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Liberaci dal padre: le famiglie religiose nei memoir

di Beatrice Galluzzi Quando si parla di memoir americani, si assegna a Mary Karr, con il suo Il club dei bugiardi (Edizioni E/O, 2017), il merito di aver lanciato la rinascita del genere, e non vi è dubbio che le giovani memorialiste Patricia Lockwood e Tara Westover godano della sua onda di propagazione. Ma in loro cʼè una matrice comune, al di là di unʼinfanzia non convenzionale e sciagurata: sono entrambe cresciute in famiglie estremamente religiose e la loro formazione è passata da credenze retrive e svianti che si sono trovate a contestare riadattando la percezione stessa della realtà. La Lockwood in Priestdaddy – Mio papà il sacerdote (Mondadori, 2020) immola suo padre a icona cattolica permeata da controsensi ironici ed esagerazioni. Un prete a cui vengono assegnate chiese in paesi destinati allo spopolamento o ingombri di rifiuti tossici. Nei suoi innumerevoli trasferimenti, orbitando nella periferia americana più decadente, Patricia impara a fare in fretta i bagagli e adattarsi al retro di vecchie canoniche. A diciannove anni, scappa con il suo fidanzato, e ci racconta …

La scrittura è un fantoccio appeso sopra la mia testa

di Beatrice Galluzzi L’ossessione per le parole è nata assieme alla smania del non poterle usare. Tra i banchi di scuola, costretta a un silenzio riverente, incapace nell’osservanza delle regole più elementari, quelle dello stare ferma e zitta. Nella perenne distrazione dai discorsi di cui intravedevo il significato, e che fluivano dalle labbra di maestre pazienti e volitive. Così come si conviene, dovevo stare attenta e partecipare, interloquire, rispondere.  E invece, scrivevo.  Più nozioni venivano messe in cattedra più il pensiero si dispiegava in diramazioni che non potevo fare a meno di imboccare, senza mai scegliere la strada che mi portava indietro, ma accelerando il passo. Come forma, la mia scrittura è cominciata in rima. Reduce da pomeriggi passati ad annusare l’enciclopedia dei Quindici, alternando filastrocche a detti popolari, costruivo poesie inzeppandole di parolacce, per poi leggerle ai miei compagni e divertirmi con loro. E ogni volta, venivo ripresa. Parla troppo, dicevano gli insegnanti, Beatrice parla sempre. Avevano ragione, ma se non avessi scritto sarebbe andata anche peggio. Sicuramente non avrei saputo che cosa farne, …

Leggere la Shoah

di Alessandro Melia Immaginate quattro bambini. Li chiameremo Guido, Lia, Tullio e Liliana. Vivono in città diverse, hanno situazioni familiari diverse, ma hanno quasi tutti la stessa età, intorno agli otto anni, l’età del gioco, delle prime amicizie, delle prime scoperte. È per questo che sono accomunati dagli stessi pensieri, dagli stessi gesti: c’è chi scherza con i compagni, chi ripete una lezione a voce alta, chi viene incoraggiato dalla madre ad andare a scuola, chi ascolta il padre dire che è ora di prepararsi a diventare grande. Assomigliano a milioni di bambini tutti uguali sotto tutti i cieli. Li avete immaginati? Bene. Adesso fate un ulteriore sforzo. Immaginateli con lo sguardo perplesso mentre scoprono, da un giorno all’altro, di non poter più entrare a scuola, di non poter più vedere i compagni, l’amichetto o l’amichetta con la quale hanno sempre giocato. Hanno otto anni, non capiscono il motivo, sentono solo crescere dentro un indefinito senso di colpa. Improvvisamente si ritrovano a essere bambini diversi, isolati. Riuscite a immaginare il loro timore? Bene. Adesso fate …