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Scrivere per adulti, scrivere per ragazzi: intervista a Veronica Galletta, Sarah Savioli, Barbara Fiorio.

di Beatrice Galluzzi

In un recente editoriale apparso nella newsletter di Ilda, Francesca de Lena rifletteva sul fatto che scrivere per ragazzi sia molto diverso rispetto a scrivere per adulti: i secondi, una volta finito un libro, lo posano, archiviandolo nella libreria, mentre i ragazzi, i bambini, tendono a leggerlo e rileggerlo più volte. Ci entrano, si accomodano, vivono in un’atmosfera che mano a mano diventa loro familiare. Ecco la grande responsabilità di scrivere per ragazzi: l’esigenza di creare una storia avvincente, un setting originale, personaggi per il quale fare il tifo. Un connubio che trionfa nei romanzi di avventura, quelli che molti di noi ricordano come formativi negli anni più cruciali. 

A questo proposito, la prima domanda è per Veronica Galletta, premio Campiello Opera prima 2020 con “Le isole di Norman” (ItaloSvevo, 2020), ora in libreria con “Nina sull’argine” (minimum fax, 2021).

Hai sempre dichiarato che il romanzo di avventura è stato fondamentale per il tuo bagaglio da scrittrice (bagaglio inteso come necessaire degli strumenti da utilizzare, ma anche raccoglitore di idee, di appunti, e valigia pronta per partire su due piedi). Puoi dirci che cosa porti sempre con te?

Porto sempre con me lo stupore, l’eccitazione, quel tipo di sentimento che sta nello stomaco in alto, e ti fa dire: oddio ora che succede? E allora inevitabilmente torno ai romanzi che ho letto da bambina. L’isola del Tesoro: io sono Jim che scopre il male. I viaggi di Gulliver: la paura che provavo davanti a questi mondi diversi, quando il protagonista si sveglia legato dai lillipuziani. O le Fiabe italiane, specie quelle siciliane, con quella malinconia da grand guignol che emanano (tutte te le sei mangiate…). Ma anche certi libri da adulti che ho letto troppo presto, e che mi hanno lasciato un’angoscia profonda. Moby Dick, la sofferenza di Achab, il mal di mare. E Don Chisciotte, per il quale ho provato una pena profonda: perché nessuno lo aiuta?, mi chiedevo leggendo: perché nessuno gli dice che i mulini a vento non esistono? Non ne ha amici? Del resto, se, come dice Michele Mari, è l’infanzia il momento in cui ci si struttura anche per la scrittura, dentro questi libri c’è tutto il mio mondo, che ritrovo in quello che scrivo, anche senza volerlo. Che poi è la cosa meravigliosa della scrittura, almeno per me. Che ti supera, travalica le tue intenzioni, ciò che pensi di fare. Ecco, quel travalicamento per me è dovuto a quello che ho letto da bambina.

So che sei molto incuriosita dalla letteratura per l’infanzia e continui a leggerla tutt’ora, anche se scrivi per adulti. Per te, da scrittrice, ha senso questa distinzione? 

Scrivo per adulti, è vero, anche se studio e provo anche cose diverse, che magari prima o poi troveranno una forma compiuta. Ho un figlio che ora ha 10 anni, che è il mio test per le storie che invento. Non ha mai voluto che io gli leggessi libri, ma sempre che gli inventassi storie. Io gli sono stata dietro, anche perché a leggere a voce alta mi stanco moltissimo, perdo concentrazione. E allora sono nate le storie a puntate, e i tormentoni. Con alcuni di questi ho costruito storie per iscritto, partendo da due dati: le sue paure (la paura della morte, per dirne una) e i suoi desideri (la libertà, vivere da solo). Se e quando troveranno uno sbocco editoriale, vorrei che fossero scritti per tutti, che possano essere letti a qualunque età. C’è una purezza speciale in certa scrittura per bambini, anche contemporanea, che non può essere trascurata dal mondo adulto. Anzi. Andrebbe insegnata agli adulti. La questione comunque per me resta sempre linguistica. Mi piace la letteratura che non rinunci mai alla lingua, che sia per adulti o per ragazzi. E riuscire a trovare una lingua alta e al contempo efficace, dritta ma poetica, è la cosa più complessa.

Sarah, tu sei appena uscita con un libro per ragazzi, “Tutto cambia” (Feltrinelli Kids, 2021), che parla di una bambina a cui il mondo cambia sotto agli occhi e che trova soluzioni per adattarsi, incuriosita e nient’affatto spaventata dai mutamenti. Prima di questo libro hai pubblicato due romanzi gialli, “Gli insospettabili” (Feltrinelli, 2020) e “Il testimone chiave” (Feltrinelli, 2021). Che cosa è cambiato, in te, spingendoti a rivolgerti a un pubblico di ragazzi?  

A dire la verità, credo di non essere cambiata e, in seguito al cambiamento, aver scritto questa storia per bambini, ma di aver scritto questa storia ed essere cambiata di conseguenza.

L’avventura di Martina è nata come risposta al disperato bisogno di comunicare con mio figlio e ho utilizzato la forma scritta perché è l’unica con la quale riesco a esprimere davvero quello che provo.

Eravamo nella fase dura del lockdown, lui mi chiedeva  spiegazioni in continuazione, ma io riuscivo solo a rotolare fra incertezze e paure.

Alla fine ho fatto quello che avevo già fatto per salvarmi la vita in altre occasioni: parlare molto meno, lasciare che invece emergesse tutto quello che doveva farlo grazie alla scrittura e che lo facesse con tutta la dirompenza necessaria. Così, una notte,  in pigiama e vestaglia e con il suono delle sirene fuori che tagliava il silenzio irreale urbano di quel periodo, ho lasciato che le dita andassero sulla tastiera senza concedermi scampo, rinunciando a tutti i limiti e le difese che mi ero messa addosso e che comunque non servivano a nulla.

Alla mattina, c’era la storia di Martina: si era alzata e i suoi capelli rossi e ricci erano divenuti neri e lisci, scopriva che il mondo cambia in continuazione, cambiamo in continuazione anche noi e che l’unica strada è andare avanti con quello che si ha e che si costruisce passo dopo passo. Le grandi spiegazioni alle volte semplicemente non ci sono, anche se le vorremmo non ci sono particolari e rassicuranti logiche e giustizie. L’unica opportunità che abbiamo è continuare a vivere cercando di essere la versione migliore delle persone che siamo. Martina, così come sanno fare i bambini, era andata dritta alla sostanza e, al di là delle mie banali scuse da adulta fragile che credeva di cercare spiegazioni per suo figlio, quella sostanza la sbatteva dritta in faccia a me.

Dopo la mia notte di scrittura, quando mio figlio si è svegliato, mi è venuto in braccio e gli ho letto la storia mentre mangiava un biscotto. Finita la lettura, ci siamo sorrisi, ci siamo abbracciati e divisi il biscotto. E da allora, per lui e soprattutto per me, tutto cambia e, al di là del fatto che questo ci piaccia o no e sia facile  da accettare o meno, è normale che sia così.

Tutto cambia, anch’io da quel momento in poi sono cambiata.

E, alla fine, con la storia di Martina più che rivolgermi a un pubblico  di bambini, mi sono rivolta alla parte bambina di me, a quella di ognuno di noi.

Dal punto di vista tecnico, della scrittura, che cosa vuol dire scrivere per bambini quando si è abituati a scrivere per adulti? Cambia l’atteggiamento mentale? Come si passa da a uno stile all’altro? E, nel tuo caso, sono nate prima le illustrazioni o la storia?

Penso che scrivere per i bambini sia un’opera di sincerità, estremo coraggio e la presa di coscienza che quella che, con la spocchia tipica di noi adulti, pensavamo semplicità è invece la cruda e scuoiata sostanza reale delle cose.  Se si vuole davvero comunicare con l’infanzia bisogna scordarsi ogni corazza messa su negli anni, ogni impalcatura a sostegno delle proprie certezze più o meno patetiche e polverizzare qualsiasi piedistallo sul quale ci siamo convinti di stare.

Si deve avere la tempra di sedersi nudi per terra a fare il gioco della forma delle nuvole che passano, a guardare le formiche e a vivere il presente senza rifugiarci nel passato o nel futuro, cosa che da grandi facciamo quando sentiamo di non avere la forza per affrontare ciò che ci sta di fronte. Tutto questo è massacrante perché anche emotivamente devi esporti senza pelle in campo aperto e, a livello tecnico di scrittura, non puoi utilizzare trucchetti, trovare scuse, impastare le pagine di fuochi d’artificio e virtuosismi gratificanti.

Devi fare i conti con il fatto che, se vuoi comunicare davvero e aprire un dialogo con i lettori, esattamente come capita anche con i lettori adulti, la questione è che loro sono molto più importanti di te, delle tue esigenze, del tuo ego e di ogni autoreferenzialità, ma che se quei lettori sono bambini, dovrai andare oltre senza avere nulla per ripararti.

Anche per questo, per la densità del viaggio autoriale vissuta nello scrivere per bambini, quando ho visto per la prima volta le illustrazioni ho pianto per ore per la gioia e la commozione di vedere resa con tanta vivida dolcezza tutta la storia di “Tutto cambia”.

Non so se capiti sempre in questa sequenza temporale, ma in questo caso la storia è nata nella sua interezza in un momento preciso e solo successivamente è stata assegnata a qualcuno che la illustrasse. Ed è impossibile essere più fortunati di quanto lo sia stata io nell’incontro con Kalina Muhova, un’illustratrice straordinaria che ha dato vera vita e una forma meravigliosa alla fantasia che avevo racchiuso in parole.

Barbara, oltre che di romanzi, tra cui “Qualcosa di vero” (Feltrinelli, 2015) e “Vittoria” (Feltrinelli, 2018), sei autrice del saggio ironico “C’era una svolta” (Morellini, 2019), in cui hai analizzato le fiabe classiche. Ma se “Le fiabe sono spietate, come la vita e come i bambini”, perché alcune, negli anni, sono state censurate? 

Credo che la natura stessa delle fiabe sia quella di essere cambiate di racconto in racconto, di epoca in epoca, di contesto in contesto. Sono la prima forma di narrativa e venivano raccontate ovunque. Nascono per svelare il mondo ai più piccoli, per raccontare che ci sono il bene e il male, la giustizia e l’ingiustizia, e che, alla fine, vincono i buoni. Nascono per insegnare qualcosa che può cambiare ogni volta.

Nei secoli sono state tramandate oralmente finché qualcuno non si è preso la briga di raccoglierle in opere meravigliose di cui dobbiamo essere grati. Grazie a Basile, a Perrault, ai Grimm, a Calvino. Però non va dimenticato che per ogni fiaba classica, di quelle che appunto vengono dalla tradizione popolare, esistono centinaia di versioni. Per dirne una: pare che la matrigna di Biancaneve in realtà fosse la madre, e non è nel nostro secolo che l’hanno trasformata in matrigna per rendere più accettabile il tentativo di far fuori una settenne.

Andersen, invece, le inventava, ma anche lui non è stato risparmiato dalle modifiche (nei film animati, per esempio, la Sirenetta resta viva e il principe di cui è innamorata sposa lei. Se lo sapesse Andersen secondo me non la prenderebbe benissimo).

A parte la necessità comprensibile di cambiare una storia se cambia il linguaggio con cui è raccontata – un conto è la nonna o il papà che te la leggono nel lettone la sera, un conto è vederla proiettata su uno schermo gigante e vedere sorellastre che si tagliano pezzi di piede o sirenette che muoiono al tramonto mentre il loro principe sposa un’altra, ne converrete, può essere un po’ forte – credo che più passa il tempo più i bambini vengano protetti, secondo me in modo eccessivo (ma non sono madre, non posso capire, lo dico già io così nessuno deve scomodarsi). 

In questi decenni tutto sembra iper-controllato, edulcorato, censurato, politicamente ricorretto. Come se i bambini non fossero in grado di capire la differenza tra realtà e finzione. Noi, da bambini, la capivamo. E nessuno ci edulcorava nulla. Facevamo scorta di anticorpi su tutti i livelli, mentre ora si vive nel terrore di traumatizzarli, ‘sti giovanissimi. E sì, certo che li si traumatizza, se non li si abitua fin da piccoli a cadere dalla bicicletta senza farne una tragedia, a mangiare un biscotto anche se è caduto per terra o a sapere che le colombe bianche amiche di Cenerentola strappano gli occhi alle sorellastre o che Biancaneve uccide la matrigna al ricevimento di nozze costringendola a ballare con delle scarpe arroventate.

Il tuo nuovo romanzo, “La banda degli Dei” (Rizzoli, 2021), parla di un gruppo di adolescenti che, quando si ritrovano nel loro Olimpo, diventano Atena, Marte, Dioniso, Artemide, Apollo, Venere e Mercurio. È un libro classificato nella letteratura per ragazzi ma adatto anche agli adulti. Ti chiederei di esplorare il limite tra queste due forme di letteratura, e se un limite non sempre c’è.

Io, quel limite, ho sempre faticato a vederlo. Credo che riguardi più le regole editoriali che i lettori. Quando ero ragazza io c’erano i libri di avventura, quelli ambientati in mondi fantastici, quelli che riguardavano ragazzine o ragazzini che affrontavano e risolvevano problemi e si ritrovavano a crescere, a diventare grandi. Forse era implicito che fossero libri per ragazzi, non me lo ricordo, io so che nessuno mi diceva cosa fosse più adatto o meno adatto a me, e questo mi ha dato una grande libertà nel leggere tutto ciò che mi capitava davanti e mi sembrava interessante. E non è che tutti i protagonisti dei romanzi che leggevo – e ne leggevo davvero tanti – fossero necessariamente miei coetanei. Di certo non lo erano Sandokan, la Perla di Labuan, il Corsaro Nero, tanto per citare Salgari.

Forse sono le tematiche, a creare dei distinguo. Ci sono tematiche che possono affascinare o riguardare lettori più giovani e altre che invece non li coinvolgono più di tanto. Poi penso al Diario di Anne Frank e, be’, lo consideriamo narrativa per ragazzi perché è scritto da una ragazzina? Forse sì, eh. E siamo ormai troppo grandi per goderci Alice nel paese delle meraviglie, La storia infinita o La principessa sposa? Magari sì, di nuovo. O magari solo alcuni di noi sono ormai troppo “grandi” per godersi quelle storie. Io, per fortuna, no.

Fingerei se ti dicessi che vedo il limite: non sono capace di riconoscerlo. Quando ho scritto La banda degli Dei non sapevo di scrivere un libro per ragazzi. Io stavo scrivendo una storia che mi piaceva da matti, una storia corale con sette ragazzini protagonisti e i loro genitori intorno, una storia che riguardava i loro problemi – di ragazzini e genitori – e il loro modo di affrontarli e risolverli. Mi sono divertita a fargli raccontare i miti classici, immaginando il loro punto di vista, mi sono emozionata quando soffrivano, quando non capivano, quando reagivano.
Poi mi hanno detto che poteva essere un romanzo per ragazzi. Che per me significa un romanzo per un pubblico schietto, diretto, che non te la manda a dire e che non ha indulgenza: se una storia non gli piace la molla, si annoia, sbadiglia, e serve a ben poco essersi rotta la testa sulla scrittura e sulla scelta delle parole se poi i personaggi e la trama non acciuffano quei lettori esigenti e non li convincono che il tempo passato con loro è meglio di quello davanti a un videogioco o a Tik Tok o a fare qualsiasi altra cosa divertente facciano oggi i ragazzi. 

Quindi, e concludo, sono felice di non vederlo proprio, quel limite.

Moda e fantascienza: l’immaginario di Rick Owens

di Claudia Vanti

Alla vista dell’immagine iniziale della sfilata p/e 2022 di Rick Owens al Palais di Tokyo di Parigi (il 28 settembre scorso) chi scrive ha momentaneamente pensato che si trattasse di un fotogramma sottratto a scene inedite dell’ultimo Dune diretto da Denis Villeneuve.

Esagerazione? Autosuggestione dettata dall’enorme quantità di reazioni e commenti al film appena uscito?

L’ambientazione – l’indirizzo preferito di Rick Owens per la maggior parte delle sue sfilate –  ha scalinate e colonne imponenti, e statue di gusto modernista che fanno pensare a un palazzo imperiale o a delle vestigia di qualche civiltà sull’orlo della distruzione, o comunque a un luogo pronto a ospitare riunioni intergalattiche dall’esito incerto. O a fare da sfondo all’arrivo della casa Atreides su Arrakis/Dune, come gli edifici brutalisti e i soffitti altissimi che nel film dichiarano a gran voce la grandezza (del regime) e l’arroganza della nobiltà dominante. “Grandeur”, per dirla eufemisticamente.

La regia della sfilata pensata per la diffusione via diretta streaming ha avuto, in più, il pregio di trasformare un pallido sole parigino di inizio autunno in un riflesso desolato e accecante degno di temperature ben più alte, e con le quali gli occhiali-visiera a specchio indossati da molte modelle sembravano addirittura necessari: la fortuna aiuta i fiduciosi e l’allestimento all’aperto infatti non ha risentito delle perturbazioni atmosferiche presenti sul resto d’Europa. 

La sensazione di assistere alla ripresa di un panorama assolato e poco ospitale ci rimandava all’immaginario di Dune, impressione rafforzata alla prima uscita, con Michèle Lamy, collaboratrice e compagna di vita di Rick Owens come modella d’eccezione.

Lamy indossava un abito in pelle nera costruito con tagli diagonali e indossato “sotto sopra” – senza tenere conto della posizione di maniche e scollo – a determinare sporgenze paragonabili a quelle dei rottami delle opere dell’artista John Chamberlain, e un lungo drappo di rete svolazzante come mantello; e poi gli stivali, anzi, dei gambali altissimi in pelle nera con una zeppa molto alta sul davanti e tacchi in plexiglass: un’immagine da musa, per la quale l’avanzare degli anni non fa che esaltare una mappatura di rughe e tatuaggi che disegnano il volto di un idolo primitivo neo pagano o post-atomico – il che forse è la stessa cosa – in ogni caso potente, o meglio, degno di un’alta carica sacerdotale di un oscuro culto religioso.

Qualcuno sta pensando “Bene Gesserit” (l’ordine sacerdotale dell’universo di Frank Herbert)? O eventualmente a una Sayyadina – sempre all’interno dello stesso universo -, una sacerdotessa incaricata di perpetuare i riti tribali e religiosi dei Fremen.

Il resto della sfilata di Rick Owens si è letteralmente dipanato lungo il filo di mohair di abiti ragnatela, con oblò posizionati in modo da indossare i capi variandone la forma, fra abiti-scultura dalla silhouette allungata e imponente, micro giacche, cappotti vestaglia dalle spalle enormi e giacconi in pelle, ispirati, per questa stagione, dal concept Modulor di Le Corbusier.

L’immaginario di Rick Owens si nutre da sempre di suggestioni spesso definite – senza troppa fantasia – apocalittiche, e da qui discendono delle figure con look energici e protettivi, eroi ed eroine loro malgrado in un mondo spesso ostile.

Ma per capire meglio questo immaginario è necessario spendere qualche parola anche su Michèle Lamy, personaggio chiave di avanguardie e sottoculture fra la Francia e gli Stati Uniti da diversi decenni. Originaria della regione del Giura, ha un passato da avvocato difensore e allieva del filosofo Gilles Deleuze, esperienze nel Maggio ‘68 e poi Los Angeles, prima come spogliarellista poi come animatrice e proprietaria di club nei quali la controcultura californiana si mischiava con le sue fascinazioni per le culture tribali, il Nordafrica berbero e la moda dei creatori giapponesi degli anni ‘80.

E proprio a Los Angeles l’incontro con Rick Owens ha dato vita alla collaborazione umana e artistica che è alla base della visione estetica del marchio: da questo sodalizio è scaturita una moda che interagisce con tutti i linguaggi artistici contemporanei – musica, design, fotografia e scultura – certamente influenzata dalla scuola giapponese di stilisti come Kawakubo, Miyake e Yamamoto, soprattutto nello sviluppo delle forme che si aprono in volumi inediti, ma che nel contrasto tra elementi arcaici e contemporanei trova una suggestiva atemporalità e anche uno sganciamento da un luogo preciso.

I riferimenti stratificati ad atmosfere tanto sacrali quanto post-industriali, a nomadismo tribale e medioevo claustrale e l’attrazione per le sottoculture, per la fluidità di genere, per l’oscurità e il decadente ma anche per l’energia sprigionata dai corpi si traducono in abiti che Sarah Mower di Vogue.com definisce “adatti a vestire guardiani della soglia”, con una non casuale citazione di Ursula Le Guin.

Gli abiti presentati erano indossate da modelle che camminavano in una nuvola di ghiaccio secco attorno alla fontana-piscina appositamente svuotata del Palais de Tokyo, in uno show che era il seguito di quello di febbraio 2021 (autunno-inverno 2021-22) ambientato davanti a casa dei due designer, su una spiaggia di un umidissimo, nebbiosissimo e piovoso Lido di Venezia. Come su Caladan, il pianeta d’origine degli Atreides, quasi interamente coperto d’acqua e battuto da forti venti e precipitazioni.

Casualità, zeitgeist, capacità di annusare l’aria e riadattare le proprie ossessioni estetiche, ma anche un prepotente ritorno nell’immaginario di massa della fantascienza epica e del fantasy dopo due decenni circa di predominanza di vampiri e zombies sul versante fantastico del mondo dell’intrattenimento.

I fili che collegano l’immaginario visivo di massa al mondo della moda sono ingarbugliati ma costanti, e si diramano in direzioni imprevedibili collegando costumi e naturale tendenza della moda di alta gamma a riprendere forme, stili, dettagli da un bagaglio storico che è anche il naturale bacino di riferimento per i costumisti impegnati a rielaborare le stesse forme per i set.

I costumisti però dedicano ben più di uno sguardo alla moda e ai suoi creatori, perché anche l’entertainment ha bisogno di un uno sguardo che sia sintesi dello spirito del tempo come solo la moda può dare.

E come le tute dei Fremen, già dai tempi di David Lynch ispirate e ispiratrici da e di giacche, corsetti e giubbotti in pelle ad alto tasso di protezione contro le avversità reali o metaforiche di vari tipi di mondi.

Contemporaneamente all’uscita nei cinema di Dune è stata diffusa sulla piattaforma Apple TV+ Foundation, serie ambiziosa e ispirata all’omonimo ciclo di romanzi di Isaac Asimov, con una scelta di calendario probabilmente non casuale a rimarcare il rinnovato interesse verso plot epici e costruzioni di mondi alieni o alternativi a quello reale.

Il progetto di Apple TV+ è mastodontico per una piattaforma di streaming, pensato per una diffusione a un grande pubblico o per aumentare il prestigio della piattaforma stessa.

La sfida è di portata ampia, visto che adattare l’universo di Asimov, pensato come un susseguirsi di eventi che caratterizzano centinaia se non migliaia di anni, non è assolutamente un compito facile: una narrazione pensata per un pubblico vasto, per di più con episodi a rilascio settimanale, ha bisogno di personaggi di riferimento e continuativi a cui affezionarsi, attorno alle quali costruire dialoghi e interazioni per possibili trame collaterali… tutto ciò che, insomma, manca alla scrittura del ciclo letterario ma che Apple ha pensato di aggirare con l’enorme potenza visiva di scenografie e fondi in CGI degni di mega produzioni cinematografiche.

Lo studio dei costumi, e in generale dei look dei protagonisti, non ha più niente a vedere con l’ingenua rappresentazione di un mondo futuribile che negli anni ‘60, un’epoca di ottimismo e spinta verso il progresso, veniva associato a forme semplicissime, unisex e aderenti: le stesse forme sposate con entusiasmo da creatori come André Courrèges o Rudy Gerneich (visionario stilista americano ideatore, da pioniere sull’uso dei tessuti stretch qual era, delle divise della base spaziale lunare di Space 1999).

Che la moda rifletta, o nei casi migliori catalizzi, gli umori del tempo, facendone emergere aspetti apparentemente marginali ma pronti ad esplodere è ormai cosa acquisita, e il percorso che ci separa dagli ottimistici anni ‘60 a oggi ci ha indirizzato verso una rimeditazione del passato e delle sue forme di bellezza esteriore nelle quali la sovrabbondanza di costruzioni sartoriali e decorazioni trova nuovo risalto in una mescolanza con altri stili, e si adatta ai volti e ai corpi attuali, con tutte le loro peculiarità e mescolanze. 

Esattamente 12 anni fa andava in scena Plato’s Atlantis, l’ultimo show concepito dal fondatore del marchio, con una diretta streaming che pur funestata da crash di server per numero eccessivo di accessi ha segnato un’epoca e mostrato una visione nostalgico-futurista di un mondo alieno e lontano nel tempo.  

Oggi la stessa aspirazione sartoriale la troviamo nell’ultimo direttore artistico di Givenchy, Matthew Williams, un designer che sta portando lo streetwear dei suoi esordi verso un elegante minimalismo sartoriale fatto di giacche aderenti con vita a bustino, spalle importanti e dettagli corazza.

Protezione, è questa la chiave. 

Del resto l’epoca che stiamo attraversando mostra un certo bisogno di protezione, in molti sensi, e ambienti dissestati, aridi, sconvolti dalle inondazioni o soffocati da un’atmosfera irrespirabile.

Se la giovane matematica Gaal Dornick sul suo pianeta d’origine – il retrogrado mondo d’acqua Synnax, indossa i leggeri tessuti impermeabili tipici del pret-à-porter giapponese d’avanguardia  e un broccato empowering sul pianeta sede del potere Imperiale, Salvor, la guardiana di Terminus, pianeta arido  e inospitale ai confini della galassia, si affida anch’essa ai giubbotti imbottiti, impunturati e rinforzati da applicazioni protettive nello stile dei capi in pelle che Rick Owens ha reso famosi all’inizio degli anni 2000: la fantascienza di oggi si è necessariamente rivestita, abbandonando l’innocenza e la fiducia che negli anni ‘60 vedeva gli uomini immaginati nello spazio coperti dì solo jersey aderente. 

A questo ritorno della fantascienza epica si affianca già da qualche anno un rinnovato interesse per il fantasy più classico: Game of Thrones, l’ultimo intrattenimento globale e condiviso da milioni di persone che oltre a seguirlo ne hanno analizzato ogni più remota sfumatura per otto anni, ha riacceso un filone e pur posizionandosi visivamente in un contesto che si potrebbe definire Medievale con influenze dall’Impero Romano d’Oriente, ha contribuito a ridefinire un immaginario di decorazioni e costumi lontano dai canoni favolistici fino ad allora messi in pratica a favore di una manifattura raffinata – a volte addirittura impercettibile – che ha molto in comune con la sapienza artigianale dell’alta moda contemporanea.

I titoli in uscita nel filone fantasy sono diversi è già molto attesi, e se i costumi variamente colorati di The wheel of Time di Amazon Prime lasciano supporre una realizzazione che possa catturare anche il pubblico teen, il primo trailer di The House of the Dragons, spin off di GoT prodotto sempre da HBO, ci lascia intravedere lo stile Imperiale di casa Targaryen con tessuti e soprattutto gioielli degni delle collezioni Art et Métier di Chanel dedicate alla manifattura artigianale dei propri fornitori.

Qualche anno fa si è fantasticato sulla possibilità  di tradurre in serie tv un ciclo fantasy articolato e complesso come quello che Marion Zimmer Bradley ha descritto nella saga di Darkover, si è parlato di un’opzione proprio di HBO e poi di un interessamento di Amazon Prime, ma attualmente sembra un’ipotesi remota, sicuramente a causa della complessità di un ciclo che si è articolato in circa 40 romanzi e della maggiore sicurezza economica che possono fornire spin-off o plot già collaudati come The Lord of the Rings, programmata per il  2022.

Chi conosce il ciclo o ne ha letto almeno qualche romanzo sa che la genesi di questo mondo alternativo sul pianeta Cotman IV – comunemente ribattezzato Darkover – scaturisce dalla più classica delle missioni spaziali di esplorazione, ma si evolve poi, per l’incontro con una civiltà autoctona, in un fantasy che mischia i consueti rimandi medievali alla tecnologia della fantascienza più classica.

Se mai verrà realizzato si tratterà di un altro scenario con rimandi ibridi anche a livello visivo e che sono sintetizzati da una visione post naturalista, di reminiscenza tanto primordiale quanto aliena, portatrice di un’estetica radicale come quella di Rick Owens citata all’inizio e che fa da filo conduttore di questa strana epoca sospesa fra il bisogno di protezione e la voglia di sconfinare in territori sconosciuti e lontanissimi. 

Perché non voglio fare l’editor

di Modestina Cedola

Tra il 2020 e il 2021 ho seguito un corso base e un corso avanzato per editor, ho imparato molto e mi sono goduta il percorso ma finisco con un’unica ferma convinzione: io non voglio fare l’editor.

Per me leggere è sempre stata la possibilità di scoprire il mondo. Nascere e vivere in un piccolo paesino di una provincia pugliese ti regala moltissime esperienze meravigliose ma non di certo la capacità di guardare in maniera ampia alle cose. Se ho scoperto la complessità del mondo pur senza riuscire a decifrarlo e se ho capito la varietà umana imparando a non applicare il metro del giudizio del paese, lo devo ai libri.

Nasco in una famiglia di non lettori. Durante la mia infanzia in casa mia c’erano tre libri: uno di favole, con una copertina rossa, a cui i miei fratelli avevano strappato delle pagine, una vecchia edizione di Heidi scarabocchiata sempre dai miei fratelli e Un amore senza fine di Scott Spencer comprato, ma mai letto, da mia madre. Se da un lato non avere altri lettori in casa non mi ha dato punti di riferimento nel percorso di lettura, dall’altro mi ha permesso di poter essere completamente libera nelle mie scelte. Non esistendo libri che non fossero i miei, in casa non esistevano nemmeno libri proibiti. La mia educazione letteraria è stata il frutto disordinato del mio istinto: potevo scegliere di leggere un libro incuriosita dalla trama, attratta dalla copertina, su consiglio di conoscenti o visto in un qualsiasi programma tv.

Questo mio libero andare a volte mi ha portato a leggere dei libri in un tempo sbagliato: ricordo che ero appena adolescente quando comprai un libro di Proust esposto su una bancarella, senza capirci un accidenti e sviluppando il terrore dei classici. A scuola mai nessun professore mi ha assegnato dei libri aggiuntivi da leggere, o ha messo in atto strategie che incentivassero noi studenti alla lettura, tanto che solo in età adulta ho capito che c’era una relazione tra le lezioni di italiano e i romanzi che leggevo invece di studiare. Il modo in cui i libri si sono intrecciati alla mia vita mi ha portato a instaurare con loro un rapporto intimo ed estremamente privato. Nemmeno tra i miei amici la lettura aveva un posto di rilievo, per cui l’abitudine a parlare di libri è una cosa che ho sviluppato in tarda età e in tempi recenti grazie alla mia bolla social, e che in alcuni momenti mi mette ancora in difficoltà.

Non sto raccontando tutto questo perché penso che sia speciale ma per far capire il mio senso di inadeguatezza di fronte alla letteratura. Quando mi capita di parlare con altri lettori e lettrici resto affascinata dalla robustezza dei loro punti di vista, dal modo che hanno di collegare i libri tra loro, dalle citazioni che riescono a infilare con naturalezza nei loro discorsi, dalla capacità di setacciare struttura e linguaggio. È una fame, la mia, che non accenna a smorzarsi ma che aumenta col tempo.

La mia curiosità diventa particolarmente ghiotta quando si parla di libri. In questi anni ho cercato di imparare il più possibile: ho seguito corsi, letto articoli e recensioni, assistito a presentazioni e convegni. Ho un quaderno verde in cui segno disordinatamente gli appunti illuminanti in cui mi imbatto.

Sul mio quaderno verde il programma di APNEA lampeggiava già da un po’. Trovare un corso di formazione per lettori è una rarità ed era esattamente quello che faceva per me. Un’intera classe raccolta intorno a un manoscritto inedito. L’abbiamo letto, sottolineato, scomposto, amato, demolito e poi ricostruito. Per ogni cosa fatta ci veniva chiesto il perché (non è scontato, non è sempre facile da spiegare). Il confronto con gli altri era la mia parte preferita: riesce sempre a stupirmi quante cose diverse vedono le persone nella stessa lettura.

Apnea era riuscita a regalarmi una strana frenesia che ho deciso di assecondare proseguendo con la masterclass. Qui il percorso cambia decisamente rotta. Ci sei solo tu, lo scrittore e il suo testo. I ruoli sono più definiti. Di fronte hai una persona con un sogno e una forte passione che decide di mettersi in gioco e di affidarti una piccola parte di quel sogno. Qualcuno obietterà che essendoci due tutor è un po’ come giocare a salve, ma vi assicuro che la responsabilità io l’ho sentita tutta. Devi creare un rapporto con l’autore e tenerne le redini, programmare il lavoro da fare, stabilire modi e tempi, immergerti nel testo e tirarne fuori la migliore versione possibile. Ma qual è questa versione migliore possibile? Quella che desidera lo scrittore? Quella che l’editor intravede in potenza? Nessuna delle due, né una buona combinazione di entrambe, potrebbero essere delle risposte plausibili. Francesca vi risponderebbe che “il testo è la bibbia”. È dal testo che bisogna lasciarsi guidare, è pensando al testo che bisogna ragionare. Non è semplice, e ritrovarsi di fronte a un testo sporco è un momento destabilizzante, abituati -come lettori- ad avere confidenza con dei libri lavorati.

Fare editing è leggere e rileggere, smontare e rimontare, farsi molte domande, farle all’autore, metterlo di fronte alle incongruenze delle sue scelte. Non è solo conoscere bene la lingua italiana, gli elementi caratterizzanti di un testo e i grandi maestri. Non ci sono delle regole standard, è una sensibilità che si affina leggendo tanto, soprattutto leggendo i libri brutti. È riuscire a spezzettare il testo in parti minuscole senza perdere di vista l’intero. È cercare un proprio metodo di lavoro andando anche per tentativi. È non sostituirsi all’autore, ma cercare di guidarlo nella realizzazione della sua opera. È essere creativi e pratici allo stesso tempo. È avere uno sguardo alto sulle cose, una visione di un qualcosa in continuo divenire.

È questo sguardo, che mi ha affascinato durante il corso e che ho visto in Francesca, negli ospiti e in alcuni dei miei compagni, che ho capito di non avere. Attraverso i libri mi sono sempre lasciata guidare dallo sguardo altrui. Mi piace fare domande, capire il lavoro che c’è dietro ai libri e in generale ai lavori creativi. La mia è una curiosità volta alla scoperta, non alla creazione. Io, che devo avere il controllo su tutto, riesco ad affidarmi soltanto quando leggo. Nell’editing è l’editor a dettare la via e lo scrittore ad affidarsi.

Mi sono sentita grata per aver contribuito al processo creativo di un’altra persona, ma è una responsabilità che non sento di poter fare mia. È un sentire che, seppur difficile da razionalizzare, è arrivato all’improvviso durante il percorso con il mio autore, in maniera chiara ed equivocabile. Nonostante il mio impegno e gli sforzi per portare a termine il lavoro nel migliore dei modi, questa consapevolezza è diventata via via sempre più chiara. Non ho l’attitudine a creare mondi, ma ho quella che mi porta a esplorarli. Sono una lettrice. 

Scrivo per avvicinare i vivi, i morti e chi non è ancora nato

di Riccardo Capoferro

Non so dire con chiarezza perché scrivo. A un dato momento della mia vita – forse tardivo – voci, visi, chiaroscuri, scorci di luoghi immaginari hanno iniziato a mulinarmi in testa: un ronzio di mosche che si è via via ingrossato, fino a diventare, nel corso degli anni, un sonoro battito d’ali. Potrei provare a spiegare razionalmente, con uno sforzo di astrazione, i processi da cui tutto è scaturito, ma preferisco raccontare quel che ho vissuto. Dunque lo racconto. Quel turbinio di cose inesistenti, che spesso mi distraeva da cose più serie, si è rivelato presto bisognoso di cure, di un’attenzione vigile. Mi sono ritrovato, così, a inseguire l’aria, a prenderla tra le mani e modellarla. 

Non è un’arte che si impara dal niente: ha richiesto pazienza, e lunghe conversazioni con dei fantasmi. Ma è stata prodiga di piaceri: il piacere di sentire il linguaggio che si sveglia; di vedere pallide ombre del pensiero che allignano nel mondo sensibile e diventano visioni, emozioni, azioni; di coltivare piccoli viluppi di esseri e cose, e di aiutarli a prender corpo: un microcosmo che potrebbe essere il mio stesso cosmo. Scrivo, infatti, non solo per esplorare il mio linguaggio. Scrivo per pensare. Ma non con la logica, bensì con le storie: per annodare i capi della mia esperienza e sondare le mie sensazioni; per trarne la calce, il legno, i vetri, ma anche il calore, la luce e il sangue di ciò che immagino. 

Non posso negare, certo, che a muovermi sia stato anche il sogno – probabilmente empio – di infondere vita, di far sì che pur essendo una mia emanazione la storia che scrivo sia libera da me, che si avventuri in luoghi che non ho mai visto – una fattoria su una pianura lontana, il vagone di un treno locale, una biblioteca dall’altra parte della città –, che si incammini nello spazio e nel tempo. Non posso negare di aver sperimentato, attraverso la scrittura, non solo l’immersione nella mia coscienza e in ciò che la attraversa, ma anche il desiderio di offrire al mondo una cosa viva. 

È forte, in effetti, la tentazione di definire la mia dedizione alla scrittura e gli slanci di cui si nutre non attraverso la figura dell’aedo, del bardo, del cantastorie, o del censore dei costumi, ma attraverso quella del creatore di vita artificiale, il cui sogno non è forgiare un automa, ma, appunto, una creatura vivente, dotata di anima e di intelligenza, in grado di dire e mostrare cose che lui stesso non aveva compreso. Scrivo, quindi, affinché le mie parole dicano qualcosa che a me sfugge. 

A sua volta, però, la metafora della creatura potrebbe risultare fuorviante. Non scrivo, infatti, per descrivere una forma o un viso umano – un viso che potrebbe, ahimé, essere il mio – ma per tendermi oltre i limiti di ciò che sento, per far sì che l’organismo che sto plasmando riesca, chissà come, a trascendere il mio disegno. 

Scrivo per scoprire quel che sento e per sfuggire alla sua morsa. Ho sempre avvertito, del resto, un’ansia di fuga, vaga ma difficile da mitigare. Da bambino e poi da ragazzino disegnavo deserti, galeoni e razzi ai lati dei miei quaderni, e, poco più tardi, abbozzavo versi oscuri, che lasciavano intravedere altre realtà. 

Scrivo, dunque, anche per fuggire, per trovarmi in luoghi e tempi diversi dal mio; non solo per cavare dalla mia esperienza qualcosa di visibile e tangibile, ma anche per non cedere sotto il suo peso. Per accendere i miei sensi, proiettandoli verso ciò che non vedo, e levitare davanti alla mia scrivania: per disancorarmi, con la mia penna, il mio quaderno e la mia tastiera, da un suolo carico di polvere e cenere (la polvere, certo, si accumula, specialmente mentre sto scrivendo, e negli anni ho imparato a spazzare – e a fantasticare di aspirapolvere prodigiosi). 

Credo, quindi, che la mia scrittura trovi un impulso anche nella sua capacità di trasformarsi, che si nutra del mutare dell’esperienza e sia essa stessa esperienza di mutamento. La scrittura è movimento; è un cammino lento e deciso che assomiglia a un’ascensione in un mattino brumoso, o a una corsa su prati scoscesi, nel sole; o alla scelta meditata del tratto di roccia su cui avanzare, dal sasso su cui poggiare gli scarponi. È, almeno per me, una fuga dalla fissità, il tentativo di spaccare il corpo fossile che mi rinchiude, i meccanismi che mi costringono; è un balzo nel futuro o nel passato, in un universo simile a questo, che si lascia contemplare nel suo fulgore o nel suo orrore.

Se fuggo, però, non è per restar solo, ma per sentire tutti vicini: i vivi, i morti e i vivi e i morti del mondo a venire. So che non è vera vicinanza, che intorno ho solo simulacri, costruiti allacciando parole e scegliendo sinonimi; o sguardi immaginari, gli sguardi di qualcuno che non ho mai visto: scrivo, infatti, anche per creare una comunione con qualcun altro: perché il magma della sua esperienza possa adagiarsi nelle forme che ho costruito: o perché quelle stesse forme si adagino nella sua mente e si lascino avvolgere dai suoi pensieri, come un relitto che si copre di alghe. 

Scrivo, dunque, per avvicinare i vivi, i morti e chi non è ancora nato; per annodare non solo i capi della mia esperienza, ma anche i fili sparsi della realtà; per ricavare intrecci dal tempo che passa. 

A volte, però, mi assale il sospetto che le mie ore al telaio siano, a loro volta, perdita e spreco: che erodano il tempo della vita, e che cercando di dar forma a ciò che è perduto mi stia perdendo a mia volta; che nell’evocare creature inesistenti stia togliendo il tempo ai vivi che mi circondano, senza i quali non saprei cosa scrivere, né avrei voglia di farlo. 


Riccardo Capoferro (1975), insegna Letteratura inglese alla “Sapienza” di Roma. È autore di saggi sulle origini del romanzo moderno, sulla narrativa di Joseph Conrad, sulla cultura italiana del Novecento – in particolare su Calvino, Celati, Primo Levi e Hugo Pratt – e sui legami tra letteratura e fumetto. Il suo romanzo d’esordio, Oceanides, ha ottenuto la Menzione Speciale della Giuria alla XXXIII edizione del Premio Italo Calvino

I peggiori lettori al mondo (nl 04.09.21)

Anche a voi le immancabili polemiche social-culturali dell’estate vi scivolano addosso come l’acqua del mare in cui vi tuffate mentre gli altri si azzuffano? Quest’anno la mia estate non ha fatto eccezione se non per un piccolissimo dettaglio di cui farò qui pubblico manifesto: se mai un giorno dovesse esistere la classifica dei migliori lettori al mondo, vi prego, lasciatemi tra i peggiori.

Questa è la newsletter di ILDA, I Libri Degli Altri: bentornati dalle vacanze!

Succede una gran confusione attorno a una vignetta dell’illustratore Andrea Bozzo, la confusione diventa indignazione, l’indignazione scandalo al grido di VERGOGNA! 

Decido di dire la mia, mettendo in conto che non si può essere d’accordo con tutti; ma tant’è, non mi pare neanche un desiderio auspicabile: perché mai dovremmo andare tutti d’accordo? Nei dibattiti scaturiti dalle condivisioni al mio post m’imbatto in una specie di insulto di categoria che non mi era mai stato rivolto prima: “Stimati Amici Delle Lettere”. Felicissima per essere stata appoggiata lì, mi accorgo che non si tratta di una semplice offesa di quelle con cui ci si appella retoricamente a un mestiere (mangiare come un camionista). No: l’idea da cui è scaturita è che chi legge, chi legge tanto, chi legge per mestiere, dovrebbe essere una persona migliore. E se non lo è, allora i libri letti non sono serviti a nulla.

Arriva nei commenti una battuta a rincarare il concetto: “[…] su alcune persone, leggere tanto fa lo stesso effetto della permanente col ciclo: non prende”. La battuta fa ridere (a dimostrazione che si può far ridere di tutto, se si trova la forma giusta). E mi permette di ampliare il mio manifesto pubblico, aggiungendo luci lampeggianti e segnali acustici: NON SI LEGGE PER ESSERE/DIVENTARE MIGLIORI! (Migliori di chi? Migliori per chi?).

Leggete per studiare, per passare il tempo, per pensare, per vivere altre vite, per affrancarvi dalla vostra, per immergervi nella lingua, per incantarvi nelle storie, per scoprire chi è stato, per andare alla ricerca di voi stessi. Ma quando si tratterà del posto nella classifica dei lettori che migliorano grazie a quello che leggono scegliete sempre l’ultimo banco. O non avrete capito molto, di quello che fa la letteratura.

Francesca de Lena

La lista dell’arrivederci a settembre di ILDA


L’abbiamo già detto che siamo stanchi? Ce lo stiamo dicendo tutti da un po’, al lavoro, alle prime cene d’estate. Le vacanze sono dietro l’angolo, speriamo non ci sia anche un nuovo autunno d’isolamento. Nel dubbio salutiamoci, riposiamoci, rienergizziamoci, e facciamo caso alle storie belle, in tutte le loro forme. Qui il nostro contributo, con cui vi salutiamo e vi diamo appuntamento a un settembre luminoso e carico di novità.


Lista di Francesca de Lena

GUARDARE (film)

I Croods 2, di Kirk De Micco, Chris Sanders, Joel Crawford, DreamWorks

Finalmente al cinema e solo al cinema, il secondo film sulla famiglia di cavernicoli in grado di riportare la cinematografia d’animazione ai fasti di L’era glaciale. Mai semplice ripetersi eppure si muore dalle risate allo stesso livello di I croods 1 (acquistabile e noleggiabile su Amazon Prime: consigliato). Alle qualità del primo si aggiungono una costruzione visiva esorbitante, ipercolorata, psichedelica, visionaria e a tratti horror e un livello di lettura fortemente calato nell’attualità senza mai diventare pedagogico: donne forti che ce la fanno da sole, donne che litigano e fanno le stronze proprio come gli uomini, donne che alla fine salvano e baciano con gesto virile l’uomo di cui sono innamorate, uomini più o meno esplicitamente omosessuali e esserini che parlano la lingua scimmiopugnesca (dove il linguaggio è prendersi a botte) ma hanno l’aspetto decisamente fluido. Un inno all’antimachismo senza urlare contro il machismo.

GUARDARE (profilo instagram)

Ellen Sheidlin, artista e performer russa, su Instagram

Dallo stile “survirtualism” (surreale + digitale), l’artista e modella russa crea e interpreta foto, video e performance seducenti e leggermente disturbanti, mixando i toni (romantico, pop, onirico) e le forme (collage, video, sovrapposizioni) e avvalendosi di oggetti scenici che non rubano mai il ruolo di protagonista al suo volto e al suo corpo, ma restano estremamente evocativi e addirittura simbolicamente politici. Ellen Sheidlin crea opere d’arte come pubblicità e viceversa, senza mai oltrepassare il limite del messaggio e neanche quello della mera promozione commerciale. Un piacere da guardare e riguardare.

LEGGERE

COSE spiegate bene, A proposito di libri, a cura di Arianna Cavallo e Giacomo Papi, Il Post, Iperborea

Finalmente un libro di editoria che non parla alla gente dell’editoria. Chiaro, basilare ma non banale, diretto, colorato e ben impaginato. Consigliato a chi scrive e si intestardisce a non capire che scrivere è un mestiere e non lo si può fare se si è completamente digiuni di ciò che sta attorno allo scrivere. L’unica maniera per agire con consapevolezza, invece di gridare alle truffe e agli scandali, è informarsi. Da “che cos’è l’isbn” a “come si leggono le classifiche dei libri”, questo è un modo per cominciare.


Lista di Chiara M. Coscia

GUARDARE (serie tv)

Feel Good di Mae Martin e Joe Hampson, su Netflix.

Finita quest’anno dopo due stagioni, comedy-drama britannica scritta e interpretata da Mae Martin, nel ruolo di se stess*. Ci trovate dentro stralci di stand up, momenti di forte intensità emotiva, risate e lacrime, ma soprattutto personaggi complessi che si districano nelle difficoltà dell’universo delle relazioni umane. Ah! C’è anche Lisa Kudrow!

LEGGERE

Klara e il sole di Kazuo Ishiguro, traduzione di Susanna Basso, Einaudi.

Il racconto di un’amicizia fra la quattordicenne Josie e Klara, un robot umanoide del modello di Amico Artificiale. Come nella migliore tradizione speculativa, il Premio Nobel Ishiguro ci regala una storia dai toni struggenti e delicati, nonché una meditazione profondissima sull’animo umano.

GUARDARE (film) + ASCOLTARE (playlist)

Fear Street Part 1: 1994, di Leigh Janiak, su Netflix

Primo capitolo di una trilogia: se vi mancano quelle notti horror estive in cui, nel caldo e con le finestre spalancate, ci si godeva una sana dose di slasher, questo film fa per voi. Mette insieme la giusta nostalgia dell’epoca, giocando con i riferimenti con molta ironia. Territorio perfetto per i fan di Stranger Things e Scream.

Fear Street Part 1: 1994 – Playlist

C’è anche una colonna sonora tutta da (ri)scoprire, che vi riporterà indietro nel tempo evocando ricordi di tagli di capelli imbarazzanti, lip gloss appiccicosi e rabbia adolescenziale. Dal gusto decisamente estivo come ogni playlist che metta insieme Iron Maiden, Garbage e Pixies, ci sono alcune perle qui dentro che meritano di essere disseppellite. 


Lista di Patrizia Carrozza

LEGGERE

Il giorno in cui diedi fuoco alla mia casa di Francesca Mattei, Pidgin

Un libricino con una copertina strepitosa che raccoglie diciassette racconti, di cui sette già editi da riviste specializzate. Al lettore vengono date in pasto ossessioni, distorsioni, immagini di donne senza filtri, senza retorica e senza giudizio: storie che diversamente sarebbero raccontate con accondiscenza e paternalismi, vengono raccontate con uno stile scarno, un linguaggio secco, impietoso e mai banale. È come entrare nella fabbrica di cioccolato: non vi stupirete e tutto risulterà “al limite della normalità”.

GUARDARE (serie tv)

Six feet under di Alan Ball, su Sky

Da rivedere o da ripescare: di quelle serie gioiello che rimangono nella mente e nel cuore di chi le ha amate. Sarà per le vicende così vicine al vissuto di tutti noi, sarà per la qualità della scrittura di tutto l’arco narrativo, sarà per i personaggi, così diversi l’uno dall’altro e così verosimili da non lasciare mai indifferenti, nel bene e nel male. 6FU invecchia divinamente, consigliato per tutte le età: ha una voce per ogni fase della vita, e anche per dopo. 

ASCOLTARE (audiolibro)

L’incubo di Hill House di Shirley Jackson letto da Loredana Lipperini, Emons libri & audiolibri.

Da ascoltare intorno al falò (non da soli) per contrastare il senso di claustrofobia che permea il romanzo, considerato uno dei migliori romanzi del genere gotico e ghost story. Potete sempre dire che i brividi sono dovuti allo sbalzo termico.


Lista di Luca Mercadante

LEGGERE

Ricordami così di Bret Anthony Johnston, traduzione di Federica Aceto, Einaudi

Una settimana dopo aver letto l’ultima pagina pensando “Madonna questo è un Pulitzer” mentre ero in macchina ho fatto inversione e un controsenso per ritornare al parchetto dove avevo affidato Andrea alla nonna: avevo la certezza di averlo perso. Per uscire da questo libro non basta finirlo, ci vuole un esorcismo.

GUARDARE (film)

Too late di Dennis Hauck, su Amazon Prime

Produzione indipendente, girato in 35 mm. Tutti i topoi hard boiled portati all’estremo con un pizzico di country. Nel mio immaginario Too late è il Bagdad Café del noir: difficile girare un’altra pellicola dello stesso genere senza tenerlo da conto.

GUARDARE (opera teatrale)

Il contratto di Eduardo de Filippo, su RaiPlay

«Che stai facendo? Qui sta il fratello tuo, Geronta Sebezio! Tu non sei morto! Alzati!».

Per godere di un Eduardo dalle tinte più buie. Una commedia nera in tre atti che sconfina nel soprannaturale. C’è un cattivo che più cattivo non si può, ma è ancora una volta La Famiglia a uscirne sconfitta: malata, degenere e generatrice di mostri.


Lista di Federica Priola

LEGGERE

La canzone di Achilledi Madeline Miller, traduzione di Matteo Curtoni e Maura Parolini. Marsilio

Uscito in Italia nel 2013 ma tornato alla ribalta nel 2021 grazie a TikTok, La canzone di Achille è il romanzo di esordio di Madeline Miller, laureata in lettere classiche, che ha impiegato 10 anni di studi per portare sulla carta un ritratto “contemporaneo” di Achille e Patroclo. Con una cura sorprendente, il romanzo racconta dell’animo sognante, forte e artistico di Achille, dell’amicizia prima e amore poi con Patroclo, degli intrighi di una corte greca, e ovviamente della Guerra di Troia, a cui Achille partecipa pur sapendo il proprio destino, perché tra la felicità terrena e la gloria dell’essere ricordato per sempre non c’è davvero scelta. Un romanzo avvincente, angosciante e pieno di passioni eterne.

GUARDARE (serie tv)

Rick and Morty di Dan Harmon e Justin Roiland per Adult Swim, su Netflix

Serie tv d’animazione per adulti. Rick, uno scienziato geniale ma sociopatico, dopo 20 anni di assenza torna nella vita della figlia Beth e della sua famiglia, coinvolgendo il nipote Morty in avventure sci-fi folli, al limite del reale, ma soprattutto esistenziali. Sí, perché Rick and Morty pur con espedienti narrativi assurdi, parla di dinamiche famigliari disastrose, depressione e alcolismo, cinismo e sogni infranti, con storyline sorprendenti come quella della donna divisa tra i doveri familiari e il richiamo delle meraviglie dell’universo. Ambientazioni, animazioni e trame fantastiche, capaci di far ridere fino alle lacrime, per nascondere il senso di vuoto che lasciano certe riflessioni profonde.

ASCOLTARE (album)

Let them eat chaosdi Kae Tempest

Secondo album del* poeta, performer e spoken word inglese, “Poeta della Nuova Generazione” per la Poetry Book Society e recentemente Leone d’Argento a Venezia. Sette persone vivono nella stessa strada, senza mai essersi incontrate, finché una tempesta alle 4:18 di mattina le fa scappare di casa e fa incrociare finalmente i loro destini. Guidati dalla voce forte e ritmata del* magnific* Kae Tempest, ci immergiamo nelle storie di ogni traccia, che creano un mosaico di mondi in questo concept album a metà tra un podcast e una performance teatrale.


Lista di Sarah Savioli 

LEGGERE

Nella quiete del tempo di Olga Tokarczuk, traduzione di Raffaella Belletti, Bompiani

Un romanzo nel quale l’autrice premio Nobel nel 2018 per I vagabondi piega il tempo e lo spazio alle esigenze narrative con maestria e delicatezza uniche. Nascita, vita e morte dei personaggi scorrono fondendosi nella storia di una comunità con la naturalezza di un respiro e allo stesso tempo con la potenza della propria struggente unicità.

ASCOLTARE (audiolibro)

Harry Potter letto da Francesco Pannofino, Audible

La dimostrazione che una lettura a voce alta fatta come si deve può conquistare anche chi non ha un buon rapporto con i libri e può far scoprire aspetti che erano sfuggiti anche a chi invece legge d’abitudine o ha già letto i testi. Credevo di conoscere benissimo la saga di Harry Potter e invece ascoltandola ho avuto la possibilità di viverla in un altro modo e rinnovarne incanto e magia.

GUARDARE (documentario)

Jim & Andy: the great beyond di Chris Smith, su Netflix

Jim Carrey e il suo incredibile viaggio per interpretare Andy Caufman in The man on the moon di Milos Forman. In un’intervista a Jim Carrey gli è stato chiesto se provasse orgoglio per come aveva interpretato Caufman. Ha risposto:  «Non parlo più di orgoglio ma di gratitudine: Andy mi ha regalato la libertà dallo showbusiness. Non me ne frega più niente di essere dimenticato e di quello che penserà la gente dopo la mia morte, vorrei solo lasciar dietro di me energie positive come la scia di un buon profumo».


Lista di Silvia Grossi

LEGGERE

Concrete rose di Angie Thomas, traduzione di Seba Pezzani, Rizzoli

La Thomas ci riporta nel ghetto, a Garden Hights, tra le gang perennemente in lotta per il controllo del territorio, i King Lords e i Garden Disciples, già al centro dello splendido The hate u give, di cui questo nuovo romanzo costituisce il prequel. Facciamo un salto indietro nel tempo e qui ritroviamo Maverick, che abbiamo conosciuto come il padre di Starr, nel pieno dei suoi diciassette anni. Ed è proprio Mav a raccontarci in presa diretta la sua adolescenza fatta di tanta vita di strada, amicizie pericolose e un futuro incerto in cui le scelte difficili arrivano presto e senza farsi annunciare e non ci si può permettere di sbagliare.

ASCOLTARE (podcast)

I ragazzi di Nisida, a cura di Donata Marrazzo

Si sente forte la voglia di fare uscire dalle mura del carcere minorile la propria voce, il racconto di sé, in questo podcast curato da Donata Marrazzo, giornalista del Sole24ore. Stupore, speranza, paura, fiducia, fratellanza, rabbia, malattia sono le sette parole a partire dalle quali i ragazzi detenuti ricuciono e rielaborano il percorso accidentato che hanno compiuto nelle loro giovani vite e lo fanno all’interno di un laboratorio di scrittura sotto la guida della loro insegnante Maria Franco. Ed è proprio in questo contesto che i ragazzi entrano in contatto, spesso per la prima volta, con il potere di trasformazione e la possibilità di cambiamento che può donare il saper trovare le parole.

GUARDARE (film)

Cruella, diretto da Craig Gillespie, con Emma Stone e Emma Thompson

Estella o Cruella? Che donna vuole diventare la talentuosa bambina che sognava di fare la stilista dalla personalità divisa esattamente in due, bianca e nera come i suoi capelli? La seguiamo nella sua ascesa a tempo di rock in una coloratissima Londra anni ’70 farsi largo nell’atelier della Baronessa, prima mentore, poi rivale e infine nemica, donna affermatasi con ogni mezzo in cui le ambizioni della ragazza si specchiano e si riflettono fino alle estreme conseguenze.  


Lista di Beatrice Galluzzi

GUARDARE (serie tv)

Il Metodo Kominsky di Chuck Lorre, su Netflix

Michael Douglas interpreta un attore fallito che ripiega sull’insegnamento, e mette in gioco il suo alter ego con ironia, guardando sé stesso come uomo entrato in una terza età che merita di essere celebrata. L’ultima stagione sembra non rispettare le aspettative a causa della mancanza dell’esilarante spalla, Alan Arkin, ma si risolleva dopo la seconda puntata e ci fa concludere con grandi risate e lacrimoni.

LEGGERE

La figlia unica di Guadalupe Nettel, traduzione di Federica Niola, La Nuova Frontiera.

Un triplo salto carpiato della scrittrice messicana che riesce ad affrontare ammirevolmente il tema della maternità attraverso lo sguardo acuminato della protagonista – che non vuole avere figli –, la sua migliore amica – che ne mette al mondo uno malato – e la bambinaia che ne se prende cura – che non può rimanere incinta. 

GUARDARE (film)

Midsommar, di Ari Aster, su Apple TV o Amazon Prime (a pagamento)

Un horror spietato e viscerale mascherato da festa di primavera scandinava. Non c’è niente che inquieti di più che avere la sensazione che qualcosa andrà storto oltre la più nefasta della previsioni. Una famiglia morta male in America e una ricoperta di fiori, dall’altra parte del mondo, che vive nel giardino dell’Eden e nasconde i risvolti più infidi delle credenze e dei riti ancestrali.


Lista di Ilaria Petrarca

LEGGERE

Queerfobia, a cura di Giorgio Ghibaudo e Gianluca Polastri, D Editore.

Racconti, poesie, immagini di odio quotidiano. Per denunciare non c’è migliore strumento che raccontare, e in questo volume la narrazione sfrutta ogni forma possibile per denunciare la discriminazione di genere. Alla raccolta hanno contribuito nomi più o meno conosciuti, una casa editrice, una rivista letteraria e un’associazione. L’arcobaleno di testimonianze che ne risulta – circa 400 pagine dalla grafica prepotente – rappresenta sia l’essenza stessa della queerness (non ho ancora trovato qualcuno che me ne sappia fornire una definizione, l’unica soddisfacente è “non-binario”), che la frammentarietà delle forme di odio rivolte contro di essa.

GUARDARE (film)

37 seconds, di Hikari, su Netflix

Yuma, una mangaka disabile, si emancipa e si realizza compiendo un viaggio attraverso la sessualità, il rapporto con sua madre e un passato nascosto. Nel film emerge il contrasto fra l’inabilità fisica e quella relazionale: la protagonista cerca di superare entrambe con la tecnologia e un sorriso stampato in faccia, che più che gentilezza trasmette tutta la sua fame di autoaffermazione.

ASCOLTARE (podcast)

RadioBullets, di autori vari.

Progetto giornalistico indipendente che parla di storie vere oltre l’Italia. Episodio estivo consigliato: Sirenomorfosi – diventare sirena in 6 pratiche pillole: prospettive sui cambiamenti di genere. 


Lista di Giuseppe D’Antonio

LEGGERE

Gli europei. Tre vite cosmopolite e la costruzione della cultura europea nel XIX secolo, di Orlando Figes, traduzione di Laura Serra e Giovanni Zucca, Mondadori

Orlando Figes, storico britannico, indaga la costruzione della cultura europea nell’Ottocento. attraverso un efficace espediente narrativo: la storia del triangolo amoroso tra la mezzosoprana Pauline Viardot, suo marito e impresario Louis Viardot, e l’amante Ivan Turgenev. Come scrive lo stesso Figes, «mi propongo di spiegare per quale motivo verso l’anno 1900 in tutto il Vecchio continente si leggevano gli stessi libri, si riproducevano gli stessi dipinti, si suonava in casa la stessa musica, si ascoltavano nelle sale pubbliche gli stessi concerti e si mettevano in scena in tutti i principali teatri le stesse opere». In pratica, quando e come le cose hanno cominciato a “diventare virali”.

GUARDARE (SERIE TV)

Omicidio a Easttown, regia Craig Zobel, sceneggiatura Brad Ingelsby, Sky

In tutta franchezza: sono anni che non reggo più “la serialità”. Datemi la migliore serie in assoluto di tutta la storia delle migliori serie in assoluto e ve la abbandono con piacere dopo i primi venti minuti. Faccio un’eccezione con questa perché la protagonista è una Kate Winslet acidissima, e io guarderei qualsiasi cosa con Kate Winslet (per di più acidissima). La trama: “Una detective di una piccola città della Pennsylvania indaga su un omicidio e nel frattempo cerca di evitare che la sua vita crolli”. Dice che alla fine c’è un colpo di scena. Lo spero, perché fino a ora (sono alla terza puntata) ci sono un bel po’ di svolte telefonatissime ma, Kate, you’re here, there’s nothing i fear.

ASCOLTARE (podcast)

Copertina, di Matteo B. Bianchi.

Se avete bisogno, di tanto in tanto, di qualche consiglio di lettura, questo è il podcast che fa per voi. Se poi avete piacere che questi consigli vi siano dati dai librai e libraie, questo è il podcast che fa per voi. Se, come me, siete incapaci di resistere alle doti affabulatorie di Matteo B. Bianchi, questo podcast non fa per voi ché altrimenti vi svenate a ogni puntata.


Lista di Primavera Contu

ASCOLTARE (podcast)

Rumore, di Alessio Taormina e Jiseon Moon

Interessantissime conversazioni su genere, linguaggio, sessualità, arte e temi sociali da una prospettiva analitica: un giusto mix di informalità e approccio colto (ma non pretenzioso né tantomeno accademico) e, soprattutto, uno sguardo che proviene dalla ricerca e non dall’attivismo.

LEGGERE

L’anima della festa, di Tea Hacic-Vlahovic, Fandango

Mia, giovane espatriata americana, racconta della Milano dei primi anni 2000: il mondo della moda, la vita notturna, la mancanza di soldi. Di questo memoir non mi interessa il messaggio pseudo pop-femminista di Tea Hachic, ma la costruzione del personaggio: una “cattiva ragazza”, una comedian, una performer che intravede il punk in un capo di Gucci. Uno sguardo che recupera i rottami e lo squallore inserendoli in una cornice sarcastica, mentre ci parla di sopravvivenza: agli uomini, alla metropoli ben poco iconica, alle droghe e ai disturbi alimentari.

GUARDARE (serie tv)

Master of None, di Aziz Ansari e Lena Waithe, su Netflix

La terza stagione di Master of None è arrivata e non ha nulla a che fare con la precedente. Anzi, non ha nulla a che fare con il personaggio di Dev. Quasi uno spin-off dedicato al personaggio di Denise (interpretata sempre da Lena Waithe, co-autrice di questi nuovi episodi), queste 5 puntate recuperano una dimensione lenta e intimistica che faceva parte di alcuni episodi della prima stagione.


La rivoluzione in televisione. “1971”: la serie di Kapadia che racconta un’epoca.

Immaginando una graduatoria di forme narrative ordinate per potenza d’impatto, la musica occuperebbe il primo posto. I livelli di coinvolgimento e riconoscimento che suscita sono estremamente corporei: i bassi si sintonizzano sui suoni interni, le terminazioni nervose si allertano, il ritmo ci muove, le endorfine esplodono. Con la musica siamo sensi e unità senza scissione. 

Siamo corpi che sentono. 

L’immersività dell’esperienza musicale appartiene anche al cinema, alle serie TV, ai podcast: ovunque ci sia una colonna sonora che si intreccia con la narrazione si innesca una reazione emozionale. Altissimo punto di pregio artistico, infatti, è riuscire a mettere insieme la linea musicale e sonora di un prodotto visivo e farla dialogare con le scene. Potrebbe essere un discorso molto personale, intimo, ma in effetti lo sono anche la fotografia, la lingua, le ambientazioni, i costumi. Le storie sono fatte di scelte, e le scelte che caratterizzano questa storia partono proprio da lei, dalla musica.

1971: The Year That Music Changed Everything

Un punto di forza di 1971: The Year That Music Changed Everything, la docuserie Apple di Asif Kapadia, Danielle Peck e James Rogan, è che pure privata delle immagini sarebbe una gran serie da ascoltare, a mo’ di podcast, a tutto volume. Sembrerebbe un’affermazione sminuente ma non lo è. Se le immagini ci aiutano, infatti, a ricostruire una visione di quel passato, sono le voci narranti che si intrecciano con le canzoni a creare un coinvolgimento totale e a tratti ipnotico. Otto episodi per sei ore di viaggio in un’epoca attraverso l’ascolto delle voci che quell’epoca l’hanno vissuta, sperimentata, fatta. 

Asif Kapadia, affiancato da James Gay-Reese – con cui aveva già vinto l’Oscar nel 2015 con Amy– e dai registi Danielle Peck e James Rogan, esplora il momento in cui il ventesimo secolo cambia radicalmente, come dice David Bowie nell’ultimo episodio: “We were creating the 21st century in 1971”. Pop, rock ma soprattutto cultura di massa. Quello che vediamo in queste immagini d’epoca scolorite sono esplosioni di un immaginario ancora vivo e dotato di potenza inaudita, veicolate da un livello di creatività e di capacità di lettura del momento altissimi.

Tratta dal libro di David Hepworth, 1971. L’anno d’oro del rock, la serie riprende la ricerca dell’autore cambiando forma e struttura alla narrazione, spostandola dalla cronologia rigorosa del libro, diviso in capitoli legati ai mesi dell’anno (con tanto di consigli d’ascolto a fine capitolo per la gioia dei fan della decade) a un’esperienza di visione immersiva e totale, e rimaneggiandone il contenuto, più concentrato sulle vicende degli artisti e sull’universo musicale in senso stretto, spostando il focus in una struttura che si inarca ad accogliere la narrazione storica. 

Dal punto di vista creativo, la docuserie di Kapadia è un prodotto che spicca per arte e costruzione. Il montaggio è tutto nei documentari, è la regola numero uno, che in questo caso vale più del solito. A un lavoro di editing certosino ma mai rigido è affidato il filo conduttore che unisce tutti i filmati d’epoca, molti dei quali inediti, e le canzoni i cui testi compaiono sullo schermo, così da aggiungere anche la lettura all’esperienza di fruizione. Lo spettatore non viene condotto per mano e guidato nella visione, ma si ritrova a dover ricostruire i salti tra un argomento e l’altro. ppure non fa fatica, perché l’effetto che sortisce la narrazione è quello di circondarti da tutte le parti, investire tutti i sensi. 

Le voci che sentiamo in sottofondo alle immagini sono vecchie e nuove, voci che oggi non ci sono più e voci che da oggi ci raccontano l’allora. Niente interviste, niente ricostruzioni, nessuno seduto a tre quarti che parla inquadrato da una telecamera fissa di lato. In 1971 a parlare è la rivoluzione culturale di quegli anni, che a quanto pare, a differenza di quello che cantava Gil Scott-Heron, “has been televised”. 

La vediamo infatti, oggi, dai nostri schermi televisivi.

Gil Scott-Heron – “The Revolution Will Not Be Televised”

La narrazione di un’epoca: uno spaccato socioculturale

La sigla della serie si apre con tre immagini fondamentali dell’epoca: Nixon, lo sbarco sulla Luna e la guerra in Vietnam. Il Vietnam, in particolare, risuona in tutti gli episodi come base del malessere e innesco del potenziale contestativo di quegli anni. Non è una scelta casuale, nel cestone delle scelte possibili, quella di Kapadia, perché se c’è un elemento a cui si legano tutti i temi trattati è quello della rottura, dello scontro, del conflitto, della violenza reale e percepita. 

Gli anni ’60 erano finiti malissimo: il massacro della Kent State University, il disastro del concerto gratuito di Altamont e la fine del sogno hippy, lo scioglimento dei Beatles, Charles Manson, la paranoia che imperversava. Gli Stati Uniti, su cui la docuserie si concentra, sono stati luogo di un rapido e progressivo percorso di cambiamento socioculturale tuttora in atto, e quello che vediamo in 1971 è la narrazione delle voci che in parte si sono inserite e hanno raccontato, in parte hanno effettivamente innescato quel cambiamento in quel preciso momento storico. Gli autori si sono chiesti come rappresentare tutto questo uscendo dai confini del documentario musicale e muovendosi in un territorio più vasto. Centinaia di ore di girato e voci creano questo saggio cucito insieme la cui tesi è chiara forse solo alla fine, nella carrellata di immagini finali che sanciscono una verità: tutto quello che abbiamo visto in queste sei ore è quanto mai attuale. 

Kapadia ha affermato in diverse interviste come il team si sia trovato a fare un lavoro giornalistico, quasi investigativo, di ricostruzione, con l’obiettivo di rendere il momento senza eccesso di marcatori di direzione: siamo nel 1971, camminiamo per quelle strade, catturiamo le connessioni. È la giustapposizione di immagini e canzoni a conferire un senso organico alla narrazione.

E così i filmati di An American Family, documentario televisivo e antesignano del reality, dialogano con le voci di Carol King, Joni Mitchell ed Elton John nella rappresentazione della crisi della famiglia nucleare.  Il processo di Angela Davis si lega alla canzone di protesta di Gil Scott-Heron, la cui potenza interpretativa risuona attualissima. All’origine dell’hip-hop, infatti, ci sono pezzi come “No knock”, un brano che vediamo scorrere sullo schermo in cui si parla degli abusi nei confronti dei neri da parte della polizia, autorizzata dalla così detta no-knock warrant a fare irruzione nelle case senza bisogno di avviso – senza bussare – al solo “sospetto”. Lanciata da Nixon nel 1970 durante la campagna federale di “Guerra alle droghe”, perpetrata da Reagan negli anni ottanta, la no-knock warrant è una pratica fortemente associata alla militarizzazione della polizia, e le vittime innocenti di questa pratica non ne hanno mai giustificato l’applicazione. Sembra scritto l’anno scorso questo brano, sembra si stia parlando del caso di Breonna Taylor. E invece era il 1971. 

La costruzione del racconto di protesta

Gli episodi in cui vengono fuori le proteste antirazziste sono forse i più potenti, attualissimi. Al centro del quinto episodio c’è il caso dell’omicidio di George Jackson, un rivoluzionario e membro del Black Panther Party, ucciso nel carcere di San Quentin dalla polizia penitenziaria solo una settimana dopo essere riuscito a diffondere clandestinamente il suo testo, Con il sangue agli occhi. C’è un’intera sequenza al centro dell’episodio che parte dalla risposta della madre di Jackson alle accuse della violenza contenuta negli scritti del figlio: 

“Questa è la storia di questo Paese. Prendono la loro violenza e te la ritorcono contro. Ovunque nel mondo ci sono soldati americani. Quante persone sono state uccise in Vietnam, quanti neri vengono uccisi ogni giorno, un’intera nazione di nativi americani è stata spazzata via, e loro parlano di violenza?”

Georgia Bea Jackson

Gli occhi di questa donna composta e misurata che racconta una rabbia ferocissima – rabbia su cui ancora oggi, da tutte le parti del mondo, si fa una gran confusione, rabbia che viene ancora oggi condannata, tacciata di “far passare dalla parte del torto”, la sacrosanta rabbia negata a tutti gli oppressi della terra –  introducono la rivolta di Attica e l’attentato dei Weather Underground con Leonard Cohen in sottofondo che canta “Avalanche”, e tutta la tensione si addolcisce in un passaggio dallo schermo nero che si apre sulle immagini del funerale: una bandiera azzurra con la pantera sulla bara, il sermone, i volti sofferenti e composti delle persone, e Bob Dylan che ci conduce alla commozione con una ballata che è un po’ murder ballad un po’ canzone di protesta (d’altronde, cos’è la murder ballad se non una canzone di protesta?) e che fa da sottofondo alle immagini. 

Prison guards, they cursed him

As they watched him from above

But they were frightened of his power

They were scared of his love.

[…]

Sometimes I think this whole world

Is one big prison yard.

Some of us are prisoners

The rest of us are guards.

Lord, Lord,

They cut George Jackson down.

Lord, Lord,

They laid him in the ground.

Bob Dylan, “George Jackson” (traduzione)

Questo è solo uno spezzone di dieci minuti scarsi della serie, ma funziona tutta così. In parte un viaggio nella memoria, in parte analisi generazionale. 

Il funerale di George Jackson

Una docuserie rivolta a tutti

Poteva essere un lavoro di fandom di nicchia, perché certe narrazioni si muovono, più di altre, in direzione dell’audience. E se Cobain: Montage of Heck attrae un certo tipo di pubblico, interessato alla storia specifica e privatissima di Kurt Cobain, 1971 è una serie aperta a chiunque abbia interesse per la politica, la storia, la controcultura, i fenomeni underground, l’arte, il pop in genere, perché è un progetto ambizioso che si muove più nell’ambito dell’antropologia culturale che in quello del business musicale. Da John Lennon che canta la pace a George Harrison che ne critica l’eccesso di performatività, dai Rolling Stones in Francia (e il miracolo della scienza che è la salute di Keith Richards), al concerto per il Bangladesh, e poi le interviste ai soldati in Vietnam, tutti giovanissimi, tutti sperduti, l’esperimento di Stanford, il processo a OZ, la rivoluzione sessuale, Hunter Thompson e il sogno americano, il glam, lo showbiz, l’eroina, questo racconto di suoni e parole che si mescolano e incorniciano le immagini arriva in un’esperienza di fruizione talmente ricca e molteplice da essere forse anche troppo carica da ingoiare tutta insieme. È una serie che va diluita, non divorata. 

E magari anche rivista, riascoltata, discussa. Perché le narrazioni dei conflitti, oggi più che mai, ci aiutano a muoverci nella complessità del mondo. 

Fake

A seguito della nostra call abbiamo ricevuto 106 racconti. Letti e selezionati dalla classe di Apnea ’20/’21, ne sono infine stati scelti 14 per la pubblicazione.


Questo è il quattordicesimo e ultimo racconto, scritto da Erika Nannini. Non è entrato inizialmente nella rosa dei selezionati, ma è stato recuperato da Francesca de Lena per l’estrema naturalezza dei dialoghi e la penna molto precisa dell’autrice. Il racconto ha richiesto un editing mirato a chiarire alcuni passaggi di snodo, salvaguardando il realismo dei dialoghi e senza snaturare l’originalità del testo. Particolare attenzione è stata prestata al ritmo della narrazione. Hanno curato il testo prima la corsista di Apnea Monica Laudonia poi le caporedattrici.


Attraverso dialoghi serrati che riproducono un parlato quotidiano elevato e con un linguaggio intriso dai tecnicismi dell’arte, l’autrice ci guida, mentre seguiamo il passeggero, in una riflessione estetica che si pone la domanda fondamentale: cos’è che fa di un lavoro un’opera d’arte?


di Erika Nannini


Superati i Ponti di Vara la strada cambia colore, una cenere bianca, opaca ricopre la terra e l’erba più bassa. La breccia stride sotto le gomme, incuneandosi nel battistrada. Il passeggero indica un magazzino sulla destra, il parcheggio antistante è deserto, l’autista decelera e ferma la macchina dove capita. 

«Avvicinati», chiede il passeggero.

«Dove?».

«Accosta davanti alla porta».

L’autista riaccende il motore e getta acqua sul cristallo, il passeggero si scompone, annaspa, emerge dal nido che si è scavato in fondo all’abitacolo e ferma il braccio dell’uomo intenzionato ad attivare le spazzole.

«No, che lo graffi!», grida.

«Cosa?», chiede l’autista alzando le mani.

«Il vetro, è marmo!».

L’acqua cola via disegnando un albero riverso sul parabrezza impolverato. L’autista scende a osservare da vicino la polvere di pietra. Si lecca l’indice per raccoglierne qualche granello, così da testarne la durezza tra i polpastrelli, poi gonfia le guance e soffia sul vetro. 

Al passeggero ricorda Dizzy Gillespie, sblocca il cellulare, seleziona Work in progress, ma poi digita: Ermanno, Eolo. Lo manderà all’assistente, il migliore, capace di reagire a una suggestione con una dozzina di possibilità per realizzarla. E in mezzo a quelle, nove volte su dieci, il passeggero riconosce il medium perfetto per la sua visione.

Gli occhiali a specchio riflettono un carrello elevatore che si avvicina portando un cassone. A pochi centimetri dalla macchina il mezzo si ferma e abbassa le forche posando il contenitore a terra. L’uomo alla guida, in tutto simile a un panettiere dopo una notte d’impasti, indossa una mascherina a valvole. Alza i pollici. Il passeggero abbassa il cristallo per metà e lo congeda annuendo.

Un secondo uomo spunta da dietro al mezzo e si avvicina al finestrino.

«Eccoti, hai fatto buon viaggio?», chiede  chinandosi in avanti e appoggiando la mano sinistra sul tettuccio della macchina.

«Bentrovato Giacomo, tutto bene».

«Ottimo», risponde l’uomo raddrizzandosi per osservare meglio l’autista che pulisce il vetro a suon di polmoni. «Guarda che sta per piovere», gli dice.

L’autista sorride, si accarezza la barba appuntita e rientra in macchina.

«Sono queste le pietre?», chiede il passeggero sporgendo il naso dalla fessura.

«Sì, queste».

I campioni allineati sul fondo del cassone sono numerati da uno a dieci.

«Ma è tutta onice?».

«Non sembra, vero?».

«Soprattutto il tre e il cinque».

«Sì, te li ho selezionati apposta, li trovo interessanti proprio per questo».

«Il quattro gronda sangue».

«È raro trovare una vena dal colore così intenso nell’onice».

«Quanto ne hai? Mi servono venticinque pezzi».

«Dipende dalla scala. Il modellino che ci hai mandato è uno a uno?».

«Se Ermanno non ha sbagliato dovete solo raddoppiarlo».

«Vuoi controllare il bozzetto?».

«Non farmi scendere, ho le scarpe di vernice», risponde il passeggero aggiustandosi gli occhiali a specchio.

«Te lo faccio portare».

«No, lascia, mi fido di Ermanno».

«Fai bene a fidarti, ha stoffa il ragazzo. Se c’è un problema sa come risolverlo, e la soluzione non è mai quella che ti saresti aspettato».

Giacomo gli indica le pietre:

«Mi sa che raddoppiare le dimensioni del bozzetto sarà un problema, non mi basta il materiale del campione numero quattro».

«Cosa proponi?».

«È un guaio se le sculture non sono uguali?».

«Mah, che vuoi, i collezionisti hanno questo malsano attaccamento all’idea del pezzo unico, alla fine lo preferiscono».

«Per venticinque pezzi devi scegliere almeno quattro campioni, altrimenti c’è sempre lo statuario, ma non è onice».

«No, infatti, voglio l’onice, in questo periodo il marmo mi annoia. Non importa se sono diversi, però fate attenzione quando scansionate il bozzetto, m’interessa la torsione data alla figura. Siate precisi».

«Come sempre», risponde Giacomo voltandosi di colpo per starnutire.

«Allora, segna: uno, quattro, otto e nove».

«Li uso in quest’ordine?», chiede Giacomo appuntando i numeri su uno scontrino che si ritrova in tasca.

«No: quattro, nove, uno e otto».

«Ok, andiamo a esaurimento del materiale e vediamo dove si arriva».

«Te lo perdi lo scontrino, ti mando un messaggio?», chiede il passeggero sbloccando il cellulare.

«Macché, entro in ufficio e lo copio. Dove recapito le sculture?».

«Mandale in galleria da Massimo, al solito», risponde abbandonando il telefono sul sedile accanto a sé.

«Ok, da De Carlo allora. Ermanno non le rivede prima?».

«Non questa volta».

«Le creste restano, lo sai».

«Mi piacciono le tacche che semina la fresa, in certi casi sono un rafforzativo. È l’opera che comanda».

«Quanto tempo abbiamo?».

«Inauguro il sedici».

«Se consegno il quattordici?».

«Yes. Per l’allestimento è sufficiente».

«Vuoi indicarmi un campione di riserva? Casomai avessimo problemi».

«Sceglilo tu, adesso scappo, devo visionare un pavimento per la casa nuova».

Giacomo fa un passo indietro, il passeggero ritira il naso, alza il finestrino e appoggia la schiena al sedile divaricando le cosce per meglio affondare nell’imbottitura. La macchina riparte a passo d’uomo, la polvere che aleggia a mezz’aria sbianca ogni cosa, ne cancella anche l’ombra. Superati i Ponti di Vara l’autista accelera. Il passeggero guarda dritto davanti a sé, tra il poggiatesta dei due sedili anteriori, concentrato sulla riga di mezzaria che divide le corsie, riflette sul campione quattro. Sblocca il telefono e scrive una nota: Massimo, prezzo diverso per le sculture della partita quattro?

Quando l’auto entra in autostrada, il passeggero prende le foto del pavimento che ha stampato in alta risoluzione su carta patinata. Lo mettono di buon umore come d’abitudine gli accade per le cose belle. Cerca di ricordare pavimenti migliori, non gliene viene in mente nessuno, forse quello della chiesa di San Pietro a Tuscania, ma è difficile paragonarli. Uno in pietra, l’altro in legno. Uno a mosaico, l’altro a intarsio. Le croci che compongono il motivo sono smussate ai bordi, levigate come un tronco consunto dal mare. Immagina le sale cinquecentesche del convento dal quale è stato strappato, vorrebbe dispiacersene, ma gli sembra ipocrita. Nella testa gli si affollano migliaia di sandali in cuoio che lo deformano calpestandolo, secoli di passi concentrati in un’immagine, una marcia imponente. Chiude gli occhi lasciando che l’usura si compia, indeciso se scrivere una nota, Ermanno, migliaia di sandali. La memorizza.

Il fatto che nessuno abbia comprato il pavimento prima di lui lo tormenta, è una spina che gli si è conficcata nel cervello nel momento esatto in cui lo ha scoperto, la prova provata dell’estinzione del buon gusto. «Non c’è più salvezza», dice, l’autista alza gli occhi sullo specchietto retrovisore, sembra voler capire se ce l’ha con lui, ma non glielo chiede. Il passeggero sprofonda di nuovo nel silenzio, il buon umore è passato, al telefono l’antiquario non l’ha convinto, la voce gli sembrava incerta, forse era stupito dalla richiesta di conservargli il materiale fino al giorno del loro appuntamento.

Il viale che conduce alla casa colonica è disseminato di abbeveratoi in pietra, fontanili, sculture e arredo da giardino in ferro battuto; lo scheletro di una serra in stile liberty occupa la piccola corte prospiciente. Quando l’autista parcheggia a ridosso di un tiglio in piena fioritura, esce sulla porta un uomo alto, corpulento, indossa una maglietta lisa color lavanda e i jeans. Calza ciabatte gialle da piscina. Resta lì, con le braccia incrociate al petto, in penombra. Il passeggero lo guarda appena un attimo prima di declassarlo da antiquario a rigattiere, non gli sembra necessariamente un problema, forse il pavimento è rimasto invenduto perché capitato nelle mani di un poveraccio.

Il passeggero scende, il rigattiere fa un paio di passi fuori dalla porta, si ferma ad aspettarlo lì, come se non volesse allontanarsi troppo dalla casa e dalla penombra. Il passeggero, con le mani nelle tasche dei pantaloni in fresco di lana, cammina adagio per non apparire impaziente, quando è a tiro gli porge la mano, il rigattiere la stringe. Ha le unghie lunghe, arrotondate e nere che lo fanno rabbrividire. Il rigattiere accenna un saluto asciutto e lo invita a entrare volgendogli le spalle per precederlo.

«La stavo aspettando, ha avuto difficoltà a trovarmi?», chiede senza voltarsi.

«No, nessuna», risponde il passeggero cercando di misurare a occhio la lunghezza di quelle unghie.

«Molto bene», dice entrando nel locale.

Il capannone è ingombro di tavoli e credenze da restaurare, c’è qualche cornice, un putto scrostato orfano della laccatura originaria, alcune tele in pessime condizioni appese ai muri. La parete di fondo è coperta da porte e assi antiche. Due grosse macchine per lavorare il legno ripartiscono lo spazio in tre settori. Il rigattiere supera la prima e si accosta alla seconda. Sul banco c’è un lacerto di pavimento ricomposto, un quadrato di cinquanta centimetri per cinquanta. Il passeggero incrocia le braccia al petto e si china sul legno, la stoffa della giacca si tende all’altezza delle scapole.

«Eccolo», dice il rigattiere dopo qualche minuto, infrangendo il silenzio.

«Diceva che viene da un convento?» domanda il passeggero.

«Sì».

«Quale?».

«Era un convento, oggi non esiste più».

«Dove si trovava?».

«In provincia di Arezzo».

«A quando risale?».

«Il pavimento o il convento?».

«Ma il pavimento, of course».

«Fine cinque, inizio sei».

Il passeggero si raddrizza, davanti a lui c’è una piccola bifora appesa al muro, la colonnina e il capitello scolpito sostengono un doppio arco in pietra. Decide di provare a inserirla nel prezzo del pavimento, ma se non dovesse spuntarla la comprerà comunque.

«Si trovava nelle cellette dei frati», dice il rigattiere.

«Nelle cellette?».

«Sì, gli altri pavimenti del convento erano in cotto».

Il passeggero tocca una croce, l’accarezza, poi la solleva scardinandola dall’intarsio. Di tutte quante è la più chiara, priva di qualsiasi patina che il legno dovrebbe aver acquisito nel tempo. Avvicina la croce al viso, gli occhiali a specchio la riflettono ingigantita, la gira e il retro mostra un taglio fresco. Il passeggero rincula di un passo.

«È un pavimento con uno spessore molto alto», osserva il rigattiere.

«Cosa significa?».

«Che devo asportarne l’eccesso. Se supera i due centimetri e mezzo non c’è margine per montarlo in una casa moderna».

«Dov’è il resto?».

«Il resto?».

«Dove tiene il resto del pavimento?», insiste il passeggero.

«In casse, è stoccato in un altro magazzino. Lo tratto a mano a mano che mi viene richiesto».

«In che senso?».

«Taglio lo spessore a misura, lo pulisco. Poi va rifinito, il risultato cambia se lo vuole a cera o preferisce l’olio».

«Lo pulisce», ripete il passeggero.

«Certo, il pezzo che ha in mano è stato pulito e finito a olio».

Il passeggero lo guarda meglio, lo rigira sotto sopra ancora una volta. Fa un passo indietro.

«Sembrano essenze diverse», dice.

«Al tempo usavano quello che avevano».

«Lei dice?».

«Lo immagino», dice il rigattiere.

Il passeggero piega il capo sulla spalla sinistra, poi su quella destra, infine getta la testa indietro. Chiude gli occhi un attimo prima di raddrizzarsi.

«C’è il mio autista qui fuori, andiamo?».

«Dove?».

«Nell’altro magazzino, a vedere il resto del pavimento, le do un passaggio».

Il rigattiere non si scompone, apre una mano e la appoggia sul piano della macchina, accanto al lacerto del pavimento.

«Purtroppo aspetto un altro cliente, a minuti, doveva già essere qui».

«Sicuro».

«Posso mandarle delle immagini se mi lascia un indirizzo email».

«Le ho già ricevute, la ringrazio».

«Quanto gliene serve?».

«Lei quanto ne ha?».

«Dovrei controllare».

«Me ne servono settantacinque metri quadri».

«Ho bisogno di un preavviso di tre mesi, se decide».

«Tre mesi?».

«Per prepararlo. Come vede sono pezzi molto piccoli, una miriade».

«Ma se li volessi nello stato di fatto, senza toccarli, basterebbero tre giorni?», chiede il passeggero avvicinandosi alle assi accatastate sulla parete di fondo.

«Così come sono, dice? E lo spessore? Almeno lo spessore va ritoccato, sempre tre mesi servono», risponde il rigattiere alzando la voce.

«Belle queste assi, ci uscirebbe un pavimento fantastico. A che epoca risalgono?», dice il passeggero.

«Metà Ottocento. Ho fatto dei loft a Milano con quelle».

«Un loft è proprio la morte loro».

«Il risultato però è completamente diverso», dice il rigattiere.

«Ovvio».

«Lei quando vorrebbe montarlo?».

«Il pavimento? C’è tempo, non ho fretta».

«Ah, bene, avevo capito l’avesse».

Il passeggero ringrazia per il tempo concesso, porge la mano al rigattiere, si lascia accompagnare fuori e sale in macchina. Non dice nulla, appoggia la nuca al sedile e chiude le palpebre. Vorrebbe dormire per non pensarci troppo, però non gli riesce, gli monta dentro un sentimento rabbioso che lievita fino a opprimerlo. Questo coglione, pensa, invece di gonfiarsi d’orgoglio, spaccia il capolavoro della sua vita per un fake. Porta le dita alle tempie e le comprime uno, due, tre secondi. Vede ancora il rigattiere davanti a sé, vede le unghie, le ciabatte e gli nasce un sorriso che si allarga in una risata sommessa. Quando non riesce più a contenerla, attacca a ridere forte, per poco non si strozza. L’autista alza gli occhi sullo specchietto retrovisore, rallenta, inserisce l’indicatore di direzione. «Devo accostare?», chiede.

Il passeggero nega con un cenno risoluto mentre si ricompone, l’ilarità riemerge ancora un paio di volte, fino a spegnersi del tutto.

«No, no, grazie, non serve», dice asciugandosi le lacrime dalle guance.

«Ha comprato il pavimento?», chiede l’autista.

«Non esiste nessun pavimento, certo non del Cinquecento, lo fabbrica lui, il maledetto ritaglia legni vecchi e li spaccia per buoni. Non che fossero brutti e antichi ‒ lo sono per certo, almeno più antichi di me. A dirla tutta, il risultato è un portento», risponde tossendo per soffocare una nuova risata.

«E allora perché non l’ha preso?»

«Perché la menzogna non ha mercato. Che raggiri pure gli sciocchi… Comunque, possiede più assi marce che capelli in testa, c’è speranza che prima d’aver triturato l’ultima capisca il valore della sua opera e si decida a vendere quella, invece di un’impostura. Nel caso, tornerò a comprarlo».

L’autista dice «Ah», nient’altro. Il passeggero riguarda le immagini ricevute per e-mail, pensa ancora che il pavimento in quelle foto sia originale. Ma che l’idea possa essere venuta a quel robivecchi in ciabatte da piscina fatica a concederlo. Sa di averlo mancato. Se lo ripete, l’ho mancato. In fondo gli sembra la soluzione più sensata: venduto l’originale s’è industriato per riprodurlo. Si ricorda della bifora che ha lasciato lì. Un pezzo unico, ma di tornare indietro non se ne parla.

Infila le mani in tasca, le tira fuori, prende il cellulare e lo sblocca, scrive una nota: Ermanno, figura in ciabatte da piscina e sette centimetri di unghie.

L’autista mette la freccia a sinistra ed entra in autostrada: «Inizia a piovere», dice.


Erika Nannini è nata a Ravenna nel 1976 ed è bibliotecaria presso la biblioteca comunale “Don Giovanni Verità e Accademia degli Incamminati” di Modigliana (FC). Ha pubblicato racconti sul Corriere Fiorentino e nell’antologia Anatomè – dissezioni narrative edita da Edizioni Ensemble. Ha collaborato con Zest Letteratura Sostenibile. Curatrice della sezione Conchiglie, dedicata a libri e autori dimenticati di Morel, voci dall’isola.


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Denti

A seguito della nostra call abbiamo ricevuto 106 racconti. Letti e selezionati dalla classe di Apnea ’20/’21, ne sono infine stati scelti 14 per la pubblicazione.


Questo è il tredicesimo, lo ha scritto Antonia De Sisto e, più che un editing, ha richiesto l’invio di un seconda stesura. Era infatti dall’inizio potenzialmente molto interessante, secondo Francesca de Lena, ma quasi completamente involuto. Hanno dato molti suggerimenti di sviluppo, in un procedimento maieutico, prima il corsista di Apnea Paolo Montagna, poi le nostre ottime caporedattrici. Correzione a cura della redazione. Brava l’autrice a riprendere il racconto in mano e, praticamente, riscriverlo tutto da sé.


Una guerra di posizione si consuma nel breve tempo di una seduta psicoanalitica nella trincea che si scava tra la poltrona dell’analista e il lettino in cui si sdraia una paziente. Al centro dello scontro ci sono i denti, elemento reale e figurativo che per la paziente vale tutto: barriera tra il dentro e il fuori, tra sé e gli altri, tra sanità e malattia.


di Antonia De Sisto


I piedi paralleli di fronte all’ascensore, il naso allineato alla fessura tra le due porte. Preme il tasto zero. Conta uno, due, tre. Entra.

Un rapido sguardo al riflesso nello specchio dell’ascensore. Sorride inarcando le estremità delle labbra verso l’alto. Due chiazze rosse le compaiono sulle guance. Con le dita allenta il collo della maglietta. Due respiri brevi e uno profondo. Sorride di nuovo, questa volta mostrando i denti. Si concentra sullo smalto bianco dei suoi incisivi perfetti. Le guance si schiariscono. Al terzo piano, seconda porta a partire da sinistra. Sulla porta, di poco al di sopra della sua testa, sporge un chiodo. Lo fissa. Uno, due, tre. Suona il campanello. Ancora: uno, due, tre. La porta si apre.


«Buongiorno».

«‘giorno».

Un corridoio da percorrere. Le mani lungo i fianchi. Nel tragitto si guarda le scarpe. Sono sette passi. Al lettino si siede, spalle alla poltrona di lei e aspetta che anche lei si sieda. Solo quando sente la poltrona cigolare sotto il suo peso, si stende. Un fazzoletto pulito tra le mani. Tre regole, promesse ripetute a sé stessa ogni seduta.

Uno. Non piangere in quella stanza. Due. Portare sempre un fazzoletto nuovo. Tre. Contare sessanta secondi prima di parlare. Un ticchettio di lancette amplifica il silenzio. Muove la testa quanto basta per avere una panoramica della stanza, ma non riesce a trovare l’orologio da cui proviene il rumore. Spiega il fazzoletto bianco, lo appoggia sullo stomaco, poi lo liscia per togliere quelle fastidiose pieghe.

«Qualcosa la turba?».

Non sempre riesce a finire di contare, viene interrotta e capita che debba cominciare da capo. La dottoressa si muove sulla sedia, accavalla le gambe. Forse non lo sa, o forse finge di non sapere che esiste una ripetizione da eseguire o forse si presta come da copione all’esibizione.

«Mi scusi?».

«C’è qualcosa che non va?».

Pochi gesti, uno scambio di battute: preliminari a una confessione spontanea che deve avvenire come se fosse richiesta.

«È che dove supponevo ci fosse qualcosa, non c’era nulla. Per una persona perfettamente inserita nella normalità, quale io mi ritengo, trovarmi faccia a faccia con quella mancanza nella presenza, fu scioccante. Nessun avvertimento. Non una crepa nel cielo che potesse preludere a quella che si creò poi nel mio cervello».

«Lasciando da parte la poesia».

«Quale poesia?».

«Andiamo, sa a cosa mi riferisco».

«Guardi che io sono così sempre».

«O forse si è solo abituata a crederlo».

«No, non credo proprio».

«…».

«Insomma, gliela faccio breve. Esco dal locale adibito alle attività di ufficio per raggiungere la cancellata che divide la vita dentro dalla vita fuori. È mia abitudine, in quanto persona decisamente normale, sostare al cancello per salutare il custode del confine con un breve cenno del capo. Magari pure un paio di paroline ben calibrate».

«Interessante».

«Come?».

«Continui, prego».

I preliminari con l’analista sono un girotondo di sottecchi. Con le mani bene in vista, avvicinarsi al contendente. Raggiunta la giusta distanza, l’incontro può cominciare.

«Mi diceva, poco fa, del confine».

«Ecco. Quel giorno, come un qualunque altro giorno normale, il custode riposava placidamente nella sua dimora: un gabbiotto disposto per una esatta metà nel mondo di dentro, per l’altra nel mondo di fuori. Il custode sedeva sullo sgabello, per una gamba dentro e per una gamba fuori. Un’improvvisa novità nella placida quotidianità della mia giornata: il custode di quel giorno era nuovo, o meglio, rinnovato, nel senso che era tornato dopo essersene andato».

«Le novità le danno l’impressione dell’assurdo?».

«Mi scusi?».

«Connota un evento nuovo, ma non insolito, con sfumature riconducibili all’assurdo».

«…».

«…».

«Continuo?».

«Certo».

«Rivedendolo sorrisi, serbavo un bel ricordo di questo custode, fiero del suo manto bianco e dall’occhio languido».

«Ne era attratta?».

«Prego?».

«Ne era attratta?».

«Dal custode?».

«Esatto».

«Beh, ecco, diciamo che è abbastanza avanti con gli anni».

«Ah».

«Non che questo sia un limite».

«No di certo».

Le prime finte, qualche colpo a vuoto sotto la cintura e finalmente un contatto. Sul lettino stringe forte il fazzoletto, sistema i piedi di modo che siano esattamente paralleli al muro. La dottoressa apre il taccuino, sfoglia le pagine in cerca di quella nuova. Un click, la penna è pronta.

«Continuo?».

«Risponda alla domanda».

«Quale?».

«Lo sa bene».

«Non ne ero assolutamente attratta».

«…».

«Continuo?».

«La prego».

«Mi sorrise di ricambio e io, glielo giuro, mi sentii mancare. Il buio, null’altro, in quella bocca mezza aperta per il sorriso di commiato. Non c’erano quadratini bianchi, come in tutte le bocche che ero stata abituata a vedere; soltanto nero, un nero di nulla».

«Si aspettava quello che si aspetta sempre?».

«Mi aspettavo quello che si aspettano tutti».

«La normalità?».

«Non mi aspetto certo che tutte le bocche si aprano a me allo stesso modo e mi mostrino la stessa quantità di bianco, geometricamente divisa da linee di nero. Di certo non ero preparata, quel pomeriggio di quel giorno come tutti i giorni, allo spalancarsi del nulla. Nemmeno un dente, non un canino o un molare, anche malandato. Solo gengive e molto nero. Aspetto?».

«Cosa?».

«Che lei finisca di scrivere».

«La preoccupa che io scriva?».

«Mi preoccupa che lei rimanga indietro nella scrittura».

«Sente il bisogno di aspettarmi?».

«Se così vogliamo dire».

«Interessante».

«Mi scusi?».

Si toccano e al primo tocco segue sempre un allontanamento. Il lettino si fa scomodo, i piedi ora sono intrecciati e per un istante dimentica il rigore geometrico dello spazio da occupare. La dottoressa segna i punti scoperti, rilegge la strategia di contatto.

«Prego, continui».

«Più di tutto mi sconvolse la naturalezza con cui mi sorrise. “Diamine” pensai “sa di essere senza denti?”. Non era tenuto a celarsi per sé, ma per l’altro. Per chi gli stava di fronte certo l’avrebbe dovuto fare».

«Lei non avrebbe sorriso?».

«No di certo».

«Sente sempre il bisogno di nascondere la propria intimità?».

«Che c’entra?».

«Percepisco un certo nervosismo».

«Si sbaglia».

«Mi pare che senta il bisogno di ribattere a tutto quello che le propongo. Da dove viene questo bisogno?».

«Dal fatto che non concordo».

«Va bene. Proceda».

«Guardi che non sono nervosa».

«Le credo».

«Bene».

«Cosa la turbava di quella bocca sdentata?».

La dottoressa si lascia andare allo schienale della poltrona, rilassa i muscoli della mano, ferma la penna tra le pagine del taccuino, dà una rapida occhiata all’orologio. 

«Mi turbava quella mancanza di cura verso sé e verso l’altro. Cosa porta a spalancare sul mondo il proprio buio? “Con che coraggio,” pensai, “questo si permette di farmi carico del suo nulla?”. Io non l’avrei fatto. Lei capisce, i denti sono tutto. Sono barriera tra il dentro e il fuori, sono strumenti adatti alla masticazione, coadiuvano la dizione. Su cosa sbatterà una lingua nel pronunciare la “t”? Chiaramente vengono a mancare le basi di comunità e comunicazione».

«Fuor di metafora, quindi?».

«Eh, la fa facile lei!».

«Non riesce a esprimersi se non per alterazioni letterarie?».

«Io mi esprimo sempre così».

«Antepone sempre la forma al contenuto?».

«Mi scusi, siamo qui forse a fare lezioni di poetica?».

«Vede, qui il punto non è individuare il suo modello espressivo, né valutarne la validità, quanto piuttosto cercare di capire perché lei, qui con me, sente il bisogno di mascherare le emozioni dietro un certo modo di parlare».

«Ma io mi esprimo sempre così».

«Appunto».

«Prego?».

«Il punto è proprio questo».

«Che mi esprimo sempre in modo letterario?».

«Che sente sempre il bisogno di esprimersi indirettamente».

«Ah».

«Riprenda pure».

«Ora non ricordo più».

«Mi stava dicendo di quanto imprescindibile ritiene nascondere la propria fragilità».

«Stavo dicendo questo?».

«Più o meno».

«Beh, ecco, riprendo allora. “Lei, signor mio, mi impedisce di riconoscerla come essere umano”. Furono queste le parole con cui mi congedai da quel sorriso monco. Mi scusi ma, io, questa mancanza, proprio non la posso sopportare».

«Mancanza di barriere?».

«Stavo per dire mancanza di attenzione».

«Per lei l’attenzione verso l’altro passa attraverso la costruzione di confini?».

«Non lo so se pensavo proprio questo».

«Ci pensi».

«Può darsi».

«Può darsi che l’abbia turbata tanto la spontaneità con cui il custode le ha mostrato una sua fragilità».

«È evidente che lei non coglie il punto».

«Mi aiuti, allora».

«Qui il problema è l’assurdo».

«Trova assurdo che a qualcuno possa capitare di manifestare la propria fragilità?».

«…».

«Si ricorda di quell’episodio che mi aveva raccontato? Quel pranzo in cui suo padre, se non sbaglio…».

«Non credo sia il caso di tirare in ballo mio padre!».

Poi spinge i gomiti sul lettino, vorrebbe forse alzarsi, cambiare la porzione di spazio da occupare per cambiare il corso degli eventi che non è più in suo controllo. Portare le ginocchia sullo stomaco, poggiarsi su un fianco, proteggere l’insorgere di quella nuova superficie, ma il processo non si può arrestare, lo si può solo accelerare.

«Come no! Lei, con la sua psicologia mi vuole costringere a parlare dei fatti miei per poi trovarci un riferimento nell’inconscio. Cos’ha lì, ha forse un’antologia dei simboli e dei significati? Una Smorfia per intellettuali? Dare un senso alle cose, ordinarle a posteriori, indicizzare i fatti quando già sono accaduti. Ma bene, io le vengo incontro: non temo peripezie freudiane, non nascondo traumi dento-infantili, né reprimo umori frustrati da quell’accaduto».

«Eppure lei ha esordito raccontandomi di come sia rimasta traumatizzata dalla bocca senza denti di un uomo molto più grande di lei. Davvero non trova ci possa essere un legame con l’episodio di suo padre?».

«Ma lei l’ha mai visto un uomo perdere un dente nel bel mezzo della più cieca quotidianità?».

«Me lo racconti di nuovo».

«A lei la storia, visto che ci tiene tanto. Era un pranzo, come sono i pranzi di tutti i giorni. Intorno al medesimo tavolo di marmo, seduti sulle medesime sedie nere. Di fronte alla medesima pasta al ragù. Io infilavo una forchettata dietro l’altra, con il capo chino sul sugo e vedevo solo i maccheroni macchiati. Insomma, a un certo punto ecco mio padre che si alza in piedi con una bottiglia di rosso, quello di tutti i pranzi. Ha la bottiglia nella sinistra, cerca il cavatappi sulla tavola, mentre sorride contento».

«Suo padre era solito bere?».

«Posso continuare?».

«Prego».

«Io alzo lo sguardo e noi tutti lo vediamo portarsi la destra, la mano senza il vino, alla bocca e smorzare il sorriso in una smorfia triste. Ci porge la mano destra a coppetta e come un bimbo ci fa: “guardate”. E quello che vediamo ci fa orrore. Mio padre rimane con questa mano a mezz’aria e la bocca socchiusa, quel tanto che basta per coprire il buco che il dente, ora nella sua mano, ha lasciato».

«Deve aver sofferto molto?».

«Mio padre?».

«Mi riferivo più a lei».

«Ma i miei denti erano perfetti».

«A lei non è mai capitato di avere male a un dente?».

«Assolutamente no».

«Ma a suo padre sì».

«…».

«Come l’ha fatta sentire assistere a suo padre messo a nudo nella sua fragilità?».

«Lei mi mette in bocca parole che non ho mai pronunciato!».

I colpi cadono esattamente dove devono cadere. La guardia è goffa, non c’è più una sequenza da ripetere. Lei ripercorre nella mente i passaggi, cerca quel passo laterale debole che ha scomposto la sequenza. Spiega e ripiega il fazzoletto tra le mani. Il ripetersi di gesti comuni la riporta sul lettino, stende le gambe, allinea di nuovo i piedi. Riprende il controllo dalle punte, mentre sente la superficie del centro del suo corpo completamente esposta.

«Torniamo al suo incontro con il custode. All’inizio della seduta accennava al fatto che il custode le avesse fatto carico di qualcosa, mostrandole la bocca».

«Ma certo, con la sua bocca senza denti mi ha costretto a guardarci dentro, a scrutare nel suo buio. Se non avesse perso i suoi denti, il cielo non si sarebbe crepato come invece ha fatto quel giorno».

«Un po’ come è successo quel giorno con suo padre».

«Cosa ha a che fare questo con mio padre?».

«Non ha forse detto che la cura per i propri denti è una forma di attenzione verso l’altro? Una barriera che nasconde all’altro qualcosa di sé. E cioè, non ha forse detto che è necessario, in qualche modo, celare le proprie fragilità?».

«A me pare che lei stia giocando con la Smorfia».

«…».

«Lei non capisce. La bocca di mio padre. La bocca vuota di mio padre. Mio padre che perde un pezzo dopo l’altro. Mio padre che giorno dopo giorno apre quella sua bocca sempre più buia e non fa niente per riempirla! Era mio padre, che si sgretolava davanti ai miei occhi».

«…».

«Io i denti li guardo sempre perché i denti sono lo specchio dell’amore che si ha verso sé stessi e verso gli altri. Io, se le persone sono felici, lo capisco guardandole in bocca, perché quando sono felici si prendono cura dei loro denti. E le persone felici non ti devono fare carico di nulla».

«Ritiene che suo padre fosse…».

«I miei denti sono perfetti».

«Quelli di suo padre non lo sono stati, però».

«I miei denti sono assolutamente perfetti!».

«Forse perché devono nascondere qualcosa».

«Non giri la frittata!».

«La mette a disagio pensare di non essere felice come crede?».

«…».

«Ne vuole un altro?».

«Mi scusi?».

«Un fazzoletto, lo vuole?».

«Ce l’ho, grazie».

«Il suo non sembra aver retto bene».

«…».

«Allora, perché è qui?».

«…».

«Va bene, per oggi può bastare».

Un’ultima occhiata alle lancette. È il momento di una tregua, l’interruzione tra un ripetersi del medesimo e l’altro, fino al momento in cui una crepa si insinua nella quotidianità, increspa la superficie e ne mostra una differenza. La dottoressa è la prima ad alzarsi. Apre la porta e saluta con cortesia.

Lei si siede sul lettino. Conta uno, due, tre. Si alza. Con gli occhi verso le punte delle scarpe, ripercorre il corridoio. Sono sette passi. Attenersi alla regola numero uno per sette passi. Ricambia con cortesia il saluto, non incrocia lo sguardo dell’analista. Attraversa il confine, la porta si richiude alle sue spalle. Uno, due, tre. I piedi allineati alle porte dell’ascensore. Preme il tasto zero. Conta uno, due, tre. Un rapido sguardo al riflesso nello specchio dell’ascensore.


Antonia De Sisto, (Benevento, 1991) nasce con un enigma: “chi sono io?”. Prova a scioglierlo studiando filosofia a Padova. Si laurea con una tesi su Bataille, grazie al quale scopre che io è sempre un altro. Dal 2015 si dedica a progetti di divulgazione filosofica con l’associazione Aurora Scuola Popolare di Filosofia. Quando si accorge che l’enigma non può essere sciolto, ma può essere raccontato, scopre la scuola di scrittura di Ivano Porpora. A finanziare la sua ricerca è il The Garda Village, dove dal 2016 lavora come receptionist.


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“Il grande libro della scrittura” di Marco Franzoso: un viaggio faticoso, come la scrittura

di Anna Coluccino

Appena terminata la lettura di questo poderoso manuale, mi si è palesata nella mente la battuta di Umberto Eco su Il Conte di Montecristo di Dumas: un libro di quasi mille pagine che poteva essere raccontato usando un quinto delle parole, ma, fosse stato così, non sarebbe stato lo stesso libro. 

Perché sì, è vero: il testo di Franzoso è ridondante, a tratti lo è in modo quasi snervante. Per svariate pagine, pare formulare in modi più o meno diversi sempre gli stessi concetti, ma è vero pure che il segreto dell’apprendimento profondo è la ripetizione, e se si è completamente a digiuno di nozioni e tecniche narratologiche, al termine della lettura de Il Grande Libro della Scrittura si avranno le idee molto chiare riguardo i passaggi necessari a portare la propria opera a una forma definitiva, a una stesura che possa essere letta e apprezzata. 

Ché questo, in fondo, dovrebbe essere l’obiettivo finale della scrittura: compiersi, comporre una storia e metterla al mondo in forme che le consentano di essere compresa, ricevibile, capace di riversarsi in menti diverse da quella che l’ha ideata e partorita, e lì rinascere in miriadi di altre forme, risuonando con le esperienze e i pensieri dei lettori. 

Un libro-viaggio per chi e perché

L’incipit è avvincente: quale libro porteresti su un’isola deserta? Dopo attenta riflessione l’autore risponde nel più sensato dei modi: un manuale di pesca. 

L’allegoria della scrittura come viaggio in solitaria, come mezzo di sopravvivenza, genera paralleli assai significativi, densi, nonché intuizioni che penetrano e rivelano un senso profondo dello scrivere, come pure le motivazioni psicologiche e filosofiche che sottendono l’urgenza del racconto. Perché è vero che leggiamo non per fuggire dal mondo ma per capirlo meglio, non per eludere i problemi della nostra vita ma per imparare ad affrontarli o anche solo per riconoscerli come tali. 

Tutto il libro è permeato dall’autentica esperienza dell’autore, e questo è uno dei suoi principali meriti. Avere la possibilità di passeggiare nella testa di uno scrittore che offre le risposte che, negli anni, ha individuato per soddisfare esigenze reali è un’esperienza che consente di ridefinire o raffinare le proprie teorie e le proprie pratiche, per affinità o per opposizione ma, comunque, nutrendosi del confronto con una riflessione autentica. Tanto le domande quanto le risposte che Franzoso intercetta e propone ai suoi lettori suonano vere, o potenzialmente tali; certamente utili per evitare di perder tempo dietro a domande sbagliate o mal formulate. Troppo spesso, infatti, ci si dimentica di porsi il quesito centrale per chiunque senta l’esigenza di raccontare storie: perché? 

Il perché ha subito un crollo di notorietà, un generale calo di considerazione e stima nel corso del novecento. Con la fine dell’assolutismo, la morte di dio e l’avanzare del metodo scientifico e del pensiero logico-razionale, è parso sempre più peregrino chiedersi il perché delle cose. È così perché è così. Scrivo perché scrivo, che domanda è? Dovremmo limitarci a studiare il cosa e il come dei fenomeni e lasciar perdere motivazioni e cause prime. Data per inaccessibile la Verità maiuscola, ignorare anche quelle minuscole, contestuali, relative. Tuttavia, l’abbandono della ricerca di un senso per le proprie azioni, per i propri bisogni e desideri, per la propria vita insomma, è in parte ciò che ci ha portato all’attuale sbandamento di specie. E gli autori che non si chiedono perché fanno quel che fanno, o non sono in grado di individuare un senso al loro gesto, a tratti ossessivo, figlio dell’impulso irrefrenabile a dar forma a un mondo, non me l’hanno mai raccontata giusta. La posa dell’artista che afferma di fare le cose perché non aveva nulla di meglio da fare, con nessuna vera intenzione o motivazione, mi pare sempre più farsesca: puzza di messa in scena. 

Un libro-viaggio come e verso dove

Franzoso sceglie di approfondire l’allegoria del viaggio richiamando implicitamente, tra gli altri, il celeberrimo Viaggio dell’eroe di Vogler e adottando una struttura metanarrativa. Suddivide quindi il suo stesso testo nei classici tre atti. E se il primo risulta riuscito, al netto di alcuni punti di disaccordo riguardo l’equilibrio che caratterizzerebbe la situazione iniziale di una qualunque storia –equilibrio che è spesso apparente e contiene, in nuce, le cause del successivo smottamento- è il secondo quello più farraginoso e ripetitivo, estremamente attento nel descrivere e declinare i diversi passaggi che danno vita a un romanzo, ma poco fiducioso delle capacità del lettore di tenere a mente e visualizzare i diversi momenti del processo. Il terzo torna a essere piuttosto scorrevole mano a mano che si avvia verso la conclusione. 

Sul piano etimologico, autori e autrici sono coloro che accrescono, che alimentano. Eppure, perché le cose evolvano nel migliore dei modi, a volte occorre recidere, sottrarre. Chi scrive non inventa niente, così come chi viaggia non si muove verso luoghi che non esistono, bensì procede e recede lungo percorsi più o meno battuti, ricorda e ricrea, scova e disvela. Non si tratta di un gesto puramente costruttivo. Esiste una pars destruens ed è una componente fondamentale del processo. Se non si è pronti a distruggere quanto si è costruito, almeno in parte, meglio non cominciare affatto. La scrittura è riscrittura, esattamente come viaggiare non riguarda solo l’andare ma anche il tornare. Se esiste una regola d’oro per l’arte narrativa, forse, è questa. Ed è inutile nascondere che può essere frustrante, non lo fa Franzoso e non dovrebbe farlo nessuno. Perciò è necessario abbandonare l’approccio mitologico del sacro fuoco che accompagna quasi sotto dettatura scrittori e scrittrici. La prima stesura di qualsiasi narrazione dev’essere monca e approssimativa, deve tracciare il percorso di massima, senza troppa attenzione allo stile e alla qualità del racconto: questo Franzoso lo sa bene e altrettanto bene lo racconta. Possiamo essere affascinati dal mistero, sedotti, ma l’amore necessita di affondi. E chi ama la scrittura, chi ritiene di essere chiamato a raccontare anche solo una storia nella vita, non può credere che lo studio e la conoscenza dei modi del racconto, come delle caratteristiche psicologiche e antropologiche dell’impulso umano alla narrazione, possano spoetizzare l’atto di scrivere, a meno di non promuovere una visione mistica, quella peculiare versione di spirito santo che si definisce “genio” che, come per una sorta di predestinazione calvinista, renderebbe tali gli scrittori per diritto di nascita, in virtù di un talento genetico, che non sarebbe possibile affinare e allenare come qualunque altra abilità. 

Approdi e ripartenze: un epilogo come premessa

Allo stesso genere di mitologia del Genio appartiene anche l’idea che l’Artista debba essere per forza di cose una persona che abita l’eterno dolore, che nutre la propria arte con la pura sofferenza e che, pertanto, sia un individuo legittimato a essere odioso, bizzoso, finanche violento e spregevole. Sopportare il suo temperamento oscuro è il prezzo che i comuni mortali devono pagare per godere dell’opera del Genio, che a sua volta pagherebbe il prezzo della fama e della devozione generale accettando di sentirsi sbranare gli organi da quell’inestinguibile angoscia che, più di ogni altro sentimento, nutrirebbe la sua arte. Questa visione romantico-decadente dell’artista è prettamente novecentesca e non ha nulla di vero: è una di quelle classiche profezie auto-avveranti che ci hanno spesso portato a feticizzare autori mediocri in virtù della loro biografia antieroica. 

Le scuole e i manuali di scrittura sono un utile strumento per abbattere il genere di mitologia di cui parlo: un’epistemologia masochistica che ci induce a pensare che solo ciò che fa male sia radicalmente vero. A uno sguardo appena appena svelato, focalizzato sul mestiere oltre che sul mistero della narrazione e della sua malìa, appare evidente come l’abito mentale appena descritto sia una variazione sul tema del pensiero magico, solo con funzione desolatoria anziché consolatoria. Scuole e manuali hanno il compito di palesare i meccanismi che creano e sorreggono l’illusione e, se di buona qualità, non distruggono l’incanto ma lo ricreano, lo rifondano su un terreno di verità che ha lo scopo di suscitare l’ammirazione e la meraviglia che si provano davanti a un’opera d’ingegno, potendo apprezzare a pieno la maestria di chi la realizza. Tutto questo emerge tra le righe de Il Grande Libro della Scrittura, ed è probabilmente il pregio principale del testo: esplicitare una filosofia dello scrivere prima ancora che un metodo, ché il metodo illustrato è un’ottima sintesi di quanto viene presentato nei più celebri manuali di scrittura, mentre la filosofia – la comprensione piena di quella che l’autore chiama “la posta in gioco”- è la migliore ragione possibile per decidere di avventurarsi per i sentieri che Franzoso traccia a favore di chiunque avverta l’irrefrenabile esigenza di mettersi in viaggio. 

Ciò che conta è essere consapevoli che non è di un viaggio di solo piacere che si parla, né tantomeno di una vacanza, è piuttosto un’avventura traboccante rischi, affatto comoda o rilassante, eppure di quelle per cui, alla fine, penseremo sia valsa la fatica. Quel che più conta perché una storia venga al mondo, ancor prima del talento, sono il coraggio e la caparbietà, quelle qualità che da sempre accompagnano gli imprudenti, gli sconsiderati, come sono quelli che, un giorno, decidono d’assecondare il bisogno di dar vita a una possibilità che prima non c’era, di dar forma a un piccolo universo parallelo che menta sperando di avverare.

Postilla: la grande assente, la narrativa speculativa

Al di là delle tecniche illustrate, che sono di certo utili per specificare, approfondire e ancorare la propria storia, guidandola verso il suo compimento, evitando paralisi e deragliamenti, un difetto macroscopico del testo è che si tratta di un metodo per larga parte poco applicabile a uno specifico genere narrativo; genere che Franzoso disprezza apertamente, definendolo “stucchevole”, e che io invece trovo tra le più altre espressioni dell’ingegno letterario: la narrativa speculativa. Fin dall’inizio della lettura mi sono più volte trovata a riflettere su quanto molte delle cose che venivano illustrate erano applicabili a molte tipologie di storie, tranne che a quelle più speculative. Persino la tecnica basilare del riassumere il proprio romanzo in venticinque parole appare difficilmente praticabile nel caso delle storie-mondo, là dove si rifondano i presupposti politici, sociologici, linguistici, scientifici e filosofici che fanno da sfondo alle vicende dei personaggi, rendendo di fatto risibile il tentativo di individuare la trama minuta che attraversa il testo. È il tema –più che altro- a dover essere chiaro e circoscritto, non tanto la storia in sé. Questo è, forse, l’unico insanabile conflitto di punti di vista tra me e l’autore: un’idea diametralmente opposta riguardo la natura della letteratura speculativa, che Franzoso afferma essere una sorta di girandola vacua di invenzioni, di trovate sensazionalistiche povere di autenticità, prive del necessario affondo intimistico, mentre io penso che la migliore letteratura speculativa riesca a travestire di futuro il presente, offrendo strumenti per la riflessione e l’analisi della realtà individuale e collettiva; strumenti che talvolta consentono di identificare con maggiore chiarezza ciò che pare auspicabile o meno. 

Se la letteratura è maestra di vita, la narrativa speculativa è la migliore delle mentori.