perché scrivo, scrittura
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Scrivo per cercare un mio posto fuori dai numeri

di Veronica Galletta

Per tanti anni il mio rapporto con il mondo è stato mediato dai numeri. Ai numeri del resto ho dedicato gran parte della mia vita. I numeri ci sono sempre stati. Di me bambina ricordo un sogno, Topolino che si dondola su un’altalena sospesa nel nulla, tutto attorno fiori e numeri, numeri come stelline nel prato verde. Quando facevo il liceo, e non trovavo una soluzione, andavo a dormire apposta, perché gli studi di funzione mi venivano a trovare in sogno. E così ai primi anni dell’università. Quando ero molto stanca mi sognavo elevata alla n. Io nel letto sdraiata che dormivo, e sopra di me una grossa n. Dopo il liceo ho studiato ingegneria. Vista da qui, credo che dentro la scelta delle scienze applicate ci sia stato il mio primo tentativo, la voglia di specchiarmi fuori dalle mie stanze. In ogni caso, ingegneria era pur sempre un mondo di numeri, e anche una nicchia abbastanza comoda per contenermi tutta. C’era un che di esaltante nel modo in cui ho fatto l’università, senza orari, senza vincoli. Circondata sempre da qualcosa di molto più grande di me, che si manifestava nei testi che studiavo, con centinaia di formule, espressioni, dimostrazioni. Un qualcosa attorno al quale ruotavo e afferravo solo per brevi momenti. Momenti di felicità purissima.

I momenti più felici della mia vita sono stati due. No, non sono il matrimonio e la nascita un figlio, seppur mio marito e mio figlio sono le persone più importanti della mia vita. Il primo è stato quando ho finito l’esame di Scienza delle costruzioni. Era un esame difficile, studiavo da mesi. Dopo, ho avuto mal di testa per giorni. Durante l’esame il professore mi ha chiesto una cosa che non aveva mai spiegato. Me l’ha messa davanti, mi ha dato qualche indicazione. Io, anche dopo ore alla lavagna, ho trovato l’idea, ho capito quale era la strada. È questione di un attimo, fra le idee ne emerge una e tu la afferri, per tirarla giù. Ho capito, ripetevo felice al professore, ho capito. Ho capito, e non era più una cosa che riguardava l’esame, il voto, il libretto. Era l’idea fra le mani, la voce che le aveva dato corpo. Avevo creato qualcosa che prima non esisteva.
Il secondo è stato quando mi hanno chiamata per dirmi che ero in finale al Premio Calvino. Era un momento molto difficile della mia vita, ero a casa dal lavoro per un forte esaurimento. Mi sembrava che tutto mi avesse abbandonato. E poi è arrivata quella telefonata, e il primo testo di una certa lunghezza che avevo scritto in finale a un premio importante, insomma… Significava qualcosa, no?
Ecco, se ci penso adesso, quello che lega quei due momenti è una certa sensazione che hai a volte quando stai in piedi, un determinato assetto in cui tutte le vertebre si allineano e parlano fra di loro. Un collegamento unico fra tutto quello che fai. Comprendere una cosa fuori programma a un esame di ingegneria, tirare fuori alcune cartelle fatte bene dopo che te le sei girate in testa per un po’. Queste due cose, apparentemente così lontane, sono per me unite dal filo sottile ma resistente delle canne da pesca, e in una sorta di continuità le ho sperimentate.

Dopo la laurea ho cambiato città. Ho fatto un dottorato in idraulica, ma un certo tipo di magia aveva cominciato a svanire. I numeri c’erano sempre, ma restavano impigliati nelle maglie dei paper, dei progetti di ricerca. Entravano a pieno diritto nel mondo dei grandi, degli orari, del metodo, della disciplina. Così piano piano credo di aver cominciato ad allontanarmene, e finiti i tre anni ho cambiato. Città, una volta ancora, e lavoro. Ho cominciato a progettare e a realizzare opere idrauliche. Argini, difese spondali, pennelli. Ho cominciato ad andare in giro, a camminare per ore in mezzo alle campagne, fra le zanzare, il guano dei polli, e i cani che ti inseguono. Mi sono affacciata sul mondo. E ho capito che del mondo non conoscevo nulla. Non ero attrezzata. I numeri mi avevano protetta fino a quel momento, ma ero inadeguata a tutto. Non sapevo scendere o salire da una difesa spondale, non sapevo riconoscere le tracce di una piena passata, non comprendevo le stratificazioni geologiche, non capivo i segni di degrado del calcestruzzo, non sapevo quanto pesava un masso, non distinguevo una macchina per il movimento terra da un’altra. Di tutto quello che avevo studiato non ne conoscevo la sua forma materiale. E il paesaggio ha cominciato a ossessionarmi.

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Se dovessi dire il momento dell’agnizione, è il seguente. Lavoro da qualche mese in questo nuovo posto, ho fatto il mio primo progetto. È un argine, una cosa semplice, qualche centinaio di metri di terra in aperta campagna. Dopo il progetto mi danno la direzione lavori. Il cantiere comincia, vado per la prima volta a vedere. Conosco la strada, conosco il posto. Sono stata diverse volte, a fare rilievi e sopralluoghi preliminari alla progettazione. Esco allo svincolo correttamente, giro a destra dove c’è da girare a destra, a sinistra dove c’è da girare a sinistra. E proseguo, fino a quando supero un ponte (i ponti sono sempre segnali), e solo allora mi rendo conto che il cantiere l’ho superato. Torno indietro, mi fermo. Resto ammutolita davanti alle modine per segnare il tracciato, i camion che vanno avanti e indietro, la terra accumulata da una parte. Non c’è nulla in quel paesaggio così carico di polvere e saturo di rumori, non c’è nulla della perfezione asettica che emana la sua rappresentazione bidimensionale sulle tavole di progetto. Mi guardo attorno smarrita, e penso che è quello che voglio esplorare, il mondo zoppo e imperfetto che sta fuori dalle mie stanze.

La vita poi è cambiata ancora, insieme all’ennesima nuova città. Grandi difficoltà con il lavoro, una storia personale da rimettere in ordine. I fili si sono annodati, il gomitolo si è fatto groviglio, mi si è ficcato dentro. Poi finalmente ha trovato nuove strade. Sono affiorate prepotenti le vecchie passioni. La lettura, che per tanti anni mi aveva seguito, ma a singhiozzo, disordinatamente. I ricordi di bambina (Che lavoro vuoi fare da grande? La libraia, così non devo più studiare e leggo quello che voglio.)
Ho vissuto una prima parte della mia vita chiusa nelle stanze, come la bambina nell’ospedale che sono stata nella prima infanzia, e quando i numeri hanno cominciato a scolorare, dentro la scrittura ho ritrovato un’altra chiave per possedere quel mondo, là fuori, che mi ha sempre terrorizzato. Il mondo a cui a un certo punto ho deciso di aprirmi. I numeri sono stati le stanze tutte per me, una ossessione magnifica e purissima, alla quale penso con nostalgia. Non mi abbandoneranno mai del tutto, ma è un’esperienza finita. Mi è passata. Certi furori sono fatti così, o passano o ti consumano del tutto. È cominciata la scrittura, prima discontinua, disordinata, poi sempre più percussiva, invadente. Scrivere ha trovato un suo legame con il resto, è diventato strumento per comprendere la realtà. Scrivo, così vedo meglio. Scrivo, e metto più a fuoco. Scrivo, e modifico quanto ho già visto. In una combinazione infinita e ricorsiva, è esploso il paesaggio. Nei miei testi descrivo città, le invento, le riscrivo, le deformo. Attraverso i miei personaggi ci cammino dentro, me ne approprio. Dalla strada si travasano nella pagina, dalla pagina tornano sulla strada, in un processo simile a quello della mia vita da ingegnere. Dalle tavole di progetto alla realizzazione dell’opera, e poi ancora, dalla costruzione dell’argine alle tavole definitive, quelle che non a caso si chiamano gli as built.

Scrivendo cerco un mio posto fuori dai numeri. Non è semplice. Non sono una persona che ama uscire, a cui piacciono le folle, gli appuntamenti, le manifestazioni. Ci sono sempre troppe cose per me nella realtà. Troppi particolari. Volti, espressioni, tagli di luce, combinazioni. Se non sto attenta vado in saturazione. Scrivere però mi permette di ricondurli a una mia dimensione. Sapere che, pur nella sua spaventevole complessità, il mondo posso osservarlo da un solo particolare, posso riportarlo sulla carta e poi trasformarlo, modificarlo, combinarlo mille volte, per tornare a quella sensazione là. L’inafferrabile della ragazza che dorme elevata alla enne. Il mistero della trave a doppio T di un esame di scienza delle costruzioni.

7 Comments

  1. Mi ritrovo in molte delle tue parole ma in modo diverso. Ingegnere anche io ma non ho fatto progetti sono stata un ingegnere che voleva fare ma non ho avuto possibilità di fare solo restare a guardare. Scrivendo analisi tecniche, documenti, tutti basati su norme o il sapere di altri. E io volevo essere al centro, fare di più… o almeno l’ho creduto per un bel po’. Complimenti per la selezione al premio Calvino è una cosa pazzesca de succedesse a me piangerei tutte le mie lacrime come dopo il primo esame di ingegneria di fisica, dopo un anno di depressione e due di scienza della formazione. Se mi guardò indietro ho fatto grandi cambiamenti eppure ne ho sempre paura anche adesso che l’ingegneria non c’è più almeno non come la intendevo io, un mezzo di riscatto, di definizione, una soluzione empirica. Scusa il lungo commento ma mi hai toccato tanto.

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    • Grazie il tuo commento così intimo, fra l’altro sembrerà strano ma anche per me l’esame di Fisica I, che è stato non il primo anzi dato in ritardo, è stato un esame di riscatto dopo un momento personale buio (sì, depressione, si chiama così, e grazie per averlo scritto). Dovremmo forse scrivere una storia umana dei nostri esami 🙂
      Per il resto, capisco benissimo quello che dici riguardo all’ingegnere che guarda, è capitato anche a me. In generale, dico sempre che mi è piaciuto moltissimo studiare ingegneria, meno fare l’ingegnere (e qui si dovrebbe aprire il capitolo dei colleghi maschi, ma si fa lunga 🙂 )
      Per il Calvino non ho pianto, no: però mezz’ora dopo la notizia al ristorante bevevo, uh se bevevo!
      Un abbraccio forte

      Veronica

      Piace a 1 persona

      • Sulla storia umana degli esami sono crollata, è come se li avessi rivissuti tutti uno a uno insulti, gioia, disagio, rabbia, pianto. Tutto. E sui colleghi maschi si fa lunga sì. Hai fatto benissimo a bere e tanto, ti sei meritata un po’ di leggerezza e sana ubriachezza.
        Un abbraccio

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  2. Andrea Raiano says

    Bravissima Veronica. Mi hai fatto venire in mente il famoso passo di una poesia di Rimbaud:
    “Mai uscire dai nomi e dai numeri”.

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  3. Ludovica says

    Ciao Veronica, leggo questo pezzo a poche settimane dall’inizio del mio dottorato in economia. Da qualche anno studio il modo di rappresentare con modelli matematici l’interazione economica fra “agenti”, eppure ogni tanto mi chiedo se i teoremi che mi hanno stregata continueranno ad affascinarmi ancora a lungo. Quando ho letto la tua riflessione, su alcune passioni che ci consumano per sempre e altre destinate a spegnersi, ho sentito qualcosa risuonare dentro di me. Per ora, ho avuto la fortuna di conoscere la sensazione di dimostrare qualcosa che non era in programma, quell'”ho capito” così ricco e profondo. Chissà se un giorno la mia vita virerà, chissà se farò la libraia come sognavo da bambina, o se inizierò a raccontare le storie di quelle interazioni che per ora cerco di rappresentare in formule. Intanto grazie, di cuore.

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    • Buongiorno Ludovica, grazie a te per questo commento. La cosa che fai mi pare molto bella, e comunque un certo modo di essere curiosi resta sempre… L’altro giorno in un lungo viaggio in macchina pensavo: come mi piacerebbe saperne di più delle teorie di flusso del traffico… Chissà se la tua vita virerà, chissà, ma se succederà tutti questi tuoi modelli matematici aggiungeranno alle tue storie qualcosa di particolare e intenso. Ne sono sicura 🙂

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