liste & consigli
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La lista di ILDA – maggio 21

Lista di Beatrice Galluzzi

Zombie, di Joyce Carol Oates

(disponibile anche in audiolibro, letto da Riccardo Bocci). Tra i testi più controversi della prolifica Oates, Zombie ha come protagonista Quentin P_, uno psicopatico che scopre per caso la lobotomia e la attua sulle sue vittime con l’intento di trasformarli in zombie. Il libro è un monologo perturbante dalla forma diaristica, inclusi disegnini e punteggiatura informale (tutte le “e” diventano “&”) che da una parte rendono faticosa la lettura e dall’altra aggradano quel tipo di voyerismo perverso e universale.

Il valore affettivo, di Nicoletta Verna

un romanzo che si immerge amabilmente nel cuore cupo della protagonista. Bianca ha perso sua sorella Stella a sette anni e al suo posto sono rimasti rammarichi e un implacabile senso di mancanza. Pagina dopo pagina, le ossessioni di Bianca vengono a galla come rifiuti indissolubili, gli stessi che lei classifica, ordina, butta all’aria e smaltisce, ognuno con il proprio intrinseco e doloroso valore affettivo.

Mistero al castello Blackwood, di Stacie Passon

film basato sul romanzo di Shirley Jackson Abbiamo sempre vissuto nel castello, che ne conserva l’atmosfera gotica e la vena sottilmente umoristica. La protagonista è Mary Katherine, un’adolescente incattivita che fa incantesimi sotterrando amuleti in giardino e augura la morte ai passanti; vive con la sorella più grande, apparentemente stordita, che asseconda tutti i suoi capricci. Così come Shirley Jackson svela gradualmente le tante personalità dei suoi personaggi, la regista ha il merito di essere riuscita a ricreare quel non so che di deviante che li abita.

Creep, di Patrick Brice

che ne è anche interprete. Un mockumentary in cui un videografo viene ingaggiato per un giorno da un uomo in un’abitazione isolata, con l’intento di realizzare un filmato per il figlio che sta per nascere. L’ansia è insostenibile fin dalle prime inquadrature ma è assolutamente sotterranea, ed è il punto forte di questo film a basso budget ‒ oltre alla scelta vincente del cast, ovvero dell’unico inquietante attore: Mark Duplass.

Lady Killer, di autori vari

un podcast che racconta le storie di sedici donne colpevoli di omicidi seriali. La vita di ogni Lady Killer è contestualizzata nella sua epoca storica, a partire da Mary Ann Cotton, nata nel 1832, che uccise più di venti persone con l’arsenico, compresi mariti e figli. La voce narrante riporta la storia che fa da sfondo ‒ compresi rumori di vecchie ferraglie, e filastrocche recitate da bambini ‒ per poi passare la parola alla donna che interpreta l’assassina, e ne dispiega la vita fin dall’infanzia.


Lista di Chiara M. Coscia

Too close, di Clara Salaman

è una miniserie thriller inglese in cui diversi livelli di drama si intrecciano intorno a una vicenda legale. Una psichiatra forense analizza il caso di una donna accusata di un terribile crimine di cui non ricorda nulla, e non posso dire altro perché lo spoiler ucciderebbe parte della bellezza della storia. Tre ore ben spese, Emily Watson stratosferica. Si soffre molto.  

The Mosquito Coast, di Neil Cross

serie tv dall’omonimo romanzo di Paul Theroux, anche lui executive producer. Sto sperimentando la visione settimanale trattenendo il desiderio di aspettare di averla tutta per fare binge watching. È avvincente, la serie, vederla con la pausa in mezzo però la rende anche snervante. Mancano due episodi alla fine della stagione e sono molto curiosa, e preoccupata. 

Love, Death and Robots

seconda stagione uscita da poco su Netflix. La mia impressione è che raggiunga dei picchi più alti rispetto alla prima, in termini di complessità di narrazione. Tuttavia, nella prima stagione c’è una spinta sulla sperimentazione dell’animazione che qui passa invece in secondo piano. Ad ogni modo, Il gigante affogato è un episodio bellissimo (tratto da un racconto di Ballard). 

The Stand di Stephen King

finalmente ho terminato il mastodontico romanzo di King che avevo cominciato un anno fa. L’ho ricominciato tre volte, per poi riprenderlo là dove l’avevo lasciato l’ultima volta e aiutarmi nell’esperienza immersiva anche con la versione in audiolibro. King si presta moltissimo all’ascolto. La tensione che costruisce e i personaggi a cui ti affezioni moltissimo mi hanno tenuto compagnia al punto da rendere dolorosa la conclusione. Il finale, poi, è davvero superbo.

Leaving isn’t the hardest thing di Lauren Hough

una raccolta di saggi personali, una sorta di memoir in sezioni. L’autrice è cresciuta in una setta, da cui si è separata portandosi dietro questo senso di dis-connessione dal mondo. Racconti, bozzetti, istantanee di quelli che lei stessa definisce “memories of memories”: ricordi di ricordi. A tratti molto intenso, talvolta divertente, in certi punti straziante. 


Lista di Francesca de Lena

Quarter-life crisis di Taylor Tomlinson

metà delle risate scaturiscono non tanto dalle battute, ma dalla spettacolare presenza scenica della comedian, alla quale dovrebbero affidare un ruolo da protagonista in un lungometraggio domani mattina: per il tempo e il ritmo comico, per il controllo e la creatività del gesto e per la mimica. Tomlinson restituisce alla stand up comedy una dimensione tridimensionale, emancipandola dalla sola verbosità e dando finalmente spazio al corpo; un corpo, tra l’altro, molto sexy.

Lettura facile di Cristina Morales

facendo forse beffe del tentativo antifrastico del titolo, trovo davvero molto semplice leggere questo romanzo: ritmo, pulizia, brillantezza di lingua e costruzione formale, una struttura frammentata che fa staffetta dei punti di vista ma resta molto empatica, arrabbiata, coinvolgente. Àngels, Patricia, Marga e Nati sono donne “istituzionalizzate” a causa delle loro condizioni intellettive e psichiatriche e la loro versione dei fatti procede per prese di posizione estreme e manichee che riducono la complessità a un nemico da fumetto (il fascio-patriarcato) ma intanto gli tolgono i vestiti. 

The missing (metà prima stagione, sigh!)

serie indipendente antologica del 2014, ideata da Harry WilliamsJack Williams e prodotta per BBC One e Starz. Una bella famiglia inglese è diretta in vacanza nel nord della Francia, l’auto si rompe e li costringe in un paesino ridente; il bambino scompare tra la folla. Giallo classico, l’intreccio delle relazioni tra i personaggi sembra molto interessante, dosato bene il ritmo di puntata, bei colori noir. Più che un consiglio questo è un appello: Amazon ha eliminato il titolo dal catalogo e mi ha lasciata ferma alla quinta puntata. Se sapete come recuperarla vi offro una birra. 

A Calais di Emmanuel Carrère

non prendevo un Carrère in mano da tanto (Vite che non sono la mia tra i libri più importanti della mia vita) e ho voluto mettere un piede dentro la questione “i reportage di Carrère” in attesa dell’uscita di Yoga, che ha scatenato polemiche proprio per la manipolazione finzionale dell’autore rispetto alla sua reale esperienza con i migranti. 

Losing Alice di Sigal Avin

in fissa per le serie tv israeliane (dopo Fauda e Shtisel) ci provo con questo thriller psicologico, un genere che per me ha sempre avuto un grosso limite: cercare a tutti i costi il torbido, pur di infilare il termine nella promozione. Spesso a scapito di una scrittura credibile, nuova, nera sì, ma non per questo stantia. Quando di mezzo c’è poi l’attrazione erotica tra donne lo scivolone è dietro l’angolo. Eppure le prime puntate mi hanno agganciata, colori e estetica fascinosissimi, tensione giusta, che non corre né fa addormentare, una Ayelet Zurer da togliere il fiato. 


Lista di Primavera Contu

Insegnare a trasgredire di bell hooks

“La marginalità è un luogo radicale di possibilità, uno spazio di resistenza”. La marginalità di chi scrive questo libro non è la mia (bell hooks è una docente universitaria e attivista afroamericana), né mia è la condizione che descrive dalla quale inizia a immaginare possibilità alternative, ma ciò che in questo saggio ho trovato illuminante, tra le altre cose, è la chiarezza del posizionamento, l’idea dell’insegnamento come pratica di libertà, di creazione di nuovi mondi a partire da un luogo periferico. Ascoltato in audiobook su Storytel (disponibile in inglese): un saggio che si fa leggere come un lungo racconto.

Adorazione di Alice Urciuolo

fisico, sudaticcio e umido fin dalle prime pagine. Continua la mia passione per le storie di adolescenti, questa volta per mano di una delle sceneggiatrici di Skam Italia. L’ho appena iniziato e mi ha già trasportata dalla pagina alla corporeità e alla visione: decisamente un punto a favore.

Mozart in the Jungle di Roman Coppola, Jason Schwartzman, Alex Timbers, e Paul Weitz

ho finalmente finito questa serie uscita nel 2014. In principio l’ho divorata, poi sbocconcellata rallentando sul finale per paura di abbandonare i personaggi. Le perdono alcuni scivoloni, come lo stereotipo del genio latino eccentrico e inaffidabile (che per chi frequenta il mondo dei musicisti è fin troppo vicino alla realtà per risultare interessante in ambito fiction), o l’improbabile Monica Bellucci che fa dei paragoni fra la propria voce e la pasta scotta, perché mi ha fatto amare di nuovo la musica sinfonica: il cosa, qui, è sempre connesso al come. E perdono tutto, ma proprio tutto, in favore dell’arco di trasformazione del personaggio di Hailey.

Soulmates di William Bridges e Brett Goldstein

quando la fantascienza è ambientata in un tempo che slitta di poco in avanti rispetto al presente, ma con delle modifiche tecnologiche tali per cui la vita risulta radicalmente diversa dal reale, solitamente si occupa delle relazioni umane, le più colpite e trasformate da tali avanzamenti. Questo è il caso di Soulmates, una serie antologica che ruota tutta attorno alla domanda: cosa accadrebbe se un semplice test potesse rivelarci con certezza qual è la persona con la quale siamo destinati a passare la vita? Non tutti gli episodi sviluppano il tema con la stessa profondità (o attraverso la stessa buona scrittura) ma la premessa non ha smesso per un attimo di farmi interrogare rispetto alla natura dei rapporti sentimentali.

Why Are You Like This? di Jessie Oldfield e Adam Murfet

oltre i deliranti “non si può più fare ironia su niente”, oltre la retorica stantia sul proverbiale “politicamente corretto”, si trova questa commedia australiana che scivola via veloce come la parlantina dei suoi protagonisti. Si ride di gusto, ci si innervosisce per una protagonista che tenta in ogni modo di dire la cosa giusta, si fa il tifo per le imperfezioni di chi non si erge a paladin* dei diritti civili, impegnat* com’è a vivere una vita di contraddizioni e svantaggi.

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