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Denti

A seguito della nostra call abbiamo ricevuto 106 racconti. Letti e selezionati dalla classe di Apnea ’20/’21, ne sono infine stati scelti 14 per la pubblicazione.


Questo è il tredicesimo, lo ha scritto Antonia De Sisto e, più che un editing, ha richiesto l’invio di un seconda stesura. Era infatti dall’inizio potenzialmente molto interessante, secondo Francesca de Lena, ma quasi completamente involuto. Hanno dato molti suggerimenti di sviluppo, in un procedimento maieutico, prima il corsista di Apnea Paolo Montagna, poi le nostre ottime caporedattrici. Correzione a cura della redazione. Brava l’autrice a riprendere il racconto in mano e, praticamente, riscriverlo tutto da sé.


Una guerra di posizione si consuma nel breve tempo di una seduta psicoanalitica nella trincea che si scava tra la poltrona dell’analista e il lettino in cui si sdraia una paziente. Al centro dello scontro ci sono i denti, elemento reale e figurativo che per la paziente vale tutto: barriera tra il dentro e il fuori, tra sé e gli altri, tra sanità e malattia.


di Antonia De Sisto


I piedi paralleli di fronte all’ascensore, il naso allineato alla fessura tra le due porte. Preme il tasto zero. Conta uno, due, tre. Entra.

Un rapido sguardo al riflesso nello specchio dell’ascensore. Sorride inarcando le estremità delle labbra verso l’alto. Due chiazze rosse le compaiono sulle guance. Con le dita allenta il collo della maglietta. Due respiri brevi e uno profondo. Sorride di nuovo, questa volta mostrando i denti. Si concentra sullo smalto bianco dei suoi incisivi perfetti. Le guance si schiariscono. Al terzo piano, seconda porta a partire da sinistra. Sulla porta, di poco al di sopra della sua testa, sporge un chiodo. Lo fissa. Uno, due, tre. Suona il campanello. Ancora: uno, due, tre. La porta si apre.


«Buongiorno».

«‘giorno».

Un corridoio da percorrere. Le mani lungo i fianchi. Nel tragitto si guarda le scarpe. Sono sette passi. Al lettino si siede, spalle alla poltrona di lei e aspetta che anche lei si sieda. Solo quando sente la poltrona cigolare sotto il suo peso, si stende. Un fazzoletto pulito tra le mani. Tre regole, promesse ripetute a sé stessa ogni seduta.

Uno. Non piangere in quella stanza. Due. Portare sempre un fazzoletto nuovo. Tre. Contare sessanta secondi prima di parlare. Un ticchettio di lancette amplifica il silenzio. Muove la testa quanto basta per avere una panoramica della stanza, ma non riesce a trovare l’orologio da cui proviene il rumore. Spiega il fazzoletto bianco, lo appoggia sullo stomaco, poi lo liscia per togliere quelle fastidiose pieghe.

«Qualcosa la turba?».

Non sempre riesce a finire di contare, viene interrotta e capita che debba cominciare da capo. La dottoressa si muove sulla sedia, accavalla le gambe. Forse non lo sa, o forse finge di non sapere che esiste una ripetizione da eseguire o forse si presta come da copione all’esibizione.

«Mi scusi?».

«C’è qualcosa che non va?».

Pochi gesti, uno scambio di battute: preliminari a una confessione spontanea che deve avvenire come se fosse richiesta.

«È che dove supponevo ci fosse qualcosa, non c’era nulla. Per una persona perfettamente inserita nella normalità, quale io mi ritengo, trovarmi faccia a faccia con quella mancanza nella presenza, fu scioccante. Nessun avvertimento. Non una crepa nel cielo che potesse preludere a quella che si creò poi nel mio cervello».

«Lasciando da parte la poesia».

«Quale poesia?».

«Andiamo, sa a cosa mi riferisco».

«Guardi che io sono così sempre».

«O forse si è solo abituata a crederlo».

«No, non credo proprio».

«…».

«Insomma, gliela faccio breve. Esco dal locale adibito alle attività di ufficio per raggiungere la cancellata che divide la vita dentro dalla vita fuori. È mia abitudine, in quanto persona decisamente normale, sostare al cancello per salutare il custode del confine con un breve cenno del capo. Magari pure un paio di paroline ben calibrate».

«Interessante».

«Come?».

«Continui, prego».

I preliminari con l’analista sono un girotondo di sottecchi. Con le mani bene in vista, avvicinarsi al contendente. Raggiunta la giusta distanza, l’incontro può cominciare.

«Mi diceva, poco fa, del confine».

«Ecco. Quel giorno, come un qualunque altro giorno normale, il custode riposava placidamente nella sua dimora: un gabbiotto disposto per una esatta metà nel mondo di dentro, per l’altra nel mondo di fuori. Il custode sedeva sullo sgabello, per una gamba dentro e per una gamba fuori. Un’improvvisa novità nella placida quotidianità della mia giornata: il custode di quel giorno era nuovo, o meglio, rinnovato, nel senso che era tornato dopo essersene andato».

«Le novità le danno l’impressione dell’assurdo?».

«Mi scusi?».

«Connota un evento nuovo, ma non insolito, con sfumature riconducibili all’assurdo».

«…».

«…».

«Continuo?».

«Certo».

«Rivedendolo sorrisi, serbavo un bel ricordo di questo custode, fiero del suo manto bianco e dall’occhio languido».

«Ne era attratta?».

«Prego?».

«Ne era attratta?».

«Dal custode?».

«Esatto».

«Beh, ecco, diciamo che è abbastanza avanti con gli anni».

«Ah».

«Non che questo sia un limite».

«No di certo».

Le prime finte, qualche colpo a vuoto sotto la cintura e finalmente un contatto. Sul lettino stringe forte il fazzoletto, sistema i piedi di modo che siano esattamente paralleli al muro. La dottoressa apre il taccuino, sfoglia le pagine in cerca di quella nuova. Un click, la penna è pronta.

«Continuo?».

«Risponda alla domanda».

«Quale?».

«Lo sa bene».

«Non ne ero assolutamente attratta».

«…».

«Continuo?».

«La prego».

«Mi sorrise di ricambio e io, glielo giuro, mi sentii mancare. Il buio, null’altro, in quella bocca mezza aperta per il sorriso di commiato. Non c’erano quadratini bianchi, come in tutte le bocche che ero stata abituata a vedere; soltanto nero, un nero di nulla».

«Si aspettava quello che si aspetta sempre?».

«Mi aspettavo quello che si aspettano tutti».

«La normalità?».

«Non mi aspetto certo che tutte le bocche si aprano a me allo stesso modo e mi mostrino la stessa quantità di bianco, geometricamente divisa da linee di nero. Di certo non ero preparata, quel pomeriggio di quel giorno come tutti i giorni, allo spalancarsi del nulla. Nemmeno un dente, non un canino o un molare, anche malandato. Solo gengive e molto nero. Aspetto?».

«Cosa?».

«Che lei finisca di scrivere».

«La preoccupa che io scriva?».

«Mi preoccupa che lei rimanga indietro nella scrittura».

«Sente il bisogno di aspettarmi?».

«Se così vogliamo dire».

«Interessante».

«Mi scusi?».

Si toccano e al primo tocco segue sempre un allontanamento. Il lettino si fa scomodo, i piedi ora sono intrecciati e per un istante dimentica il rigore geometrico dello spazio da occupare. La dottoressa segna i punti scoperti, rilegge la strategia di contatto.

«Prego, continui».

«Più di tutto mi sconvolse la naturalezza con cui mi sorrise. “Diamine” pensai “sa di essere senza denti?”. Non era tenuto a celarsi per sé, ma per l’altro. Per chi gli stava di fronte certo l’avrebbe dovuto fare».

«Lei non avrebbe sorriso?».

«No di certo».

«Sente sempre il bisogno di nascondere la propria intimità?».

«Che c’entra?».

«Percepisco un certo nervosismo».

«Si sbaglia».

«Mi pare che senta il bisogno di ribattere a tutto quello che le propongo. Da dove viene questo bisogno?».

«Dal fatto che non concordo».

«Va bene. Proceda».

«Guardi che non sono nervosa».

«Le credo».

«Bene».

«Cosa la turbava di quella bocca sdentata?».

La dottoressa si lascia andare allo schienale della poltrona, rilassa i muscoli della mano, ferma la penna tra le pagine del taccuino, dà una rapida occhiata all’orologio. 

«Mi turbava quella mancanza di cura verso sé e verso l’altro. Cosa porta a spalancare sul mondo il proprio buio? “Con che coraggio,” pensai, “questo si permette di farmi carico del suo nulla?”. Io non l’avrei fatto. Lei capisce, i denti sono tutto. Sono barriera tra il dentro e il fuori, sono strumenti adatti alla masticazione, coadiuvano la dizione. Su cosa sbatterà una lingua nel pronunciare la “t”? Chiaramente vengono a mancare le basi di comunità e comunicazione».

«Fuor di metafora, quindi?».

«Eh, la fa facile lei!».

«Non riesce a esprimersi se non per alterazioni letterarie?».

«Io mi esprimo sempre così».

«Antepone sempre la forma al contenuto?».

«Mi scusi, siamo qui forse a fare lezioni di poetica?».

«Vede, qui il punto non è individuare il suo modello espressivo, né valutarne la validità, quanto piuttosto cercare di capire perché lei, qui con me, sente il bisogno di mascherare le emozioni dietro un certo modo di parlare».

«Ma io mi esprimo sempre così».

«Appunto».

«Prego?».

«Il punto è proprio questo».

«Che mi esprimo sempre in modo letterario?».

«Che sente sempre il bisogno di esprimersi indirettamente».

«Ah».

«Riprenda pure».

«Ora non ricordo più».

«Mi stava dicendo di quanto imprescindibile ritiene nascondere la propria fragilità».

«Stavo dicendo questo?».

«Più o meno».

«Beh, ecco, riprendo allora. “Lei, signor mio, mi impedisce di riconoscerla come essere umano”. Furono queste le parole con cui mi congedai da quel sorriso monco. Mi scusi ma, io, questa mancanza, proprio non la posso sopportare».

«Mancanza di barriere?».

«Stavo per dire mancanza di attenzione».

«Per lei l’attenzione verso l’altro passa attraverso la costruzione di confini?».

«Non lo so se pensavo proprio questo».

«Ci pensi».

«Può darsi».

«Può darsi che l’abbia turbata tanto la spontaneità con cui il custode le ha mostrato una sua fragilità».

«È evidente che lei non coglie il punto».

«Mi aiuti, allora».

«Qui il problema è l’assurdo».

«Trova assurdo che a qualcuno possa capitare di manifestare la propria fragilità?».

«…».

«Si ricorda di quell’episodio che mi aveva raccontato? Quel pranzo in cui suo padre, se non sbaglio…».

«Non credo sia il caso di tirare in ballo mio padre!».

Poi spinge i gomiti sul lettino, vorrebbe forse alzarsi, cambiare la porzione di spazio da occupare per cambiare il corso degli eventi che non è più in suo controllo. Portare le ginocchia sullo stomaco, poggiarsi su un fianco, proteggere l’insorgere di quella nuova superficie, ma il processo non si può arrestare, lo si può solo accelerare.

«Come no! Lei, con la sua psicologia mi vuole costringere a parlare dei fatti miei per poi trovarci un riferimento nell’inconscio. Cos’ha lì, ha forse un’antologia dei simboli e dei significati? Una Smorfia per intellettuali? Dare un senso alle cose, ordinarle a posteriori, indicizzare i fatti quando già sono accaduti. Ma bene, io le vengo incontro: non temo peripezie freudiane, non nascondo traumi dento-infantili, né reprimo umori frustrati da quell’accaduto».

«Eppure lei ha esordito raccontandomi di come sia rimasta traumatizzata dalla bocca senza denti di un uomo molto più grande di lei. Davvero non trova ci possa essere un legame con l’episodio di suo padre?».

«Ma lei l’ha mai visto un uomo perdere un dente nel bel mezzo della più cieca quotidianità?».

«Me lo racconti di nuovo».

«A lei la storia, visto che ci tiene tanto. Era un pranzo, come sono i pranzi di tutti i giorni. Intorno al medesimo tavolo di marmo, seduti sulle medesime sedie nere. Di fronte alla medesima pasta al ragù. Io infilavo una forchettata dietro l’altra, con il capo chino sul sugo e vedevo solo i maccheroni macchiati. Insomma, a un certo punto ecco mio padre che si alza in piedi con una bottiglia di rosso, quello di tutti i pranzi. Ha la bottiglia nella sinistra, cerca il cavatappi sulla tavola, mentre sorride contento».

«Suo padre era solito bere?».

«Posso continuare?».

«Prego».

«Io alzo lo sguardo e noi tutti lo vediamo portarsi la destra, la mano senza il vino, alla bocca e smorzare il sorriso in una smorfia triste. Ci porge la mano destra a coppetta e come un bimbo ci fa: “guardate”. E quello che vediamo ci fa orrore. Mio padre rimane con questa mano a mezz’aria e la bocca socchiusa, quel tanto che basta per coprire il buco che il dente, ora nella sua mano, ha lasciato».

«Deve aver sofferto molto?».

«Mio padre?».

«Mi riferivo più a lei».

«Ma i miei denti erano perfetti».

«A lei non è mai capitato di avere male a un dente?».

«Assolutamente no».

«Ma a suo padre sì».

«…».

«Come l’ha fatta sentire assistere a suo padre messo a nudo nella sua fragilità?».

«Lei mi mette in bocca parole che non ho mai pronunciato!».

I colpi cadono esattamente dove devono cadere. La guardia è goffa, non c’è più una sequenza da ripetere. Lei ripercorre nella mente i passaggi, cerca quel passo laterale debole che ha scomposto la sequenza. Spiega e ripiega il fazzoletto tra le mani. Il ripetersi di gesti comuni la riporta sul lettino, stende le gambe, allinea di nuovo i piedi. Riprende il controllo dalle punte, mentre sente la superficie del centro del suo corpo completamente esposta.

«Torniamo al suo incontro con il custode. All’inizio della seduta accennava al fatto che il custode le avesse fatto carico di qualcosa, mostrandole la bocca».

«Ma certo, con la sua bocca senza denti mi ha costretto a guardarci dentro, a scrutare nel suo buio. Se non avesse perso i suoi denti, il cielo non si sarebbe crepato come invece ha fatto quel giorno».

«Un po’ come è successo quel giorno con suo padre».

«Cosa ha a che fare questo con mio padre?».

«Non ha forse detto che la cura per i propri denti è una forma di attenzione verso l’altro? Una barriera che nasconde all’altro qualcosa di sé. E cioè, non ha forse detto che è necessario, in qualche modo, celare le proprie fragilità?».

«A me pare che lei stia giocando con la Smorfia».

«…».

«Lei non capisce. La bocca di mio padre. La bocca vuota di mio padre. Mio padre che perde un pezzo dopo l’altro. Mio padre che giorno dopo giorno apre quella sua bocca sempre più buia e non fa niente per riempirla! Era mio padre, che si sgretolava davanti ai miei occhi».

«…».

«Io i denti li guardo sempre perché i denti sono lo specchio dell’amore che si ha verso sé stessi e verso gli altri. Io, se le persone sono felici, lo capisco guardandole in bocca, perché quando sono felici si prendono cura dei loro denti. E le persone felici non ti devono fare carico di nulla».

«Ritiene che suo padre fosse…».

«I miei denti sono perfetti».

«Quelli di suo padre non lo sono stati, però».

«I miei denti sono assolutamente perfetti!».

«Forse perché devono nascondere qualcosa».

«Non giri la frittata!».

«La mette a disagio pensare di non essere felice come crede?».

«…».

«Ne vuole un altro?».

«Mi scusi?».

«Un fazzoletto, lo vuole?».

«Ce l’ho, grazie».

«Il suo non sembra aver retto bene».

«…».

«Allora, perché è qui?».

«…».

«Va bene, per oggi può bastare».

Un’ultima occhiata alle lancette. È il momento di una tregua, l’interruzione tra un ripetersi del medesimo e l’altro, fino al momento in cui una crepa si insinua nella quotidianità, increspa la superficie e ne mostra una differenza. La dottoressa è la prima ad alzarsi. Apre la porta e saluta con cortesia.

Lei si siede sul lettino. Conta uno, due, tre. Si alza. Con gli occhi verso le punte delle scarpe, ripercorre il corridoio. Sono sette passi. Attenersi alla regola numero uno per sette passi. Ricambia con cortesia il saluto, non incrocia lo sguardo dell’analista. Attraversa il confine, la porta si richiude alle sue spalle. Uno, due, tre. I piedi allineati alle porte dell’ascensore. Preme il tasto zero. Conta uno, due, tre. Un rapido sguardo al riflesso nello specchio dell’ascensore.


Antonia De Sisto, (Benevento, 1991) nasce con un enigma: “chi sono io?”. Prova a scioglierlo studiando filosofia a Padova. Si laurea con una tesi su Bataille, grazie al quale scopre che io è sempre un altro. Dal 2015 si dedica a progetti di divulgazione filosofica con l’associazione Aurora Scuola Popolare di Filosofia. Quando si accorge che l’enigma non può essere sciolto, ma può essere raccontato, scopre la scuola di scrittura di Ivano Porpora. A finanziare la sua ricerca è il The Garda Village, dove dal 2016 lavora come receptionist.


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