scrittura, scuola
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La stanza dentro gli scrittori

di Luca Mercadante

La cosa veramente singolare dell’apprendimento artistico è che puoi sceglierti i maestri e le maestre che meglio credi, senza che loro sappiano niente di te e senza che abbiano mai accettato di prenderti a bottega. Uno dei miei inconsapevoli maestri è Richard Yates.

Un giorno, tra la Cinquantanovesima Strada e Third Avenue, un vecchio signore con l’aria fragile e indifesa cominciò a piangere nel taxi, e alla domanda di Bernie: «Posso fare qualcosa per lei?», seguivano due pagine e mezzo di vicende tra le più strazianti che mai potessi immaginare.

da Costruttori, in Undici Solitudini, trad. Maria Lucioni, minimum fax

Questo passaggio da Costruttori mi serve per affrontare una domanda che sta alla base della pratica della scrittura creativa: qual è l’oggetto della narrativa? Di che cosa stiamo scrivendo quando scriviamo un racconto o un romanzo? La risposta è una, ormai spero e credo largamente riconosciuta: l’oggetto della narrativa è la verità.

Non parlo della verità che si contrappone alla bugia, al falso, ma di quella che ci va a braccetto. La verità come concetto che semmai si contrappone alla realtà – che invece è il fine ultimo del giornalismo, per quanto sottoposto al filtro della soggettività dei reporter. E che, attenzione, vale tanto per un memoir quanto per un romanzo di fantascienza.

Okay, si dirà, vada per la verità, ma cos’è la verità, e perché la verità, e attraverso cosa si manifesta?

Partiamo dal cercare il cosa è.

Facciamoci aiutare da Yates. Più o meno a metà del racconto Bernie spiega a Bob:

[…] «Bene. Prendiamo ora un punto di vista diverso. Pochi minuti fa parlavo di “costruire”. Bene, guardi. Capisce in che senso scrivere un racconto è un po’ come costruire? Come costruire una casa? […] Una casa, cioè, bisogna che abbia un tetto. Ma ci troveremo nei pasticci se cominciassimo a costruirla dal tetto, no? Prima del tetto si devono costruire le mura, no? E prima delle mura bisogna gettare le fondamenta, no? E così via. Prima delle fondamenta si deve scavare nel terreno una bella fossa, vero? Ho ragione?»

Non avrei potuto assentire con più entusiasmo…

Questo passaggio potrebbe essere letto come un prezioso compendio di scrittura creativa, e invece no. E non perché quello che spiega non sia giusto, ma perché è giusto per qualsiasi tipo di scrittura fatta con mestiere: un articolo giornalistico, un verbale di costatazione di un incidente redatto dai vigili urbani o il tema di un ragazzino delle medie. Dunque, supponendo di essere riusciti a costruire una casa in questo modo, Yates ci dice che per considerarla davvero narrativa lo scrittore deve porsi una domanda ulteriore:

Ma era chiaro che a lui importava ben poco che io sapessi o non sapessi qual era la domanda. Lui sì che la sapeva, e non riuscì a trattenersi dal dirmela.

«Dove sono le finestre?», chiese allargando le mani. «Ecco la domanda. Da dove entra la luce? Perché capisce che cosa voglio dire quando parlo di luce, Bob, vero? Voglio dire… la filosofia della sua storia, la sua verità, la sua…»

«Illuminazione, per così dire», suggerii io, e Bernie abbandonò la ricerca del terzo termine schioccando felice le dita.

«Ecco, Bob, proprio così, ha capito».

È qui che sta la differenza, in scrittura, tra realtà (giornalismo) e verità (narrativa). Proviamo a definirla amplificando la metafora della casa. Ma invece che soffermarci sull’impianto costruttivo – tetto, mura, fondamenta – che abbiamo detto comune alle molteplici forme della scrittura professionale, e invece di restare a guardare all’esterno, spostiamoci all’interno dell’abitazione già arredata: c’è il camino in fondo alla stanza, il divano sulla sinistra e la rampa di scale che porta alla zona notte. C’è una libreria, lo scrittoio con un paio di occhiali di lettura e così via.

La scrittura della realtà – quella della reporter, ma anche dell’avvocato, anche dell’editor – descrive quegli interni attraverso la lente della persona che sta scrivendo, attraverso la sua soggettività, ma il fine sarà sempre quello di riportare la realtà dei fatti.

La scrittura della verità fa una cosa diversa: lo scrittore va alla finestra e socchiude gli scuri in modo che la luce illumini l’interno in una maniera irripetibile e che appartiene solo a lui: ecco che il divano sparisce, le scale ci appaiono più o meno sicure e le lenti degli occhiali producono un prisma sulla parete.

Mi spingo quindi a chiudere la riflessione sul cosa e aprire quella sul perché con una piccola provocazione:

Dieci reporter descriveranno la stessa stanza in dieci maniere diverse, mentre uno scrittore racconterà dieci stanze diverse sempre alla stessa maniera.

Può sembrare, a primo acchito, un’affermazione che sconfessa quanto detto finora. Qualcuno potrebbe chiedere come mai la scrittura della realtà produce risultati così diversi e, invece, la narrativa (alla quale attribuiamo un valore di creatività) porta sempre allo stesso risultato. Ma sarebbe un’obiezione legata a una visione superficiale, scolastica della scrittura.

Le dieci descrizioni giornalistiche saranno diverse perché interpretazioni soggettive di una realtà esteriore al reporter. Lo scrittore invece parlerà di dieci diverse stanze sempre alla stessa maniera perché l’immaginario creativo al quale attinge è quello interiore.

Tutto questo, ancora una volta, vale tanto per il memoir e l’autofiction quanto per la fantascienza e la distopia: sia che l’autore stia parlando di spade laser che dei suoi peli pubici, l’immaginario al quale attinge è sempre quello che emerge dal suo ombelico. Dunque la fiction non esiste? La fantascienza sotto sotto è un memoir? Nient’affatto! È l’esatto contrario: in narrativa tutto è fiction perché è il media usato – racconto, romanzo, ibrido che sia – a imporre per sua natura che lo sguardo autoriale sia rivolto al proprio mondo interiore.

Non esiste dicotomia fra memoir e fiction, e possiamo forse tornare a parlare di narrativa e fiction come sinonimi, rassegnandoci al fatto che l’elenco pedissequo degli eventi che mi sono capitati nella giornata di ieri e che ho redatto 1) utilizzando il mio immaginario creativo interiore, rivolgendo cioè lo sguardo dall’interno verso l’esterno e 2) scegliendo una struttura che si possa compiutamente definire drammaturgica, è già fiction: non si scappa.

Ma se la questione delle dieci stanze diverse narrate sempre nella stessa maniera è vera, che senso ha scrivere una storia e poi un’altra? Perché mai leggerle? Ed è rispondendo a questa interessante domanda, per quanto non del tutto legittima in un mondo in cui si spinge sempre più per l’affermazione delle libertà individuali, che non posso fare a meno di introdurre l’ultimo argomento di questo ragionamento: attraverso che cosa, la verità?

Fermiamoci un attimo a pensare alla quantità di storie che ogni giorno vengono lette, ascoltate o viste. La quantità di racconti, romanzi, film, serie televisive, fiabe o barzellette. Quella delle storie è l’espressione umana di maggiore successo, di certo la più significativa dell’esperienza umana. Tanto da essere assunta a discrimine di compiutezza anche per altre forme d’arte: quante volte ci è stato detto che dietro ogni quadro o fotografia che ci emoziona davvero c’è una storia ben raccontata? Ora dobbiamo domandarci – dato per assunto che chi sta leggendo questo post sia incline a darmi ragione sul primato del raccontar storie e senza neanche pensare di metterci a chiedere cosa ne pensi invece un pittore o un musicista di questo, da me presunto, primato della narrativa – il perché di questa insaziabile fame di storie e il perché della fame di storie sempre nuove.

Tiriamo in ballo ancora Yates. Ritorniamo a Costruttori:

«[…] Voglio dire… la filosofia della sua storia, la sua verità, la sua …»

«Illuminazione, per così dire», suggerii io […]

Mettiamo in fila le tre parole:

filosofia (che diventa) verità (che diventa) illuminazione.

Ci siamo, quasi. Ma proviamo a usare anche una terminologia più drammaturgica.

Visione autoriale (che implode in) un’idea o premessa narrativa (che porta a) un’epifania.

Via via che il processo creativo si fa più concreto questi tre step vi evolveranno:

  1. Visione autoriale = Spinta narrativa = La logica/mondo che governa il moto degli eventi romanzeschi.
  2. Premessa narrativa = Plot esterno = La successione di eventi che mettono alla prova il protagonista.
  3. Epifania = La trasformazione interiore necessaria al protagonista per reagire agli eventi.

Sgomberiamo subito il campo da possibili equivoci: quando si parla di visione autoriale, di filosofia, di illuminazione non si parla di messaggio, di scolarizzazione, educazione. Lo scrittore – almeno nella nostra epoca – non ha niente da insegnare a nessuno. Lo scrittore è piuttosto quello che ha tutto da imparare, quello che non trovando significato alla vita, la trasfigura in esistenza narrativa.

Lo fa inventando una storia che sia metafora della condizione umana, fingendo che questa abbia un senso. La macroscopica differenza tra la vita vissuta sul pianeta Terra e un’esistenza narrativa che si svolge nell’arco di qualche pagina è che solo la seconda ha davvero un significato. Solo nella seconda i personaggi avranno la possibilità di capirci qualcosa, di avere un’illuminazione, un’epifania. Perciò l’unico modo di dare significato all’esperienza umana è la finzione, la fiction.

Ma quanto detto spiegherebbe solo il perché della fame di produzione di storie e non anche della loro fruizione, per parlare della quale ci basta voltare la moneta che stiamo osservando e ragionare su quanto ci succede nella vita reale. Ognuno di noi assiste, magari solo come spettatore, a eventi di straordinario impatto emotivo ai quali reagiamo nella maniera che ci è propria in quella data fase della nostra vita.

Eventi capaci di modificarci nel profondo – magari più effervescenti di quelli che scegliamo di leggere o di farci raccontare: non è forse vero che la realtà supera sempre la finzione? – ma che, nel momento in cui avvengono, viviamo con una carica emotiva che non ci permette di ragionare (per fortuna). Solo con il tempo quell’esperienza verrà assimilata e cambierà forse il nostro comportamento. Ma ammesso che questa trasformazione avvenga – certi conti, diceva mia nonna, si fanno solo a fine vita – quanto ne saremo consapevoli?

Davvero riusciremo, dopo tanti anni, a ripercorrere consciamente i nessi di causa ed effetto tra gli eventi accorsici nella vita e che ci hanno portato a essere quelli che siamo? Questa cosa, che in drammaturgia chiamiamo epifania, nella vita reale è così rara da essere chiamata illuminazione.

Noi lettori siamo esseri umani. In quanto tali la nostra esistenza non ha senso e, quando pure ne acquista uno, non riusciamo a coglierlo perché si è sfilacciato con lo scorrere degli anni. Eppure, continuiamo a cercarlo. In un romanzo, in un film, in una fiaba c’è stato qualcuno, l’autore, che per una propria esigenza di significanza, ha calato in una struttura drammaturgica finita – non sfilacciata, fruibile, chiusa – una metafora di esistenza e le ha dato un significato.

Noi leggiamo, ascoltiamo storie sempre nuove (anche se del tutto simili a quelle già lette e ascoltate) perché vogliamo che ci siano più vicine possibili, che ci somiglino anche esteticamente: perché per sentirci meno soli vogliamo personaggi che parlino come noi, si muovano nel nostro mondo e abitino i nostri conflitti. Leggiamo per vivere de relato un’esperienza di illuminazione, di significanza.

Vogliamo disperatamente non sentirci soli quando, all’imbrunire delle nostre giornate pienissime di niente, veniamo colti da quel senso di inquietudine che non riusciamo a decifrare ma sappiamo inscindibile alle due cose che rendono noi esseri umani diversi da qualsiasi altra forma nell’universo dal Big Bang a oggi. Queste due cose sono il saper pronunciare la parola “Io” e il sapere che prima o poi dovremo morire.

E allora, solo a questo serve la narrativa? Sì. E non mi sembra poco. Dobbiamo metterci in testa che l’unica cosa per la qual vale davvero la pena scrivere è la remota eventualità che su sette miliardi e più di abitanti, ci sia una singola persona che abbia bisogno, in un preciso momento, della nostra storia. Abbiamo il dovere di dargli la possibilità di pensare almeno per un istante: Non sono il solo.

2 Comments

  1. Vero (non vuole essere un commento ironico o un gioco di parole), ma quello che hai scritto è vero, sono d’accordo. Desolante, ma sfidante. Una ricerca atroce e necessaria, ma anche il bisogno di mettersi a nudo, e quindi in gioco, difronte a una vita che non può essere letta davvero fino in fondo, inesorabilmente. Però poi, pensavo, se ci si riesce a rassegnare, da un certo punto di vista, può essere quasi consolatorio. Grazie, riesci sempre ad essere qualcosa di ulteriore (nei miei confronti sicuramente!).

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  2. Pingback: Costruttori – classe di coaching | ILDA, I LIBRI DEGLI ALTRI

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