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La mosca

A seguito della nostra call Rumori in sottofondo abbiamo ricevuto 54 racconti. Letti, selezionati, editati prima dalla classe di Apnea ‘21/‘22 poi dalla nostra redazione narrativa, ne sono infine stati scelti 14 per la pubblicazione sulla nostra rivista. Questo è il nono, lo ha scritto Federico Piacentini. L’allieva editor Alessandra Tamascelli, sotto la supervisione della redazione, ha lavorato con l’autore in un’ottica di microediting, per alleggerire qualche passaggio, mettere maggiormente a fuoco i sentimenti, le azioni e le sensazioni del protagonista, centrali in questo racconto.


Un uomo è in balia di visite specialistiche per un acufene. L’ultimo esame che deve eseguire è una risonanza magnetica. Ma lui sente una mosca ed è esattamente quello che mostrano le immagini. Dopo esser stato valutato da un neurochirurgo si sottopone al delicato intervento di rimozione del corpo estraneo. Al risveglio prova un senso di vuoto, stranezza e distorsione ma quando chiede di poter vedere la mosca estratta, il professore ride, spiegandogli di aver rimosso una massa cerebrale di cui il ronzio era solo una conseguenza. Il compagno di stanza però non è dello stesso avviso.


La mosca

Di Federico Piacentini

«È come una mosca, una mosca che non esce mai dal mio cervello».

Il medico mi guarda, perplesso. Afferra un arnese sul tavolo di metallo. Zoppica, spinge la mano destra sul bastone e si avvicina ondulante, poi si siede accanto a me. Vorrei chiedergli che cosa gli è successo.

Taccio mentre mi infila un piccolo imbuto nell’orecchio e ci appoggia sopra l’occhio. Posso sentire il suo respiro sul mio collo.

«Qui è tutto a posto».

Guardo le targhe dietro di lui, sono molte, gialle, oro, argento, in cornici striminzite. Otorinolaringoiatra. Ho sempre sorriso a sentire quel nome. Adesso no. Sono due mesi che sento un ronzio.

«Ha eseguito un esame audiometrico?».

Glielo porgo. Lui sospira e lo sfoglia.

«Il suo esame audiometrico è normale. E spesso nell’acufene questa non è una novità».

Lo guardo, mi guarda.

«Acufene?».

«Acufene». Aspetto. Continua. «Il manifestarsi di un suono improvviso di varia lunghezza d’onda e di varia intensità. Spesso gli acufeni sono sovrastati dal rumore del quotidiano ma, di base, sono sempre lì, ad aspettarci, appena si ripresenta il silenzio. A volte sono percepibili anche durante il giorno e possono interferire col sonno e le attività quotidiane del paziente».

«Possibile che una mosca possa fare tutto questo?».

«Cosa?».

«Niente».

«L’unico esame che rimane da fare è una risonanza magnetica cerebrale, per escludere altre cause organiche».

«Un tumore?».

«Non siamo così drastici».

Tamburello sul tavolo con le dita, ronzio nella testa, nelle orecchie. Organiche, ragiono sulla parola. Le cause psichiche sono state scartate da altri specialisti e, per una volta, me ne rammarico. Possibile che questa mosca sia in realtà una massa biologica destruente e mostruosa, altresì detta tumore?

Tiro fuori il portafoglio. Non voglio fare la risonanza, non voglio saperne di infilarmi in tubi meccanici solo per scoprire che ho una mosca nel cervello.

«E come faccio ad accedervi? Alla risonanza magnetica, intendo».

Maledetta indecisione. Il medico afferra una penna e inizia a scrivere su un foglio rosso. Poi me lo porge.

«Con questa ricetta può prenotare».

Annuisco. Apro il portafoglio ed estraggo una banconota. Il medico afferra un astuccio di pelle che trabocca di banconote come una bocca di pellicano piena dei pasti precedenti. Noncurante della situazione gastrica dell’astuccio, ci sbatte la banconota e lo chiude con forza.

Mi alzo e con la ricetta in mano mi avvio verso la porta, mi fermo.

«Ci sarà una cura?».

La mosca vola.

«Sono fiducioso».

Esco in strada e il brusio del traffico mi colpisce. La mosca permane ma sembra attenuata. Quasi il rumore di una Vespa lontana che viaggia in seconda con il gas a metà. Eppure lo psicologo me lo ha detto, le allucinazioni uditive, come quelle visive, sono spesso frutto di enormi fonti di stress. Non mi sento stressato, direi più esausto. Un lungo elenco di specialisti a cui mi sono rivolto: medico di base, neurologo, psicologo, otorinolaringoiatra. Il prossimo sarà il radiologo che leggerà la mia risonanza magnetica.

Mi muovo lentamente dentro quella che sembra una bara di metallo. I suoni forti fanno scomparire la mosca, ma mi inquietano, rendendomi le mani umide. Non posso fare altro che aspettare e chiudere gli occhi, se li apro, vedo il soffitto a una spanna dalla mia faccia.

La voce distaccata di un operatore alto e smilzo, che mi aveva fatto accomodare, mi rassicura che l’esame presto sarà finito. Non si sbaglia. Quando mi rimetto in piedi sento la testa girare leggermente, sono pressoché nudo, tranne per un lungo camice che mi copre fino a metà coscia. L’alto e smilzo avanza verso di me e mi porge i vestiti.

«Quando avrà finito, il dottore vorrebbe parlarle un attimo».

Non lo interpreto come un buon segno, come invece avevo fatto della scomparsa della mosca durante la risonanza. Mi sento un idiota in vestaglia, che ha appena passato una mezz’ora infernale per un ronzio che forse ha solo immaginato. Ma in quel momento esatto il rumore riparte nella mia testa. Ormai vestito mi avvicino alla scrivania dove il dottore sta osservando le immagini. Davanti allo schermo i lineamenti sono messi in contrasto dalla luce bianca.

«Salve, quale sarebbe il suo problema?».

Racconto della mosca e dei controlli a cui mi sono sottoposto che mi hanno fatto arrivare fino a lui. Mi guarda, sposta gli occhiali indietro con la punta del dito indice, poi torna a osservare le immagini sullo schermo e di nuovo sposta lo sguardo su di me.

«Una mosca ha detto?».

Il medico davanti a me osserva le lastre lucide sul diafanoscopio. Strano oggetto. Fa vedere il mondo alla rovescia. Basta prendere semplici pezzi neri di celluloide e portarli davanti alla luce elettrica perché rivelino segreti inconfutabili. Il medico è un neurochirurgo, un professore di fama mondiale, almeno così mi hanno detto. Non si è accontentato di osservare le immagini sullo schermo, ha voluto toccarle, sentirle, renderle analogiche. Si gratta la barba, mentre le guarda e riguarda. Le sposta, le soppesa, mugola.

Dopo un tempo interminabile prende il telefono e compone un numero.

«Annulli il mio appuntamento delle sedici per favore».

Bussano alla porta, che si spalanca facendo passare un altro medico, più giovane. Il camice svolazza mentre a lunghi passi raggiunge il diafanoscopio. Parlottano. Ogni tanto il nuovo medico si gira per guardarmi, sorride, è nervoso.

«Da quanto tempo soffre di questi disturbi?».

 «È un tumore?», domando.

I due medici sono crucciati, il professore si avvicina e si siede davanti a me, i suoi occhi nei miei.

«Le dobbiamo delle scuse. Non le abbiamo spiegato la situazione perché non è molto semplice».
A quel punto anche l’altro medico si avvicina e prende la parola.

«Quel che vuole dire il professore è che una circostanza del genere non ci era mai successa».

Si guarda la punta delle scarpe e fa un cenno all’altro come a dirgli di andare avanti.

«Nella mia vita di medico me ne sono capitate tante ma mai come questa. Non è un tumore, né qualsiasi altra cosa maligna o benigna. Lei ha una mosca nel cervello».
«Una mosca?».

«Proprio così, una mosca», conferma il medico giovane, che dopo un’occhiata rapida al professore si alza, mi prende per una spalla e mi accompagna davanti al diafanoscopio. Mi sembra che il ronzio stia aumentando, quasi mi scoppia la testa e non sono più in grado di seguire il fiume di parole del medico che diventa un brusio inconfondibile. Ma non ho bisogno di ascoltare. Bastano gli occhi, che non riescono a staccarsi dalla punta dell’indice del dottore sulla celluloide, dove, inequivocabilmente, vedo una mosca scura in campo bianco.

«Quindi non ha allergie, vero?».

«No».

«Farmaci ne prende?».

«Nemmeno».

L’infermiere monta una flebo sull’asta, vedo il liquido che scende nel tubicino di plastica e mi arriva al braccio.

«È la prima volta che si opera?».

«Sì».

Tra poco mi apriranno il cervello ed estrarranno la mosca. Sono mesi che la sento. Mi ha spinto da medici, mi ha fatto spendere soldi, sono diventato quasi pazzo. Dopo il nervosismo e la follia, rimane solo la paura. Quando il medico mi spiegava i rischi dell’operazione ho creduto, quasi, di non intervenire. Non è un tumore. Non è una turba psichica. Niente di pericoloso, solo una piccola insignificante mosca che sta nel mio cervello. Ma non posso vivere così, schiavo di un rumore sordo, incessante. L’infermiere spinge la barella nella sala operatoria, vedo grandi luci proiettare fasci luminosi su un tavolo nero al centro della stanza. Operatori mascherati, con guanti e camice aspettano il mio arrivo. Tra questi credo di riconoscere il professore e il medico giovane. Mi fanno montare sul letto nero e mi serrano la bocca con una mascherina.

«È pronto?».

Torno a concentrarmi sul ronzio, quasi che mi sia ritrovato in una sala operatoria in cui mi stanno per aprire il cranio senza motivo.

«Sì», sono pronto.

Apro gli occhi provando un senso di vuoto, come se cadessi in un baratro infinito, buio. Cerco di sollevarmi. Nel letto accanto al mio c’è un vecchio.

«Ho sete», dico.

Nella mente ritrovo pezzi di ricordi: la mascherina, il neurochirurgo, il medico giovane, la risonanza magnetica. Il vecchio mi porge un bicchiere mezzo pieno.

«Per chi, come te, si è sottoposto all’intervento ci dovrebbero essere infermiere carine sempre pronte a soddisfare ogni bisogno».

Bevo, ma l’acqua mi va di traverso, inizio a tossire proprio mentre entra nella stanza il professore, accompagnato da un’infermiera.

«Non deve bere, ancora!», esclama mentre si lancia a togliermi il bicchiere di mano. «L’intervento è riuscito ma il cervello ha ancora bisogno di adattarsi alla nuova forma prima di riprendere i normali circuiti neuronali. In poche parole, rischia di affogare anche con due sorsi di acqua».

Il vecchio lo guarda, poi si rivolge a me: «Non si deve dare retta ai bugiardi».

Il professore lo osserva, fa un cenno all’infermiera che pone tra le labbra dell’anziano una compressa e gli porge dell’acqua. Quello la ingoia, mi guarda e ricade nel letto.

«Demenza senile. Brutta bestia», dice il professore. «Ma veniamo a noi, abbiamo rimosso il problema, ci vorrà solo un po’ di tempo per rimettersi».

«La posso vedere?».

Il medico lancia un’occhiata all’infermiera che adesso tiene le mani composte davanti al grembiule e non reagisce allo sguardo complice del dottore.

«Non si possono vedere le masse che rimuoviamo dal cervello, vengono mandate in anatomia patologica per essere analizzate. Nel suo caso mi sento di poter escludere, grazie alla mia esperienza, una patologia maligna».

In quel momento entra nella stanza anche il medico giovane, si china su di me e mi spara una luce negli occhi: «I riflessi pupillari sono perfetti, buon segno».

Mi tocco le orecchie come se un riflesso ancestrale mi avesse percorso i muscoli, la mosca non c’è più. Non sento ronzii, il mio senso di smarrimento non era altro che la perdita di qualcosa di noto, a cui ci si attacca come a una gruccia.

«La mosca è stata tolta?».

«È ora di riposare. L’ideazione fantastica, dopo interventi del genere, è una cosa normale».

Mi alzo nel letto scosso dal terrore: l’otorinolaringoiatra, il radiologo che mi guarda con i riflessi di luce fredda sul viso, il neurochirurgo, l’indice che si posa sulla celluloide. La mosca.

«Voglio vedere la mosca che mi è stata tolta! Non la sento più, me l’avete tolta?».

Il professore risponde: «Stia tranquillo, l’acufene era solo un segno della massa cerebrale. Comprimendo il nervo acustico le sembrava di sentire una mosca, giochi strani del nostro organismo».

«Non è possibile, mi ricordo che mi avete mostrato la mosca, si vedeva bene! Non c’erano masse! Non avete trovato la mosca? Non la sento più!».

«Deve solo riposare adesso, vedrà che tutto si sistemerà». Il professore fa un cenno al medico giovane che annuisce in silenzio ed esce dalla stanza insieme all’infermiera.

Mentre il professore compila un foglio, il medico giovane rientra nella camera con un quadrato di celluloide, lo stesso osservato nel suo studio. Me lo pone davanti così che la luce della finestra possa rendere le immagini nitide.

«Questa è la massa». Fa un cerchio con la mano.

Fisso attentamente le immagini, tocco la lastra: «Qui non c’è la mosca!»

I due medici si mettono a ridere. «Una mosca nel cervello!», continuano a ridere mentre escono.

Il vecchio, appena i due non sono più a portata di orecchio, si gira verso di me e sputa la compressa che l’infermiera gli aveva messo in bocca.

«La mosca, ce l’avevo anche io. Credono di farmi fesso, ma io ricordo».

Da sotto il guanciale sfila un pezzo di celluloide sgualcita e me lo passa. Lo alzo davanti alla finestra. Nei contrasti chiaro-scuro rivedo una piccola mosca nera su fondo bianco, l’immagine che l’indice del giovane medico mi aveva indicato nello studio del professore.

Mi pare che un ronzio basso riprenda a crescere nella mia testa.


Federico Piacentini è Laureato in Medicina e Chirurgia. Da anni scrive racconti ma, solo dopo aver seguito un corso di scrittura creativa, ha iniziato a diffonderli. Suoi racconti sono stati pubblicati su riviste come RivistaBlam!, ILDA e Quaerere. Ha, inoltre, vinto il premio letterario “Jucunde Docet”. Sta lavorando al suo primo romanzo.

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