analisi e critica, fuori serie
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Nella profondità perduta: i personaggi secondari di Game of Thrones

di Chiara M. Coscia

Non c’era modo di saperlo prima, ma probabilmente ho scelto la peggior settimana di sempre per scrivere questo pezzo. Eppure, nel bel mezzo di quello che sembra essere un hangover di quelli infiniti, con i risvegli appiccicosi e pesanti del mattino, sullo sfondo le piogge di questi giorni, quando ancora non si sa quanto ci metteremo a riprenderci dall’ultimo episodio andato in onda, questo articolo vuole essere una sorta di necrologio anticipato di qualcosa che, nonostante tutto, sappiamo già che ci mancherà tanto.
Nel lontano 2011, quando Game of Thrones fece il suo ingresso sugli schermi e cominciò ad affacciarsi nelle nostre conversazioni, la mia reazione era più o meno oscillante tra uno sguardo al cielo (pfff, fantasy) e la curiosità indotta (ma come mai piace a tanti?). Con il tempo, di Game of Thrones me ne sono innamorata.

Amo soprattutto le mappe, mi affascina la costruzione del mondo, la topografia dettagliata, il paesaggio portatore di confini e liti, quella immensa cartografia su cui si muovono pedine e si combattono guerre immaginate, smentite puntualmente dalla realtà cruenta, sporca e senza ordine del campo di battaglia, e quei libroni di storie di un mondo che tanto somiglia a un medioevo mai davvero conosciuto, coi draghi e gli zombie però – che figata eh?
O forse no.
Di Game of Thrones amo soprattutto il dramma storico, la politica di cui sono imbevute le conversazioni e i gesti, le azioni che vanno al di là del singolo individuo eppure sono funzionali al benessere più individualista di tutti, quello della “famiglia”.
Neanche.
Di Game of Thrones amo i personaggi, la portata mastodontica della rappresentazione delle psicologie individuali, i difetti giganteschi che marcano le azioni dei singoli e si ripercuotono sull’intera trama di una città. Amo i personaggi al punto da perdonare ogni cosa, anche il fatto che lo show sta andando nella direzione opposta a quella che avrei desiderato io. Amo i personaggi al punto da non perdonare quando vengono sbrigati così, male (NO SPOILER), senza dare loro le appropriate motivazioni per fare quello che decidono di fare. D’altronde, già dalla fine del primo episodio lo sappiamo, noi spettatori, che ci sarebbe stato un certo margine di cose da perdonare: “The things we do for love!” (S01E01)

Uno dei momenti più affascinanti di quest’ultima stagione il cui termine ci lascerà tutti (fan, meno fan, critici ipercritici e osservatori casuali) in uno scenario emotivo post traumatico di quelli faticosissimi, è quando durante la battaglia di Winterfell vediamo Jon Snow paralizzato nel proprio personaggio. L’eroe puro, senza macchia e senza paura, “il principe che fu promesso” che molti di noi si aspettavano veder sfidare a singolar tenzone il Night King, è rimasto intrappolato in quello che sembra essere una sorta di deontologia professionale del King in the North. Il peso della missione, di una introiettata predestinazione, lanciano Jon Snow in un inseguimento da perfetto idiota, per poi bloccarlo letteralmente all’angolo con il Drago zombie Vyserion che lo bracca. Jon oltrepassa compagni di battaglia in difficoltà, gira lo sguardo anche di fronte al suo amico Sam, che è letteralmente seppellito da una montagna di morti, immagazzina questa situazione e nonostante tutto continua a dirigersi verso Bran, perché sente di dover essere lui a salvarlo! Mentre il personaggio dell’eroe senza macchia e senza paura si immobilizza fisicamente all’angolo, la giovane guerriera Arya, che ha imparato ad essere multiforme, a stare dentro a ruoli tra loro diversi, cambiando letteralmente volto in centomila, quindi “nessuno”, riesce nell’impresa senza troppo chiasso. E senza fare chiasso se ne andrà, fuggendo quella folla che acclama Re Snow, senza sapere che quello stesso re si è ritrovato a gridare in faccia a un drago dalla rabbia. Le folle, in Game of Thrones, sono sempre abbastanza cretine da non vedere a un palmo dal naso, ma la frustrazione dell’urlo di Jon è uno dei momenti che ci ricorderemo per sempre – quasi quanto la nostra frustrazione dopo l’ultimo episodio.

I personaggi gridano per essere scritti bene, per diventare tutto e il contrario di tutto secondo un arco motivato in profondità. E ultimamente lo fanno anche nelle pagine di Weiss e Benioff. Ma se a Jon sta toccando un destino complicato, che fatica a respirare fuori da alcuni margini netti disegnati intorno all’eroe, e non voglio proprio cominciare a parlare di Daenerys (scrivere spinti dalla rabbia è un terreno scivoloso in cui non voglio avventurarmi), tuttavia gli autori nel tempo ci hanno regalato delle piccole perle di scrittura, animando personaggi meravigliosamente vivi pulsanti, pur se di breve durata, che ci hanno trascinato in un’immedesimazione crescente, senza stancarci mai.
Ecco, dicevo che non lo so come si scrive in maniera ragionevole di una cosa che si ama senza pudore. Forse si può solo dire perché la si ama.
Senza pensarci troppo: i primi tre nomi che mi vengono in mente.

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foto di sebastian herrmann

Sandor Clegane, a.k.a. Il Mastino

Una delle prime immagini che abbiamo del Mastino è attraverso lo sguardo del personaggio a cui sarà indissolubilmente legato fino alla fine, Arya Stark, che lo vede tornare con il cadavere del suo amico Mycha, il figlio del macellaio, dopo averlo ucciso per ordine di Joffrey. Spaventoso, mostrificato, senza pietà, conosciamo il Mastino come il fedele servitore del principe più spregevole della TV, il suo “dog”, cane, come Joffrey si diverte a chiamarlo. Pian piano, però, cominciamo a vederci meglio.

Come scrive Jason Mittell in “Complex tv”, minimum fax, i personaggi difficilmente cambiano, piuttosto a cambiare è la nostra elaborazione dei personaggi, che si amplifica e cresce man mano che andiamo avanti nella narrazione (a meno che non si tratti di Daenerys Walter White Targaryen. Ok, ok…). I segni del Mastino che ci è entrato nel cuore erano già lì, in quella prima stagione in cui lo vediamo compiere gesti spregevoli. È Sandor Clegane a salvare Loras Tyrell, quando suo fratello, la Montagna, dopo essere stato sconfitto nel duello, vuole ucciderlo, ed è sempre Sandor a porgere aiuto a Sansa subito dopo la decapitazione di Ned Stark. L’istinto protettivo nei confronti della giovane culminerà quando si trasforma in vero e proprio aiutante magico, comparendo a salvare Sansa dal tentato stupro a Flea Bottom. Ed è ancora a lei che accorerà, per provare a portarla via dalla Fortezza Rossa, dopo aver disertato la battaglia di Blackwater al grido ribelle di: “Fuck the Kingsguard, fuck the city, fuck the king!”
Ma a consolidare il Mastino nel cuore degli spettatori c’è voluto il viaggio on the road con la piccola Arya Stark. Le mirabolanti avventure di un duo improbabile funzionano sempre.

Il processo di trasformazione che hanno attraversato molti tra i personaggi principali, Jon, Daenerys, Sansa, la stessa Arya, è un processo di progressiva acquisizione di durezza, di scelte difficili e costose, nonché di conoscenza della crudeltà del mondo. Quello che compie il Mastino è un processo inverso, di ingentilimento e “innocentizzazione”, se così vogliamo dire. Ai nostri occhi, la misura della sua umanità si completa al termine del viaggio con Arya, quando la ragazzina lo lascia a terra ferito e va via, e noi speriamo fortemente di rivederlo ancora. Al Mastino è toccata una fine che lascia un po’ l’amaro in bocca. Si è compiuta la sua vendetta, ma non senza sacrificio. Tuttavia, è ad Arya che tocca l’eredità della saggezza del povero Clegane. Siamo sicuri che nel prossimo episodio la giovane Stark avrà molto da fare.

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foto di aleks dahlberg

Theon Greyjoy

La tragedia è sempre complicata, e i personaggi tragici sono sempre portatori di una profondità multilivello che è più difficile trovare nei personaggi delle commedie. I personaggi tragici sono pieni di difetti, spesso comprensibili, apparentemente poco importanti, che però poi danno il via a un percorso di auto-smantellamento sotto il cui peso, il più delle volte, periscono.
La tragedia è la rappresentazione dell’umanità nella sua più evidente difettosità.

Forse uno dei personaggi più umani di tutto lo show, Theon Greyjoy incarna il ruolo dell’eroe tragico di aristotelica memoria. All’inizio della serie, Theon è un ragazzino insicuro e arrogante, un adolescente che vive il rapporto con Robb e Jon in continua competizione, ma anche con affetto fraterno. La sua ricerca di appartenenza è il motivo che lo porta ad agire. La sua tragedia, di fatto, si compie a causa delle sue stesse azioni, gli errori in cui persevera per via delle sue debolezze: la ricerca del padre e della patria.
Il mondo dell’eroe tragico Theon si disintegra appena giunge alle Iron Islands, messo di fronte alla sua vulnerabilità di bambino abbandonato nelle mani dei suoi rapitori. Nonostante Theon sia stato cresciuto come un figlio da Ned Stark, il peso di questo squilibrio non è mai sanato, e infatti nei suoi discorsi con Robb, che gli ricorda “You’re not a Stark” (S01E06) abbiamo un accenno di come deve essere stata, in fondo, la vita di Theon in tutti gli anni trascorsi a Winterfell. Accolto sì, ma comunque un outsider.

Uno dei motivi interni più forti in tutto Game of Thrones è questa questione delle origini, del peso che portano e dell’eredità intrinseca che spesso si scontra con le storie personali, con i desideri dei personaggi e le azioni dirette alla propria auto-affermazione. L’eredità, le origini, sono gabbie che spingono i personaggi verso le loro azioni più insensate. Se c’è una cosa che Game of Thrones ci ricorda costantemente dalla prima stagione è che quando qualcuno si muove giustificato esclusivamente dal peso della linea di sangue, difficilmente quel qualcuno avrà una fine felice.
Le circostanze in cui Theon si trova a poter riconquistare le proprie origini di uomo di ferro, l’accettazione da parte del padre e del gruppo, lo spingono a prendere decisioni che si riveleranno nefaste, trasformandolo, anche se per poco tempo, in una sorta di supervillain chiassoso che uccide bambini e si rivolta contro la casa che lo ha cresciuto, pur di conquistare quello che pensa essere il suo più profondo desiderio: l’appartenenza. Le azioni che compie lo portano dritto nelle mani di Ramsey Bolton, anche lui un “bastardo” alla ricerca del riconoscimento, che però è l’antitesi della ricerca del padre: Ramsey, ottenuto il nome, quel padre lo uccide. Ed è in mano a Ramsey che Theon viene svirilizzato, letteralmente. Da quel momento in poi la nostra empatia crescerà inesorabilmente, e comincerà la redenzione di Theon, al prezzo di una mascolinità che tanto ha cercato – quella tossica, fatta di stupri e saccheggi, delle Isole di Ferro – e a cui ha dovuto rinunciare fisicamente.

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foto di claus grunstaudl

Ygritte

Nelle prime stagioni, la femminilità a Westeros risulta fortemente piegata all’interno delle dinamiche di corte. Sansa “little bird” ha introiettato il modello cortigiano così a fondo da rimanerne schiacciata, la ribellione di Arya che afferma con forza di non essere una lady, ma anche di non essere un ragazzo, è pur sempre la ribellione di una bambina, Catelyn Stark, pur essendo una donna combattiva e tenace, nulla può rispetto alle decisioni di Ned Stark sulla sua famiglia, e la stessa Cersei risulta il frutto di una vita trascorsa a subire un ruolo verso il quale compie una crociata di continua affermazione di potere con tutti i mezzi a sua disposizione. Tutte le donne di Westeros, dalla regina fino alle lavoratrici del sesso si ritrovano a dover fare i conti con una società fortemente patriarcale. Di contro, il nostro incontro con Ygritte arriva a mettere tutto in prospettiva, e non solo in termini di ruoli di genere.

Ygritte incarna il diverso, in quanto donna, ma soprattutto in quanto wildling, bruta (orribile traduzione), tuttavia, più che una manifestazione di diversità Ygritte serve a sollevare uno specchio di fronte agli occhi di Jon Snow, nonché al nostro sguardo di portatori di una certa ideologia introiettata, di quanto assurde le nostre credenze e i nostri pregiudizi siano. L’abisso della libertà fiera e senza vincoli con cui Ygritte si muove, parla, agisce, risulta potentissimo e fermo nella nostra memoria di spettatori, nonostante il personaggio Ygritte venga “concluso” nel giro di pochissimo spazio.

La società patrilineare in cui è cresciuto Jon, sentendo racconti descriventi il popolo oltre la Barriera come un manipolo di creature selvagge e disumanizzate, si smantella nell’incontro con Ygritte. Personaggio complesso, guerriera capace, donna libera nell’affermazione dei propri bisogni sessuali. Al contrario di Brienne e della stessa Arya, che per stare all’interno del tropo delle guerriere vengono (fino a pochi episodi fa) desessualizzate e mascolinizzate, Ygritte svicola da questo tipo di immaginario. Il modo in cui Ygritte parla di sesso, con tranquillità e estrema libertà, al pari forse solo di Tyrion Lannister, va in totale contrasto con il modo in cui il sesso è rappresentato nell’immaginario di Jon. L’idea del sesso che ha Jon è completamente iscritta in un pregiudizio. Da “bastardo” non vuole rischiare di lasciare altri come lui al mondo, al punto da pensare di poter affrontare con estrema tranquillità il voto di castità imposto dai Nightwatchers. Le sue credenze e i suoi pregiudizi si sgretolano di fronte alla naturalezza con cui Ygritte lo stuzzica e lo provoca, mettendolo di fronte alla realtà del sesso come unica cosa: un naturalissimo, fisiologico, piacevole bisogno umano. Rispetto a questo argomento, come rispetto ad altro, Jon non sa nulla. “You know nothing Jon Snow” è il ritornello di Ygritte che fa il verso alla chiusura dell’eroe morale Jon, giovane dai fermi e paralizzanti principi.

Uno dei momenti di smantellamento delle credenze di genere che ci rimarrà sempre nel cuore è la scena del mulino, (“se mi strappi il vestito di seta ti faccio un occhio nero”), in cui Ygritte, in mezza battuta, smonta il luogo comune della vulnerabilità e impressionabilità femminile: “Perché mai una ragazza dovrebbe svenire alla vista del sangue? Le ragazze sono abituate a vedere il sangue.” (S03E07)
Il costrutto di genere della debolezza viene non solo sovvertito nella rappresentazione, ma messo verbalmente in discussione da Ygritte. Le norme di genere si autoalimentano, affermandosi come naturali. In una sola battuta, Ygritte dimostra quanto queste siano nient’altro che imposizioni che ci colonizzano i pensieri, arbitrarietà senza senso alcuno. La sua forza e la sua fierezza, tuttavia, non la rendono mai un personaggio asettico. Ygritte è vulnerabile perché ama, si lega a Jon e questa sua vulnerabilità è ciò che la rende ancora più complessa, oltre che fortemente umana. Sarà l’amore a ucciderla, perché non c’è spazio per il lieto fine romantico, per un lieto fine di qualunque tipo, in Game of Thrones.

La foto di copertina è HBO/Photofest

6 Comments

  1. Stefania Binni says

    La più bella recensione mai letta di Got, a poche ore dalla fine di “qualcosa “ che mi ha accompagnata per anni, l’estrema Umanità di queste riflessioni mi rende chiaro il perché di una tristezza che non so spiegare. Nell’incontro con i personaggi di un fantasy contattiamo inevitabilmente noi stessi. A volte ci piacciamo, più spesso no. Quando le pagine, o le puntate, finiscono, dobbiamo continuare noi a scrivere quella sceneggiatura che è il reale, fa paura, più probabilmente fa sentire soli.
    Sapere che in tanti ci sentiremo smarriti mi aiuta.
    La vita è il fantasy più epocale di tutti.

    Piace a 1 persona

    • Grazie mille, Stefania, per le tue di riflessioni! E che vuoto enorme che lascia questa Storia nelle nostre vite. Quante altre storie dovremo impiegare a riempirne lo spazio liberato.

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  2. Pingback: La fine non è mai certa: serie tv senza finali o dai finali memorabili | I LIBRI DEGLI ALTRI

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