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Sette Gocce

A seguito della nostra call Rumori in sottofondo abbiamo ricevuto 54 racconti. Letti, selezionati, editati prima dalla classe di Apnea ’21/’22 poi dalla nostra redazione narrativa, ne sono infine stati scelti 14 per la pubblicazione sulla nostra rivista, prima con le note di editing in chiaro e poi in versione definitiva. Questo è il terzo, lo ha scritto Giuseppe Fiore e ha richiesto un intervento di editing da parte dell’allieva editor Francesca Ruggeri che suggerisse all’autore come sviluppare meglio alcune punti, limitare la paratassi per non appiattire il racconto e anzi riequilibrare la tensione del racconto e l’alternanza tra le parti riguardanti il sonno e la veglia.


La storia: La giornata di un ragazzo: si sveglia, rimane a casa, poi esce. Tutto questo, nell’indolenza e nel rumore prodotto da quello che ha intorno. Lo stesso rumore che genera domande, le stesse domande che portano le crisi di panico, da controllare con le sette gocce.


Sette gocce

di Giuseppe Fiore

Mi alzo alle nove e trenta, è mercoledì. Prendo le sette gocce. Mia madre è in cucina, mi saluta mentre esco dalla stanza, va al lavoro. Mio fratello è sul divano, guarda la prima puntata dei Ferragnez. Entro in cucina, mi preparo un caffè, la macchinetta è nuova: Lavazza a modo mio. Apro la bustina della cialda, la infilo nella fessura. Nel mentre afferro una tazzina, che infilo sotto il beccuccio, spingo il pulsante luminoso, il rumore della macchina copre la voce di Fedez in televisione. Zucchero il caffè. In tv Fedez parla con suo figlio in braccio, parla dei soldi che ha donato a un’associazione di cui non comprendo il nome. Chiedo a mio fratello se è possibile cambiare, ma ricevo un no. Finisco il caffè con un sorso, scotta, poi bevo dell’acqua. Vorrei fumare.

Me ne vado in camera, chiudo la porta sperando blocchi le lagne del figlio dei Ferragnez. Accendo la tv e la play, spengo subito la play perché non ho voglia di giocare. Vorrei fumare. Faccio partire youtube: c’è una pubblicità di dieci secondi: un tipo vestito bene si presenta e mostra la sua macchina. Skippo. C’è una seconda pubblicità: bambini rincorrono un padre su una montagna, il padre entra in macchina, i bambini si infilano dietro. Sono felici, tornano a casa, la macchina è una Suzuki. Da bambino nei tornanti finiva sempre che vomitavo. Parte il video che cercavo: un ragazzo parla dei libri letti nell’ultimo mese. Mi addormento a metà.

Sono sul tetto di un palazzone. Non ho idea di come ci sia arrivato. Di fianco a me c’è una ragazza. Sembra Lisa, anche Eli e forse mia madre. Mi guarda. Io mi giro. Intorno a noi ci sono spalti. Come quelli da stadio, più grandi. Come quelli in cui Harry va a vedere la finale di Quidditch. C’è gente. Seduta composta, ci guarda. Provo a parlare, non so cosa dire. Ci guardano, dice Lisa-Eli-Mamma. Annuisco. Fanno bene, dico. Sento una delle tasche del pantalone pesante. Mi tocco. C’è un pacchetto di sigarette. Il pacchetto è di Camel blu morbide. Ne faccio saltare fuori due. Ne passo una a Lisa-Eli-Mamma. Penso che se c’è davvero una parte di mia madre dentro quel corpo non sarebbe contenta. Accetta la sigaretta. Bingo, esclude mia madre dall’indovina chi. Fumiamo. Zitti, come tutti quelli che ci guardano. A un certo punto lei dice che potremmo urlare. Io scuoto la testa. Non ne vedo il senso. Lei si butta giù. Si sporge e sta già cadendo. Io mi sporgo e vedo il suo corpo deformato a terra. Non c’è sangue. Scappo.

Alle tredici esco dalla camera. Mia sorella è tornata a casa con mia madre, mio padre sta arrivando. C’è odore di funghi, mi siedo sul divano, in tv il telegiornale. Potrebbero partire delle forti sanzioni da parte dell’Europa per la Russia, mi chiedo se i termini “forti sanzioni” coprano, per maggioranza di caratteri, la parola guerra. In Cina è sparita una tennista, pensano possa essere colpa del governo. Entra mio padre, ci sorridiamo, mio fratello esce dal bagno, ora pranza con noi. Mia madre, mio padre e mia sorella parlano di una cugina di mia nonna a cui hanno diagnosticato un tumore al colon. Cazzo è il colon? O meglio dov’è? Mi alzo e vado in bagno. La mensola sopra il lavandino è piena di roba: Dove, Proraso, Dailies, L’Oréal Paris. C’è equità di genere su una mensola casalinga, piscio, prendo altre sette gocce, le prendo prima di mangiare, così il sonno che viene dopo posso associarlo alla pennichella post pranzo. Ho paura dei sogni dovuti alle gocce, della tranquillità in cui scivolo, la tranquillità che tiene lontano il panico. 

A tavola stiamo in silenzio. Mia nonna diceva che per saziare la fame ci vuole silenzio. Ogni Natale lo diceva – lo dice, perché non è mica morta. Abbiamo sempre fatto i cenoni, Pasqua e Natale, familiari stretti, discorsi sfocati, le storie degli altri, con papillon e cravatte, io solo con la tuta. Mio nonno si vestiva da Babbo Natale, arrivava dopo la tombola e noi gli saltavamo addosso, tutti insieme, poi sono cresciuti i nipoti e lui è morto.  Si sente solo la televisione, hanno cambiato canale per un nuovo tg: le notizie però sono le stesse, rimbalzano da un giornalista all’altro. Una donna uccisa dall’ex compagno in una periferia, aveva già tentato di ammazzarla, non c’era riuscito. Dieci minuti di notizie sportive: la Juve deve giocare domani in Champions, la Juve indagata per qualche affare illecito dietro un parametro zero, vogliono creare una super lega di squadre ricche, le più forti. Mio padre spegne, il calcio non è più quello di prima, dice, forse ha ragione, io non c’ero.

Alle tre meno qualcosa prendiamo la macchina per andare dalla nonna. In macchina mio fratello mette della musica commerciale, canta, qualche ritornello lo canto pure io. Andiamo da nonna per bere il caffè e “fare” il diabete. Mio fratello la punge sul mignolo, tocca a lui perché a me non piace dover infilare un ago, per quanto piccolo, nel dito di qualcuno. Appena entriamo ci accorgiamo della tv con il volume al massimo, nonna è anche sorda. In un salotto borghese trattano i problemi dei lavoratori, i nuovi poveri, sfruttati dalle multinazionali, da uomini di potere, gli stessi uomini che parlano nei salotti. A mia nonna interessa solo come sono vestite le donne: se qualcuna è troppo scoperta, commenta che non si può mica andare in tv in quel modo, rido, ci sono troppi strati da sfogliare per arrivare al significato di qualcosa e noi siamo liberi di decidere lo strato su cui fermarci. Intanto nonna ha fatto il caffè, lo zucchero e lo bevo, poi mi siedo sul divano.

C’è silenzio. Io cammino. Sono in centro. Le strade sono strette e perpendicolari tra loro. Cammino. Non c’è nessuno. Procedo a passo svelto. Ho paura. Paura di essere solo. Mi giro più volte per vedere se qualcuno mi segue. Nessuno, eppure lo sento. Ho paura. Quella paura che rimbalza nei sogni. Quella paura che di solito salta così in alto da uscire fuori. Mi fermo. Ascolto. Nulla. Le nuvole scorrono veloci, non c’è vento. Urlo. È un suono acuto, non mio. Urlo ancora.

Mio fratello mi scuote, andiamo, dice. Guida sempre lui, io guardo fuori dal finestrino, è tutto grigio, torniamo a casa.

Mia madre è in videochiamata con una sua collega, mio fratello si mette a studiare. Mi stendo sul divano e provo a leggere, ho comprato un libro di racconti di Kafka, ma arriva la voce di mia madre dall’altra stanza, parla di un progetto finanziato dalla regione. Chiudo la porta, non basta per avere silenzio: sento la voce di mio fratello che ripete, si aggiungono le voci della serie tv che guarda mia sorella. Provo comunque a leggere, niente, la mia mente non è in grado di difendersi da attacchi esterni, chiudo il libro e accendo la tv. Tra cinquant’anni il mondo sarà finito, se continuiamo così. Ma così come? Vorrei preoccuparmi, perché non credo che tra cinquant’anni sarò morto, ma non ci riesco. Dovremmo metterci le mani nei capelli, bloccare con uno schiocco di dita tutto quello che uccide il pianeta, fermare le nostre vite per pensare a quelle che verranno: invece nessuno fa nulla, a nessuno interessa dei propri figli? Non c’è ansia, non la sento, perché dovrei preoccuparmi io? Spengo, poi scrivo a un mio amico se vuole farsi un giro, mi invita a casa sua. Butto giù altre sette gocce, quelle di prima hanno avuto poco effetto, mi pongo ancora troppe domande, mi schiacciano. Esco.

Devo prendere il dodici, non prendo la macchina perché più tardi serve a mio fratello. Infilo le cuffie, metto il nuovo album di Marra, sono al terzo ascolto e ancora devo comprenderlo tutto. Salgo, oblitero e mi siedo. Alla seconda fermata sale molta gente, io devo fare sei fermate, dei ragazzi urlano tra loro, indossano tutti giubbotti larghi, neri o viola, portano una sola cuffia, l’altro orecchio rimane libero, parlano tra loro. Nessuno si siede di fianco a me, metto le mani nelle tasche, gioco con la cerniera del portafoglio. Intanto osservo la città dal finestrino. Continuo a toccare il portafoglio, alla sesta fermata scendo di fretta.

Suono, mi apre e salgo da Nino, a casa sua non c’è nessuno, sono le quattro e mezza, i genitori lavorano, il fratello è in giro. La tv è accesa, si sta chiudendo una canna e io mi siedo al tavolo. Guarda la nuova serie Amazon sulla Juve: Bonucci spiega cosa vuol dire per lui essere padre, le sue scene, attraverso un montaggio specchiato, vengono affiancate da quelle di Ronaldo con i figli. Ronaldo è seminudo e parla a bordo di una piscina privata, per lui essere padre è l’opposto dell’essere calciatore, il campione è solo, il padre è circondato, servono, per entrambi, impegno e dedizione. Dico al mio amico di levare quella roba, sorride. Nello spogliatoio Bonucci parla ai compagni, dice che bisogna tirare fuori i coglioni, devono mostrare cosa vuol dire far parte della squadra. Mi alzo, prendo il telecomando, spengo e usciamo sul balconcino a fumare.

Sotto di noi, gente passeggia, fa freddo. Nino mi fa vedere un video, mentre fumiamo, tizi costruiscono e sparano fuochi artificiali, lo guardo, poi mette un album di Drake di sottofondo, rimaniamo in silenzio. Sotto di noi passa una ragazza abbracciata a un ragazzo, lei indossa un giubbotto Adidas bianco e dei jeans stretti. Rientriamo.

Nino riceve una telefonata, mi siedo sul divano, poi mi stendo. Lui parla.

Intorno a me schermi simili a quelli cinematografici. Non riesco a focalizzarmi su uno in particolare. Psichedelia di colori accesi che attraversano gli schermi per poi sparire. Attorno a me persone, anche loro indefinite. I miei occhi sono colpiti da una malattia simile alla miopia. Fumo una sigaretta. Sento voci provenire dagli schermi. Mi chiamano. Mi chiamano con nomi diversi. Tutti quei nomi, però, mi appartengono.

Alle sei e mezza suona un promemoria: alle sette devo vedermi con Lisa. Nino si è messo a giocare a Fifa, sorride mentre mi alzo, mi scuso per essermi addormentato. Tranquillo, dice. Oramai è la normalità per tutti.

Infilo le cuffie. Parte una pubblicità, mi invita a scaricare Audible, potrò ascoltare tutti i libri che voglio per soli sette euro al mese, skippo. Perché non decido di fare Spotify Premium? Perché decido di accettare passivamente la pubblicità? Perché non pago e non ascolto la musica che voglio? A soli tre euro e novantanove al mese. Per strada c’è stato un tamponamento, una panda bianca e una Clio grigia. Due signori discutono con la polizia, uno dei due, pelato bianco sui quaranta, dice all’altro, nero sui venticinque, che questa è casa sua e qui comanda lui, mentre i due in divisa restano impassibili. Tiro dritto.

Proprio non riesco a pensare che sia tutto qui, dico. Intendi la vita e dopo la morte? No, non la morte, intendo proprio qui, in questo istante, dico; mi piace quando i discorsi che faccio hanno più strati di profondità, quando lei mi crede così intelligente da diventare ambiguo. Spiegati, dice, mentre guarda il cielo e siamo in una serie tv americana. Possibile che sia solo un doversi guardare allo specchio e non piacersi? Che sia una montagna di aspettative a cui dobbiamo arrivare che si susseguono come una corsa a tappe infinita? Silenzio. Tu ti piaci? Non credi avere qualche imperfezione? Di qualsiasi genere? Chiedo, lei sorride, dimmelo tu, dice, ha smesso di guardare il cielo e guarda me. La eccitano i discorsi filosofici che non portano a nulla, lo so, ma io non ho voglia di scopare adesso. Cambiamo esempio ok? Facciamo finta che non mi piaccia il mio corpo, che mi consideri troppo magrolino e vorrei essere più massiccio, lei ride ancora, non voglio rida, lo sei, dice, sei un tossichello che non è mai andato in palestra, sorrido anch’io. Ecco è la palestra che può cambiarti, la palestra diventa il mezzo per scalare la montagna di cui parlo no? Ti iscrivi, segui dei percorsi per cambiare il tuo corpo, per diventare massiccio, nel frattempo, mentre esegui le tue serie, le flessioni, il tuo inconscio sta già creando delle aspettative, voraci crateri in cui finirai, nel bene o nel male. Il tuo inconscio crea scenari del tipo Baywatch con muscoli e ragazze che ti sbavano dietro, ma non sarà mai così, riuscirai a mettere massa, a diventare muscoloso, non ti piacerai mai davvero, no? L’aspettativa è un vortice infinito in cui cadi e da cui non esci perché non esiste la perfezione. Ora è seduta con la schiena dritta, mi guarda, non è più lo sguardo di prima. E con questo? Secondo te non dovremmo porci obiettivi così da non rimanere delusi? Scuoto la testa. Non critico chi si pone obiettivi, critico tutto ciò che ci porta a porceli, l’idea di essere qui, ora e di non avere altre possibilità, mi abbatte, non riesco ad accettare l’idea che siamo questo e nient’altro. Intanto lei ha cominciato a toccarsi le doppie punte e ora guarda i suoi capelli, so che lo fa quando è concentrata, mi infastidisce lo stesso: odio i capelli, il singolo corpo morto che cade a terra. E cosa pensi ci sia? La gente continua a darsi obiettivi, piccoli o grandi che siano, perché non c’è altro, dobbiamo avere qualcosa per cui lottare e che ci possa rincuorare, ci possa regalare ricordi positivi, dice. Si, questi obiettivi, queste piccole vittorie quotidiane che ci vendono come senso ultimo di tutto, dove finiscono? Perché per le vittorie che ti mostrano esiste un sottobosco, doppio o triplo a livello numerico, di sconfitte che rendono l’essere umano sempre più incattivito, perdere porta rabbia e violenza, non credi? Le sconfitte finiscono intorno a noi, in quel sentimento collettivo che ci stritola e ci ammazza sempre di più, dico. Perdere fa parte della vita, dice. La vittoria e la sconfitta sono la base di ogni esperienza che viviamo, dice. E sono molti di più quelli che vengono sconfitti costantemente di quei pochi che vincono, la gente impazzisce, si ammala, si ammalano tutti perché perdono, sono solo aspettative, orizzonti che ci disegnano con la matita e che non riusciamo a rispettare, così ci sentiamo sconfitti, ci perdiamo, scivoliamo sempre di più in cunicoli schiacciati dal senso di fallimento che ci attribuiamo, sai qual è l’unica maniera per restare vivi in quei cunicoli? Non risponde, non scuote la testa, continuo senza appigli da parte sua. La rabbia, la violenza, il sentirsi schiacciati da tutto e tutti. Basta, dice, sono le nove, devo tornare a casa. Mi dà un bacio sulla guancia. Stai prendendo ancora quelle gocce? chiede, io annuisco. Qualche mese fa ho avuto delle crisi, il panico si infilava nelle pareti e le spingeva, le muoveva e loro si attraevano, io in mezzo le sentivo avvicinarsi, sempre di più, schiacciarmi, pronte a rompermi le ossa. È successo la prima volta in camera mia, ho urlato, sono caduto a terra. Dopo poche settimane in un cinema, guardavo Piccole Donne, hanno interrotto il film, sono scivolato dal seggiolino, mi hanno sedato. Adesso nessuno mi rimprovera più, ma Lisa ha paura di affrontare queste cose con me, ha paura di me, del modo in cui alzo la voce.

Decido di tornare a piedi, non prendo il pullman. I mezzi pubblici, con il buio pesto, mi fanno paura, cammino a testa bassa, le cuffie nelle orecchie, su una vetrina leggo: “ci prendiamo cura del tuo peso”. Cerco di non incrociare lo sguardo con nessuno, spesso le strade esplodono. Sono pronte, noi siamo pronti a esplodere per una scintilla in fase discendente. Gli occhi, lo sguardo, quella linea invisibile di bivacchi spenti, bivacchi che hanno prodotto violenza, violenza che continua a legare lacci, cordini, funi, fino a creare strutture solide, così solide da rinchiudere persone, persone che cercano solo riparo, protezione. E io, di tutto questo, ho paura.

Entro a casa. Mia madre è ancora sul divano con il computer davanti; mi chiede se ho cenato, ma no, non ho fame, accade sempre più spesso. Mio fratello non c’è, mia sorella è in camera sua. Ho fumato poco, la tv è accesa: un servizio su quattro amici che, attraverso una sana competizione, si sono laureati in poco tempo. Cos’è una sana competizione? Cosa sono le aspettative? Se non un’anticamera della violenza? Del fallimento?

Mi stendo sul letto, oggi è stata una giornata grigia. Dopo le crisi mi hanno consigliato di valutare ogni giornata, non il periodo, di valutare ogni giornata per quella che è stata. Oggi, come ieri e, potrei metterci la mano sul fuoco, come domani, non ho dato neanche un bacio a Lisa, ci ho solo litigato. Provo a leggere per distrarmi, prendo le ultime sette gocce, anche se ho paura prima di dormire, non mi sento più davvero tranquillo. Mi addormento.


Giuseppe Fiore è nato a Matera nel ‘98. È laureato in Comunicazione e media contemporanei per le industrie creative presso l’Università degli studi di Parma e ora segue un corso magistrale in Giornalismo e cultura editoriale. Ha pubblicato racconti su varie riviste letterarie.

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