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La verità vi prego: se la realtà è un caos la narrazione deve domarla

Cara @Sadie,

la Nora del tuo romanzo suscita grande tenerezza, perché è capace di far venire fuori diversi aspetti di quell’età magica per cui ogni cosa non è mai solo se stessa, ma sempre la piccola parte di un insieme che sembra grandissimo, complicato e inarrivabile. Mentre si vive quell’età non si ha granché idea di quello che si sta facendo, si passa per lo più il tempo a rimpinzarsi d’informazioni, innamorarsi e sentirsi soli. È dunque logico che le sfere d’interesse siano tantissime e che tutto sembri fondamentale.
Nora, però, non è una persona reale ma un personaggio narrativo: quindi, deve fare delle scelte.

La verità vi prego: mai perdere di vista atmosfera e tensione

Caro Giorgio,

lo vedi quel bambino sott’acqua? Quello è il tuo potenziale lettore. Gli altri, distesi, più rilassati, che si lasciano tenere a galla dalle onde o addirittura si appoggiano, sono i lettori di romanzi. Il lettore di racconti, invece, trattiene il fiato e nuota forte per scendere giù e toccare il fondale, fa una fatica enorme, e allora tu lo devi ripagare.

La verità vi prego: la tua storia non è un trattato di sociologia

Caro Antonio,

il tuo racconto ha un titolo così evocativo che prima ancora di leggerlo il livello dell’aspettativa si alza solo per quella parola che c’è dentro: resurrezione. Ci hai pensato, quando lo hai deciso, che sarebbe successo? Che avresti dovuto tenere testa a grosse aspettative? La tua scelta potrebbe sembrare indovinata, perché in effetti è questo che un racconto dovrebbe fare: condurre un personaggio a vivere uno stato di cose che prima non c’era, che prima era in un altro modo; creare una piccola trasformazione. In un certo senso, ogni piccolo gesto, ogni parola e ogni evento che si decide d’inserire in una narrazione, dovrebbe avere, o almeno avviare, un movimento che abbia il carattere di una rinascita.

La verità vi prego: non superare il confine della credibilità

Caro Alberto,

a quanto pare il tuo protagonista è un catalizzatore di sorprese! Questa è una cosa buona: terribile sarebbe il contrario, ovvero mettere in scena un personaggio a cui non succede niente. Invece il tuo uomo (come si chiama? Che tipo di vita conduce? È solo?) vive una giornata davvero entusiasmante e, di primo acchito, sembra che questa non sia per lui una rarità (Non fui tanto sorpreso dall’arrivo di un pacco, ma per aver sentito la voce del portiere); (Tornai verso casa camminando leggero e sicuro, di quella sicurezza che dà l’alcool bevuto a digiuno e la consapevolezza di avere in tasca qualcosa di molto prezioso – è una sensazione che conosce già bene?)

La verità vi prego: attenzione alla trappola delle citazioni

Caro Massimo,

direi che le tue influenze cinematografiche sono piuttosto evidenti. Questo non è necessariamente un problema, non voglio identificarlo subito come tale: prima parliamone. Che le cose che amiamo e che ci piacciono siano importanti per la costruzione della nostra scrittura è un fatto, ed è un buon fatto. Come potrei amare la perfezione del racconto senza aver mai letto Checov? Come potrei desiderare di scrivere io stessa un racconto perfetto senza provare a copiare da lui? I nostri riferimenti culturali e (anche) emozionali sono il terreno su cui gettiamo le fondamenta della nostra narrazione, dunque necessari: non si costruisce niente di buono che sia campato in aria. Detto questo: è importante avere piena consapevolezza delle cose che c’influenzano; e pieno controllo: selezionare, metabolizzare, reinventare.

La verità vi prego: non lasciare il lettore a zonzo nella scena

Cara Deborah,

c’è una cosa molto importante da tenere presente quando si scrive una storia ed è il tempo massimo della sospensione. I lettori amano essere accompagnati tra misteri e svelamenti, ma a patto che non vengano lasciati in mezzo alla scena, confusi, per troppo tempo. Trascinarli di pagina in pagina senza chiarire loro quello che accade, farli rimbalzare da una mezza verità all’altra, li spazientisce e ritarda l’immedesimazione.

La verità vi prego: raccontare non è parlare attorno

Cara @MadameBovary,

perché “Sorelle” si apre con un prologo? Senti forse il bisogno di chiarire il conflitto che anima le protagoniste del tuo romanzo? Vuoi avvisare il lettore di qualcosa? Metterlo in guardia? Indicargli la strada: guarda, si parlerà di questo?

Voglio dirti subito una cosa: questo prologo è inopportuno. Lo è nell’intenzione – le storie non vogliono essere spiegate, ma solo raccontate – e lo è nell’obiettivo: questa pagina iniziale non aiuta il lettore. Anzi: lo trascina in un lungo e caotico sommario di quello che è accaduto (e che deve accadere, nel primo capitolo) senza semplificare né precisare un evento o un sentimento, piuttosto annodando il concetto fino a esaurirlo.
E come si fa, poi, a cominciare una storia su un soggetto già esaurito?