Come se fosse un romanzo (ma non lo è)

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il mestiere di leggere

Questo pezzo è già uscito su Cattedrale Magazine

Le informazioni che ho io sono:

  1. Andres Barba è uno scrittore spagnolo, di Madrid
  2. ha quarant’anni
  3. ha già scritto molti libri, alcuni di questi pubblicati in Italia, da case editrici differenti
  4. a febbraio è uscito per Einaudi il suo ultimo: Ha smesso di piovere, traduzione di Federica Niola
  5. è una raccolta di racconti che però ovunque – a cominciare dalla scheda del libro sul sito Einaudi – pubblicizzano come se fosse un romanzo.

Mi sono chiesta perché.


Il protagonista di ogni racconto sarà forse un personaggio secondario del racconto precedente/successivo come in Olive Kitteridge di Elizabeth Strout e Il tempo è un bastardo di Jennifer Egan?
No.
C’è un unico protagonista, mostrato per ogni racconto in un diverso momento autoconclusivo della sua vita, come in Chi ti credi di essere? di Alice Munro?
No.
Forse i racconti ruotano attorno alla vita di un personaggio principale ma cambiano i punti di vista e la voce narrante si modifica dalla prima alla terza e addirittura alla seconda persona, come in Sofia si veste sempre di nero di Paolo Cognetti?
No.

Cosa fa di questa raccolta di racconti un quasi romanzo?
Secondo l’editore – e secondo una serie di recensori del libro – il fatto che si narri dei conflitti genitori-figli e che ognuno di questi rapporti conflittuali viva un momento di scioglimento; in generale, e cito dal sito Einaudi, che presenti “quattro variazioni sullo stesso tema”.
Ah bene, ho pensato io: il libro di Barba declina uno stesso tema narrando diverse storie. Quello che fanno tutte le raccolte di racconti.

Ho cercato in rete qualche notizia in più. Qui ho letto che Barba non riusciva a decidersi sul titolo giusto per il suo lavoro e che è stata sua moglie a trovarlo. Pioveva da molti giorni, pare, e poi finalmente ha smesso. E quando ha smesso la moglie di Barba ha esclamato: “Ha smesso di piovere!”. Così allo scrittore è venuto in mente che se c’era qualcosa che tenesse insieme i suoi racconti, qualcosa che rappresentasse l’atmosfera che aveva creato e i conflitti che aveva desiderato indagare, era proprio quell’espressione di rottura: quello che si dice per indicare la fine di una condizione che fino a poco prima c’è e poi non c’è più e la condizione cambia.

1-1

E ancora una volta a me questo non è sembrato il comune denominatore dei racconti di Barba, ma della forma-racconto in generale: c’è una condizione; questa condizione porta alla luce dei conflitti; accade qualcosa che rompe la condizione; la condizione si modifica. Non è quello che diciamo sempre, quando parliamo di racconti?
Voglio dire: dov’è la peculiarità? Perché peculiarità ci deve per forza essere? Perché la cercano (Barba? Il suo editore spagnolo? Quello italiano?) a tutti i costi?
Non so, fatto sta che il libro che ho letto io è una raccolta di racconti che però chiamano romanzo.

Parliamo della scrittura, l’unica cosa che ha un che di romanzesco in questa raccolta di racconti. Amplia, lunga, vorticosa (a tratti gironzolante); soprattutto: florida di analogie. Troppo florida. Costruita per immagini, non dà tempo all’occhio di abituarsi a vederne una che subito ne arriva un’altra. Se si è immersi in una scena, non è grazie alla descrizione della scena, ma attraverso la costruzione di un’immagine che è metafora di quella scena. Se si è in un’azione, non è grazie alla visibilità dell’azione, ma attraverso la comparazione con altre azioni che illustrano (meglio?) quello che il personaggio sta facendo.

occhiomagritte

Faccio tre esempi dal racconto “Fedeltà”, che comincia così, pieno di belle premesse:

Mentre stava facendo l’amore per la quarta volta, Marina pensò per la prima volta (le altre si era limitata a sentire, a registrare informazioni) a quanto il piacere fisico, l’intermittente espressione di quel gioco inefficace e carezzante, fosse lontano da qualunque espressione letteraria mai letta in un romanzo. Era strano, c’era qualcosa che non aveva mai visto descritto, quella specie di impazienza nervosa, di inganno brusco; il piacere giungeva sempre inaspettato, non era (anche le altre volte era stato così, ma adesso lo capiva) una gradazione riconoscibile, né una successione di stimoli.

Siamo dunque in una situazione in cui si tenta un discorso sul piacere – sempre difficile farlo -: la protagonista vive forti passioni che hanno a che fare con l’affinità, il tradimento e la corporeità.

Ed ecco come Barba mostra il piacere fisico:

[…]il piacere arretrava e svaniva e poi ricompariva, impetuoso ed elettrico, irrompeva come un rapinatore in una banca, togliendosi una maschera e indossandone una nuova.

e subito dopo la passione per la lettura:

[…]Marina ricordava di essere stata circondata soltanto di libri, libri come una massa contorta e luminosa, come una creatura minacciosa e autonoma di cui si lamentava sempre la madre. […] C’era qualcosa di teso e di robusto in quella massa, qualcosa di gravido, come il baule di un alchimista.

e subito dopo l’innamoramento:

Ramon le piaceva come può piacere un grande uccello bianco non molto intelligente ma maestoso e divertente.

Ad ogni informazione la sua analogia, ogni passo in avanti è accompagnato da riferimenti visivi ulteriori.

In tutto il libro ho contato oltre duecento di questi “come”. Usati per i più semplici e immediati paragoni:

come il cucciolo appena nato di un animale
come un piccolo predatore che salta
come se fosse un oggetto di gomma flessibile
come una bambina che viene presentata in un orfanotrofio
come la molla di una scatola a sorpresa
come un’infermiera gentile

o per esplicare le emozioni, i comportamenti:

Il modo in cui gli aveva voluto bene fino ad allora era ormai inefficace, come il ponte sprofondato di un continente lontano, o di una favola.

Era come sentire il flusso della sua vita, come mettere il dito sulla giugulare di una persona e sentire il battito costante e involontario del suo cuore.

Una pazienza gentile, arresa, come quella di chi aspetta una persona che arriva sempre in ritardo.

In alcune pagine diventano così numerose e contigue da sovrastare tutto il resto, trasformandosi in un rumore di fondo:

[…] come se vi fossero state applicate con un dosatore due minuscole gocce di collirio lattiginoso […] come lo sguardo di un animale con la cataratta […] come un babbo Natale scriteriato […] come se parlasse di un tornado […] pag 51

[…] come se cercasse di dire cose intraducibili […] come se non fosse il caso di dare troppa importanza alla faccenda […] come se esistesse un mondo in cui i veri istinti non servivano a nulla […] pag 81

[…] come se entrambe fossero state sommerse all’improvviso […] come quello di una maschera etrusca […] come se si stesse smontando non solo il suo corpo, ma persino la sua femminilità […] come se si fosse finalmente liberata di qualcosa […] pag 99

E il rumore aumenta ancor più quando ai “come” si sommano “una specie di” e i “forse” e gli abusatissimi corsivi:

Le pareva, ma preferiva non pensarci troppo, che non venire immediatamente fosse una specie di disfatta […] come se la successione più che una marea […] come se la natura del corpo […] come se partisse dallo stomaco […] una specie di bellezza sportiva […] come se avesse giocato a calcio […] come se si fosse spinto per ore su un’altalena. […] Forse si sentiva sporco […] pag 105

specchio

Se nello stile di Barba c’è qualcosa che stride con la forma racconto – e che porterebbe a giustificare l’idea di chiamarlo romanzo – è l’assenza di compattezza delle storie. Il racconto dovrebbe illudere che le cose di cui è fatto non possano che stare insieme e scontrarsi: debbano solo essere scritte, svelandosi l’un l’altra quasi per miracolo. Ma lui non si accontenta di scrivere: vuole fornire la chiave di lettura dei suoi racconti. C’è nella sua scrittura una insistente volontà di inchiodare il lettore alla visione delle cose esattamente uguale alla sua. Per questo compie un’affannosa rincorsa alle immagini, illudendosi che più siano numerose più possa esserci certezza che il messaggio arrivi corretto.
Invece quello che succede, a utilizzare una lingua così posticcia e vanitosa (“Un bacio semplice, all’angolo della bocca, come lo svolazzo di una farfallina che esce da una giacca chiusa nell’armadio“) è che il suo libro non sembri più fatto di storie – romanzo o racconti che siano – ma di equivalenze.

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