una precisa funzione narrativa. Si resta spiazzati: il tema portante della lettera cambia pagina dopo pagina e questo continuo salto tra un fuoco e l’altro depotenzia l’attacco del romanzo.

CI CONVINCE: basato su fatti e personaggi reali è un romanzo il cui interesse documentario può essere già abbastanza per un lettore che ha familiarità con l’argomento. In più si tratta, a giudicare dalla lunga lettera introduttiva, di un romanzo a più voci, piacevole da attraversare per cogliere le sfumature dei punti di vista.

NON CI CONVINCE: i problemi di gestione delle linee narrative vengono fuori già dalle prime pagine e c’è il rischio che caratterizzino l’intero romanzo.


Lo stradone (estratto) – Francesco Pecoraro, Ponte alle grazie 2019

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TRAMA: un uomo cinico e disilluso osserva lo ‘stradone’ dalla palazzina dove vive da più di vent’anni. Osserva gli esseri umani che lo popolano come cumuli di intelligenze spente in un formicaio. La Città di Dio («decadente metropoli che assomiglia molto a Roma» stando alla quarta di copertina) è il teatro di questa vita brulicante. Tutt’attorno allo stradone ci sono i resti di una civiltà in decadenza, tangenziali, ponti e ferrovie che promettono di crollare e che sono l’unica cosa reale in un mondo «falso-vero».

A PRIMA VISTA: è l’opposizione continua tra alto e basso, tra accademia e popolino, la caratteristica dello stile del nuovo romanzo di Pecoraro. Si passa da «presenze umane diacroniche» a «purma daa Squadra», da «visione del reale contemporaneo» a «Na fitta forte ar fianco». Diegesi contro mimesi. Quando racconta Pecoraro fa l’antropometria degli abitanti della Città di Dio, ripercorre la storia del Novecento osservando i sue effetti al microscopio; quando mima il parlato, invece, parodizza. Non ha intenzione realistiche, è un’imitazione caricaturale. Andando avanti con la lettura ci si rende conto di un altro aspetto: anche quello che a un primo sguardo può sembrare un uso convinto del lessico accademico finisce per generare una seconda, forse involontaria, parodia. Nel contrasto con la prosaicità cavernicola del parlato il tecnicismo a tratti si svuota, sovrainterpreta una lunga serie di cose minime. Nel testo ci sono considerazioni storiche e sociali acutissime, ma spesso sono sorrette da uno stile che va troppo in basso dopo essere andato troppo in alto. Il motivo sembra essere il timore di scoprirsi legato alla logica del compromesso. Nella prima parte de Lo stradone manca qualcosa, ed è forse una stretta di mano scomoda tra due mondi distanti (accademia e popolino) che in queste pagine si guardano con eccessivo disprezzo.

CI CONVINCE: la lucidità, l’afflato indagatore da romanzo-saggio, la spietata dissezione di un’umanità senza senso e senza tempo creano un flusso di considerazioni assolutamente illuminanti.

NON CI CONVINCE: l’isolamento di un narratore deluso anche dal suo stesso cinismo può creare uno squilibrio e rendere ostica la lettura di un romanzo di più di 400 pagine.


Carnaio (estratto) Giulio Cavalli, Fandango 2018

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TRAMA: il pescatore maledetto Giovanni Ventimiglia, detto Giò, sta rientrando in ritardo dalla pesca notturna quando vede un cadavere che galleggia sull’acqua. Dopo mille imprecazioni è in commissariato a darne testimonianza. Lilly, donna avvenente, la più famosa «mantenuta» della cittadina, trova il secondo cadavere sotto un lettino della spiaggia: le indagini in commissariato proseguono cercando collegamenti tra due eventi insoliti.

A PRIMA VISTA: c’è una scena gestita benissimo, ed è quella in cui il pescatore Giò, giunto al mercato, racconta alla moglie il brutto episodio che gli è capitato, mentre lei continua a smerciare il poco pescato del giorno escogitando mezzucci per fare qualche soldo in più. Il controllo di queste due sequenze è notevolissimo e ritorna anche nella struttura del terzo e del quarto capitolo. Cavalli fa interagire prima Giò e Maria Antonia (la moglie), poi l’avvenente Lilly e il commissario, entrando e uscendo dai loro corpi, descrivendo situazioni parallele che si alimentano a vicenda pur senza incrociarsi. Carnaio dà l’impressione di essere un romanzo molto ragionato, un romanzo a incastri in cui una scena o un capitolo comunicano allo stesso tempo con la scena o il capitolo precedenti.

CI CONVINCE: la storia incuriosisce e crea le premesse per un certo immaginario distopico. Lo stile trasmette il piacere di chi l’ha scritta, i capitoli si intrecciano creando un secondo livello di lettura.

NON CI CONVINCE: l’estratto di Carnaio rispetta tutti gli elementi tipici di un attacco: crea tensione, gestisce le aspettative, svela a poco a poco le caratteristiche dei vari personaggi. Il rischio maggiore di una premessa del genere è la possibile delusione da “tutto qui?” una volta sciolte le riserve.


Il gioco di Santa Oca (estratto) – Laura Pariani, La nave di Teseo 2019

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TRAMA: a Busto Grande, piccola città lombarda dove ha una delle sue tante sedi la Congregazione del Sant’Uffizio, è il 1652. Lucretio Firetto, primo cancelliere, e Giovan Battista Jermino, Decano dei Canonici di San Giovanni, sono i personaggi a cui Laura Pariani assegna il compito di introdurci nella vita pubblica dell’età della Controriforma. Sono perversi, corrotti, animati da squallidi interessi personali e, soprattutto, sono sulle tracce di un bandito che agita le masse contadine: Bonaventura Mangiaterra.

A PRIMA VISTA: Pariani usa uno strumento ibrido, un italiano contemporaneo mischiato qua e là con quella che dovrebbe essere una certa cadenza del lombardo del XVII secolo. È un lavoro principalmente lessicologico: una serie di «malarbetta», «cacastecchi», «spimpolo», «sbarbogio» seminati un po’ in giro come fosse un campo minato. Può sembrare una forzatura ricorrere a un recupero linguistico incompleto solo per colorare un italiano anacronistico. Eppure, leggendo leggendo, si entra dentro un’atmosfera particolare. Il gioco di Santa Oca esce sulla distanza, come tutti i romanzi che impastano cadenze diverse. La lingua di Pariani non conduce nell’Italia del 1652, ma permette di osservarla da lontano pur restandoci saldamente dentro.

CI CONVINCE: Pariani riesce a fare quello che si chiede a tutti i romanzi storici, dall’800 fino a oggi: ricostruire un’atmosfera.

NON CI CONVINCE: rendere uniforme un romanzo con un impasto linguistico come quello creato da Pariani non è un’operazione semplice. Un spia infelice si accende già in questi primi capitoli, in cui ci sono sequenze più impastate e sequenze meno impastate.

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