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Lo zen e l’arte delle storie a colori

Guardo un documentario su Franco Fontana e lo ascolto parlare degli esercizi che propone agli allievi dei corsi che tiene in mezzo mondo, come quello al Guggenheim di New York, in cui dice ai suoi allievi che lui non è un insegnante: lui è un maestro. E il maestro è quello che ti porta davanti alle cose e poi tu le devi vedere.

Questa cosa di vedere le cose che già ci sono, che sono lì e tu le devi vedere, è un’attitudine zen alla vita che quando si tratta di arte funziona un po’ con tutto. Mentre ascolto Franco Fontana elogiare quest’attitudine zen, mi viene in mente il bel manuale di scrittura creativa di Natalie Goldberg dal titolo Writing down the bones che in Italia la casa editrice Ubaldini ha tradotto in Scrivere zen (ma erano gli anni ’80 e bisognava inserirlo in collana).

Dice Fontana che uno degli esercizi che fa fare, per esempio, è quello sul rosso: sul colore rosso. Dice così:

Non è la pellicola che registra il colore, che fa il colore. Sei tu che lo fai diventare colore.

Fontana fa vedere ai suoi allievi un foglio in cui disegna un puntino nero. Poi chiede loro cosa vedono nel foglio e tutti rispondono Vediamo un puntino nero. Esattamente! dice, allora, Fontana. Vedete, dice soddisfatto, che il piccolo condiziona il più? Nessuno mi dice: Vedo un grande spazio bianco. Tutti vedete un puntino nero.

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Adesso a me viene un’altra cosa in mente e cioè che in altre occasioni ho ascoltato artisti parlare di questa stessa attitudine zen, e che però per quegli artisti il risultato positivo dell’esercizio si sarebbe ottenuto nel caso opposto: sei zen se, invece del puntino nero che vedono tutti, tu vedi il grande spazio bianco che c’è attorno.
E quindi la prima cosa che penso riguardo quest’intervista, l’esercizio di Fontana e la traduzione dei titoli in italiano è che lo zen ognuno se lo fa a modo proprio.

Dunque l’esercizio che gli allievi di Fontana devono compiere, tenendo a mente il concetto puntino nero/spazio bianco, è andare in giro a fotografare il rosso pensando che quando poi Fontana vedrà le loro diapositive non vorrà vedere una bella fotografia: vorrà vederere il rosso da oggetto diventare soggetto. Voglio che quando io guardo la fotografia, dice Fontana, togliendo il rosso la foto “decada” d’interesse e che quindi il colore diventi primario, protagonista.

Nel manuale della Goldberg, in cui ci sono decine d’esercizi per spronarti a mettere la penna sul foglio e scrivere senza farti venire le paturnie, c’è anche questo:

Scegliete un colore – per esempio il rosa – e andate a fare una passeggiata di un quarto d’ora. Durante la passeggiata prendete mentalmente nota di tutto ciò che è rosa. Quindi tornate al quaderno, e scrivete per un quarto d’ora.

La Goldberg nei suoi esercizi ci tiene molto alla questione del tempo: darsi un tempo di scrittura che non sia meno e non sia più di quello stabilito e in questo modo “costringere” la propria intuizione in uno spazio/forma ben definito. A Fontana non pare importi del tempo. Lui non ne fa una questione di cronometro ma di esperienza: Dopo dieci, dodici, quindici foto, dice, dopo che hanno girato per fotografare il rosso, vedono rosso dappertutto. E questo cosa vuol dire? chiede Fontana. Vuol dire che l’hanno trovato, risponde. Vuol dire che hanno capito cosa devono fare.

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A questo punto, l’ultima cosa che a me viene in mente riguardo a questa storia dello zen e dei colori è che l’importante non è tanto che sia rosso o rosa lo scopo del tuo esercizio o che si tratti di fotografia o di scrittura. (E questa cosa che mi viene in mente detta così mi sembra abbastanza banale da poter rientrare nel mio personale modo di parlare dello zen). L’importante è, sì, gettarsi nell’esercizio – nell’arte, nell’espressione, nel proprio intimo – ma la questione non è tutta lì.
La creatività non viene fuori lasciandosi andare alla creatività senza remore.

Questo esercizio, questi esercizi, trovano senso solo nel contesto dello spazio bianco del foglio e della passeggiata. Trovano senso nella lettura, nello studio e nella tecnica. Nell’ideazione della propria idea di rosso e di rosa, che è un procedimento che richiede tempo, analisi, prove e consapevolezza. Se non si concede alla propria idea di rimanere in testa per un po’, e poi di essere analizzata, pensata, testata, assorbita e migliorata, si ottiene un rosso o un rosa qualsiasi.

Se, quando si parla di creatività, non si aggiunge questa seconda parte, se si profetizza l’avvento della creatività per tutti – che ci coglierà nel momento in cui ci spoglieremo finalmente delle nostre costruzioni mentali – non si dice la verità. Si mente.
Oppure, si omette volontariamente una parte della verità.
Chi come me guarda il documentario dedicato a Fontana non vuole davvero imparare a fare buone fotografie. Per questo Fontana può permettersi di dire, sorridendo all’intervistatore: «Poi, sai, chi vuol capire, capisca».
Perché tanto io non sono davvero un allievo del suo corso. Perché tanto, a me, non vuole dare davvero gli strumenti per capire.

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Tutte le fotografie sono di
©Franco Fontana

La verità vi prego: attenzione alla trappola delle citazioni

“La verità, vi prego” è la posta del cuore della scrittura: inviami un tuo racconto o il primo capitolo del tuo romanzo e ti scriverò una lettera di valutazione franca, pubblica e gratuita. Per sapere come funziona leggi qui.

La lettera di oggi è per Massimo Concu e il suo racconto “Un’ombra nella nebbia”.

Chi è Massimo Concu:
Sono nato a Samassi -CA- nel 1959 dove vivo e svolgo la mia attività.
Come poeta ho all’attivo due raccolte, diverse plaquette e pubblicazioni
poetiche e critiche presso riviste del settore. Come artista visivo,
poeta visuale in modo particolare ma non solo, partecipo regolarmente alle mostre.
Ricordo brevemente mie opere nelle Biennali di Alessandria e
nelle manifestazioni organizzate dal Museo della Carale di Ivrea,
dove attualmente una mia poesia verbo visiva fa parte della esposizione permanente.

Caro Massimo,

direi che le tue influenze cinematografiche sono piuttosto evidenti. Questo non è necessariamente un problema, non voglio identificarlo subito come tale: prima parliamone. Che le cose che amiamo e che ci piacciono siano importanti per la costruzione della nostra scrittura è un fatto, ed è un buon fatto. Come potrei amare la perfezione del racconto senza aver mai letto Čechov? Come potrei desiderare di scrivere io stessa un racconto perfetto senza provare a copiare da lui? I nostri riferimenti culturali e (anche) emozionali sono il terreno su cui gettiamo le fondamenta della nostra narrazione, dunque necessari: non si costruisce niente di buono che sia campato in aria. Detto questo: è importante avere piena consapevolezza delle cose che c’influenzano; e pieno controllo: selezionare, metabolizzare, reinventare.

Il tuo racconto ha talmente tanto cinema che all’inizio non ho potuto fare a meno di pensare fosse una citazione, o anche una parodia. È passata la mezzanotte e siamo a San Francisco. Il protagonista è un detective privato di nome Sam Bogart. Entra in un locale che si chiama Blue Dahlia. Basterebbe questo, e invece c’è altro: la nebbia, il fumo, l’orchestra, Billie Holliday, l’impermeabile, la mancanza di modi, il barista Victor a cui viene ordinato il solito cognac, per lo più doppio. È difficile manovrare tanto materiale senza un’evidentissima motivazione e un precisissimo obiettivo. I superlativi sono d’obbligo: se decidi di muoverti in tali intrecci non basta che ti sia chiaro il come e il perché: ti dev’essere super-chiaro.

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La verità vi prego: non lasciare il lettore a zonzo nella scena

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La lettera di oggi è per Deborah Donato e il 1° capitolo del suo “L’esattezza dell’anima”.

Chi è Deborah Donato:
Mi sono laureata in Filosofia con una tesi sull’estetica e la semiotica di
Umberto Eco. Ho svolto un dottorato di ricerca occupandomi della filosofia di
Ludwig Wittgenstein e della fisica quantistica. Ho pubblicato I percorsi di Wittgenstein
(Rubbettino, premio CNR per la ricerca) e I fisici della Grande Vienna (Le lettere).
Ho tradotto opere di Hegel e pubblicato saggi sull’estetica di Croce e sulla Vienna di
fine XIX secolo. Ho conseguito l’abilitazione all’insegnamento in Filosofia, Storia e
Materie Letterarie. Collaboro con scrivo.me curando le rubriche La bottega dei
personaggi e Breve corso di romanzologia. Sono sposata con Luca e abbiamo tre bambini:
Federico, Lavinia e Giulia.

Cara Deborah,

c’è una cosa molto importante da tenere presente quando si scrive una storia ed è il tempo massimo della sospensione. I lettori amano essere accompagnati tra misteri e svelamenti, ma a patto che non vengano lasciati in mezzo alla scena, confusi, per troppo tempo. Trascinarli di pagina in pagina senza chiarire loro quello che accade, farli rimbalzare da una mezza verità all’altra, li spazientisce e ritarda l’immedesimazione.

Se giochi troppo con la sospensione, posticipi le informazioni e punti gran parte della luce della scrittura sul costruire allusioni, finisci per lasciare al buio la storia. E che la storia perda d’interesse e vada a finire in secondo piano non deve accadere. Alla fine del primo capitolo di “L’esattezza dell’anima” il lettore saprà qual è il “problema” da cui parte la vicenda: che motivo c’è perché non lo sappia prima? Cosa ne ricava la storia a non essere chiarita fin dall’inizio?

Hai presente quel modo di dire per cui “si getta il sasso e si nasconde la mano”? Spogliandolo del riferimento alla malafede – che, com’è ovvio, qui non c’entra niente – ti mostro tutti i punti in cui il testo lo fa. Getta il sasso (dà a chi legge un inizio d’informazione) e poi nasconde la mano (non si prende la responsabilità di condurre l’informazione verso il chiarimento: lascia in sospeso).

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La verità vi prego: raccontare non è parlare attorno

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La lettera di oggi è per @madamebovary* e il primo capitolo del suo “Sorelle”.

Chi è @MadameBovary:
Scrivo da un po’ di anni: racconti, testi teatrali; anche due romanzi brevi.
Non ho mai pubblicato nulla ma ho vinto un piccolo premio drammaturgico.
“Sorelle” nasce da un testo teatrale: un corto che poi è diventato una commedia e,
infine, un romanzo.
Ho iniziato a scriverlo nel 2010, poi l’ho lasciato e ripreso varie volte.
Sembra sempre che sia finito e poi c’è sempre qualche correzione da fare.
Forse adesso è finito.

Cara @MadameBovary,

perché “Sorelle” si apre con un prologo? Senti forse il bisogno di chiarire il conflitto che anima le protagoniste del tuo romanzo? Vuoi avvisare il lettore di qualcosa? Metterlo in guardia? Indicargli la strada: guarda, si parlerà di questo?

Voglio dirti subito una cosa: questo prologo è inopportuno. Lo è nell’intenzione – le storie non vogliono essere spiegate, ma solo raccontate – e lo è nell’obiettivo: questa pagina iniziale non aiuta il lettore. Anzi: lo trascina in un lungo e caotico sommario di quello che è accaduto (e che deve accadere, nel primo capitolo) senza semplificare né precisare un evento o un sentimento, piuttosto annodando il concetto fino a esaurirlo.
E come si fa, poi, a cominciare una storia su un soggetto già esaurito?

A proposito di cominciare: il prologo mette in scena due voci senza faccia, né corpo, né carattere. La pagina scritta non è il teatro e nemmeno il cinema: il lettore non vede davvero chi sta parlando, sei tu che devi permettergli di immaginarlo. Lorella e Fiorenza non possono essere solo due nomi, devono diventare due personaggi; e non un poco per volta: subito. Non perdere tempo ad arrovellarti sulla questione della questione. Fai partire la storia!

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come scrivere una storia struggente e non farsi scoprire

Steve Tesich era uno sceneggiatore di Hollywood.
Il protagonista del suo romanzo Karoo, si chiama Saul Karoo, ha cinquant’anni – poco meno di quanti ne avesse Tesich prima di morire – e di mestiere fa quasi lo sceneggiatore:

Aggiusto sceneggiature scritte da altri. Riscrivo. Taglio e sistemo: taglio il superfluo e sistemo quel che resta. Sono uno scribacchino di professione con un’abilità che ha finito con l’esser considerata talento.

Ho cominciato a leggere Karoo sapendo che avrei trovato un personaggio, uno stile e un’atmosfera simili a quelle de La versione di Barney, di Mordecai Richler.
Avete presente lo stra-citato humor di Richler? Tutti prima o poi ne hanno parlato; la scheda Adelphi del libro dice ancora: “Una delle storie più divertenti che ci siano mai state raccontate”.

Quando io lessi “La versione di Barney” lo humor non mi saltò così tanto agli occhi. Sì, c’era l’ironia, ma non mi sembrava una cosa così importante, una cosa di cui parlare tanto. A me incantavano le invocazioni che Barney Panofsky faceva alla donna che amava: «Miriam, la mia adorata Miriam»; «Oh Miriam, mia cara Miriam». Mentre le scrivo, ricordo la sensazione che mi facevano di solletico sopra lo stomaco: come una cosa piacevole che diventa terribile.
Lo stile di Richler – e la storia di Barney Panofsky – non aveva per me niente di spassoso: era struggente.
Pensai di mancare profondamente di senso dell’ironia.

particolare di copertina di Snatch Comics, ripreso dalla versione italiana di Karoo, Adelphi

particolare di copertina di Snatch Comics, ripreso dalla versione italiana di Karoo, Adelphi

Mi è successo di nuovo con Karoo. E non solo perché non mi aspettavo raccontasse una storia tanto tragica (di tutte le recensioni che ho letto, non ne ho trovata una che ne facesse cenno. Perché? Non è un giallo. Non c’è colpo di scena. La fine è così inevitabile!).
Comunque non è quello. La storia è tragica, ma non è la storia a farne una tragedia. È lo stile: lo stile pieno di parole grosse e devastanti di Tesich, ancor più di quelle di Richler.
Di quelle invocazioni che la moglie Dianah usa come piccole e persistenti punte di disprezzo: «Oh Saul!»

Saul Karoo è un uomo ricco, intelligente, che convive con l’alibi di non avere nessun talento:

Non ho mai scritto nulla di mio. Ho provato, tantissimo tempo fa, ma dopo qualche tentativo ho rinunciato. Sarò anche uno scribacchino, ma so cos’è il talento e ho capito di non possederlo.

Va continuamente a cena con Dianah (sono separati) che lo tortura di sensi di colpa e non smette di dirgli quanto sia ingrassato.

«Stai ingrassando, caro. È così, lo sai. Non sei più semplicemente sovrappeso, sei grasso, tesoro. Non vedo nemmeno la sedia su cui sei seduto. Per quanto ne so, potrebbe non esserci. Per quanto ne so, te ne stai semplicemente accovacciato lì con i gomiti sulla tavola. E quella barba penosa che ti stai facendo crescere non inganna nessuno. Tutti gli uomini che si vergognano del loro aspetto si fanno crescere la barba. Specialmente quelli grassi. Di questo passo, Dio ce ne scampi, tra poco comincerai anche a portare dei dolcevita neri. E perché? Lo sai perché? Vuoi saperlo?»

Beve. Beve e dice di non riuscire più a ubriacarsi: crede di avere una specie di malattia, e per questo beve sempre di più, sperando che prima o poi gli torni la sbronza; intanto accontenta tutti quelli che s’aspettano si comporti come l’ubriacone che è: biascica le parole, dice cose inopportune. Fa per cadere, gli cadono i bicchieri di mano. (Quanto si dev’essere ubriachi per credere di fare cose del genere di proposito?)

Cerco di sostenere la mia metà di questo matrimonio che stiamo inscenando. Do fondo a tutte le mie risorse. Partorisco, e poi metto in atto, il proposito di rovesciare un bicchiere pieno di vino. Nessun pagliaccio bevuto, non importa quanto bevuto, avrebbe fatto di meglio. Il vino si versa sulla tovaglia. Il bicchiere cade a terra e si rompe. Le teste si voltano.

particolare di copertina dell'edizione inglese di Karoo, Open City Books

particolare di copertina dell’edizione inglese di Karoo, Open City Books

Suo figlio Billy lo adora. In verità vorrebbe adorarlo, ma non può perché Karoo gli sfugge: ha un’altra “malattia”: non riesce a sostenere i rapporti affettivi, nessuna situazione intima, mai con una sola persona in una stanza, non sia mai capiti di parlare davvero.

Il fatto è che non avevo nessun desiderio reale o virtuale di portarmela a casa e andare a letto con lei. Avrei fatto del mio meglio per sedurla, esattamente come stavo facendo, ma era una seduzione di facciata. Il vero movente era tenere alla larga mio figlio. Lei era figlia di qualcun altro e se proprio quella sera dovevo rimanere da solo con qualcuno, era più semplice rimanerci con una completa estranea, la figlia di qualcun altro, che non con il mio, di figlio.

Billy non è suo figlio naturale, è il figlio adottivo suo e di Dianah. La madre naturale di Billy si chiama Leila.

Riapparve Leila. Portava un abito da sera nero senza spalline e scarpe nere con il tacco. Tra le braccia stringeva delle bottiglie di liquori. Si annunciò gettando indietro la testa e dicendo «Taa-tan!». Oltre alle bottiglie, che teneva premute contro il petto, aveva in mano due bicchieri alti da bibita. Era un po’ meno tesa e un po’ più calma, come di solito appaiono all’inizio le persone leggermente brille. Nonostante ciò, il «Taa-tan!» non le riuscì granché bene. Dianah sapeva farlo alla perfezione, poteva rivaleggiare con chiunque. Ma Leila no.

Credo di non aver riso neanche una volta leggendo Karoo, nemmeno sorriso. Forse una o due volte sì, ma non ricordo. Ho di sicuro problemi di humor, perché quello che io ricorderò di questa storia è la disperazione. Una disperazione che non lasciava mai la presa, mi teneva agitata, mi faceva sentire il bisogno di correre da Saul (o da Tesich) a non so bene far cosa.
A togliergli quei bicchieri di mano; a farlo parlare con Billy. Non permettergli di fare tutte le cazzate che fa.

immagine di copertina dell'edizione spagnola di Karoo, Seix Barral

immagine di copertina dell’edizione spagnola di Karoo, Seix Barral

Come ogni uomo in fin di vita – si può smettere di vivere molto prima della morte – nell’ultimo capitolo Saul Karoo va a trovare sua madre: una donna che non vede quasi mai, praticamente non conosce, e che ora si è trasformata in una vecchia di cui a tratti prova disgusto. Nel breve tempo che passa con lei – mentre le cerca negli occhi la capacità di riportarlo di nuovo alla vita – non fa che invocarla: «Oh, mamma. La mia mamma»; «Mamma, perdonami, per favore»; «Mamma, perdonami, ti prego».
Durante le poche ore in cui resta in casa sua, non fa che tenersi in testa queste invocazioni struggenti.

Nell’ultima scena del libro, Karoo è seduto sul gabinetto e ha un continuo e spaventoso  rivolo di sangue che gli scende dal sedere. Fino a poco prima era seduto nello studio di Cromwell: il suo peggior nemico, un uomo che lo mette sempre di fronte a se stesso

Jay Cromwell faceva il produttore cinematografico, ma avrebbe potuto essere benissimo un capo di Stato o una carismatica personalità religiosa dotata di poteri messianici. Aveva qualcosa nella voce. Negli occhi. Nei denti. In quella terrificante fronte sovradimensionata.

È riuscito a trattenere il problema per tutto il tempo in cui parlavano – in cui Cromwell gli raccontava con aria innocente come l’avrebbe ancora una volta fatto a pezzi.
Ma ora non può più ignorarlo. E non ha soluzione: può starsene solo seduto, in bagno, a guardarsi le mutande sporche.

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Steve Tesich in un disegno di Dominique Hérody – 80grammes.blogspot.it

Con Steve Tesich, sceneggiatore, non c’è death point che tenga: una volta raggiunto il punto più basso, non si torna su: si continua a scendere.
Chiuso in bagno, mentre sta così male da sentirsi bene, a Karoo sembra quasi che mettersi finalmente a ideare una storia sua possa salvarlo. E per un attimo, prima di chiudere il libro, l’ho pensato anch’io. Ma quando mai le storie hanno salvato la vita a qualcuno.

Calvino salvi tutti

I libri degli altri è la raccolta Einaudi delle lettere che il Calvino editor¹ scriveva agli scrittori. Autori sconosciuti o già pubblicati inviavano il proprio testo in casa editrice e trovavano Calvino all’altro lato della scrivania, pronto a leggere. Era il suo mestiere.

Oggi è più difficile che un esordiente venga letto direttamente in casa editrice. Questo non vuol dire che gli editori siano brutti e cattivi. Vuol dire solo che, per tutta una serie di motivi, i luoghi in cui ci si occupa di leggere si sono moltiplicati (premi letterari per inediti, agenzie letterarie, corsi di scrittura) e l’editore ha lasciato la presa. Molto spesso cede lo scouting ad altri, e, solo poi, va a vedere cosa c’è di buono.

C’è, però, almeno una cosa che rimane in comune tra l’immagine di Calvino alla scrivania e i nostri nuovi luoghi editorialila figura del lettore professionista.

Non tutti sanno leggere. Quest’affermazione è così importante che val la pena ripeterla: non tutti sanno leggere. Nessuno crede di essere musicista perché a scuola gli hanno insegnato le note. Nessuno crede di essere pittore perché a scuola ha imparato i colori e la prospettiva (né qualcuno si sente atleta grazie all’ora di educazione fisica, ma questo è un altro campo). Molti, però, credono di essere scrittori perché gli è stata insegnata l’ortografia e di essere lettori perché conoscono l’alfabeto. Non è così. Il mestiere è una cosa che appartiene a tutti i campi creativi.

S’impara a leggere così come s’impara a scrivere, a suonare, a dipingere. Solo, per ora, manca una categoria specifica d’insegnamento. I corsi di scrittura creativa – quando sono buoni corsi di scrittura creativa, come questo, questo o questo – sono prima di tutto luoghi in cui viene proposta letteratura di qualità, ma non ci si occupa di lavorare praticamente sui contenuti che compongono quella letteratura. Poi ci sono i corsi di editoria, in cui s’impara a lavorare sui testi: analizzarli, smontarli, rimontarli, ma non si legge molto, né particolarmente bene. L’obiettivo di questi ultimi corsi è formare una figura di redazione e non: far venire fuori un occhio da lettore.

Cos’è un occhio da lettore? Questo:

[…] non è un libro di facile lettura, né (almeno per la prima metà) che «prenda», che ti tiri in un suo cerchio magico, come fanno tutti i libri riusciti. Si va avanti un po’ a fatica, il ritmo umano […] è reso non liricamente, ma con un intreccio un po’ freddo di ripicchi di fabbrica, le cui ragioni non si capiscono fino in fondo, il linguaggio è molto più sobrio che negli altri libri, nella scelta dei suoi attributi dialettali e gergali ma la quantità dei termini tecnici di cui è zeppo rimane un po’ come scritta con un altro corpo tipografico, cioè non scritta e queste macchine su cui tu minuziosamente insisti non si vedono mai, né a te né a noi riescono a interessare. Ma poi con la storia della cooperativa si finisce per raggiungere un calore, un ritmo, un interesse e la storia cammina, i personaggi camminano, tutto è più libero e più obbligatorio insieme, quel personaggio di Oreste è molto bello, il finale casca bene. Mi sembra che questa volta ti sei messo a raccontare una cosa che conosci bene in tutti i particolari, la vita di fabbrica, e questo è un fatto molto positivo; ma di fatto «poeticamente» di questa fabbrica non te ne importava niente, non la «vedevi» perciò ti sei lasciato prendere la mano «a freddo» dai particolari, e invece quando ti sei rifugiato nei tuoi sogni falansterici, nel tuo clima preferito di paesaggi squallidi e di solidarietà umana, sei riuscito di nuovo a dire qualcosa e allora anche le macchine dai e dai cominciavano a significare qualcosa. […]

Italo Calvino a Silvio Micheli, 14 luglio 1950

Saper entrare nella profondità di un testo, della sua forma e del suo tema, di quello che racconta e di quello che vuole dire. Scovare la bellezza tra le parti confuse, spente o di troppo. Metterla da parte, isolarla, pulirla e aiutare chi scrive a tirarne fuori altra. Porre le domande giuste, insinuare nuovi percorsi, variazioni. Riconoscere la zona delle difficoltà, suggerire di non tornarci o di insistere. Saper leggere è quello che faceva Calvino con umiltà, abilità, saggezza e passione, le stesse qualità che mostrava nel rispondere a chi si appellava a lui.

In lettere di qualche riga o poche pagine, Calvino affrontava la faccenda del pubblicare con cortesia e determinazione, non prendendosi mai gioco delle speranze degli scrittori, neanche quando le loro opere non erano da tenersi in considerazione, né mai li illudeva. D’altro canto, non faceva della scrittura un sistema filosofico per pochi eletti, nessuna retorica sul dissiparsi, dannarsi o immolare la propria esistenza allo scrivere. Si limitava a inquadrare i difetti e le potenzialità delle loro storie e del loro linguaggio, incoraggiava o smorzava l’attitudine narrativa.

Questo spazio vuole omaggiare e riproporre il sistema Calvino, cercando di rispondere alla questione che assilla molti aspiranti scrittori circa la loro bravura (la famigerata commistione tra talento e tecnica): ditemi la verità, vi prego.

La verità, vi prego è il nome della rubrica che apre le porte della valutazione d’inediti, svelando cosa succede quando si decide di mandare il proprio lavoro in lettura. Per partecipare, bisogna inviare un racconto o il primo capitolo di un romanzo e sapere che si riceverà gratuitamente una lettera di valutazione.
Dopodiché – e come in tutte le cose – bisogna solo voler conoscere davvero la verità

¹
“Mi accorgo al momento buono che di Calvino editor, come oggi con suo disgusto lo chiamerebbero, non ricordo in pratica nulla: non un giudizio, un contrasto, una stroncatura, una singola proposta. […]”
dalla Nota di Carlo Fruttero a I libri degli altri, Einaudi