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Leggere meno, leggere meglio.

Fino ai ventisei anni cambiavo casa di continuo. Prima dietro a mia madre o mia nonna (il nocciolo della mia famiglia matriarcale e incasinata), poi per conto mio.
La “Regina dei traslochi” dicevo di essere, Dammi mezza giornata e t’inscatolo una vita.

I libri li portavo via per primi. Una volta, sbattendo la porta e uscendo impaziente dalla casa di un qualche fidanzato, ho abbassato i sedili della mia vecchia Suzuki Ignis (che macchina di razza!) e ho caricato tutti i miei libri sfusi nel portabagagli. Arrivavano fino al tettuccio, non vedevo niente e non sapevo come fare retromarcia. Un passante, che capì la difficoltà, mi venne in soccorso e, per stemperare l’agitazione, disse: «Puoi posarne qualcuno qui, sul marciapiede, nessuno se li prende!»
Il sottinteso alla sua dichiarazione era, come sempre è, che la gente che ha una vita dei libri non sa che farsene.

Le risposte del mondo editoriale a questa sciocca convinzione non mi hanno mai appassionata molto.
Le discussioni sulla quantità dei lettori in Italia (pochi), sulla quantità dei lettori di racconti (ancor meno), sul luogo comune per cui “tutti scrivono e nessuno legge” – ormai del tutto inutile, perché abusato proprio da quelli che, in effetti, prima di scrivere sarebbe meglio leggessero un po’ – non si muovono di un millimetro dall’ovvietà di quello che denunciano.
Trovo spesso ridicole le iniziative per incentivare la lettura (indimenticabile l’#ioleggoperché organizzata dall’AIE l’anno scorso, con i Messaggeri – i messaggeri! – che distribuivano per strada i libri da classifica).
Trovo inutile il dibattito sulle scuole di scrittura (l’omologazione e blablabla).

Trovo esasperante l’idea di snobbare la gente per quello che legge (Fabio Volo) o per quello che vede (Checco Zalone) e non per quello che è: qualcuno che ride di una certa battuta, una battuta che a te non farebbe mai ridere, neanche se la sentissi venir fuori dalla bocca del tuo intelligentissimo idolo, a cena fuori e ubriaca. (Dunque se qualcosa di sbagliato c’è non è in Fabio Volo o in Checco Zalone, ma nel tipo con cui hai scelto di andare a cena. E perché non lo molli e basta, e lasci in pace chi, invece, lo trova irresistibile?)

E trovo più dannosa di tutti la mitologia sul “lettore forte” che è questo tizio in gamba che legge almeno un libro al mese e grazie a lui l’editoria si tiene a galla, e nessuno che vada a domandargli: scusa, ma quale libro leggi?

Il problema dell’editoria italiana – è, da sempre, anche il problema del mondo della cultura tutta – è che crede di essere migliore. Di chi? Di cosa? Non si sa.
E in questa vaghezza spacciata per categoria filosofica si nasconde il difetto dell’obiettivo. Se l’obiettivo è far comprare più libri, perché così ci si tiene a galla, allora spacciarsi per migliori diventa un gioco disonesto.
Se l’obiettivo è, invece, mostrare a chi non lo sa che leggere e la vita non sono contrapposti, allora è falso insistere con la storia che per essere intelligenti e migliori bisogna leggere tanto.
Tutt’altro: bisogna leggere meno, e semmai leggere meglio.

Ed è nel leggere meglio che si può fare qualcosa. Qualcosa che non sia suggerire al prossimo di leggersi un bel classico, come se fosse facile, come se fosse un sempreverde buono per tutti. Come se stessimo davvero facendo una buona azione, un’azione utile, dicendo Dai, appena finisci di leggere quella cavolata di Fabio Volo ti presto Anna Karenina: vedrai che meraviglia!
Se lo facciamo non abbiamo capito niente. Oppure non abbiamo mai letto Anna Karenina.

Dunque per me va benissimo la pubblicità (Comprate tanti nostri prodotti, così diventate più intelligenti!) perché è nel gioco del mercato sedurre i clienti e perché io davvero non credo che pubblicare tanti libri faccia male a qualcuno e, se è per questo, neanche pubblicare libri scadenti. Ma la storia del ridicolizzare la gente che non legge almeno un libro al mese, perché sono più scemi, quella no.
Leggiamo di meno anche noi, piuttosto, e ri-leggiamo pure.
Così magari si risveglia qualche idea sopita, un modo migliore di vedere le cose, ci accorgiamo che andare a correre con la vicina che si porta in borsa dei titoli imbarazzanti non è poi così male e, d’incanto, a qualcuno di noi verrà in mente una cosa giusta da fare per rendere più interessante questa vecchia, stanca, buffa editoria.

[Messaggio privato]
Caro passante, mi sono trasferita nella casa nuova da un paio di settimane, i miei libri sono ancora tutti nella vecchia e, nonostante ciò, le cose vanno a meraviglia.

La verità vi prego: decidi quando far partire la storia

“La verità, vi prego” è la posta del cuore della scrittura: inviami un tuo racconto o il primo capitolo del tuo romanzo e ti scriverò una lettera di valutazione franca, pubblica e gratuita. Per sapere come funziona leggi qui.

La lettera di oggi è per Rosalba Scavia e il suo racconto “Incontri nº2.

Chi è Rosalba Scavia: psicoanalista ottantenne,vive e lavora a Roma. Scrive nel tempo libero traendo spunto dalle storie dei pazienti che hanno frequentato il suo studio in quarant’anni di attività. Ama l’acqua calda delle terme della Tuscia che frequenta almeno una volta alla settimana anche in pieno inverno. In gioventù ha avuto una vita piuttosto avventurosa in giro per il mondo prima di approdare definitivamente a Roma. Adesso viaggia con la mente e con gli occhi leggendo libri, anzi divorandoli bulimicamente.

Cara Rosalba,

ti spiego subito il perché del titolo, e lo faccio con un elenco:

  1. L’aveva detto tante e tante volte che la gente ormai non credeva più alle sue minacce.
  2. Mia madre mi chiama sempre quando sono sotto la doccia e mi sto rilassando accompagnato dalla voce roca di Fabrizio De Andrè.
  3. Sono in piedi vicino al ripiano del lavandino gocciolante di acqua, fermo, immobile, poso lentamente il cordlesse e rimango così, inebetito.
  4. Mio padre se ne è andato nel giro di un mese perfettamente lucido e consapevole fino alla fine.
  5. Tornavo dalla mia corsa serale quando l’ho incontrata di nuovo: stava uscendo dal portone ed era sobria.
  6. Vicino casa c’è un mercatino con i cosiddetti prodotti a kilometro zero: i contadini vendono direttamente i loro prodotti, perciò puoi trovare frutta e verdura fresca di stagione.
  7. È stata una giornata di lavoro dura, ma proficua, sono abbastanza soddisfatto e chiudendo la porta dello studio mi avvio verso la macchina pregustandomi la mia corsetta serale.
  8. Peccato che qui non mi sia ancora organizzato come a Londra e per avere il giornale devo andare a comprarlo dal giornalaio.
  9. A Roma in questi giorni si tiene un convegno su “Psicoanalisi e Psicoterapie”: si diranno le solite cose, ci saranno le solite polemiche e ognuno rimarrà della propria idea o forse no, chissà.
  10. Ho fatto bene a venire, il convegno si è rivelato più interessante del previsto.
  11. Quella sera la corsetta serale è durata molto a lungo, ben più della solita ora; ero scocciato, irritato, confuso, scontento, insomma uno di quei momenti in cui non ti sta bene niente e allora cosa c’è di meglio di una corsa prolungata che, se anche non ti schiarisce le idee, almeno ti stanca e ti aiuta a dormire.
  12. Mi sento bene, fresco e riposato, sono perfino allegro.
  13. Senza accorgermene sono arrivato a casa.
  14. Sono immerso fino al collo nell’acqua caldissima di una delle vasche della Ficoncella.
  15. Lascio la macchina in garage e stasera niente corsa, mi sento bene, salgo le scale rinunciando all’ascensore e mi congratulo con me stesso.
  16. Sono pronto, ma mi ci è voluto un bel po’ prima di decidere cosa indossare.

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Scrivere senza stereotipi linguistici

Avevo voglia di scrivere un altro post sulla morte (sì, lo so, che razza di voglia) come promesso alla fine del primo dedicato a Tondelli.
Dunque rileggevo il romanzo Vite che non sono la mia di Emmanuel Carrère in cui lui racconta molte morti, ma soprattutto quelle di sua cognata e di una bambina travolta dallo tsumani del Natale 2004. Due persone che avevano lo stesso nome: Juliette.
A pagina 58 ho ritrovato un pezzo sottolineato che dice così:

Che cosa significa, quando hai sette anni, sapere che tua madre sta morendo? E quando ne hai quattro? Quando ne hai uno? A un anno non sai, non capisci, dicono, ma anche senza parole dovrai ben intuire che attorno a te sta accadendo qualcosa di estremamente grave, che la vita è in bilico, che non ci sarà mai più una vera sicurezza. Mi frullava in testa una questione linguistica. Detesto l’uso della parola «mamma» se non al vocativo e in un contesto privato: che anche a sessant’anni ci si rivolga così alla propria madre, benissimo, ma che terminata la scuola materna si dica «la mamma di Tizio» o, come Ségolène Royal, «le mamme» questo mi ripugna, e in tale ripugnanza intravedo qualcosa in più del riflesso di classe che mi fa storcere il naso quando in mia presenza qualcuno dice «lavoro su Parigi» oppure, ogni due per tre, «nessun problema». Ciononostante, perfino per me, quella che stava morendo non era la madre di Amélie, Clara e Diane, ma la loro mamma, e questa parola che non amo, questa parola che da così tanto tempo mi rattrista non direi che non mi rattristava, ma avevo voglia di pronunciarla. Avevo voglia di dire, a bassa voce: mamma, e di piangere e di essere non consolato, no, ma cullato, solamente cullato, e addormentarmi così.

Ho una fissazione, da qualche tempo: scrivo su un quaderno le frasi fatte che leggo nei manoscritti. È una lista molto lunga, eccone solo alcune:

Ogni minimo dettaglio
Fin troppo consapevole di
Non perdeva occasione per
Non mancheranno occasioni!
Rimanere sulle spine
Il risultato sotto gli occhi di tutti
Parenti e affini
Loschi traffici
Con pugno di ferro
Col fiato sul collo
Quello che gli passa per la testa
Averlo tra i piedi
Tirare le fila
Pugnalata nella pancia
Tortura infernale
Spaccarsi la schiena
Strappato dai bassifondi
Senza via di scampo
Lottare come una tigre
Una lauta ricompensa
La posta in gioco
Mettere in cattiva luce
Situazione di stallo
Avvicinarsi di soppiatto
Prendere in mano le redini
Mettere con le spalle al muro

C’è un motivo, che non è solo formale, e non è solo personale, per cui Carrère dice di detestare l’uso della parola «mamma» ed è un motivo molto semplice, se vogliamo: «madre» e «mamma» significano due cose diverse, così come in inglese c’è una differenza tra «house» e «home».
A guardar bene, è lo stesso motivo per cui si dice a un bambino che il Natale non può durare per sempre altrimenti perderebbe la sua magia. È lo stesso per cui ci sono cose da poter dire in privato e cose da poter dire in pubblico, cose da dire belle e cose da dire brutte, cose gioiose e cose tristi. Se esistono tutte queste cose diverse da dire, ci sono parole diverse per dirle.
Ci vuole cura quando si compongono le frasi che raccontano una storia. Non è sbagliato dire «mamma» fuori contesto, o dire che un personaggio mette in cattiva luce l’altro quando in ufficio bisbiglia che è arrivato in ritardo. È solo inutile.
Quando scriviamo, scriviamo per dire qualcosa che altri non potrebbero dire. Se per dirla usiamo le stesse parole degli altri, non avremo detto niente.

La verità vi prego: senza malinconia non c’è umorismo

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La lettera di oggi è per Giancarlo Bernardi e il 1º capitolo del suo “La moglie del fantasma”.

Chi è Giancarlo Bernardi: Ex-fisico in pensione. Forse a causa della mia formazione scientifica da sempre amo il genere fantastico in tutte le sue declinazioni, ma con una predilezione per il fantasy umoristico di cui Terry Pratchett per me rappresenta il massimo esponente e al quale spesso mi sono ispirato i miei romanzi (non crederà che questo sia il mio primo romanzo!) Sono sposato, senza figli e con un gatto clandestino che ha deciso di rimanere previo esame del giardino. Forse si trova bene o forse premedita di ucciderci per ereditare la casa, non so.

Caro Giancarlo,

diciamolo subito: far ridere è difficile. Volendo usare un luogo comune: è la cosa più difficile che c’è. La letteratura umoristica – e, nello specifico, l’uso delle parole, l’accostamento delle frasi, il ritmo (il ritmo!) che permettono a un testo di definirsi umoristico – si muove su regole complicatissime, maniacali. Dirò una cosa fuori moda: per scrivere e far ridere ci vuole molto più talento che tecnica (sebbene la tecnica sia elaboratissima), ma davvero molto più del solito.

Dunque veniamo a noi. Questo primo capitolo è carino, allegro, ma non fa ridere. Non come vorresti tu. Il problema è questo: ti sei concentrato sull’effetto risata, sullo scrivere una storia e delle battute divertenti, ma hai dimenticato di tratteggiare i due personaggi Cosimo Zaffaro e Van Deker. Per funzionare, loro hanno bisogno di un carattere netto, determinato, che preveda un passato e degli obiettivi futuri e, importante, delle relazioni che esulino dal loro incontro.
Se i personaggi non hanno forza il messaggio della storia diventa: tutti possono vivere esperienze incredibili e divertenti, questi che ho scelto sono solo due a caso, pedine che servono a comporre la storia.
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Come se fosse un romanzo (ma non lo è)

Questo pezzo è già uscito su Cattedrale Magazine

Le informazioni che ho io sono:

  1. Andres Barba è uno scrittore spagnolo, di Madrid
  2. ha quarant’anni
  3. ha già scritto molti libri, alcuni di questi pubblicati in Italia, da case editrici differenti
  4. a febbraio è uscito per Einaudi il suo ultimo: Ha smesso di piovere, traduzione di Federica Niola
  5. è una raccolta di racconti che però ovunque – a cominciare dalla scheda del libro sul sito Einaudi – pubblicizzano come se fosse un romanzo.

Mi sono chiesta perché.

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La verità vi prego: mantieni le redini dell’originalità

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La lettera di oggi è per Gandolfo Conte e il 1º capitolo del suo
“Il commissario Cardascio e lo spillone insanguinato”.

Chi è Gandolfo Conte:
sessant’anni anni, vivo a Palermo. Sono un burocrate che spera di andare
presto in pensione perché non ce la fa più a lavorare dentro
un’amministrazione in cui le regole sono ormai solo un impaccio.
Ho pubblicato qualcosa nel passato e avevo un ammiratore che non ho
mai incontrato, non ha mai risposto alle mie lettere, ma ha sempre
promosso le cose che scrivevo.
La sfiga ha voluto che non andassero mai in porto.
È Stefano Benni.

Caro Gandolfo,

prima di tutto un mea culpa: cerco sempre di non farmi trascinare nella facile ironia contro gli aspiranti scrittori (attività molto in voga nell’ambiente editoriale), ma a volte inevitabilmente ci casco e, ti dirò, quando ho letto che Stefano Benni è stato un tuo ammiratore ho sghignazzato.
Poi ho aperto il file del testo e dallo stuzzicante inizio:

Mettiamo che a Palermo ci siate dovuti venire e che siate arrivati alla Stazione Centrale. La stazione sta in Piazza Giulio Cesare, anche se nessun palermitano lo ammetterebbe mai.

fino alla presentazione del protagonista:

Totino si sente stanco e la giornata è appena cominciata. Ha parcheggiato il lapino davanti al portone di casa ed è salito su a farsi il suo secondo caffè.
Il primo l’ha preso, come ogni giorno da trent’anni a questa parte, che non erano ancora le tre e mezza di notte. Ora dalla finestra della cucina guarda sopra i tetti del Borgo Vecchio il cielo di Palermo farsi chiaro, un azzurro da presepe sul letto rossastro dell’orizzonte. Vi assicuro che è un’immagine da brivido romantico, ma il nostro verdumaio morto di sonno com’è non ci fa caso. O, magari, come succede da un po’ di anni con la moglie, ci ha fatto l’abitudine e neppure la vede veramente, pure se, con la tazzina in mano, guarda proprio da quella parte.

non ho mai staccato gli occhi. Continua a leggere

La verità vi prego: scrivi della mosca, non della ragnatela

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La lettera di oggi è per @thebigLebowski e il suo racconto “La canzone di Mariù”.

Chi è @thebigLebowski:
Nasco nel 1987 in una città vicina al mare. Da bambina scrivo qualche favola e sogno
di diventare una subacquea. Poi cresco, il mare finisco con il vederlo poco e di favole
non solo non ne scrivo, ma non ne leggo neanche più.
Questo racconto non so cosa sia, ma un poeta che mi piace, scrive: “Nei libri si devono
scrivere cose che ancora non abbiamo confidato a nessuno. Altrimenti si fanno ombrelli,
merendine”. E questo racconto mi mette a disagio, forse troppo.
E forse non significa niente.

Cara @thebigLebowski,

per descrivere Mariù dici che “è crisalide” e che “sembrava fatta di pioggia”. Ma dici anche che “è ragno” e c’è un punto in cui mostri che schiaccia uno di quei ragnetti rossi e poi si succhia il dito, e un altro  punto in cui scrivi:

Lei gli morde il collo, tanto forte che quel liquido marcito ne emerge, e si scompone in frotte di ragnetti rossi, gli stessi che Mariù cerca nei vasi di sua madre e poi si mette in bocca.

Si direbbe che tu stia cercando l’immagine giusta per rappresentare la tua protagonista. Però non la trovi e finisce che ne rincorri una dopo l’altra; e, così come fai per la protagonista, fai anche per la descrizione dei fatti: ti concentri sulle immagini – alcune senz’altro belle: “Pallino passa, e con lui la busta di plastica pare un cane che si porta al guinzaglio” – e mostri i momenti che Mariù vive con la madre Francesca, con Pallino, con il gatto della zia Anna, ma non cerchi una visione d’insieme, una compattezza, una definizione.
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La verità vi prego: non giudicare i tuoi personaggi

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La lettera di oggi è per @GattaSorniona e il suo racconto “Tagliando”.

Chi è @GattaSorniona:
Sono nata e vivo a Firenze da “oltre” 40 anni, portati splendidamente.
Faccio un lavoro strano, di quelli “2.0” che nessuno capisce mai di che
si tratti e tutti si affrettano a cambiare argomento prima che abbia finito di spiegare.
Dal 2002 ho un blog giallo a cui sono molto affezionata in cui racconto le cose mie.
Poi mi diverto a scrivere racconti, più o meno lunghi, più o meno fuori di testa.
Odio i piccioni.

Cara @GattaSorniona,

ricordi la stra-citata citazione da Gustave Flaubert: Madame Bovary c’est moi?

Qual è la prima cosa che ti viene in mente se ci pensi, oltre allo scolastico: “con questa frase l’autore sancisce la propria vicinanza alla protagonista del suo romanzo, fondendo le basi del realismo in letteratura”?

La prima cosa che viene in mente a me è: Flaubert ha scelto Emma perché gli interessava davvero, gli piaceva, voleva provare a essere come lei e a dare a lei una parte di sé.
Se stai seguendo il mio ragionamento hai già capito dove voglio arrivare: a te cosa piace di Amy Lee? E cosa vorresti darle di te?

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La verità vi prego: sei tu a dover scrivere la storia, non il lettore

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La lettera di oggi è per @Disintegrazioni e il suo racconto “Sputnik Sweetheart”.

Chi è @Disintegrazioni:
Ho 33 anni e nella vita mi occupo di informatica.
La mia scrittura è solo una piccola passione,
discontinua, senza nessuna ambizione,
con l’unico fine di comunicare a qualcuno i miei sentimenti.
Però vorrei anche tentare di migliorarmi, quindi sono qui.

Caro @Disintegrazioni,

parliamo di come comunicare i sentimenti. Anzi: parliamo prima di come non farlo.

Tu hai una scrittura molto discorsiva, e, se uno ha voglia di seguirti per vedere se hai delle cose da dire scopre che delle cose da dire ce le hai. Però, per vederle, seguirti non basta. Bisogna dribblare.
Il tuo racconto è tutto fatto di pezzi in più che si trovano in mezzo al percorso e vanno scansati. Presi singolarmente potrebbero anche riempire di profondità la storia, ma tutti insieme la sommergono, al punto che della storia non c’è più traccia.

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Lacci di Domenico Starnone: un romanzo che sa di racconti

 

Il nuovo, bellissimo, romanzo di Domenico Starnone s’intitola “Lacci” e racconta lo stare insieme. Non l’amore, non la coppia, non il matrimonio, ma: frequentare la vita insieme, che in alcuni casi prevede anche separarsi e poi ritornare, senza che questo significhi ritrovarsi.

Il romanzo ha una struttura che in ogni parte evoca la forma del racconto; com’è ovvio non la duplica fedelmente, ma ne suggerisce di continuo il legame: questo è un pezzo a sé; questa scena si basta da sola; qui puoi anche fermarti per un po’, c’è tutto quello che bisogna sapere.

È composto di tre parti, e queste parti non si chiamano Parti, ma Libri (storie con un inizio e una fine): Libro primo; Libro secondo; Libro terzo.

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Il “Libro primo” è il più affascinante e il più tecnico del romanzo: la voce narrante di Vanda, la moglie lasciata, costruisce il periodo della rottura del matrimonio attraverso 12 lettere indirizzate al marito fedigrafo. Starnone fa qui in maniera magistrale un’operazione a metà tra “La voce umana” di Jean Cocteau e “Caro Michele” di Natalia Ginzburg. Nell’atto unico di Cocteau c’è un solo personaggio in scena: una donna che viene lasciata al telefono dall’amante e che da sola, con le sue battute di dialogo senza risposta, costruisce la progressione della narrazione. Con un manipolo di personaggi la Ginzburg tira su un intero romanzo composto delle lettere che si scrivono a vicenda e che rappresentano, senza bisogno di molto altro, le loro relazioni.

Starnone prende la forma epistolare, prende il dialogo a una voce della donna abbandonata e crea il primo racconto del suo romanzo: quello che è successo prima.

Non che potrebbe reggersi da solo (non potrebbe) ma questo Primo libro è comunque una narrazione conclusa. Ci sono i personaggi principali: moglie, marito, figli, amante. C’è il fatto che succede: il tradimento e l’abbandono. C’è il conflitto: affettivo (tra marito e moglie; tra padre e figli; tra moglie e amante) e storico-culturale (cos’è il matrimonio? Si è più rivoluzionari a essere sposati o a non esserlo?).

C’è una progressione di eventi che si apre in un punto in cui il protagonista si è completamente liberato delle proprie responsabilità:

Se tu te ne sei scordato, egregio signore, te lo ricordo io: sono tua moglie. Lo so che questo una volta ti piaceva e adesso, all’improvviso, ti dà fastidio. […] Ma che tu lo voglia o no il dato di fatto è questo: io sono tua moglie e tu sei mio marito, siamo sposati da dodici anni – dodici anni a ottobre – e abbiamo due figli, Sandro, nato nel 1965, e Anna, nata nel 1969. Ti devo mostrare i documenti per farti ragionare?

E si chiude in un punto che è il momento in cui comincia a riprendersele:

Scrivi che hai bisogno di ristabilire un rapporto con i figli. Ritieni che, essendo ormai passati quattro anni, sia possibile affrontare il problema con serenità. Ma cosa c’è ancora da affrontare? […] Ad ogni modo ho letto loro questa tua richiesta e hanno deciso di incontrarti. Ti ricordo, nel caso te ne fossi dimenticato, che Sandro ha tredici anni e Anna nove. Sono schiacciati dalle incertezze e dalle paure. Non peggiorare ulteriormente la loro condizione.

C’è un tema a sostenere il racconto: il tono arrabbiato, sarcastico e impaurito di Vanda.

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Il “Libro secondo” ha la voce di Aldo: il marito che ha tradito, che poi è tornato, e che adesso ha settantaquattro anni e vive di nuovo in casa con sua moglie, la madre dei suoi figli ormai grandi e con una vita propria. Aldo e Vanda vivono a Roma, fanno le vacanze, battibeccano, hanno un gatto, invecchiano: un nuovo presente per un nuovo racconto.

C’è il chi siamo, il dove siamo e c’è l’avvenimento: Aldo e Vanda tornano dalla vacanza al mare e trovano la casa a soqquadro. Il gatto non c’è più. La concretezza dei mobili sfasciati, dei libri fatti a pezzi, degli specchi rotti, diventa la fragilità emotiva dei due anziani e serve a rimettere le cose in discussione, a incrinare ancora una volta la condizione di normalità.

Per gran parte della sua durata questo “Libro secondo” racconta cosa succede dopo il punto di crisi: Aldo prova a mettere ordine nella casa distrutta e ritrova le lettere che gli scriveva Vanda. Si riapre così al passato, e si chiede (fin qui non aveva avuto il tempo di farlo? Non se l’era concesso?) cosa gli sia successo in quegli anni: perché ha fatto quello che ha fatto? Perché è tornato indietro? Aveva ragione prima o ha ragione ora? Il tradimento viene ricostruito secondo il suo punto di vista.

Ma prima di dare spazio alla versione di Aldo, Starnone scrive due paragrafi per altrettante scene che creano le basi del nuovo racconto e danno un nuovo ordine (il primo comincia proprio così: “Andiamo con ordine”). Con queste sole due scene mostra il rapporto che tra i due dura da quarant’anni, da quando Aldo è tornato in famiglia.

scena del film

scena del film “Noi 4” di Francesco Bruni

Nella prima qualcuno bussa alla porta e Aldo va ad aprire: una giovane donna è venuta a consegnare un pacco che stavano aspettando. La donna è disinvolta, si complimenta per la casa, accarezza il gatto, chiede duecentodieci euro. Aldo è impacciato, ha paura di sbagliare, obietta di doverne solo duecentocinque. Alla fine delle due pagine (tante dura la scena) decide di dare comunque alla donna quanto gli ha chiesto. Ma un attimo dopo tornano i dubbi, e in quei dubbi s’insinua Vanda: lo accusa di farsi ancora beffare dalle belle donne, s’incupisce per i soldi persi. Aldo si sente gabbato dalla donna e ridicolizzato dalla moglie; scrive una mail di protesta alla ditta ma poi decide di lasciar perdere. Non riesce a essere sicuro di quello che è successo, ancora non è certo di voler accusare. La mail non la invia, ma dice a Vanda di averlo fatto.

La scena si chiude così, come si chiuderebbe un racconto. Una coppia, un interno domestico, qualcuno che bussa alla porta e che con un piccolo gesto mette allo stesso tempo in mostra e in crisi la relazione tra i personaggi.

La seconda scena ripropone la stessa situazione della prima, ma ci va giù più pesante.

Devono partire per il mare. Aldo sta sistemando le valigie nel portabagagli dell’auto, quando un uomo accosta con la propria e gli parla come se lo conoscesse bene. Aldo fatica a riconoscerlo ma finge di ricordarsi di lui. L’uomo insiste nei convenevoli (Uno passa e guarda un po’: lei, proprio lei, qua per strada, così. Quando lo dirò a mio padre, resterà a bocca aperta.). Gli parla della fabbrichetta di pellame che ha aperto in Germania. Infine gli propone dei regali: Le voglio lasciare almeno un omaggio, a lei e alla sua signora. Ma quasi subito l’omaggio si trasforma in una donazione “a piacere” e la donazione a piacere in furto.

Tutta la scena è fatta della dinamica tra i due, di un Aldo disorientato rispetto alle proprie emozioni (fidarsi o non fidarsi? Reagire bruscamente o lasciar perdere?) e si chiude con la recriminazione di Vanda: Siamo cresciuti a Napoli, santodio, e tu ti fai prendere in giro così?

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Il “Terzo libro” ha la voce narrante di Anna, la figlia minore, e non lo si può raccontare: si scopre qualcosa di inaspettato che tale deve rimanere. Si può dire, però, che la verità arriva al momento giusto. Non si capisce prima, né accade come colpo di scena finale: viene fuori un po’ per volta e c’è un punto in cui diventa chiara. E si può dire che quest’ultimo racconto, anche questo autonomo, compie il percorso medesimo della storia di Aldo e Vanda (rottura, composizione) e contrario delle due scene (dei due “racconti nascosti”) che mostrano la loro condizione presente (composizione, rottura).

Anna e suo fratello Sandro hanno litigato per una questione di eredità: una zia ha lasciato tutto all’uno e niente all’altra, e da allora non si parlano. Il Libro parte dal punto in cui si spezza la condizione di rottura (Anna telefona a Sandro) e lungo il percorso ricompone il loro rapporto. In mezzo: suspense. Come si sa da Edgar Allan Poe, l’elemento di sospensione della verità è il più importante nella costruzione di un racconto. Dai mistero a una storia introspettiva, mantieni alta la tensione, svela una verità nel finale e avrai un racconto perfetto.

Il sapore di racconti che ha questo romanzo sta nelle singole parti, costruite in maniera precisa e autonoma, con scene che, da sole, illuminano un conflitto e operano una trasformazione – così come succede nei racconti. Ma è un sapore che si sente anche e soprattutto nell’opera completa, negli enormi spazi di ellissi su cui è costruita. Con “Lacci” Starnone mostra la storia di Aldo e Vanda più in quello che non dice che in quello che dice, più negli anni che salta che in quelli che descrive, più con le risposte non date che con le domande poste. Tacere, omettere, sono senza dubbio le caratteristiche migliori delle storie brevi e non si fa fatica a immaginare perché si scelga di usarle anche per un ottimo romanzo.

Enigma per i cultori: esiste un racconto in cui c’è una scena molto simile a quella in cui il finto conoscente di Aldo gli rifila borsa e giacca di pelle e gli sfila i soldi. Non ricordo quale sia il racconto, né di chi (forse di un autore americano). Sto maledicendo la mia smemoratezza. A qualcuno viene in mente?

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