Autore: Redazione

Non prenderla come una critica – “L’amore a vent’anni” di Giorgio Biferali

di Luigi Loi L’amore a vent’anni di Giorgio Biferali è un romanzo che andrebbe letto con la massima benevolenza per tutta una serie di fattori a latere che ne costituiscono la vera forza. In primo luogo per la sua collocazione editoriale: è tra i romanzi della Tunué, salutati in questi anni come prodigio di intransigenza, ricerca stilistica e formale. Vanni Santoni, direttore editoriale della collana, ha fatto sì che a Latina arrivassero numerosi riconoscimenti di pubblico e critica, consacrati con vari approdi allo Strega. Un successo notevole (e meritato) per questa collana anomala nel panorama librario italiano. Ma anomalo è anche il romanzo di Giorgio Biferali all’interno della sua stessa collana, per due ragioni. La prima è il come la materia romanzesca viene trattata, così dissimile nel corpus dei romanzi Tunué: i due protagonisti, Giulio e Silvia, sono romani e abitano nella stessa via. Lui, voce narrante del romanzo, ultimo figlio (non voluto) ha dei genitori tutto sommato amorevoli e presenti, nonostante le piccole disfunzioni del quadro piccolo borghese che Biferali racconta; si innamora di …

La lingua imperfetta

di Mira Costanzo Tempo fa ho scambiato qualche messaggio con un mio ex studente tedesco, tornato a Roma per una breve vacanza, e quando mi sono complimentata perché mi sembrava che il suo italiano fosse migliorato, lui ha risposto: «Al bar mi hanno portato un caffè corretto dopo che avevo chiesto un caffè e un cornetto! Saper scrivere non è saper parlare!». No, infatti. Imparare una lingua significa lavorare sulla comprensione orale, sulla comprensione scritta, sulla produzione orale, sulla produzione scritta e sull’interazione orale, ed è difficile raggiungere lo stesso livello su tutti i fronti. Da un punto di vista strettamente pragmatico, saper scrivere non è l’abilità più importante. Secondo uno studio di Wilga M. Rivers e Mary S. Temperley (“A Practical Guide to the Teaching of English as a Second or Foreign Language”, Oxford University Press, New York, 1978), l’attività linguistica di un adulto medio è così suddivisa: il 45% del tempo è dedicato ad ascoltare, il 30% a parlare, il 16% a leggere e il 9% a scrivere. Ciò di cui si ha …

Non prenderla come una critica – “La madre di Eva” di Silvia Ferreri

di Marco Terracciano Non consiglierei La madre di Eva a una ragazza in transito. Non lo consiglierei perché potrebbe ferire e deprimere. Generalmente sconsiglio i libri solo quando mi sembrano noiosi: sconsiglierei, al contrario, La madre di Eva – forse sbagliando per eccesso di prudenza – perché è estremamente coinvolgente e credibile. È una storia schierata, apparentemente neutrale nel giudizio ma orientata verso l’immedesimazione emotiva con il narratore; il narratore, ossia la madre di Eva – ragazza affetta da disforia di genere che vuole a tutti costi operarsi per «sembrare» un uomo – è l’unico filtro che viene offerto al lettore per confrontarsi con questa storia, ed è un filtro fatto di dolore, frustrazione, senso di colpa, dipendenza affettiva. È una storia che non lascia indifferenti, ha la forza e l’incisività di una cosa vera. Una tendenza dei critici, dei recensori, degli scrittori e in generale di chi lavora con i libri, è quella di classificare i romanzi in ‘romanzi di forma’ e ‘romanzi di contenuto’, alludendo alla più o meno buona capacità di lavorare …

Non prenderla come una critica -“Il grido” di Luciano Funetta

di Luigi Loi “Una moda filosofica si impone come una moda gastronomica: non si può confutare un’idea più di quanto si possa confutare una salsa”, pensava E.M. Cioran. Allo stesso modo, nel campo della fiction narrativa, è quasi impossibile confutare la prassi distopica: in genere questo tipo di romanzi possono sembrare profetici ma visti in una prospettiva lunga, storica, si rivelano miopi, dicono più del presente in cui sono stati scritti che del futuro che intendevano rappresentare. Si tratta di romanzi che andrebbero scritti più con la furbizia che col talento. Eppure, in questo momento ci sono tantissimi scrittori che rinunciano alle stampelle della verosimiglianza fallendo 9 volte su 10. Ma c’è, in lingua italiana, l’eccezione che conferma la regola e si chiama Luciano Funetta: nel Grido rinuncia ai fuochi d’artificio del suo esordio e colma le lacune con quel pizzico di malizia e mestiere che questo tipo di narrativa esige. La voce narrante del Grido è la canonica terza persona, la più razionale tra le voci narranti, non fosse altro per quell’onniscienza che nella storia del …

Scrivere in memoria della madre

di Alessandro Melia “Mia madre è morta giovedì 22 novembre, davanti ai miei occhi. La trovai agonizzante sul pavimento della cucina, con la pancia gonfia e la mascella serrata. In ginocchio, urlando, cercai di spalancarle la bocca per farla respirare, ma fu un tentativo inutile. Più tardi, in ospedale, mi dissero che aveva avuto un aneurisma dell’arteria splenica.” Questo è l’incipit di un testo (non un romanzo, non un racconto, non una biografia, semplicemente un testo) che scrissi pochi mesi dopo la morte di mia madre. Sono passati quasi sei anni e quel testo, mai concluso, è conservato nel mio pc dentro una cartella denominata Sulla morte. Ricordo con precisione quando decisi di iniziare a scriverlo. Ero a teatro e stavo assistendo all’adattamento de Il Soccombente di Thomas Bernhard. Per qualche motivo, durante il monologo finale dell’io-narrante interpretato da Roberto Herlitzka, ripensai alla morte di mia madre, a cui avevo assistito contro la mia volontà, e sentii il bisogno di scrivere di lei. Quando tornai a casa, accesi il pc e raccontai gli istanti della …

Scrivere è sopravvivere alla notte

di Giacomo Faramelli Io non credo alle missioni. Non credo nel raggio di luce divina disceso dal cielo per far divampare la fiamma del sacro fuoco della scrittura. È una cosa che funziona bene negli affreschi delle chiese, quella. Ma io non ho lo stimma dell’eremita, la forza d’animo del santo e poi, come dire, la mia propensione al martirio è quella che è. Credo nei talenti ma non è che anche quelli mi ispirino gran fiducia. Mi considero un fenogliano atipico. Credo di scrivere anch’io, Beppe perdonami, “with a deep distrust and a deeper faith” ma questa fede di risulta nella scrittura, dilavata col crescere e irrobustita dalla volontà malcelata di prendersi una rivincita, effimera, nei confronti di tutti i bastoni che ho scientificamente infilato tra le mie ruote, è un corpo estraneo che mi mette a disagio, un ometto nudo che corre di domenica pomeriggio tra la folla del centro. È dunque la grande notte della boxe interiore? Davvero scrivo per partecipare a un campionato di pesi massimi delle vanità, in cui le …

Scrivere è liberare ostaggi

di Emanuela Canepa Qualche giorno fa Alfredo Palomba si chiedeva su questo blog: per quale motivo scriviamo? Una domanda che agli scrittori viene fatta di continuo, basta una veloce ricerca in rete per accertarsene. Ho tentato una sintesi imperfetta della media delle risposte, e i punti fermi girano sempre intorno allo stesso concetto: scrivere ha il sapore della sortita disperata. Un monito che non vale solo per gli esordienti in cerca di editore. È una sentenza che pende anche sulla testa degli scrittori che hanno già un contratto firmato, o addirittura un rispettabile curriculum di pubblicazioni alle spalle. La litania è sempre quella: di questo mestiere non si campa. O hai un’occupazione regolare, Monday to Friday, e quindi accetti di riservare la scrittura al tempo libero, oppure sei costretto a impegnarti in tutta una serie di attività correlate – corsi, articoli, convegni – che sono cosa assai diversa dalla scrittura in sé, che magari non ti piacciono affatto, e che comunque sono aleatori, e quindi potrebbero non essere sufficienti a garantirti la sopravvivenza. La terza …

Non prenderla come una critica – “I giorni felici” di Teresa Ciabatti,

di Daniele Campanari Da dove si parte Ai tempi del successo ricercato nei talent show non sorprende che il sogno di una bambina di pochi anni sia partecipare allo Zecchino d’Oro. Come non sorprende che ad accompagnare questa bambina, tenuta per mano nei corridoi della Rai, ci sia un padre padrone del suo destino – o almeno di quel destino che si vorrebbe compiuto: perché la bambina, si dice, è un talento e diventerà una star internazionale. Non sorprende tutto questo, né l’attaccamento magnetico di un genitore che vede nella figlia una possibile macchina da soldi e il successo che non ha ottenuto in una vita iniziata da infante e proseguita in giacca e cravatta. Una forma di psicologia riconosciuta nell’insoddisfazione. Di conseguenza molto è conteso nello stare bene grazie agli altri, tanto che non si capisce, difettuccio, se il protagonista de I giorni felici di Teresa Ciabatti (Mondadori) sia il padre o la figlia. A soli sei anni Sabrina Mannucci sapeva suonare il violino, scrivere, leggere (libri per adulti e giornali), cantare; conosceva arie …

Scrittori presso sé stessi

di Alfredo Palomba Di recente chiacchieravo con un giovane editore napoletano che, a bruciapelo, mi ha chiesto come mai io passi il poco tempo libero che il mestiere di docente mi lascia a scrivere. Ciò in risposta a tediose lamentazioni secondo cui trovo la scrittura un’attività, in generale, poco soddisfacente, considerata la fatica e il tempo da investire su un testo perché lo ritenga accettabile anche solo il minimo necessario. E non che non mi sia fatto da solo, molto spesso, la stessa domanda. Personalmente, riesco a fare davvero parecchia fatica anche solo per scrivere una cartella: mi sono sconosciute le gioie, che a taluni sembrano invece concesse (soprattutto in televisione, c’è da dire), del fluire instancabile di parole sullo schermo, quel ticchettare continuo e senza quasi pause che nei film corrisponde allo scrittore intento e concentratissimo sul proprio lavoro in costante progressione. Nel mio caso, il lavoro è paragonabile più a un rubinetto che gocciola; talora, quando va bene, perdendo due o tre gocce in una volta. Mi fermo, cancello l’ultima frase, rileggo dall’inizio …

Non prenderla come una critica – “Absolutely Nothing” di Giorgio Vasta e Ramak Fazel

di Marco Terracciano Fuori dal testo Partiamo da un elemento paratestuale: la quarta di copertina di “Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani” (Quodlibet Humboldt 2016) concorre a definire il senso del libro, orienta la lettura e testimonia un primo grado di comprensione del messaggio narrativo da parte di un presupposto lettore ideale. “Ritratto dell’America, ragionamento sul suo mito e omaggio alle sue narrazioni, Absolutely Nothing traccia un itinerario che collega scrittura documentaristica e fiction, riflessione e autobiografia, per provare a comprendere cosa accade ai luoghi – e alle nostre esistenze – quando le persone che li hanno abitati (che ci hanno abitati) se ne vanno via.” Ora isoliamo l’espressione «per provare a comprendere» e teniamola da parte: ci servirà per dopo. Il libro è il resoconto di un viaggio attraverso i luoghi abbandonati dei deserti americani – le ghost town –, è ‘raccontato’ con due diversi linguaggi e suddiviso in altrettante macrosezioni: quella narrativa, Absolutely Nothing, scritta da Giorgio Vasta e quella fotografica, Corneal Abrasion, fotografata da Ramak Fazel. La sezione fotografica integra …