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Emilio Isgrò, Studio per Var ve Yok, 2010

Cosa farsene delle regole di scrittura

Perché le regole di scrittura piacciono?

Molte delle persone che scrivono credono di avere in pugno la capacità di raccontare storie. Lo credono semplicemente in virtù del loro scrivere.

La maggioranza prende un foglio e una penna, butta giù d’un fiato tutta la vicenda, si compiace del risultato, accende il computer per “ricopiare”, non rilegge, e invia a chiunque: case editrici, agenti letterari, amici di facebook.
Per questo (ma non solo per questo) gli aspiranti scrittori vengono trattati nell’ambiente editoriale con malcelato disprezzo, atteggiamento che a essere onesti non cambia neanche verso quegli aspiranti che si pongono delle sane domande o di quelli che, addirittura, cercano delle risposte.

Aprire la porta del proprio lavoro per offrirlo al pubblico fa un gran bene al mondo dell’editoria, di solito esclusivista, misterioso e superbo. È quindi bello che, per approfittare del desiderio di risposte, l’industria editoriale abbia plasmato una riconosciuta categoria da scaffale: quella dei libri che racchiudono consigli di scrittura, così come un tempo si faceva con gli aforismi.

Agli aspiranti scrittori questi prodotti piacciono non solo perché desiderano apprendere le tecniche narrative, ma anche perché vogliono riconoscersi nel proprio autore di riferimentopercepire una vicinanza di sensibilità (lo sapevo che era così!), e vivere la sensazione a distanza di essere d’accordo con il maestro.
Del resto, ognuno di noi gongola segretamente se, durante una conferenza, un illustre professore (o un attore, un politico, uno scienziato, un profeta) dichiara una verità che abbiamo sempre sostenuto. Sentirsi dire di avere ragione è infinitamente meglio del banale avere ragione.

Allora parliamone, delle regole

Chi recepisce le “regole” non dovrebbe però mai esonerarsi dall’esercizio di testare sulla propria opera quello che crede di aver capito.
Blaterare del Viaggio dell’eroe per poi perseguire con fierezza “il proprio istinto” non è utile. Non è utile nemmeno il contrario: tenere a destra il quaderno e a sinistra il manuale di scrittura, finendo rinchiusi nella trappola del: E questo lo posso fare?

Al di là e al di qua della regola ci sono le fazioni. Quelli che dicono che se uno ha talento può fare tutto, quelli che dicono sia necessario imparare la tecnica anche per scrivere la lista della spesa, quelli che bisogna conoscere le regole per poterle infrangere. E dunque?

Quando si scrive si può fare tutto? No.
Solo quello previsto dai dettami? Neanche.
Bisogna conoscere le regole per poterle infrangere? Per carità.
È meglio ricominciare a credere nel talento divino? Dio ce ne scampi.

In narrativa il mondo del possibile comincia laddove ci si invischia in quello delle soluzioni. L’uno non esiste senza l’altro: nel momento stesso in cui t’interessa la regola, deve interessarti anche la maniera per metterla in atto. Come diceva Amanda Sandrelli in “Non ci resta che piangere”: bisogna provare, provare, provare.
Studiare cosa è giusto non basta: bisogna allenare l’occhio e l’orecchio alla propria scrittura, capire cosa funziona e cosa no, e non avere timore (o forse è pigrizia? O forse è vanità?) di ricominciare.

Regole giuste, soluzioni sbagliate

  • show, don’t tell

“Non me ne parlare: fammelo vedere” è una frase che, in un linguaggio assai casalingo, mi capita spesso di pensare mentre leggo un manoscritto e discuto idealmente con l’autore che l’ha inviato. Ma non faccio in tempo a comunicargli la mia impressione al telefono perché è lui che, subito dopo i convenevoli, esordisce con: “Cosa ne pensa? È abbastanza show, don’t tell?”.

Mostrare, non raccontare – nonostante il massiccio tentativo di svalutarla tirandola in ballo a sproposito o spingendola all’estremo – è una regola che non tramonterà mai. Lo sapeva Anton Čechov (Non dirmi che la luna splende, mostrami il riflesso della sua luce sul vetro infranto) e lo sapeva Henry James (Drammatizzare, drammatizzare!) e quindi ci si può fidare.
Una volta data per scontata, adesso il punto non è più dover mostrare, ma: cosa si deve mostrare?

La narrazione non è cronaca. Show non sta per “metti in scena i gesti e i dialoghi dei personaggi e fatti da parte” ma per “metti in scena la tua verità attraverso i gesti e i dialoghi dei personaggi”. Un autore che piazzi il proprio protagonista sul palco come sotto la lente di un microscopio, prestando mille attenzioni ai suoi gesti, alle micro-azioni, ai tic di linguaggio, ma che abbia paura di schierarlo in un’identità narrativa che rappresenti il reale, è un autore che non mette in gioco quello in cui crede. Che non si è chiesto qual è la sua verità.
Quello che fa è creare in un colpo solo un ipo-personaggio vuoto e un iper-personaggio gonfio di sé. Non scriverà niente di interessante.

  • Dio è nei dettagli

Probabilmente il primo a dirlo è stato Flaubert (ma non c’è certezza filologica). Dio è nei dettagli significa che per metter in atto il mostrare, bisogna rendere viva la scena attraverso elementi peculiari (il raffreddore del personaggio, la buca dell’asfalto lungo la strada che percorre per andare al lavoro, il rumore dei macchinari della fabbrica).
Ai dettagli s’intitolano intere lezioni di laboratori di scrittura ed è sacrosanto. Ma, anche qui: il problema non sono i dettagli, né quanti, forse nemmeno quali. Il problema è: perché.

Ecco un esempio trovato in un sito di servizi editoriali: la persona che li offre propone ai suoi potenziali clienti di leggere questa frase:

Carla si recava al lavoro a piedi, come tutte le mattine, e intanto beveva il suo caffè.”

poi consiglia: “E se inserissimo qualche accorgimento in più per arricchire la trama?”.

Ed ecco cosa ne tira fuori:

Come tutte le mattine Carla si apprestava a raggiungere l’ufficio percorrendo il breve tratto di strada a piedi, con il solito caffè macchiato nel bicchiere di carta marrone take-away tra le mani ancora bollente, preso alla caffetteria all’angolo del vicolo appena infilato.

Il guaio è grosso: soffermiamoci sulla questione dettagli. Sono troppi, ed è evidente. Sono inutili, ed è evidente anche questo. Ma il problema sta nel principio per il quale sono stati scelti, in quel: per arricchire la trama.
Se usati per questo, cioè senza un vero perché, senza che rappresentino una verità, i dettagli sono tutt’altro che Dio: fanno massa, spengono la luce. E conoscere la regola di Flaubert diventa dannoso.

  • il principio dell’iceberg

Diceva Hemingway che per scrivere una buona storia

“I sette ottavi di ogni parte visibile sono sempre sommersi. Tutto quel che conosco è materiale che posso eliminare, lasciare sott’acqua, così il mio iceberg sarà sempre più solido. L’importante è quel che non si vede.”

Ma già all’epoca doveva essere stato frainteso, se qualche anno dopo Flannery ‘O Connor fu costretta a puntualizzare ai suoi corsisti:

“Molti credono che un racconto consista in un’azione incompiuta nella quale poco viene rivelato e molto suggerito, convinti che suggerire significhi omettere. È difficilissimo distogliere uno studente da questa idea, perché s’immagina che omettendo qualcosa si dimostrerà sottile; e quando gli vai a dire che una cosa bisogna mettercela dentro, perché ci sia, quello penserà che sei un idiota privo di sensibilità”.

Lasciare il lettore a gironzolare da solo per la scena in cerca di indizi, di informazioni, di significati che si è immaginati senza lo sforzo di condividerli, non significa intessere un intreccio misterioso né operare un fine gioco simbolico/letterario. Significa solo abdicare al proprio dovere narrativo e costringere il lettore a farlo per sé.
Ma quello che vuole il lettore è immedesimarsi con il personaggio di cui legge la storia, non doverselo inventare. Se il lettore avesse avuto voglia d’inventare, sappiamo tutti cosa avrebbe fatto.

Cosa farsene delle regole

Al solito Hemingway ci va giù pesante: La prima stesura di ogni cosa è merda. Lui era un po’ estremo.
Ma il punto è che per passare dall’ispirazione divina alla pagina scritta non basta lo studio delle regole. Perché tra il conoscerle e il comprenderle c’è la differenza fatta dell’insoddisfazione, della ricerca del talento, della battaglia alla pigrizia, dei tentativi, dei fallimenti, dell’allenamento all’intelligenza, della vergogna, dell’intraprendenza, della cura per la bellezza.
E tutto questo si chiama riscrittura.

banksy-graffito

Sweep at Hoxton, London – Bansky

L’immagine di apertura è un’opera di Emilio Isgrò

Leggere meno, leggere meglio.

Fino ai ventisei anni cambiavo casa di continuo. Prima dietro a mia madre o mia nonna (il nocciolo della mia famiglia matriarcale e incasinata), poi per conto mio.
La “Regina dei traslochi” dicevo di essere, Dammi mezza giornata e t’inscatolo una vita.

I libri li portavo via per primi. Una volta, sbattendo la porta e uscendo impaziente dalla casa di un qualche fidanzato, ho abbassato i sedili della mia vecchia Suzuki Ignis (che macchina di razza!) e ho caricato tutti i miei libri sfusi nel portabagagli. Arrivavano fino al tettuccio, non vedevo niente e non sapevo come fare retromarcia. Un passante, che capì la difficoltà, mi venne in soccorso e, per stemperare l’agitazione, disse: «Puoi posarne qualcuno qui, sul marciapiede, nessuno se li prende!»
Il sottinteso alla sua dichiarazione era, come sempre è, che la gente che ha una vita dei libri non sa che farsene.

Le risposte del mondo editoriale a questa sciocca convinzione non mi hanno mai appassionata molto.
Le discussioni sulla quantità dei lettori in Italia (pochi), sulla quantità dei lettori di racconti (ancor meno), sul luogo comune per cui “tutti scrivono e nessuno legge” – ormai del tutto inutile, perché abusato proprio da quelli che, in effetti, prima di scrivere sarebbe meglio leggessero un po’ – non si muovono di un millimetro dall’ovvietà di quello che denunciano.
Trovo spesso ridicole le iniziative per incentivare la lettura (indimenticabile l’#ioleggoperché organizzata dall’AIE l’anno scorso, con i Messaggeri – i messaggeri! – che distribuivano per strada i libri da classifica).
Trovo inutile il dibattito sulle scuole di scrittura (l’omologazione e blablabla).

Trovo esasperante l’idea di snobbare la gente per quello che legge (Fabio Volo) o per quello che vede (Checco Zalone) e non per quello che è: qualcuno che ride di una certa battuta, una battuta che a te non farebbe mai ridere, neanche se la sentissi venir fuori dalla bocca del tuo intelligentissimo idolo, a cena fuori e ubriaca. (Dunque se qualcosa di sbagliato c’è non è in Fabio Volo o in Checco Zalone, ma nel tipo con cui hai scelto di andare a cena. E perché non lo molli e basta, e lasci in pace chi, invece, lo trova irresistibile?)

E trovo più dannosa di tutti la mitologia sul “lettore forte” che è questo tizio in gamba che legge almeno un libro al mese e grazie a lui l’editoria si tiene a galla, e nessuno che vada a domandargli: scusa, ma quale libro leggi?

Il problema dell’editoria italiana – è, da sempre, anche il problema del mondo della cultura tutta – è che crede di essere migliore. Di chi? Di cosa? Non si sa.
E in questa vaghezza spacciata per categoria filosofica si nasconde il difetto dell’obiettivo. Se l’obiettivo è far comprare più libri, perché così ci si tiene a galla, allora spacciarsi per migliori diventa un gioco disonesto.
Se l’obiettivo è, invece, mostrare a chi non lo sa che leggere e la vita non sono contrapposti, allora è falso insistere con la storia che per essere intelligenti e migliori bisogna leggere tanto.
Tutt’altro: bisogna leggere meno, e semmai leggere meglio.

Ed è nel leggere meglio che si può fare qualcosa. Qualcosa che non sia suggerire al prossimo di leggersi un bel classico, come se fosse facile, come se fosse un sempreverde buono per tutti. Come se stessimo davvero facendo una buona azione, un’azione utile, dicendo Dai, appena finisci di leggere quella cavolata di Fabio Volo ti presto Anna Karenina: vedrai che meraviglia!
Se lo facciamo non abbiamo capito niente. Oppure non abbiamo mai letto Anna Karenina.

Dunque per me va benissimo la pubblicità (Comprate tanti nostri prodotti, così diventate più intelligenti!) perché è nel gioco del mercato sedurre i clienti e perché io davvero non credo che pubblicare tanti libri faccia male a qualcuno e, se è per questo, neanche pubblicare libri scadenti. Ma la storia del ridicolizzare la gente che non legge almeno un libro al mese, perché sono più scemi, quella no.
Leggiamo di meno anche noi, piuttosto, e ri-leggiamo pure.
Così magari si risveglia qualche idea sopita, un modo migliore di vedere le cose, ci accorgiamo che andare a correre con la vicina che si porta in borsa dei titoli imbarazzanti non è poi così male e, d’incanto, a qualcuno di noi verrà in mente una cosa giusta da fare per rendere più interessante questa vecchia, stanca, buffa editoria.

[Messaggio privato]
Caro passante, mi sono trasferita nella casa nuova da un paio di settimane, i miei libri sono ancora tutti nella vecchia e, nonostante ciò, le cose vanno a meraviglia.

La verità vi prego: decidi quando far partire la storia

“La verità, vi prego” è la posta del cuore della scrittura: inviami un tuo racconto o il primo capitolo del tuo romanzo e ti scriverò una lettera di valutazione franca, pubblica e gratuita. Per sapere come funziona leggi qui.

La lettera di oggi è per Rosalba Scavia e il suo racconto “Incontri nº2.

Chi è Rosalba Scavia: psicoanalista ottantenne,vive e lavora a Roma. Scrive nel tempo libero traendo spunto dalle storie dei pazienti che hanno frequentato il suo studio in quarant’anni di attività. Ama l’acqua calda delle terme della Tuscia che frequenta almeno una volta alla settimana anche in pieno inverno. In gioventù ha avuto una vita piuttosto avventurosa in giro per il mondo prima di approdare definitivamente a Roma. Adesso viaggia con la mente e con gli occhi leggendo libri, anzi divorandoli bulimicamente.

Cara Rosalba,

ti spiego subito il perché del titolo, e lo faccio con un elenco:

  1. L’aveva detto tante e tante volte che la gente ormai non credeva più alle sue minacce.
  2. Mia madre mi chiama sempre quando sono sotto la doccia e mi sto rilassando accompagnato dalla voce roca di Fabrizio De Andrè.
  3. Sono in piedi vicino al ripiano del lavandino gocciolante di acqua, fermo, immobile, poso lentamente il cordlesse e rimango così, inebetito.
  4. Mio padre se ne è andato nel giro di un mese perfettamente lucido e consapevole fino alla fine.
  5. Tornavo dalla mia corsa serale quando l’ho incontrata di nuovo: stava uscendo dal portone ed era sobria.
  6. Vicino casa c’è un mercatino con i cosiddetti prodotti a kilometro zero: i contadini vendono direttamente i loro prodotti, perciò puoi trovare frutta e verdura fresca di stagione.
  7. È stata una giornata di lavoro dura, ma proficua, sono abbastanza soddisfatto e chiudendo la porta dello studio mi avvio verso la macchina pregustandomi la mia corsetta serale.
  8. Peccato che qui non mi sia ancora organizzato come a Londra e per avere il giornale devo andare a comprarlo dal giornalaio.
  9. A Roma in questi giorni si tiene un convegno su “Psicoanalisi e Psicoterapie”: si diranno le solite cose, ci saranno le solite polemiche e ognuno rimarrà della propria idea o forse no, chissà.
  10. Ho fatto bene a venire, il convegno si è rivelato più interessante del previsto.
  11. Quella sera la corsetta serale è durata molto a lungo, ben più della solita ora; ero scocciato, irritato, confuso, scontento, insomma uno di quei momenti in cui non ti sta bene niente e allora cosa c’è di meglio di una corsa prolungata che, se anche non ti schiarisce le idee, almeno ti stanca e ti aiuta a dormire.
  12. Mi sento bene, fresco e riposato, sono perfino allegro.
  13. Senza accorgermene sono arrivato a casa.
  14. Sono immerso fino al collo nell’acqua caldissima di una delle vasche della Ficoncella.
  15. Lascio la macchina in garage e stasera niente corsa, mi sento bene, salgo le scale rinunciando all’ascensore e mi congratulo con me stesso.
  16. Sono pronto, ma mi ci è voluto un bel po’ prima di decidere cosa indossare.

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Scrivere senza stereotipi linguistici

Avevo voglia di scrivere un altro post sulla morte (sì, lo so, che razza di voglia) come promesso alla fine del primo dedicato a Tondelli.
Dunque rileggevo il romanzo Vite che non sono la mia di Emmanuel Carrère in cui lui racconta molte morti, ma soprattutto quelle di sua cognata e di una bambina travolta dallo tsumani del Natale 2004. Due persone che avevano lo stesso nome: Juliette.
A pagina 58 ho ritrovato un pezzo sottolineato che dice così:

Che cosa significa, quando hai sette anni, sapere che tua madre sta morendo? E quando ne hai quattro? Quando ne hai uno? A un anno non sai, non capisci, dicono, ma anche senza parole dovrai ben intuire che attorno a te sta accadendo qualcosa di estremamente grave, che la vita è in bilico, che non ci sarà mai più una vera sicurezza. Mi frullava in testa una questione linguistica. Detesto l’uso della parola «mamma» se non al vocativo e in un contesto privato: che anche a sessant’anni ci si rivolga così alla propria madre, benissimo, ma che terminata la scuola materna si dica «la mamma di Tizio» o, come Ségolène Royal, «le mamme» questo mi ripugna, e in tale ripugnanza intravedo qualcosa in più del riflesso di classe che mi fa storcere il naso quando in mia presenza qualcuno dice «lavoro su Parigi» oppure, ogni due per tre, «nessun problema». Ciononostante, perfino per me, quella che stava morendo non era la madre di Amélie, Clara e Diane, ma la loro mamma, e questa parola che non amo, questa parola che da così tanto tempo mi rattrista non direi che non mi rattristava, ma avevo voglia di pronunciarla. Avevo voglia di dire, a bassa voce: mamma, e di piangere e di essere non consolato, no, ma cullato, solamente cullato, e addormentarmi così.

Ho una fissazione, da qualche tempo: scrivo su un quaderno le frasi fatte che leggo nei manoscritti. È una lista molto lunga, eccone solo alcune:

Ogni minimo dettaglio
Fin troppo consapevole di
Non perdeva occasione per
Non mancheranno occasioni!
Rimanere sulle spine
Il risultato sotto gli occhi di tutti
Parenti e affini
Loschi traffici
Con pugno di ferro
Col fiato sul collo
Quello che gli passa per la testa
Averlo tra i piedi
Tirare le fila
Pugnalata nella pancia
Tortura infernale
Spaccarsi la schiena
Strappato dai bassifondi
Senza via di scampo
Lottare come una tigre
Una lauta ricompensa
La posta in gioco
Mettere in cattiva luce
Situazione di stallo
Avvicinarsi di soppiatto
Prendere in mano le redini
Mettere con le spalle al muro

C’è un motivo, che non è solo formale, e non è solo personale, per cui Carrère dice di detestare l’uso della parola «mamma» ed è un motivo molto semplice, se vogliamo: «madre» e «mamma» significano due cose diverse, così come in inglese c’è una differenza tra «house» e «home».
A guardar bene, è lo stesso motivo per cui si dice a un bambino che il Natale non può durare per sempre altrimenti perderebbe la sua magia. È lo stesso per cui ci sono cose da poter dire in privato e cose da poter dire in pubblico, cose da dire belle e cose da dire brutte, cose gioiose e cose tristi. Se esistono tutte queste cose diverse da dire, ci sono parole diverse per dirle.
Ci vuole cura quando si compongono le frasi che raccontano una storia. Non è sbagliato dire «mamma» fuori contesto, o dire che un personaggio mette in cattiva luce l’altro quando in ufficio bisbiglia che è arrivato in ritardo. È solo inutile.
Quando scriviamo, scriviamo per dire qualcosa che altri non potrebbero dire. Se per dirla usiamo le stesse parole degli altri, non avremo detto niente.

La verità vi prego: senza malinconia non c’è umorismo

“La verità, vi prego” è la posta del cuore della scrittura: inviami un tuo racconto o il primo capitolo del tuo romanzo e ti scriverò una lettera di valutazione franca, pubblica e gratuita. Per sapere come funziona leggi qui.

La lettera di oggi è per Giancarlo Bernardi e il 1º capitolo del suo “La moglie del fantasma”.

Chi è Giancarlo Bernardi: Ex-fisico in pensione. Forse a causa della mia formazione scientifica da sempre amo il genere fantastico in tutte le sue declinazioni, ma con una predilezione per il fantasy umoristico di cui Terry Pratchett per me rappresenta il massimo esponente e al quale spesso mi sono ispirato i miei romanzi (non crederà che questo sia il mio primo romanzo!) Sono sposato, senza figli e con un gatto clandestino che ha deciso di rimanere previo esame del giardino. Forse si trova bene o forse premedita di ucciderci per ereditare la casa, non so.

Caro Giancarlo,

diciamolo subito: far ridere è difficile. Volendo usare un luogo comune: è la cosa più difficile che c’è. La letteratura umoristica – e, nello specifico, l’uso delle parole, l’accostamento delle frasi, il ritmo (il ritmo!) che permettono a un testo di definirsi umoristico – si muove su regole complicatissime, maniacali. Dirò una cosa fuori moda: per scrivere e far ridere ci vuole molto più talento che tecnica (sebbene la tecnica sia elaboratissima), ma davvero molto più del solito.

Dunque veniamo a noi. Questo primo capitolo è carino, allegro, ma non fa ridere. Non come vorresti tu. Il problema è questo: ti sei concentrato sull’effetto risata, sullo scrivere una storia e delle battute divertenti, ma hai dimenticato di tratteggiare i due personaggi Cosimo Zaffaro e Van Deker. Per funzionare, loro hanno bisogno di un carattere netto, determinato, che preveda un passato e degli obiettivi futuri e, importante, delle relazioni che esulino dal loro incontro.
Se i personaggi non hanno forza il messaggio della storia diventa: tutti possono vivere esperienze incredibili e divertenti, questi che ho scelto sono solo due a caso, pedine che servono a comporre la storia.
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Come se fosse un romanzo (ma non lo è)

Questo pezzo è già uscito su Cattedrale Magazine

Le informazioni che ho io sono:

  1. Andres Barba è uno scrittore spagnolo, di Madrid
  2. ha quarant’anni
  3. ha già scritto molti libri, alcuni di questi pubblicati in Italia, da case editrici differenti
  4. a febbraio è uscito per Einaudi il suo ultimo: Ha smesso di piovere, traduzione di Federica Niola
  5. è una raccolta di racconti che però ovunque – a cominciare dalla scheda del libro sul sito Einaudi – pubblicizzano come se fosse un romanzo.

Mi sono chiesta perché.

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La verità vi prego: mantieni le redini dell’originalità

“La verità, vi prego” è la posta del cuore della scrittura: inviami un tuo racconto o il primo capitolo del tuo romanzo e ti scriverò una lettera di valutazione franca, pubblica e gratuita. Per sapere come funziona leggi qui.

La lettera di oggi è per Gandolfo Conte e il 1º capitolo del suo
“Il commissario Cardascio e lo spillone insanguinato”.

Chi è Gandolfo Conte:
sessant’anni anni, vivo a Palermo. Sono un burocrate che spera di andare
presto in pensione perché non ce la fa più a lavorare dentro
un’amministrazione in cui le regole sono ormai solo un impaccio.
Ho pubblicato qualcosa nel passato e avevo un ammiratore che non ho
mai incontrato, non ha mai risposto alle mie lettere, ma ha sempre
promosso le cose che scrivevo.
La sfiga ha voluto che non andassero mai in porto.
È Stefano Benni.

Caro Gandolfo,

prima di tutto un mea culpa: cerco sempre di non farmi trascinare nella facile ironia contro gli aspiranti scrittori (attività molto in voga nell’ambiente editoriale), ma a volte inevitabilmente ci casco e, ti dirò, quando ho letto che Stefano Benni è stato un tuo ammiratore ho sghignazzato.
Poi ho aperto il file del testo e dallo stuzzicante inizio:

Mettiamo che a Palermo ci siate dovuti venire e che siate arrivati alla Stazione Centrale. La stazione sta in Piazza Giulio Cesare, anche se nessun palermitano lo ammetterebbe mai.

fino alla presentazione del protagonista:

Totino si sente stanco e la giornata è appena cominciata. Ha parcheggiato il lapino davanti al portone di casa ed è salito su a farsi il suo secondo caffè.
Il primo l’ha preso, come ogni giorno da trent’anni a questa parte, che non erano ancora le tre e mezza di notte. Ora dalla finestra della cucina guarda sopra i tetti del Borgo Vecchio il cielo di Palermo farsi chiaro, un azzurro da presepe sul letto rossastro dell’orizzonte. Vi assicuro che è un’immagine da brivido romantico, ma il nostro verdumaio morto di sonno com’è non ci fa caso. O, magari, come succede da un po’ di anni con la moglie, ci ha fatto l’abitudine e neppure la vede veramente, pure se, con la tazzina in mano, guarda proprio da quella parte.

non ho mai staccato gli occhi. Continua a leggere

La verità vi prego: scrivi della mosca, non della ragnatela

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La lettera di oggi è per @thebigLebowski e il suo racconto “La canzone di Mariù”.

Chi è @thebigLebowski:
Nasco nel 1987 in una città vicina al mare. Da bambina scrivo qualche favola e sogno
di diventare una subacquea. Poi cresco, il mare finisco con il vederlo poco e di favole
non solo non ne scrivo, ma non ne leggo neanche più.
Questo racconto non so cosa sia, ma un poeta che mi piace, scrive: “Nei libri si devono
scrivere cose che ancora non abbiamo confidato a nessuno. Altrimenti si fanno ombrelli,
merendine”. E questo racconto mi mette a disagio, forse troppo.
E forse non significa niente.

Cara @thebigLebowski,

per descrivere Mariù dici che “è crisalide” e che “sembrava fatta di pioggia”. Ma dici anche che “è ragno” e c’è un punto in cui mostri che schiaccia uno di quei ragnetti rossi e poi si succhia il dito, e un altro  punto in cui scrivi:

Lei gli morde il collo, tanto forte che quel liquido marcito ne emerge, e si scompone in frotte di ragnetti rossi, gli stessi che Mariù cerca nei vasi di sua madre e poi si mette in bocca.

Si direbbe che tu stia cercando l’immagine giusta per rappresentare la tua protagonista. Però non la trovi e finisce che ne rincorri una dopo l’altra; e, così come fai per la protagonista, fai anche per la descrizione dei fatti: ti concentri sulle immagini – alcune senz’altro belle: “Pallino passa, e con lui la busta di plastica pare un cane che si porta al guinzaglio” – e mostri i momenti che Mariù vive con la madre Francesca, con Pallino, con il gatto della zia Anna, ma non cerchi una visione d’insieme, una compattezza, una definizione.
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La verità vi prego: non giudicare i tuoi personaggi

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La lettera di oggi è per @GattaSorniona e il suo racconto “Tagliando”.

Chi è @GattaSorniona:
Sono nata e vivo a Firenze da “oltre” 40 anni, portati splendidamente.
Faccio un lavoro strano, di quelli “2.0” che nessuno capisce mai di che
si tratti e tutti si affrettano a cambiare argomento prima che abbia finito di spiegare.
Dal 2002 ho un blog giallo a cui sono molto affezionata in cui racconto le cose mie.
Poi mi diverto a scrivere racconti, più o meno lunghi, più o meno fuori di testa.
Odio i piccioni.

Cara @GattaSorniona,

ricordi la stra-citata citazione da Gustave Flaubert: Madame Bovary c’est moi?

Qual è la prima cosa che ti viene in mente se ci pensi, oltre allo scolastico: “con questa frase l’autore sancisce la propria vicinanza alla protagonista del suo romanzo, fondendo le basi del realismo in letteratura”?

La prima cosa che viene in mente a me è: Flaubert ha scelto Emma perché gli interessava davvero, gli piaceva, voleva provare a essere come lei e a dare a lei una parte di sé.
Se stai seguendo il mio ragionamento hai già capito dove voglio arrivare: a te cosa piace di Amy Lee? E cosa vorresti darle di te?

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La verità vi prego: sei tu a dover scrivere la storia, non il lettore

“La verità, vi prego” è la posta del cuore della scrittura: inviami un tuo racconto o il primo capitolo del tuo romanzo e ti scriverò una lettera di valutazione franca, pubblica e gratuita. Per sapere come funziona leggi qui.

La lettera di oggi è per @Disintegrazioni e il suo racconto “Sputnik Sweetheart”.

Chi è @Disintegrazioni:
Ho 33 anni e nella vita mi occupo di informatica.
La mia scrittura è solo una piccola passione,
discontinua, senza nessuna ambizione,
con l’unico fine di comunicare a qualcuno i miei sentimenti.
Però vorrei anche tentare di migliorarmi, quindi sono qui.

Caro @Disintegrazioni,

parliamo di come comunicare i sentimenti. Anzi: parliamo prima di come non farlo.

Tu hai una scrittura molto discorsiva, e, se uno ha voglia di seguirti per vedere se hai delle cose da dire scopre che delle cose da dire ce le hai. Però, per vederle, seguirti non basta. Bisogna dribblare.
Il tuo racconto è tutto fatto di pezzi in più che si trovano in mezzo al percorso e vanno scansati. Presi singolarmente potrebbero anche riempire di profondità la storia, ma tutti insieme la sommergono, al punto che della storia non c’è più traccia.

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