analisi e critica, tropici
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Damigelle, principesse e altre donzelle che non vogliono essere salvate

I tropi narrativi sono quegli strumenti di cui si serve chi racconta una storia. Personaggi, ambientazioni, espedienti: come immagini stock, come munizioni immagazzinate in un arsenale, i tropes sono mezzi a disposizione di chi scrive, pronti sugli scaffali, strutture riconoscibili da riempire di contenuto. Qual è il confine tra tropi e cliché? Quali sono gli esempi di tropi ben dosati e quali i luoghi comuni da scardinare?

Tropo #4: la donzella in difficoltà 

Hercules: «[confuso] Ma… voi non siete una… donzella in difficoltà?»
Meg: «[catturata dal centauro] Sono una donzella, sono in difficoltà, me la cavo da sola. Buona giornata.»
(dal film “Hercules” , Walt Disney Pictures)

Dal mito greco di Orfeo ed Euridice a Raperonzolo, dall’Alcesti di Euripide a Super Mario, il tropo della damigella in difficoltà che aspetta solo di essere salvata dal prode cavaliere o eroe di turno non ha bisogno di alcuna presentazione. Un tropo così elementare da aver ricevuto ogni tipo di trattamento: è stato estremizzato, ridotto a parodia, giustificato dalle circostanze, invertito, sovvertito. Ma anche ampiamente utilizzato e riutilizzato nella sua forma più basilare: un personaggio femminile che non ha altro scopo se non quello di trovarsi nei guai per mettere in moto l’intera storia e nessun altro ruolo se non quello di essere salvata dal protagonista maschio eterosessuale, solitamente innamorato più sulla base di un’idea (e di un ideale) che di una reale conoscenza. Su quest’ultimo elemento spesso si fonda l’interessante (e divertente) operazione di decostruzione del tropo (non è, in fondo, la decostruzione del tropo essa stessa un tropo?). Ma facciamo un passo indietro e torniamo al tropo vero e proprio: come è possibile che al pubblico (lettori, spettatori, giocatori) venga ancora propinata una figura retorica così abusata e riconoscibile?
Uno degli esempi di maggior successo in ambito seriale (niente al quale l’Iliade non ci avesse già abituati qualche anno fa) è il preambolo alle vicende di Game of Thrones (e alle Cronache del ghiaccio e del fuoco): il rapimento di Lyanna Stark da parte di Rhaegar, la scintilla che fa partire la ribellione contro i Targaryen, che si conclude con Ned Stark e Robert Baratheon che liberano Lyanna dalla torre in cui è imprigionata. Peccato che l’intera ribellione fosse poi basata su qualcosa che, con il senno di poi, non era così scontato: Lyanna era fuggita volontariamente con Rhaegar. Bastava chiedere. (A tal proposito, non inizierò neppure a parlare del bistrattato personaggio di Sansa e della sua evoluzione segnata da ogni sopruso).

In Star Wars, episodio IV, Luke e Han vanno a salvare la principessa Leila sulla Morte Nera: qui il trope è giocato in maniera piuttosto divertente: Leila non chiedeva ai due protagonisti uomini, infatti, di essere liberata o salvata, quanto di portare i piani della Morte Nera su Alderaan. Non c’era, da parte sua, alcuna aspettativa di essere soccorsa, quanto piuttosto un ruolo attivo per la risoluzione di un problema. La stessa Carrie Fisher, come è noto, commentò la scena servendosi del trope: «I was not a damsel in distress. I was a distressed damsel» (difficilmente traducibile: «Non ero una damigella in difficoltà. Ero una damigella sotto stress»).

Luke Skywalker: «Sono Luke Skywalker, sono venuto a salvarla!»
Leila Organa: «Sei chi?»
(dal film Guerre Stellari, Episodio IV – Una nuova speranza)

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Gli appassionati di videogame, o semplicemente chiunque non sia stato del tutto a a digiuno di cultura pop negli ultimi vent’anni circa, conoscono il tropo come i tasti del loro joystick: non si può, infatti, evitare di citare Zelda, la principessa dell’omonimo gioco. Negli anni, la trattazione della damsel in distress in questa iconica pietra miliare della videoludica ha visto deviazioni, cambiamenti e inversioni di rotta; resta comunque fondamentale il meccanismo di base: Zelda viene liberata da Link, il salvatore.

Neppure autori come Terry Pratchett o J.K. Rowling ci hanno risparmiato la lettura di personaggi femminili sottratti al pericolo grazie all’azione di eroi maschili: la damigella in difficoltà è dappertutto, permea le narrazioni trasversali da un media all’altro, troppo radicata nell’immaginario comune per sparire completamente. Eppure, è ancora possibile giocare con il tropo in maniera non scontata: è quello che fa la nuova serie Netflix Daybreak che, lungi dall’essere perfetta, ha però il pregio di una scrittura brillante a supporto di un contenuto intelligente e di un utilizzo degli espedienti narrativi non scontato. L’adorabile what if di partenza è: cosa accade se gli unici sopravvissuti all’apocalisse sono i ragazzini under18, mentre gli adulti si trasformano tutti in zombie capaci solo di divorare gli umani e ripetere un’unica frase a oltranza? Accade che la generazione Z è al potere: essere woke, cioè consapevoli e attenti rispetto a ingiustizie sociali, razzismo e sessismo è la normalità, la base di partenza per i diversi caratteri e non qualcosa che definisce le varie personalità come peculiari. Tale what if è un espediente per mettere in scena una metanarrazione ricchissima di tropi, dal personaggio maschio badass gay (tosto, forte, non riconducibile a uno stereotipo effeminato) al narratore inaffidabile, dalla Manic Pixie Dream Girl (strettamente connessa, qui come altrove, alla damigella in pericolo) fino alla nostra donzella da salvare. Un’abile decostruzione a sorpresa, non tanto nelle scelte dei personaggi, quanto nelle modalità di lampshading -il tropo che l’autore usa per dirottare strategicamente l’attenzione su una scelta poco sensata per poi disattendere le aspettative- e nella scrittura di una sceneggiatura che ribalta le premesse, ci conduce al cambio di rotta di una Mary Sue (personaggio femminile caratterizzato da bellezza fisica, integrità morale e abilità straordinarie, solitamente molto idealizzato) che, visto fino a quel momento solo attraverso gli occhi dell’ “eroe” protagonista, si riappropria della sua narrazione:  un personaggio che si auto-afferma, che è unapologetic, a tratti sgradevole, non rassicurante e tutt’altro che indifesa.

Josh: «Dovevano capire che sei fantastica»
Sam: «Ma quella non sono io, Josh. Sono le parti migliori di me montate insieme con della bella musica.»
(dalla serie Daybreak, Netflix) 

Un tropo così anacronistico e difficile da prendere sul serio può dunque essere ancora utilizzato  per la creazione di nuovi paradigmi, se supportato da una buona scrittura e da una voce che abbia qualcosa da dire. Grazie Mario, ma la Principessa non solo è in un altro castello: non vuole proprio essere salvata.

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