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Lacci di Domenico Starnone: un romanzo che sa di racconti

 

Il nuovo, bellissimo, romanzo di Domenico Starnone s’intitola “Lacci” e racconta lo stare insieme. Non l’amore, non la coppia, non il matrimonio, ma: frequentare la vita insieme, che in alcuni casi prevede anche separarsi e poi ritornare, senza che questo significhi ritrovarsi.

Il romanzo ha una struttura che in ogni parte evoca la forma del racconto; com’è ovvio non la duplica fedelmente, ma ne suggerisce di continuo il legame: questo è un pezzo a sé; questa scena si basta da sola; qui puoi anche fermarti per un po’, c’è tutto quello che bisogna sapere.

È composto di tre parti, e queste parti non si chiamano Parti, ma Libri (storie con un inizio e una fine): Libro primo; Libro secondo; Libro terzo.

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Il “Libro primo” è il più affascinante e il più tecnico del romanzo: la voce narrante di Vanda, la moglie lasciata, costruisce il periodo della rottura del matrimonio attraverso 12 lettere indirizzate al marito fedigrafo. Starnone fa qui in maniera magistrale un’operazione a metà tra “La voce umana” di Jean Cocteau e “Caro Michele” di Natalia Ginzburg. Nell’atto unico di Cocteau c’è un solo personaggio in scena: una donna che viene lasciata al telefono dall’amante e che da sola, con le sue battute di dialogo senza risposta, costruisce la progressione della narrazione. Con un manipolo di personaggi la Ginzburg tira su un intero romanzo composto delle lettere che si scrivono a vicenda e che rappresentano, senza bisogno di molto altro, le loro relazioni.

Starnone prende la forma epistolare, prende il dialogo a una voce della donna abbandonata e crea il primo racconto del suo romanzo: quello che è successo prima.

Non che potrebbe reggersi da solo (non potrebbe) ma questo Primo libro è comunque una narrazione conclusa. Ci sono i personaggi principali: moglie, marito, figli, amante. C’è il fatto che succede: il tradimento e l’abbandono. C’è il conflitto: affettivo (tra marito e moglie; tra padre e figli; tra moglie e amante) e storico-culturale (cos’è il matrimonio? Si è più rivoluzionari a essere sposati o a non esserlo?).

C’è una progressione di eventi che si apre in un punto in cui il protagonista si è completamente liberato delle proprie responsabilità:

Se tu te ne sei scordato, egregio signore, te lo ricordo io: sono tua moglie. Lo so che questo una volta ti piaceva e adesso, all’improvviso, ti dà fastidio. […] Ma che tu lo voglia o no il dato di fatto è questo: io sono tua moglie e tu sei mio marito, siamo sposati da dodici anni – dodici anni a ottobre – e abbiamo due figli, Sandro, nato nel 1965, e Anna, nata nel 1969. Ti devo mostrare i documenti per farti ragionare?

E si chiude in un punto che è il momento in cui comincia a riprendersele:

Scrivi che hai bisogno di ristabilire un rapporto con i figli. Ritieni che, essendo ormai passati quattro anni, sia possibile affrontare il problema con serenità. Ma cosa c’è ancora da affrontare? […] Ad ogni modo ho letto loro questa tua richiesta e hanno deciso di incontrarti. Ti ricordo, nel caso te ne fossi dimenticato, che Sandro ha tredici anni e Anna nove. Sono schiacciati dalle incertezze e dalle paure. Non peggiorare ulteriormente la loro condizione.

C’è un tema a sostenere il racconto: il tono arrabbiato, sarcastico e impaurito di Vanda.

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Il “Libro secondo” ha la voce di Aldo: il marito che ha tradito, che poi è tornato, e che adesso ha settantaquattro anni e vive di nuovo in casa con sua moglie, la madre dei suoi figli ormai grandi e con una vita propria. Aldo e Vanda vivono a Roma, fanno le vacanze, battibeccano, hanno un gatto, invecchiano: un nuovo presente per un nuovo racconto.

C’è il chi siamo, il dove siamo e c’è l’avvenimento: Aldo e Vanda tornano dalla vacanza al mare e trovano la casa a soqquadro. Il gatto non c’è più. La concretezza dei mobili sfasciati, dei libri fatti a pezzi, degli specchi rotti, diventa la fragilità emotiva dei due anziani e serve a rimettere le cose in discussione, a incrinare ancora una volta la condizione di normalità.

Per gran parte della sua durata questo “Libro secondo” racconta cosa succede dopo il punto di crisi: Aldo prova a mettere ordine nella casa distrutta e ritrova le lettere che gli scriveva Vanda. Si riapre così al passato, e si chiede (fin qui non aveva avuto il tempo di farlo? Non se l’era concesso?) cosa gli sia successo in quegli anni: perché ha fatto quello che ha fatto? Perché è tornato indietro? Aveva ragione prima o ha ragione ora? Il tradimento viene ricostruito secondo il suo punto di vista.

Ma prima di dare spazio alla versione di Aldo, Starnone scrive due paragrafi per altrettante scene che creano le basi del nuovo racconto e danno un nuovo ordine (il primo comincia proprio così: “Andiamo con ordine”). Con queste sole due scene mostra il rapporto che tra i due dura da quarant’anni, da quando Aldo è tornato in famiglia.

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scena del film “Noi 4” di Francesco Bruni

Nella prima qualcuno bussa alla porta e Aldo va ad aprire: una giovane donna è venuta a consegnare un pacco che stavano aspettando. La donna è disinvolta, si complimenta per la casa, accarezza il gatto, chiede duecentodieci euro. Aldo è impacciato, ha paura di sbagliare, obietta di doverne solo duecentocinque. Alla fine delle due pagine (tante dura la scena) decide di dare comunque alla donna quanto gli ha chiesto. Ma un attimo dopo tornano i dubbi, e in quei dubbi s’insinua Vanda: lo accusa di farsi ancora beffare dalle belle donne, s’incupisce per i soldi persi. Aldo si sente gabbato dalla donna e ridicolizzato dalla moglie; scrive una mail di protesta alla ditta ma poi decide di lasciar perdere. Non riesce a essere sicuro di quello che è successo, ancora non è certo di voler accusare. La mail non la invia, ma dice a Vanda di averlo fatto.

La scena si chiude così, come si chiuderebbe un racconto. Una coppia, un interno domestico, qualcuno che bussa alla porta e che con un piccolo gesto mette allo stesso tempo in mostra e in crisi la relazione tra i personaggi.

La seconda scena ripropone la stessa situazione della prima, ma ci va giù più pesante.

Devono partire per il mare. Aldo sta sistemando le valigie nel portabagagli dell’auto, quando un uomo accosta con la propria e gli parla come se lo conoscesse bene. Aldo fatica a riconoscerlo ma finge di ricordarsi di lui. L’uomo insiste nei convenevoli (Uno passa e guarda un po’: lei, proprio lei, qua per strada, così. Quando lo dirò a mio padre, resterà a bocca aperta.). Gli parla della fabbrichetta di pellame che ha aperto in Germania. Infine gli propone dei regali: Le voglio lasciare almeno un omaggio, a lei e alla sua signora. Ma quasi subito l’omaggio si trasforma in una donazione “a piacere” e la donazione a piacere in furto.

Tutta la scena è fatta della dinamica tra i due, di un Aldo disorientato rispetto alle proprie emozioni (fidarsi o non fidarsi? Reagire bruscamente o lasciar perdere?) e si chiude con la recriminazione di Vanda: Siamo cresciuti a Napoli, santodio, e tu ti fai prendere in giro così?

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Il “Terzo libro” ha la voce narrante di Anna, la figlia minore, e non lo si può raccontare: si scopre qualcosa di inaspettato che tale deve rimanere. Si può dire, però, che la verità arriva al momento giusto. Non si capisce prima, né accade come colpo di scena finale: viene fuori un po’ per volta e c’è un punto in cui diventa chiara. E si può dire che quest’ultimo racconto, anche questo autonomo, compie il percorso medesimo della storia di Aldo e Vanda (rottura, composizione) e contrario delle due scene (dei due “racconti nascosti”) che mostrano la loro condizione presente (composizione, rottura).

Anna e suo fratello Sandro hanno litigato per una questione di eredità: una zia ha lasciato tutto all’uno e niente all’altra, e da allora non si parlano. Il Libro parte dal punto in cui si spezza la condizione di rottura (Anna telefona a Sandro) e lungo il percorso ricompone il loro rapporto. In mezzo: suspense. Come si sa da Edgar Allan Poe, l’elemento di sospensione della verità è il più importante nella costruzione di un racconto. Dai mistero a una storia introspettiva, mantieni alta la tensione, svela una verità nel finale e avrai un racconto perfetto.

Il sapore di racconti che ha questo romanzo sta nelle singole parti, costruite in maniera precisa e autonoma, con scene che, da sole, illuminano un conflitto e operano una trasformazione – così come succede nei racconti. Ma è un sapore che si sente anche e soprattutto nell’opera completa, negli enormi spazi di ellissi su cui è costruita. Con “Lacci” Starnone mostra la storia di Aldo e Vanda più in quello che non dice che in quello che dice, più negli anni che salta che in quelli che descrive, più con le risposte non date che con le domande poste. Tacere, omettere, sono senza dubbio le caratteristiche migliori delle storie brevi e non si fa fatica a immaginare perché si scelga di usarle anche per un ottimo romanzo.

Enigma per i cultori: esiste un racconto in cui c’è una scena molto simile a quella in cui il finto conoscente di Aldo gli rifila borsa e giacca di pelle e gli sfila i soldi. Non ricordo quale sia il racconto, né di chi (forse di un autore americano). Sto maledicendo la mia smemoratezza. A qualcuno viene in mente?

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La verità vi prego: il punto di vista interno non è un continuo pensare

“La verità, vi prego” è la posta del cuore della scrittura: inviami un tuo racconto o il primo capitolo del tuo romanzo e ti scriverò una lettera di valutazione franca, pubblica e gratuita. Per sapere come funziona leggi qui.

La lettera di oggi è per @Dispositivo Sensibile e il suo racconto “Portasenzaporta”.

Chi è @Dispositivo Sensibile:
Nella vita reale è un ricercatore che si occupa di Scienza dei Dati.
Nella sua attività di studio e nella vita quotidiana interagisce in maniera intima
con svariati tipi di dispositivi elettronici, che sono anche la principale fonte di dati
per le sue ricerche. Un giorno si è accorto che questi dispositivi avevano sviluppato
una particolare sensibilità nei suoi confronti: che gli parlavano.
Invece di andare da un analista, come gli consigliavano gli amici, ha deciso di scrivere.

Caro @Dispositivo,

certamente ci avrai già pensato tu, ma voglio dirti che il tuo racconto mi ha fatto venire in mente un film che ha vinto l’oscar per la migliore sceneggiatura nel 2013: si chiama “Her”.

Il film è ambientato in un futuro prossimo in cui il protagonista può comprare un sistema operativo dotato di intelligenza artificiale perché gli faccia da segretaria tuttofare. Il software si dà da solo il nome di Samantha e poco alla volta comincia a fargli compagnia fino a che tra i due nasce una storia d’amore.
Come nel tuo racconto, il conflitto alla base di “Her” è l’interazione tra gli uomini e i congegni tecnologici con cui si trovano a passare il tempo, anzi la vita intera. A differenza del tuo racconto, in questo film si mostra anche il punto di vista del dispositivo. Anche. Non solo. Proviamo a ragionare sul perché.

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Gli «e poi» di Andrea e come si costruisce una narrazione

Da circa un mese Andrea ha cominciato a dire: «E poi».
Prima ripeteva a pappagallo quando lo dicevo io.
Quando dovevamo cambiare il pannolino, per esempio, e lui non voleva, e allora io dicevo:

«Prima mamma ti cambia il pannolino, e poi torni a giocare». E lui sintetizzava: «eppoi gioto».

Oppure, quando aveva fame ed eravamo ancora in macchina a cercare parcheggio, e gli dicevo:

«Prima posiamo la macchina, e poi andiamo subito a fare la pappa». E lui: «eppoi pappa».

Dopo c’è stato il momento di «Mammaeppoi» detto come un’invocazione, una specie di formula magica per significare “voglio che succeda questo”, “voglio fare quest’altro”.
Adesso lo dice per conto suo. Sono diventate due parole con un vero e proprio significato.

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Per esempio quando sa che deve passare ancora qualche giorno, deve arrivare il fine settimana, prima di poter vedere la sua cuginetta: «Eppoi viene Giordana».
Oppure quando c’incamminiamo per il solito percorso, e ci fermiamo al supermercato a comprare il pane, e lui sa che dopo andremo anche al parco: «Eppoi sullo ccivolo».

Insomma Andrea sa, ha capito, che nello sviluppo della sua giornata, della sua vita, ogni cosa viene dopo un’altra. E che c’è un nesso consequenziale a tenerle insieme. (Per vedere Giordana bisogna aspettare il week end, perché prima c’è la scuola. Per arrivare dai nonni materni bisogna mettersi in viaggio, eppoi siamo arrivati).

L’e poi è lo stesso meccanismo che siamo tenuti a seguire per costruire le storie. Un romanzo, un racconto, prendono il via da un punto qualsiasi, un punto estemporaneo, in cui la vita dei protagonisti probabilmente è già cominciata  da un pezzo, ma che però diventa l’inizio di quella vita che nella storia noi vogliamo creare, sviluppare, e concludere.

Sviluppare una narrazione significa dare vita a un insieme concatenato in cui ogni azione, fatto ed evento non possono che essere tenuti insieme dalla dinamica di causa e effetto che forma la storia: il protagonista prima fa x. E poi, dopo x, fa y. Prima gli succede x. E poi, dopo x, gli succede y.

Per questo non sono ammesse pagine intermedie come quelle che ho letto in un manoscritto giorni fa e che cominciano così:

  • Qualche giorno dopo verso le undici di sera suonò il cellulare.”
  • Una sera Giorgio telefonò a Lucio.”
  • Una sera mentre Lucio stava mangiando le linguine allo scoglio della signora Maria, bevendo gewurztraminer e guardando “A proposito di Henry” squillò il telefono.”
  • Una sera Franco telefonò a Lucio.”
  • Passavano i mesi e ogni mattina Lucio si svegliava sempre più stanco”
  • Una mattina di pioggia Lucio andò a trovare sua figlia.”

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Per intenderci: “Era una notte buia e tempestosa” può essere l’incipit del primo capitolo, non del secondo o del quinto e men che meno di un capoverso.
Il lettore può non sapere cosa sia successo prima di quella notte. Ma deve assolutamente sapere cosa succederà poi. E dopo non potrà che succedere una cosa collegata al buio e alla tempesta.
Se invece dovesse succedere un’altra cosa, una cosa come: “Qualche giorno dopo era una bella mattina di sole”, tutto il buio e la tempesta iniziali non sarebbero serviti a niente. Sarebbero da buttare via. A meno che quella bella mattina di sole non sia strettamente collegata alla notte buia: sia la sua diretta conseguenza, un evento inevitabile viste come sono andate le cose.
Allora non leggeremmo “Qualche giorno dopo era una bella mattina di sole”, ma “E poi la tempesta andò via e ci fu una bella mattina di sole”.
Proprio come quando io dico ad Andrea: «Adesso mamma ti cambia il pannolino» e lui sa che dopo quel cambio, e solo dopo quel cambio, sarà libero di tornare a giocare.
Perché la nostra giornata e le nostre storie non sono fatte di questo e quello e quell’altro, ma di questo e poi quello e poi quell’altro ancora.

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La verità vi prego: se la realtà è un caos la narrazione deve domarla

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La lettera di oggi è per @Sadie Lancaster e il primo capitolo del suo “Blue”.

Chi è @Sadie Lancaster:
Sadie Lancaster avrebbe voluto vivere intorno agli anni Settanta, preferibilmente a
Parigi, ma giacché non è mai andata troppo d’accordo con la vita, sembra questa le abbia
riservato ben più lontane prospettive. Si è arresa all’idea di trascorrere le sue giornate
insediata da forme di tecnologia evidentemente più intelligenti di lei, imparando ad amare
il cuore pulsante del suo respiro, Napoli. Crede nella pace nel mondo e nei fiorellini tra
i capelli, nella capacità curativa della musica e nell’importanza viscerale delle parole.
Non ha mai nutrito forte simpatia verso le scelte altrui e, visto che per il nome
all’anagrafe non c’era più molto da fare, ha deciso da sé quello di firma.

Cara @Sadie,

la Nora del tuo romanzo suscita grande tenerezza, perché è capace di far venire fuori diversi aspetti di quell’età magica per cui ogni cosa non è mai solo se stessa, ma sempre la piccola parte di un insieme che sembra grandissimo, complicato e inarrivabile. Mentre si vive quell’età non si ha granché idea di quello che si sta facendo, si passa per lo più il tempo a rimpinzarsi d’informazioni, innamorarsi e sentirsi soli. È dunque logico che le sfere d’interesse siano tantissime e che tutto sembri fondamentale.
Nora, però, non è una persona reale ma un personaggio narrativo: quindi, deve fare delle scelte.
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La verità vi prego: mai perdere di vista atmosfera e tensione

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La lettera di oggi è per Giorgio Girace e il suo racconto “La rapina”.

Chi è Giorgio Girace:
Nasce a Salerno nel 1959, già autore di due romanzi “Salsa,
bachata e altre tentazioni” e “Salsa, passioni e tradimenti”, e
di una raccolta di poesie in fase di pubblicazione. Nonostante
il diploma in elettronica si considera più portato verso un indirizzo
umanistico moderno, e s’ispira notevolmente a quella beat generation del secolo
scorso che oggigiorno, più che mai, considera fatalmente di grande
attualità.

Caro Giorgio,

lo vedi quel bambino sott’acqua? Quello è il tuo potenziale lettore. Gli altri, distesi, più rilassati, che si lasciano tenere a galla dalle onde o addirittura si appoggiano, sono i lettori di romanzi. Il lettore di racconti, invece, trattiene il fiato e nuota forte per scendere giù e toccare il fondale, fa una fatica enorme, e allora tu lo devi ripagare.

Nei racconti più che in qualsiasi altra forma narrativa contano due cose: l’atmosfera e la tensione. Tu ce le hai tutte e due, ma non ti sforzi abbastanza per definirle, non le metti a fuoco, non le esasperi e non vai a vedere dove ti portano: resti sempre un passo indietro, senza avventurarti né di qua né di là e alla fine non ne ricavi niente.

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fino a pagina 69 – “La morte del padre” di Karl Ove Knausgård

“La morte del padre” è il primo dei sei romanzi che compongono l’opera autobiografica di Karl Ove Knausgård intitolata “La mia battaglia” e pubblicata in Italia da Feltrinelli. Ho letto il libro fino alla pagina 69. Per finirlo sarei dovuta arrivare alla 505, ma non ne ho sentito il bisogno: avevo già la mia idea.

Forse avrei dovuto saperlo – e qui confesso: non mi piacciono quasi mai i romanzi molto lunghi. Per me è quasi garantito che siano romanzi troppo lunghi, di una lunghezza, cioè, non giustificata. Mi chiedo cosa ci sia da raccontare in tutte quelle pagine. Che cosa ci sia mai da non poterne fare a meno. Però ogni tanto ci provo lo stesso, e con Karl ci ho provato. Ed, ecco, se dovessi dire una cosa, se dovessi scegliere un solo motivo per cui questo romanzo è troppo lungo, direi: gli elenchi. Gli elenchi sono il motivo per cui durante la lettura pensavo beh, questo potevi anche non raccontarlo; beh, di questo potevi anche farne a meno.

Eppure io amo le liste: comprerei libri e libri solo fatti di liste (come la stupenda Enciclopedia capricciosa di tutto e di niente di Charles Dantzig). Sostengo che la lista sia un’eccezionale forma narrativa, al pari del racconto e del romanzo. Ma non credo bisognerebbe usarla come modalità narrativa.

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È quello che fa Knausgård per costruire ogni pezzo del suo “La morte del padre”. Usa la modalità lista già dall’inizio della storia, quando vuole descrivere un cuore che smette di battere e cerca un effetto ossessivo per farlo:

Niente può fermare gli enormi sciami di batteri che cominciano a diffondersi all’interno del corpo. […] Penetrano sempre più profondamente in tutto quell’umido, in tutta quella oscurità. Raggiungono i canali di Havers, le cripte di Lieberkühn, le isole di Langerhans. Raggiungono la capsula di Bowman del Rene, la colonna di Clarke del Midollo Spinale, la substantia nigra del Mesencefalo. E raggiungono il cuore.

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lo stesso effetto che cerca di ottenere per descrivere la separazione tra la vita e la morte:

Nell’attimo stesso in cui la vita abbandona il corpo, il corpo appartiene al mondo dei morti e degli esseri inanimati. Le lampade, le valigie, i tappeti, le maniglie delle porte, le finestre. I campi, le paludi, i ruscelli, le montagne, le nuvole, il cielo. Niente di tutto questo ci è estraneo e sconosciuto.

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E poi subito dopo crea una lista d’immagini, ancora riguardo la morte, perché vuole dimostrare quanto possa rivelarsi un evento scenico:

Un padre e suo figlio vengono uccisi nel momento in cui il padre cerca di mettere in salvo il figlio durante uno scontro a fuoco in atto in una qualche città del Medio Oriente, e l’immagine che li ritrae avvinghiati l’uno all’altro […]

Una discesista cade, provocandosi la rottura dell’arteria femorale, il sangue che scorre a fiotti, lascia alle sue spalle una scia rossa sul pendio bianco […]

Un aereo decolla, mentre prende quota le fiamme divampano dalle ali, il cielo sopra le case della periferia è azzurro […]

Una sera un peschereccio affonda al largo della costa settentrionale norvegese, l’equipaggio composto di sette uomini annega […] mostrano le immagini del mare deserto […]

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A un certo punto questa prima parte, più filosofica, si conclude; ma Karl va avanti con la modalità narrativa della lista  e la usa per creare l’ambientazione della storia:

Si sentiva l’odore, simile a quello della polvere da sparo, della roccia che mio padre stava spaccando, di pino proveniente dai ciocchi di legna posti dietro il muretto di pietra, di terra appena smossa, di bosco, e nella leggera brezza che soffiava da nord di aroma di sale.

I più grandi facevano capannello con le loro biciclette […] I più piccoli giocavano a calciare il barattolo. Quelli che erano stati catturati stavano dentro un cerchio disegnato con il gesso sul marciapiede, gli altri erano acquattati nel bosco […]

Pile di barattoli di vernice, contenitori di vetro colmi di pennelli, ciocchi di legna da ardere, resti di assi, teli impermeabili ripiegati, pneumatici, il telaio di una bicicletta, alcune cassette porta attrezzi, scatole di chiodi e viti di ogni tipo e misura, contenitori per piantine riempiti con cartoni del latte da cui spuntavano fiori appena germogliati, sacchi di calce, un tubo per innaffiare attorcigliato e appoggiato alla parete, un pannello su cui si stagliavano tutti gli attrezzi possibili e immaginabili […]

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E continuando a leggere non è che un infinito ripetersi di questa modalità declinata in svariati modi e qui allora bisogna dire che non succede certo per caso, è una scelta orchestrata: la conseguenza del tipo di visione che ha il protagonista/autore sulle cose: le guarda, le registra, le racconta.

Ovviamente provavo repulsione anche per il pollack bollito, il merluzzo nero bollito, l’aringa bollita, la sogliola bollita, lo sgombro bollito e lo scorfano bollito.

[…] spensi la luce per rimanere ad ascoltare al buio i rumori che produceva: la portiera che veniva richiusa, i passi sulla ghiaia, la porta d’ingresso che si apriva, il giaccone che veniva tolto, i passi sulle scale… […]

Ramazzo i pavimenti, faccio il bucato, preparo la cena, lavo i piatti, faccio la spesa, gioco con i bambini al parco, li riporto a casa, li svesto, gli faccio il bagno, sto con loro fino a quando non è venuta l’ora di andare a dormire, li metto a letto, stendo i panni ad asciugare, li piego e li ripongo nell’armadio, metto a posto, sparecchio, pulisco le sedie e rassetto la cucina.

C’era poco traffico, sfrecciammo attraverso Solsletta, Ryensletta, proseguendo lungo la spiaggia di Hamresanden, attraversammo il bosco in direzione di Timenes, sbucammo sulla E18, superammo il ponte di Varoddbrua, passammo davanti al liceo a Gimle prima di entrare in città.

Knausgård non è certo a corto di idee e per non mancare di figure retoriche che siano in perfetto accordo con la modalità lista in un paio di punti arrivano anche le anafore:

So che la finestra delle scale doveva essere così buia da riflettere l’immagine nel corridoio. So che la porta della stanza di Yngve doveva essere chiusa […] So che il mazzo di chiavi della mamma doveva trovarsi sparpagliato sul tavolo […] So che il vaso di ceramica […]

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C’era Monica, i cui genitori erano ebrei ungheresi […] C’era Hanne, una bella ragazza del quartiere di Vågsbygd […] C’era Siv, bionda, abbronzata e longilinea […] C’era Benedicte, dai lineamenti del viso affilati […] C’era Tone, dalle movenze così graziose […] C’era Anne, che aveva l’apparecchio ai denti […] C’era Hilde, con i capelli biondi e rubiconda […] c’era Irene, il punto di riferimento delle ragazze […] c’era Nina, dalla costituzione robusta e molto mascolina […] C’era Mette, piccola, ossuta e intrigante […]

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La modalità lista guida la narrazione anche in un punto classicamente tragicomico, come quello in cui il protagonista immagina di scrivere il proprio epitaffio. Ci sono molte motivazioni per cui s’inserisce una cosa del genere in un romanzo e di solito hanno a che fare con la volontà di trasmettere un senso d’ironia malinconica, un abbandono a quello che comunque succederà e su cui, però, potremmo almeno poter dire qualcosa.
Dunque io penso che Knausgård abbia perso l’occasione di dire qualcosa di cui non si può fare a meno, perché troppo concentrato a raccontare cos’ha registrato e visto, cosa gli è venuto in mente – senza passare per quella legge narrativa che si chiama selezione e che dovrebbe sempre guidare la scrittura, in special caso se ci si azzarda a parlare di morte.

Presto avrò quarant’anni, e quando ne avrò quaranta, presto diventeranno cinquanta. Quando ne avrò cinquanta, presto diventeranno sessanta. Quando ne avrò sessanta, presto diventeranno settanta. E poi sarà finita. Il mio epitaffio potrebbe suonare così: Qui riposa uno che imperterrito ha resistito. Alla fine proprio per questo è rimasto stecchito.
O magari:
Qui riposa un uomo che accondiscendente si mostrò e che metà della sua vita inutilmente sciupò […]
O piuttosto:
Qui riposa uno scrittore, un brav’uomo in verità […]
Ma se mi restassero ancora trent’anni di vita, non è scontato che rimarrei lo stesso. Qualcosa quindi di questo tipo?
Da parte di tutti noi, Nostro Signore […]
O forse, se sono fortunato, qualcosa di un po’ meno personale?
Qui riposano un uomo che a letto fumò
e sua moglie, che con lui nell’incendio bruciò […]

La verità vi prego: la tua storia non è un trattato di sociologia

“La verità, vi prego” è la posta del cuore della scrittura: inviami un tuo racconto o il primo capitolo del tuo romanzo e ti scriverò una lettera di valutazione franca, pubblica e gratuita. Per sapere come funziona leggi qui.

La lettera di oggi è per Antonio Pecoraro e il suo racconto “Domenica di resurrezione”.

Chi è Antonio Pecoraro:
La letteratura, la musica, il cinema, tre passioni che sono
una presa di corrente che alternativamente collego e scollego.
Questa raccolta di miei scritti è un filo che collega alla
presa nel muro: la corrente generata proviene dalla centrale del sangue:
i miei studi – letture ricercate nel profondo – mai che facessero dormire;
comporre pezzi su chitarra e pianoforte; una fotografia o un video;
buttare giù pezzi per giornali.

Caro Antonio,

il tuo racconto ha un titolo così evocativo che prima ancora di leggerlo il livello dell’aspettativa si alza solo per quella parola che c’è dentro: resurrezione.  Ci hai pensato, quando lo hai deciso, che sarebbe successo? Che avresti dovuto tenere testa a grosse aspettative? La tua scelta potrebbe sembrare indovinata, perché in effetti è questo che un racconto dovrebbe fare: condurre un personaggio a vivere uno stato di cose che prima non c’era, che prima era in un altro modo; creare una piccola trasformazione. In un certo senso, ogni piccolo gesto, ogni parola e ogni evento che si decide d’inserire in una narrazione, dovrebbe avere, o almeno avviare, un movimento che abbia il carattere di una rinascita.

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Scrivere racconti a scuola di judo

Andando ogni giovedì in edicola troverete – in abbinamento al Corriere della Sera – i volumi della collana La scuola del racconto curata dallo scrittore Guido Conti.
La bellezza di questa collana sta nell’idea di proporre con semplicità due fondamenti base per imparare a scrivere. Il primo è che per imparare a scrivere bisogna imparare a leggere. Il secondo è che per imparare a scrivere bisogna imparare a leggere racconti.

Un’altra cosa bella di questa collana è che non ha paura di usare la parola ‘scuola’ e, di conseguenza, non ha paura di ammettere quello che questa parola vuol significare: tutti, o quasi tutti, possono imparare a scrivere una storia che funzioni.
Questa cosa pare che, finalmente, si cominci a dare per scontata anche in Italia. Raccontare è un’attitudine che abbiamo insita come essere umani, proprio come comunicare. Volevamo parlare, ci hanno insegnato l’alfabeto; volevamo lasciarci dei messaggi, ci hanno insegnato a scrivere. Vogliamo raccontare, ci possono insegnare a farlo. A patto, ovviamente, che ci mettiamo a studiare. Il metodo di studio che s’impara con La scuola del racconto è che le regole che dettano la costruzione delle storie non sono degli assunti a priori che precedono il racconto vero e proprio, e che per capire queste regole bisogna vederle applicate in un meccanismo già funzionante:

“La tecnica non precede il racconto, semmai è la storia che ha bisogno della tecnica per essere prima costruita e poi compresa nel modo migliore. Nell’idea di insegnare a montare una storia come fosse una macchina è il senso del processo a essere sbagliato: è più produttivo, oltre che infinitamente più interessante, smontare la macchina per carpire i segreti della sua costruzione. Scoprire da dove gli autori prendono un’idea, come la sviluppano, come la riscrivono, come imitano gli altri, come fanno palestra all’inizio. Questo è secondo me l’approccio più interessante allo scrivere: porsi delle domande partendo dai testi e leggere i grandi autori per capire come creano.”

Conti si mette a smontare la struttura di grandi racconti classici (ogni volume ha per protagonista un autore: da Guy de Maupassant a Michail Bulgakov; da Carlo Collodi a Franz Kafka; ma anche autori insoliti, come Giovannino Guareschi e Cesare Zavattini) e a ragionare sul perché gli scrittori li hanno composti in quel dato modo. Il metodo è simile a quello di altri libri che sostengono l’importanza della lettura consapevole, come Sei passeggiate nei boschi narrativi di Umberto Eco (Bompiani) o Seminario sui luoghi comuni di Francesco Pacifico (Minimum fax). Ma qui il passaggio che conduce dalla lettura alla scrittura è più esplicito.
Sarebbe davvero difficile, d’altronde, voler suonare come J. S. Bach e non leggere i suoi spartiti. (Pare che ci siano quelli che lo sanno fare a orecchio, e vabbè: quelli sono mostri, e portateli in mezzo ai mostri).

Ma, attenzione, non c’è bisogno di tirare in ballo Bach. Sarebbe difficile anche voler suonare come Povia, senza leggere il suo spartito. Qui sta, secondo me, l’errore di molti approcci all’insegnamento della scrittura. Continua a leggere

Dove sono le finestre?: la costruzione del racconto secondo Richard Yates

“Costruttori” di Richard Yates ha tutte le cose che non sopporto trovare in un racconto. Ha una “voce fuori campo” che introduce la storia. Ha uno scrittore sfortunato e senza soldi per protagonista. Si chiude con una domanda. Eppure.
Eppure, “Costruttori” di Richard Yates è per me il padre e la madre di qualsiasi cosa c’entri con la letteratura, con la bellezza di leggere, con la bellezza di scrivere, con la perfezione della forma racconto, con le mie idee sulla vita, e con il mio lavoro. Conoscevo Carver, conoscevo Cheever e, naturalmente, conoscevo Hemingway e Flannery ‘O Connor, e li amavo. Ma Yates. Avete mai letto un racconto come “Costruttori” di Richard Yates?

La voce fuori campo è la voce di Yates che non riesce a restarsene fuori e lasciar parlare la storia per sé, e che non riesce a far esordire un protagonista scomodo senza avvisare: “guardate che questo protagonista è scomodo”. La maggior parte delle storie non ha bisogno del proprio autore che si metta in mezzo e le rovini e infatti anche “Costruttori” non è che ne avesse proprio bisogno, narrativamente parlando. Però Yates lo fa lo stesso. In sedici righe scrive un’analisi intima e lucidissima sul mal di scrivere di scrittori e aspiranti scrittori, e così facendo vivacizza tutto il racconto, che si trasforma in una visione ironica e malinconica di queste due categorie di persone che a vicenda non si sopportano e che però continuano a vivere insieme, a cercarsi e a farsi compagnia nella speranza che il mal di vivere passi.

Lo scrittore sfortunato e senza soldi si chiama Bob Prentice, un ventiduenne che nel 1948 è già stato in guerra, ha già una moglie di nome Joan e deve già sbarcare il lunario scrivendo nella redazione finanziaria della United Press cose di cui non capisce niente per cinquantaquattro dollari la settimana. La sera Bob torna a casa e si rintana dietro un paravento con l’idea di scrivere finalmente le sue cose. Invece perde tempo, si guarda intorno, legge il giornale, e una di queste sere trova l’annuncio di Bernard Silver. Bernie non è uno scrittore e neanche un aspirante scrittore, è solo un tassista che cerca qualcuno che gli scriva un libro in cui lui è protagonista delle storie da tassista che ci sono scritte dentro. E questa strana aspirazione di Bernie rientra nell’insofferenza del mal di scrivere come molte altre cose del racconto, cose che si potrebbero definire “elementi sulla narrazione” oppure la “visione poetica” dell’autore o anche “le cose che Richard Yates vuole dire sulla questione dello scrivere”, e di cui si potrebbe fare una lista in 9 punti:

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1. l’incipit: “Gli scrittori che scrivono di scrittori possono produrre facilmente il peggior genere di aborti letterari”
2. l’adesione all’onestà nello scegliere le parole: un cappello è cincischiato, non consunto dall’uso
3. il parallelo che ogni scrittore cerca con Hemingway e la cosa importante di scrivere che è: cominciare
4. la consapevolezza che non devi perdere: quando tua moglie definisce il tuo racconto meraviglioso e tu sai che non vale niente
5. il disprezzo degli scrittori per quelli che di scrivere non ne capiscono niente ma vogliono per forza parlarne
6. il fatto che dietro a ogni storia non vera ci sia almeno un granello di verità
7. la consuetudine di tutti i tempi a non retribuire la scrittura: «Ah, ma non mi fraintenda Bob. Non ho mai chiesto a nessuno scrittore di scrivermi una sola parola solo sulla base di ipotetici guadagni futuri».
8. la celebre citazione da Pascal: «Supponga che qualcuno le scriva una lettera dicendo: “Bob, oggi non ho avuto tempo di scriverti una lettera breve, perciò ho dovuto scrivertene una lunga”».
9. l’inclusione dello storytelling nelle forme di narrazione: «Ma Bernie, non vedo come potrà funzionare. Non si può scrivere un “racconto” spiegando perché qualcuno è l’uomo di cui abbiamo bisogno al Congresso». «Chi dice che non si può?»

E poi c’è il punto 10. Ed è il dialogo con cui Yates costruisce l’immagine più universale che sia mai stata pensata per definire la forma racconto:

«Bene. Prendiamo ora un punto di vista diverso. Pochi minuti fa parlavo di “costruire”. Bene, guardi. Capisce in che senso scrivere un racconto è un po’ come costruire? Come costruire una casa?» Ed era così compiaciuto dell’immagine che lui stesso aveva creato che non aspettò neppure il compìto cenno di congratulazione che gli feci col capo per premiarlo. «Una casa, cioè, bisogna che abbia il tetto. Ma ci troveremmo nei pasticci se cominciassimo a costruirla dal tetto, no? Prima del tetto di devono costruire le mura, no? E prima delle mura si devono gettare le fondamenta, no? E così via. Prima delle fondamenta si deve scavare nel terreno una bella fossa, vero? Ho ragione?» Non avrei potuto assentire con più entusiasmo, ma lui non si accorgeva neppure della mia espressione estasiata, servilmente adulatrice. Si sfregò il profilo del naso con una grossa nocca, quindi si rivolse verso di me con aria di nuovo trionfante.

E qui arriva la perla, che Yates regala a Bernie (il non scrittore) piuttosto che a Bob (lo scrittore) e che per questo diventa ancora più lucente:

«Dunque, supponiamo che lei si costruisca una casa in questo modo. E allora? Qual è la prima domanda che deve porsi a opera compiuta?» Ma era chiaro che a lui importava ben poco che io sapessi o non sapessi qual era la domanda. Lui sì che la sapeva, e non riuscì a trattenersi dal dirmela. «Dove sono le finestre?», chiese allargando le mani. «Ecco la domanda. Da dove entra la luce? Perché capisce che cosa voglio dire quando parlo di luce, Bob, vero? Voglio dire… la filosofia della sua storia, la sua verità, la sua…» «Illuminazione, per così dire» suggerii io, e Bernie abbandonò la ricerca del terzo termine schioccando felice le dita. «Ecco, Bob, proprio così, ha capito».

La domanda a cui Bob non sa rispondere alla fine del racconto è dove siano le finestre nella storia che ha appena finito di costruire e che riguarda l’illuminazione nella sua vita, ed è la stessa che noi lettori di racconti ci poniamo ogni volta che apriamo un libro, e che noi esseri umani ci poniamo ogni volta che ci svegliamo al mattino: da dove entra la luce? Perché se il mal di scrivere colpisce scrittori e aspiranti tali, e anche persone come Bernie che con la scrittura c’entrano poco, il mal di vivere colpisce davvero chiunque e chiunque lo comprende, ed è in quella universalità che s’annida la letteratura.

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una scena dal film habemus papam di nanni moretti

L’idea che ha Yates della letteratura prende sempre la forma di racconto. Anche quando scrive romanzi, e anche nel suo romanzo migliore e più conosciuto, “Revolutionary Road”, resta un autore di forme brevi, che chiude su scene casalinghe e prive di enfasi, su elementi che, fino a un attimo prima, parevano di secondo piano. Perché? Perché Yates non vuole solo raccontare una storia, e non vuole solo dire la sua, e non vuole neanche oggettivare un’idea, un’ossessione. Lui vuole fare una cosa difficilissima ma che gli è indispensabile e questa cosa è: dire la verità. La verità che è, certo, quella e solo quella per una specifica storia e per i suoi personaggi, ed è innanzitutto la sua verità. Ma è anche – lo diventa: deve diventarlo – la verità per chi legge. Il lettore di racconti non vuole solo capire cosa narra la storia che ha di fronte, e non gl’interessa più di tanto commuoversi o arrabbiarsi o parteggiare per qualcuno. Il lettore di racconti vuole assolutamente credere in qualcosa: vuole credere che quella che sta leggendo sia la verità – e che sia tutta lì, e che non ci sia nient’altro da dire.

La parte migliore di “Costruttori” non sta nella trama o nelle perle sulla narrazione. Non sta neanche nella lucida ricostruzione della propria biografia, con l’esperienza di guerra, il matrimonio fallito, la costante ricerca di un lavoro che gli consenta di scrivere. La sua illuminazione sta in un punto che con la scrittura e l’essere scrittori non c’entra proprio nulla. In quel punto c’è solo la fotografia di un trombettiere, un giovanissimo e fiero Bernie sull’attenti che si preme contro la bocca la sua semplice ed eloquente tromba. Un’immagine da copertina alla quale Bob stenta a credere, lui che in guerra ci è stato proprio come ci è stato Bernie, come ci è stato Hemingway e come, in un modo o nell’altro, ci siamo stati tutti noi. Un’immagine che gli fa venire in mente: come si può vivere così? E alla quale, per fortuna, e per una volta, Yates risponde con una verità che tenta di salvarci: “Dio lo sa, Bernie, Dio lo sa che una finestra ci dovrebbe essere da qualche parte, per ciascuno di noi”.

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La verità vi prego: non superare il confine della credibilità

“La verità, vi prego” è la posta del cuore della scrittura: inviami un tuo racconto o il primo capitolo del tuo romanzo e ti scriverò una lettera di valutazione franca, pubblica e gratuita. Per sapere come funziona leggi qui.

La lettera di oggi è per Alberto Nicolai e il 1° capitolo del suo “Il gioielliere”.

Chi è Alberto Nicolai:

Sono nato nelle Marche, a Porto San Giorgio, 47 anni fa. Vivo a Roma.
Dopo gli studi in lettere e filosofia presso l’Università di Bologna,
inizio a viaggiare intorno al mondo.
Molto per passione, un po’ per lavoro e un po’ anche per noia.
Ah… il lavoro..!? Certo!! Ne ho fatti tanti e tutti inventati!
Le mie passioni? La scrittura ovviamente, la musica, la cucina, il mare, l’erotismo.

Caro Alberto,

a quanto pare il tuo protagonista è un catalizzatore di sorprese! Questa è una cosa buona: terribile sarebbe il contrario, ovvero mettere in scena un personaggio a cui non succede niente. Invece il tuo uomo (come si chiama? Che tipo di vita conduce? È solo?) vive una giornata davvero entusiasmante e, di primo acchito, sembra che questa non sia per lui una rarità (Non fui tanto sorpreso dall’arrivo di un pacco, ma per aver sentito la voce del portiere); (Tornai verso casa camminando leggero e sicuro, di quella sicurezza che dà l’alcool bevuto a digiuno e la consapevolezza di avere in tasca qualcosa di molto prezioso – è una sensazione che conosce già bene?)
Dai pochi accenni che fai, viene fuori un personaggio di grande ottimismo, che somiglia molto al tipo di persone che vedono la vita in un modo tale che quella, la vita, davvero gli diventa facile. Un protagonista del genere ha di certo il favore del lettore: seguire le sue vicende sembra piacevole, divertente, e incuriosisce; insomma un buon modo per passare il tempo. E, però, qualche considerazione va fatta. Soprattutto, riguardo la credibilità della storia. Continua a leggere