editing e metodo, galateo editoriale
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Galateo editoriale #3. Maiuscole, punteggiatura e possessivi.

Un dattiloscritto formattato male e poco curato dal punto di vista morfosintattico è un pessimo biglietto da visita: font minuscole, interlinee strette, doppi spazi, apostrofi al posto degli accenti, orrori grammaticali rivelano sciatteria e ineleganza. Fedele all’idea che la forma sia sostanza, il Galateo editoriale vi condurrà attraverso il bon ton della formattazione e correzione testuale, affinché nessuno possa guardarvi dall’alto in basso.

 

«Non esiste direttore editoriale che leggerebbe cinque pagine di un qualsiasi manoscritto battuto a macchina con tanta sciatteria, come sono stati battuti a macchina questi tuoi manoscritti. […] Una tale sciatteria fa capire a qualsiasi direttore editoriale, con un’occhiata a un paio di pagine, che tu non hai nessun rispetto sincero per la letteratura, nessun desiderio sincero di scrivere letteratura; che tu sei o di una stupidità senza limiti o di una sfacciataggine senza pari a presentare dei manoscritti battuti a macchina in modo tanto raffazzonato».

A lamentarsi in maniera così diretta (e, diciamo, a nome di tutti i redattori, agenti letterari, editor e consulenti del futuro e del passato) era Jack London.
A ben vedere, le cose col tempo non sembra siano poi cambiate di molto, e non si andrà così lontano dal vero nell’affermare che la sciatteria che tanto innervosiva London era probabilmente di una tipologia molto simile – se non uguale – a quella di tanti dattiloscritti contemporanei.
Alcuni aspetti di tale sciatteria li abbiamo trattati nella prime due lezioni (la prima: margini, font, interlinee; la seconda: capitoli, paragrafi e numeri di pagina); in questa ne analizzeremo altri e alle parole “totem” già evidenziate in precedenza – ordine, leggibilità e organizzazione – ne affiancheremo una quarta: parsimonia.

L’uso del TUTTO MAIUSCOLO
Non è raro trovare dattiloscritti nei quali siano presenti parole scritte tutte in maiuscolo al fine di indicare, tipograficamente, una forte emozione come rabbia, commozione, dispiacere, ira oppure un generico e indistinto “urlato”.
Esempio (da non seguire):

«PERCHÉ L’HAI FATTO???», urlò Giovanna.
«Ma io…», disse Mario.
«MA TU COSA??? NON DOVEVI!!!??».

Il tutto maiuscolo in un dattiloscritto (ancor di più se di narrativa) non indica l’“urlato” (tantomeno “la sorpresa”). Per fortuna, non siamo in un forum in rete o sulla pagina Facebook di qualche movimento politico e, in un dattiloscritto, una frase tutta in maiuscolo vuol dire una sola cosa (anzi due): sciatteria e ingenuità.
Insomma: poca dimestichezza non solo – e non tanto – con la scrittura ma (il che è peggio) con la lettura. (Ripetete infatti l’esercizio della prima lezione: prendete i libri che avete in casa – di buone case editrici – e controllate quante volte un “urlato” è reso tipograficamente con il tutto maiuscolo).
Per esprimere le emozioni di cui sopra, possono essere utilizzati semplicemente: il punto esclamativo, i verba dicendi (“disse”, “urlò” eccetera) e il contesto. Quindi:

«Perché l’hai fatto?», urlò Giovanna.
«Ma io…», disse Mario.
«Ma tu cosa? Non dovevi!».

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L’abbondanza di punti interrogativi, esclamativi e di sospensione
Il dialogo utilizzato come esempio da non seguire serve anche per toccare un altro argomento, sempre collegato alla nostra parola d’ordine – parsimonia: l’utilizzo di un numero superfluo di punti interrogativi ed esclamativi.
Anche in questo caso, ricordatevi che per esprimere rabbia o indignazione o stupore ne basta sempre uno.
Due punti esclamativi non indicano più indignazione di uno. Due punti interrogativi non indicano più stupore di uno. «Vattene!!!» non è più esclamativo di «Vattene!», ma solo più ridicolo; «Davvero???» non è più interrogativo di «Davvero?» ma solo più snervante. E, come se non bastasse, vi fa sembrare nevrotici in età puberale.

Altro gravissimo sintomo di sciatteria (e incompetenza) è l’uso indiscriminato di un numero esagerato di puntini di sospensione.
Per venire subito al dunque: i puntini di sospensione sono 3 (tre).
Eccoli: …
Non sono due, non quattordici, non trentasei. Tre. (D’accordo, Carlo Emilio Gadda ne usava quattro. Ma chiedetevi: «Sono Gadda?» e, se non avete barato sulla risposta, usatene tre.)
Inoltre, i puntini di sospensione servono – generalmente – a esprimere reticenza o allusione o sottinteso. Quindi, dopo aver scritto il vostro romanzo, date un’occhiata ai puntini di sospensione che avete usato e, se sono tanti, chiedetevi se davvero il mondo ha bisogno di tutta quella reticenza.

[Sui possibili usi “creativi” dei puntini di sospensione non ci soffermeremo. Basti solo ricordare che, in proposito, c’è sempre qualcuno che tira in ballo Céline e l’uso abnorme che ne faceva (“e allora Céline!?”). Nel caso, fatevi la stessa domanda che vi siete fatti con Gadda poco sopra e poi procedete secondo norma. Intendiamoci, nessuno vi vieta di spesseggiare con i puntini di sospensione scegliendo volontariamente e consapevolmente di imitare un certo uso. Ma prima di farlo dovete essere molto – molto – convinti del perché lo fate: se è per puro vezzo, meglio evitare; se è una questione di funzionalità, se ne può discutere.]

Gli aggettivi possessivi
Lasciandovi sempre guidare dal luminoso faro della parsimonia, fate molta attenzione anche agli aggettivi possessivi.
In molti dattiloscritti è diffuso un uso dei possessivi probabilmente disceso da cattivissime traduzioni dall’inglese che non trova però ragion d’essere in italiano, sia da un punto di vista grammaticale che stilistico.
Stando a questo uso, un personaggio “alzò la sua mano per salutare”; un altro “accarezzò la mia spalla”; e qualcuno addirittura “cinse il suo collo con le sue mani”.
Se provate a eliminare i possessivi (e dove serve inserite delle particelle pronominali) noterete che le frasi scorrono e suonano meglio: “Alzò una mano per salutare”; “Mi accarezzò la spalla”; “Gli cinse il collo con le mani”.
Inoltre, grammaticalmente in italiano non c’è sempre bisogno di specificare di chi è qualcosa: “Gianni alzò una mano per salutare”; la mano non può che essere di Gianni, quindi “Gianni alzò la sua mano per salutare” è pleonastico. Allora, se nel rileggere il vostro testo doveste accorgervi di aver fatto un uso improprio degli aggettivi possessivi, eliminateli senza rimorsi.

Per concludere questa terza lezione, ricordate sempre: parsimonia.
Non sarà una virtù cardinale, non sarà una virtù teologale, ma almeno vi terrà lontano dai vizi pestiferi del pleonasmo e dell’eccesso tipografico.

 

Nel caso foste interessati ad approfondire l’argomento, c’è un corso che fa per voi. Si chiama “Ed io avrò cura di te” e qui trovate tutte le informazioni.

 

 

foto di copertina di pawel czerwinski

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