vita e narrazione
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Non esiste nessun luogo come casa: di rientri, confini e ossessioni.

Quella vecchia casa si trovava in un quartiere residenziale piuttosto distante dalla stazione. Poiché era alle spalle di un grande parco, era sempre avvolta da un intenso profumo di verde e, specialmente dopo che aveva piovuto, l’aria diventava così densa, come se le strade che circondavano la casa si fossero trasformate in una foresta, da farsi quasi soffocante.
Abitai anch’io per poco tempo in quella casa dove mia zia aveva vissuto a lungo da sola. Ripensandoci, quel breve momento è diventato per me un ricordo prezioso e unico. Quando lo ricordo, vengo presa da una sensazione indefinibile. Come un miraggio apparso all’improvviso, quei giorni sembrano perdere ogni realtà.
(Presagio triste, Banana Yoshimoto, 2015)

La mia vita, lo racconto spesso, è scandita da attraversamenti di confini. La cosa buffa è che io, nata e cresciuta su un’isola, con il mare “in fronte”, il concetto di confine non l’ho mai capito. La prima volta che ho attraversato il confine italo-svizzero, per esempio, ho provato una non meglio precisata emozione per quella voce bilingue che lo annunciava ai passeggeri. Non sapevo che a breve quell’ attraversamento sarebbe diventato abituale, noioso preludio di un segnale telefonico che di lì a poco avrebbe cessato di essere.
Il confine geografico sembra essere sempre parte fondamentale della caratterizzazione di un individuo/personaggio: fornisce identità o, al contrario, ne determina l’assenza di radici, la natura errante. In Significati del Confine. I limiti naturali, storici, mentali, Pietro Zanini scrive che “il confine toglie lo spazio dal nulla e dall’incerto, attribuendogli una dimensione”. Il confine come limite entro il quale le cose smettono di essere confuse, insomma. Ho sempre fatto fatica a percepirlo.
Mentre il mondo affronta l’emergenza pandemia, io sono sospesa fra due Paesi: gli Stati Uniti, dove mi trovo da mesi per studio e ricerca (ancora una volta sul come si raccontano le storie), e l’Italia, la mia residenza, che ho salutato più di una stagione fa, in un altro anno e, a quanto pare, almeno un’epoca umana fa. “Stare a casa” è un mantra che si fa strada lentamente in una New York che ancora non capisce, un diktat che in Italia non lascia spazio a troppe interpretazioni (o, forse, qualcuna sì).

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Cosa vuol dire “casa”? Me lo chiedo ogni volta. Ogni spostamento più o meno lungo, da sempre, mi costringe a fare i conti con questa parola. A Bologna, come in qualunque città universitaria, gli studenti fuori sede come me dicevano “torno a casa”, alludendo a delle estati infinite da passare nella residenza dei propri genitori o, i più vicini, a dei weekend dai quali sarebbero tornati con dei panni puliti e delle teglie di portate da infilare nei freezer comuni. Io faticavo ad accettare di avere una casa a cui fare ritorno. “Casa” è quella dove sto ora,  pure se provvisoria, pure se tra un mese non è più questa, mi dicevo mentre cercavo di accucciarmi comoda in un qui e ora, l’unico che mi riusciva. Ogni volta, una gran fatica: casa è burocraticamente residenza, domicilio, o, romanticamente, “dove sta il cuore” (o dove si connette in automatico il Wi-Fi)? Fatte le dovute considerazioni, ho sempre risposto che per me di casa ce n’era più d’una. A New York, a ogni “arrivederci” corrisponde un “quando torni?”: una cosa che mi dà la certezza (o l’illusione) che mi si aspetti, qualcosa in cui mi crogiolo, perché “il nostro ciao è solo temporaneo”, stagione dopo stagione. La stessa domanda proveniente dall’Italia mi ricorda che ci sono cose meno provvisorie e più solide di altre.
Attraverso, dunque, questo confine geo-politico, oceanico, emotivo, in questa Fuga da New York posticipata di più di vent’anni rispetto al film catastrofico, prendo uno degli ultimi voli rimasti, due dei pochi treni, un taxi e varco l’ultima frontiera: la soglia dell’abitazione che mi preparo a non lasciare per alcun motivo per almeno due settimane, unica certezza personale in un presente collettivo che certezze non ne ha, per nessuno, in barba ai confini, oggi ridotti più che mai. Sono a casa, insomma. Con del tempo a disposizione per riflettere su alcune mie ossessioni legate a questi temi.

L’ossessione del ritorno: “Nessun posto è bello come casa mia”

Mentre ancora il pianeta è solo parzialmente scosso, mi trovo alla New York Film Academy, tra le stanze della sede madre in cui studio come scrivere una query letter che non venga cestinata dalle case di produzione. Mi immergo in ciò che ho rifiutato per tanto tempo -complice la decennale frequentazione di un teatro contemporaneo che rincorreva David Lynch e l’arte visiva-, cioè: le strutture narrative lineari. Quelle riconoscibili, dalle quali partire per tracciare nuove possibilità di storie e intrecci. Parliamo di archetipi, di modelli ormai sorpassati, del desiderio di nuovi viaggi e nuovi eroi (ed eroine), di tropi e caratteristiche legate ai generi. L’elemento minimo richiesto per ottenere una storia decente è avere una serie di ostacoli, disseminati lungo il percorso che il protagonista compie per giungere al proprio obiettivo. Questo dovremmo saperlo da un pezzo, eppure si può perdere di vista anche una formula ripetuta fino alla nausea. La storia-paradigma più citata in classe a tal proposito è Il Mago di Oz, che dalla casa come luogo da cui fuggire per trovare un mondo migliore in cui vivere, arriva alla casa come unico obiettivo di Dorothy: tornare lì, perché “There’s no place like home” (“Nessun posto è bello come casa mia”). Metto da parte tutti i miei pregiudizi su una protagonista che non trovo affatto relatable (convinta come sono che mai metterei da parte l’avventura in un mondo fantastico e ignoto per fare ritorno alla familiarità di una fattoria nel Kansas) e mi concentro sullo studio della fiaba.

Una serie di ostacoli impediscono alla protagonista di tornare a casa, mentre il suo arco  narrativo si sviluppa, e lei impara qualcosa di più su di sé e sulla vita. Io ancora non ho idea degli intralci che si frapporranno tra me e il mio, di ritorno, mentre a lezione si parla di dialoghi, sottotesto, e del piccolo alieno smarrito di ET, al quale bastarono due parole fin troppo semplici per spezzare i cuori di una generazione (e non solo): “Telefono… casa”. Le lezioni finiscono, passano le settimane, io limito i miei contatti umani prima ancora che l’idea sfiori chi mi sta intorno, ma resto costantemente connessa con l’Italia, da telefono: balconi, dirette, decreti. Poi, una notte, il presidente degli Stati Uniti annuncia che nel giro di ventiquattro ore bloccherà tutti i voli da e per l’Europa. L’idea di casa ritorna, come un pugno, non appena accarezzo la possibilità di non poterci rientrare.

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L’ossessione dello spazio domestico come terreno di conflitto

Nel momento in cui un cambiamento violento, epocale e inaspettato irrompe nella realtà, chi si occupa di narrazione inizia a domandarsi come poter raccontare il mondo. Quali paradigmi cessano di esistere e quali eccezioni diventano normalità? Qual è il world building in una storia corale che fa del privato il suo spazio esibito (e, al contempo, in cui il privato è l’unico spazio possibile per qualunque tipo di azione)? Sono giorni in cui ripenso a una delle ossessioni più ricorrenti che mi hanno accompagnata nei primi anni di ricerca rispetto alla scrittura per la scena: durante gli anni duemila, i lavori performativi underground hanno dato grande spazio all’ambiente casa, cercando di esplorare, con diversi livelli di complessità, il domestico. Non solo le case si sono aperte al pubblico (cosa che, in parte, accadeva anche in passato), tradendo la loro natura privata per definizione e trasformandosi in luoghi di aggregazione, di visione e di arte partecipata: l’intero concetto dell’abitare è diventato oggetto di studio, dalle esperienze di occupazione e condivisione alla ricerca sulle solitudini urbane. La casa che diventa corpo, gli oggetti e le memorie dello spazio domestico quotidiano che rivelano una contiguità concreta con chi la abita o, meglio, con chi la attraversa (in una condizione temporanea, nomade, che non mette radici).

Parallelamente alle derive più performative e di avanguardia, il teatro e la drammaturgia contemporanea hanno portato avanti una ricerca ciclica a partire da una premessa, declinata in mille varianti: cosa accade a più esseri umani costretti a condividere uno spazio angusto? Il teatro borghese aveva già fatto della casa il centro unico dell’azione, nella quale ogni conflitto ha luogo. Nei drammi di Anton Čechov le case sono attraversate da personaggi, famiglie, amici e aspiranti mariti che parlano e discutono, in un tempo che sembra non passare mai; in Casa di bambola di Ibsen la coppia borghese si rivela in tutte le sue contraddizioni (poco sorprendenti agli occhi moderni, ma piuttosto forti per un pubblico coevo); un secolo dopo, è ancora tempo di coppie e litigi in salotto, come accade in Il Dio del massacro di Yasmina Reza (adattato poi per il cinema in Carnage, di Roman Polański).

“Eri molto carino con me: ma la nostra casa non è stata altro che un luogo di ricreazione. La mia vita! Con mio padre, una bambola-figlia; con te, una bambola-moglie. E i nostri figli, le mie bambole. Mi divertivo quando giocavi con me, come loro si divertono quando giocano con me. Ecco cos’è stata la nostra unione, Torvald”. (Nora, da Casa di Bambola, di Henrik Ibsen, Atto III)

Spostandomi nuovamente in ambito cinematografico, ripenso a Buñuel e a come constrinse i suoi personaggi a una convivenza temporanea e forzata già nel 1962 con L’angelo sterminatore, per rappresentare una borghesia prigioniera delle sue stesse istituzioni. Dopo una lunga festa in casa di amici, gli ospiti non riescono fisicamente a congedarsi. Tensioni interne, polizia all’esterno e la proverbiale atmosfera surreale, tanto che quando un gregge di pecore attraversa il salotto nessuno degli inquilini ci trova niente di anormale.

Ripenso, infine, a due film visti di recente, in cui la casa è protagonista, ma tutt’altro che scena di conflitti tipici della classe media o agiata: Parasite di Bong Joon-ho, che racconta proprio la lotta di classe, con una dicotomia visiva-abitativa quasi speculare, e The Florida Project, di Sean Baker, dove gli spazi domestici sono complessi abitativi dozzinali che portano nomi da parco divertimenti, come “Magic Castle” o “Futureland”, ma sono teatro iperrealistico e white trash di esistenze soffocanti. Perché lo spazio di casa non è solo un comodo salotto in cui permettersi una crisi coniugale.

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Lo spazio esterno, l’ossessione del pericolo e la casa-nido

Mentre scrivo sono legalmente obbligata a non uscire per nessun motivo, poiché ho varcato un confine statale. Attendo dunque che qualcun altro faccia la spesa per me: un gesto ovvio e quotidiano che si trasforma in un atto straordinario. Nella mia mente si fanno strada immaginari fin troppo didascalici (ma molto vividi per chi è appena tornato dagli Stati Uniti): non uscire, fuori c’è il futuro post-apocalittico. Non uscire, il mondo fuori è un videogame pericoloso. Non uscire, fuori è tutto silenzioso e deserto come in Zombieland, e al supermercato dovrai entrarci con le armi. E via dicendo. Gli scenari che alimentano la mia paranoia sono rubati ai classici di Romero, o a film come The Girl With All The Gifts, di Colm McCarthy. Tratto dall’omonimo romanzo di M.R. Carey, racconta di un futuro dove i bambini di seconda generazione -in parte umani in parte “famelici” poiché figli di genitori infettati da un fungo che ha colpito la maggior parte dell’umanità- sono parzialmente in grado di controllarsi, a differenza dei classici zombie, per via della loro natura ibrida (e, aggiungo io, probabilmente anche grazie alla loro giovane età). Salvo quando sentono l’odore degli umani, motivo per il quale la piccola protagonista gira protetta da una maschera. Nel film i bambini vanno avanti nonostante tutto, in un ambiente semi-abbandonato in cui la natura riprende il controllo sugli spazi, e imparano da una maestra che fa loro lezione da dietro un vetro, protetta e rinchiusa.

Il confine, da sempre sinonimo di spazio limitato e dunque adibito a esigenze sociali e politiche, si è ristretto in poco tempo, per tutti, un attimo prima che io lo attraversassi.
Ovviamente non so come racconteremo tutto questo, perché documentiamo ogni istante e non abbiamo idea di come processarlo. Non so neppure dire, ora, se sono a casa. Certamente sto in casa, dove faccio binge watching di serie tv come Jane the Virgin, la brillante telenovela che, seguendo una delle regole del genere, tra realismo magico e intersezionalità, fa della dimora (e del concetto di famiglia) un luogo complesso, problematico, divertente, ma sempre sicuro. Mentre quasi tutti viviamo al contempo un trauma transnazionale, un reality show e una nuova forma di sit-com collettiva, ambientata su un divano e fruita dal divano stesso.

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