Autore: Francesca de Lena

La verità vi prego: non giudicare i tuoi personaggi

Cara @GattaSorniona,

ricordi la stra-citata citazione da Gustave Flaubert: Madame Bovary c’est moi?

Qual è la prima cosa che ti viene in mente se ci pensi, oltre allo scolastico: “con questa frase l’autore sancisce la propria vicinanza alla protagonista del suo romanzo, fondendo le basi del realismo in letteratura”?

La prima cosa che viene in mente a me è: Flaubert ha scelto Emma perché gli interessava davvero, gli piaceva, voleva provare a essere come lei e a dare a lei una parte di sé.

La verità vi prego: sei tu a dover scrivere la storia, non il lettore

Caro @Disintegrazioni,

parliamo di come comunicare i sentimenti. Anzi: parliamo prima di come non farlo.

Tu hai una scrittura molto discorsiva, e, se uno ha voglia di seguirti per vedere se hai delle cose da dire scopre che delle cose da dire ce le hai. Però, per vederle, seguirti non basta. Bisogna dribblare.
Il tuo racconto è tutto fatto di pezzi in più che si trovano in mezzo al percorso e vanno scansati. Presi singolarmente potrebbero anche riempire di profondità la storia, ma tutti insieme la sommergono, al punto che della storia non c’è più traccia.

Lacci di Domenico Starnone: un romanzo che sa di racconti

  Il nuovo, bellissimo, romanzo di Domenico Starnone s’intitola “Lacci” e racconta lo stare insieme. Non l’amore, non la coppia, non il matrimonio, ma: frequentare la vita insieme, che in alcuni casi prevede anche separarsi e poi ritornare, senza che questo significhi ritrovarsi. Il romanzo ha una struttura che in ogni parte evoca la forma del racconto; com’è ovvio non la duplica fedelmente, ma ne suggerisce di continuo il legame: questo è un pezzo a sé; questa scena si basta da sola; qui puoi anche fermarti per un po’, c’è tutto quello che bisogna sapere. È composto di tre parti, e queste parti non si chiamano Parti, ma Libri (storie con un inizio e una fine): Libro primo; Libro secondo; Libro terzo. Il “Libro primo” è il più affascinante e il più tecnico del romanzo: la voce narrante di Vanda, la moglie lasciata, costruisce il periodo della rottura del matrimonio attraverso 12 lettere indirizzate al marito fedigrafo. Starnone fa qui in maniera magistrale un’operazione a metà tra “La voce umana” di Jean Cocteau e “Caro …

La verità vi prego: il punto di vista interno non è un continuo pensare

Caro @Dispositivo,

certamente ci avrai già pensato tu, ma voglio dirti che il tuo racconto mi ha fatto venire in mente un film che ha vinto l’oscar per la migliore sceneggiatura nel 2013: si chiama “Her”.

Il film è ambientato in un futuro prossimo in cui il protagonista può comprare un sistema operativo dotato di intelligenza artificiale perché gli faccia da segretaria tuttofare. Il software si dà da solo il nome di Samantha e poco alla volta comincia a fargli compagnia fino a che tra i due nasce una storia d’amore.
Come nel tuo racconto, il conflitto alla base di “Her” è l’interazione tra gli uomini e i congegni tecnologici con cui si trovano a passare il tempo, anzi la vita intera. A differenza del tuo racconto, in questo film si mostra anche il punto di vista del dispositivo. Anche. Non solo. Proviamo a ragionare sul perché.

Gli «e poi» di Andrea e come si costruisce una narrazione

Da circa un mese Andrea ha cominciato a dire: «E poi». Prima ripeteva a pappagallo quando lo dicevo io. Quando dovevamo cambiare il pannolino, per esempio, e lui non voleva, e allora io dicevo: «Prima mamma ti cambia il pannolino, e poi torni a giocare». E lui sintetizzava: «eppoi gioto». Oppure, quando aveva fame ed eravamo ancora in macchina a cercare parcheggio, e gli dicevo: «Prima posiamo la macchina, e poi andiamo subito a fare la pappa». E lui: «eppoi pappa». Dopo c’è stato il momento di «Mammaeppoi» detto come un’invocazione, una specie di formula magica per significare “voglio che succeda questo”, “voglio fare quest’altro”. Adesso lo dice per conto suo. Sono diventate due parole con un vero e proprio significato. Per esempio quando sa che deve passare ancora qualche giorno, deve arrivare il fine settimana, prima di poter vedere la sua cuginetta: «Eppoi viene Giordana». Oppure quando c’incamminiamo per il solito percorso, e ci fermiamo al supermercato a comprare il pane, e lui sa che dopo andremo anche al parco: «Eppoi sullo ccivolo». Insomma …

La verità vi prego: se la realtà è un caos la narrazione deve domarla

Cara @Sadie,

la Nora del tuo romanzo suscita grande tenerezza, perché è capace di far venire fuori diversi aspetti di quell’età magica per cui ogni cosa non è mai solo se stessa, ma sempre la piccola parte di un insieme che sembra grandissimo, complicato e inarrivabile. Mentre si vive quell’età non si ha granché idea di quello che si sta facendo, si passa per lo più il tempo a rimpinzarsi d’informazioni, innamorarsi e sentirsi soli. È dunque logico che le sfere d’interesse siano tantissime e che tutto sembri fondamentale.
Nora, però, non è una persona reale ma un personaggio narrativo: quindi, deve fare delle scelte.

La verità vi prego: mai perdere di vista atmosfera e tensione

Caro Giorgio,

lo vedi quel bambino sott’acqua? Quello è il tuo potenziale lettore. Gli altri, distesi, più rilassati, che si lasciano tenere a galla dalle onde o addirittura si appoggiano, sono i lettori di romanzi. Il lettore di racconti, invece, trattiene il fiato e nuota forte per scendere giù e toccare il fondale, fa una fatica enorme, e allora tu lo devi ripagare.

fino a pagina 69 – “La morte del padre” di Karl Ove Knausgård

“La morte del padre” è il primo dei sei romanzi che compongono l’opera autobiografica di Karl Ove Knausgård intitolata “La mia battaglia” e pubblicata in Italia da Feltrinelli. Ho letto il libro fino alla pagina 69. Per finirlo sarei dovuta arrivare alla 505, ma non ne ho sentito il bisogno: avevo già la mia idea. Forse avrei dovuto saperlo – e qui confesso: non mi piacciono quasi mai i romanzi molto lunghi. Per me è quasi garantito che siano romanzi troppo lunghi, di una lunghezza, cioè, non giustificata. Mi chiedo cosa ci sia da raccontare in tutte quelle pagine. Che cosa ci sia mai da non poterne fare a meno. Però ogni tanto ci provo lo stesso, e con Karl ci ho provato. Ed, ecco, se dovessi dire una cosa, se dovessi scegliere un solo motivo per cui questo romanzo è troppo lungo, direi: gli elenchi. Gli elenchi sono il motivo per cui durante la lettura pensavo beh, questo potevi anche non raccontarlo; beh, di questo potevi anche farne a meno. Eppure io amo le liste: comprerei libri e …

La verità vi prego: la tua storia non è un trattato di sociologia

Caro Antonio,

il tuo racconto ha un titolo così evocativo che prima ancora di leggerlo il livello dell’aspettativa si alza solo per quella parola che c’è dentro: resurrezione. Ci hai pensato, quando lo hai deciso, che sarebbe successo? Che avresti dovuto tenere testa a grosse aspettative? La tua scelta potrebbe sembrare indovinata, perché in effetti è questo che un racconto dovrebbe fare: condurre un personaggio a vivere uno stato di cose che prima non c’era, che prima era in un altro modo; creare una piccola trasformazione. In un certo senso, ogni piccolo gesto, ogni parola e ogni evento che si decide d’inserire in una narrazione, dovrebbe avere, o almeno avviare, un movimento che abbia il carattere di una rinascita.

Scrivere racconti a scuola di judo

Andando ogni giovedì in edicola troverete – in abbinamento al Corriere della Sera – i volumi della collana La scuola del racconto curata dallo scrittore Guido Conti. La bellezza di questa collana sta nell’idea di proporre con semplicità due fondamenti base per imparare a scrivere. Il primo è che per imparare a scrivere bisogna imparare a leggere. Il secondo è che per imparare a scrivere bisogna imparare a leggere racconti. Un’altra cosa bella di questa collana è che non ha paura di usare la parola ‘scuola’ e, di conseguenza, non ha paura di ammettere quello che questa parola vuol significare: tutti, o quasi tutti, possono imparare a scrivere una storia che funzioni. Questa cosa pare che, finalmente, si cominci a dare per scontata anche in Italia. Raccontare è un’attitudine che abbiamo insita come essere umani, proprio come comunicare. Volevamo parlare, ci hanno insegnato l’alfabeto; volevamo lasciarci dei messaggi, ci hanno insegnato a scrivere. Vogliamo raccontare, ci possono insegnare a farlo. A patto, ovviamente, che ci mettiamo a studiare. Il metodo di studio che s’impara con …