discussione, fuoricollana
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Autori, autrici e personaggi femminili: quello che le donne (decisamente) non dicono

«She was beautiful but didn’t know it. She was 5’7 and 101 pounds. Her feet were size 3. Her hat size was Infant. She’d never thrown up, even once. Her periods lasted 45 minutes. Her top was see-through.»

(«Era bellissima ma non sapeva di esserlo. Era alta un metro e settanta per 45 chili. Calzava 35. La taglia del suo cappello era “Infant”. Non aveva mai vomitato in vita sua, nemmeno una volta. Le sue mestruazioni duravano 45 minuti. Aveva una canottiera trasparente.» Lucy Huber, Twitter )

Qualche tempo fa ho fatto un gioco (di ruolo, nel vero senso della parola): da un match su una dating app era nata una chiacchierata con un ragazzo. Un ragazzo etero, cisgender. Un uomo nella norma, diremmo. Ben presto, si arriva a un argomento cruciale per le mie interazioni: quanto è importante scardinare i ruoli di genere canonici nelle relazioni eterosessuali? “Non ho mai avvertito questo bisogno”, risponde lui senza esitazione. La cosa non mi sorprende. Mi incuriosisce, invece, la proposta che mi fa poche battute dopo: fingiamo di essere nella situazione che precede il primo appuntamento, ma tutto deve svolgersi in modo da risultare opposto ai classici ruoli di genere. “Dunque sarò io a chiederti di uscire”, ipotizzo e, immediatamente, faccio partire il dialogo. Non posso che apprezzare l’esercizio di stile improvvisato, per quanto, ahimè, estremamente binario per quanto riguarda il genere: un botta e risposta con un certo ritmo, in cui usiamo le parentesi tonde per gli a parte (il mio cuore di teatrante non può che pensare a Goldoni) e quelle quadre per le indicazioni registiche. È divertente, ma anche istruttivo: mentre cerco minuziosamente di attenermi a un’idea realistica, lui tira fuori battute che suonano più o meno così:

“Domani non posso uscire, ho il ciclo e ho i crampi”.
“Indosserò della biancheria sexy”.
“Le tue mani sono sorprendentemente forti”.

“No”, gli dico, tra le risate e un filo di preoccupazione. “È tutto sbagliato. Non diremmo mai niente del genere”.

Questo divertente giochino avvenuto nella vita reale non si discosta molto da un fatto comune nella narrativa quanto nel cinema (e nella fiction in generale): il modo in cui gran parte degli autori uomini hanno scritto e descritto i personaggi femminili nelle loro opere. Alcuni risultati involontariamente comici possono indurci a pensare che certi autori non descrivano dei personaggi plausibili per una storia, ma stiano piuttosto portando alla luce le loro fantasie su come una donna dovrebbe, idealmente, essere.

Nel 2018 la scrittrice Whitney Reyonolds lancia una Twitter-challenge alle donne che la seguono: descrivetevi come farebbe un uomo. I risultati sono esilaranti. Ne nasceranno poi meme, pagine Facebook e account satirici. Spesso, anche a detta degli stessi utenti di Twitter, è difficile riconoscere quali descrizioni siano parodistiche e quali siano tratte da libri reali. Qualche esempio?

«She seemed sad. But a sexy kind of sad. A deep, sexy sadness. A mysterious sexy sadness, one i could never understand, bc I will never ask about it. Bc then it will not be sexy.
Uh, Basically she’s like a wounded deer that I’m sexually attracted to. Is that sad? ….No.»

(«Sembrava triste. Ma in un modo sexy. Una profonda, sensuale tristezza. Una misteriosa, sensuale tristezza, che io non potrei mai capire, anche perché mai chiederei il perché. Perché a quel punto non sarebbe più sexy. Uh, era in pratica come  un cerbiatto ferito dal quale mi sentivo sessualmente attratto. Questo è triste? … No.»)

«She looks into the mirror. Sigh. No she’s not a beauty – her eyes too large and blue, her lips too full and pink. She knows her skin is too golden, as though it’s lit from within. Oh well – she tosses her heavy shimmering hair, smooths her too small tank top and turns away.»

«Si guarda allo specchio. Sigh. No, non è una bellezza -gli occhi troppo grandi e blu, le labbra troppo carnose e rosa. Sa che la sua pelle è troppo dorata, come se fosse illuminata dall’interno. Oh, bene- butta indietro la sua chioma scintillante, sistema il suo top troppo piccolo e si allontana.»

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Tornando alla letteratura (o, meglio, tornando a dei testi pubblicati): ero adolescente quando provai ad approcciarmi al noir italiano, genere che restò in voga per un bel po’ negli anni a seguire e che non ho mai veramente ripreso in mano, forse più per disinteresse nei confronti di una narrazione che percepivo come stucchevolmente cinica che per i motivi che sto per elencare. Fatto sta che mi colpì una cosa: i personaggi maschili potevano essere dei miei timidi coetanei o dei playboy 40enni, vivere nella periferia di un sud a tratti romantico a tratti crogiolo della peggiore umanità nefasta; da loro partivano riflessioni e pensieri in contraddizione, voci narranti talvolta affidabili talvolta subdole e ambigue. Insomma, pur nella cattiveria, nella pochezza di spirito o semplicemente nel fato avverso che, loro malgrado, li conduceva verso l’abisso, erano in possesso di una profondità, di un loro mondo, e di una serie di caratteristiche che li distinguevano. I personaggi femminili di rilievo nella storia erano, invece, sostanzialmente di due tipi: l’”oca” stupida dal corpo mozzafiato e la timida secchiona con dei vestiti più pudici, sotto i quali nascondeva un corpo mozzafiato.

Con la narrativa straniera non andava tanto meglio, né spostandomi dalla letteratura di genere alla literary fiction: ho incontrato più personaggi femminili descritti in base alla loro “scopabilità” di quanti non portassero avanti una visione, un destino o anche, semplicemente, un desiderio (e non sempre, a dirla tutta, questi personaggi erano appannaggio di un punto di vista esclusivamente maschile).

Per osservare ciò che fanno diverse autrici contemporanee, che ribaltano e decostruiscono lo sguardo maschile, riappropriandosi di una narrazione che le vede protagoniste attive, è quasi d’obbligo citare un esempio su tutti:  Fleabag, multi-premiata serie britannica scritta, diretta e interpretata da Phoebe Waller-Bridge. Fleabag, trentenne londinese che si rivolge in camera parlando direttamente agli spettatori, è un personaggio complesso, che risulta autentico soprattutto perché, come racconta qui  Attilio Palmieri “non ha paura di risultare sgradevole agli occhi degli altri”.

Un’altra autrice, Alexandra Kleeman, nel suo racconto “Favola”, tratto dalla raccolta Intuizioni (Edizioni Black Coffee, traduzione di Sara Reggiani), opera un’interessante ribaltamento di prospettiva, scardinando la narrazione comune del personaggio femminile che vive, agisce e sceglie sempre in base all’esistenza di (almeno un) maschio, evidenziando come la categoria di genere maschile sia assunta sistematicamente come norma, come unità di misura. Kleeman descrive una surreale scena in cui una ragazza si ritrova ad accogliere, in casa dei propri genitori, una serie di sconosciuti. Ognuno di questi dichiara di essere il suo legittimo fidanzato:

Io sono il suo fidanzato, disse uno. Sono io il suo fidanzato, disse un altro. Anch’io, disse un altro ancora. I tre si lanciarono occhiate di fuoco sopra il tavolo e uno afferrò una tartina dal piatto di un altro e la mangiò con rabbia. Non è necessario che una cosa escluda l’altra, dissi speranzosa. Mi fulminarono con lo sguardo. Dovevo scegliere? Lì per lì, davanti a tutte quelle persone e in un contesto così pubblico? Se mi avessero costretto, cosa avrei fatto? Non sapevo niente di nessuno di loro, li distinguevo a malapena. Guardandoli cercai di notare i diversi tagli di capelli che poi collegavo a diverse figure televisive i cui nomi, per facilitarmi le cose, attribuivo a ciascun pretendente, ma lasciandoli comunque fra virgolette per ricordarmi che erano temporanei: “Patrick”, “David”, “Jason”, “Rob”.

“Michael”, “Marco”, “Carl”, “Jack”. Quando li guardavo, a stento vedevo i loro volti, ammesso che ne avessero uno: era questo l’Amore?

Mi volsi verso mia madre. Volevo chiederle: Devo scegliere per forza? Girando la testa di scatto lei mi guardò a labbra strette e iniziò a respirare velocemente dal naso, con le narici che si dilatavano. Capii che la risposta sarebbe stata sì.

Il punto era la somiglianza strutturale fra gli uomini, la possibilità di rappresentarli sia idealmente, come l’Uomo vitruviano di Leonardo, che verosimilmente. L’uomo come unità di misura del tutto e pertanto riconosciuta e interscambiabile unità di lunghezza, larghezza, intelligenza e sentimento.

Quello del male gaze è un discorso ampio e complesso, stratificato e trasversale: tutti i media ne sono colpiti e tutti noi siamo stati così esposti a tale punto di vista che ne abbiamo interiorizzato le formule e gli stilemi.

La cattiva notizia è che non siamo immuni dai nostri bias, neppure quando sappiamo della loro esistenza. Quella buona è che possiamo però allenare il nostro sguardo a riconoscerli e a evitare di perpetuare modelli e stereotipi, per restituire una profondità di scrittura ai nostri personaggi, qualunque sia il loro genere.

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