ABC, analisi e critica
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«Non seguire i consigli di questo libro». Critica all’Oracolo manuale per scrittrici e scrittori di Giulio Mozzi

di Marco Terracciano

L’Oracolo manuale per scrittrici e scrittori di Giulio Mozzi sembra uno scherzo della tipografia, ma è uno dei manuali di scrittura più intelligenti che abbia mai letto. Non ne ho letti molti. Se faccio mente locale ne conto cinque, sei al massimo. Uno di questi è un altro manuale che Giulio Mozzi scrisse nel 2009, (non) Un corso di scrittura e narrazione, disponibile gratis qui. In compenso ho letto molti testi di critica letteraria che, implicitamente, offrivano preziosi consigli su come scrivere e, più spesso, su come non scrivere. Questa cosa del dare consigli su come non scrivere ha molto a che fare con l’Oracolo, che è una raccolta di massime, di aforismi, di espressioni proverbiali rivisitate lunga quattrocento pagine non numerate. Sulla pagina di destra trovate la massima – molto breve – su quella di sinistra la sua spiegazione.

Leggendo si capisce che Giulio Mozzi fa da tanti anni un lavoro di scouting letterario, che è in sostanza una persona che riceve centinaia di dattiloscritti scritti coi piedi. Lo si capisce perché la sua preoccupazione più grande – una vera preoccupazione da maestro di settore – è consigliare sconsigliando: “smettila di scrivere così, segui i miei consigli”.
Prendo una massima a caso:

I tuoi personaggi devono mangiare, dormire, pisciare, andare di corpo. Danne loro il tempo e il modo.

Come la interpreto? Mozzi si sta rivolgendo a un aspirante scrittore che ha immaginato una storia in cui i personaggi si muovono in modo troppo poco realistico, meglio: in modo troppo poco coerente con la costruzione del relativo mondo narrativo. Salti temporali improbabili, limiti spaziali inesatti, personalità stereotipate. Il tono di questa massima è lo stesso di tutte le massime dell’Oracolo, ossia un tono correttivo. Il che rende le cose ancora più interessanti perché, posto che l’esperienza di Mozzi sia abbastanza estesa da generalizzare, attraverso le sue parole è possibile tracciare il profilo dell’aspirante scrittore di oggi.
Ho capito, infatti, che l’aspirante scrittore di oggi è una persona che:

  • non ha ben chiaro cosa vuole raccontare, ma vuole farlo credere;
  • ha un’idea di stile ampollosa e barocca;
  • vuole pubblicare per una questione di prestigio, non per comunicare qualcosa a qualcuno;
  • crede che la storia si sviluppi in modo autonomo e auto evidente;
  • scrive per sé e non per il lettore.

Il fatto che mi sia reso conto, a un certo punto della lettura, della possibilità di tracciare un profilo così specifico di ciò che secondo Mozzi non dovrebbe essere uno scrittore, mi ha permesso di ‘uscire’ dal manuale. Ho ripreso fiato e spezzato un incantesimo prodigioso che, per una buona mezz’ora, mi aveva portato a credere a un’idea folle: che esiste, cioè, un solo modo di intendere la letteratura. L’Oracolo di Giulio Mozzi è scritto in un modo così persuasivo da annichilire qualsiasi forma di contro pensiero. La letteratura, la scrittura, le storie, tutto funziona esattamente come dice lui. È una raccolta di massime, certo, ma ha una coesione interna, una forma così scintillante da indurti a contemplarla incantato. Forse uno degli espedienti retorici più efficaci è proprio la trovata di inserire, di tanto in tanto, oracoli di questo tipo:

Non leggere nessun manuale di scrittura creativa.

Non seguire i consigli di questo libro.

 

Ma dietro tutte le grandi narrazioni che si impongono a prima lettura come esaustive e totalizzanti c’è un’intelligenza creativa che guarda dal buco della serratura. Quindi un punto di vista, una prospettiva. Ho cercato di afferrarlo questo punto di vista attraverso un approccio che si servisse di una delle sue massime per pensare e strutturare la recensione. Qui di seguito vi spiego come e perché.

cactus

Piccola relazione autoriflessiva

La massima di cui mi sono servito è questa:

Dividi il tuo testo in tante scene, in ciascuna delle quali avviene qualcosa. Metti a ogni scena un titolo, dal quale si capisca esattamente che cosa avviene. Cancella tutte le scene alle quali non riesci a dare un titolo.

Un’indicazione che mi è sembrata così convincente da spingermi a dare titoli significativi a tutte (quasi tutte!) le pagine del manuale. Sono andato avanti per un po’, e man mano che procedevo mi rendevo conto che molti di essi si somigliavano, che quelli che avevo trovato erano sottotitoli, non titoli. Così ho cercato di capire quali fossero i nuclei tematici che li animavano. Riducendo tutto all’osso sono venuti alla luce quattro categorie che ho rappresentato sotto forma di hashtag: #mondo, #tensione, #stile, #etica. Quattro concetti per enucleare i movimenti portanti del libro: ogni massima rientrava, in questo modo, in uno dei quattro hashtag senza altri sforzi interpretativi.
Per spiegarmi meglio li discuterò singolarmente, ma senza escludere la loro permeabilità.

1. #mondo

Una delle fissazioni dell’aspirante scrittore di oggi è quella di voler scrivere prima di aver immaginato. Secondo Mozzi, il processo della scrittura viene sempre dopo quello dell’immaginazione. Non si può raccontare un personaggio se prima non lo si è immaginato in tutti i suoi dettagli significativi; non si può descrivere una casa se non se ne conoscono l’ubicazione, la metratura, il numero di stanze, lo stile dell’arredamento; non si può collocare una storia nel tempo senza averne prima misurato le ore e i minuti. L’idea di fondo è espressa con questa massima, ed è inequivocabile:

Le narrazioni non imitano il mondo: lo inventano.

Lo scrittore ideale deve rimboccarsi le maniche e dare forma al proprio mondo, inventarne le leggi che lo regolano, esplorarne i confini e mapparlo con perseveranza. È in queste operazioni che sta il senso della letteratura, la scrittura è uno strumento che va gestito ed è più orpello che scandaglio. Così l’Oracolo sentenzia:

Quando, in quale negozio, a quale prezzo, in compagnia di chi eccetera, è stata acquistata la camicia che il tuo personaggio indossa?

Considera gli effetti del passare del tempo.

Gli alberi non esistono: esistono i pini, i frassini, le querce, i pioppi, le betulle, i lecci, i noci, gli abeti, i ciliegi, i tassi eccetera.

2. #tensione

La prima massima che ho intitolato con questo hashtag è:

Assegna a ciascun personaggio un ostacolo che non è in grado di superare. Almeno in apparenza.

Perché tensione? Un’altra grande fissazione dell’aspirante scrittore di oggi è quella di dire la storia senza raccontarla. Dire la storia significa fare un elenco di situazioni, raccontarla, invece, è mettere le situazioni in relazione. Non solo. Mettere le situazioni in relazione in modo da consentirne l’interpretazione e la risignificazione da parte di terzi. In altre parole, considerare il lettore, trattarlo come un estraneo di cui bisogna guadagnarsi la fiducia. Come si guadagna la fiducia? Suscitando interesse, creando le condizioni per stabilire un rapporto di desiderio reciproco. Sembra il prontuario della relazione amorosa, e in parte lo è perché autore-testo-lettore è un triangolo degno di Uomini e Donne.

Quello che però Mozzi sembra dirci è che questo tipo di rapporto ha più a che fare col corteggiamento selvaggio che col desiderio di stare insieme per tutta la vita: un buon autore dovrebbe leggere l’Histoire de ma vie di Casanova piuttosto che David Copperfield.
Creare tensione è il principio su cui si basa la rigenerazione millenaria del patto narrativo, l’abilità retorica che ha reso l’uomo un animale affamato di storie. Una iena, non uno scoiattolo. Nella prospettiva di Mozzi, tutto ciò si ottiene sottraendo informazioni. Così l’Oracolo sentenzia:

Prova a nascondere al lettore un’informazione. Una sola. Quella che dà la chiave a tutto.

Deludi le aspettative scontate. Però ricordati di suscitarle.

Dove sta per accadere qualcosa, inserisci una divagazione.

La tua storia non deve piacere, deve illudere.

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3. #stile

A proposito di sottrazione, l’Oracolo è costellato di massime di questo tipo:

Togli una parola a ogni frase del tuo testo.

Togli dal romanzo tutti gli aggettivi; poi, senza guardare il testo di partenza, rimetticeli. Fa’ lo stesso con la punteggiatura, con gli avverbi eccetera.

Riassumi il tuo romanzo in due cartelle. Poi in una. Poi in mezza. Poi in un quarto. Poi in una sola frase. Se la storia conserva il suo interesse, probabilmente è una buona storia.

Rileggi ogni frase che hai scritto, e domandati: si può dire la stessa cosa con meno parole? Si può dire la stessa cosa in modo più evidente? Si può dire la stessa cosa con più precisione?

«Togli una parola», «togli gli aggettivi», «riassumi in una frase», «si può dire con meno parole» ecc. Mozzi ha una missione, è evidente, ed è quella di convincere l’aspirante scrittore dell’inutilità e dell’ingenuità dello stile fine a sé stesso. Non si scrive per scrivere bene, ma per mettere le parole al servizio della propria storia.
Qui emerge chiaramente la permeabilità delle categorie, perché chi riduce la propria lingua ha l’obiettivo implicito di far emergere il mondo, ma ridurre sottraendo elementi è anche un modo per creare vuoti di significato, disseminare assenze per suscitare nel lettore il desiderio di saperne di più. La tensione nasce sempre dal dislivello tra chi ne sa di più e chi ne sa di meno (pensate al principio fisico dei vasi comunicanti, o alla definizione di tensione elettrica come risultato di una differenza di potenziale).

4. #etica

Nel trentaduesimo volume della Storia d’Italia di Indro Montanelli – intitolato Gli anni della Destra e dedicato alle vicende politiche della prima Italia post-unitaria – c’è una riflessione sulla natura della lingua italiana. Nel 1861 diverse inchieste confermarono che gli italiani erano in gran parte analfabeti e «appunto perché non sapevano leggere, erano rimasti sordi agli appelli di Mazzini, e il Risorgimento era rimasto l’isolata iniziativa di una piccola élite». Cosa si tentò di fare per risolvere questa situazione? Per prima cosa, trovare una lingua comune tra élite e popolo, un italiano medio largamente accessibile. Bisognava costruire un modo nuovo di pensare, riconfigurare lo spirito di un popolo che aveva decine di tradizioni linguistiche diverse. Il risultato, secondo Montanelli, fu un disastro dal punto di vista etico:

La diatriba era destinata a continuare ben oltre l’Unità, ma provocava intanto questa nefasta conseguenza: che gli italiani sempre più si abituavano a preoccuparsi meno di cosa dicevano che di come lo dicevano. Questo assillo dello “stile” fine a se stesso, del bell’eloquio per il bell’eloquio, ci ha regalato una lunga dinastia d’inutili calligrafi e retori.

È un dibattito ancora molto aperto, centrale anche in uno dei testi di critica letteraria più importanti della nostra tradizione: la Storia della letteratura italiana di Francesco De Sanctis. L’Oracolo, implicitamente, ne dà un contributo operativo. La sua attenzione correttiva conferma questo collegamento tra etica e stile: l’ampollosità delle narrazioni è la conseguenza di un vuoto etico. Quella dell’aspirante scrittore è, nella prospettiva di Mozzi, una strategia di compensazione:

Pensi davvero di saperla abbastanza lunga per raccontare questa storia?

Oppure:

Domandati se la tua storia è utile alla vita. Se non sai risponderti, rinuncia.

E ancora:

Non puntare al massimo: punta al massimo delle tue possibilità.

Non pensare alla Letteratura.

Concludo: non fidatevi di quello che dice la prefazione, l’Oracolo manuale per scrittrici e scrittori di Giulio Mozzi, se aperto a caso, non risolverà i vostri problemi di scrittura. Vi metterà in crisi, ma lo farà in modo creativo e contro intuitivo, e questo è il meglio che possiate aspettarvi da un manuale di scrittura creativa.

4 Comments

    • marco993 says

      Grazie per il commento e complimenti, ancora una volta, per aver scritto un gran bel manuale di scrittura.

      "Mi piace"

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