A seguito della nostra call per Apnea scuola di lettura e editing abbiamo ricevuto circa 60 romanzi. La redazione narrativa e Francesca de Lena li hanno letti e hanno scelto quello su cui lavorare per lโediting gratuito. Dopodichรฉ hanno selezionato altri 5 romanzi, i cui primi capitoli pubblichiamo ora sulla nostra rivista, prima con le note di editing in chiaro e poi in versione definitiva
Questo รจ il secondo e lo ha scritto Francesco Cozzolino. L’autore ha presentato un romanzo maturo, molto lavorato dal punto di vista della parola. Lo scopo generale dellโediting per questo primo capitolo รจ stato quello di alleggerire alcuni passaggi e dosare, bilanciare lโutilizzo di termini arcaici o dialettali in modo che fossero al servizio della voce autoriale e non la soffocassero o la appesantissero.
La storia: la Cittร Vecchia รจ minacciata da una tempesta: Barbabuc si preannuncia disastrosa. La bananiera Sabrina dai Caraibi fa rotta verso il Vecchio Mondo. Sul ponte cโรจ il Capitano, che guida gli uomini con pugno di ferro; nella stiva, invece, un carico misterioso, che ogni notte tormenta lโequipaggio con bisbigli e sussurri: sono uomini la cui isola dโorigine รจ sprofondata nellโOceano. Quando il disastro sembra inevitabile, la tempesta inspiegabilmente vira. La cittร รจ salva, tuttavia Barbabuc si lancia in mare aperto e costringe la Sabrina a deviare la propria rotta e a puntare proprio verso la Cittร Vecchia, il primo porto sicuro. Unโaltra sfida, ben piรน difficile, si presenta per la comunitร della cittร : accogliere i superstiti.
Bullezzumme, 1ยฐ capitolo (originale con note di editing in chiaro)
di Francesco Cozzolino
Quando sโha a che fare col mare poco รจ certo e nulla รจ scontato. La Compagnia Unica Lavoratori Merci Varie era schierata sulla banchina. Un sole amariglio bruciava in fondo alle onde. Lโorizzonte era sgombro, ma tutti sapevano che presto o tardi qualcosa sarebbe apparitoapparso.
A molte leghe di distanza, infatti, in un altrove ancora da chiarire, la chiglia della Sabrina era giร in acqua. Avantitutta, le diciottomila tonnellate della bananiera solcavano i flutti con esasperante lentezza.
Azzimato e baffuto, il Capitano ciondolava sul ponte, indeciso se continuare col gin o inaugurare quella fumata che lโaveva blanditosolleticato per tutta la mattina.
Molto piรน sotto, lโequipaggio stava in ozio, appancacciato su sedili di fortuna nella panciatrippa dโacciaio della nave. Intorno, un mare noievolenoioso si stirava per nessuno sa quante leghe.
La calmeriacalma che lo circondava non era di suo gradimento, era un uomo di manovre, il Capitano. Sโaccese la paglia e sbuffรฒ un fumo bianchissimo. Nessun vento lo raccolse e le volute rimasero a cincischiargli intorno al viso.
Tanto razionale quanto fumino, ogni volta che abbandonava la logica, il Capitano ci vedeva giusto. E risolveva grattacapi ed enigmi. Tranne quello del suo passato: laggiรน cโera un guazzabuglio che nessuna libecciata avrebbe sbrogliato.
Isole perdute, notti senza tempo, forse una donna amata. Ad ogni buon conto, da quandโera Capitano mai e poi mai un naufragio.
Diradata la nebbia, si specchiรฒ nella volta ialina. Era un cielo truffatore di cui non ci si poteva fidare. Il Capitano lo sapeva bene, ne aveva veduti di cieli cosรฌ. Li aveva attraversati tutti per trovarci sempre lo stesso umore maccaioso e foriero di tempesta.
Poco prima aveva usato la bussola, la rotta era precisa e la Sabrina la rincorreva seguiva mansueta. Non cโera molto altro da fare, oziare vigili e ascoltare i pesci alati.
Avevano scapolato la punta dellโIsabela, passato il Canal e si erano lasciati alle spalle la Baia Limรณn. Per non insanire uscire di senno, la calmeria andava sfruttata. Sapendolo bene, il Capitano chiamรฒ il Secondo, un pastracchione di quasi due metri, e tramarono la faccenda architettarono il furto.
Il Secondo scese abbasso, una volta in cambusa sโappiattรฌ al muro e infilรฒ la mano nel sacco del caffรจ. Una staffilata di mestolo lo fece ritrarre.
โร per il Capitano.โ
Il Cuoco lo guardรฒ dal basso allโalto con lโarma puntata Lโometto intinse il ramaiolo nei chicchi e rovesciรฒ nella mano del Secondo una mestolata di pura arabica. Poi sibilรฒ: โNon ti voglio piรน rivedere fino a cena.โ
Il Secondo stronfiรฒ e acciuffรฒ il macinino.
Una volta sul ponte, principiรฒ a girare lโarnese. Quando lโeffluvio giunse alle froge narici del Capitano, il suo corpo ebbe un sussulto amoroso. Rammemorรฒ il tango, i tramonti della pampa e il madore appiccicoso di Cuba. Tornรฒ con la mente ai carillon, ai mosconi e agli organetti, alla colorata galera di Valparaรญso.
Il caffรจ era godevole piacevole come un giorno di sbarco. Seduti a prua, i piedi sul cabestano, il Capitano e il suo Secondo sorbirono la bibita nella calma di vento, sotto una volta trapunta di nuvoli.
Fu allora che, in fondo al loro sguardo, sul filo sottile tra cielo e onde, apparve una Fatamorgana.
Ellissi e sferoidi danzavano allโorizzonte, erano donne lucenti e mostri marini. Erano dรจi schernitori a caporiverso sulle acque.
Il Secondo si sentรฌ atterrito e fece per indietreggiare. Il miraggio non turbรฒ invece gli occhi del Capitano che ben conoscevano le stelle e le praterie azzurre.
Il suo petto non temeva lusinghe e per un visibilio di notti sโera giร cullato in compagnia di simili chimere. Soltanto, gli strinse il cuore e glielo riempรฌ dโun amorgrande.
Lโoceano va ascoltato col cuore incline alla metafora. Per il Capitano il mare era tutto, forse perchรฉ era lโunico luogo grande abbastanza da contenere i suoi ingombranti ricordi, o probabilmente perchรฉ era il suo unico talento.
Ci sono innumerabili maniere per raccontare una storia di mare, ma una faccenda non deve mai mancare: le bugie.
Aveva barato col destino, sโera fatto infinocchiare dal mare che gli aveva preso lโanima. Forse per tutti i marinai va cosรฌ, pensava. Nondimeno lui era contento. In mare poteva fare ciรฒ che in terra non gli era riuscito: far giustizia. Essere retto e forse, di tanto in tanto, persino felice.
Successe in quel momento: un colpo di dritta e il caffรจ spagliรฒ traboccรฒ dalla tazza. Il Capitano sentรฌ alzarsi un vento di traverso.
Si drizzarono entrambi per controllare: il mare pareva immoto, un visibilio di nuvoli di cotone pascolava davanti a loro. Unโaltra ventata colpรฌ il Secondo che sโaggrappรฒ a un tientibene, poi piรน nulla.
Secondo i calcoli del Capitano, quella sera si sarebbero lasciati a destra La Tortuga. Poi la notte sarebbe arrivata, e con lei lโOceano. Piรน niente si sarebbe visto per molte leghe. Decisero che lโincidente fosse uno scherzo del mare e sโassopirono.
Dieci metri sotto i loro piedi si raccontava unโaltra storia. Nel ventre acciaioso, a fianco dei quattro motori maleodoranti, cโerano loro: novantanove teste che ciondolavano. Stavano raggomitolati sugli strapuntini, le iridi di vetro scuro e le pance vuote.
A tremila leghe dalla bananiera, la situazione era di tuttโaltra pasta. Bartolomeo Malaccorto calรฒ per il vicolo con gli occhi puntati al mare. Il mare non cโera, ma tutti lo potevano intuire.
Ai piedi dei palazzi i tombini stornellavano e dallโalto di piazza Fontane Marose la sua testa chiomeggiava tra i passanti. Era giร tarda mattina, ma la Cittร Vecchia pareva impigliata in un infinito risveglio.
Affacciata alla finestra, una strega armata di battipanni scudisciava un guanciale. Due gelosie piรน sotto, tre ragazzini caricavano le cerbottane, un uomo dormigliava sul gradone della chies e una conventicola di donne sbuccinava cicalava sullโimminente tempesta.
Sbuccinare significa spettegolare. Si puรฒ spettegolare di una tempesta imminente? No, quindi abbiamo lavorato su un verbo che seppur “desueto” mantenesse un significato piรน centrato.
โSei ancora vivo.โ
Simona lo squadrรฒ a caporiverso, appesa coi piedi a un tiglio ramacciuto.
โHo trovato un nido di grifoni al Mandraccio.โ
โNon ci sono grifoni lรฌ.โ
โTi dico che sono grifoni.โ
Scese con un balzo e lo guardรฒ in tralice. Aveva gli occhi calamarati, chissร cosโaveva combinato quella malanotte.
Scarpe inzaccherate e camiciona macchiosa, ripetรฉ: โSei ancora vivo.โ
โSono ancora vivo.โ
โQuando muori?โ
โNon รจ chiaro, ma tโavviserรฒ.โ
Simona aveva sei dieci anni ed era la regina del quartiere, una regina astuta e brindellona.
Simona, per linguaggio ed esperienze raccontate dopo, non puรฒ avere sei anni. Abbiamo suggerito all’autore di darle un’etร diversa, coerente con modo in cui parla e ciรฒ di cui racconta.
Conosceva come pochi i luoghi piรน rabbrividevoli dalla Cittร Vecchia e se la spassava a dar nomi alle cose e metter paura a tutti.
Di tanto in tanto Bartolomeo si concedeva lunghe passeggiate con lei: partivano dalla Porta di SantโAndrea, inespugnata per mille anni, e sgambavano tra bassorilievi di guerrieri e santi specialisti in draghi. Passavano i castelli dโacqua e i bronzini, i ninfei diabolici tempestati di conchiglie, giravano tra i mascheroni delle fontane, ribattezzate da Simona le facce che buttano acqua, i trogoli e i barchili che tanto piacevano a Bartolomeo.
Era lungo quei vicoli, secondo la regina, che in certe precise notti, malombre e violinisti diabolici si riversavano annoiati a far baldoria.
Cโerano i galeotti della Torre Grimaldina, i frati del Convento Scomparso, a volte si vedeva anche lo spettro di vico dei librai.
โAttraversano i portoni chiusi, o scendono cavalcioni alle grondaie.โ
โDici?โ
โCerti piombano giรน dalle gargolle.โ
โE poi?โ
โFanno incantesimi, sono le luci dei vicoli che li attirano.โ
โE che fanno?โ
โCome, che fanno, testa di caffรจ, folleggiano.โ
โE tu che ne sai?โ
โIo sto con loro.โ
Bartolomeo era tutto fuorchรฉ sicuro di quelle storie, ma Simona era molto seria a riguardo.
โPoi ci sono le Pietre Parlanti.โ
โE dove sono?โ
โStanno un poโ ovunque.โ Urlรฒ mentre stava giร filando via.
La ragazzetta lo riforniva di leggende della Cittร Vecchia, gli parlava dei templi sotterranei e dei boschi sacri oltre la Porta dโOccidente, si dilungava sui campanili invisibili dei vicoli e le ostie rubate alla Santa Maria delle Vigne e usate per fatture e sortilegi.
Era un mondo spaventevole che poco si conciliava con le sue idee raziocinanti: Bartolomeo Malaccorto era scienziato.
Le sue innumerabili imprese erano documentate in un faldone aperto sul tavolo del tinello.
Orfano di padre e madre, viveva nel lascito di zia Esmeralda: una soffitta in piazza del Serriglio nella quale aveva ricavato studio e dimora.
Le origini delle sue fatiche stavano nellโinfanzia. A cinque anni inventรฒ una teleferica per trasportare i giochi dalla cameretta dellโorfanotrofio al giardino.
A sette costruรฌ una sveglia ad acqua e a dodici anni planรฒ dalla torre degli Embriaci fino al Mandraccio con due ali congegnate con le pagine della Gazzetta del Sestiere.
Il pamphlet era anche lโunico mezzo dโinformazione che dava eco alle sue peripezie.
Il suo disegno piรน ardimentoso, tuttavia, gli sโinstillรฒ nella zucca molti anni dopo, quando concepรฌ il suo proponimento: conoscere la morte. E per farlo, doveva prima morire.
Ci aveva provato innumerabili volte, se alcuni erano stati miserevoli fallimenti, in un paio dโoccasioni quasi gli riuscรฌ. Purchessia, quellโattivitร lo teneva impegnato giorno e notte.
Non aveva altre passioni, non amava le persone, era indifferente al denaro, alla carne e alle verdure. Adorava il pesce e, a parte il suo consueto Asinello, raramente beveva.
Diffidava delle cornacchie, dei motori a scoppio e delle donne, eccezion fatta per Tilde.
Non si puรฒ dire che fosse socievole, era spesso pensieroso, chiuso nella sua zucca a fantasticare. Parlava con poche anime, non gli piaceva passar troppo tempo con la gente, che poi quelli gli chiedevano di dire e volevano sapere, e lui poco sapeva e poco aveva da dire. O meglio, non che non sapesse, ma non sapeva come dirlo. Insomma, sโingarbugliava con le parole.
Non per questo si puรฒ dire che fosse arido. Gli piacevano lโelettricitร e lโacqua, sia quella salata sia quella dolce.
Ammirava i gabbiani e aveva un debole per le fontane, specialmente quelle piรน intricate, piรน zampilli avevano e piรน glโinteressava guardarle. Ben tollerava anche i gatti, che parevano avere la sua stessa visione del mondo.
Spesso, nellโaria serotina, sedeva sullโangusto terrazzo a fantasticare. Sotto di lui, una distesa di panni stesi ad asciugare come paesi lontani. Per i vicoli brulicavano gabbamondo, ciurmatori e cameriere con le sporte del mercato che dondolavano come barchi.
Accendeva le due lucerne a olio e sognava di conquistare i propri sogni. Le onde che arrivavano smorzate gli ricordavano quanto illusorio fosse il suo proponimento, nondimeno in fondo al cuore, chโera rimasto quello di un bambino dโorfanotrofio, serbava la fioca speranza di riuscire. A patto perรฒ di non cedere a distrazioni, di terra, di mare o dellโanima.
Bullezzumme, 1ยฐ capitolo (versione definitiva)
di Francesco Cozzolino
Quando sโha a che fare col mare poco รจ certo e nulla รจ scontato. La Compagnia Unica Lavoratori Merci Varie era schierata sulla banchina. Un sole amariglio bruciava in fondo alle onde. Lโorizzonte era sgombro, ma tutti sapevano che presto o tardi qualcosa sarebbe apparso.
A molte leghe di distanza, infatti, in un altrove ancora da chiarire, la chiglia della Sabrina era giร in acqua. Avantitutta, le diciottomila tonnellate della bananiera solcavano i flutti con esasperante lentezza.
Azzimato e baffuto, il Capitano ciondolava sul ponte, indeciso se continuare col gin o inaugurare quella fumata che lโaveva solleticato per tutta la mattina.
Molto piรน sotto, lโequipaggio stava in ozio, appancacciato su sedili di fortuna nella trippa dโacciaio della nave. Intorno, un mare noioso si stirava per nessuno sa quante leghe.
La calma che lo circondava non era di suo gradimento, era un uomo di manovre, il Capitano. Sโaccese la paglia e sbuffรฒ un fumo bianchissimo. Nessun vento lo raccolse e le volute rimasero a cincischiargli intorno al viso.
Poco prima aveva usato la bussola, la rotta era precisa e la Sabrina la seguiva mansueta. Non cโera molto altro da fare, oziare vigili e ascoltare i pesci alati.
Avevano scapolato la punta dellโIsabela, passato il Canal e si erano lasciati alle spalle la Baia Limรณn. Per non uscire di senno, la calmeria andava sfruttata. Sapendolo bene, il Capitano chiamรฒ il Secondo, un pastracchione di quasi due metri e architettarono il furto.
Il Secondo scese abbasso, una volta in cambusa sโappiattรฌ al muro e infilรฒ la mano nel sacco del caffรจ. Una staffilata di mestolo lo fece ritrarre.
โร per il Capitano.โ
Il Cuoco lo guardรฒ dal basso allโalto con lโarma puntata Lโometto intinse il ramaiolo nei chicchi e rovesciรฒ nella mano del Secondo una mestolata di pura arabica. Poi sibilรฒ: โNon ti voglio piรน rivedere fino a cena.โ
Il Secondo stronfiรฒ e acciuffรฒ il macinino.
Una volta sul ponte, principiรฒ a girare lโarnese. Quando lโeffluvio giunse alle narici del Capitano, il suo corpo ebbe un sussulto amoroso. Rammemorรฒ il tango, i tramonti della pampa e il madore appiccicoso di Cuba. Tornรฒ con la mente ai carillon, ai mosconi e agli organetti, alla colorata galera di Valparaรญso.
Il caffรจ era piacevole come un giorno di sbarco. Seduti a prua, i piedi sul cabestano, il Capitano e il suo Secondo sorbirono la bibita nella calma di vento, sotto una volta trapunta di nuvoli.
Fu allora che, in fondo al loro sguardo, sul filo sottile tra cielo e onde, apparve una Fatamorgana.
Ellissi e sferoidi danzavano allโorizzonte, erano donne lucenti e mostri marini. Erano dรจi schernitori a caporiverso sulle acque.
Il Secondo si sentรฌ atterrito e fece per indietreggiare. Il miraggio non turbรฒ invece gli occhi del Capitano che ben conoscevano le stelle e le praterie azzurre.
Il suo petto non temeva lusinghe e sโera giร cullato in compagnia di simili chimere.
Per il Capitano il mare era tutto, forse perchรฉ era lโunico luogo grande abbastanza da contenere i suoi ingombranti ricordi, o probabilmente perchรฉ era il suo unico talento.
In mare poteva fare ciรฒ che in terra non gli era riuscito: far giustizia. Essere retto e forse, di tanto in tanto, persino felice.
Successe in quel momento: un colpo di dritta e il caffรจ traboccรฒ dalla tazza. Il Capitano sentรฌ alzarsi un vento di traverso.
Si drizzarono entrambi per controllare: il mare pareva immoto, un visibilio di nuvoli di cotone pascolava davanti a loro. Unโaltra ventata colpรฌ il Secondo che sโaggrappรฒ a un tientibene, poi piรน nulla.
Secondo i calcoli del Capitano, quella sera si sarebbero lasciati a destra La Tortuga. Poi la notte sarebbe arrivata, e con lei lโOceano. Piรน niente si sarebbe visto per molte leghe. Decisero che lโincidente fosse uno scherzo del mare e sโassopirono.
Dieci metri sotto i loro piedi si raccontava unโaltra storia. Nel ventre acciaioso, a fianco dei quattro motori maleodoranti, cโerano loro: novantanove teste che ciondolavano. Stavano raggomitolati sugli strapuntini, le iridi di vetro scuro e le pance vuote.
A tremila leghe dalla bananiera, la situazione era di tuttโaltra pasta. Bartolomeo Malaccorto calรฒ per il vicolo con gli occhi puntati al mare.
Ai piedi dei palazzi i tombini stornellavano e dallโalto di piazza Fontane Marose la sua testa chiomeggiava tra i passanti. Era giร tarda mattina, ma la Cittร Vecchia pareva impigliata in un infinito risveglio.
Affacciata alla finestra, una strega armata di battipanni scudisciava un guanciale. Due gelosie piรน sotto, tre ragazzini caricavano le cerbottane, un uomo dormiva sul gradone della chiesa e una conventicola di donne cicalava sullโimminente tempesta.
โSei ancora vivo.โ
Simona lo squadrรฒ a caporiverso, appesa coi piedi a un tiglio ramacciuto.
Scese con un balzo e lo guardรฒ in tralice.
Scarpe inzaccherate e camiciona macchiosa, ripetรฉ: โSei ancora vivo.โ
โSono ancora vivo.โ
โQuando muori?โ
โNon รจ chiaro, ma tโavviserรฒ.โ
Simona aveva dieci anni ed era la regina del quartiere, una regina astuta e brindellona.
Conosceva come pochi i luoghi piรน rabbrividevoli dalla Cittร Vecchia e se la spassava a dar nomi alle cose e metter paura a tutti.
Di tanto in tanto Bartolomeo si concedeva lunghe passeggiate con lei: partivano dalla Porta di SantโAndrea, inespugnata per mille anni, e sgambavano tra bassorilievi di guerrieri e santi specialisti in draghi. Passavano i castelli dโacqua e i bronzini, i ninfei diabolici tempestati di conchiglie, giravano tra i mascheroni delle fontane, ribattezzate da Simona le facce che buttano acqua, i trogoli e i barchili che tanto piacevano a Bartolomeo.
Era lungo quei vicoli, secondo la regina, che in certe precise notti, malombre e violinisti diabolici si riversavano annoiati a far baldoria.
Cโerano i galeotti della Torre Grimaldina, i frati del Convento Scomparso, a volte si vedeva anche lo spettro di vico dei librai.
โAttraversano i portoni chiusi, o scendono cavalcioni alle grondaie.โ
โDici?โ
โCerti piombano giรน dalle gargolle.โ
โE poi?โ
โFanno incantesimi, sono le luci dei vicoli che li attirano.โ
โE che fanno?โ
โCome che fanno, testa di caffรจ? Folleggiano.โ
โE tu che ne sai?โ
โIo sto con loro.โ
Bartolomeo era tutto fuorchรฉ sicuro di quelle storie, ma Simona era molto seria a riguardo.
La ragazzetta lo riforniva di leggende della Cittร Vecchia, gli parlava dei templi sotterranei e dei boschi sacri oltre la Porta dโOccidente.
Era un mondo spaventevole che poco si conciliava con le sue idee raziocinanti: Bartolomeo Malaccorto era scienziato.
Orfano di padre e madre, viveva nel lascito di zia Esmeralda: una soffitta in piazza del Serriglio nella quale aveva ricavato studio e dimora.
Le origini delle sue fatiche stavano nellโinfanzia. A cinque anni inventรฒ una teleferica per trasportare i giochi dalla cameretta dellโorfanotrofio al giardino.
A sette costruรฌ una sveglia ad acqua e a dodici anni planรฒ dalla torre degli Embriaci fino al Mandraccio con due ali congegnate con le pagine della Gazzetta del Sestiere. Il suo disegno piรน ardimentoso, tuttavia, gli sโinstillรฒ nella zucca molti anni dopo, quando concepรฌ il suo proponimento: conoscere la morte. E per farlo, doveva prima morire.
Ci aveva provato innumerabili volte, se alcuni erano stati miserevoli fallimenti, in un paio dโoccasioni quasi gli riuscรฌ. Purchessia, quellโattivitร lo teneva impegnato giorno e notte.
Non aveva altre passioni, non amava le persone, era indifferente al denaro, alla carne e alle verdure. Adorava il pesce e, a parte il suo consueto Asinello, raramente beveva.
Diffidava delle cornacchie, dei motori a scoppio e delle donne, eccezion fatta per Tilde.
Non si puรฒ dire che fosse socievole, era spesso pensieroso, chiuso nella sua zucca a fantasticare. Parlava con poche anime, non gli piaceva passar troppo tempo con la gente, che poi quelli gli chiedevano di dire e volevano sapere, e lui poco sapeva e poco aveva da dire. O meglio, non che non sapesse, ma non sapeva come dirlo. Insomma, sโingarbugliava con le parole.
Non per questo si puรฒ dire che fosse arido. Gli piacevano lโelettricitร e lโacqua, sia quella salata sia quella dolce.
Ammirava i gabbiani e aveva un debole per le fontane, specialmente quelle piรน intricate, piรน zampilli avevano e piรน glโinteressava guardarle. Ben tollerava anche i gatti, che parevano avere la sua stessa visione del mondo.
Spesso, nellโaria serotina, sedeva sullโangusto terrazzo a fantasticare. Sotto di lui, una distesa di panni stesi ad asciugare come paesi lontani. Per i vicoli brulicavano gabbamondo, ciurmatori e cameriere con le sporte del mercato che dondolavano come barchi.
Accendeva le due lucerne a olio e sognava di conquistare i propri sogni. Le onde che arrivavano smorzate gli ricordavano quanto illusorio fosse il suo proponimento, nondimeno in fondo al cuore, chโera rimasto quello di un bambino dโorfanotrofio, serbava la fioca speranza di riuscire. A patto perรฒ di non cedere a distrazioni, di terra, di mare o dellโanima.
Francesco Cozzolino รจ originario di Genova ma vive a Torino. Ha pubblicato il romanzo Il Blues della Maddalena (Golem 2019) e una serie di racconti inseriti in varie antologie.