gattopardi editoriali
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Gattopardi editoriali #1. Avere vent’anni

Pensiero più o meno diffuso vuole che l’editoria di un tempo fosse migliore di quella di oggi: libri più curati, maggior rispetto per gli scrittori, poco interesse per il profitto. Ma è davvero così o è solo la patina nostalgica di ciò che non abbiamo vissuto a farci sembrare tutto oro quel che in realtà è piombo (tipografico)? “Gattopardi editoriali” è la rubrica sull’editoria che cambia per restare (quasi) così com’è da sempre.

Nel 2018, in Italia, sono stati pubblicate 78.875 novità (216 nuovi libri al giorno): una cifra senza dubbio alta – per un mercato impossibilitato ad assorbirla tutta – in mezzo alla quale, presumibilmente, abbondano libri mediocri se non pessimi.
Ma non che un tempo se la passassero meglio, anzi.
Pare, infatti, che il problema della sovrabbondanza di libri brutti – e delle curatele editoriali non proprio specchiatissime – sia sorto insieme all’editoria moderna; almeno a leggere la lettera che Niccolò Perotti, erudito umanista, scrisse a Francesco Guarnieri nel 1471, 
appena venti anni dopo l’invenzione della stampa a caratteri mobili; nella lettera, oltre a criticare l’edizione di Plinio curata da Andrea Bussi per i tipi di Sweynheym e Pannartz, Perotti già si lamentava del troppo fatto male:

«Negli ultimi tempi, mio caro Francesco, mi sono spesso congratulato con l’età nostra, quasi avessimo ottenuto proprio ora un dono grande, invero divino, con il nuovo tipo di scrittura di recente giuntoci dalla Germania. Vedevo infatti che un uomo solo poteva stampare in un mese ciò che parecchi amanuensi a stento avrebbero potuto portare a termine in un anno […] Questo mi induceva a sperare che entro breve tempo avremmo avuto una tale quantità di libri, che non sarebbe rimasta una sola opera che non ci si potesse procurare per scarsità o mancanza di mezzi […] Ora tuttavia – o fallacia dei pensieri umani! – vedo che le cose sono andate ben diversamente da come speravo. Infatti, adesso che chiunque è libero di stampare ciò che gli aggrada, sovente gli uomini trascurano l’eccellenza, per scrivere, a puro fine di divertimento, ciò che meglio sarebbe dimenticare, anzi cancellare da tutti i libri. E anche quando scrivono cose degne, le stravolgono e corrompono a tal punto che sarebbe di gran lunga preferibile fare a meno di tali libri, anziché spedirli in migliaia di copie in tutte le provincie del mondo, col rischio, ahimè, di diffondere un così gran numero di menzogne»*.

Se solo Perotti avesse pazientato qualche centinaio di anni…

* in Robert Darnton, Il futuro del libro, traduzione di Adriana Bottini, Adelphi, Milano 2011, pp. 19-20.

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