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Black out

A seguito della nostra call Rumori in sottofondo abbiamo ricevuto 54 racconti. Letti, selezionati, editati prima dalla classe di Apnea ‘21/‘22 poi dalla nostra redazione narrativa, ne sono infine stati scelti 14 per la pubblicazione sulla nostra rivista. Questo è il settimo, lo ha scritto Rosaria Ciano, e ha richiesto un intervento di editing da parte delle allieve editor Arianna Nozza e Alessia Vecchi e della redazione che aiutasse l’autrice a far muovere i personaggi in modo coerente rispetto ai dialoghi e ai pensieri in un crescendo per aumentare la tensione, ridurre e alternare i flashback in modo funzionale al racconto.


La storia: Marianna è fuggita da Lorenzo e si è rifatta una vita in un paese lontano insieme a suo figlio, Danilo. Una sera rientrando dal lavoro si ritrova Lorenzo davanti a casa. Ripiomba nell’incubo da cui credeva di essere fuggita, non riesce a impedirgli di entrare in casa. I ricordi e la paura l’assalgono, ma presto lasciano il posto alla volontà di non cedere e di non vanificare i sacrifici affrontati.


Black out

di Rosaria Ciano      

Per strada, illuminata solo dalla luce fioca dei lampioni, non c’era nessuno. D’inverno era sempre così. La strada non aveva negozi, solo villette, alcune sfitte, altre aggregate e riconvertite in casa di cura. Aveva scelto quel quartiere perché aveva bisogno di tranquillità, anzi: solitudine.

Era stata una giornata dura e desiderava solo arrivare a casa per immergersi nell’acqua profumata di un bagno caldo. Avrebbe approfittato dell’assenza di Danilo, ospite quella sera di un compagno di scuola. Il pensiero di suo figlio le strappò un sorriso.

Accelerò il passo. Aveva fretta di arrivare, buttare all’aria i vestiti e immergersi in vasca e stare a mollo tutto il tempo che voleva, come ultimamente non le era capitato di poter fare.

Passò accanto a un ospizio, il profumo del ragù le ricordò che aveva mangiato solo un po’ di frutta a mezzogiorno e bevuto un caffè di troppo. Affrettò ancora il passo. Era quasi a casa, altre due villette, il tratto di terreno incolto e sarebbe arrivata.

All’improvviso la strada già poco illuminata piombò nel buio.

Marianna si bloccò. Una serie di allarmi iniziò a suonare all’unisono. Si guardò intorno. Solo buio. Cercò di orientarsi, ma non vedeva nulla. Aspettò che gli occhi si abituassero all’oscurità: in lontananza iniziava a vedere piccole luci di candele accendersi nelle case. Fece qualche altro passo. Una sagoma nera le si parò davanti. Le luci si riaccesero. Sobbalzò: era solo uno dei tanti alberi di cui era disseminato il marciapiede.

Il blackout era stato breve, forse dovuto a qualche guasto o, più probabilmente al maltempo che si stava preannunciando. Accelerò il passo, attraversò il tratto di strada deserta, un pezzo di terra incolta, segnato dai vecchi pilastri di una costruzione mai portata a termine, e arrivò al cancello di casa. Aprì, attraversò il vialetto, armeggiò come sempre con la serratura difettosa ed entrò. Accese le luci dell’ingresso che, dopo nemmeno un secondo, si spensero. “Ci mancava il blackout! Fanculo”. Si voltò e, attraverso la porta ancora aperta, vide la strada illuminata e le case di fronte con le luci accese. Uscì sul portico. Goccioloni iniziavano a cadere. Neanche le villette accanto avevano problemi di corrente, era solo la sua a essere al buio. Ferma sull’uscio si domandò a chi chiedere aiuto a quell’ora. Fece per rientrare in casa, quando una mano le si posò sulle spalle. Si girò di scatto e si ritrovò a fissare il volto di suo marito.

«È saltata la corrente», esordì lui entrando in casa senza attendere risposta. Si diresse verso il contatore. Si aiutava con la luce del telefonino. «È il salvavita», spiegò alzando la levetta.

La luce illuminò l’atrio. Marianna non vi badò. Ferma sull’uscio era impegnata a escogitare una scusa per non entrare in casa.

«Che fai qui?».

«Ho bisogno di parlarti».

«Mi sono trasferita da poco… La casa è sottosopra», tentennò. «Andiamo al bar? Ce n’è uno qua dietro», propose, fingendo una noncuranza che sapeva di non avere, pur di non restare da sola con lui.

«Non credo sia possibile», rispose lui guardando fuori. Una saetta illuminò il cielo, mentre l’acqua prese a cadere con violenza.

Marianna fu costretta a ripararsi in casa. Chiuse la porta alle spalle e fece un cenno con la mano verso una stanza, dove un divano di seconda mano, una poltrona e una cristalliera cercavano di dare un po’ di calore alla casa ancora semivuota. Accese l’interruttore della luce ed entrò. Lorenzo la seguì. Lui si sedette sulla punta del divano, non sembrava a suo agio e a lei questo fece piacere, ma non lasciò che nessuna emozione trasparisse.

«Non so da dove cominciare. No, ti prego», esclamò tendendo la mano destra, sollevata, verso di lei per smorzare sul nascere qualsiasi replica, «lo so che ho sbagliato. Hai fatto bene ad andare via. Ma dov’è?» chiese, come se solo in quel momento avesse realizzato che Danilo non era lì con loro.

«È da un compagno di scuola, tra poco lo accompagneranno», rispose calma Marianna. Ci teneva a fargli credere che non sarebbe rimasta sola per tutta la sera, che presto sarebbe arrivata gente.

«Mi fa piacere vederlo», disse lui sorridendo.

«Non so se è il caso, non ti aspetta. Forse dovrei prepararlo, magari è meglio se ritorni un’altra volta».

Lorenzo nemmeno ascoltò la sua risposta. «Mi siete mancati», stava dicendo.

Il corpo di Marianna iniziò a formicolare e la mente scivolò nel passato.

«Ti sono mancato?», le aveva sussurrato all’orecchio. Il fiato caldo sul collo, una mano che l’aveva spinta dentro e aveva chiuso la porta.

Aveva iniziato involontariamente a tremare, si era morsa il labbro per non rispondere, temendo di balbettare.

Lorenzo con una mano l’aveva tenuta ferma per il collo e spinta contro il muro, mentre con l’altra le aveva tappato la bocca impedendole di urlare. Come se lei avesse potuto avere la forza di farlo.

Negli occhi una luce perfida, quella che aveva quando gli venivano le crisi. Aveva avvicinato le labbra alle sue, lei istintivamente aveva ritratto la testa, ma non era riuscita a spostarla indietro: la mano che le stringeva la nuca glielo impediva.

Le aveva leccato le labbra, lei le aveva serrate, e la lingua di lui era salita alla guancia fino a fermarsi sul lobo dell’orecchio destro che aveva iniziato succhiare. «Lo so che hai una voglia matta. Lo so che ti piace». Lei non aveva risposto: l’odore di alcool che emanava la disgustava, non era riuscita a reprimere una smorfia di fastidio e il pugno allo stomaco era arrivato all’improvviso, lasciandola senza respiro. Si era piegata in due cercando di non cadere. Questa volta no, questa volta no, si ripeteva nella mente ricordando i giorni all’ospedale.

Non lo aveva denunciato. Era caduta dal tavolo della cucina su cui stupidamente era salita per pulire i mobili alti. Si era sporta un po’ troppo. Che imprudenza.

La mattina dopo, mentre Danilo era a scuola, la collera l’aveva assalita così forte da farle sentire l’urgenza di fracassare qualcosa. Aveva preso una bottiglia e l’aveva scagliata a terra. Una scheggia di vetro era rimbalzata e aveva rischiato di finirle negli occhi. Aveva un figlio: non poteva offrirgli solo la sua delusione. A volte si sorprendeva a guardarlo, chiedendosi che tipo di uomo sarebbe diventato e quanto potesse aver inciso su di lui quell’atmosfera. Sarebbe dovuta andar via al primo schiaffo.      

«Non è il solito modo di dire», le stava dicendo Lorenzo. «Lo so, non ho diritto di parlare, e tu hai tutte le ragioni per non volermi qui. Non sono venuto per litigare, e nemmeno per riportarti a casa. So che sei scappata per colpa mia».

«Cosa vuoi?».

«Sono venuto a chiederti scusa, a te e a Danilo. Era un brutto periodo. Avevo perso il lavoro… Mi spiace…».

Quante volte glielo aveva già sentito dire?

«Danilo. Come sta?».

«Bene», rispose lapidaria, contenta che il figlio non fosse lì quella sera. La sua presenza la rendeva debole: quante notti aveva passato in bianco vedendolo crescere senza padre.

«Lui non c’entrava però. Non dovevi portarmelo via….».

Il ricordo di Danilo avvinghiato a lei che gridava contro il padre le strinse il cuore.

«Devi ammettere che, io, davanti a lui, non ho mai alzato una mano».          

Da quella volta, era vero, lui non l’aveva più picchiata davanti al bambino. Aspettava che fosse fuori casa.

Lo fissò torva, lui sembrò non accorgersene.

«Non hai una foto?» le stava chiedendo. «Sarà un giovanotto ormai… Non vederlo crescere, non potergli stare accanto, mi è pesato».

 «Tra poco sarà qui e vedrai tu stesso quant’è cresciuto», gli rispose, cercando di guadagnare tempo. Non aveva intenzione di scappare di nuovo e oltretutto non poteva. Aveva un lavoro sicuro. Danilo andava bene a scuola, aveva un giro di amicizie, una fidanzatina… e lei non voleva dover fuggire di nuovo.

Un odio feroce l’assalì. Marianna si mosse sulla poltrona. Non voleva ascoltarlo, non le interessavano le sue giustificazioni.

 «Come hai fatto a trovarmi?».

«Un investigatore, ma non temere. Non sono qui a pretendere nulla da te», le rispose con voce rassicurante.

Represse a fatica una risata amara. «Allora vattene, perché ciò che voglio è che tu stia lontano da me e da Danilo».

Un sospiro uscì dalle labbra di Lorenzo.

«Vedi io, io ho capito i miei errori…».   

Non gli lasciò terminare la frase.

«Come facevi a sapere dove era il contatore della luce?».

«In genere è nell’ingresso e così ho pensato che anche questa… Ma cosa ti viene in mente! Non sono qui per farti male», le disse guardandola negli occhi. «Ti chiedo solo di ascoltarmi e poi andrò via, se vuoi».

«Ma io non voglio ascoltarti! Non voglio più avere niente a che fare con te».

«Non puoi, abbiamo un figlio. Danilo è anche figlio mio», obiettò lui indurendo la voce.

Ecco il tasto dolente. Ne aveva discusso a lungo con l’assistente sociale e l’avvocato del Centro Antiviolenza a cui si era rivolta quando si era trasferita e loro le avevano ribadito quello che temeva: se non riusciva a dimostrare che Lorenzo non era un buon padre (e come poteva? Lei non lo aveva mai denunciato!), lui aveva tutti i diritti di vedere e frequentare suo figlio.  

Gocce di pioggia urtarono i vetri facendola sobbalzare.

Si ricordò allora di un altro rumore: zampette che raschiavano. Un paio di sere prima aveva acceso la luce, un movimento veloce aveva catturato la sua attenzione. Si era alzata dal letto precipitandosi in quella direzione. Aveva trovato un pezzo di battiscopa a terra, e dietro un buco.

Lo aveva comprato quella mattina. Era ancora nella borsa. Il topicida.

Fissò Lorenzo, simulando un’attenzione alle sue parole che era lontana dall’avere, poi starnutì.

«Scusa, vado a prendere un fazzoletto», disse portandosi la mano davanti al naso. Si alzò: aveva lasciato la borsa nell’ingresso. Prese la bottiglietta, la nascose sotto il maglione e si recò in cucina fingendo di soffiarsi il naso. Aprì lo sportellino sotto il lavello, buttò il fazzoletto di carta nella spazzatura e nascose il veleno nel mobiletto; poi, con calma, ritornò nel salotto col pacchetto di fazzoletti in mano.

«Stavi parlando di Danilo», gli ricordò accomodandosi e poi gli chiese se volesse qualcosa da bere. «Ho una bottiglia di vino in frigo. Così inganniamo l’attesa», propose conciliante.

«Ho smesso. Non bevo più».

«Davvero?».

«Sto frequentando un gruppo di Alcolisti Anonimi. Sono qui per questo».    

«Allora un tè, che dici, ti va? O una tisana: limone e zenzero. Ho bisogno di qualcosa di caldo. Non vorrei essermi presa il raffreddore», disse e simulò un nuovo starnuto.

Lorenzo annuì e Marianna si alzò diretta in cucina. Aprì l’armadietto sotto il lavello.

«Posso aiutarti?», la voce di Lorenzo alle sue spalle la bloccò.

«Sì», rispose lei. «Prendi il vassoio che sta nella cristalliera, dietro ai bicchieri da champagne. Attento a non romperli», rispose distrattamente. Il vassoio non era lì, ma aveva bisogno di qualche minuto. L’acqua era già calda. Mentre lui armeggiava nell’altra stanza, prese la bottiglietta, svitò il tappo e ne versò il contenuto in uno delle due tazze. Le aveva scelte di colore diverso per non rischiare di sbagliarsi. Si accorse che la mano le tremava, mentre Lorenzo dall’altra stanza le urlò: «Non c’è, dietro i bicchieri da spumante».

«Prova a vedere sotto», rispose cercando di dare una parvenza di normalità al suo tono di voce.

Lui ritornò col vassoio sorridendo.

Benedisse i topi. E la campagna che circondava la villetta. E la scelta della villetta. Gli sorrise mentre posava le due tazze colme di tisana sul vassoio. E la zuccheriera. E i cucchiaini. E i tovaglioli di carta. Stava riacquistando coraggio.

Sedettero di nuovo ai loro posti. Fuori il temporale andava calmandosi.

«La pioggia sta cessando», constatò Marianna. «Dicevi di Danilo…», riprese il discorso cercando di restare calma e mostrarsi interessata. Si aiutò prendendo la sua tazza verde e portandosela alla bocca.

Lorenzo guardò fuori dalla finestra, poi allungò la mano e prese la tazza rossa.

La sollevò.

Marianna trattenne il fiato. Lui l’avvicinò alle labbra, ma non bevve. Lorenzo posò la tazza sul vassoio. Iniziò a grattarsi la tempia sinistra come faceva sempre quando era a disagio.

Marianna lo guardò. Si sforzò di portare l’attenzione alle parole che lui stava pronunciando.

«… non sono scuse», stava dicendo.

“Come no, brutto bastardo”.

«… so che non c’è niente che io possa fare per farmi perdonare…».

“Sì veramente una cosa c’è: crepare!”, continuò a rimuginare Marianna mentre il suo volto fingeva interesse e attenzione. Ma non vedeva lui. Vedeva il suo volto nello specchio, tumefatto, l’occhio semichiuso circondato da un alone violetto, il trucco che non riusciva a mascherarlo, gli occhiali da sole che non bastavano a coprirlo.

Aveva telefonato in ufficio, dicendo che non si sentiva bene. La freddezza dall’altro capo del filo le aveva fatto capire che il suo responsabile stava esaurendo la pazienza.

Inaffidabile, l’avevano chiamata, e lei aveva sentito di averli delusi: non sapeva fare altro. Deludeva tutti.

«Mamma, hai l’alito che puzza come quello di papà», le aveva detto Danilo, dopo un mese che lei aveva iniziato a bere, con il terrore nella voce quando lei si era avvicinata per dargli la buonanotte.  Aveva glissato e gli aveva allontanato dalla fronte i capelli che gli cadevano sugli occhi.

«Dobbiamo tagliarti la frangetta, tesoro. È troppo lunga». Lo aveva baciato ed era andata via. Aveva trascorso la notte piangendo. Aveva capito che doveva andarsene e portare con sé Danilo.

Portò di nuovo la tazza alle labbra e bevve. Sperò lui la imitasse.

Lorenzo finalmente bevve un sorso.

«Sto frequentando un gruppo di aiuto per uomini che hanno problemi come… come il mio». Lorenzo ripose la tazza, aggiunse un cucchiaino di zucchero e continuò: «Quando mi hai lasciato ero arrabbiato. Ho giurato di fartela pagare. Ma poi con il passare dei giorni mi sono reso conto che stavo sprofondando». Tacque. Un altro sorso di tisana.

Marianna non riusciva a staccare gli occhi dalla tazza.

«Una mattina mi sono risvegliato nel mio vomito», continuò a raccontare. «Ho capito che o affondavo o mi rialzavo. Ho deciso di rialzarmi. E ho trovato questo gruppo». Bevve di nuovo. Sembrava voler trovare la forza di parlare nella tazza che stava stringendo.

Marianna lo guardò col cuore sospeso.

«Ho conosciuto una donna. Non ridere ti prego. Le voglio bene e vorrei… voglio sposarla. Ti ho cercata, ecco, perché… voglio il divorzio. Credo che anche per te sarebbe la cosa migliore, no?», concluse.

Lorenzo riportò la tazza alle labbra e la vuotò.

Marianna lo fissò con gli occhi sbarrati.

Si era innamorato.

Si era innamorato?

Un bolo di emozioni si impadronì di lei. Invidia. Gelosia. Rabbia. Trattenne il fiato, immersa nella tristezza che aveva marchiato i suoi ultimi anni, nella solitudine che si era imposta, per non correre il rischio di fidarsi ancora di un uomo.

Cercò nuovamente di concentrarsi su quello che le stava dicendo, ma la sua mente rigettava il senso delle sue parole, si limitava a registrare singoli suoni, rifiutandosi di abbandonare del tutto la compassione di sé che, come un liquido che si colora, lentamente stava tramutandosi in odio puro.

 «È la terapeuta», aggiunse.

Ma Marianna non lo ascoltava più.

Si era innamorato!

Si fece pallido.

«Oddio, mi… mi sento male», quasi urlò Lorenzo portandosi le mani alla pancia.

Marianna si alzò e mosse un passo nella sua direzione. “Deve vomitare subito”, pensò. Ma rimase ferma, in piedi di fronte a lui, a fissarlo contorcersi per il dolore.

Doveva dirgli quello che aveva fatto, doveva farlo vomitare immediatamente. Non era venuto a farle del male. Doveva soccorrerlo. Doveva. Subito.

Lo guardò allungare una mano verso di lei. «Aiutami… sto… male…».

Sposarmi. Le voglio bene. Terapeuta. Aiuto.

Lorenzo smise di parlare e di muoversi. Rimase immobile.

Per lui era tutto tanto semplice. Perdonami-e-concedimi-il-divorzio. In un batter d’occhio, liberi tutti e due. Magari le avrebbe detto persino «lo faccio per te». Certo.

 “E io? E la mia vita, le cicatrici per sempre? Il mio dolore? Che te ne fai del mio dolore?”


Rosaria Ciano è laureata in psicologia e ha lavorato presso un Centro di Salute Mentale. Attualmente in pensione, ama leggere e le è venuta la curiosità di comprendere il lavoro che si cela dietro un romanzo. Ha frequentato alcune scuole di scrittura: uno stage tenuto dalla scuola Omero, La linea scritta, alcuni corsi della scuola Holden e una delle edizioni di Apnea. Ha pubblicato un racconto su Il Roma e ha vinto il concorso Racconti Campani.

Scrivo per avvicinarmi al male

Perché scrivo?

di Francesca Violi.

Per rispondere alla domanda perché scrivo, credo di dover partire da: perché scrivo quello che scrivo? Cioè: perché scrivo storie venate di angoscia e violenza? Di recente, durante la presentazione del mio nuovo romanzo, mi è capitato di accennare con entusiasmo al meraviglioso “Ninna nanna”, di Leila Slimani, in cui una tata uccide i bambini che le sono stati affidati. Gelo in sala. Una signora, poi, mi ha chiesto, accorata (e, mi è parso, anche un po’ dispiaciuta per me): Ma perché ti interessano queste cose? Non è la prima volta che mi fanno una domanda del genere. Forse perché sono una donna, per di più una mamma, per di più bionda, e posso dare l’impressione di una persona “solare” (mi hanno detto), e rassicurante, alcuni si stupiscono che le storie che amo leggere e scrivere siano il contrario di rassicuranti e solari. Alla signora ho risposto più o meno che forse scrivere del male è un modo di avvicinarmi al male che c’è in noi umani, di esplorarlo, senza restarne danneggiata come succederebbe se lo facessi nella vita vera. E che è anche un modo di esorcizzare la paura del male – io infatti sono paurosissima. Ma non è tutto qui. 

Dice Walter Siti: perché la letteratura? Per la stessa ragione per cui si sogna. Cioè: proprio come i sogni ci permettono di entrare in contatto con quel che si agita nel profondo, la letteratura avrebbe il potere di permettere alla collettività di entrare in contatto con quello che, in modo inconsapevole o in modo volontario, ha represso o rimosso. E sebbene scrivere, a differenza di sognare, sia un processo cosciente e consapevole, anche per l’autore stesso la scrittura dovrebbe essere l’occasione di stare in ascolto di parole che ancora non conosce

Le considerazioni di Siti, su scrittura e sogno, mi hanno colpito al cuore, perché risuonano in modo quasi letterale con la mia esperienza. 

Scrivo proprio come faccio brutti sogni. È il mio modo per maneggiare le cose che mi colpiscono, che mi turbano, che mi angosciano, e di cui non so che fare. Il cane della mia vicina sparisce e dopo due settimane viene ritrovato affogato nel fiume che passa dietro casa nostra, con un blocco di cemento legato al collo. Chi è stato, perché l’ha fatto? Non si sa. Che senso ha che accada una cosa del genere? Il mio modo per venire a capo del fatto – di digerirlo, metabolizzarlo- è scriverne. O, per essere più precisa: trasformarlo in storia di finzione, perché è questo che scrivo, quasi esclusivamente (non ho mai avuto la tentazione della scrittura diaristica o autobiografica, ad esempio). 

Dunque, storie come brutti sogni. Non brutte storie, però, spero. Perché c’è una cosa che tutti sappiamo, sui sogni degli altri: ci annoiano a morte. 

Costruire una storia che funzioni, e che non sia disperatamente priva di interesse come il sogno che il collega logorroico davanti alla macchinetta del caffè insiste a raccontarci, è un processo che richiede consapevolezza, elaborazione, sforzo prolungato. Ciò non toglie, come dicevo sopra citando Siti, che ci sia nella scrittura (come in qualunque processo immaginativo e creativo) un elemento di scoperta: per me questa sensazione di scoperta è anche un piacere formidabile, soprattutto quando mi avventuro in una storia concepita da poco, che sto appena cominciando a esplorare. Un piacere che già da solo sarebbe una buona ragione per cui scrivere. 

Un altro piacere: la gioia infantile e l’autocompiacimento megalomane dei creatori di mondi. Mondi di finzione, ma pur sempre mondi. Rubo le parole che Chuck Lorre fa pronunciare a Sandy Kominsky (impersonato da Michael Douglas) nella serie “Il metodo Kominsky”. Sandy sta spiegando ai suoi giovani allievi in cosa consista davvero il lavoro dell’attore, ma secondo me il monologo si applica altrettanto – se non meglio-  al lavoro dell’autore. Dice Sandy: –Quando recita, l’attore fa Dio.- L’autore quando scrive, dico io, fa Dio. -Cosa fa Dio, infatti? Dio crea. Dio dice: “Ecco un mondo!” E bam! Quel mondo esiste. Dice: “Ecco la vita!” E bam di nuovo, accade la vita.  Dio dice: “Ecco la morte!” E bum, torna l’oscurità.”  

Un mondo che non esisteva, io l’ho creato, e adesso chiunque sappia leggere ci può entrare. 

Il che mi porta a un’altra ragione per cui scrivo, che ha a che fare con l’altro estremo del processo della scrittura, cioè: chi legge. Dicevo che per me scrivere coincide con scrivere storie di finzione. E qual è il primo obiettivo di una buona storia di finzione? Far sì che il lettore si dimentichi (o meglio, finga di dimenticarsi) che sta leggendo una storia di finzione. Una volontaria sospensione dell’incredulità. Sottolineo il volontaria: questo è un incantesimo che si fa in due, autore e lettore insieme. Se io fossi il personaggio di una storia il mio difetto fatale sarebbe lo scetticismo. Uno scettico non crede a niente, o non crede abbastanza; forse per questo la sospensione dell’incredulità mi appare come un oggetto tanto prezioso e desiderabile, e provo una profonda gratitudine verso quei lettori con cui l’incantesimo è riuscito. Naturalmente qualunque lode alle mie opere mi delizia, e sarò lusingata se mi confiderete che un mio romanzo vi ha fatto riflettere, o che ne avete apprezzato lo stile, i temi, il sistema simbolico. Ma: volete intortarmi? Ditemi che leggendo un mio romanzo avete sofferto e sperato coi miei personaggi, che avete avuto paura, che avete mancato la fermata del metrò, e sarò vostra. 

Ditemi, leggendo il romanzo che ho ambientato in un asilo nel bosco: “fortuna che mio figlio era a casa malato, in questi giorni, e non all’asilo!” (Non te l’ho mai confessato, Lavinia, ma conservo gelosamente quella email).

Venghino, siore e siori, venghino. Benvenuti nel mio mondo. Lasciate la vostra incredulità in guardaroba. E bam.

Dandoti il braccio

di Elisabetta Giromini

A seguito della nostra call Rumori in sottofondo abbiamo ricevuto 54 racconti. Letti, selezionati, editati prima dalla classe di Apnea ’21/’22 poi dalla nostra redazione narrativa, ne sono infine stati scelti 14 per la pubblicazione sulla nostra rivista. Questo è il sesto, lo ha scritto Elisabetta Giromini e ha richiesto un intervento di editing da parte delle allieve editor Serena Grassia e Tiziana Nonni e della redazione volto ad assicurare la coerenza interna al racconto in termini di riferimenti (appartenenti tutti a un solo “universo”) e, soprattutto, un punto di arrivo che imprimesse una direzione al racconto e un senso alle informazioni disseminate lungo la storia.


La storia: un uomo passeggia a Milano in un pomeriggio d’estate. Sta andando a un appuntamento. I suoi passi sono ogni giorno uguali, stringe una busta vuota di plastica azzurra nella mano, si orienta nel percorso di suoni di quella città che non è la sua ma nella quale vive da sempre.


Milano si svegliò dalla forzata controra con un odore di gas di scarico, la calura estiva impediva di uscire prima delle cinque. Il cigolio di un portone metallico sovrastò per un momento i rumori del traffico. L’illusione di frescura del cortile in ombra si infranse quando l’afa gli batté contro. L’uomo uscì in strada, accompagnò la porta che si richiuse gentile. Un odore dolciastro di mango prossimo al marcio si sollevava dall’emporietto esotico lungo il marciapiede. Alle strisce pedonali uno stridere di freni, una macchina inchiodò. Lui attraversò composto, la busta di spessa plastica azzurra che teneva stretta in una mano oscillava al ritmo del suo passo, strusciando i pantaloni. Clacson lo incitarono a sbrigarsi, ma non accolse l’invito e mantenne la sua andatura pacata, diritta. Appena fu sul marciapiede opposto, i motori ripartirono e il traffico ricominciò il suo flusso. 

La strada era sempre la stessa e lui l’aveva percorsa migliaia di volte. Camminava tra le vetrine dei negozi e le macchine parcheggiate, rasente al muro. Nel pomeriggio c’era stato un temporale estivo, l’acqua si era gettata severa dal cielo sulla città. Grosse gocce insistenti avevano martellato le strade e i palazzi, la gente e le macchine se ne erano rimaste zitte, rintanate, come in pausa. Finita la pioggia però, il formicolare frenetico della città aveva ripreso intonso.

Nonostante ora il vento soffiasse a folate lunghe e si udissero fischi di rondini in lontananza, niente placava quel moto incessante. Alcuni uomini fuori da un bar parlottavano tra loro, uno tossiva, a intermittenza. Una tosse di luglio, di quelle secche di uomini consumati dalle intemperie. Per qualche istante l’odore di fumo di sigaretta, amaro e polvere, gli entrò dalle narici. All’incrocio il semaforo emise un lungo suono a intervalli, a significare luce rossa. Le auto e le moto, gli autobus, continuavano a correre sullo stradone urbano finché il suono divenne più veloce e squillante, e l’uomo attraversò.  

Prestava l’orecchio a un motivetto western, qualcuno subito dietro di lui fischiettava con passo andante una melodia che lo riportava ai cow boy dell’infanzia e a quei film visti e rivisti finché la testa non cadeva sul tavolo della cucina. “Vieni a dormire”, sentiva chiamare dall’altra stanza. Il motivetto andò a scemare, entrò nel parco del santuario toccando il fresco dell’inferriata all’ingresso. Dietro alle prime file di siepi, voci allegre di bambini e qualche pianto, rallentò il passo. Le madri a consolare salmodianti i singhiozzi, o a incitare vivaci le impese dei piccoli. Il vento turbinò tra le fronde degli alberi e i cinguettii degli uccelli si fecero più ostinati. Passò davanti a due donne anziane che chiacchieravano sedute a una panchina, riuscì a sentirne appena il borbottio per il tanto soffiare di vento e tutto quel petulante pigolare. Avrebbe voluto stare ad ascoltarle, fermarsi addirittura per carpire il discorso, il dialetto. Forse venivano dallo stesso paese di sua moglie, giù in Calabria. Continuò per il vialetto alberato. Lo scroscio era crescente e si fermò un istante, poi andò verso la fontanella, quella con la testa a draghetto, strofinò con le dita la testolina che sormontava una bocca spalancata a V da cui usciva l’acqua, “le vedovelle di Milano, se ne stanno da sole”. Il fiotto scendeva deciso e consistente fino alla piccola pozza a terra che era una ressa di rimbalzi e zampilli. L’uomo si chinò a bere, bagnandosi il mento. L’incontro del getto con la risacca produceva minuti tonfi, gorgheggi. Acqua che sbrodola acqua. Un cagnetto abbaiò acuto, due volte. 

Si sedette a un banco a circa metà della navata. La chiesa del santuario era ampia, all’ora dei vespri una donna intonava la preghiera. «Cuore di Gesù». E la platea rispondeva scoordinata ma composta. «Cuore di Gesù». Sua moglie si vergognava della sua voce, si concedeva di cantare soltanto in chiesa e la sentiva ancora nell’orecchio sommarsi alle altre. Rispondeva alla preghiera, sapeva tutte le parole, non c’era tanto da farsi domande. Il riverbero continuo delle voci lo faceva sentire meno rigido nei confini della sua stessa pelle, di quella città che non era casa sua, ma in cui viveva da sempre. In certi momenti alcune si distinguevano più gravi o più acute, ed era un ulteriore richiamo alla comunione, un piccolo risveglio per poi riperdersi nell’intonazione monocorde. Sentì un uomo seduto davanti accelerare le parole, neanche questo poteva impedire alle preghiere di continuare nella loro cantilena sonnolenta. Era una quiete morbida in cui riposare, affidarsi a “Dio che è Padre e artefice di tutte le cose”. Era avvolto in una crema di suono, dolce come il conforto di mani familiari che abbracciano, nutrono, al fresco di quelle mura vecchie otto secoli.

I suoi piedi pigiavano morbidi sull’asfalto e cercava di seguirne l’andatura col respiro, o era l’andatura a seguire il respiro, tranquillo dopo la messa. Il rombo di una moto lo distrasse. Alla fermata del tram le persone stavano sparse ad aspettare, qualcuno urtò la busta vuota che ancora teneva in mano, la sentì schiacciarsi contro la coscia, accartocciarsi, un bimbo passò dicendo qualcosa in una lingua asiatica.

Quando era arrivato a Milano cinquant’anni prima si sentivano dialetti diversi, adesso tante lingue diverse, tanti odori nuovi e speziati.

A quell’incrocio s’intersecavano più binari, come tutta quella gente che arrivava da ogni parte del mondo, i motori di macchine e moto si alternavano, e il loro passaggio sulle vie di ferro dei tram creava un’onda sonora, come uno scavalcamento, un tu-tum attutito ogni volta che le ruote calpestavano la striscia metallica. Il vecchio tram si avvicinò e fu un frinire di grilli, si nascondevano negli angoli di quella vecchia macchina degli inizi del Novecento. Un gridolino acuto era il segnale di apertura seguito dal gracchiare delle porte. Di nuovo grilli e striduli fischietti. Non prese il tram, aspettò che ripartisse.

Una macchina stava ferma vicino alla fermata col finestrino abbassato, suoni di radio, musica hip hop a tutto volume, i bassi colpivano i timpani e vibravano nella cassa toracica.

Era vivo, il suo corpo rispondeva ai suoni, agli spostamenti d’aria, ai movimenti dei corpi vicini. Alcuni colpi di clacson come in un botta e risposta lo risvegliarono dal torpore, riprese il cammino. Aveva appuntamento alle diciotto e trenta, come ogni martedì. Sfiorò l’orologio da polso, mancavano ancora dieci minuti, il tempo di un caffè al bar accanto all’ingresso. Si avvicinò al bancone liscio e fresco al tatto, la tv era sintonizzata su un programma preserale. 

«Caffè macchiato?».

«Sì grazie».

«Prego», la erre che si nascondeva in una elle sorda, erano cinesi quasi tutti i bar là attorno. 

Al tavolo poco distante uomini giocavano a carte. “Perdigiorno”, gli risuonava in testa la parola preferita di sua moglie quando sbirciava dalla vetrina d’ingresso al rientro da messa. Erano in quattro, ognuno con un bicchiere diverso, dialetti diversi. In quella città ormai tutti erano milanesi, anche i calabresi e i pugliesi e i siciliani, anche i cinesi.

Suonò al citofono della dottoressa Mari, si conoscevano da almeno vent’anni. Spesso non si parlavano neanche, era la segretaria a mettergli in mano le ricette che gli servivano.

«Buonasera!». La sua voce arrivava da dietro.

«Buonasera», si girò obliquo.

Si sentì stringere la mano e ricambiò incerto.

«La segretaria non c’è oggi, vuole accomodarsi?».

«Grazie».

«Si sieda prego, mi dica Mario, come sta?».

Il suo volto era proteso verso il basso, sembrava cercare il pavimento mentre parlava.

«Fa molto caldo, si cura di bere acqua?»

«L’acqua, dottoressa, a me non mi va proprio giù»

«Deve idratarsi Mario, è importante con queste temperature. Mangia per bene?»

«Ma che vuole che le dica, da quando mia moglie non c’è più».

«Mario, deve reagire…».

«Sua figlia è venuta a trovarla questa settimana?».

«No, sta impegnata. Sa, fa la professoressa con gli immigrati».

«Lo so, lo so».

«Posso avere le mie ricette?».

«Sì certo. Mario, c’è un circolo frequentato dagli anziani del quartiere…».

«No, dottoressa. Io non ce n’ho bisogno di stare con quei perdigiorno».

«E allora vada a trovare sua figlia».

«Sta tanto impegnata».

«Provi a chiamarla».

«Era mia moglie che la chiamava, che la cercava. Io non sono capace di fare queste cose. Sono pronte queste ricette?».

«Eccole. Abbia cura di sé, Mario».

Pinzò con le dita i sottili fogli di carta e li infilò nella busta di plastica azzurra. Si alzò e le gambe erano appesantite. La dottoressa lo accompagnò all’uscita, gli aprì la porta. Scese la rampa di scale che separava lo studio dall’androne tenendosi al corrimano.

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale

E ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.

Era di nuovo in strada. Già non prestava più attenzione ai rumori fuori. Ascoltava il suo respiro per distrarsi da quello che gli premeva dall’interno dell’orecchio, da tutto il corpo. Un circuito scandito dalla pompa del cuore. Un flusso che correva lungo tubature di tessuti, tonache, che circondavano una cavità, un lume, così si chiamava, gliel’aveva spiegato sua moglie che per tutta la vita aveva fatto l’infermiera. Luce e sangue giravano dentro al corpo e passavano ogni volta dal via. Tu-tum. Era acqua e fluiva a cercare percorsi sconosciuti e sempre nuovi. La sua strada verso il mare. Le sue mani si avvicinarono al portone di ferro, una trovò la serratura, l’altra infilò la chiave. Cigolare di giunture. Dal cortile si avviò verso il suo palazzo. Salì le scale, i piedi erano tonfi sul piatto dei gradini. Clac, sganciò il primo pezzo, clac il secondo, poi girò l’elastico attorno al bastone. Tastò le chiavi per trovare quella giusta. Sparì veloce in casa.


Elisabetta Giromini è freelance in progetti internazionali di ricerca, un mestiere che si adatta al suo spirito nomade. Ha viaggiato in oltre sessanta Paesi, in alcuni si è fermata a vivere per un po’, ma da tre anni è quasi stabile a Milano. Nel 2020 ha creato il blog in-giro.com e nel 2021 ha frequentato la Bottega di Narrazione di Giulio Mozzi portando a termine la scrittura del suo primo romanzo, Centomila tulipani.

Dicono gli autori dei romanzi di Apnea


Se vuoi candidarti come autore della prossima edizione di Apnea è aperta la prima call fino al 18 dicembre 2023. Trovi le istruzioni qui.


Se invece vuoi partecipare come editor alla prossima edizione di Apnea dovrai aspettare l’apertura delle prossime iscrizioni, ma intanto trovi qui il programma con tutte le informazioni.


Armando Festa, Mi chiamo Marcello Mastroianni (Giunti)

Ho partecipato al corso di lettura ed editing Apnea non come studente ma come scrittore che ha proposto un testo su cui lavorare. Fin dal primo videoincontro è stato come se io e tutti i personaggi di finzione che avevo creato (e che pensavo di conoscere bene in quanto loro autore, ma che poi ho scoperto di non conoscere manco per niente) fossimo andati a una seduta collettiva di psicanalisi per recuperare il nostro rapporto e ricostruirlo su basi migliori. Sdraiati su tanti lettini immaginari, davanti a Francesca e alle sue allieve che ci ascoltavano e ci indirizzavano, io e i miei personaggi abbiamo cominciato ad intessere un dialogo e solo in quel momento mi sono accorto che non li avevo mai capiti veramente, che non bastava essere quello che impugnava la penna per poter dire di comprendere le loro motivazioni. Adesso tra di noi va molto meglio e posso dire che siamo entrati in intimità. E che finalmente posso raccontare la loro storia: quella che loro vogliono che sia raccontata.


Beatrice Galluzzi, Anatomia di una punizione (effequ)

Quando ho candidato il mio romanzo per Apnea, lo avevo riscritto abbastanza volte da essere arrivata quasi a odiarlo – come si odia qualcosa che ci tormenta di notte ma di cui al risveglio si dimentica il motivo. La maggior parte delle scene che avevo strutturato, così come i personaggi, mi sembravano irrinunciabili. Eppure, tutto insieme non funzionava. L’idea di lavorare non solo con una editor ma anche con i suoi allievi – molti occhi estranei, molti occhi imparziali – invece di spaventarmi mi ha dato lo slancio per non buttare tutto all’aria. Avevo bisogno di fare un passo indietro e uno verso l’alto; di uno sguardo professionale, in qualche modo spietato, ma che mi facesse ritrovare la fiducia in ciò che avevo scritto. Ho trovato molto di più. Ho trovato Francesca.


Giacomo Faramelli, L’ultimo tempo dei boschi

Prima di inviare la mia storia ad Apnea per me la scrittura era una faccenda composta soltanto da ispirazione e nessuna tecnica narrativa.

Un fatto di irruenza, zero pianificazione e ragionamento, non farti le domande che si farebbe un lettore: scrivi! 

Ironico, per uno che passa il tempo leggendo. 

In Apnea ho trovato una casa per la mia storia ma soprattutto un’officina per la messa a punto della mia scrittura. 

Un luogo in cui sviluppare uno sguardo lucido, assimilare le tecniche narrative, domandare a me stesso cosa stessi cercando di dire e come.

Un compito e un percorso impegnativi, ma che grazie a Francesca de Lena e alle corsiste si è rivelato tra i più appaganti e stimolanti della mia esperienza nella repubblica delle lettere, capace di formarmi e regalarmi, letteralmente, nuove competenze e consapevolezza. 


Nicoletta Verna, Il valore affettivo (Einaudi)

Ti butti in Apnea con un misto di entusiasmo e sgomento. Mentre cerchi di arrivare in fondo aumentano entrambi.

Sgomento: è difficile e il più delle volte ti sembra di non farcela. Gli allievi editor sono bravi e agguerriti, stanno imparando e vogliono imparare bene. Sono spietati perché tengono quanto te, forse più di te, al tuo romanzo: lì dentro c’è il loro lavoro esattamente come c’è il tuo, e lo accolgono e lo ascoltano finché non ha più misteri a parte l’unico che conta, la tua voce. Cominciano a scoprire cose, ad esempio quando bluffi, quando trovi scuse per non dire quello che davvero c’è da dire in quella pagina, in quella riga. Capisci questo e intanto sei già a metà vasca, e sei sfinita, ma sai che si deve andare avanti, e prosegui.  

Entusiasmo: realizzi quasi subito che in poche altre occasioni ti capiterà di imparare così tanto, e così bene. Sulla scrittura, sì, ma poi sulla tecnica, sul dialogo, sul lavoro, sull’ascolto. Sull’importanza di affidarsi a un altro senza però mai perdere il controllo. Sul non innamorarti del tuo romanzo ma, questo sì, diventare buoni amici. Su tutta l’umiltà e la presunzione che serve a scrivere, e poi a riscrivere.

Quando l’aria finisce torni a galla. Respiri e vedi che quello che avevi scritto è diventato un’altra cosa. E, che strano: deriva da un enorme lavoro di squadra, eppure è quanto di più intimo, personale, privato tu abbia mai concepito. 

[E poi Francesca è grandissima]


Ciao Aprile 2022: lista di letture, visioni e ascolti

Il mese di Primavera Contu

Aprile è stato un mese molto americano (ma sto cercando di smettere). 

Fa eccezione solo Atti di sottomissione, di Megan Nolan, autrice irlandese tradotta da Tiziana Lo Porto: un memoir non lineare zeppo di sesso, desiderio e “tante cose sbagliate”. Nel raccontare esperienze al limite della violenza, irragionevoli e irresponsabili l’autrice non è mai apologetica né tantomeno vittimista.  

Ho iniziato anche Tutto sull’amore, di Bell Hooks, tradotto da Lucia Cornalba, un saggio in tredici capitoli che si leggono come dei racconti, delle memorie, delle profonde considerazioni sul rapporto tra etica, amore, lavoro, desiderio.. “Lo spazio occupato da ciò che manca è anche lo spazio del possibile”.

Atlanta, la serie creata da Donald Glover, è arrivata alla terza stagione (uscirà in Italia a giugno) e si conferma una delle produzioni migliori che abbia mai visto. Capolavoro di ironia sottile, eccelle nel far sentire lo spettatore a disagio mentre ride, e nell’investirlə con i dilemmi affatto banali che vivono i protagonisti. Questa stagione arriva a giocare con i generi dell’horror e della distopia, sempre con il tema principale del razzismo (e ci si sposta anche un po’ in Europa).

A chi vuole stare davvero male con un coming of age crudo e semi-distopico, consiglio Gully, scritto da Marcus J. Guillory e diretto da Nabil Elderkin.

Infine, una serie da ascoltare (in inglese), prodotta da Radiotopia, sfornatrice seriale di podcast bellissimi: il “sogno” americano da una prospettiva ghanese.


Il mese di Chiara M. Coscia

Un mese per lo più di visioni (i libri prima o poi ricomincerò a finirli): 

The Dropout: su Disney +, miniserie sulla megatruffa Theranos, azienda che qualche anno fa è stata all’apice dell’innovazione nel campo delle analisi del sangue. Se vi hanno detto che è come Inventing Anna non credeteci. The Dropout non è per i deboli di cuore.

Roar: serie antologica su Apple TV+. Storie di donne sotto forma di fiabe contemporanee surreali. Nessun episodio è di per sé imperdibile ma l’atmosfera dell’intera serie è nuova e colpisce. 

Yellowjackets: ho recuperato su Sky questa prima stagione di qualche mese fa, un po’ Lost, un po’ Il signore delle Mosche. Non l’ho ancora finita, ma per il momento a trattenermi è soprattutto la meravigliosa e insopportabile personaggia di Misty (Cristina Ricci sa ancora essere magnetica). 

Leave no trace: film di qualche anno fa che è una versione più drammatica e meno romantica di Capitan Fantastic

L’uomo che venne dalla terra, film che non avevo mai sentito nominare, dall’estetica praticamente nulla, tutto scrittura e dialogo, ambientato in una sola stanza. Soggetto affascinante (siamo nel campo della fantascienza psicologica) e scrittura precisissima. 


Il mese di Beatrice Galluzzi

Periodo dedicato alla ricerca di materiale che riguarda le sette religiose e sataniche,  tanto per stare allegri.

Come serie tv ho trovato davvero originale On becoming a god, di Robert Funke e Matt Lutsky, che affronta il tema delle organizzazioni settarie in ambito lavorativo. Vale la pena guardarla anche solo per l’interpretazione sopra le righe di Kirsten Dunst.

Ho letto Le ragazze, di Emma Clime, e mi aspettavo qualcosa di più accattivante sulla eco del caso Manson, anche se la scrittura dell’autrice ha picchi virtuosi.

Il libro di Camila Raznovich, Lo rifarei!, l’ho ascoltato. Parla della sua vita nella grande famiglia di Osho, in cui è cresciuta. E di come in questo ci sia del buono – ma da sua stessa ammissione, prima di sapere la verità su Wild, Wild, Country.


Il mese di Luca Mercadante

Supernatural serie tv disponibile su Prime Video, perché la saga dei due fratelli Winchester, cacciatori di demoni, non sarà la migliore serie mai prodotta, non la migliore fotografia o interpretazione e, diciamolo, la sceneggiatura delle puntate è ripetitiva. Ma se siete come me, alla costante ricerca di storie veloci con vampiri, licantropi e altre creature della notte, Sam e Dean vi stanno aspettando nella loro Chevrolet Impala nera del ’67 per farvi fare un giro lungo 15 stagioni per 21 episodi.

La fine dei Vandalismi, di Tom Drury, traduttore Gianni Pannofino, NN. A volte ho l’impressione di leggere troppo, di guardare troppi film e troppe serie, di andare troppo a teatro e, sì, di pensare troppo alla costruzione di storie mie e altrui, tanto da perdere la naturalezza nella lettura. Non so se è un male, ma di sicuro questo romanzo è l’antidoto.

And I Love Her, dei The Beatles, versione originale e quella di Kurt Cobain e Creep, dei Radiohead: i due brani che mio figlio ha messo in lizza come canzoni per la sorella in arrivo e, visto che da poco ha scoperto gli Iron Maiden, spero non ne aggiunga altre.


Il mese di Francesca de Lena

Sono in fissa con l’arte contemporanea, di cui ora vorrei sapere tutto e subito. Intanto leggo con mio figlio Come si fa una galleria d’arte, cartonato illustrato a cura di Franco Cosimo Panini, e viaggiamo tra kunsthalle e musei, performance e happening, artisti, curatori, critici e installatori. Siamo andati a vedere Crazy, la follia nell’arte contemporanea, mostra al Chiostro del Bramante di Roma a cura di Danilo Eccher, esposta fino a gennaio 2023. Non tutto alla stessa altezza, ovviamente, ma meravigliosa l’entrata Passi, di Alfredo Pirri e la sala da the Love Trap del progetto Fallen Fruit/David Burns e Austin Young. Nel cuore portiamo l’installazione Starless di Massimo Bartolini, perché siamo napoletani: dateci delle luminarie sante o pagane e ci avrete. 

Leggere possedere vendere bruciare libro di Antonio Franchini, Marsilio. Colmo di aneddoti para-editoriali e di qualche verità bella e dolorosa, come quella sulla scrittura come “atto necessario che non porta a niente, se non a sciogliere un’oppressione”.

Studio Battaglia, adattamento italiano in 8 episodi di una serie tv inglese, produzione Palomar e Rai, disponibile su RaiPlay. Una sorpresa, devo dire, ben scritta e ben recitata (bellissima e in parte Barbora Bobuľová con un corpo che, fosse stata un’attrice hollywodiana, sarebbe probabilmente tirato e smagrito, mentre qui è naturalissimo, riconoscibile, familiare). Buoni gli intrecci tra i personaggi e le linee narrative verticali che toccano l’attualità episodio per episodio. Peccato che dalla metà in poi il fulcro divenga il solito tradimento di uomini/mariti che fanno soffrire le donne, anche quelle in gamba, in carriera e con tutte le carte in regola per imparare a tradire loro, una buona volta.  

La Regina e Margherita

A seguito della nostra call Rumori in sottofondo abbiamo ricevuto 54 racconti. Letti, selezionati, editati prima dalla classe di Apnea ’21/’22 poi dalla nostra redazione narrativa, ne sono infine stati scelti 14 per la pubblicazione sulla nostra rivista, prima con le note di editing in chiaro e poi in versione definitiva. Questo è il quinto, lo ha scritto Monica Mariani. Era sostanzialmente pronto: ha richiesto un intervento di micro editing da parte dell’allieva editor Annalisa Maniscalco e della redazione volto esclusivamente a rendere i periodi più fluidi, rimuovere qualche intercalare e qualche sottolineatura superflua che non aggiungevano molto al colore già acceso della voce narrante.


La storia: un aneddoto familiare, un segreto mai davvero disvelato, viene ricostruito in un flusso deduttivo, un’indagine della memoria. La voce narrante si interroga sul confine tra fantasia e realtà dei racconti di sua nonna, e se sul serio avesse incontrato, in gioventù, nientemeno che il Duce in persona.


La Regina e Margherita

di Monica Mariani

Se aprite il vocabolario alla voce “integerrima” ci troverete la foto di mia nonna. O almeno questo è ciò che lei volle ostinatamente darci a intendere lungo il secolo che le toccò di vivere. Perché a ben guardare c’è sempre una crepa e, se è vero che da lì entra la luce, certo è che alcune fenditure rimangono a lungo invisibili, tanto sono piccole e ben dissimulate.

Regina, classe 1911, cinquanta chili di una lega speciale di ghisa e acciaio, non era persona incline ai compromessi. Le cose si facevano a modo suo e basta. Perfino per ripiegare la riversa del lenzuolo sul cuscino c’era una maniera giusta e una sbagliata. Quella giusta, era la sua. Scampata a un terremoto, sopravvissuta al tetano e a tutti i flagelli terzani e spagnoli che il nuovo secolo aveva portato con sé, era rimasta fin dai sedici anni orfana di madre. Si era accollata il governo della grande casa e di uno stuolo di servi ladruncoli che suo padre, indaffarato commerciante del ramo bestiame, faticava a licenziare. Si occupò con scrupolo e ruvido affetto anche dei sei fratelli, tutti più piccoli di lei, che sua madre le aveva raccomandato in articulo mortis. Fu all’altezza del compito, i più piccini la chiamavano ormai mamma quando le fu comunicato che presto avrebbe potuto allentare la presa: una matrigna di un paio d’anni appena più vecchia di lei stava per prendere il suo posto. Suo padre – il mio bisnonno Enzo – infatti, risposandosi, aveva creduto di trovare consolazione nel mettersi nel letto Filomena, una contadina fresca, rossa e ignorante come un fiasco di Montepulciano, ma aveva fatto i conti senza l’oste, anzi l’ostessa. Ove mai avesse contato sul fatto che la baracca l’avrebbe comunque mandata avanti sua figlia, con il piglio militare e il rigore contabile che l’avevano resa il terrore dei fornitori e delle lavannare, gli risultò presto chiaro che si era sbagliato, e di parecchio.

Regina era il tipo che spediva al fiume le donne e il bucato con un pastorello dietro, a fare la spia. Poteva infatti succedere ogni tanto che certi tovagliati di fiandra, che – «perdonate, signo’» – si supponeva fossero stati portati via dalla corrente, ricomparissero per magia, mesi dopo, nel corredo nuziale di qualche lavandaia. Poteva succedere. Ad altre, appunto, ma non a lei.

Far marciare la casa come una caserma era però un peso che Regina era disposta ad accollarsi solo a patto di non doverlo dividere con nessuno, tantomeno con l’analfabeta Filomena, le cui doti si riconducevano in sostanza tutte all’ambito delle beatitudini bovine: dalla mansueta fissità degli occhi rotondi, alla masticazione rumorosa, fino a quei fianchi larghi da fattrice che – la sensale aveva assicurato a Enzo – rappresentavano la miglior garanzia contro l’eventualità di rimanere ancora una volta vedovo al primo sgravarsi, ché di parti andati male, in quella casa, ne risuonava ancora l’eco troppo amara.

Dunque il mio bisnonno pagò caro lo scotto di non aver dato il giusto credito a una legge antica delle favole: principesse e matrigne non vanno d’accordo, mai. Figurarsi una Regina di nome e di fatto, come mia nonna era. Ben presto si sposò, per fare dispetto a suo padre, convolando a frettolose nozze con un impiegato comunale proveniente dalle remote lande di un’altra regione, un forestiero a tutti gli effetti, che fece il ratto della Marsicana e se la portò in riva all’Adriatico.

Come ogni donna che prende una decisione sull’onda di una ripicca, nonna se ne pentì presto e non lo ammise mai.

Si trovò immersa, lei montanara, nel clima più aperto e permissivo che le tiepide brezze e il festoso viavai dei luoghi di mare sembrano favorire. Si abbronzò per la prima volta, le si alleggerirono gli abiti, si abbassarono le scollature e si alzarono i tacchi a rocchetto. Tutto ciò, lungi dal rappresentare la fioritura che le spettava come giovane sposa finalmente sollevata da responsabilità, fu invece l’anticamera del purgatorio. Perché mio nonno era geloso, geloso marcio, un Barbablù con gli occhi color dopobarba. Occhi che l’avevano conquistata, ma che sapevano diventare gelidi. E che, al minimo accenno di “grilli per la testa”, guidavano i suoi ceffoni con precisione chirurgica là dove rimaneva impressa una cinquina rubizza che bruciava all’orgoglio e scavava distanze.

In pratica, il marito la serrò dentro casa per tutto il tempo che durò il loro matrimonio. Il senso del dovere non permise a Regina altra scelta che reprimere ogni anelito di ribellione, nonostante rimpiangesse tutto della vecchia vita, in particolare la pur contenuta libertà che suo padre, spesso assente per affari, le aveva concesso. Dunque, nonostante il daffare non le mancasse (aveva dato luce a tre figli in due anni), continuò a scrivere a casa, a interessarsi delle sorti dei fratelli che per lei erano come figli, e a cercare di influenzare positivamente, sebbene da lontano, l’andamento morale e materiale delle loro vite.

Quando il bisnonno Enzo morì all’improvviso e affiorò l’amara verità sullo stato dei suoi pochi averi e dei suoi molti debiti, risultò chiaro che la nonna, andandosene con l’impiegatuccio che Enzo aveva snobbato con tanto disprezzo, si era almeno assicurata un tetto sulla testa e un piatto a tavola.

Altrettanto non poteva dirsi ora dei suoi fratelli, dato che il Tribunale, su impulso dei creditori, aveva disposto la messa all’asta del palazzetto avito. I sei fratelli, la matrigna e i due fratellastri poco più che in fasce sarebbero finiti in mezzo a una strada.

Così Regina fece quello che ai tempi molti italiani facevano, pur con scarse speranze di successo: spedì una supplica al cavalier Benito Mussolini. Una supplica strana, coerente con il suo temperamento sanguigno, il cui senso nemmeno troppo recondito era: «Non ti vergogni? Dici agli italiani che devono dare i figli alla patria, quelli ti danno retta e poi quando ci restano secchi, in guerra o per le malattie, cosa fanno gli orfani? Rimangono con le pezze al sedere o provvedi tu?».

Probabilmente fu uno sfogo impulsivo, di quelli che fai e non ci pensi più. Almeno fino al giorno in cui ti trovi un carabiniere in piedi sulla soglia di casa. Incurante dei due marmocchi che si nascondevano dietro alle sottane di quella bella mamma e di una pupattola che gli attaccava il moccio alle strisce rosse dei pantaloni, il giovane ufficiale mise sotto il naso di Regina un foglio vistato dalla censura, recante decine di sottolineature, un foglio che lei riconobbe all’istante.

«L’avete scritta voi, questa lettera, signora?».

Ora, bisogna fare mente locale. C’era una dittatura, le libertà civili erano soppresse, il Parlamento esautorato. Gli oppositori venivano pestati e mio nonno, impiegato comunale, rifiutava con fermezza di tesserarsi al partito fascista: vedersi arrivare un carabiniere a casa che sventola una lettera di severe reprimende al Duce non era quel che si dice un esordio promettente. Tanto più che di quella lettera, mio nonno non era stato messo al corrente. Come molte della sua generazione, nonna adottava una collaudata strategia femminile di autodifesa: prima di dire qualunque cosa a tuo marito, conta fino a dieci e poi rinuncia.

E anche in seguito se ne seppe ben poco perché le cronache familiari hanno un comportamento carsico: come rami di un corso d’acqua che si inabissano, percorrono lunghi tratti sotterranei, riemergono, si biforcano. Monconi, frammenti, trame si accavallano e si separano di nuovo: tante storie che sono una sola. E come il delta di un fiume cambia aspetto a seconda delle stagioni e delle nebbie, così – a causa dell’alternanza di demenza senile e sprazzi di lucidità – si ebbero negli ultimi anni di vita della nonna, due versioni differenti della vicenda.

Secondo una lettura più rispettosa del buon nome della famiglia, la cosa morì lì, limitandosi le autorità a una mera azione dimostrativa contro il marito di Regina, al fine di render chiara la necessità di tenere a freno l’irruenta consorte ed evitare altre alzate d’ingegno. Il nonno in pratica se la cavò con una notte in guardina. Il comandante della Tenenza in persona si spese presso il Commissario del Fascio per garantire la sostanziale innocuità dell’impiegato comunale, incensurato e senza amicizie sovversive conosciute, scongiurando così che fosse messo formalmente messo agli arresti o, peggio, informalmente interrogato negli scantinati.

Ciò non arginò tuttavia i contraccolpi sul lavoro. L’indulgente benevolenza fino ad allora espressa nei suoi confronti dovette di colpo apparire ai suoi solerti superiori una debolezza decadente, poco conforme allo spirito pugnace dell’Impero. Il nonno venne demansionato e destinato alle Ispezioni del Dazio. In pratica andava su e giù, tutti i giorni, estate e inverno, dalle banchine del porto ai frigo-macelli per controllare eventuali frodi alimentari. L’escursione termica divenne una compagna di vita. Si prese una filza di polmoniti una più cattiva dell’altra e, afflitto da cardiopatia congenita, di lì a pochi anni ne andò ancor giovane, lasciando mia nonna in preda a sentimenti ambivalenti: temeva che avrebbe pianto il suo stipendio più a lungo di quanto avrebbe rimpianto lui. E così fu.

Stando ad alcune letture maliziose, tuttavia, quella ricomposizione indolore fu solo la parte affiorante del relitto, ciò che si poté vedere dalla riva. I tesori di verità, i segreti, continuarono a giacere sul fondo, e il loro restarsene nascosti protesse il buon nome di una vedova senza mezzi, una madre sola, bisognosa della sua reputazione come di un lasciapassare. Un salvacondotto che le consentì di ottenere credito nei negozi e dilazioni nelle banche, e permise a lei e ai tre orfani di condurre con dignità una vita povera ma non disperata, a testa alta, circondati dal rispetto e dalla considerazione della loro piccola comunità.

Come erano nate, le voci di un seguito diverso dell’episodio della lettera si spensero e vennero sfumate alcune evidenze, come il fatto che l’esproprio del palazzetto del fu Vincenzo non avvenne mai e che l’intera controversia ereditaria cessò di colpo: i creditori ritirarono misteriosamente tutte le richieste avanzate, rinunciando a ogni pretesa. I miei prozii, cioè i fratelli di Regina, e la matrigna vissero là a lungo, indisturbati, fino alla morte. Tutti stranamente abbottonati sulla curiosa piega che aveva preso la faccenda.

Mia nonna, che si era sempre attenuta alla versione ufficiale della storia, superati i novanta prese a ripetere sempre gli stessi aneddoti, arricchendoli ogni volta di nuovi particolari. L’episodio della lettera al Duce era la sua piece de resistence, e non si stancava mai di aggiungere dettagli che spesso si rivelavano bizzarri o incongruenti. Una sera, mentre guardavamo alla tv un documentario sulla figura di Margherita Sarfatti, l’amante ebrea del Duce, mia nonna si lasciò sfuggire una frase, rimbeccando lo speaker che dipingeva la donna come una raffinata intellettuale, elegante e aristocratica.

«Raffinata un corno: si mangiava le unghie!»

Ricordo bene l’incalzante interrogatorio a cui la sottoposi. Come poteva mia nonna essere a conoscenza di qualcosa di tanto intimo, sapere che la Sarfatti si mangiava le unghie?
Lei si nascose dietro le solite comode paratie dei vecchi, quel fingersi svaniti solo quando conviene, ma io le stetti dietro finché non mi fu elargito un osso, la mezza verità su cui troppo spesso ci avventiamo, l’abile danza delle dita del mago che distrae il pubblico dal trucco che intanto sta avvenendo altrove, lontano dagli sguardi.

Così, a furia di pressarla, scoprii che in realtà il carabiniere quel giorno andò sì a casa sua con la famosa lettera, ma ci andò con un compito e un messaggio ben preciso. Sua Eccellenza il Cavaliere, colpito dal temperamento e dalla buona penna, voleva incontrarne l’autrice. Comprendendo la sua situazione, le sue esigenze di moglie e di madre, si rimetteva alla sua discrezione, e la pregava di voler fissare un incontro a palazzo Venezia, per discutere dell’incresciosa questione ereditaria a cui di certo avrebbero trovato una soluzione soddisfacente per tutti.

Forse fu quel soddisfacente per tutti a mandare mio nonno fuori di senno, completamente. Gli bastava davvero molto meno della visione di un donnaiolo impenitente che sfiorava con le labbra la mano di sua moglie, per vedere rosso come i tori. Se poi quel Casanova, incidentalmente, era anche un fascista, anzi “il” fascista, apriti cielo. La notte in guardina ci fu, dunque, per motivazioni non politiche, ma di mero buon senso: se non gli toglievano la moglie dalle mani, stavolta la ammazzava davvero. Preferirono portare mio nonno dentro a schiarirsi le idee, prima di vederlo rovinarsi la vita e non solo la sua.

In ogni caso, le botte che Regina prese furono sufficienti a toglierle ogni velleità: Roma e il Duce, fu perentorio mio nonno, li avrebbe visti solo nei cinegiornali dell’Istituto Luce. La questione era chiusa e non se ne doveva più fare menzione. Nonna si sottomise, altra scelta non aveva, le donne di un tempo ubbidivano ai mariti.

Stordita da quelle rivelazioni, che mi presentavano i nonni nell’inedita veste di gente che sa quando opporre un fermo no ai capricci dei potenti, rimossi l’ovvio: tutto questo non spiegava affatto la questione delle unghie della Contessa. Il prestigiatore aveva fatto la sua magia, e io mi ero distratta.     

Poco tempo dopo, a cento anni precisi, mia nonna morì e non pensai più a quella storia. Al suo funerale eravamo in pochi, essendo Regina sopravvissuta a chiunque avesse amato: marito, figli, fratelli. Solo Gioconda, la sorellastra di secondo letto, le era rimasta ma, essendo nota a tutti la ruggine che le separava, non ci stupimmo di non vederla né in chiesa né al cimitero.

Un paio di anni dopo, in occasione di una rimpatriata familiare, il pungolo tornò a farsi sentire. Avevo raggiunto ormai l’età in cui si è avidi di passato, le storie che ci accompagnano lungo le generazioni sono preziose e si prende atto che chi potrebbe illuminarci su volti e voci ci ha già lasciato. Sappiamo finalmente le domande, ma non c’è più nessuno a rispondere, né a rimproverarci la stoltezza giovane dei tempi andati, quando in parecchi avrebbero voluto regalarci i loro ricordi, ma noi non interessavano: quando preferivamo vivere il presente e immaginare il futuro e, nel farlo, accumulare memorie nostre.

In quella circostanza cercai di indagare le ragioni dell’animosità radicata e pervicace che intercorreva tra Regina e Gioconda. Ero curiosa di sapere cosa poteva aver generato un risentimento tanto acceso da tenere separate due vecchie longeve e solitarie, che avevano così poco da guadagnare nel detestarsi, e così tanto da guadagnare nel perdonarsi, potendo ormai reciprocamente contare solo su loro stesse per tener viva la memoria di ciò che era stato.

A fatica, facendomi strada tra le lacune di una mente affaticata dal tempo e irrigidita dal rancore, scoprii che quel che la sorellastra Gioconda rimproverava a mia nonna era di non essere accorsa, ormai quasi ottant’anni prima, al capezzale del fratellino Enrico, ghermito dal morbo fatale della difterite. Il piccolo agonizzava, era ormai dato per spacciato tanto che già vi era stata la visita del prete e l’unzione con il viatico. Poco conta che il piccolo, di ragguardevole tempra, alla fine si fece beffe dell’uno e dell’altro e non morì affatto, anzi crebbe bello, sano e anche un po’ mascalzone. Fece in tempo a mettere nei pasticci una fantesca e a scappare in Venezuela promettendo mari e monti. E forse avrebbe anche mantenuto se, dopo un discreto avvio nel settore petroli, non fosse finito sotto un camion che trasportava polli. Questa lunga parentesi di vita tuttavia non fu considerata un’attenuante, le ferree leggi del sud non tollerano certe offese: dai moribondi si va, è un imperativo, e pazienza se poi non muoiono più o lo fanno con deplorevole ritardo.

L’affronto fu attribuito da tutti all’uggia (vera) di mia nonna per la matrigna, insofferenza che doveva per forza tradursi in invidia (falsa) per i due fratelli di secondo letto. La cosa poteva avere un senso solo per chi non la conosceva bene. Mia nonna parlava sempre dei suoi fratellastri con tenerezza, e sapevo che nel frangente che li aveva visti prematuramente orfani e senza mezzi si era preoccupata delle loro sorti non meno che di quelle dei suoi fratelli germani.

C’era dunque qualcosa che non tornava. Regina non sarebbe mai mancata al capezzale di un fratellino morente nemmeno per obbedire a un marito dispotico.

A meno che…     

Con qualche difficoltà riuscii a risalire all’anno degli eventi: 1935, meno di un anno dalla morte del bisnonno Enzo.

Frugai nei bauli che avevo conservato e scovai un paio di telegrammi dai toni mesti: poche righe contratte in cui mia nonna comunicava a suo marito la situazione del fratello, stazionaria ma di ormai certo esito. E un altro in cui accennava alle veglie di preghiera, alle offerte alla Madonna, invocata incessantemente per la salvezza di quell’ anima innocente. Erano le uniche tracce, i soli documenti che testimoniassero un’assenza da casa, per tutto il periodo prebellico.

C’era poco posto per le ipotesi: mia nonna aveva voluto condividere con suo marito quelle succinte cronache per evocare il clima sofferto della casa paterna. La descriveva immersa nell’incombente tragedia, soffocata dalla cappa di lutto imminente, un ristagno di dolore in cui risuonavano solo i singhiozzi, lo sgranare ovattato dei rosari, il sussurro degli avemariagratiaplena.

Tutto tornava, tranne per un particolare: mia nonna in quella casa non c’era mai arrivata.

Prova ne sia che l’ossuta Gioconda l’aveva odiata tutta la vita e proprio per non essersi palesata in quel momento di dolore. L’assenza fu confermata da altre testimonianze. Dunque mia nonna aveva mentito e l’aveva fatto in grande stile, con tanto di fabbricazione di prove false. Cosa poteva averla indotta? La ragione mi suggeriva una cosa sola, ossia che lei a Roma da Mussolini c’era poi andata davvero, usando come scusa l’unico possibile argomento che si potesse opporre a un marito intrattabile, ossia l’imminente dipartita del piccolo Enrico.

Una mattina del 1935, Regina aveva preso il treno ma, invece di scendere alla stazioncina del paese sulle falde dei monti, dominato dall’austero convento benedettino dove c’era la fila per deporre ai piedi dell’Immacolata un ex voto per l’anima di suo fratello, si diede un pizzico sul cuore e tirò dritto. Chissà se fu un impulso o se lo premeditò.


Monica Mariani è una sceneggiatrice e autrice televisiva. Vive e lavora a Verona.

In tinello manca l’aria

A seguito della nostra call Rumori in sottofondo abbiamo ricevuto 54 racconti. Letti, selezionati, editati prima dalla classe di Apnea ’21/’22 poi dalla nostra redazione narrativa, ne sono infine stati scelti 14 per la pubblicazione sulla nostra rivista, prima con le note di editing in chiaro e poi in versione definitiva. Questo è il quarto, lo ha scritto Giulio Natali, e ha richiesto un intervento di editing da parte delle allieve editor Sara Caddeo e Tiziana Nonni che aiutasse l’autore a mettere meglio a fuoco il protagonista, le sue emozioni, la sua relazione con il cane, e a trovare motivazioni più forti e profonde per la vicenda e i comportamenti dei personaggi.


La storia: Un uomo torna a vivere dalla madre dopo aver trascorso due anni in prigione. Gli bastano pochi giorni in casa e la richiesta della sorella di sopprimere Billy, il cane impazzito che tanto amava, per capire di essere ancora solo, ormai definitivamente lontano dai pensieri dei familiari, fino ad arrivare a provare nostalgia del periodo in cella.


In tinello manca l’aria

di Giulio Natali

Tiziana si fa viva cinque giorni dopo che sono uscito di galera. Se ne frega di sapere come sto benché non ci si veda da un paio d’anni. Saluta mamma, la abbraccia, poi mi guarda.

«Devi aiutarmi con Billy», dice mia sorella.

È il pastore di Brie che ha regalato al figlio quando era ancora bambino. Da cucciolo giocava con una presina di stoffa, di quelle che si usano per non scottarsi con le pentole. La teneva tra i denti muovendo il muso da destra a sinistra e sembrava dire «no» a tutti quelli che cercavano di portargliela via.

Mentre mi parla, Tiziana ha il viso marcato da rughe così profonde che sembra sia stata lei – e non io – a essersi fatta due anni al fresco.

«Dobbiamo sopprimerlo», le sue labbra si fanno più sottili per la tensione.

«Sei pazza! Ma che cazzo dici?», guardo esterrefatto prima lei e poi mamma, che non fa una piega.

«Il veterinario è venuto a casa e lo ha visitato. Billy è aggressivo con chiunque gli capiti a tiro. Un inferno».

Mi spiega che per i diciotto anni Matteo ha invitato gente a casa. Due amici hanno alzato il gomito e si sono messi a vagare per le stanze alla ricerca di qualcosa che li divertisse. Sul ripiano della credenza hanno visto un accendino, lì vicino c’era Billy che dormiva appallottolato in una cesta. Gli hanno bruciato la coda. Tiziana ha sentito il cane emettere un guaito acutissimo e ha spento subito la fiamma.

«I calmanti non bastano. Inutile».

La guardo in silenzio.

«Devi portarlo tu», continua.

Me lo ricordo, Billy, a farmi le feste quando passavo a trovare Tiziana, il marito e il piccolo Matteo. Se era a pisciare in cortile, appena sentiva il rumore della portiera del furgone drizzava le orecchie. Fischiavo per confermargli che ero davvero io e lui veniva incontro correndo. Con le zampe anteriori lasciava una piccola impronta marrone sui pantaloni, ogni mese più in alto fino a quando ha smesso di crescere. Abbaiava di gioia, poi girava intorno alle mie gambe vorticosamente come se danzasse. Gli occhi erano coperti da una frangetta che arrivava a toccare la punta del naso e li immaginavo lucidi per la contentezza di vedermi.

«Non c’è proprio un’altra soluzione?».

«Non hai sentito quello che è ho detto? È aggressivo».

«E allora? Perché devo pensarci proprio io?».

«Può salire solo sul furgone. In auto è ingestibile».

Negli ultimi due anni mi è capitato di pensare come sarebbe stato rivedere Billy. Già lo vedevo finire a pancia in su per farsi accarezzare.

Invece lo porterò a morire. D’altronde mia sorella è venuta a salutarmi solo per questo.

«Quand’è l’appuntamento dal veterinario?».

«Domani mattina».

La guardo alzando le sopracciglia. Mi sembra tutto paradossale.

«Te la ricordi Sofia?», la voce di Tiziana segnala che si sta agitando. Le pupille si dilatano e con lo sguardo mi disprezza ancora più del consueto.

«No».

«La figlia dei Martini, quelli che abitano vicino alla macelleria».

«Beh?».

«Da quando ha iniziato a camminare infila la mano nella ringhiera del cancello per accarezzare Billy sulla nuca. La settimana scorsa per poco non le ha strappato il mignolo con un morso».

Non rispondo. A cosa serve controbattere davanti a giudici che hanno già deciso la sentenza di condanna?

«E potrei continuare, ringhia al postino… al tizio che viene a leggere il contatore del gas… persino a me».

Non è del tutto impazzito, allora, penso sarcastico, mentre mi alzo dal vecchio dondolo e comincio a camminare lentamente sotto il portico. Guardo mamma filare in cucina, il suono della lavastoviglie segnala che i piatti sono puliti. Mi porto le mani in tasca, di scene raccapriccianti e ingiuste in carcere ne ho viste, questa non dovrebbe colpirmi o sorprendermi. Eppure.

«Prima voglio vedere come si comporta con me».

«Che razza di idee ti vengono?».

«Magari, se riesco a gestirlo, potrebbe restare a vivere qui, con me e mamma».

«Togliti dalla testa di far vivere mamma con l’angoscia di essere aggredita».

La notte non riesco a prendere sonno e non è colpa dell’afa e delle cicale che continuano a frinire. Istintivamente con la mano mi tocco sopra il ginocchio, nel punto dove Billy arrivava con le zampe. Non avrei modo di occuparmi di lui, devo trovare un lavoro e in banca non ho un euro per affittare un buco. Non ho altra scelta che quella di restare con mamma, che quand’ero dentro si è fatta viva soltanto per gli auguri di compleanno e con due giorni di ritardo. Dormo giusto tre ore, poi mi sveglio e faccio le cose di sempre. Mi rado, mi lavo le ascelle, faccio il bidet. Mi pettino, mi vesto, mi guardo di nuovo allo specchio. Esattamente come ho fatto negli ultimi due anni.

Faccio colazione con mamma, che dopo sciacqua la schiuma di cappuccino rimasta nella tazza, ma l’unica a bisbigliare qualcosa è una mosca con il suo ronzio. 

Un tempo la sua mano rugosa sfiorava la mia prima che mi alzassi da tavola. «Ci vediamo a pranzo», quasi supplicava, e quando uscivo di casa senza baciarla in fronte la ritrovavo con il broncio al rientro. Ora fanno rumore soltanto le lancette dell’orologio a muro, lei è di spalle, intenta a scopare per terra e manco si accorge della porta che si richiude.

Monto sul furgone, verso casa di Tiziana. Ingrano la seconda e la chiamo.

«È già con museruola e guinzaglio».

«Liberalo e mandalo in cortile, poi lascialo a me».

«Tu sei pazzo».

«Che ti frega? Voglio fare un ultimo tentativo».

Non sono religioso, ma per un attimo spero di travestirmi da San Francesco che ammansisce il lupo.

Non guido da un sacco di tempo, ha ragione chi sostiene che una volta imparato non si dimentica più, ma sto molto attento ai limiti di velocità. L’ultima volta che li ho superati, la polizia mi ha fermato e ha beccato la roba nascosta sul retro. Così i sei chilometri che mi dividono dal cane sembrano un’eternità, e la testa rimugina. Forse Billy si è stufato di rispondere ai comandi di mia sorella e mio nipote. Magari ha deciso di fingersi pazzo perché lo mollino in mezzo a una strada. Poi lo vedo nel cortile che annusa i sassolini di ghiaia. La coda mozza si agita come al solito, il colore del pelo è rimasto lo stesso: si direbbe il cane di sempre.

È la reazione al mio fischio a essere diversa. Non corre, procede molto lentamente, guardingo, quasi ciondolando con la bocca aperta, la lingua a penzoloni e il respiro affannoso.

Avevo ragione, mi dico, non ci sanno fare con questo cane, perché tutto pare tranne che aggressivo. Arrivato a mezzo metro da me, emette un guaito simile a quelli che faceva quando il piccolo Matteo gli pestava le zampe per dispetto. 

Allungo la mano per accarezzargli la nuca, mi lascia fare. Lo guardo e gli sorrido, poi alzo gli occhi e vedo Tiziana affacciata alla finestra che segue la scena con occhi perplessi.

«È tutto ok», tolgo la mano dal collo di Billy per farle un cenno di saluto.

In quell’attimo il cane ringhia, poi si butta a capofitto verso di me e con i denti stringe la coscia destra, poco sopra al punto in cui mi sporcava di terra. Al dolore ci sono abituato e non voglio attirare l’attenzione di tutto il condominio, però il morso lo avverto bene. Lo allontano con un calcio istintivo, a lui almeno posso darlo. Zigzaga quasi avesse perso la vista, poi si rintana sotto la siepe dove andava a recuperare il pezzetto di legno che gli ho lanciato mille volte quando ci vedevamo. Resta lì, come un soldato rientrato in trincea dopo un agguato fallito. Mi fissa, ringhia ancora per un attimo, con le unghie delle zampe davanti sembra scavare una piccola buca, poi arretra continuando a guardarmi e dalle foglie spunta solo il muso stordito.

Respiro profondamente e do un pugno a uno dei finestrini del furgone, come se così controllassi meglio le mani che tremano. Lo fisso anche io fino a quando lui, consapevole della sconfitta, abbassa per primo lo sguardo. Mia sorella arriva con guinzaglio e museruola.

Anni fa ho fatto rimuovere i sedili posteriori per trasportare la merce più comodamente, adesso quello spazio serve per l’ultimo viaggio del cane che non vedevo l’ora di accarezzare mentre ero dentro. Lo osservo dallo specchietto retrovisore, sono tentato di deviare verso il mare per fargli il bagno come un tempo, quasi che immergendolo in acqua lo esorcizzassi. Si abbassa come se giocasse, poi scatta in avanti sbattendo contro i lati del furgone. Tiro dritto, non ha vie di scampo. Tenta di togliere la museruola e ruota su sé stesso con frenesia. Sembra in crisi epilettica. Mi piacerebbe capirne di più, ma il veterinario non ha tempo di stare a sentirmi, oggi è giorno di eutanasia e prima di pranzo deve togliere la vita ad altri tre cani.

«Vuole assistere?», mi chiede.

Chi amerebbe vedere un condannato a morte con cui hai passato i momenti più felici della tua vita ricevere scariche elettriche su una sedia?

«No».

«Di solito subito dopo l’iniezione cercano il padrone».

«Io non sono il padrone», sono un amico, vorrei aggiungere. E sono l’unico in famiglia a guidare il furgone.

Pochi minuti ed è tutto finito, prima l’anestesia lo ha stordito, poi il Tanax nelle vene ha fatto il resto. Chiamo Tiziana per sapere dove portare il corpo.

«Sono in riunione, è urgente?», risponde.

«Fatto».

«Fatto cosa?».

«Billy».

«Ah, già».

«Che ne faccio ora?»

«E che vuoi farne? Lascialo al veterinario, lo farà cremare lui».

«Ho pensato che Matteo volesse seppellirlo. Sono cresciuti insieme».

«Matteo è grande, con Billy ha smesso di giocare da un pezzo».

Ha ragione lei, come sempre. Billy ha tenuto compagnia a tutti per tanto tempo, poi è diventato matto e pericoloso. Ora è giusto dimenticarlo e andare avanti. Sono passate le undici, per un attimo credo stia iniziando l’ora d’aria per un paio di mani a carte con gente che non parla italiano ma con cui basta uno sguardo per intendersi.

Nel viaggio di ritorno il furgone sa di pelo bagnato, Billy se l’è fatta addosso proprio come me quella volta davanti ai poliziotti. Respiro quel fetore più che posso, è il profumo della libertà.

Rientro a casa, saluto mamma che è davanti ai fornelli.

«Ciao», risponde senza girarsi, «tra mezz’ora è pronto».

Mi piacerebbe un bel piatto di tagliatelle fatte a mano come quand’ero bambino, invece dalla credenza mia madre tira fuori una confezione di rigatoni.

Fa un caldo boia, in tinello manca l’aria. Mi siedo sul dondolo, almeno sotto il portico tira un filo di vento. I vicini stanno caricando le valigie in macchina. Da che ho memoria tornano in Salento, in estate. Inizio a dondolare. Il rumore di un autolavaggio si mescola a quello dei piatti e delle posate che mamma mette a tavola. L’odore di ragù dalla cucina non ha nulla a che vedere con la merda mangiata in prigione. Continuo a dondolare ricordando i pasti in cella, poi pianto i piedi per terra per bloccare il movimento, atterrito all’idea che questi pensieri possano essere chiamati nostalgia.


Giulio Natali, 46 anni, ha pubblicato nel 2020 la sua prima silloge intitolata “Questioni di testa”, vincitore di diversi premi letterari, a cui è seguita a novembre 2021 la seconda raccolta, più elaborata, “Soste Forzate” (entrambe Edizioni La Gru). Altri racconti sono stati pubblicati dalle riviste letterarie “Crack”, “Quaerere”, “L’irrequieto” e “Il foglio letterario”. A giugno 2022 uscirà per Libero Marzetto un romanzo breve intitolato “Tra le sue braccia”.

Sette Gocce

A seguito della nostra call Rumori in sottofondo abbiamo ricevuto 54 racconti. Letti, selezionati, editati prima dalla classe di Apnea ’21/’22 poi dalla nostra redazione narrativa, ne sono infine stati scelti 14 per la pubblicazione sulla nostra rivista, prima con le note di editing in chiaro e poi in versione definitiva. Questo è il terzo, lo ha scritto Giuseppe Fiore e ha richiesto un intervento di editing da parte dell’allieva editor Francesca Ruggeri che suggerisse all’autore come sviluppare meglio alcune punti, limitare la paratassi per non appiattire il racconto e anzi riequilibrare la tensione del racconto e l’alternanza tra le parti riguardanti il sonno e la veglia.


La storia: La giornata di un ragazzo: si sveglia, rimane a casa, poi esce. Tutto questo, nell’indolenza e nel rumore prodotto da quello che ha intorno. Lo stesso rumore che genera domande, le stesse domande che portano le crisi di panico, da controllare con le sette gocce.


Sette gocce

di Giuseppe Fiore

Mi alzo alle nove e trenta, è mercoledì. Prendo le sette gocce. Mia madre è in cucina, mi saluta mentre esco dalla stanza, va al lavoro. Mio fratello è sul divano, guarda la prima puntata dei Ferragnez. Entro in cucina, mi preparo un caffè, la macchinetta è nuova: Lavazza a modo mio. Apro la bustina della cialda, la infilo nella fessura. Nel mentre afferro una tazzina, che infilo sotto il beccuccio, spingo il pulsante luminoso, il rumore della macchina copre la voce di Fedez in televisione. Zucchero il caffè. In tv Fedez parla con suo figlio in braccio, parla dei soldi che ha donato a un’associazione di cui non comprendo il nome. Chiedo a mio fratello se è possibile cambiare, ma ricevo un no. Finisco il caffè con un sorso, scotta, poi bevo dell’acqua. Vorrei fumare.

Me ne vado in camera, chiudo la porta sperando blocchi le lagne del figlio dei Ferragnez. Accendo la tv e la play, spengo subito la play perché non ho voglia di giocare. Vorrei fumare. Faccio partire youtube: c’è una pubblicità di dieci secondi: un tipo vestito bene si presenta e mostra la sua macchina. Skippo. C’è una seconda pubblicità: bambini rincorrono un padre su una montagna, il padre entra in macchina, i bambini si infilano dietro. Sono felici, tornano a casa, la macchina è una Suzuki. Da bambino nei tornanti finiva sempre che vomitavo. Parte il video che cercavo: un ragazzo parla dei libri letti nell’ultimo mese. Mi addormento a metà.

Sono sul tetto di un palazzone. Non ho idea di come ci sia arrivato. Di fianco a me c’è una ragazza. Sembra Lisa, anche Eli e forse mia madre. Mi guarda. Io mi giro. Intorno a noi ci sono spalti. Come quelli da stadio, più grandi. Come quelli in cui Harry va a vedere la finale di Quidditch. C’è gente. Seduta composta, ci guarda. Provo a parlare, non so cosa dire. Ci guardano, dice Lisa-Eli-Mamma. Annuisco. Fanno bene, dico. Sento una delle tasche del pantalone pesante. Mi tocco. C’è un pacchetto di sigarette. Il pacchetto è di Camel blu morbide. Ne faccio saltare fuori due. Ne passo una a Lisa-Eli-Mamma. Penso che se c’è davvero una parte di mia madre dentro quel corpo non sarebbe contenta. Accetta la sigaretta. Bingo, esclude mia madre dall’indovina chi. Fumiamo. Zitti, come tutti quelli che ci guardano. A un certo punto lei dice che potremmo urlare. Io scuoto la testa. Non ne vedo il senso. Lei si butta giù. Si sporge e sta già cadendo. Io mi sporgo e vedo il suo corpo deformato a terra. Non c’è sangue. Scappo.

Alle tredici esco dalla camera. Mia sorella è tornata a casa con mia madre, mio padre sta arrivando. C’è odore di funghi, mi siedo sul divano, in tv il telegiornale. Potrebbero partire delle forti sanzioni da parte dell’Europa per la Russia, mi chiedo se i termini “forti sanzioni” coprano, per maggioranza di caratteri, la parola guerra. In Cina è sparita una tennista, pensano possa essere colpa del governo. Entra mio padre, ci sorridiamo, mio fratello esce dal bagno, ora pranza con noi. Mia madre, mio padre e mia sorella parlano di una cugina di mia nonna a cui hanno diagnosticato un tumore al colon. Cazzo è il colon? O meglio dov’è? Mi alzo e vado in bagno. La mensola sopra il lavandino è piena di roba: Dove, Proraso, Dailies, L’Oréal Paris. C’è equità di genere su una mensola casalinga, piscio, prendo altre sette gocce, le prendo prima di mangiare, così il sonno che viene dopo posso associarlo alla pennichella post pranzo. Ho paura dei sogni dovuti alle gocce, della tranquillità in cui scivolo, la tranquillità che tiene lontano il panico. 

A tavola stiamo in silenzio. Mia nonna diceva che per saziare la fame ci vuole silenzio. Ogni Natale lo diceva – lo dice, perché non è mica morta. Abbiamo sempre fatto i cenoni, Pasqua e Natale, familiari stretti, discorsi sfocati, le storie degli altri, con papillon e cravatte, io solo con la tuta. Mio nonno si vestiva da Babbo Natale, arrivava dopo la tombola e noi gli saltavamo addosso, tutti insieme, poi sono cresciuti i nipoti e lui è morto.  Si sente solo la televisione, hanno cambiato canale per un nuovo tg: le notizie però sono le stesse, rimbalzano da un giornalista all’altro. Una donna uccisa dall’ex compagno in una periferia, aveva già tentato di ammazzarla, non c’era riuscito. Dieci minuti di notizie sportive: la Juve deve giocare domani in Champions, la Juve indagata per qualche affare illecito dietro un parametro zero, vogliono creare una super lega di squadre ricche, le più forti. Mio padre spegne, il calcio non è più quello di prima, dice, forse ha ragione, io non c’ero.

Alle tre meno qualcosa prendiamo la macchina per andare dalla nonna. In macchina mio fratello mette della musica commerciale, canta, qualche ritornello lo canto pure io. Andiamo da nonna per bere il caffè e “fare” il diabete. Mio fratello la punge sul mignolo, tocca a lui perché a me non piace dover infilare un ago, per quanto piccolo, nel dito di qualcuno. Appena entriamo ci accorgiamo della tv con il volume al massimo, nonna è anche sorda. In un salotto borghese trattano i problemi dei lavoratori, i nuovi poveri, sfruttati dalle multinazionali, da uomini di potere, gli stessi uomini che parlano nei salotti. A mia nonna interessa solo come sono vestite le donne: se qualcuna è troppo scoperta, commenta che non si può mica andare in tv in quel modo, rido, ci sono troppi strati da sfogliare per arrivare al significato di qualcosa e noi siamo liberi di decidere lo strato su cui fermarci. Intanto nonna ha fatto il caffè, lo zucchero e lo bevo, poi mi siedo sul divano.

C’è silenzio. Io cammino. Sono in centro. Le strade sono strette e perpendicolari tra loro. Cammino. Non c’è nessuno. Procedo a passo svelto. Ho paura. Paura di essere solo. Mi giro più volte per vedere se qualcuno mi segue. Nessuno, eppure lo sento. Ho paura. Quella paura che rimbalza nei sogni. Quella paura che di solito salta così in alto da uscire fuori. Mi fermo. Ascolto. Nulla. Le nuvole scorrono veloci, non c’è vento. Urlo. È un suono acuto, non mio. Urlo ancora.

Mio fratello mi scuote, andiamo, dice. Guida sempre lui, io guardo fuori dal finestrino, è tutto grigio, torniamo a casa.

Mia madre è in videochiamata con una sua collega, mio fratello si mette a studiare. Mi stendo sul divano e provo a leggere, ho comprato un libro di racconti di Kafka, ma arriva la voce di mia madre dall’altra stanza, parla di un progetto finanziato dalla regione. Chiudo la porta, non basta per avere silenzio: sento la voce di mio fratello che ripete, si aggiungono le voci della serie tv che guarda mia sorella. Provo comunque a leggere, niente, la mia mente non è in grado di difendersi da attacchi esterni, chiudo il libro e accendo la tv. Tra cinquant’anni il mondo sarà finito, se continuiamo così. Ma così come? Vorrei preoccuparmi, perché non credo che tra cinquant’anni sarò morto, ma non ci riesco. Dovremmo metterci le mani nei capelli, bloccare con uno schiocco di dita tutto quello che uccide il pianeta, fermare le nostre vite per pensare a quelle che verranno: invece nessuno fa nulla, a nessuno interessa dei propri figli? Non c’è ansia, non la sento, perché dovrei preoccuparmi io? Spengo, poi scrivo a un mio amico se vuole farsi un giro, mi invita a casa sua. Butto giù altre sette gocce, quelle di prima hanno avuto poco effetto, mi pongo ancora troppe domande, mi schiacciano. Esco.

Devo prendere il dodici, non prendo la macchina perché più tardi serve a mio fratello. Infilo le cuffie, metto il nuovo album di Marra, sono al terzo ascolto e ancora devo comprenderlo tutto. Salgo, oblitero e mi siedo. Alla seconda fermata sale molta gente, io devo fare sei fermate, dei ragazzi urlano tra loro, indossano tutti giubbotti larghi, neri o viola, portano una sola cuffia, l’altro orecchio rimane libero, parlano tra loro. Nessuno si siede di fianco a me, metto le mani nelle tasche, gioco con la cerniera del portafoglio. Intanto osservo la città dal finestrino. Continuo a toccare il portafoglio, alla sesta fermata scendo di fretta.

Suono, mi apre e salgo da Nino, a casa sua non c’è nessuno, sono le quattro e mezza, i genitori lavorano, il fratello è in giro. La tv è accesa, si sta chiudendo una canna e io mi siedo al tavolo. Guarda la nuova serie Amazon sulla Juve: Bonucci spiega cosa vuol dire per lui essere padre, le sue scene, attraverso un montaggio specchiato, vengono affiancate da quelle di Ronaldo con i figli. Ronaldo è seminudo e parla a bordo di una piscina privata, per lui essere padre è l’opposto dell’essere calciatore, il campione è solo, il padre è circondato, servono, per entrambi, impegno e dedizione. Dico al mio amico di levare quella roba, sorride. Nello spogliatoio Bonucci parla ai compagni, dice che bisogna tirare fuori i coglioni, devono mostrare cosa vuol dire far parte della squadra. Mi alzo, prendo il telecomando, spengo e usciamo sul balconcino a fumare.

Sotto di noi, gente passeggia, fa freddo. Nino mi fa vedere un video, mentre fumiamo, tizi costruiscono e sparano fuochi artificiali, lo guardo, poi mette un album di Drake di sottofondo, rimaniamo in silenzio. Sotto di noi passa una ragazza abbracciata a un ragazzo, lei indossa un giubbotto Adidas bianco e dei jeans stretti. Rientriamo.

Nino riceve una telefonata, mi siedo sul divano, poi mi stendo. Lui parla.

Intorno a me schermi simili a quelli cinematografici. Non riesco a focalizzarmi su uno in particolare. Psichedelia di colori accesi che attraversano gli schermi per poi sparire. Attorno a me persone, anche loro indefinite. I miei occhi sono colpiti da una malattia simile alla miopia. Fumo una sigaretta. Sento voci provenire dagli schermi. Mi chiamano. Mi chiamano con nomi diversi. Tutti quei nomi, però, mi appartengono.

Alle sei e mezza suona un promemoria: alle sette devo vedermi con Lisa. Nino si è messo a giocare a Fifa, sorride mentre mi alzo, mi scuso per essermi addormentato. Tranquillo, dice. Oramai è la normalità per tutti.

Infilo le cuffie. Parte una pubblicità, mi invita a scaricare Audible, potrò ascoltare tutti i libri che voglio per soli sette euro al mese, skippo. Perché non decido di fare Spotify Premium? Perché decido di accettare passivamente la pubblicità? Perché non pago e non ascolto la musica che voglio? A soli tre euro e novantanove al mese. Per strada c’è stato un tamponamento, una panda bianca e una Clio grigia. Due signori discutono con la polizia, uno dei due, pelato bianco sui quaranta, dice all’altro, nero sui venticinque, che questa è casa sua e qui comanda lui, mentre i due in divisa restano impassibili. Tiro dritto.

Proprio non riesco a pensare che sia tutto qui, dico. Intendi la vita e dopo la morte? No, non la morte, intendo proprio qui, in questo istante, dico; mi piace quando i discorsi che faccio hanno più strati di profondità, quando lei mi crede così intelligente da diventare ambiguo. Spiegati, dice, mentre guarda il cielo e siamo in una serie tv americana. Possibile che sia solo un doversi guardare allo specchio e non piacersi? Che sia una montagna di aspettative a cui dobbiamo arrivare che si susseguono come una corsa a tappe infinita? Silenzio. Tu ti piaci? Non credi avere qualche imperfezione? Di qualsiasi genere? Chiedo, lei sorride, dimmelo tu, dice, ha smesso di guardare il cielo e guarda me. La eccitano i discorsi filosofici che non portano a nulla, lo so, ma io non ho voglia di scopare adesso. Cambiamo esempio ok? Facciamo finta che non mi piaccia il mio corpo, che mi consideri troppo magrolino e vorrei essere più massiccio, lei ride ancora, non voglio rida, lo sei, dice, sei un tossichello che non è mai andato in palestra, sorrido anch’io. Ecco è la palestra che può cambiarti, la palestra diventa il mezzo per scalare la montagna di cui parlo no? Ti iscrivi, segui dei percorsi per cambiare il tuo corpo, per diventare massiccio, nel frattempo, mentre esegui le tue serie, le flessioni, il tuo inconscio sta già creando delle aspettative, voraci crateri in cui finirai, nel bene o nel male. Il tuo inconscio crea scenari del tipo Baywatch con muscoli e ragazze che ti sbavano dietro, ma non sarà mai così, riuscirai a mettere massa, a diventare muscoloso, non ti piacerai mai davvero, no? L’aspettativa è un vortice infinito in cui cadi e da cui non esci perché non esiste la perfezione. Ora è seduta con la schiena dritta, mi guarda, non è più lo sguardo di prima. E con questo? Secondo te non dovremmo porci obiettivi così da non rimanere delusi? Scuoto la testa. Non critico chi si pone obiettivi, critico tutto ciò che ci porta a porceli, l’idea di essere qui, ora e di non avere altre possibilità, mi abbatte, non riesco ad accettare l’idea che siamo questo e nient’altro. Intanto lei ha cominciato a toccarsi le doppie punte e ora guarda i suoi capelli, so che lo fa quando è concentrata, mi infastidisce lo stesso: odio i capelli, il singolo corpo morto che cade a terra. E cosa pensi ci sia? La gente continua a darsi obiettivi, piccoli o grandi che siano, perché non c’è altro, dobbiamo avere qualcosa per cui lottare e che ci possa rincuorare, ci possa regalare ricordi positivi, dice. Si, questi obiettivi, queste piccole vittorie quotidiane che ci vendono come senso ultimo di tutto, dove finiscono? Perché per le vittorie che ti mostrano esiste un sottobosco, doppio o triplo a livello numerico, di sconfitte che rendono l’essere umano sempre più incattivito, perdere porta rabbia e violenza, non credi? Le sconfitte finiscono intorno a noi, in quel sentimento collettivo che ci stritola e ci ammazza sempre di più, dico. Perdere fa parte della vita, dice. La vittoria e la sconfitta sono la base di ogni esperienza che viviamo, dice. E sono molti di più quelli che vengono sconfitti costantemente di quei pochi che vincono, la gente impazzisce, si ammala, si ammalano tutti perché perdono, sono solo aspettative, orizzonti che ci disegnano con la matita e che non riusciamo a rispettare, così ci sentiamo sconfitti, ci perdiamo, scivoliamo sempre di più in cunicoli schiacciati dal senso di fallimento che ci attribuiamo, sai qual è l’unica maniera per restare vivi in quei cunicoli? Non risponde, non scuote la testa, continuo senza appigli da parte sua. La rabbia, la violenza, il sentirsi schiacciati da tutto e tutti. Basta, dice, sono le nove, devo tornare a casa. Mi dà un bacio sulla guancia. Stai prendendo ancora quelle gocce? chiede, io annuisco. Qualche mese fa ho avuto delle crisi, il panico si infilava nelle pareti e le spingeva, le muoveva e loro si attraevano, io in mezzo le sentivo avvicinarsi, sempre di più, schiacciarmi, pronte a rompermi le ossa. È successo la prima volta in camera mia, ho urlato, sono caduto a terra. Dopo poche settimane in un cinema, guardavo Piccole Donne, hanno interrotto il film, sono scivolato dal seggiolino, mi hanno sedato. Adesso nessuno mi rimprovera più, ma Lisa ha paura di affrontare queste cose con me, ha paura di me, del modo in cui alzo la voce.

Decido di tornare a piedi, non prendo il pullman. I mezzi pubblici, con il buio pesto, mi fanno paura, cammino a testa bassa, le cuffie nelle orecchie, su una vetrina leggo: “ci prendiamo cura del tuo peso”. Cerco di non incrociare lo sguardo con nessuno, spesso le strade esplodono. Sono pronte, noi siamo pronti a esplodere per una scintilla in fase discendente. Gli occhi, lo sguardo, quella linea invisibile di bivacchi spenti, bivacchi che hanno prodotto violenza, violenza che continua a legare lacci, cordini, funi, fino a creare strutture solide, così solide da rinchiudere persone, persone che cercano solo riparo, protezione. E io, di tutto questo, ho paura.

Entro a casa. Mia madre è ancora sul divano con il computer davanti; mi chiede se ho cenato, ma no, non ho fame, accade sempre più spesso. Mio fratello non c’è, mia sorella è in camera sua. Ho fumato poco, la tv è accesa: un servizio su quattro amici che, attraverso una sana competizione, si sono laureati in poco tempo. Cos’è una sana competizione? Cosa sono le aspettative? Se non un’anticamera della violenza? Del fallimento?

Mi stendo sul letto, oggi è stata una giornata grigia. Dopo le crisi mi hanno consigliato di valutare ogni giornata, non il periodo, di valutare ogni giornata per quella che è stata. Oggi, come ieri e, potrei metterci la mano sul fuoco, come domani, non ho dato neanche un bacio a Lisa, ci ho solo litigato. Provo a leggere per distrarmi, prendo le ultime sette gocce, anche se ho paura prima di dormire, non mi sento più davvero tranquillo. Mi addormento.


Giuseppe Fiore è nato a Matera nel ‘98. È laureato in Comunicazione e media contemporanei per le industrie creative presso l’Università degli studi di Parma e ora segue un corso magistrale in Giornalismo e cultura editoriale. Ha pubblicato racconti su varie riviste letterarie.

Bagno Ventisette

A seguito della nostra call Rumori in sottofondo abbiamo ricevuto 54 racconti. Letti, selezionati, editati prima dalla classe di Apnea ’21/’22 poi dalla nostra redazione narrativa, ne sono infine stati scelti 14 per la pubblicazione sulla nostra rivista, prima con le note di editing in chiaro e poi in versione definitiva. Questo è il secondo, lo ha scritto Luca Alessandrini e ha richiesto un intervento di editing da parte dell’allieva editor Silvia Palazzoli che lavorasse soprattutto sul linguaggio, sul rimuovere alcune parti eccessivamente “liriche” e non in linea con il tono del racconto, e aiutasse l’autore a sviluppare meglio il finale.


La storia: il bagnino Orazio s’invaghisce di una bella milanese – con bimbo al seguito. I bagnanti spiano le loro manovre e il bagno ventisette è percorso dal brusio dei pettegolezzi. L’occasione è fornita dal marito di lei che viene a prendere il piccolo Edoardo per portarlo a Milano con sé. I due allora si danno appuntamento per la serata; nel pomeriggio Orazio incontra il bimbo che, prima di partire, gli confessa di quanto si senta triste a causa dei litigi in famiglia. Giunta l’ora di chiusura il bagnino è trattenuto da Moretti, lo “sciamano” del Bagno Ventisette, il quale gli racconta una strana e triste storia che accompagnerà e guiderà i passi di Orazio lungo la strada che lo porta al suo appuntamento. 


Bagno Ventisette

di Luca Alessandrini

Dissero che quella fu l’estate più calda della storia, tanto che qualcuno cominciò a sospettare che la ragazzina svedese – quella Iceberg o come ostia si chiamava -, avesse ragione. O che portasse sfiga.

Di sicuro il mare non era mai stato così caldo e quel pataca di Moretti raccontava ai turisti di aver visto i granchi rincorrere l’uomo dei ghiaccioli.  Moretti era lo sciamano del Bagno Ventisette – come tutti gli stabilimenti balneari somigliante a una tribù -, ed era così vecchio che, per dargli un’età, l’unica era tagliargli una gamba e contare i cerchi. Il suo posto era sullo sgabello accanto alla cabina del bagnino – ci stava fin da prima che quella fosse costruita -, e da lì sorvegliava i flussi delle maree, predicendo burrasca e relazioni amorose con la chiaroveggenza di una sibilla. Sapeva tutto di calcio, filosofia e cabala – che in fondo sono la stessa cosa -, e a volte, scartavetrando i sogni che al mattino lo lasciavano col cuore gonfio di una nostalgia inspiegabile, scriveva poesie.

Il capotribù, abbronzato e silenzioso come un apache, era il bagnino Orazio. Era stato appena lasciato dalla moglie, una complicata, professoressa all’università – dicevano si fosse innamorata perché lui a letto era un diavolo, ma per il resto oltre la Gazzetta non andava. In più, secondo le malelingue, quando la moglie era in facoltà, nel loro appartamento c’era un via vai di turiste da fare invidia ai negozi del centro.

Orazio comandava due fidi guerrieri, sedicenni borchiati e tatuati che in cambio di qualche euro l’ora aprivano lettini e storie d’amore con la stessa disinvoltura.

C’era infine il Gran Consiglio degli Anziani, perennemente riunito sotto l’ombrellone per discutere del governo o delle sise della tugnina appena arrivata.

Le voci cominciarono alle dieci del mattino quando tutti videro il bimbo tosato come Ronaldo, in mano un cono da dieci euro, incocciare nella pianella. Il gelato si era piantato a un palmo dal cumènda steso sulla salvietta della pensione Miranda e il bagnino Orazio era accorso per far su il moccioso. Trepidanti, le mamme dell’arenile l’avevano visto prenderlo in braccio.

«Ohi, ti sei fatto male?».

Il bimbo aveva fatto sì con la testa e Orazio s’era accorto con orrore del filo di moccio colatogli sulla spalla.

«Se smetti di piangere te ne prendo un altro, va bene?»

Tra gli sguardi di approvazione generale i due erano tornati dal bar con un cono nuovo di zecca; poi la gente aveva sentito il bagnino chiedere: «Di’, ma la tua mamma dov’è?»

La manina aveva fatto un gesto che andava da Marina centro al porto canale.

«Vabbè, fammi strada», messolo giù Orazio l’aveva seguito fino a un ombrellone che non era neppure il suo. I colori dicevano Bagno Ventotto.

Di quel fetente di Devis…

Il nano l’aveva trascinato in pieno territorio nemico – a Marina tutti sapevano della rivalità che amareggiava l’esistenza di Orazio da una quindicina d’anni almeno.

D’improvviso gli occhi del bimbo s’erano illuminati.

«Mammahhh!».

L’urlo aveva riscosso dal sopore una famiglia di francesi che lo aveva mandato a cagare in un tripudio di erre mosce. Orazio stava sulle spine: lo strepito poteva attirare il fetente.

A quel richiamo la donna si era alzata stagliandosi contro il sole obliquo e il bagnino aveva deglutito così forte che il carlino della signora Bezzi gli aveva ringhiato. Dopo aver ascoltato il resoconto del pargolo lei aveva allungato una mano.

«Grazie. È stato molto gentile da parte sua, signor… ?».

«Orazio. Gestisco il Bagno Ventisette, qui accanto».

A quel punto la donna aveva sbattuto le ciglia così forte che a Orazio era sembrato di sentire lo spostamento d’aria. I vicini di ombrellone li avevano ascoltati: un quarto d’ora fitto di chiacchiere durante le quali lei, parlando del figlio maldestro, s’era informata sullo stato civile di Orazio il quale, con nonchalance, aveva finito per chiederle del marito rimasto a Milano a badare la fabbrichetta. Ottenuta l’informazione il bagnino era stato visto congedarsi con una camminata alla John Travolta.


Che Orazio fosse in caccia in capo a un minuto lo sapevano fino alla spiaggia libera, ma passò comunque un altro giorno prima che i due si incontrassero di nuovo – la saggezza oriental-romagnola del bagnino gli imponeva di sedersi in riva al mare e aspettare il passaggio della milanese. E magari del cadavere di Devis.

Fu proprio sulla sua mitica seggiola rossa, mentre succhiava una granita, che Orazio sentì di nuovo la vocina metallica.

«È là, mamma! Guarda!».

Girandosi l’aveva sorpresa che faceva cenno di tacere al bimbo. Poi lei s’era avvicinata.

«Salve. Edoardo mi mostrava dov’è caduto».

Il tam tam di radio spiaggia registrava ogni mossa: nei giorni seguenti non si sarebbe parlato d’altro.

«Ebbràvo il burdlàz! Ti andrebbe un cono?».

«Sì!».

 «Toh, e fai una partita a flipper», Orazio aveva allungato una moneta al piccolo, che era corso via impanando di sabbia un tedesco. I due erano rimasti soli, sorvegliati dalla gente che fingeva di dormire.

La donna s’era ravviata i capelli, fissandolo. «Ma lo sa che non fa che parlare di lei? Non è mai successo con nessuno».

«E dammi del tu, dai… ».

Sotto l’ombrellone settantadue i coniugi Valdifiori s’erano scambiati un cenno d’intesa. In seguito i due piccioncini avevano abbassato la voce, cosicché i resoconti appaiono confusi e contrastanti; ma su una cosa tutti concordavano: a un certo punto Orazio l’aveva guardata dritto negli occhi dicendo qualcosa tipo: «Ma te sei felice?».

Lei allora s’era messa a frugare la sabbia con le dita dei piedi e per un attimo era sembrata sul punto di piangere. Pare che allora Orazio le avesse toccato una spalla, ma quella era scivolata via dalla presa.

Lo si era visto passarsi la mano sul collo sudato. «Non volevo essere invadente», sembrava avesse detto. «Non sopporto di vedere le persone tristi, tutto qui». Poi si era allontanato, ma dopo qualche passo la mano di lei gli aveva toccato il braccio.

«Scusa, sto passando un brutto momento», si era lasciata sfuggire, prima che Orazio le indicasse le seggiole in finto bambù del bar.

Ignari di quanti li stavano osservando i due erano rimasti seduti a lungo, e per tutto il tempo il bagnino aveva finto di non vedere i clienti che lo cercavano.

Il cameriere aveva sentito la donna lamentarsi che nel pomeriggio il marito sarebbe passato a prendere il figliolo per portarselo a Milano – sembrava proprio che quello avesse scelto un brutto momento, dal tono di lei. Poi l’unico suono era stato il frastuono del flipper.

Prima che l’ultima biglia di Edoardo finisse in buca, Orazio s’era deciso a chiederle: «Dov’è che stai?».

Lei aveva mollato la cannuccia per sussurrare:

«Conosci la villetta in via Mazzini che fa angolo con la ferrovia?».

L’aveva detto così piano che il pizzaiolo s’era dovuto sporgere e aveva poggiato la mano su una margherita bollente.

«I miei ci abitano vicino», era riuscito a rispondere il bagnino, prima che Edoardo ricomparisse.

Sotto la lente d’ingrandimento dell’intera spiaggia Orazio era sembrato friggere d’impazienza. Sebbene non si fosse accorto dei mormorii, l’inquietudine dell’arenile lo aveva contagiato; in più pareva che i clienti lo facessero apposta: la Tiraferri aveva pestato una tracina e le aveva dovuto cacciare il piede nell’acqua bollente mentre il geometra Caruso continuava a rinfacciargli le alghe come se fosse lui a spargerle col moscone. Poi c’erano i due inglesi ciucchi che giocavano a rugby nell’acqua bassa, schizzando tutti nel giro di un chilometro. Quando erano stati sul punto di tritare una famiglia intera, Orazio s’era deciso ad intervenire.

«Ohe’ capo, ohi!».

Il più grosso dei due aveva continuato a correre col pallone ficcato sottobraccio, così lui gli si era piantato davanti. Dalla riva avevano visto l’inglese fermarsi e considerare le dimensioni del bagnino.

«Non si può giocare con quel coso. Proibito. Verboten, danger, understand?».

Per tutta risposta l’altro s’era esibito in un bel rutto birroso ed era ripartito ma, sotto gli sguardi della folla, Orazio l’aveva placcato con lo stile impeccabile di un All Black. Erano riemersi dalla spuma tossendo e il tipo aveva tentato un cazzotto, prontamente schivato e ricambiato: un montante allo stomaco, appena sopra le birre che quello si portava appresso. Poi Orazio l’aveva tirato su rianimandolo a calci nel culo. Annusata la faccenda il compare aveva messo via il pallone. 

Sulla battigia s’era formato un capannello; tra loro c’era un bimbo che saltava e strepitava più di tutti.

Edoardo. Senza la mamma.

«Ciao Burdlaz».

«Pam! Sbam!», il bimbo faceva andare le braccia.

Orazio s’era accucciato per fermargliele. «Fare a botte non va mica bene».

«Però l’hai menato».

«Giocavamo. Di’, ma non dovevi andare dal babbo?».

«Mi passa a prendere fra un po’».

«Sei contento, eh?».

Il bimbo aveva annuito, ma gli occhi gli si erano inumiditi.

«Ehi… che c’è?».

Silenzio.

«Non me lo dici?».

«Una volta il mio papà ha pianto».

«Beh, anche i grandi… ».

«Litiga con la mamma».

«Te l’ha detto lui o li hai sentiti te?».

Edoardo era rimasto zitto e un lacrimone era rotolato sulla sabbia.

«Guarda che anche i grandi bisticciano come ragazzini, ma poi fanno pace».

Sollevato, il bimbo aveva calciato un mucchietto di sabbia. «Te piangi?».

«Certo, c’è mica da vergognarsi! Guarda, sono sicuro che tuo babbo è in gamba, e che lui e tua mamma ti vogliono bene».

Dopo averci pensato su, Edoardo gli aveva mollato un bacio completo di candela sulla guancia. Ignaro del brusio che lo circondava, Orazio l’aveva guardato correre verso il Bagno Devis.

Finalmente il sole s’era messo di sbieco tingendo le onde di pervinca. Tutti erano andati a mangiare e l’eco dei pettegolezzi aveva ceduto il passo al rumore di posate.

Chiudendo gli ultimi ombrelloni Orazio s’era accorto dei due stesi sul moscone del salvataggio a limonare ma non se l’era sentita di mandarli via: l’amore era nell’aria quella sera e tutti dovevano assaggiarne un poco. Prima di rientrare nella cabina aveva sbattuto le ciabatte e a quel rumore Moretti s’era svegliato.

«È già ora?», aveva detto.

«Già? Non ne posso più».

Il vecchio l’aveva squadrato. «Son tre volte che spazzi la passerella. E ti sei dimenticato le chiavi del lucchetto… ».

«Sono stanco».

«È il garbino: a volte stanca, altre volte fa diventare birichini».

Il bagnino aveva posato la ramazza.  «Di’, ma te non vai a casa?»

«Resto un altro po’, che mi è tornata in mente una roba di quand’ero piccolo».

Orazio s’era provato a immaginare Moretti bambino, senza riuscirci; nel mentre l’altro s’era schiarito la voce.

«C’era ‘sto Nanni, andavamo a scuola insieme… beh, lui c’aveva una coppia di gazze».

«Gli uccelli?».

«Sì, il padre le aveva trovate nel nido e se l’era portate a casa. Io e Nanni stavamo sempre a guardare che le imboccava», aveva sorriso Moretti, come se le vedesse davanti a sé.

«Quelle crescono e il babbo di Nanni le addomestica; avevano imparato dei giochi che noi bambini diventavamo matti. Le gazze sono più intelligenti dei cani, lo sapevi?».

Malgrado non vedesse l’ora di farsi una doccia per scappare in via Mazzini, il bagnino aveva preso una seggiola.

«Poi le gazze fecero delle uova e nacque un piccolo. Ero così felice… credevo che Nanni l’avrebbe dato a me, capisci?».

«E invece?».

«Suo babbo s’era messo d’accordo col farmacista: appena svezzato glielo pagava e se lo prendeva lui. Allora io ho fatto una brutta cosa», il vecchio aveva sospirato, quasi che quella cosa ce l’avesse ancora incastrata in gola.

«Sono andato nella cantina dove tenevano le gazze e ho preso su la femmina. Me la sono portata via.».

«Os-cia!».

«L’ho nascosta nel capanno del ciabattino, che tanto era morto il mese prima. Poi sono andato a prenderle da mangiare e quando sono tornato ho visto il gatto.».

Merda, aveva pensato Orazio.

«È saltato fuori dalla finestra del capanno, un gatto cieco da un occhio. Per terra c’erano delle penne», Moretti si era soffiato il naso, prima di continuare. «Mi venne la febbre, e quando tornai a scuola Nanni disse che il piccolo era morto. Qualche tempo dopo anche il maschio smise di mangiare.».

«Brutta storia», disse il bagnino.

«Già, da quel giorno ci penso sempre quando sto per fare una pataccata».

Orazio era rimasto zitto finché il vecchio non s’era voltato a fissarlo.

«Ohi, c’è qualcosa che vuoi dirmi?».

«Io a te? No, è solo per le voci che giravano oggi. Sai, le chiacchiere somigliano al garbino: sono fastidiose».

«Voci eh? E che dicevano?».

«Ma niente, lo sai com’è la gente che spettegola… vede sempre e solo il peggio.».

«Cioè?».

«Tipo che appena uno si mette a giocare con un bocia quelli pensano subito che è per via della sua bella mamma… ».

Orazio s’era alzato, a disagio. «Lascia che parlino, a me non danno fastidio».

Di nuovo erano rimasti in silenzio, poi il bagnino aveva fatto su la sua roba in fretta, impaziente.

Dieci meno cinque. Nessuno in giro, giocava l’Italia e le mamme erano tutte al passeggio.

Via Cavour, via Giolitti, Viale Verdi… l’avevano visto infilare le traverse che si intersecavano come fili di un’immensa ragnatela, mentre l’interregionale passava sferragliando.

Di fronte al cancello socchiuso Orazio aveva sorriso. I gradini erano sette – lo si era visto farli con tre falcate ansiose. Di sicuro doveva essere passato un bel po’ dall’ultima volta che lui…

Campanello. Dindòn.

I suoi passi. La voglia di vederla che aumentava.

La maniglia s’era abbassata lasciandola apparire.

«Orazio!».

«Ciao Ma’!», il bagnino aveva abbracciato la donnina tutta storta, odorosa di violetta e ragù.

«Come mai ‘sta improvvisata?».

«Non c’avevo niente da fare», lo si era sentito rispondere. Poi la porta si era richiusa, lasciando le voci fuori. Finalmente mute. 

C’è burrasca, e a guardarlo dal terrazzo sembra che il mare arrivi fin sui tetti delle cabine.

Moretti si è seduto pensando all’immondizia che troveranno domani a riva, chiedendosi se anche le bugie a fin di bene finiscono per tornare indietro. Poi ha sospirato, abbandonandosi contro lo schienale, e il gatto gli è saltato sulle ginocchia, guardandolo col suo unico occhio come per rassicurarlo.


Luca Alessandrini è nato a Rimini e grazie al concorso letterario indetto dalla casa editrice “Il Cerchio” è stato pubblicato per due anni consecutivi all’interno di due antologie di racconti. Nel 2020 ha vinto il concorso “Bref Cubia”, mentre nel 2021 si è classificato terzo. Poi ha pubblicato con le riviste Blam, Il paradiso degli orchi, Tremila battute, Split, Voce del Verbo, Sguardindiretti, Narrandom, Risme, Carie, Quaerere, Crack, l’Irrequieto e Formicaleone.


Assedio

A seguito della nostra call Rumori in sottofondo abbiamo ricevuto 54 racconti. Letti, selezionati, editati prima dalla classe di Apnea ’21/’22 poi dalla nostra redazione narrativa, ne sono infine stati scelti 14 per la pubblicazione sulla nostra rivista, prima con le note di editing in chiaro e poi in versione definitiva. Questo è il primo, lo ha scritto Dario Landi e ha richiesto pochissimi interventi di micro-editing a cura dell’allieva editor Francesca Montagnaro.


La storia: Emilio, depresso e auto-recluso per l’abbandono da parte dell’amata, ha ordinato una spesa a domicilio che non arriva. Mentre attende di parlare con un operatore del call-center del supermercato e cerca di scrivere un racconto, scopre in casa sua effetti di azioni che non ricorda di aver compiuto. Al contempo sollevato che qualcuno – il suo inconscio o un fantasma – si stia prendendo cura di lui e, convinto di star impazzendo, decide di suicidarsi.


Assedio

di Dario Landi

What remains lay siege to my mind.
(Material, Thomas Heise)

«GNS, buongiorno. Uno dei nostri operatori le risponderà il prima poss—».

Dall’altra parte della casa si accende un rumore. La lavatrice. Emilio non si ricorda di averla programmata.

«Potrà collegarsi al nostro sito http://www.gns.eu con il codice che le abbiamo fornito».

Guarda il telefono. Nove minuti che è in linea. La lavatrice fa un giro, un altro. Emilio sente un clangore metallico. Una moneta nel cestello. Eppure è sicuro di aver controllato tutte le tasche.

«Good morning, GNS. An operator will take your call as soon as possible».

Emilio attraversa il salotto buio fino alla cucina. Apre il frigorifero e la luce gialla invade la stanza. Ficca la testa dentro. Mezzo yogurt, una carota floscia, una scatoletta di tonno. L’olio è colato giù per i ripiani fino al cassetto, vuoto, delle verdure. Odore di cipolla marcita. Cipolle, però, non ce ne sono. Immagina sia un ricordo. Lei ne era ghiotta.

«La chiamata sarà registrata».

Gli bruciano le orecchie. Tutto il giorno che ha le cuffie. La notte precedente si è addormentato con quelle addosso e una musica che non ricorda.

«Dovrà inserire il codice della spedizione e fornire i suoi recapiti, per cui consigliamo di tenere pronti—».

Se il corriere con la spesa non arriva entro domani mattina, non gli resta niente da mangiare. Richiude il frigo, la casa ridiventa buia. Neanche il gatto c’è più. Se l’è portato via lei, o se n’è andato. Pensa di aprire una finestra e chiamarlo, ma desiste. La lavatrice fa un altro giro, e sente ancora la moneta rimbalzare nel cestello. Emilio si inginocchia di fronte al vetro dello sportello.

«La invitiamo a rimanere in linea. Please, hang on».

Eccola là, da un euro. Prova a seguirne le ellissi col dito, ma poi la moneta si perde nel groviglio di tessuti fradici. Torna al computer.

La pagina lo fissa inquietante, col suo unico rigo macchiato di scrittura.

“Anna sente un ronzio lontano, come un’ape in un prato d’estate”.

Da quando se n’è andata non è più riuscito a scrivere mezza parola.

Scrive “Resta”. La guarda. Cancella. Scrive “Va”. Cancella. Si lascia scivolare sulla sedia, premendosi le mani sugli occhi. Le cuffie continuano a vomitargli nelle orecchie la voce registrata.

«Resti in linea per non perdere la priorità acquisita».

Si alza di nuovo. In bagno sale sulla bilancia. Settanta. Ha perso un altro chilo. Forse non dovrebbe preoccuparsi della spesa che non arriva.

«Please hang on, in order not to lose your priority».

Si siede di nuovo alla scrivania. Dopo il punto c’è una parola.

“Resta”.

E no, ricorda di averla cancellata. Eppure quella è lì. Prova ad aggiungere qualcosa dopo. “Ferma”.

No, cancella.

“Immobile”.

No.

«GNS, buongiorno. La preghiamo di rimanere in linea per non—». 

“Immota”.

Cancella di nuovo. Ha mal di testa. Guarda l’orologio al muro. Le cinque e dodici minuti. A quell’ora lei si sarebbe fatta un tè, e un odore troppo dolce, vaniglia e agrumi, si sarebbe sparso per la casa. Avrebbe sentito il cucchiaino tintinnare contro il bordo della tazza e, nei giorni peggiori, avrebbero litigato per le gocce di tè sul piano della cucina. Ma il più delle volte avrebbe preso della carta e avrebbe asciugato senza dir niente.

«An operator will take your call as soon—».

Un rumore nell’altra stanza. Emilio si alza, si affaccia sulla porta. Forse è rientrato il gatto. No, le finestre sono chiuse, la porta anche. Gli sembra venisse dalla cucina. Accende la luce. La lavatrice continua a ruminare. Sul piano di legno accanto al frigo c’è qualcosa. Una, due, tre. Chiazze d’acqua fra il bollitore, spento, e la piantina di salvia, morta. No, attraverso di esse non si vede il colore chiaro del ripiano. Sono gocce di tè. Cerca di ricordare l’ultima volta che ne ha bevuto. C’era ancora lei. Gliene aveva offerto un sorso. Forse qualche goccia era caduta. Strappa un frammento di carta e le asciuga. Ora sono solo impressioni umide fra pori di cellulosa. Butta il fazzoletto nell’organico, tanto non c’è più lei a sgridarlo perché sbaglia la differenziata.

Legge la lista della spesa appesa al frigo.

“Tonno, insalata, yogurt, aceto, purè liofilizzato, crackers, limoni, surgelati”.

«GNS, buongiorno. La preghiamo di tenere pronto il numero della spedizione, in modo da velocizzare—».

Nel racconto c’è di nuovo una parola in più.

“Immobile”.

Adesso è sicuro di non averla scritta lui. Quante sono le probabilità che il gatto abbia camminato sulla tastiera componendo non solo una parola di senso compiuto, ma proprio quella che va bene in quel punto? Ora l’inizio della seconda fase recita “Resta immobile”.

«L’operatore le risponderà dall’Italia. Rimanga in linea per non perdere—».

“Resta immobile ad ascoltarlo”.

Si rende conto di aver scritto due parole. Scrivere e dimenticare. Un metodo funzionale. Non può disprezzare quello che crea, se non lo ricorda. Tiene le dita sospese sopra la tastiera. Sente la polvere pizzicargli i polpastrelli. Abbassa l’anulare sulla “N”, il mignolo “O”. Sta per spingere di nuovo sulla “N”. “Non”. Un altro rumore.

Si alza. A terra, davanti al frigorifero, c’è una penna. La raccoglie. Una bic blu, masticata sul fondo. Gliela aveva vista, pochi giorni prima che se ne andasse, incastrata sull’orecchio, seminascosta fra i capelli biondi.

Era seduta al tavolo di cucina e indossava un pullover rosso. Un filo scucito pencolava dalla manica sinistra sul polso magro. Si era tolta la penna dell’orecchio − i capelli erano ricaduti con grazia al loro posto − l’aveva mordicchiata un po’ e poi l’aveva avvicinata al foglio. Emilio era entrato nella stanza. Lei aveva finto di andare in bagno.

Ora quella penna è in terra davanti al frigorifero.

«GNS, ricordiamo che i nostri uffici sono aperti dalle otto e trenta alle tredici».

Si tira in piedi e vede che su ogni parola della lista della spesa è stata tirata una linea. È rimasta solo una parola non cancellata, in fondo alla lista, in uno stralcio di spazio.

“Miele”.

L’ultima volta che ne ha mangiato era dal suo ombelico. Dolce, ma quando gli era sceso alla base della lingua aveva sentito una punta acida. Per un attimo aveva pensato che avessero sbagliato a scegliere il castagno, ma poi si era reso conto che ci si era mischiata una goccia di sudore.

«Ai sensi di legge, la avvertiamo che la telefonata sarà registrata».

Il rollio della lavatrice lo nasconde mentre si masturba seduto sul water chiuso.

Si lava le mani e si guarda nello specchio. Si rimette le cuffie.

«Please hang on. An operator will take your call as soon as—».

Quando apre la porta vede un’ombra dall’altra parte della sala. La attraversa di corsa. Non c’è nessuno. Meglio così. Che imbarazzo se lo avessero sentito biasciare il suo nome nel momento del culmine.

Qualcuno ha cambiato le lenzuola. L’armadio è aperto e lo specchio fissato sull’anta gli mostra le occhiaie color cenere e il petto cadente. Si avvicina al letto. C’era solo un viticcio di lenzuola unte di sudore e intrise dello stesso odore denso che ora gli esce dai pantaloni. Si inginocchia e annusa. Quell’odore non c’è più. Ora sente solo un’ombra vaga del sole che ha asciugato quei panni.

Si risiede al computer.

«Resti in attesa, un operatore le risponderà il prima possibile».

“Non capisce”.

Ha scritto un’altra parola.

«Per non perdere la priorità acquisita».

Scrive una “S”. Sono tante le parole con la “S” che gli piacciono. “Silenzio”, “Struggente”, “Sempiterno”.

Altro giro per la casa. Nella lista della spesa c’è una voce in più.

“Cibo gatto”.

Non può averla scritto lui. È entrato qualcuno − i rumori che ha sentito prima − ma perché qualcuno…

«This conversation will be recorded in compliance with—».

… dovrebbe intrufolarsi in casa tua per ricordarti di comprare le crocchette per il gatto?

«In order not to lose your priority».

Sedici minuti e trentotto secondi. Fuori c’era ancora uno scampolo di luce quando ha composto il numero, ora vede solo l’oscurità consueta.

 «Lei è il numero undici. Rimanga in attesa per non perd—».

Perché aggiornare la lista di una spesa già fatta?

Un riflesso nel vetro alle sue spalle. Si volta di scatto, non c’è nessuno. Per un attimo immagina che lei sia tornata. Forse deve prendere qualcosa che ha dimenticato, anche se nell’ultimo messaggio giurava di aver portato via tutto.

«Lei è il numero dieci. You are number ten in queue. Rimanga in linea».

Sta impazzendo. Sta impazzendo, e il poco o niente che resta di lei gli consuma il cervello.

Di nuovo al computer. Dopo la “S” c’è una “E”. “Se”.  E poi altro.

“Se dal mondo o da dentro di lei”.

Cerca su Internet “parte del cervello dedicata alla memoria”. Trova “ippocampo”. Memorie esplicite, trasformazione della memoria da breve a lungo termine, navigazione spaziale. Ecco cosa si sta polverizzando nel suo cranio. Ippocampo. Si sfarina ed esce da naso, orecchie, bocca. Sente sapore di fiori morti sotto la lingua. Morire. Non è una cattiva idea. Morire dimenticando. Ancora meglio.

«Lei è il numero nove, rimanga in linea per non perdere la priorità acquisita. La preghiamo di tenere a portata di mano il codice identificativo della spedizione».

Nove persone. Nove che lo separano dal fare ciò che ha appena deciso. In bagno svita il tappo del dentifricio e lo lancia verso il soffitto. Il tappo scivola sopra la trave e cade dall’altra parte. C’è spazio.

«Lei è il numero otto, resti in linea per—».

Frugando nella polvere del ripostiglio trova i cavi elettrici per la macchina. Si siede sul divano e li annoda. Rientra in bagno e solleva la testa verso la trave, ma il suo sguardo incontra qualcosa.

«GNS, buongiorno. Grazie per aver scelto i nostri servizi. Lei è il numero sette, rimanga in linea per non—».

Lo sportello della lavatrice è aperto, c’è odore di sapone e i panni − mutande, calzini, magliette − sono stesi sopra la vasca. Il suo cervello monco è lento a reagire. Lancia i cavi oltre la trave e il cappio ricade dall’altra parte con uno schiocco secco, oscillando contro la geometria verde della parete. Tasta un paio di jeans, un calzino. Bagnati. Nel cestello c’è ancora il foglietto acchiappa-colore accartocciato. Si guarda attorno. Un riflesso si muove. Finestra, specchio, vetro della lavatrice. Gli occhi, seguendolo, finiscono sul vano della porta.

È sicuro di averla chiusa, ma è aperta.

«Lei è il numero sei».

Emilio attraversa il salotto, incerto. Fuori si è alzato il vento. Sibila, o forse è il pianto di un gatto. La luce alla scrivania è accesa.

«Lei è il numero cinque. You are number five».

I numeri hanno cominciato a scorrere. Persone con problemi semplici. Parmigiano invece del grana, smacchiatore della marca sbagliata, fragole muffite. Lui no, lui ha un estraneo in casa.

La pagina non ha più spazi bianchi. Il racconto adesso prosegue in un formicaio di lettere fino a fine pagina.

“Si sorprende che il cielo sia ancora al suo posto”.

Non ricorda da quanto non terminava un racconto.

Lo intitola “Anna”, come lei.

«Lei è il numero quattro».

Salva e torna in bagno. Vede il nero nelle fessure delle piastrelle, le incrostazioni nella doccia, i preservativi inutilizzati, sente i cattivi odori. Morte e peli nel bidet, ma che importa. Ora che ha pure finito un racconto può andarsene tranquillo. Posiziona lo sgabello sotto la trave. Si toglie la felpa e la butta a terra. Testa che i cavi reggano. Si toglie scarpe e calzini. Lo sgabello di metallo è freddo ai piedi.

«You are number three, please keep at hand your purchase’s ID».

Un grattare sulla porta. Scende dallo sgabello, la spalanca. Un gatto rossiccio, occhi verdi, la zampa destra sollevata. Miagola. Si fissano, il gatto inclina la testa. Richiude la porta, sale sullo sgabello. Il gatto però piagnucola e spinge sulla porta. Emilio chiude gli occhi.

«GNS, buongiorno. Lei è il numero due».

Il legno geme sotto i piccoli colpi della zampa e il pianto si fa disperato. La gomma dei cavi gli tira sul collo. Un crepitio. Apre gli occhi. Dalla porta socchiusa spunta la zampetta. Sta per scendere e richiuderla, ma l’animale la spalanca con una spinta. Attraverso porta, salotto, porta, vede lo specchio dell’armadio. C’è riflessa lei. Solo un’immagine, nella stanza non c’è nessuno. Un’ombra senza corpo. Indossa solo un paio di mutandine azzurre con un fiocchetto bianco e si torce, cercando di guardarsi una spalla. Emilio si volta. Le mutandine azzurre col fiocco bianco dondolano fra i panni stesi ad asciugare. Guarda lo specchio. L’immagine di lei è sparita.

Un fantasma. Un fantasma ha scritto la sua lista della spesa, un fantasma ha steso i suoi panni, un fantasma ha scritto il suo racconto.

Emilio saggia con le dita dei piedi il bordo dello sgabello. Occhi chiusi, respiro profondo, stringe i pugni.

Aspetta il numero uno per poter essere uno zero.

«GNS, buongiorno. Lei è il numero uno. Resti in linea per—».

Silenzio.

«Buonasera, sono Anna. Come posso aiutarla?»


Dario Landi nasce nel dicembre 1981 a Borgo San Lorenzo, Firenze.  Ha una laurea in scienze della formazione, un master in scrittura dei prodotti audiovisivi, ha lavorato per sette anni nel reparto fritti di un fast food e per altri tre come portiere notturno, esperienza della quale ha approfittato per scrivere, nelle lunghe veglie, un paio di romanzi. Uno di questi, Il Sosia, sarà prossimamente pubblicato con Scatole Parlanti.