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Non prenderla come una critica – “La meravigliosa lampada di Paolo Lunare” di Cristò

Orfeo non dovrà mai voltarsi indietro se vuole che Euridice viva ancora una volta. Ma ovviamente il sospetto che lei non lo segua disfa l’incanto sigillandola nuovamente nel silenzio. Questo mito ci consola dicendo: nonostante Euridice torni nell’Ade la morte non è infinita. Voltandosi indietro Orfeo compie più di un gesto: respicere significa anche immaginare, ripensare con attenzione il passato – e inevitabilmente – reincarnarlo nel presente. La meravigliosa lampada di Paolo Lunare di Cristò (TerraRossa Edizioni) costeggia attorno a questo tema: i morti non sono morti per davvero, vivono semplicemente altrove, si potrebbe persino comunicare con loro senza per forza voltarsi indietro. La trama che scrive Cristò è quindi molto calzante: l’amore tra Paolo e Petra ha una sua pacifica routine finché Paolo costruisce con le sue mani un regalo per la moglie: è così che Petra riceve la lampada la cui luce illumina i morti. Petra e Paolo sono entrati nell’ambito del respicere, ricalcando involontariamente e come possono i ruoli di Orfeo e Euridice. Involontariamente, perché il mito è un fiume carsico, scava ogni narrazione e riaffiora dappertutto come il subconscio, anche nell’autore più inconsapevole: dal dialogo con i morti, nel bancomat muto.

Eliminare il caffè o le sigarette, farla finita con qualcuno o qualcosa.

Questo romanzo è costruito secondo una precisa scelta formale: si scompagina la trama, di per sé essenziale e lineare, con l’incipit: un condensato della poetica dell’intero romanzo. La segnalazione è anche grafica, la frase di Petra è infatti presentata in forma di paragrafo autonomo: «si svegliò nel suo letto, come fosse una mattina qualunque. Nessuna campagna, nessun bosco, nessuna strada da percorrere. Era abbastanza sicura che Paolo fosse lì, accanto a lei, ma non poteva vederlo». Siamo appena a pagina 9. Il resto del romanzo è una catabasi, un voltarsi indietro al punto di partenza, a Paolo che innesca la vicenda surreale e fantastica. Ma è un fantastico molto quotidiano quello di Cristò, imbastito su uno stile piano e sereno: le sigarette fumate di nascosto, nonostante il mondo pensi «che io abbia smesso di fumare dieci anni fa», qualche tazzina di caffè e altre piccole omissioni matrimoniali. Questo romanzo più che la teatralità – imposta dal ritmo profetico di certa paratassi, la stessa con cui Lodoli traduce la Kristof, per intenderci – cerca giustamente l’oggettività. Fantasmi e sovrannaturale, se trattati in una certa maniera, diventano attrezzi di scena come le orecchie a punta degli Elfi, scenografie che aiutano a dire l’indicibile come una qualsiasi lampada potrebbe fare. Infatti qui gli attrezzi sono tipici del verosimile borghese:

Per questo, dopo aver lanciato la cicca della sigaretta per strada, Paolo aveva messo in bocca una caramella alla menta prima di richiudere la serranda del garage e andare a provare finalmente la luce della lampada modificata con il nuovo schema” pg 21

Paolo non se ne convinceva: in fondo, il fatto che l’immagine di suo padre ricomparisse a ogni accensione della lampada, per scomparire inevitabilmente a ogni spegnimento, non era una prova che ciò che stava succedendo fosse soltanto un prodotto della sua mente” pg 41

Lì avrei la prova definitiva che non esiste nessuna luce lunare capace di rendere visibili i morti altrettanto inequivocabilmente come i raggi x mostrerebbero ai medici l’interno del mio cranio e la malattia che mi starebbe uccidendo” pg 48

Il matrimonio come menzogna.

Petra poteva rimanere seduta davanti a quel tavolo di legno per intere giornate. A volte non pensava niente, semplicemente brancolava in una specie di vuoto fatto di immagini confuse, fotografie sovraesposte di ricordi lontanissimi […] altre volte immaginava scenari catastrofici, futuri prossimi ipotetici in cui Paolo scopriva la verità, tutta e tutta insieme. La prima bugia gliel’aveva detta il giorno in cui si erano conosciuti” pg 28

Il focus di questo romanzo non è la bugia, ma la verità, anzi, la sua ingovernabile portata nella vita e, nel matrimonio in questo caso. Però siamo anche nel fantastico e lì, secondo Cristò «adesso che sono tutti morti, possiamo dire la verità!»

Cristò compie allora due scelte coraggiose che danno leggerezza e luce a questo romanzo: la prima è quella di trattare dell’amore coniugale. Con quello il rischio di cadere nel cliché e nel pecoreccio è enorme, ma qui non succede mai. La seconda scelta coraggiosa è quella di descrivere due sposi concretamente buoni, premurosi, i cui conflitti sono molto piccoli e consueti, come le loro riappacificazioni: «ceneremo, berremo qualche bicchiere di vino in più, faremo l’amore e ci addormenteremo abbracciati». Questo finché la luce lunare della lampada di Paolo si accende. Il risultato di queste scelte favorisce una certa immedesimazione implicita: c’è una casa, un garage, un letto matrimoniale, caramelle alla menta, un parco pubblico chiamato Serafino Gubbio – come l’operatore pirandelliano, che oggi diremo cameraman: anche lì, guarda caso, la luce imparziale della telecamera (una lampada ante-litteram) mostra le menzogne del cinema, della vita.

Geografia della coppia.

E quindi una città di cui sappiamo l’essenziale, ma non dove è situata, in Occidente? In Italia? (perché siamo in Italia, a tu per tu con fantasmi italiani, vero?). Insomma date certe premesse, il lettore trae necessarie conclusioni. L’unica che può fare, senza tema di smentita, è che Paolo e Petra possono assomigliargli, indaffarati come lui nel tran tran quotidiano. Se la geografia è un limite di caratterizzazione è anche un indice di universalità a cui il romanzo ambisce: una fiaba alla Marcovaldo (per l’apparente semplicità linguistica) in un tempo sospeso che scivola quasi nel pamphlet filosofico. L’autore sembra voler dimostrarne una tesi, ma per spiegarla si affida alla sua personalissima idea di aldilà. Manganelli sapeva che negli aldilà libreschi «tutto è esatto» anche se «tutto è mentito». Quindi, non potendo smentire l’autore, il lettore è senz’altro persuaso. Un peccato veniale che però si mostra con chiarezza nel finale agro e romantico a un tempo: un epilogo che cerca lo spin ma che produce, suo malgrado, un effetto imbuto che chi legge non può che apprezzare perché l’unico congruo. Questo non intacca però la bellezza di questo romanzo, che suona lieve perché suonato tutto sulla non elettività del linguaggio. Sulla fiducia nella parola che sa estrarre il senso del tempo dal futuro. L’unico tempo in cui l’amore felice sa immaginarsi.

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