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Tutto qui il mondo?

A seguito della nostra call abbiamo ricevuto 106 racconti. Letti e selezionati dalla classe di Apnea ’20/’21, ne sono infine stati scelti 14 per la pubblicazione.


Questo è il dodicesimo, lo ha scritto Alessandro Busi e ha richiesto un editing che rendesse più esplicito il collegamento tra la prima e la seconda parte, introducendo il personaggio femminile. È stato lavorato dalla corsista di Apnea Paola Ascani prima e dalle caporedattrici poi. Correzione a cura della redazione, Francesca de Lena è intervenuta per eliminare il primo incipit, che appesantiva inutilmente.


Goffredo vive sentendo il peso della storia di suo nonno, omonimo eroe di guerra. Quando incontra Laura, astronoma e maga, grazie a lei scopre un nonno differente da come glielo avevano raccontato fino ad allora. Personaggi originali, immagini forti e una sensibilità autoriale che riesce a creare di un’atmosfera ricca di contrasti inaspettati.


di Alessandro Busi




 Il cielo è un tetto sopra le case
quindi alla fine non usciamo mai
[Zen Circus, Appesi alla Luna]


Goffredo Lai si chiama come suo nonno.

Suo nonno Goffredo Lai era stato un eroe della Guerra Grossa. Così raccontava spesso Angelo Lai – unigenito di Goffredo il nonno, padre di Goffredo il nipote – un po’ per creare al figlio un’epica familiare e un po’ per ricordarla a sé stesso, che quel padre eroe non l’aveva mai conosciuto se non nelle storie.

Goffredo il nonno era partito per la Guerra quando aveva ventidue anni, quando la fidanzata Fiamma era incinta di un paio di mesi. Molti pensarono: Fiamma non l’ha detto a Goffredo per tenersi la libertà di abortire, vista la guerra, la fame e la lettera. Nella lettera lo Stato italiano comunicava a Goffredo Lai che la sua maculopatia all’occhio sinistro – «Vedo come tutta una nebbia», aveva riferito alla visita di leva dei diciotto anni – non era più una condizione sufficiente per l’esenzione dalla prova dell’uniforme. Fiamma conosceva troppo bene il suo uomo per non sapere come avrebbe reagito alla notizia della gravidanza: si sarebbe fatto prestare la Glisenti del suo amico Lorenzo Montini – che se l’era imboscata dall’altra guerra – e si sarebbe sparato in una gamba. «Quanto saresti messo male, come esercito, per mandare a combattere uno mezzo cieco e anche mezzo zoppo?», avrebbe detto ridendo prima di premere il grilletto. Fiamma, che aveva frequentato i Giorni di preparazione alla cura caritatevole, sapeva che dentro le gambe scorrono le arterie femorali e che, se un proiettile ne rompe le pareti, a meno che non si abbia un laccio per fermare l’emorragia – nella maggior parte dei casi, anche se si ha un laccio per fermare l’emorragia –, la vita esce fuori dalle cosce fino a diventare una macchia di sangue secca. Siccome non voleva che il suo amore si tramutasse in una macchia di sangue secca, valutò che ci fossero meno probabilità di prendersi una pallottola al fronte piuttosto che di beccare un’arteria sparandosi da sé. Gli avrebbe confessato tutto tramite lettera, decise, e poi lo avrebbe accolto alla stazione dei treni con il figlio in braccio e da quel giorno avrebbero eretto la loro vita insieme. Non sapeva, però, che il destino del suo Goffredo era quello di diventare eroe, tanto che tre anni dopo la fine della Guerra ricevette una medaglia al valore.

Erano anni in cui lo Stato inviava medaglie al valore a tutte le famiglie dei caduti, ma ogni famiglia riusciva a convincersi che il proprio caro quella medaglia se l’era meritata per davvero. Così nacque l’epica di Goffredo l’eroe che partiva per la guerra senza esitazione, combatteva valoroso nonostante la vista zoppa, poi veniva catturato in un’imboscata e bastonato fino a spaccargli la cassa toracica e fargli collassare i polmoni.

Mentre moriva soffiava il nome della sua Fiamma che, a decine di migliaia di chilometri, sentiva il richiamo, si teneva la pancia e diceva fra le lacrime: «Lo chiameremo Angelo, perché questo bambino è il nostro laccio che unisce la terra con il cielo».

La storia delle ricostruzioni accademiche racconta di una brutta infezione intestinale che falcidiò l’intero battaglione di Goffredo prima ancora che potesse combattere. Qualcuno dei colonnelli, per farsi scudo con i generali irritati, parlò di avvelenamento per mano del nemico, ma nessuno ci credette. Questa versione dei fatti, però, serve giusto a qualche storico ossessivo. Di certo non serve a Fiamma, né ad Angelo e men che meno a Goffredo il nipote che, nei momenti di difficoltà, si è sempre fatto forza ricordandosi che il suo nome è inserito dentro una storia più grande, fatta di guerra, vista annebbiata, eroismo, ossa rotte, polmoni che smettono di funzionare, sangue e amore; una storia della quale deve essere all’altezza. Ma orgoglio e peso sono matrioske: quando si apre uno, ecco che compare l’altro.

Angelo Lai aveva imparato questa alternanza fin da bambino, con la madre che sapeva le cose giuste da fare e le ciglia sempre sull’orlo di lasciar andare le lacrime. «Angelo è emotivo», diceva sua moglie e madre di Goffredo, Vera Finzi, «Ma a me non dà fastidio». E non mentiva, anzi. Vera avrebbe dovuto dire che era stato proprio quel carattere mansueto ad averla conquistata. Gli altri erano così aggressivi, forti nei modi, imponenti nella personalità. Angelo la rispettava, le chiedeva il permesso prima di baciarla, non voleva che lei scendesse giù con la bocca – “vai più giù con la bocca”, citazione di un suo ex: storia molto breve, errore molto grande –; lui voleva solo che fosse felice.

Quando andarono a Roma per il Giubileo, prima di lanciare le cento Lire nella Fontana, Angelo bisbigliò: «Desidero il bene di mia madre che mi ha cresciuto da sola, di Vera che mi ama come sono, e di Goffredo che è il mio futuro». Si gettò alle spalle la moneta senza poter distinguere il proprio plof da quello delle altre centinaia di desideri che si tuffavano nello stesso momento.
«Ho sentito quello che hai detto», gli sussurrò Vera nell’orecchio. E gli fece l’occhiolino. Anche lui, tuttavia, aveva sviluppato il suo personale modo per farsi valere nelle relazioni. Con le lacrime ringraziava, chiedeva di non essere abbandonato, di ricordarsi quanto fosse buono, di vedere quanto era ferito, otteneva di essere accontentato. «Chiamiamolo come mio padre», piagnucolò alla moglie ancora sudata dal parto, «Ti prego».

Ci sono alcuni Stati che mandano ai neonati delle scatole con i primi calzini, la prima maglietta, i primi pantaloni, il taccuino su cui annotare i denti che perderanno. Sono oggetti neutri e che hanno a che fare solo con le cose pratiche della vita. Anche Goffredo ricevette la propria scatola di benvenuto al mondo, anzi due. La prima, quella del suo nome e dell’eroismo che portava con sé, ne conteneva un’altra: quella del suo vecchio, non meno importante, fatta di altruismo e lacrime. A queste si sarebbero aggiunte tutte le altre raccolte durante la sua vita dalle maestre, i colleghi, le ex fidanzate, il fornaio, la giovane maga che guardava in televisione quando era a casa in malattia e che sembrava sapere tutto di tutti e chissà cosa avrebbe detto di lui… Perché per Goffredo ogni incontro significava entrare in un microsistema predeterminato e calcolato con una formula standard: base per altezza per aspettative per coperchio chiuso in cima, un microsistema che non dava risultato neutro, mai. Con questo sistema di scatole Goffredo imparò a tenere alta la combattività del nonno sul campo da calcio ma senza dimenticare il fair play; a prendere buoni voti come disponeva sua madre; a dare a suo padre i numerosi abbracci che desiderava, a sentirne la barba umida sul collo. Goffredo si laureò in legge: «Lo diceva sempre la nonna, no? Bisogna dare giustizia ai giusti». Trovò lavoro nell’ufficio reclami dell’azienda municipalizzata, si fidanzò con Margherita Autieri e l’anno successivo la sposò, estraniandosi dalla cerimonia solo per qualche secondo e guardandosi orgoglioso da fuori: tutto era al posto giusto, tutti erano felici. Al prete, rispose che amava Margherita perché era responsabile. Lei disse che amava Goffredo perché era premuroso.

Durante la settimana bianca del terzo anniversario, Goffredo faticò a dormire, ma preferì non dirlo alla moglie, né lei gli chiese il perché delle occhiaie. Lui cercò qualche strategia di rilassamento su internet e, una volta a casa, iniziò un corso online di meditazione e yoga. Funzionò. Ogni mattina Goffredo si metteva a gambe incrociate in salotto e dedicava la prima mezz’ora della giornata da sveglio a visualizzare i contrappesi del suo sistema di scatole, nella speranza di non scontentare nessuna delle persone che gli volevano bene e a cui voleva bene: il suo sensibile padre, la dedita madre, la memorabile memoria del nonno, l’ormai anzianissima e sapiente nonna, la splendida moglie. «Tutto qui il mondo?», pensa Goffredo.
È seduto sul tappeto anche se dovrebbe stare in piedi, avere una gamba parallela al terreno e le braccia aperte; si morde la pelle indurita attorno all’unghia del pollice destro. Pensa alla propria vita come se fosse rinchiusa dentro all’archivio alfabetico dell’azienda. Gli basta estrarre un faldone per riconoscere gli estremi del richiedente, le lamentele che porta e la strategia di mediazione migliore da mettere in atto. «È questo che so fare».

Alla lettera y – yoga vinyasa, sincronizzazione del corpo con il respiro – Goffredo trova una cartella piena di istruzioni che non sa più capire. Il busto si disarticola, le braccia si sollevano asincrone rispetto all’ampliamento del petto, le gambe si incrociano come ai contorsionisti nei film da ridere. «Chi mi sono creduto di essere?» L’istruttore dentro lo schermo del computer stropiccia le labbra, scuote la testa, lo fissa, mentre tiene la posizione di urdhva mukha svanasana, il cane con la faccia all’insù: «È questo che ti ho insegnato?», domanda.

«Buongiorno», gli dice Margherita. Quando lei entra in sala, il video è già spento, il tappetino è sistemato, il caffè è da versare, i biscotti di riso e farina di mais – quattro – sono disposti su un piatto decorato con una coppia di galline ovaiole bianche e rosse. «Non fai colazione?», chiede lei. Lui le dà un bacio sulla cima della testa, ma stamattina non ha appetito, dice. Si chiude in bagno, si lava i denti, si cambia, si specchia: prova il sorriso più convincente che gli riesce.

«Buona giornata», gli dice Margherita. «Stasera tardo…», sussurra lui, mentre si sta chiudendo la porta d’ingresso alle spalle. Alla mattina, quando la tangenziale è bella intasata, Goffredo ci mette fra i diciotto e i ventidue minuti per arrivare al lavoro. Come è possibile che sua moglie non si sia mai chiesta perché, alla sera, di minuti ce ne metta a volte sedici, ma talvolta novantatré?


Laura Simone, con i Lai, non ha mai avuto nulla a che vedere.

Il ceppo familiare di Laura corse lungo le dominazioni normanne in Sicilia, salì fino alla Basilicata dove si stanziò e si allargò, fino al secolo delle fabbriche, quando il nonno di Laura fece quello che si vede nei documentari in bianco e nero: benedetto in fronte da un bacio di sua madre, salì su un treno e impiegò le sue mani per la Fabbrica di automobili. Verso la fine di un turno di lavoro uguale agli altri si distrasse e maciullò l’indice e il medio di destra. Dopo le grida e le sirene, tutto si risolse con due amputazioni, tanti punti di sutura, una piccola integrazione di invalidità in busta paga e la rassegnazione di non poter più fare la pistola con le dita al barista del dopolavoro quando gli correggeva il caffè prima che lo chiedesse. Nonostante ciò, il nonno di Laura si sposò e fece la sua parte nel concepire figli, tutti nati in casa e benedetti dalla nonna. Il terzo lo chiamarono Michele Simone e sarebbe diventato, dopo ventisette anni, il padre di Laura.

Laura nacque nella stanza sette del reparto di ostetricia dell’ospedale in un giorno nebbioso di novembre. Secondo i dottori, gli organi interni non avevano ultimato la formazione delle loro pareti perché la bambina era stata nella pancia di sua madre per troppo poco tempo, così dovette passare un paio di mesi chiusa dentro una scatola calda che aveva la pretesa di imitare un utero. Quell’utero di policarbonato, le cure dei medici, la stanza buia e il latte di sua madre tirato da un marchingegno e dato alla bambina da un’infermiera, fecero il loro dovere. Laura fu accarezzata dalle mezze dita del nonno e benedetta in fronte dalla bisnonna pochi giorni dopo l’inizio del nuovo anno; imparò a parlare cominciando con la parola «Atta»; corse, senza mai esagerare, durante le prove campestri; si imbufaliva con suo padre che sbagliava a comprarle gli assorbenti; studiò astronomia fino al dottorato specializzandosi nei differenti tipi di collasso delle stelle a bassa metallicità.

Solo la sua vita sentimentale non progrediva. Il problema era che Laura con le persone si annoiava. «Come è possibile che conosca frammenti del loro passato che non mi hanno raccontato?», chiese a una maga televisiva che contattò telefonicamente fuori onda.

«Fammi vedere, tesoro».

La maga mugugnò, si zittì, poi riprese.

«Ecco, molto bene», disse. «Tutto ruota attorno alla tua nascita prematura. Sembra che ci sia stato un errore di consegna, quindi lo Spirito Santo ha voluto ricompensarti regalandoti il potere di leggere le storie delle persone».

«Mi sta dicendo che è un dono?», chiese Laura. «Questo dipende da te…».

Laura diventò ospite fissa nella trasmissione della maga e scoprì quanto le persone bramino ficcanasare nella propria storia alla ricerca di particolari che ne cambino le implicazioni. “Come se il tempo si srotolasse in modo lineare”, sogghignava fra sé dopo le dirette, “come se una cosa ne causasse per forza un’altra”. Immersa nel nuovo ruolo, mise da parte l’astronomia, e poté viaggiare in luoghi esotici, togliersi qualche sfizio sul vestiario, comprarsi quei gioielli di perle che la maga le sconsigliava di comprare. Questa storia dei poteri durò per un paio di anni, ma presto anche la televisione diventò una confezione noiosa. «Te ne pentirai», la minacciò la maga, che si dimostrò solo una ciarlatana perché Laura non si pentì mai. Partecipò a un bando di ricerca, tornò a dedicarsi ai collassi delle stelle e – «Solo per un po’», si promise – ridusse all’osso le relazioni interpersonali.

Per questo, alle 16 e 33 di un mercoledì pomeriggio, quando sente il telefono che le vibra in tasca e vede un numero che non conosce, risponde, ma con la voce scocciata.

«Salve, sono Goffredo Lai. Cercavo la maga Laura».

Lei sbuffa.

«Mi sente?», chiede Goffredo.

«La sento. La maga Laura non esiste più».

Mentre sta per riattaccare, viene sommersa dal silenzio dell’altra persona: «Per cosa la cerca?».

«È lei?».

Silenzio di nuovo.

«Sono io. Non sa che ho smesso di esercitare?».

«Non lo sapevo, mi scusi».

Laura pensa che è proprio quello il problema delle relazioni, che sono un dovere dietro l’altro, poi dice: «Mi dica».

Quando si vedono la prima volta, Goffredo racconta a Laura la propria storia nei minimi dettagli, scatole comprese. Le dice che ha bisogno di capire.

«Che novità», sbuffa Laura nei pensieri.

«Come si fa», si lamenta Goffredo, «A essere all’altezza di un bel ricordo?».

Lei lo fissa per una quantità di secondi che supera il livello dell’imbarazzo. Gli mette le mani sulle tempie e disegna dei cerchi con i polpastrelli, ma per quel giorno non parla. Lui torna a casa pensieroso, «Mi devo fidare», si dice, e intanto imbastisce scuse plausibili da raccontare a Margherita per nascondere il ritardo. Non servono. Ci vogliono sette incontri prima che Laura gli chieda: «Sei sicuro?».

Lui annuisce: «Ti prego».

«E se cambiasse tutto?».

«Non ce la faccio più».

Laura chiude gli occhi e inquadra un bel ragazzo intorno ai ventidue anni che ci vedeva tutto annebbiato. Sente l’amore che provava quel ragazzo per la sua fidanzata e capisce che, anche se non erano sposati, una domenica pomeriggio fu lei a insistere per fare l’amore in mezzo al tarassaco e alla borragine perché sapeva che lui lo desiderava.

All’incontro successivo, Laura abbraccia Goffredo e riprende a parlare, ma di sé. Gli racconta della sua bisnonna che faceva la fattucchiera, ma solo di magia bianca, e degli astri che collassano. Gli spiega che alcuni diventano buchi neri, altri si tramutano in stelle di neutroni, altri ancora generano novae e supernovae ed è difficilissimo sapere prima cosa può accadere.

«Dipende dalla quantità di metalli che…».

«Non preoccuparti», la interrompe Goffredo, «non sai se mi piacerà quello che scoprirò, ho capito. Correrò il rischio».

Poi viene il giorno in cui Laura chiede a Goffredo di togliersi i vestiti fino a restare nudo.

Lui ubbidisce.

Anche lei si spoglia.

«Non guardare», dice. Si stende accanto a lui nel suo letto a due piazze con il copriletto blu. Gli prende la mano e gli racconta del viaggio in treno di Goffredo il nonno, delle sigarette che erano fatte di tabacco e fogli di giornale, degli stivali troppo larghi, del commilitone che, per non essere mandato a combattere, aveva proposto al maresciallo un pompino, ma si era preso tante botte e una pallottola in viso ed era stato scaricato in un fosso, con la mascella a penzoloni. Laura si avvicina e posa le labbra sulla fronte di Goffredo.

Suo nonno vedeva e non vedeva, capiva e non capiva. Se ci fossero stati i test psicologici, facile che sarebbe passato per ritardato, ma a nessuno importava, bastava che sapesse sparare dalla parte giusta, mica doveva capire il mondo. Quando il cuoco gli chiese di mettere il sale nell’acqua della polenta, Goffredo il nonno non decifrò la scritta sulla confezione, prese il barattolo di soda caustica e ne lasciò cadere una bella quantità, poi continuò a vantarsi con il nuovo amico delle imprese erotiche che (non) aveva fatto con la sua Fiamma. A fine giornata, il battaglione era sterminato. Morirono tutti sputando sangue e lamentandosi come cani sbranati. Goffredo il nonno fu gettato in una fossa comune una volta spogliato dell’uniforme e degli stivali. Con il fatto che non aveva avuto il tempo di combattere, i becchini avevano pensato che sarebbero stati buoni per una nuova recluta. Un generale prudente, però, non sapendo davvero di cosa diavolo fossero morti quei maledetti, diede ordine di bruciare vestiti, lenzuola, piatti, pentole e posate assieme ai corpi.

«Sì», ribadì, «anche se è tutto quasi nuovo di pacca».

Goffredo vede il corpo di suo nonno che si riempie di bolle nere e poi si scioglie, le labbra che si rimpiccioliscono fino a diventare linee di polvere, i capelli che si alzano nelle fiamme dimenticandosi che sono attaccati a un corpo morto. Abbandona la mano di Laura, stropiccia il blu del copriletto, piange come suo padre, più di suo padre, storce le labbra nel lamento, lascia che il muco del naso gli coli fino alla lingua.

«È per questo che ho faticato tanto? È questo il nome che porto?».

Laura tiene la bocca sugli occhi di Goffredo. Vede il suo mondo che collassa, risucchiato da un buco nero di senso; la storia smette di essere la parte nota del tempo e le scatole dei giorni si confondono: «Chi sono gli eroi? Dove sono il bene e il male? Cosa è giusto? Cosa è sbagliato? Chi cazzo devo essere?».

«È troppo», pensa Laura.

«Basta», dice, «Te l’avevo detto. Ti porto dell’acqua».

Fa per alzarsi, ma lui le mette un braccio sulle clavicole, la schiaccia accanto a sé. Lei scuote la testa, ma fa la cosa che sa fare: riprende a parlare.

La cenere si raffreddò con l’umidità della notte e fu assorbita dal terreno. La macchia marrone scuro di terra bruciata si ricoprì di corvi che, attirati dall’odore, ma delusi dal solo pulviscolo che era rimasto da beccare, se ne volarono via. Dopo quarantatré giorni, i generali firmarono l’armistizio.

Goffredo si pulisce la bocca con la manica. Rimane una scia luminescente sul polso.

«Mi dispiace», dice lei.

Fuori dalla finestra e nella luce che diminuisce, i palazzi tornano a costruirsi con tutte le loro scatole, uguali a sempre e nuove di pacca. Goffredo pensa: «Rieccolo il mondo». Inspira ed espira con cura, come fa ogni mattina fra le sette e le sette e mezzo, anche se non sono né le sette, né le sette e mezza. Allenta la presa con cui teneva Laura inchiodata al letto.

«Va meglio?», gli chiede lei.

«Credo di sì».

Laura sorride, anche se ha un canino scheggiato e di solito se ne vergogna.

«Grazie», dice lui.

Lei gli prende la mano e se la porta in grembo, distendendo il palmo accanto all’ombelico sporgente. Mentre entrambi puntano il naso al soffitto stellato di sticker fluorescenti, gli racconta la sua nascita prematura e l’utero di policarbonato.

Gli chiede: «La mia pancia, ti sembra una scatola?».

Lui apre gli occhi, la guarda e scuote la testa, si vergogna dell’erezione involontaria.

«Scusa», dice. E poi ridono assieme.


Alessandro Busi vive a Padova dove lavora come psicologo e psicoterapeuta. Ha pubblicato racconti su Tre Racconti, Tuffi, Settepagine, Risme, inutile, Altri Animali, Split, Clean, Fillide. Il suo romanzo Indietro non si torna uscirà nel 2021 per Pièdimosca edizioni


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Scrivo perché non ho bisogno che qualcuno scriva per me

di Emiliano Ereddia

Perché scrivo.

Una domanda così semplice (appena due parole) ma che nasconde in realtà tante risposte per quante sono le stratificazioni implicazioni connessioni tra la mia vita e il mondo, che sarei tentato di aggrapparmi al fatto che questa domanda in apparenza così lineare e facile in realtà non ha nemmeno bisogno del punto interrogativo per essere posta, e che la mancanza di quella speciale melodia interrogativa ascendente renderebbe essa stessa (domanda) risposta al quesito: scrivo perché scrivo, potrei dire. Ma sarebbe troppo semplice. E io non ho mai scritto percorrendo la strada della semplicità.

Occorre che faccia una premessa. Mi serve ad assicurare e salvaguardare il me di domani, la genuinità futura delle mie idee a venire. Se ieri, o l’altro ieri, o una settimana fa o un mese fa o un anno fa o qualche lustro addietro mi avessero chiesto perché scrivo, avrei dato delle risposte ben diverse da quelle di oggi [oggi quindici giugno duemilaventuno], per cui domani, queste risposte che sto per dare, di certo non varranno più; oppure di certo non c’è niente e varranno ma solo in parte; o varranno e completamente; o varranno e completamente ma con un senso del tutto distorto.

Stiamoci. Amen. Questa era la mia premessa. Andava fatta ed è stata fatta. Proseguiamo.

Scrivo, a pensarci bene, perché l’ho sempre fatto.

Creo storie da quando ho memoria. Le apette di plastica morbida che svolazzavano sopra la culla avevano facce e occhi e pensieri, e quei loro pensieri lineari e gommosi erano già le mie storie. Ma forse le apette stavano sopra la culla di mia sorella e io allora avevo già tredici anni. E quindi scrivo perché sono un imbroglione. E questa è una delle risposte possibili. Mentire. Si scrive per dire le bugie. Per creare storie false e false storie. È l’incubo dal quale stiamo tentando disperatamente di svegliarci. È la nostra storia. La nostra menzogna. Il nostro girone infernale. È il nostro personalissimo sedici giugno.

Creavo storie con mio fratello, eravamo molto piccoli e giocavamo a essere qualcuno. 

Si costruiva un banco da commercianti, si usavano prodotti vuoti o scaduti, si diventava farmacisti o venditori di bocce di profumi o di qualcos’altro e intessevamo insieme storie di vita quotidiana con piccoli colpi di scena. Era scrittura anche quella, certamente, ma non ho mai amato particolarmente le collaborazioni, per cui il mio impeto narrativo si è concentrato sulla tortura dei giocattoli per trovarmi con le mie sole due mani davanti agli occhi e abbandonare il quartetto di ossa e muscoli e pelle.

Più erano articolati, più li amavo. I pupazzetti miei preferiti erano le action figure dei G.I. Joe, avevano polsi e caviglie e gomiti snodabili e anche la testa e il collo lo erano, e allora potevo fare il puparo nel dettaglio, e se proprio sentivo necessario che qualcuno si grattasse il naso in mezzo alla battaglia, be’ io gli facevo grattare il naso, perché la battaglia in fondo era sempre la stessa e la morte pure, ma la grattata di naso o il dolore al ginocchio per la ferita no, quelle cose cambiavano a ogni missione, e quindi details make believability, diceva un mio maestro di drammaturgia, e dio è nei dettagli così come il diavolo, ma dio la fa chiaramente molto meno bene questa cosa dei dettagli, anche se in fondo il demonio non è altro che un sottoinsieme del divino.

Scrivo perché sono ateo. Non ho bisogno che qualcuno scriva per me. Ci penso io.

E non la faccio lunga né romantica, mio padre ha sempre scritto e me lo ricordo scrivente nel suo studio che aveva più o meno la faccia mia di oggi e tanti tic che la sconquassavano e l’anno scorso a settantatré anni ha pubblicato un saggio sul mediterraneo come crogiuolo mistico dei popoli e allora a ‘sto bambino gli hanno messo, lì buttato sul tappeto persiano, dei libri in mano che comunque lui era sempre lo stesso bambino che giocava ai pupazzetti e impersonava commercianti con il fratello e in poco tempo Richard Scarry è diventato Gianni Rodari che però si è trasformato in Edgar Allan Poe e poi sono spuntati gli artigli di Lovecraft e i paesaggi di Hemingway e Calvino e le Mille e una notte e l’Odissea e Barbablù e poi Verga Pirandello Bufalino che stava a Comiso che non è lontana da Vittoria (il posto in cui sono nato) e in una delle menzogne della mia notte privata mi ricordo di lui alto e pallido e occhialuto e poi la musica il cantautorato anni settanta e avevo tutti i numeri della rivista Cuore [e L’UOMO FA LA MACCHINA / LA MACCHINA FA LA MACCHINA / L’UOMO SI FA IN MACCHINA una vignetta strepitosa] e compravamo tonnellate di fumetti della Marvel perché la DC ci sembrava da sfigati-pettinati e c’erano il Punitore e Foolkiller e tutti gli X-Men prima che diventassero una grossa e ripetitiva puttanata cinematografica e poi c’era il Commodore-64 e l’Amiga e prima ancora c’era stato l’Inno-It e anche qui tonnellate di videogiochi pirata che ci arrivavano in pacchi enormi dalla Toscana e in questo caos buttato adesso sulla pagina come una manciata di dadi ho cominciato a scrivere canzoni e questo secondo me fa una grossa parte del perché scrivo, perché le canzoni sono forse le prime cose che ho scritto davvero su carta – a parte qualche disegno e breve narrazione a fumetti – e prima di scrivere le canzoni ho comprato un distorsore Boss giallo che aveva pure una sorta di simulatore di feedback ed ecco che la mia scrittura nasceva già distorta [non parlerò della musica perché sarebbe troppo lungo e complicato, ma a quel tempo ero un ragazzo che paolo conte nirvana alice in chains lucio dalla deep purple verba manent pantera led zeppelin battiato metallica soundgarden hunger strike the doors the beatles de gregori the dark side of the moon (sì, l’ho rubato io dalla radio e ce l’ho ancora) blind melon il metal il grunge l’hard rock il black metal i black sabbath il death metal i napalm death e il mio basso rosso yamaha con gli adesivi e le chitarre di legno e le corde di nylon e le chitarre folk e le corde squillanti e la voragine che ha inghiottito tutto questo e molto altro e a quel tempo le storie erano davvero dappertutto e bastava solo appizzare le orecchie e a quel tempo ero un ragazzo che giocava a ramino e fischiava alle donne e credulone e romantico e con due baffi da uomo se avessi potuto scegliere tra la vita e la morte avrei scelto di andarmene via dalla Sicilia come ho poi fatto con i miei fratelli e anche in questo tempo qui che viviamo secondo me le storie sono dappertutto e sono persino più numerose ma appizzare l’orecchio credo non sia più semplice come lo era una volta ––– ].

Scrivevo anche perché non ho mai saputo giocare a pallone. Avevo un paio di guanti Uhlsport, per dire. Avevo l’asma e stavo chiuso in casa e tutte ‘ste stronzate qua da piccolo pallido depressone e mi facevo i cazzi miei e sparavo con le pistole ad aria compressa e giocavo ai videogiochi e leggevo e prendevo i pupazzi e la carta da parati era tutta una storia anche lei fin sopra al tetto e ogni volta che si staccava dal muro rivoluzione.

Scrivo oggi perché in fondo l’ho sempre fatto. O almeno questa è la menzogna che io imbroglione racconto a tutti ma soprattutto a me.

Ma oggi [quindici giugno duemilaventuno] è diverso.

Oggi, da un po’ di tempo a questa parte, e sono passati ormai quasi venticinque anni, scrivo perché l’ho scelto per la vita.

E scrivo per mettere le parentesi quadre dove cazzo mi pare e piace, questo è chiaro.

Perché mi piacciono le parentesi quadre. E non posso mai usarle ma oggi sento di sì. E ho una nevrosi precisa e puntuale con i segni e le parole e i nomi e i cognomi e con la punteggiatura e la faccia delle persone e i pensieri nelle facce delle persone e i loro gesti, e anche se non sono esattamente un grafomane nella mia testa però dentro di essa si assommano parole su parole e sillabe e fonemi e grafemi e voci che pronunciano parole che certamente prima o poi mi porteranno a un esaurimento nervoso, o forse mi porteranno all’esaurimento della mia nevrosi, e cioè al momento in cui sarò liberato da queste parole che si affastellano nella mia testa oppure al momento in cui la mia testa non sarà più in grado di reggerle, e allora me ne starò muto e immoto e cieco come il cane Borges che aveva una mia amica all’università, che era appunto muto, immoto e cieco ai giardini Margherita con i sentieri che sapete già che si biforcano.

Avere una nevrosi si manifesta con una sveglia che suona ogni mattina e in cui c’è scritto SCRIVERE! e che anche se non ti alzi e scrivi la sveglia è lì a ricordarti che sarai meno depresso alla fine di quella giornata se avrai buttato giù il tuo cazzo di capoverso quotidiano.

Avere una nevrosi significa anche essere in qualsiasi luogo del mondo sapendo che i tuoi personaggi sono congelati fermi da qualche parte e tu ti fai la doccia e pensi a questi quattro poveracci fermi congelati con una MP5 puntata in faccia o mentre scopano o si fanno di qualcosa o semplicemente incastrati tra un capitolo e l’altro e quindi fondamentalmente in mezzo a un punto e a un numero e con le gambe a cavallo di quell’interruzione di pagina che è la striscia nera di Word (io lo uso in modalità focus per cui sono circondato da tutto un bel nero e questo nero sta anche tra una pagina e l’altra e come possiamo vedere uso le quadre solo quando cazzo mi pare e piace), e allora tutta questa roba dei congelamenti e degli incastri non ti passa di mente finché non ti butti sul mac a martellare la tastiera e il rapporto con il computer sarebbe tutto un altro capitolo che vi risparmio amorevolmente.

Mac maiuscolo, mac minuscolo. Focus italico –– i titoli delle canzoni italiche.

Scrivo per creare problemi che io stesso scrittore sono chiamato a risolvere.

La scrittura è un enigma a partire dalla sua stesura, non solo lungo il tracciato della storia. Questo mistero, e quello connesso alla creazione dell’arte, è uno dei motivi per cui scrivo.

L’adone mutilato è dentro al blocco di marmo. Anche la Venere di Milo, le sue braccia, tutto è dentro al blocco di marmo. Anche la testa della Nike di Samotracia è dentro al blocco di marmo. Questo è il mistero dell’arte. E io scrivo perché sono un artista. Un produttore di arte. E vado a cercare le mutilazioni dentro ai blocchi di pietra che nascondono figure intere. Chi non capisce l’arte è già morto. Io l’arte la faccio perché della morte ho timore. È la mia nevrosi. Devo scavare. E la nevrosi è il motivo più grosso per cui oggi [quindici giugno duemilaventuno] sono portato a scrivere quotidianamente.

La nevrosi e chiaramente le parentesi quadre quando cazzo mi pare e piace.

Si scrive per narcisismo, dicono. È vero.

Ma adesso lasciamo la parola a Bolaño e prendiamoci un respiro: «C’è una letteratura per quando ti annoi. Abbondante. C’è una letteratura per quando sei calmo. La letteratura migliore, credo. C’è anche una letteratura per quando sei triste. E c’è una letteratura per quando sei allegro. C’è una letteratura per quando sei avido di conoscenza. E c’è una letteratura per quando sei disperato». Il brano, che riporta la voce di un pazzo internato (leggetevi I detective selvaggi [italico, non italico], ne vale la pena, ma leggetevi un po’ tutto di tutto, perché ne vale la pena comunque, se pena dev’essere), il brano, dicevamo, si conclude più o meno affermando che i disperati della letteratura, scrittori e lettori, sono dei coglioni. Io direi che sono anche dei narcisisti.

Si scrive per amore (disperato) per la letteratura. E perché si è un po’ coglioni.

Burroughs Beckett Bukowski bussano alla tua porta di universitario diciannovenne in via del Borgo di San Pietro a Bologna (la parte vecchia, zio) e sei ancora più fottuto per la vita di quanto non lo fossi già in precedenza.

Siamo tutti dei narcisisti disperati e un po’ coglioni, va detto, ed è una scelta di vita. Anche l’uso del plurale per evitare l’autolesionismo completo è una scelta. Se non di vita, di campo. E anche l’uso delle quadre. Che è da narcisisti un po’ coglioni e un po’ disperati. Lo abbiamo detto. E anche l’uso della paratassi lo è.

In fondo.

L’uso. Della. Paratassi.

Molte B in questa fase B della vita.

Si scrive per mettere in fila le lettere dell’alfabeto e per dargli un ordine.

Si scrive perché mettendo in fila le lettere dell’alfabeto si creano parole che sommate ad altre parole diventano vere e proprie formule magiche perché le frasi dette o scritte fanno apparire cose dal nulla, cose che semplicemente prima della frase non c’erano e poi ci sono, sono lì davanti a noi che scriviamo e che leggiamo.

Si scrive per capire le cose, per studiarle, per ricostruire il mistero dell’esistenza, per comunicare agli altri attraverso un racconto anche lungo e complesso una visione del reale, per approfondire argomenti (uno scrittore studia molto, legge molto), per scherzo e per gioco, per scomporre quella stessa ripetitiva visione e stravolgerla e creare delle immagini che infrangano il continuum della quotidianità e aspirino a diventare visionarie, per scavare e non trovare nulla e tornare a scavare e non capirci nulla di quei cocci che hai trovato sotto strati e strati di civiltà sepolte, per essere al mondo e del mondo, perché tutti si odiano e si odiano tutti, per respirare quando non hai fiato, per ascoltare Xenakis e Luc Ferrari e Tim Hecker e Thomas Köner e Pauline Oliveros e Nick Cave & Warren Ellis e ficcarsi in quelle infinite playlist che hai edificato per perdertici dentro, per essere e sentirsi soli e rimanere soli un po’, e forse per non sentirsi chiedere perché scrivi, si scrive, perché a una domanda del genere io potrei rispondere solo a cominciare da un punto interrogativo.

– Perché scrivo? – direi. – Ma cazzo. Ma per tornare a casa dopo una vita passata sulle strade del mondo.

[Mi piacciono molto i dialoghi. Anche per questo scrivo].


Emiliano Ereddia ha pubblicato diversi racconti e il suo primo romanzo, Per me scomparso è il mondo, è uscito nel 2014 per Corrimano Edizioni. Ha firmato la sceneggiatura del film indipendente W Zappatore che nel 2011 ha vinto come miglior film al Brooklyn Film Festival. È creatore di Selfiesh, serie web premiata al Dublin Web Fest. È autore di programmi televisivi di ogni genere da oltre quindici anni. Il suo secondo romanzo, Le mosche, è in libreria per il Saggiatore.

Voglie

A seguito della nostra call abbiamo ricevuto 106 racconti. Letti e selezionati dalla classe di Apnea ’20/’21, ne sono infine stati scelti 14 per la pubblicazione.


Questo è l’undicesimo, lo ha scritto Daniel Coffaro e ha richiesto poco più di una correzione di bozze, per chiarire al massimo la sintassi, più un ragionamento sul finale: troppo rassicurante e basato sull’anafora, è stato prima eliminato dalla corsista di Apnea Sara Cappai e poi recuperato solo in piccola parte da Francesca de Lena per dare chiusura. Alla compiutezza finale del testo hanno lavorato le redattrici.


Fotografia di una coppia apparentemente male assortita che in qualche modo prova a stare in piedi: due quarantenni single si trovano a cena per il loro primo appuntamento, legati dalla paura di restare soli. Un racconto amaro, che la schietta ironia riesce a trasformare in sorpresa e in una strana forma di dolcezza.


di Daniel Coffaro


Teresa ha un leggero strabismo convergente e il respiro di una che ieri ha mangiato aglio, due cose che mi fanno sentire a mio agio. Il suo accento siciliano me la fa sembrare antica, ma a vederla non le si darebbero venticinque anni. Di anni ne ha trentacinque, dice.

Ci siamo dati appuntamento alle 21.30 perché prima non poteva. Alla prenotazione ci ha pensato lei. Si è presentata puntuale, con le sue gambe a X e la sua voce alta, sguaiata. Siamo entrati nell’atmosfera formale di questo ristorante, lei ha salutato e il cameriere deve aver pensato a una rapina. Per intenderci: il sommelier che ci ha portato il vino ne ha versato un po’ sulla tovaglia. Teresa ha intinto un dito nella macchia e se l’è passato sul collo. Porta bene, ha detto.

Oltre alla presunta età e al fatto di essere single, non abbiamo molto altro in comune. Io spillo birre da dietro a un bancone, lei fa la segretaria in uno studio di commercialisti. Io fermerei l’auto alle strisce pedonali per far attraversare un sacchetto mosso dal vento, lei passerebbe con il rosso. Io direi sempre una parola in meno del necessario, lei manterrebbe la sua verbosità vibrante anche al cospetto di una valanga. Lei viene da Catania, io sono cresciuto a Torino, ma ora che siamo seduti a un tavolo, così vicini, le nostre differenze si accentuano. Di fatto sembriamo un’ecuadoregna e un lappone.

«Sai di cosa ho voglia? Di cozze in umido», mi dice.

Le cozze sembrano delle vagine, ma il pensiero di sentirla succhiare un chilo di cozze, collezionando un cumulo di gusci neri timbrati di rossetto, non mi attizza.

«E tu di cosa hai voglia?», mi chiede.

Di tornare a casa. Di togliermi questi pantaloni che da seduto non mi arrivano alle caviglie. Di guardare una serie tv thriller. Capiresti, Teresa?

«Ho voglia di carne».

Apro il menù sul foglio secondi di carne e punto il dito a caso. Filetto alla Rossini. Quarantadue euro: la prossima volta.

Il cameriere ci chiede se sappiamo già.

«Cozze alla marinara per me. A seguire tagliata di tonno con pesto di menta». È probabile che lo sappia già da stamattina. Io, invece, sono indeciso. Abulico, più che altro.

«Cosce di pollo con zabaione salato per me, grazie».

Il tizio mi dice che se ho piacere di assaggiare il pollo la prossima volta conviene prenotare in prima serata perché è un piatto molto richiesto e, purtroppo, per questa sera è esaurito.

“Esaurito”, sì. Credo che la vita in batteria sia la prima causa di stress nei polli.

«Allora prenderei il petto d’oca floreale».

«Signore, purtroppo…».

«La zuppa di germogli?».

«Una zuppa di germogli per il signore. Gradite altro?».

Il tizio si allontana a mento alto e culo stretto. Teresa mi dice che le dispiace tanto, ma può succedere che quando si fa tardi ci si debba accontentare. Mi sembra inconsapevole del significato sotterraneo contenuto nella sua affermazione, ma le propongo un brindisi: al nostro amico comune che ha raccolto due single di quasi quarant’anni arrivati tardi agli appuntamenti della vita e li ha fatti incontrare. Ci accontenteremo, Teresa?

Mi propone di conoscerci meglio e quindi mi chiede di che segno zodiacale io sia.

«Scorpione, credo».

«Ne ero sicura», commenta.

Alla radice del collo, Teresa ha un tatuaggio. Il simbolo dello zolfo alchemico; o del mercurio, magari del sale, non lo so. Dev’essere una tipa che colloca esoterismo, omeopatia e fisica quantistica sotto un’unica voce: “Le discipline invisibili che governano il mondo (e di come la mia sensibilità mi permetta di intuirle)”. Una tipa scientificamente superstiziosa. Le tavole ouija degli elementi, i tarocchi al ginseng e la luna nera supermassiccia. Una tipa timida, alla ricerca di qualcosa che possa servire a portarla dov’è già. Non a caso deve aver sgranocchiato una testa d’aglio prima dell’appuntamento, alcuni credono sia di buon auspicio. Se non altro, un ottimo rimedio nel caso in cui io mi fossi presentato con i canini lunghi e una sete bestiale.

Mi sembra rispettoso, a questo punto, rivelarle che non sono uno che crede in ciò che non si può vedere.

«Che cosa triste», dice lei. «Ascolta, te ne racconto una».

Vai Teresotta, segretaria gitana, stupiscimi.

«C’è questa mia amica che tiene in casa un grande dipinto, un ritratto della sua nonna defunta. L’estate scorsa voleva andare in vacanza, ma non sapeva come fare con il gatto, un Maine Coon, un felino grosso, addomesticato per un soffio, quello che può essere per i cani un cane lupo. Anche se aveva vissuto tutta la vita in casa, era pur sempre un animale dall’indole selvatica, per cui non sapeva se era una buona idea lasciarlo solo, non era abituato a stare…».

Arrivano le sue cozze erotiche e la mia zuppa insipida.

«Dicevo, non era abituato a stare senza compagnia tutto quel tempo. Insomma, io adoro i gatti e, poiché quell’anno non avevo vacanze in programma, mi sono offerta di passare a casa sua una volta al giorno per dargli da mangiare e fargli un po’ di coccole. Così lei è andata via tranquilla. Per ogni mattina, quelle due settimane, sono passata dal gatto. E fino a qui tutto bene…».

Teresa si è calata sulla bacinella di cozze, mastica e parla insieme. Ha una gran fame, mi sembra una tipa vorace, una che gratterebbe i muri con le dita per mangiarseli. La sola cosa che trovo interessante del suo racconto, finora, è che non avesse programmi per l’estate. E con questa, le cose di Teresa che mi mettono a mio agio diventano tre: dev’essere la mia anima gemella.

«Quando la mia amica è tornata, il gatto era contento di rivederla. Però, quella sera, è successa una cosa strana. Una cosa che si è ripetuta anche la sera successiva e quelle dopo ancora…».

Con il pretesto della marinatura, Teresa si sta ciucciando via lo smalto dalle unghie.

«A mezzanotte il gatto scala il mobile e punta il grande dipinto che raffigura la nonna. Gli viene il pelo alto e inizia a soffiare contro il quadro, miagolando con un tono grave, una voce aggressiva e di paura. L’ho visto io stessa, con i miei occhi. Che ne pensa uno scettico come te di questa cosa?».

Penso che per avere un Maine Coon e un dipinto della nonna in casa, questa tua amica dev’essere molto più che benestante. C’è gente che nasce predisposta, penso. Con un destino facile. Io ho quasi quarant’anni e lavoro in un pub, la cena di stasera mi costerà un quarto di stipendio. Il figlio del mio titolare ha dodici anni e guadagna ottocento euro al mese suonando il flauto traverso in Polonia.

«Allora, che ne dici?».

«Dico che i gatti sono animali misteriosi».

«Esatto!».

E gli esseri umani di più, Teresotta.

Questa donna è carina davvero, comincio a credere. Mentre mi alitava addosso la sua parabola mi è aumentata la voglia d’aglio. Un tipo di voglia che non ho mai avuto. Una scoperta. Il cameriere porta via i piatti vuoti e io sono tentato di chiedere se ci sia una specialità dello chef ad alto contenuto aglioso. Così, per togliermi via la voglia di baciare la bocca aromatica di Teresa a fine serata visto che lo farei per l’aglio, e non per lei: non mi sembrerebbe corretto.

«Hai le posate incrociate», mi dice, con un sorriso di provocazione.

«E quindi?».

«E quindi porta male. Permetti?».

Teresa sposta la forchetta addossata al coltello e la posiziona parallela a esso.

«Non ci credo che non conosci il galateo scaramantico. Le posate non vanno mai incrociate! E non si regalano i coltelli. Inoltre se ti cade una posata per terra vuol dire che presto qualcuno busserà alla tua porta: una femmina se a cadere è un cucchiaio, un maschio se è un coltello».

«E se fosse una forchetta?».

Teresa mi vede perplesso e mi dice che sono giochi, più che altro.

Le racconto che, in effetti, mia madre a Natale mi ha regalato un set di coltelli dal manico viola ed è da gennaio che non ci parliamo più. Ma forse il motivo è che li ha visti pochi giorni dopo al mercatino dell’usato e si è offesa. Non avevo spazio per un ceppo con dei coltelli, in cucina. Sai, le madri ci provano fino all’ultimo ad arredarti casa.

Arriva la tagliata di tonno per Teresa e il cameriere chiede se vogliamo un paio di posate e un piattino extra per dividerci la portata. Io credo che non sia necessario sottrarre cibo a questa creatura famelica, ma lei risponde: perché no? Forse trova imbarazzante essere l’unica a mangiare, o forse la convivialità meridionale glielo impone.

Il pesto di menta è servito a parte, in una scodellina con un cucchiaino. Odora di aglio. Ne metto un po’ sul pane. L’aglio è freschissimo, prima mi pizzica la lingua, poi me la anestetizza leggermente. Bene, Teresa, da ora giocheremo ad armi pari. Lei stende un po’ di pesto sul tonno, ma il cucchiaino le scivola dalle mani e le cade per terra. Le dico che, stando alle credenze del galateo scaramantico, busserà alla sua porta una bambina. Teresa ride e ha davvero un sorriso coinvolgente, seppur costellato da particelle di menta. Poi si fa seria. Mi dice che tempo fa ci ha provato ad avere un bambino, ma non ha funzionato.

«Mi dispiace».

«No figurati, sto meglio adesso. Sai cos’è che mi ha fatto soffrire più di tutto?».

«Non saprei».

«Le voglie. Già al terzo mese ho iniziato a desiderare cibi che per la mia condizione non era consigliabile consumare. Carni crude, per lo più. Carpacci, tartare, filetti al sangue, sushi. Ma anche cozze, vongole, ostriche. Non ho mai mangiato ostriche e comunque ne avevo voglia. E poi bevande fredde, gelide, non riuscivo più a bere neanche un bicchiere d’acqua se a temperatura ambiente. In alcuni giorni ho perfino desiderato masticare del ghiaccio. Ovviamente mi sono sempre trattenuta, ma il desiderio era lì. Il mio corpo, d’istinto, voleva rigettare quella gravidanza. E infine, per altre cause, ci è riuscito. Questa cosa che ho avuto i medici la chiamavano “propensione al picacismo”, che in generale vuol dire che ti viene voglia di ingerire sostanze non nutritive, ma si può anche usare per descrivere una donna incinta incline a mangiare cose dannose per il bambino».

“Picacismo”. Sì, mi ricordo. C’era un tipo francese, uno showman televisivo, famoso per le sue performance. Mangiava di tutto: metallo, vetro, gomma, biciclette, padelle, televisori.

«A cosa pensi?».

«Teresa, te lo ricordi il Signor Mangiatutto?».

«Chi?».

«Un tizio francese che andava in tv e mangiava di tutto. Una volta si è mangiato un aeroplano».

«Un aeroplano?».

«Sì, un piccolo monomotore a due posti. Ci ha messo due anni, ma se l’è mangiato tutto».

«Ed è morto?».

«Sì. Trent’anni dopo, di cause naturali».

«Non ci credo».

«Ci crederai. Lo puoi vedere su Youtube».

Negli occhi strabici di Teresa convergono una propensione a ridere e una voglia di prendermi a schiaffi. Conosco bene la sensazione, provo qualcosa di simile nei confronti della mia vita.

Se ci fossimo incontrati qualche anno fa, io e Teresa, non ci saremmo scambiati uno sguardo. Ma oggi una cosa ci accomuna, ed è la paura. Nella sua tasca c’è un telefono in cui è installata un’app di incontri. Nella mia c’è il bisogno incatenato di dirle che io e lei non avremo mai nulla da spartire. Ma i nostri pensieri divergenti si attraversano in un punto, in una filosofia del tutto nuova per entrambi: l’idea che forse sia meglio male accompagnarsi che non restare soli. E in questo luogo preciso, mentre muore il desiderio, può nascere l’amore.

Teresa mi chiede se voglio il dolce e ammetto che se spendo ancora un euro non avrò di che nutrirmi nei prossimi giorni.

«Te lo offro io».

«No, grazie, mi laverebbe via il gusto che ho in bocca».

Chiediamo il conto, paghiamo metà a testa e usciamo. Passeggiamo un po’ nel parco, poi ci sediamo su una panchina, sotto la pioggia di luce calda di un lampione.

Teresa si avvicina: «Allora… ti va di darmi un bacio?».

«No, in questo momento no».

«A cosa stai pensando?».

«Che si dica dell’aglio che abbia un’anima».

«Senti… adesso cosa vuoi fare?».

«Pensavo di andare a casa, mettermi qualcosa di comodo, guardare una serie tv thriller. Ti va di venire con me? Ho due gatti. Non sono Maine Coon, ma…».

Teresa sorride e mi dice sì con la testa. Non sa se la bacerò, se faremo del sesso o se invece guarderemo davvero qualcosa in tv, e non lo so neanche io. Di cosa ho voglia? Siamo fatti l’uno per l’altra? Può darsi che ci accontenteremo o che non ci vedremo mai più. Forse l’unica cosa che resterà di questo appuntamento sarà l’immagine di un gatto che soffia contro un quadro. O di una donna incinta che cerca nel freezer qualcosa da masticare: una vita alternativa.


Daniel Coffaro è nato in un paese tra le montagne di Torino, nel 1988. Ha studiato fotografia e ha un master in storytelling. Collabora con agenzie digitali per progetti di narrazione crossmediale. È autore e produttore di opere audiovisive, alcune delle quali sono state selezionate alla Mostra del Cinema di Venezia e al Sundance Film Festival. Dal 2020, i suoi racconti sono ospitati dalle riviste letterarie: “Bomarscé”, “Crack”, “inutile”, “Narrandom” e “retabloid”; ha ottenuto un riconoscimento al Premio InediTO ed è stato finalista di 8×8 si sente la voce. È appassionato di hiking e di buona cucina.


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Halston di Ryan Murphy: raccontare il mito della moda attraverso la fiction

di Claudia Vanti

Al contrario di quanto si crede, i rapporti fra moda e piccolo o grande schermo non sono mai stati facilissimi. Il cinema nel corso di molti decenni ha contribuito a creare delle mode e ha dato popolarità a tanti stilisti attraverso la creazione dei costumi di film iconici, come quelli di Givenchy per Audrey Hepburn. Ma negli anni del pieno splendore di Hollywood si trattava di un rapporto a senso unico: il cinema era il grande artefice del mito e dell’immaginario collettivo e la moda era resa da esso ancora più seducente. 

Gli anni della nuova Hollywood e della Nouvelle Vague hanno però causato una cesura, il cinema ha smesso di alimentare la ricerca della bellezza assoluta e irraggiungibile e, anzi, già da qualche tempo propone modelli più accessibili: immagini di star e celebrities “della porta accanto”, mentre l’esibizione della perfezione estetica può essere ritenuta inappropriata ai tempi. Dalla fine degli anni ‘90 il glamour è divenuto territorio esclusivo della moda, attraverso eventi e sfilate spettacolo che al pari di vere e proprie performance interpretano al meglio i nuovi codici di una bellezza sicuramente non più legata soltanto a canoni tradizionali, ma leggermente crudele e inaccessibile nell’espressione di un linguaggio estetico per addetti ai lavori o per pochi appassionati. 

Su un altro versante la democratizzazione dell’immaginario di Hollywood è coincisa con il grande successo del piccolo schermo, con il proliferare dei canali televisivi e degli show trasmessi fin dalla prima mattina, ma la moda non ha trovato nella tv un habitat favorevole. La necessità, soprattutto con  l’irrompere anche in Europa delle televisioni commerciali, di produrre programmi generalisti e graditi a un vasto pubblico che si immagina poco selettivo, ha privilegiato un immaginario estetico poco sofisticato e i costumisti raffinatissimi che per esempio la TV italiana ha messo in luce nei grandi show del sabato sera degli anni ‘60 sono spariti in favore di un mainstream dozzinale e di una sessualizzazione immediata del corpo femminile. Un palcoscenico un po’ troppo semplicistico, al di là delle valutazioni di contenuto, per una moda che progressivamente è andata concettualizzandosi, con brand e stilisti alla ricerca di proposte sempre più mediate e stratificate per distinguersi dai diretti concorrenti.

Qualcosa è cambiato, e molto in profondità, però, con l’affermazione delle  serie TV: show dai costumi estremamente ricercati, period drama (un genere che ha avuto enorme successo nella Golden Age delle serie  e che come tanta moda odierna pesca nell’infinito bacino della nostalgia) e show che attraverso uno stile definito e riconoscibile anche per quanto riguarda i costumi (o meglio gli abiti,  visti i frequenti scambi con maison e griffe del panorama moda internazionale) hanno creato una consuetudine di scambio fra creativi del mondo moda e showrunner che hanno trovato ispirazione spesso proprio nelle tendenze e nelle ultime collezioni del pret à porter.

Già 10 anni fa, dopo la sfilata di una collezione di Prada con silhouette e tessuti che rimandavano in qualche modo ha un atmosfera di inizio anni ‘60, Vogue America uscì con il titolo di Mad Men Fashion, riconoscendo nell’allora popolarissimo show di AMC una fonte evidente di ispirazione; allo stesso modo Marc Jacobs, qualche tempo dopo, riconobbe che una sua collezione per Louis Vuitton non era altro che una lunga appassionata citazione del mondo di Downton Abbey

In senso opposto può essere quasi superfluo ricordare nella costruzione dei personaggi di Sex and the City il contributo essenziale di tutti i capi e le griffe selezionati da Patricia Field per la creazione di look che probabilmente hanno segnato l’immaginario di una generazione. Con l’avvicinarsi a tempi più recenti è indiscutibile come dietro a parte del successo di Killing Eve ci sia anche l’elaborazione di uno stile assolutamente personale – a metà fra il lusso e le piccole griffe di stilisti emergenti –  per la protagonista Villanelle, e la definizione, con stili più tradizionali ma ugualmente connotativi, di tutti i personaggi femminili.

È ovvio a questo punto come le estetiche elaborate dal sistema moda siano un argomento potenzialmente interessante che si presta allo sviluppo di narrazioni dedicate, anche per un certo alone di straordinarietà e di spettacolarità di cui i meccanismi, i processi creativi e le vite stesse di molti protagonisti di questo settore sono circondati. Si tratta sicuramente di un mondo che affascina, anche in virtù di quelle che si potrebbero bonariamente definire punte di colore, rappresentazioni di ritualità e piccoli isterismi quotidiani che decontestualizzati risultano appunto soltanto tali ma alimentano le variabili dello storytelling.

La vita eufemisticamente definibile complicata di molti creatori di moda, da Yves Saint Laurent ad Alexander McQueen –  entrambi divenuti oggetto di biopic o docufilm – è un plot  potenzialmente perfetto  per una versione pop e scintillante della fiction biografica tanto amata dalla TV generalista. In più si ha spesso a disposizione un percorso di ascesa e caduta già assimilabile, di fatto, a una sceneggiatura. 

Quando poco più di un anno fa è stato reso noto da Netflix che Ryan Murphy, uno degli showrunner di punta del canale e del mondo seriale in genere, era al lavoro su un biopic dedicato alla figura dello stilista americano Halston la notizia forse non ha avuto particolare risalto al di fuori del pubblico degli addetti ai lavori, ma all’interno di questo microcosmo si è generato da subito l’hype di un grande evento. 

Una vita da rockstar, quella di Roy Halston Frowick, che ha avuto il suo culmine verso la fine degli anni ‘70, quando la moda americana scontava ancora un forte pregiudizio in termini di creatività e qualità, e quando ancora non era esploso – negli anni ’80 – il fenomeno del pret à porter e di stilisti iconici come Giorgio Armani o Gianni Versace. 
Halston, lo stilista dell’Indiana – definizione che ne collocava l’origine in quel Midwest che è praticamente l’antitesi del glamour -, comincia la sua carriera nel modo più classico di uno storytelling pensato per lo schermo: decorando i capelli e modificando i vestiti della madre e della sorella. Da qui, in una esemplare realizzazione dell’American dream, comincia un percorso che conduce al primo negozio di cappelli a Chicago e poi al reparto modisteria di Bergdorf Goodman, a New York, trampolino di lancio verso il successo attraverso un cappellino indossato da Jacqueline Kennedy alla cerimonia di insediamento alla presidenza di JFK. Questa è l’occasione che nel giro di pochi anni porterà Halston a cimentarsi con una linea di pret-à-porter assolutamente innovativa, con linee pulite e semplici esaltate da tessuti scivolosi e morbidi: una moda che rielaborava il mood folk di fine anni ‘60 in una versione rarefatta, essenziale ed elegantissima, che in un certo senso ha anticipato il minimalismo degli anni ‘90.

Halston era anche un uomo bellissimo, l’icona perfetta per un mondo di fascino esibito, di divertimento continuo, che trovava nell’esplosione della disco music il proprio territorio di elezione, e per l’atmosfera di liberazione sessuale che, ancora di più dopo I moti di Stonewall e la legalizzazione dell’industria del porno nei primi anni ‘70, ebbe una sua sintesi nelle nottate dello Studio 54, in un’ultima fiammata prima del dilagare dell’AIDS. 
Il mondo di Halston era perennemente in bilico fra un’espressione creativa di grandissimo livello condivisa con collaboratori di talento, come l’illustratore John Eula e la designer di Tiffany Elsa Peretti, e il palcoscenico notturno sul quale ritrovarsi con Andy Warhol, Liza Minnelli, Margaret Trudeau, Bianca Jagger… celebrities e socialities che oggi sarebbero influencer da milioni di follower. 

Questa scalata al successo, dalle origini provinciali alle “Mille luci di New York” è raccontata nella miniserie ideata da Murphy nei primi tre episodi su un totale di cinque, prima dell’inevitabile caduta, con un percorso ascensionale che ha il suo apice nel terzo episodio, quello centrale. Ognuno dei cinque episodi è dedicato a una fase precisa della vita di Halston, quasi a racchiudere in capitoli chiusi le tappe di un percorso evidentemente segnato: nascita, ascesa, successo, caduta e, naturalmente, fine. The Rise and Fall of a Fashion Rockstar.

E la caduta in questo caso è stata veramente rovinosa, oltre che paradigmatica di un’epoca: difficoltà finanziarie dovute a sottovalutazioni e incapacità gestionali, abuso di alcol e droga e infine la morte per AIDS nel 1990 hanno chiuso la parabola di un creatore geniale il cui lavoro è stato letteralmente saccheggiato nei decenni successivi, a partire dagli “omaggi” di Tom Ford, una vera e propria dichiarazione d’amore incondizionato a un idolo, ma anche un répéchage estremamente funzionale al rilancio di Gucci attorno alla metà degli anni ‘90. 

Ma a parte il contesto, le vicende personali e gli esempi più o meno riusciti di interazione fra schermo e moda che prodotto, è questo Halston di Ryan Murphy? La miniserie prodotta da Netflix può essere annoverata fra i cosiddetti prestige drama ormai in via di estinzione o si tratta semplicemente di un biopic ben confezionato e un po’ superficiale, lanciato come test nella prima incursione di Netflix nel mondo della moda con la realizzazione di una capsule collection dedicata di capi a marchio Halston e ispirati ad alcuni pezzi storici visti nello show? Prima di tutto è necessario chiarire che questo non è un prodotto con finalità filologiche e accuratezza che possano soddisfare gli addetti ai lavori. In questo, come in altri casi, una descrizione delle dinamiche del mondo della moda che risulti sia efficace dal punto di vista narrativo che rispettosa dell’amor proprio di chi è coinvolto direttamente in questi meccanismi e trova che non sia mai adeguatamente rappresentato l’impegno e il lavoro complesso che stanno dietro alla realizzazione di abiti e collezioni di moda è probabilmente impossibile da tradurre in chiave narrativa.
Quasi inevitabilmente un plot che si svolga in un ambito professionale affine alla moda (atelier o editoria) – sembra destinato a procedere per semplificazioni che assumono un carattere quasi macchiettistico 
Why Is It So Hard To Make a Good Fashion Film?, ha scritto Rachel Tashjian in una recensione su GQ che è stata massimamente commentata e condivisa dalla platea degli addetti ai lavori e appassionati di moda. Tashjian imputa a Halston lo scivolamento nella banalità come è accaduto per molti altri film prima di questo. Ma in che senso?

Il casting, per esempio è ottimo: Ewan McGregor è un Halston particolarmente emozionante, fragile e irritante come l’originale e (quasi) altrettanto bello, mentre Rebecca Dayan ci restituisce un’idea realistica della classe di Elsa Peretti. E non vanno dimenticati Bill Pullman, Kelly Bishop e i cameo di lusso come quello di Vera Farmiga. L’immagine, le scenografie e i costumi (di Jeriana San Juan) sono curatissimi, da far morire d’invidia Tom Ford sia come stilista che come regista, e d’altronde Murphy ha più volte dimostrato di padroneggiare molto bene l’iconografia del glamour spingendosi a sane incursioni nel mondo camp

Nel già citato articolo per GQ, però, Tashjian afferma che “Halston, non sorprende, fallisce dove falliscono tanti film e show sulla moda: come un brutto look da tappeto rosso, è semplicemente troppo ovvio”. Questo significa che ne resta soltanto una rappresentazione di superficie, senza lasciare intravedere nulla del processo creativo dietro alla realizzazione degli abiti (cosa che avviene, per esempio, e con urgenza, in Phantom Thread, nel quale la moda non è la protagonista ma lo è la natura ossessiva e tormentata dello stilista, e gli abiti sono addirittura brutti, antiquati rispetto all’epoca raccontata) e senza raccontare nulla di come, per lo meno nel caso di Halston (ma potrebbe valere anche per Saint Laurent o altri), gli abiti abbiano cambiato il modo di rappresentarsi di molte donne e di comunicare qualcosa di sé. E così la storia del geniale creatore Halston, ma potrebbe essere chiunque altro, rimane confinata a una parabola di ascesa e declino generica con bei vestiti di contorno.

Molti predecessori, anche illustri, come Robert Altman con il suo Pret à porter del 1994, non sono andati oltre la superficie, trasformando quello che poteva essere un grande racconto satirico e corrosivo in una raccolta di figurine caricaturali e noiose. Forse la lezione che se ricava è che i film e gli show più riusciti e più profondi nel raccontare la moda sono quelli nei quali si inciampa quasi per caso nei vestiti, ma il cui focus è altrove, e solo così se ne riesce a rivelare qualche dettaglio evocativo e a non svelarne del tutto il mistero.
Del resto anche Ryan Murphy c’era riuscito, con The assassination of Gianni Versace, ma il protagonista era l’assassino.

Chiunque io sia

A seguito della nostra call abbiamo ricevuto 106 racconti. Letti e selezionati dalla classe di Apnea ’20/’21, ne sono infine stati scelti 13 per la pubblicazione.


Questo è il decimo, lo ha scritto Luca Dore e ha richiesto un editing che sciogliesse nodi troppo criptici e allusivi in modo da chiarire al lettore lo sviluppo degli eventi e rendere più visibili le azioni e i movimenti. Ci ha lavorato il corsista di Apnea Edoardo Baldi prima e la redazione poi.


Un piccolo truffatore, dopo essere stato picchiato per un regolamento di conti, si finge qualcuno che non è con una famiglia di scout che se ne prende cura in modo fiducioso. Tornato a casa troverà ad attenderlo chi è stato raggirato da lui qualche tempo prima. Cinismo e compassione per un racconto dall’ironia tagliente e non scontata.


di Luca Dore


Poni il tuo onore nel meritare fiducia

Entri per un tramezzino. E non stai pensando a fottere nessuno. Poi il vecchio dice: «La birra la più poco che costa è qui.» Questo lo condanna. Questo, e le pantofole in sughero a forma di nuraghe, in un cesto tuttauneuro. Mi levo la giacca e perlustro il locale: «Quanti coperti fa il sabato sera?» Lui stringe gli occhi e passa lo straccio sul bancone, segue le mie briciole cadere sulle mattonelle. Dopo un’eternità risponde: «Eh, certe volte anche venti.» Io faccio una risata di testa, con le mani giunte, «Se lei ci piazza uno di questi, comincia a viaggiare sui settanta coperti al sabato», mi avvicino e stringo la bocca per sussurrare, «e cento la domenica. Le partite migliori sono tutte la domenica.» «Eh, mio figlio pure me l’ha detto…» «Vede? Vede che mi dà ragione? Faccio così, io glielo mostro e lei decide.» Sul mio quaderno c’è un solo obiettivo per il fine-settimana: ingresso nel privé di Madame Falena. Piazzare un decoder prima dello svincolo per Santa Teresa è già un terzo del biglietto vip, un ottimo inizio. Dal retro compare pure il ragazzino, maglia di viscosa gialloverde e calzoncini di raso. «Eccolo qua, il calciatore», avvito e inserisco la presa scart sul televisore e poi nel vecchio lettore dvd trovato al mercatino dell’usato. Come ottenere un decoder perfetto: rimuovete il pannello posteriore, sradicate il piatto per il disco e riempite con polistirolo abbondante. Reinserite il piatto per il disco, una bella passata di lucido nero e le scritte adesive al posto giusto. «Già pronto per l’uso, come vi dicevo. Piuttosto… ecco, un po’ mi vergogno», scendo dallo sgabello e mi appoggio al bancone, «Io ho l’esclusiva per il nord Sardegna, posso farvi ogni anno uno sconto personalizzato sul pacchetto sport, ma purtroppo non ho nessun potere sulle batterie del telecomando.»

Al bambino e al suo pallone dico: «In Italia c’è una lobby delle batterie. Ormai è venerdì sera, quindi il negozio specializzato è chiuso. Lunedì mattina la prima cosa da fare è comprare queste che vi ho segnato: Vuppiù alcaline», batto sul cartoncino, «è la solita vigliaccata all’olandese.» L’uomo strizza ancora gli occhi, forse il tic che ha fatto innamorare sua moglie. Vuole firmare con una penna squadrata vinta a qualche lotteria per zotici, ma io gli allungo la mia Sailor stilografica che gli sguscia tra le dita sporche di carciofi. Dopo il suo scarabocchio e la mia ricevuta che vale esattamente quanto il suo straccio, finisco la birra ed esco. Infilo nel mio nuovo portafoglio in pelle di bufalo i cento euro dell’installazione standard realizzata da Sasselli Gianni global representative. Le cosce di amianto di Madame Falena, bocca di strega, cuore di Sardegna, braccia di contadino, sono sempre più vicine, stanotte non mi faranno problemi: supererò il suo giardino incantato, bunker di lussuria di una costa che si crede ancora Smeralda. Il vecchio e suo figlio metteranno fuori una lavagna con la partita del giorno, spargeranno la voce per tutto il paese, ma sarà troppo tardi quando si accorgeranno della difficile reperibilità delle alcaline V+, sempre ammesso che le abbiano brevettate. Intanto il video di presentazione continuerà a girare in un loop costante come è possibile fare solo con dei vecchi dvd. E questa gente arricchitasi con i panini al formaggio agli autotrasportatori con il loro bisogno di pisciare e fumare, mi maledirà.


Sii leale

Cara ragazza che agiti il bargiglio a ogni respiro, che dedichi un pezzo al padre morto, uno alla madre in lacrime, uno al tuo paese, Nuova Gorollè, e infine uno anche al sottoscritto, il caro signor Barone, sperando di trovare in lui lavoro e amore, due caselline dell’oroscopo che fanno clic in un colpo solo (certo, come no!), sappi che la tua vista per me è solo un castigo che troverà consolazione appena uscirò da questa merda e salirò fino allo zenit della mia settimana. «Prima di proporti qualcosa», parlo con lei, ma guardo sua madre, «vorrei capire qual è la tua predisposizione a viaggiare, a muoverti per l’Italia, fare dei provini.» Quella fa sì sì con la testa e col bargiglio, tira su dalla cannuccia. Mi impongo di ficcare gli occhi nella scollatura, per non fargliela sprecare. «Questo è un lavoro durissimo, pieno di gente pronta ad approfittarne.» La madre si tampona il naso con un fazzoletto, poi lo apre e ci sputa dentro un nocciolo di oliva. «Vincenzo Barone vuole essere leale con voi fino in fondo. Sì, insomma, cosa ne pensa la mamma?» Ma la giovane Giuseppa Severa R. non la lascia parlare, «Sono pronta!» i brillantini le si dispongono sul mento in modo casuale. Sospiro e sollevo la cartella di pelle nera. «Vi prego di leggere tutto con attenzione…  puoi firmare solo se sei convinta al cento per cento.» La donna accende una sigaretta elettronica al gusto di rabarbaro. Dovrò darci dentro con il Mangiaodori per levarlo dalla giacca. «È più felice o più spaventata per sua figlia?» «L’importante è che sia contenta lei. Io, da vedova, non le posso dare tanto.» Oh, sì, è una bella commedia. Ha tutta l’aria di quelle che versano il vino sul calzone dell’uomo per toccargli il pacco.

«Un’ultima firma, le due fototessere le tengo io, e questi… vi ringrazio», infilo in una bustina nera i due pezzi da cinquanta ricevuti, un altro terzo del biglietto vip, «… servono per il sito web professionale. Come nome d’arte pensavo a Shara, ti piace Shara? Per adesso il cognome lo teniamo nascosto. Magari poi su Wikipedia ci dilunghiamo.» Ultimo ostacolo alla fuga dal locale è un bis tutto gorgheggi e voci da posseduta. Applaudo, con la gamba sinistra della madre che ormai mi stropiccia il calzone. Prima che mi inondi di vermut le ringrazio e saluto; sul tavolo un cartoncino con un numero verde e i miei recapiti; lascio che mi bacino. Il rabarbaro evapora del tutto solo al portone cremisi del privé. Fuori è uno dei tanti capannoni pieni di arnesi, dentro è la sala del trono di Madame Falena, gran cerimoniere dell’orgia, mantide vendicativa. Il cassiere affastella le buste nere, anonime, gonfie di denaro, l’unghia del mignolo fatta apposta per strappare il biglietto d’ingresso lungo la linea tratteggiata. Rabbocco la busta con quello che avevo messo da parte e gliela allungo. «È già stato dei nostri? Sa come funziona?». Io, chiunque io sia, sorrido.


Renditi utile e aiuta gli altri, sii amico di tutti, sii cortese

Quando Madame Falena, stanca di cavalcare e mungere e strigliare i suoi armenti, sbatte fuori con le cinghie di spine la sua ciurma viziosa e anonima, è quasi giorno. Il cassiere svuota la moka nelle tazze e ci congeda. Fuori dal reame non c’è niente di buono, solo il parabrezza incendiato dal primo sole di luglio. Il contenuto dei tumbler viaggia ancora tra la gola e l’uretra, e nemmeno il caffè amaro sembra placare questa specie di lingua del diavolo che avvolge la mandibola. Esofagite da reflusso. O qualcosa di simile. Dopo una colazione acida esco dal bar della superstrada. Sul piazzale c’è una Stilo nera, due gambe nude e abbronzate. Sembra proprio che una femmina stia cercando di scoprire cosa fa muovere le macchine e cosa le fa improvvisamente fermare. Quando le passo vicino lei dice: «Non ci voleva, non ci voleva.» Dovrei lasciarla a bollire nel suo brodo; devo piazzare altri due decoder e tornare a casa, anzi devo piazzare altri due decoder se voglio tornare a casa. Invece chiedo: «Ci sono problemi?» «Penso proprio di sì», i capelli incollati su una guancia. Per un attimo sospetto che possa esistere una potenziale rivale di Madame Falena, una Biancaneve nel reame che insidia il trono alla splendida regina cattiva. Mi avvicino alla sua macchina e mi levo la giacca, lei mi allunga uno straccio e aspetta che faccia qualcosa, che mi infili corpo e anima nel suo carburatore annerito. «Che scherzo le ha combinato?» «Nulla. Stavo andando spedita e poi… tra tra.» Lei, capelli e dita ovunque, il filo delle chiappe sotto i calzoncini strappati. Lei capace di sovrastare con quell’invitante odore di pelle sudata la puzza di benzina cotta. «Guardi, qua ci vuole il carro attrezzi. Bisogna che chiami l’Aci», mi pulisco nello straccio e chiudo il cofano. «Eh, sì, buonanotte. L’ho fatto un’ora fa. Figurati…» è infastidita dalla mia soluzione, «solo che ho un appuntamento, e così sta andando tutto a puttane.»

Trattengo il respiro, mentre lei poggia il cellulare sull’orecchio e resta in attesa. «Se mi dici dove devi andare, ti accompagno io.» «Dovrei tornare a Cagliari, in tempo per il matrimonio della mia amica», le sue guance riprendono colore «… sennò quella mi ammazza proprio.» Io lascio che mi trafigga: «Andavo là anche io», perché no? Anche le città sono piene di imbecilli disposti a darti dei soldi in cambio di monnezza. «Forza, hai molti bagagli?» «Solo questa ventiquattrore», e la solleva all’altezza dei miei occhi. «E per la macchina che si fa?» «Arriva mio fratello, massimo un’ora. Si è messo d’accordo con l’Aci. Fanculo.» Mi presento con il biglietto da visita di Aldo Sant’Ercole, grafico e impaginatore freelance. «Al Corriere della sera, in passato. Adesso lavoro molto sul settore quotidiani della metro.» Lei fa il master, «perché, lo sai, che solo col bachelor in Europa manco ti guardano in faccia. Ecco, ecco… svolta alla prossima. Ovviamente, ti prego», mi tiene per le spalle, «sali a farti un drink. Io faccio velocissima, promesso. Una doccia, mi infilo il vestito e siamo fuori. La chiesa è a un paio di isolati, ma coi tacchi…» Non respira nemmeno tra una frase e l’altra, che tutto sembri più veloce, più vicino alla conclusione. Seguo lei e la sua valigetta nella scala del residence dalle porte celesti.

Sul divano una divisa da poliziotto chiusa nel cellofan. Premo il Campari ghiacciato contro le tempie, mentre lei fa scorrere l’acqua. La porta del bagno è difettosa, e così già dal corridoio posso vedere la spugna che corre sulle sue gambe, sul suo culo bianco. Come fossero di un altro, osservo i miei piedi avanzare in territorio minato; calpesto gli slip, la canottiera appallottolata, sempre più vicino alle piastrelle del bagno. Provo a urlare: «Sono reperibile, devo proprio andare», ma l’incavo del gomito di un uomo mi stringe sul collo.


Ama e rispetta la natura

Un sabba di mosche attorno al lago di sangue su cui siedo mi tiene compagnia. E non smetto di gocciolare. Dalla nuca. Dalle ginocchia. Succede quando ti trascinano dentro un sacco per lasciarti sotto un ginepro, il più bello del bosco. I polsi dove passa la canapa sono scavati. Col bastone ci sono andati pesante, ma non a sufficienza per la mia testa. Cerco di alzarmi, ma non ho nemmeno un po’ di energia residua e riprendo a dormire. Mi pento di essermi svegliato appena scopro il dolore di aprire gli occhi e trovarmi circondato di bianco, la polvere dei vetri che spande bianco ovunque, bianca la divisa della ragazza che viene a svuotare il catetere. I bit bit delle macchine rimangono nell’aria minuti interi; le chiacchiere dei visitatori fanno eco nella mia stanza e nel corridoio. Tutto rimbomba e abbaglia. A fare ombra ci pensa un uomo coi baffi rossi, una divisa da forestale e su scritto Alfredo, in fucsia. «Per qualche giorno puoi rimanere a casa mia quando esci da qui. Ho spazio; oh, niente di extralusso! Non è che ci abbiamo un hotel.» Raschio la gola fino a sentire il gusto del sangue per dire: «Gra – zie.» «Non ti sforzare. Stattene buono buono.» Il primo momento di lucidità arriva sul sedile di Alfredo, enne giorni dopo. Gli sento dire: «Mia moglie ti ha già preparato la stanza. Ai bambini ci penso io a non fargli fare troppo casino.» Sostiene che posso andare via appena recupero un po’ di memoria, appena mi ricordo chi sono e cosa è successo. Appena lo decido, insomma.


Sappi obbedire

Francesco e Chiara sono gentili, addirittura servizievoli. Alla bambina non scoccia imboccarmi con lo yogurt delle cinque, unico momento di contatto con il signore della camera degli ospiti. Il fratello mi riempie di disegni e ci tiene a spiegarmi statuti e gerarchie del movimento scout di cui fanno parte. Chiara dice che a settembre passerà nel reparto, che tanto era stufa delle coccinelle e che ha già imparato tutti gli articoli della legge. Nulla di quello che sento ha senso. Ed è di nuovo sera ed è mattina. Quando riesco a collegare le frasi, a pisciare e tenere le posate da solo sono ammesso a cenare con loro, nel tavolo grande. Per l’occasione Alfredo tira fuori un bottiglione di vino vecchio che seppellisce per un momento il desiderio di buttarmi dalla finestra della stanza. Chiara si mette sulla sedia e, tenendo il conto con le dita recita: «Poni il tuo onore nel meritare fiducia, sii leale, renditi utile, sappi obbedire…» Alfredo propone un brindisi e Francesco vuole a tutti i costi assaggiarlo. Ne butta giù mezza fiala, si mette a barcollare in mezzo alla sala e soffiare in faccia a tutti il suo alito da ubriaco navigato. Gli adulti ridono. Io vengo risparmiato dal suo soffio; per me ha invece una domanda: «Come mai eri tutto legato a Campumortu, dove ti ha trovato babbo?» Caterina scatta in piedi e gli dà un manrovescio, «Maleducato.» Spariscono tutti, poi Alfredo torna giù, si scusa, apre una dispensa che nemmeno avevo notato e tira fuori una fiaschetta. «Questa l’ho fatta a Natale scorso. Un goccio non ti fa male», la versa in due bicchierini con le foglie disegnate: «Se lo sa il dottore che ti sto curando con l’acquavite, mi ammazza.» La gusta con le labbra e poi mi lancia un’occhiata. «E tu? Niente di nuovo?» chiede. Muovo la testa, a parte un divano rosso e una divisa da sbirro dentro il cellofan, non mi è ancora ritornata la memoria di quel giorno. Poi il discreto samaritano Alfredo fa parlare l’acquavite al posto suo: «Ajò, ma davvero non ti ricordi come ti chiami? Non è che ci stai coglionando a tutti?». La testa mi cade sulla spalla sinistra. Fuori c’è una guerra appena dichiarata fra due bande di grilli.


Sorridi e canta

Nella tenuta Burrai arriva agosto, e ogni giovedì si va in paese ad ascoltare il karaoke in piazza, il venerdì a Oristano per il mercatino. Con noi viene anche mamma Caterina, con le sue canotte gialle, le gambe lisce scoperte. «Mamma, hai ripreso a uscire?» le chiede Francesco, senza ottenere risposta. Nel fine settimana si va a messa in una pineta. Io marco sempre visita: mi lamento di una certa intolleranza allo iodio che mi fa sanguinare e resto solo per qualche ora, a fissare la cassaforte. La combinazione è la data di matrimonio, ogni domenica la apro e guardo il contenuto. Ma non riesco ad affondare il colpo. Come potrei, ora che sono il più richiesto schiacciatore di pinoli, l’incorruttibile arbitro di palla avvelenata, l’unico spettatore dei loro siparietti senza finale? Una domenica portano Cristo nella villa, e non posso più esimermi dalla liturgia. Apparecchiano un altare sul banco da lavoro e lo piazzano in veranda. Al prete danno tutti del tu. Il gran mogol degli scout mi regala un bastone di ferula con degli inni scolpiti. Cantano con chitarra e ukulele, battono le mani, si comunicano, a turno tutti mi stanno vicino per almeno un minuto durante la giornata, così possono raccontarlo ai genitori. Chiara e Francesco gestiscono i turni per il contatto con il loro giocattolo vivente. La bambina ogni tanto mi annusa i capelli o mi tiene la mano e fa in modo che gli altri lo notino. Proprio una delle tante domeniche ukulele, in principio la terra Dio creò, mentre tutti vanno via e si danno appuntamento al mare e mi salutano, arriva una macchina bassa, nera, lunga come non ne avevo mai viste prima. Scende un uomo e parla con Alfredo; poi insieme vengono verso la veranda, dove Caterina mi sta spalmando degli unguenti sulle spalle. È un momento che adoro, e anche lei, così abile con le mani, così attenta a non sfiorarmi i capelli coi suoi seni di madre, così felice di procurarmi piacere. La faccia da faina che sta insieme ad Alfredo puzza di sbirro da venti metri. E Caterina smette di frizionare, parla di una certa commissione urgente in paese. Contro ogni forma di sacra ospitalità, al nuovo arrivato non viene offerto niente. Anzi, i padroni di casa salgono sul Range Rover e mi lasciano solo. Con la faina.

Erano già d’accordo, lo capisco in ritardo, come ogni cosa in questo periodo. Il bidone di nafta è troppo lontano e troppo pesante, c’è giusto una vanga poggiata sul muro, ma non credo di avere ancora una buona tensione muscolare, né il tempo per farlo a pezzi e far sparire l’auto. Quello apre un bloc notes: «Alla fine ci siamo arrivati!» Deglutisco e mi gratto il braccio dentro il gesso con l’uncinetto che Caterina ha riservato per me. «È questa la sua macchina, no?» tira fuori una foto della Lancia; appena tornato a Sassari avrei cambiato la targa, ma tutto è precipitato. Con un pennarello hanno scritto nome, cognome e ultimo domicilio conosciuto. «Questo è il lato venuto meglio. Dall’altra parte è così»; nella seconda foto, la carrozzeria bruciata e accartocciata. «Non era la prima volta che lo facevano, lo sa?» Impugno il ferro, e mi gratto fino a sanguinare. «Di chi stiamo parlando?» «Cercavano un’auto da imbottire. Un’auto pulita. Dovevano imbarcarsi verso la Tunisia», si accende una sigaretta artigianale ammosciata sulla punta, «Mi può dire come ci sono riusciti? Hanno trovato un bravo ragazzo, la ragazza le ha fatto annusare il formaggio, e lei è finito dritto in trappola, è così?» Guardo fisso contro la quercia che Alfredo chiama Pizzente, come suo nonno. La quercia diventa un divano rosso, la divisa da poliziotto chiusa nel cellofan, lei si leva i mini-jeans strappati, la maglietta, calze, slip nel corridoio, va sotto la doccia, sembra mi chiami, col dito, con le mani, con la lingua, mi chiama… io avanzo nel corridoio, qualcuno dice Ciao bello, e il collo mi si chiude. «Non ricordo nulla.» «Hm… Non era il primo pollo, abbiamo trovato una mazzetta di biglietti da visita. Guardi qua, faceva un sacco di cose il tizio: giornalista, installatore… E delle carte di credito con i nomi cancellati. Lui aveva una divisa da poliziotto, rubata da una lavanderia» la faina si alza «Ma adesso è finita» dice fissando anche lui la quercia. «Sono stati arrestati?». «Per l’esattezza sono stati carbonizzati.» Rido. E lui stringe la bocca, indignato. Rido mentre firmo con difficoltà dei fogli. La mano del tizio è una carcassa di lucertola ghiacciata. La macchina lunga e nera e il Range Rover di Alfredo si incontrano sul cancello: un movimento da commedia perfetto.


Sii laborioso ed economo

«Sicuro che vuoi già andare?» Caterina tiene sollevato un lembo della gonna, lo attorciglia come uno straccio, ed entra in casa. Francesco piange a scossoni, Chiara invece preferisce fare un vortice sulla ghiaia, così le lacrime scappano via. È troppo, non vedo l’ora di sconciare la vostra buona azione formato gigante, che vi concederà tutti i lussi di un’area vip del Paradiso. Le vostre preghiere aperitivo; i gridolini da idioti per ogni girino salvato, per ogni ape fotografata, per ogni cazzo di fiore sbocciato. Caterina torna e mi abbraccia, mi avvolge, mi piange addosso. Devo tenere il finestrino abbassato per fare ciao ciao con la mano finché non siamo fuori dal cancello. E non saprò mai quale fazione di grilli ha avuto la meglio. Alfredo fa il pieno al rifornitore, saluta tutti, e a tutti dice che sì, ho deciso di tornare a Sassari. E che mi darà qualche indirizzo utile. Tipo: «Ho un amico che ha una concessionaria dalle tue parti, ti fa il colloquio e poi vedrai che ti prova.» Dal cassettino mi offre una gomma, «Ti abbiamo messo tutto in una valigia. Occhio a non sbatterla, che c’è pure roba preziosa. Basta che non te la bevi tutta a scoppio.» A costo di slogarmi la mandibola dico: «Alfredo, voi avete fatto troppo per me. Veramente troppo. Come posso io…» E lui, anziché incassarsi il complimento e tacere: «Te la dico una cosa? Tu hai fatto tanto per noi. Prima di te, con mia moglie ci stavamo lasciando», fermi in coda per un tamponamento lui tira fuori l’ultima pugnalata, «Tu sei stato mandato.» Dici cose esilaranti, Alfredo di merda. Ci salva un reggaeton. Lui accosta e risponde al telefono. Cambia colore, dice cazz. Poi al tizio che gli urla nell’orecchio risponde: «Io fra un’ora e mezza sono lì.» «Fammi scendere qui», gli dico, «prendo il treno.» «Ma stai scherzando? I miei colleghi sono già sul posto. Tutto sotto controllo, a parte che un ettaro buono è già bruciato.» I misteriosi piromani, loro sì che sono stati mandati dal tuo Dio, Alfredo: mi salvano dall’umiliazione di doverti invitare in casa, di spiegarti la cartina, la stampante artigianale e il plastificatore, il frigo vuoto. Tengo la valigia in piedi tra le gambe, e Alfredo dal finestrino mi mette in mano qualcosa. «Di più adesso non potevamo.» Accende e sparisce nella prima rotatoria. Io piego in tre il pezzo da cinquecento e lo metto in tasca. Insieme a quelli che ho prelevato dal cestino delle offerte e dalle buste per i volontari, posso ripartire da un capitale netto di circa ottocento euro. Non sono riuscito ad abbracciarti, Alfredo del cazzo.


Sii puro di pensieri, parole e azioni

Gli uomini di Madame Falena mi aspettavano dentro casa da giorni. Riconosco subito il guercio e il druido, quello che durante gli incontri versa l’acqua nel pentolone. Dicono che non dovevo fotterli, che gli devo dei soldi. Veri, stavolta. Mi legano, ancora; mi schiaffeggiano con un guanto di ferro; raccolgono la banconota e trovano anche quelle infilate nelle scarpe. Si accontentano. Alla fine, le damigelle di quel frocio infame infieriscono con il bastone del gran mogol. Ma sulla mia testa corazzata di sangue pesto, unico ricordo di mio padre, ogni randellata è un fiore di zucchero. Spariscono. I vicini chiamano la polizia, che si trova davanti solo un uomo nudo a brandelli. E una stampante artigianale, un plastificatore. E un vaso di Pandora più grande di loro. Avrai un bel calo di zuccheri, caro Alfredo, a riconoscermi sul giornale. E da stupido idiota quale sei, so che verrai a trovarmi al parlatorio. Sull’intonaco accanto al letto della cella ho inciso una scritta: sorridi e canta anche nelle difficoltà. Il pusher che dorme sopra di me stanotte l’ha cancellata con il suo vomito acido. «Tanto era una stronzata», ha detto.


Luca Dore è nato nel marzo del 1977 a Sassari, dove tuttora vive e lavora. Suoi racconti sono comparsi negli ultimi dieci anni su A few words, Carie, Esescifi, Writers magazine e diverse antologie italiane. Scrive canzoni in un duo chiamato Palazzo Rosa. Nell’aprile del 2021 è arrivato in libreria il suo primo romanzo, Bravo Charlie, per la Maxottantotto edizioni.


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Prosa dell’autunno a Verona

A seguito della nostra call abbiamo ricevuto 106 racconti. Letti e selezionati dalla classe di Apnea ’20/’21, ne sono infine stati scelti 13 per la pubblicazione.


Questo è il nono, lo ha scritto Federico Peretti e ha richiesto pochi interventi di editing a cui hanno lavorato prima la corsista di Apnea Modestina Cedola, per portare meglio alla luce certi conflitti, poi le caporedattrici e la redazione ILDA, per lucidare una sintassi e un movimento di stile già molto buoni e consapevoli.


Arreso a una quotidianità desolante, un neolaureato sente scivolare via una vita senza prospettive, senza sogni, senza progetti. Un racconto per immergersi nudi e privi di scuse nel mondo feroce che appartiene a un’intera generazione.


di Federico Peretti


                                               “And I look down and see the whole world
and it’s fading”.

(Ohia, The Black Crow)

Tua figlia oggi avrebbe compiuto due anni. È una consapevolezza che ti si presenta all’improvviso, nel veder sfilare davanti a te un pargolo barcollante seguito cautamente da genitori che avranno all’incirca la tua età. Il padre sorride, la madre mantiene un’espressione tirata, apprensiva forse. Il quadretto famigliare ti distrae dalle parole di I. che, seduta al tuo fianco, ti chiede il divorzio senza che ci sia mai stato un matrimonio. La senti singhiozzare, mentre dice qualcosa sul fatto che ormai non c’è possibilità d’intervento, o forse dice correzione, non ne sei sicuro. Continui a seguire con lo sguardo il terzetto, fino a perderlo dietro alla curva che fa il lungadige, occultato da arbusti che non sai identificare. Qualcosa di nuovo da googlare, pensi, mentre I. si alza e se ne va.

Resti seduto ancora per un po’ a fissarti le scarpe e il pavimento in ciottolato. È settembre, domani inizia l’autunno. La tua carriera da studente è ormai finita e nessuna segreteria ti ha ancora contattato per lasciarti passare dall’altro lato della barricata, per offrirti una supplenza qualunque nonostante la miriade di messe a disposizione che hai inviato nelle ultime settimane. Buffo: nemmeno i figli degli altri potrai correggere. Intanto l’autunno bussa alla porta e tu non hai alcuna voglia di tornare dove abiti.

È da mesi ormai che nessuno si muove di casa per andare al lavoro, di conseguenza gli spazi sono stati riorganizzati nel modo più efficiente possibile. Tuo padre, per reddito e anzianità, si è guadagnato la calma dello studio, dove discute tutto il giorno di fondi d’investimento in riunioni a distanza. Dall’altro lato del telefono c’è sempre tale “Orietta”, figura metafisica di cui sai solo il nome, depositaria e trasmettitrice di sfoghi, lamentele e ordini.

Tua madre ha optato per il tavolo della cucina, forse sotto l’influsso inconscio di un’educazione ancora troppo patriarcale. Da lì spedisce mail, compila pratiche auto per il Comune e attende ansiosa che arrivi l’ora del pranzo, sempre in allerta e pronta a sbaraccare tutto per preparare la tavola. Nella sua camera, tuo fratello subisce videolezioni di microeconomia. È fuoricorso alla triennale in Economia e Commercio presso l’Università di Verona. Da circa due anni gli mancano “tre o quattro” esami per laurearsi eppure, a sua detta, ne passa almeno uno a sessione. C’è da dire che tuo padre lo marca stretto, secondo una curiosa regressione formale per la quale gli assegna dei compiti in più da svolgere ogni mattina, puntuale, alle nove. Lo tratta banalmente come un bambino. Sai per certo quanto la cosa pesi a tuo fratello, anche se cerca di non darlo a vedere. Lo intuisci dallo sguardo ogni giorno più basso e dagli scatti di nervosismo improvvisi che ti riserva quando gli chiedi una cosa qualunque.

E tu? Tu vaghi come un fantasma di stanza in stanza, inutile e inutilizzato da aprile, da quando ti sei laureato in una facoltà con ben pochi sbocchi lavorativi. Mandi curriculum seduto sul divano, studi per il concorso pubblico per insegnanti dalla poltrona, cazzeggi. Ti masturbi con regolarità. Le tue pornostar preferite al momento sono Mihanika69 (russa, capelli rossi, belle tette e bel culo) e Nemibdesire (italiana, maschera sul viso, con una passione per il sesso in pubblico e con estranei). Fai tutto questo nel tardo pomeriggio, il mattino per te non esiste. D’altronde, nessuno ti aspetta al mattino. Spesso ti svegli direttamente al suono del «C’è pronto!» di tua madre. Ancora in pigiama e con gli occhi cisposi ti siedi al tavolo da pranzo. Gli altri tre sono già lì, riuniti e sintonizzati sul Tg delle 13.30.

A tavola vi riempite la bocca di cibi precotti e opinioni scadenti. Tu non fai eccezione. Specie quando al Tg parlano di concorsi ordinari, straordinari, super-straordinari e di cattedre vuote, insegnanti desaparecidos e ricomparsi in modalità telematica. E ti viene da ridere quando tuo padre ti chiede cos’è la DAD. Qui solitamente si attacca tuo fratello che, seduto di fianco a te, inizia una reprimenda su tutto ciò che è stato mangiato dalle generazioni passate, commestibile o meno che fosse. Parla di baby pensionati, di dipendenti pubblici, statali e parastatali, di soldi ovunque tranne che dove servirebbero davvero. Tua madre mangia piano, in silenzio, dice la sua solo quando tuo fratello la tira in mezzo in quanto dipendente pubblica e quindi parassita e quindi colpevole e collusa. Risponde, sì, ma senza mai contrattaccare veramente. Tuo fratello le punta il dito con la bocca ancora sporca di sugo. Un dibattito in minore, sussurrato, con la voce che vibra fino a spezzarsi. Tua madre quasi si scusa mentre fa notare che, se non fosse per lei, non avremmo nemmeno un paio di mutande pulite da metterci, che la lavatrice, la lavastoviglie, il pranzo e la cena, la spesa e la burocrazia famigliare, bollette, raccomandate, visite mediche e gengivali… A un certo punto ogni termine dell’elenco finisce per essere intervallato da un singhiozzo, e i vostri sguardi si abbassano, fissandosi sul piatto.  È sempre tuo fratello a rompere il silenzio, provando a riportare il discorso su binari più populisti. Dice che non ce l’ha con lei. Dice che, in fondo, è solamente colpa degli ultimi trent’anni di malgoverno se non otterrà mai l’indipendenza economica. Sarà sempre colpa del governo, ti domandi, se la mattina si fa ancora correggere gli esercizi per il B1 d’inglese da papà? Anche tuo padre è fuoricorso da quarant’anni circa ma, in compenso, ha un lavoro da 70mila euro lordi l’anno: circa tre volte quanto potrai mai guadagnare tu con le tue due lauree. Altri tempi, altre opportunità, e ora, alla fine del pasto, si possono solo raccogliere le briciole. Ma non avrebbe senso scagliarsi contro di lui, sarebbe da ingrati. Devi ammettere che hai goduto di riflesso dei suoi privilegi e che è merito di quello stipendio se sei stato accontentato in ogni più piccolo e insignificante capriccio materiale svendendo in cambio il tuo affetto. È per questa generosità vincolante e vincolata dal conto in banca, unita alla tracotanza tipica dell’uomo “che si è fatto da sé”, che ogni tanto tuo padre si permette di rivolgersi a te porgendoti delle pillole di discutibile saggezza che tu però ti costringi a ingoiare in religioso silenzio. Capita così che intervenga nel bel mezzo di un dibattito con opinioni secche e carbonare, simili a sentenze. «Ascolta tuo padre», dice riempiendosi la bocca di pane e salame, «D’Antona le BR hanno fatto bene ad ammazzarlo». Parlano tutti e parli anche tu, con la bocca piena e mai sazia. Oltre allo stato della scuola pubblica, i tuoi discorsi spesso si avventurano pindaricamente in critiche feroci sia ai palazzinari che alla formazione della Juventus, per poi disquisire sull’indice di contagio e sulla crisi personale e professionale di Dybala. A volte ti si forma un groppo in gola, ma ti dici che è solo perché hai mandato giù il boccone troppo in fretta, senza averlo masticato per bene.

Con tua madre vi scambiate ben poche parole di ritorno da un colloquio per uno stage in Adecco al quale ti ha accompagnato. Si è un po’ incazzata quando hai ammesso di aver mentito all’esaminatrice sul fatto di avere la patente. Non l’hai mai presa la patente, per pigrizia più che altro. «Non si fa così», ti ha detto, «Sempre meglio essere trasparenti». Credi anche che si sia incazzata per lo stipendio offerto: 500 euro al mese per 40 ore a settimana, con nessuna possibilità di rinnovo al termine del tirocinio della durata di 6 mesi. In compenso, l’esaminatrice sì che è stata trasparente, come il pannello protettivo che separava il tuo lato del tavolo dal suo, situato all’ingresso di un ufficetto ai confini fra la città e la bassa padana. La stanza era occupata da tre dipendenti, lei compresa. Ti ha chiesto chi sei, cosa fai, cosa vuoi fare. Hai risposto in modo sintetico e confuso. A un certo punto ha commentato una piccola nota del tuo curriculum, una di quelle cose che si mettono per sembrare più umani, personaggi a 360 gradi e non semplici liste di titoli, esperienze, skills e soft skills. «Ti piacciono i fumetti, eh?» ti ha chiesto, per poi informarti senza soluzione di continuità del fatto che lei legge Diabolik e che ti occuperesti di stilare contratti interinali e cedolini per immigrati senza alcuna formazione o prospettiva. Un lavoro di merda, da laureato, che si basa sull’offrire lavori di merda a non laureati. Ti ha chiesto se ti interessa. Hai detto di sì senza un attimo di esitazione.

Anche I. non ha mai preso la patente, pensi mentre confondi per l’ennesima volta il segnale di divieto di transito con il divieto di accesso (quinto errore e l’app per i test ti boccia senza pietà). ‘Sta cosa di essere entrambi “spatentati” rendeva abbastanza difficile riuscire a vedersi in orari comodi per una relazione, considerato poi che lei viveva in provincia (e dopo una certa ora non ci sono autobus) e che entrambe le vostre famiglie sono devote a una visione dell’amore quantomeno medievale, costituita da lunghi sospiri, occhi negli occhi, mano nella mano, ma cazzo e vagina ben distanziati. Come se non bastasse, tu hai pure deciso di frequentare il corso per la laurea magistrale in un’altra città. Eppure siete durati tre anni, cercando di rubare l’intimità dove potevate, trasmutando le attività notturne in diurne e viceversa. Così avete scopato in parchi, piscine e biblioteche, parcheggi, e pure nel garage dei tuoi. Probabilmente l’avrai pure messa incinta nel garage dei tuoi, fra la 500L di papà e la 500S di mamma. È quasi ironico, a ripensarci, che i tuoi ti abbiano fatto una copia delle chiavi del garage senza che a te in teoria servisse effettivamente a qualcosa. È altrettanto ironico che tu stia studiando per la patente proprio ora che I. probabilmente non la vedrai più. Ti chiedi come sta, ma non le scrivi. Non glielo chiedevi abbastanza, a sentir lei, e ti dici che non ha senso iniziare ora. In effetti, specie durante i due anni da fuorisede, la tua attenzione era per lo più suddivisa fra lavoretti saltuari per pagare l’affitto ed esami di merda sulla metrica latina. E poi la tesi. E poi la pandemia. E poi la disoccupazione. In mezzo l’aborto.

Stavi studiando per l’esame di Filologia Italiana quando I. è svenuta, da sola, sul marciapiede di via XX Settembre. Dopo essersi ripresa in una stanza di ospedale, medici anonimi l’hanno informata del suo nuovo stato. Non voleva dirtelo, aveva intenzione di cavarsela da sola. È sparita per settimane, l’hai rintracciata a forza di chiamate a ogni ora. Alla fine ha risposto, ti ha spiegato la situazione e che aveva già preso una decisione non contrattabile. Aveva già fissato il giorno e l’ora. E non voleva vederti né sentirti fino a quando questa storia non fosse stata archiviata definitivamente. C’è da dire che tu hai seguito le sue disposizioni con fin troppa perizia. Eri impegnato a esporre esempi di strambotti nella lirica italiana a un’assistente frustrata, in una città a 500 km di distanza, quando I. ha abortito in una clinica privata. Le hai mandato un messaggio finito l’esame, il testo recitava: «25, com’è andata?». Lei ti ha risposto che, secondo quanto le aveva detto la dottoressa, era fondamentale non vomitare per le prime tre ore: la pillola non sarebbe servita a nulla in fondo al cesso. Non le hai più chiesto altro, non ne avete più parlato. E siete rimasti insieme per altri due anni, unitamente a questa censura del dire che alla fine ha portato al reciproco abbandono. Così ti sei tenuto il lusso di immaginarla: da sola in una sala d’attesa bianca nel bel mezzo del bigottismo veneto. La dottoressa che nemmeno le sorride. I. spaventata forse, piena di risentimento e poi nauseata. Non sai il nome della clinica o della dottoressa. Non sai se ha pianto, se ha maledetto i tuoi occhi blu o il tuo cazzo inaffidabile. Non sai nemmeno se abbia mai contemplato la possibilità di non abortire. Se, come te, abbia immaginato una bambina, capelli neri, manine e piedini, che vi sorride mentre cerca di dire le sue prime parole. Non sai come stava o come sta. Non hai semplicemente chiesto. Un errore a cui non è più possibile rimediare, ti dici, mentre fallisci l’ennesimo test a causa di una domanda sull’ordine di precedenza da dare agli incroci. L’esame è fra una settimana, sul telefono prendi nota della risposta corretta.

Tuo padre ti chiede se sei ritardato, mentre la 500S si spegne di colpo. Hai sbagliato di nuovo a cambiare marcia, nonostante sia la terza volta che ti porta al parcheggio del palazzetto dello sport, fra camion inerti e roulotte di romanì, nel tentativo di insegnarti inutilmente le basi della guida. Non chiede, tuo padre, bensì pretende una delle tue Camel, poi esce dalla macchina per fumare. Per calmarsi, credi. Cominci anche a credere di essere davvero ritardato dati i tuoi scarsi progressi. La settimana precedente, con l’istruttore, hai rischiato un tamponamento sulla Bresciana e anche lui ti ha fatto capire, con un po’ più di gentilezza di quella di tuo padre, che sicuramente sei un pelo indietro rispetto alla media degli studenti. Hai 26 anni e devi ancora prendere la patente, possiamo pure dire che “indietro” è un eufemismo. Non capisci ancora come possa essere legale guidare un proiettile di lamiere da 750 kg circa anche solo oltre i 10 km orari. In poche parole sei terrorizzato dal momento stesso in cui ti metti al volante: ti tremano le mani e le gambe, sudi di più che se stessi partecipando a una maratona. Così sbagli anche le cose più elementari come cambiare le marce o tenere fermo il volante.

Stai ancora tremando, in piedi fuori dalla macchina, quando inizia a vibrarti il telefono. Rispondi al volo: è la tizia del colloquio. Ti hanno preso. Ringrazi, prometti di inviare loro dei documenti firmati necessari per l’inizio del tirocinio e metti giù. Non accenni nemmeno un sorriso. Comunichi la notizia a tuo padre che getta per terra il mozzicone. Non dice nulla. Si siede dal lato del guidatore. Rimane in silenzio fino a quando non vi ritrovate sull’ascensore. «Vali più di 500 euro al mese», ti dice fra secondo e terzo piano. Sono le sette di sera di una domenica di dicembre. I bar sono chiusi e tu avresti tanta voglia di una via di fuga. In compenso Dybala ha segnato contro il Genoa.

Ti ha tentato il suicidio questa notte. Stavi fumando sul balcone, al terzo piano di una palazzina color rosa “Lady Gaga”, come l’ha sempre descritta tua madre. Di fronte a te un paesaggio comune, da condominio di periferia: un parcheggio per residenti, la fermata dell’autobus deserta, villette mal schierate e, in lontananza, la cupola di un seminario semi-abbandonato. Poi la luce con filtro blu del telefono, fra una boccata di freddo e l’altra, e le notizie di vaccini con percentuali variabili di efficacia, di regole di ingaggio della socialità trascritte in post ora indignati, ora spaventati, ora fedeli alla versione ufficiale.

Ti ha tentato il suicidio, erano le due di notte, meno due gradi celsius, i piedi scalzi sulle mattonelle del balcone, l’unghia dell’alluce annerita a seguito di un contrasto estivo durante una partita di calcetto. Hai provato a distrarti, ti sei seduto. Dalla porta finestra hai spiato in salotto tuo padre addormentato in poltrona, e la tv sintonizzata su un documentario su Billy The Kid.  Stando a quanto ti hanno insegnato i film, Billy The Kid, negli ultimi istanti di vita, ha probabilmente sentito freddo. Nonostante fosse un pomeriggio di metà luglio in Fort Sumner, New Mexico, Billy avrà tremato mentre affogava nel suo stesso sangue. In apnea, come tuo padre che ogni tanto nel sonno perde un respiro, per poi recuperarlo ignaro di sé e dello scampato pericolo.

Domani inizierai a lavorare, alle 8, puntuale, in un’agenzia interinale sperduta nel bel mezzo dell’hinterland veronese. Ma stanotte ti ha tentato il suicidio. Doveva succedere prima o poi. È mancato solo un passo più deciso, il corpo che si piega e si slancia in uno scatto contro il cornicione di cemento. Oltre il cornicione di cemento. Ti sei sporto, quello sì. Hai guardato giù. E hai preferito proseguire con le tue piccole correzioni quotidiane. Correggere la postura, darti da fare, provare a produrre, sempre all’infinito, non conoscere sofferenza diversa dall’incompiuto. Aspettative alte almeno tre piani, eppure basilari, fondamentali per una vita che si dica decente. Ti ha tentato il suicidio questa notte. Hai guardato giù e hai visto solo piastrelle bianche.


Federico Peretti è nato a Verona il mercoledì delle ceneri del 1994. Insegnante precario, groupie numero uno di Matt Berninger e tifoso spudorato della Juventus, odia aprile e la cupola del seminario che si vede così bene dal balcone dei suoi genitori. Da grande sogna di farsi sponsorizzare dalla Camel, in modo da continuare a fumare venti sigarette al giorno senza provare alcun tipo di rimorso.


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La lista di ILDA – maggio 21

Lista di Beatrice Galluzzi

Zombie, di Joyce Carol Oates

(disponibile anche in audiolibro, letto da Riccardo Bocci). Tra i testi più controversi della prolifica Oates, Zombie ha come protagonista Quentin P_, uno psicopatico che scopre per caso la lobotomia e la attua sulle sue vittime con l’intento di trasformarli in zombie. Il libro è un monologo perturbante dalla forma diaristica, inclusi disegnini e punteggiatura informale (tutte le “e” diventano “&”) che da una parte rendono faticosa la lettura e dall’altra aggradano quel tipo di voyerismo perverso e universale.

Il valore affettivo, di Nicoletta Verna

un romanzo che si immerge amabilmente nel cuore cupo della protagonista. Bianca ha perso sua sorella Stella a sette anni e al suo posto sono rimasti rammarichi e un implacabile senso di mancanza. Pagina dopo pagina, le ossessioni di Bianca vengono a galla come rifiuti indissolubili, gli stessi che lei classifica, ordina, butta all’aria e smaltisce, ognuno con il proprio intrinseco e doloroso valore affettivo.

Mistero al castello Blackwood, di Stacie Passon

film basato sul romanzo di Shirley Jackson Abbiamo sempre vissuto nel castello, che ne conserva l’atmosfera gotica e la vena sottilmente umoristica. La protagonista è Mary Katherine, un’adolescente incattivita che fa incantesimi sotterrando amuleti in giardino e augura la morte ai passanti; vive con la sorella più grande, apparentemente stordita, che asseconda tutti i suoi capricci. Così come Shirley Jackson svela gradualmente le tante personalità dei suoi personaggi, la regista ha il merito di essere riuscita a ricreare quel non so che di deviante che li abita.

Creep, di Patrick Brice

che ne è anche interprete. Un mockumentary in cui un videografo viene ingaggiato per un giorno da un uomo in un’abitazione isolata, con l’intento di realizzare un filmato per il figlio che sta per nascere. L’ansia è insostenibile fin dalle prime inquadrature ma è assolutamente sotterranea, ed è il punto forte di questo film a basso budget ‒ oltre alla scelta vincente del cast, ovvero dell’unico inquietante attore: Mark Duplass.

Lady Killer, di autori vari

un podcast che racconta le storie di sedici donne colpevoli di omicidi seriali. La vita di ogni Lady Killer è contestualizzata nella sua epoca storica, a partire da Mary Ann Cotton, nata nel 1832, che uccise più di venti persone con l’arsenico, compresi mariti e figli. La voce narrante riporta la storia che fa da sfondo ‒ compresi rumori di vecchie ferraglie, e filastrocche recitate da bambini ‒ per poi passare la parola alla donna che interpreta l’assassina, e ne dispiega la vita fin dall’infanzia.


Lista di Chiara M. Coscia

Too close, di Clara Salaman

è una miniserie thriller inglese in cui diversi livelli di drama si intrecciano intorno a una vicenda legale. Una psichiatra forense analizza il caso di una donna accusata di un terribile crimine di cui non ricorda nulla, e non posso dire altro perché lo spoiler ucciderebbe parte della bellezza della storia. Tre ore ben spese, Emily Watson stratosferica. Si soffre molto.  

The Mosquito Coast, di Neil Cross

serie tv dall’omonimo romanzo di Paul Theroux, anche lui executive producer. Sto sperimentando la visione settimanale trattenendo il desiderio di aspettare di averla tutta per fare binge watching. È avvincente, la serie, vederla con la pausa in mezzo però la rende anche snervante. Mancano due episodi alla fine della stagione e sono molto curiosa, e preoccupata. 

Love, Death and Robots

seconda stagione uscita da poco su Netflix. La mia impressione è che raggiunga dei picchi più alti rispetto alla prima, in termini di complessità di narrazione. Tuttavia, nella prima stagione c’è una spinta sulla sperimentazione dell’animazione che qui passa invece in secondo piano. Ad ogni modo, Il gigante affogato è un episodio bellissimo (tratto da un racconto di Ballard). 

The Stand di Stephen King

finalmente ho terminato il mastodontico romanzo di King che avevo cominciato un anno fa. L’ho ricominciato tre volte, per poi riprenderlo là dove l’avevo lasciato l’ultima volta e aiutarmi nell’esperienza immersiva anche con la versione in audiolibro. King si presta moltissimo all’ascolto. La tensione che costruisce e i personaggi a cui ti affezioni moltissimo mi hanno tenuto compagnia al punto da rendere dolorosa la conclusione. Il finale, poi, è davvero superbo.

Leaving isn’t the hardest thing di Lauren Hough

una raccolta di saggi personali, una sorta di memoir in sezioni. L’autrice è cresciuta in una setta, da cui si è separata portandosi dietro questo senso di dis-connessione dal mondo. Racconti, bozzetti, istantanee di quelli che lei stessa definisce “memories of memories”: ricordi di ricordi. A tratti molto intenso, talvolta divertente, in certi punti straziante. 


Lista di Francesca de Lena

Quarter-life crisis di Taylor Tomlinson

metà delle risate scaturiscono non tanto dalle battute, ma dalla spettacolare presenza scenica della comedian, alla quale dovrebbero affidare un ruolo da protagonista in un lungometraggio domani mattina: per il tempo e il ritmo comico, per il controllo e la creatività del gesto e per la mimica. Tomlinson restituisce alla stand up comedy una dimensione tridimensionale, emancipandola dalla sola verbosità e dando finalmente spazio al corpo; un corpo, tra l’altro, molto sexy.

Lettura facile di Cristina Morales

facendo forse beffe del tentativo antifrastico del titolo, trovo davvero molto semplice leggere questo romanzo: ritmo, pulizia, brillantezza di lingua e costruzione formale, una struttura frammentata che fa staffetta dei punti di vista ma resta molto empatica, arrabbiata, coinvolgente. Àngels, Patricia, Marga e Nati sono donne “istituzionalizzate” a causa delle loro condizioni intellettive e psichiatriche e la loro versione dei fatti procede per prese di posizione estreme e manichee che riducono la complessità a un nemico da fumetto (il fascio-patriarcato) ma intanto gli tolgono i vestiti. 

The missing (metà prima stagione, sigh!)

serie indipendente antologica del 2014, ideata da Harry WilliamsJack Williams e prodotta per BBC One e Starz. Una bella famiglia inglese è diretta in vacanza nel nord della Francia, l’auto si rompe e li costringe in un paesino ridente; il bambino scompare tra la folla. Giallo classico, l’intreccio delle relazioni tra i personaggi sembra molto interessante, dosato bene il ritmo di puntata, bei colori noir. Più che un consiglio questo è un appello: Amazon ha eliminato il titolo dal catalogo e mi ha lasciata ferma alla quinta puntata. Se sapete come recuperarla vi offro una birra. 

A Calais di Emmanuel Carrère

non prendevo un Carrère in mano da tanto (Vite che non sono la mia tra i libri più importanti della mia vita) e ho voluto mettere un piede dentro la questione “i reportage di Carrère” in attesa dell’uscita di Yoga, che ha scatenato polemiche proprio per la manipolazione finzionale dell’autore rispetto alla sua reale esperienza con i migranti. 

Losing Alice di Sigal Avin

in fissa per le serie tv israeliane (dopo Fauda e Shtisel) ci provo con questo thriller psicologico, un genere che per me ha sempre avuto un grosso limite: cercare a tutti i costi il torbido, pur di infilare il termine nella promozione. Spesso a scapito di una scrittura credibile, nuova, nera sì, ma non per questo stantia. Quando di mezzo c’è poi l’attrazione erotica tra donne lo scivolone è dietro l’angolo. Eppure le prime puntate mi hanno agganciata, colori e estetica fascinosissimi, tensione giusta, che non corre né fa addormentare, una Ayelet Zurer da togliere il fiato. 


Lista di Primavera Contu

Insegnare a trasgredire di bell hooks

“La marginalità è un luogo radicale di possibilità, uno spazio di resistenza”. La marginalità di chi scrive questo libro non è la mia (bell hooks è una docente universitaria e attivista afroamericana), né mia è la condizione che descrive dalla quale inizia a immaginare possibilità alternative, ma ciò che in questo saggio ho trovato illuminante, tra le altre cose, è la chiarezza del posizionamento, l’idea dell’insegnamento come pratica di libertà, di creazione di nuovi mondi a partire da un luogo periferico. Ascoltato in audiobook su Storytel (disponibile in inglese): un saggio che si fa leggere come un lungo racconto.

Adorazione di Alice Urciuolo

fisico, sudaticcio e umido fin dalle prime pagine. Continua la mia passione per le storie di adolescenti, questa volta per mano di una delle sceneggiatrici di Skam Italia. L’ho appena iniziato e mi ha già trasportata dalla pagina alla corporeità e alla visione: decisamente un punto a favore.

Mozart in the Jungle di Roman Coppola, Jason Schwartzman, Alex Timbers, e Paul Weitz

ho finalmente finito questa serie uscita nel 2014. In principio l’ho divorata, poi sbocconcellata rallentando sul finale per paura di abbandonare i personaggi. Le perdono alcuni scivoloni, come lo stereotipo del genio latino eccentrico e inaffidabile (che per chi frequenta il mondo dei musicisti è fin troppo vicino alla realtà per risultare interessante in ambito fiction), o l’improbabile Monica Bellucci che fa dei paragoni fra la propria voce e la pasta scotta, perché mi ha fatto amare di nuovo la musica sinfonica: il cosa, qui, è sempre connesso al come. E perdono tutto, ma proprio tutto, in favore dell’arco di trasformazione del personaggio di Hailey.

Soulmates di William Bridges e Brett Goldstein

quando la fantascienza è ambientata in un tempo che slitta di poco in avanti rispetto al presente, ma con delle modifiche tecnologiche tali per cui la vita risulta radicalmente diversa dal reale, solitamente si occupa delle relazioni umane, le più colpite e trasformate da tali avanzamenti. Questo è il caso di Soulmates, una serie antologica che ruota tutta attorno alla domanda: cosa accadrebbe se un semplice test potesse rivelarci con certezza qual è la persona con la quale siamo destinati a passare la vita? Non tutti gli episodi sviluppano il tema con la stessa profondità (o attraverso la stessa buona scrittura) ma la premessa non ha smesso per un attimo di farmi interrogare rispetto alla natura dei rapporti sentimentali.

Why Are You Like This? di Jessie Oldfield e Adam Murfet

oltre i deliranti “non si può più fare ironia su niente”, oltre la retorica stantia sul proverbiale “politicamente corretto”, si trova questa commedia australiana che scivola via veloce come la parlantina dei suoi protagonisti. Si ride di gusto, ci si innervosisce per una protagonista che tenta in ogni modo di dire la cosa giusta, si fa il tifo per le imperfezioni di chi non si erge a paladin* dei diritti civili, impegnat* com’è a vivere una vita di contraddizioni e svantaggi.

Della stessa sostanza

A seguito della nostra call abbiamo ricevuto 106 racconti. Letti e selezionati dalla classe di Apnea ’20/’21, ne sono infine stati scelti 13 per la pubblicazione.


Questo è l’ottavo, lo ha scritto Luca Franzoni e ha richiesto un primo intervento di editing per emanciparlo da un eccesso di evocazione che conduceva verso troppe e sfocate direzioni. Bisognava lavorare anche al ritmo dei dialoghi e dello sviluppo della storia. Lo ha fatto la corsista di Apnea Monica Ludonia, con correzione a cura della redazione. Un secondo intervento di tensione e montaggio è stato fatto da Francesca de Lena soprattutto sull’incipit e sul finale.


Ogni mattina Luce e il signor Forco si incontrano sulla spiaggia e osservano ciò che viene dal mare: agli occhi bambini di Luce le meduse spiaggiate e morenti si trasformano nel simbolo delle debolezze adulte. Grazie a un sottile gioco di capovolgimenti e rimandi, realtà e apparenza, bene e male, vittime e carnefici si rivelano fatti della stessa sostanza, in un crescendo di tensione emotiva in cui il male striscia, pronto a scattare sulla preda.


di Luca Franzoni


Corre mantenendo un contegno, non come certi suoi coetanei che lasciano sballottare le braccia, spalancano la bocca e gli occhi, quasi che la corsa fosse un’esperienza talmente forte da far perdere la testa. Lei corre con i gomiti piegati e aderenti al corpo, molle sulle ginocchia e più rigida sui piedi. Tiene la bocca chiusa in una fessura, respira dalle narici dilatate, gli occhi ben aperti concentrati sulla linea blu lontana. Solleva sabbia dai talloni. La spiaggia a quell’ora è quasi deserta.

Luce inizia a contare: uno, due, tre. Il mare è calmo, ma non tranquillo. Sembra un po’ la mamma. Il mare non fuma cento sigarette al giorno, non strabuzza gli occhi e non si sloga la mascella dal nervoso, quando non ha niente da dire, non si mette a ridere con il suono di una vecchia porta e non le artiglia il braccio per stringerla a sé con la forza di un orso. Ma insomma, gliela ricorda. Quattro, cinque, sei. Eccole, arrivano. Ogni mattina dall’inizio dell’estate. Non ne hanno mancata una. E allora perché non riesce ad abituarsi? Perché continua ad averne paura? Sette, otto, nove. Dieci.

La faccia da mostro (faccia?), i piccoli tentacoli, il corpo trasparente striato di viola. È morta? Fino a poco fa era viva e nuotava, adesso è spiaggiata. Il sole si sta alzando, così il mostro si scioglierà, pensa Luce. Tra qualche ora si vedrà solo la calotta nella sabbia. Più passa il tempo più sembra gelatina. Fino ad assomigliare a quelle cose.

«Ti odio», dice alla medusa. A tutte le meduse. «Vi odio, schifose».

«Perché le odi?», chiede il signor Forco, seduto sulla battigia con i pantaloni arrotolati al polpaccio e il cappello in mano. Glielo chiede sempre. Questa volta Luce risponde.

«Sono cattive».

«E chi ti dice che sono cattive?», ribatte il signor Forco, lisciando la tesa del cappello.

Lei vorrebbe dirgli che le meduse sono piene di male, lo sente pulsare dentro. Arrivano con le onde e, quando si sciolgono, il male passa dentro alla sabbia. Nessuno può farci niente.

«Me l’hanno detto in sogno», dice, indicando il mare che sta trascinando altre calotte mollicce. Il signor Forco ride con la gola, battendosi il cappello sulla coscia.

«Sai, secondo me invece vogliono solo essere tue amiche…». Tocca la medusa, spingendo un dito nella gelatina grigiastra. Poi, con un sorriso allunga il dito verso Luce, ammiccando.

Lei fa un passo indietro. Quando sua madre le ha mostrato le cose sul computer, le sono sembrate della stessa sostanza delle meduse sciolte. Non vuole che gliele mettano dentro alle tette, sono piene di male. Non vuole odiare il suo corpo. Ma la mamma era così contenta, non lo è quasi mai. Voleva spiegarle, voleva che capisse come funziona. Educarla.

«Ti fanno un taglio piccolo e te le infilano dentro. Anche tu sei una donna, Luce. Sono cose normali. Una donna ha il diritto di sentirsi bella».

«Tu sei già bella, mamma».

La mamma l’ha baciata. «Manca ancora poco», ha detto. Che voleva dire: mancano ancora tanti soldi.

Luce si riavvicina e dà un calcio alla medusa. Forco scuote la testa, e rivolto al mare fa un bel sospiro. Si è trasferito ad Ariano da poco, ogni mattina viene a sedersi davanti al mare. «L’aria salata fa bene ai polmoni! Chi lo avrebbe detto?», dice ridacchiando.

La prima volta che si sono salutati, che lui l’ha salutata, Luce ha pensato che volesse diventare amico di sua madre. Gli amici di mamma sono quelli che le danno i soldi. Ma al signor Forco piaceva solo stare seduto lì, a guardare le meduse con lei. Il vento le scompiglia i ricci rossi. Si volta per controllare che Sonia non la cerchi già. È ancora seduta con Nyra a bere il caffè e a fumare e a parlare, su al Jest. Infastidita, con la mano si toglie i capelli dagli occhi.

Il signor Forco pulisce sulla sabbia il dito sporco di gelatina trasparente. Ora ha un dito impanato come un bastoncino di pesce. Luce scoppia a ridere, è buffo il signor Forco. Forse è un amico. A un amico si può chiedere aiuto.


Sonia accende un’altra sigaretta, sbuffa e si tocca la mascella, che le pulsa di un dolore acuto e lungo fino all’orecchio. Dopo aver perso la voce a chiamare Luce contro il mare, avanti e indietro sfondandosi i polpacci con Nyra e Irina, si è piazzata su una sedia di plastica al Just Est e non si è più mossa. Irina è andata a prenderle le sigarette che erano già finite.

I carabinieri le chiedono tutta la storia e lei tutta la storia gliel’ha detta.

Com’è possibile che nessuno abbia visto niente? I ritardati che si svegliano alle sei per raccogliere conchiglie, quelli che corrono a petto nudo, nessuno?

È sparita nel nulla la sua Luce? Se l’è mangiata il mare?

Sì, sono scesa qui al Jest (così lo chiamano quelle che ci lavorano) come al solito, alle sei. Sei, sei e dieci. La bambina fa un po’ fatica a svegliarsi, poverina. Sì, vivo sola.

Il papà di Luce è andato. Puff. No, non scappato, non sparito, se n’è andato e basta, come succede, diosanto. Scendo qui al Jest e mi porto Luce, che poi passa Irina a prenderla. No che non è la domestica, le pare che ho la domestica? È un’amica, Irina, mi fa da babysitter, la tiene fino alle due. Potrei anche lasciarla a casa, ma non mi fido e poi Irina lo fa volentieri e a Luce piace andare al mare presto, si ferma lì a guardare chissà cosa, venti minuti e poi torna su, sempre. Sì, ha preso a far così e io la lascio fare. Ma stamattina non è tornata. Stamattina sono corsa da lei e c’erano solo le meduse.

La bambina ha otto, quasi nove anni. I due carabinieri iniziano a battere la spiaggia, chiamano per una motovedetta. Intanto i bagnini si staccano dalla battigia con le barche rosse, in piedi guardano giù, nell’acqua limpida del mattino. Sonia è sempre attaccata alla sedia, ma le scappa un grido: magari è tornata a casa! L’appuntato più giovane si fa dare l’indirizzo e va, a piedi, di corsa. La casa è vicina, trecento metri. Il carabiniere, sarà sui ventitré, torna affannato al Jest, si asciuga il sudore con un foulard colorato che deve avergli dato la ragazza o la moglie, tossisce e fa no con la testa. Sonia accende una nuova sigaretta con il mozzicone dell’ultima. Arrivano altri carabinieri, chiudono la spiaggia e si mettono a batterla di nuovo, stavolta in sei. Arriva anche la motovedetta, la vedono venire da Rimini. Sonia pensa al corpo di Luce che galleggia a faccia in giù. Si dà un colpo all’orecchio per calmare il dolore.

Le ricerche si concentrano sul mare. Al largo non ha molto senso, ma la motovedetta là può stare, più che altro a guardare verso terra, sai mai che spuntino dei ricci rossi. I bagnini, in tre, vanno in circolo, anzi a spirale, meticolosi, senza staccare gli occhi dal fondo, con le loro viste dieci decimi, i corpi abbronzati tesi e concentrati, come una danza. Sanno che non serve a molto, perché se una bambina annega il mare la ridà subito, non la nasconde là sotto. Per tutto il mattino loro cercano. Intanto i carabinieri iniziano a interrogare chi stava in spiaggia, almeno quelli che sono rimasti. Nessuno ha visto niente. Nessuno ha visto una bambina dai capelli rossi e gli occhi verdi, con un vestito azzurro e le ciabattine.


«Quanto manca?», chiede di nuovo Luce, eccitata. Cammina davanti al signor Forco e si volta di continuo per spronarlo.

«Poco, poco…», ansima lui, con il sorriso acquoso.

«Là è Cattolica», dichiara la bambina, indicando il porto oltre il canale a nord. Si ferma, pensierosa, chinandosi a raccogliere una conchiglia che si affretta a ripulire per poi soffiarci sopra e buttarla in acqua. «Ci siamo allontanati molto. Mamma mi starà cercando…».

«Ci siamo quasi, tesoro», risponde il signor Forco, «pensa come sarà felice quando tornerai con la tua sorpresa…».

La bambina si rialza e saltella. Quella parola, tesoro, a volte la usano gli amici di mamma. Ora che il signor Forco è suo amico, vuole sapere una cosa.

«Come fanno a piacerti…» e indica genericamente il mare a destra, con una smorfia esagerata «le meduse?».

«Piacermi? Io le amo profondamente», dice con un tono svenevole, strappandole una risatina. «Sono le creature più vecchie del mondo, lo sai? Hanno milioni di anni, non sono mai cambiate. Quando i dinosauri non erano ancora nati, loro erano così come le vedi oggi. Sono la memoria del mondo, non credi?».

Luce ci pensa su. «È una memoria buona o cattiva?».

«Be’», sorride il signor Forco, «la memoria del mondo non ha le nostre regole, non possiamo giudicarla».

«Anche se ha i tentacoli, è viscida e schifosa?».

«Mm…». Forco si toglie la giacca e se la ripiega con cura sul braccio. A lei piace come porta il cappello, appoggiato quasi per caso. «Allora anche le sorprese per tua madre sono schifose?».

«Oh sì!». Luce rabbrividisce. «E lei vuole mettersele nelle tette… Io non lo farò mai».

«Tu non ne hai bisogno».

Forco si toglie il cappello per farsi aria. Il sudore gli scende dalle orecchie sul collo, la camicia è chiazzata sotto le ascelle, sul petto, sulla schiena. A Luce non sembra che faccia così caldo. Non vede l’ora di portare una scatola piena di quelle cose schifose alla mamma. Il signor Forco giura di averne il frigorifero pieno. Le immagina come scatole di bomboloni alla crema, ma freddi gelati.


L’ispettore Quartiere arriva poco dopo le quattordici, con le mani in tasca.

Sonia Mari è ancora lì, sulla sedia di plastica. Quartiere fa un cenno alle donne e tira dritto, verso il mare. Cammina fino alla battigia, deserta in modo irreale. Il set di un film. Si avvicinano due carabinieri. L’ispettore guarda la linea dell’orizzonte.

«Che cazzo fanno?», dice, indicando i bagnini sulle barche rosse, che dragano il mare con i lunghi remi. «Fateli rientrare, dai», ordina Quartiere.

Alla madre fa poche domande.

«Signora, lei ha dei nemici?».

 «No… che nemici…».

«Luce è una bambina sveglia?».

 «Sì… perché?».

«Meglio svegli che lenti. Ha debiti, signora Mari?».

 «Io? Poca roba…».

«Bene. E il padre di Luce? Dov’è?».

 «Non lo so. Non è più…».

«Non fa più parte del quadro, eh? Non se lo vede a tornare a prendersela?».

Sonia scoppia a ridere, sembra una porta che cigola. Si copre subito la bocca.

«Allora… la bambina è scesa al mare da sola…».

«Come ogni mattina!», si difende Sonia.

«Certo», mormora l’ispettore, consultando il taccuino che gli ha passato il giovane appuntato, «verso le sei e un quarto». Solleva gli occhi sulla donna, fissandola. «Ogni mattina, alla stessa ora… Sembra un appuntamento, no?».

Sonia accende un’altra sigaretta. «Andava a guardare le meduse».

Comincia a singhiozzare.

«Basta così, signora. La lascio stare».

Quartiere sospira, si volta a guardare verso nord. Il giorno è così limpido che si vede la ruota di Rimini. Lì ha quasi finito. Si avvicina a Irina e Nyra. Su Sonia Mari circolano delle voci, ad Ariano. Dà un’ultima occhiata al taccuino. L’appuntato ha sottolineato poche parole: visite serali, amici. Clienti?

«Gli amici di Sonia…», chiede alle ragazze, «ne conoscete qualcuno?».

Loro scuotono la testa, Irina non lo guarda in faccia.

«Di dove sono?», insiste lui, «Di Ariano? O vengono da Riccione, Rimini, Cattolica?».

«Non sappiamo di cosa sta parlando», dice Nyra, gli occhi scuri su di lui. Poi si alza e va da Sonia. Irina resta seduta a scuotere la testa. Si schiarisce la voce e, senza alzare lo sguardo, chiede: «È morta, vero?».

L’ispettore torna sulla battigia, le mani in tasca. Ora il mare è vuoto, tranquillo. Se uno dei clienti, magari, avesse trovato la bambina particolarmente graziosa, pensa. Più graziosa della madre, sfatta dalla vita poco generosa. Se si fosse invaghito di quei ricci rossi, degli occhi verdi e della pelle chiara. Se avesse scoperto, o avesse sempre avuto, una certa inclinazione. La routine, come quella di Luce sulla spiaggia, aiuta il predatore. Ci vuole poco a farla allontanare con un pretesto. Un regalo, una promessa. Una storia.


Il frigorifero è davvero pieno di scatole. Ma dentro non ci sono le cose. La casa del signor Forco sembra una grotta, vicino al canale. È fredda e umida, sotto la finestra c’è un acquario grande come una vasca da bagno. La luce del frigorifero è azzurrina e il suo ronzio mette sonno. La tavola è apparecchiata per due. Piatti, forchette, coltelli.

Si mettono a guardare le calotte di meduse che non si sono sciolte. Zeppe del loro male antico che viene dal mare. Il signor Forco sorride soddisfatto. Luce non sa cosa dire. Dovrebbe correre fuori e continuare a correre fino a casa. Ma non riesce a pensare ad altro che a quei mostri dentro al corpo di sua madre.

Il signor Forco ha la faccia lucida. Prende una scatola e la posa sul tavolo. Luce si aggrappa alla tovaglia. Ti fanno un taglio piccolo e te le infilano dentro, aveva detto mamma. Una donna ha il diritto di sentirsi bella. Il signor Forco prende tra le mani una calotta di medusa e fa per porgergliela. Lei si scosta, camminando all’indietro. Lui è ingobbito, con le mani a coppa davanti a sé, gli occhi bianchi, con i pantaloni ancora arrotolati in cui le gambe ondeggiano molli. Più che sudare sembra che si stia sciogliendo, l’acqua gli scivola giù dappertutto. La testa spelacchiata è quasi pelata, con pochi ciuffi rossastri schiacciati sulle tempie. Come vorrebbe che avesse tenuto il cappello.

«Su, prendila, guarda che non morde», dice, avvicinandosi sempre di più.

Luce strilla: «No!».

Il signor Forco oscilla, ma non si ferma. Lei china la testa e comincia a piangere piano. È uno squittio all’inizio, poi cresce. Vengono i singhiozzi, che scuotono le spalle strette, e le lacrime corrono sulle guance accaldate. Forco si blocca e posa il cadavere della medusa sul tavolo, al centro di un piatto.

«No, no… era solo un gioco…», dice, la voce sciaguattante di un annegato.

Mentre si volta a consolare la bambina, la lama lo colpisce alla coscia. Si ritrova in ginocchio, e l’occhio sembra uscirgli dall’orbita per il dolore. Poi vede il riverbero di una luce fredda, e la piccola mano che scatta ancora verso l’alto.


Ad Ariano a Mare (sul confine con Cattolica), quel giorno d’agosto furono in molti a vedere una bambina con i capelli rossi, il vestito azzurro e le ciabattine, che camminava con la lingua tra i denti stringendo due buste, una per mano. Aveva il mento impiastricciato di sangue, negli occhi fissi in avanti c’era qualcosa di inquietante, e nessuno si diede la pena di fermarla. Le buste di plastica che trascinava sembravano pesanti. Fece diversi viaggi verso la pineta che costeggia il canale. A metà pomeriggio, quando la videro tirarsi appresso una vanga, qualcuno si decise a chiamare i carabinieri.

Fu l’ispettore Quartiere il primo ad arrivare. Sotto i pini marittimi, la bambina, sporca di terra e di sangue, stava scavando una fossa nella quale aveva già svuotato parte delle buste. C’era una gran puzza di cose marce abbandonate dal mare.


Luca Franzoni è nato nel 1979. Ha pubblicato due romanzi. Un terzo l’ha autopubblicato online. Ha da poco finito il quarto. Suoi racconti sono stati pubblicati da Gialli Mondadori, Effe, Readerforblind, Carie, Polidoro Editore. Lavora in un cinema di Milano. È correttore, editor e traduttore freelance.


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Difendere la letteratura. Critica a “Contro l’impegno” di Walter Siti

di Luigi Loi

Se Contro l’impegno, riflessioni sul bene in letteratura ha un pregio, tra i tanti che mi sento di attribuirgli, è quello di circoscrivere un discorso che impegna Walter Siti da quasi un decennio. Era il 2014 quando nell’editoriale del numero 5 di Granta Italia – significativamente intitolato Il male – scriveva «dall’ansia ossessiva con cui la società sta chiedendo alla letteratura “un messaggio di speranza”. Come se la famosa bellezza “che salverà il mondo” funzionasse da filtro, o da spurgo, capace di espellere il male e trattenere il bene – come se il male dovesse essere brutto per forza». Come se la letteratura avesse l’obbligo civile di un impegno etico, dice oggi Siti. Perché il nucleo fondante di questa raccolta di interventi, già apparsi su L’età del ferro tra il ‘18 e il ‘21, parla del peso specifico che la letteratura ha all’interno della nostra collettività. La risposta è implicita e sconfortante (per gli addetti ai lavori, sia chiaro): tanto più le discipline e i saperi letterari perdono il proprio peso, tanto più capita che vengano usati come decorazioni di altri apparati, magari audio-visivi (caso Roberto Saviano); come grimaldello polemico per tesi politiche (caso Michela Murgia); come riflessione impegnata che esclude quasi sempre a priori la tragicità (caso Gianrico Carofiglio, Alessandro D’Avenia, Roberto Vecchioni). Quello che Siti in fondo trova inaccettabile è il ruolo subalterno in cui gli stessi letterati relegano la letteratura. Un discorso che gira a vuoto da decenni, se non fosse che Siti vi aggiunge la problematica della forma. Il contatto con questo problema avviene per Siti con lo scrittore che più di tutti ha mostrato quanto sia problematico il discorso pubblico quando è mediato dall’arte letteraria:

Difendere la letteratura non è meno importante che difendere i migranti. Mi sono domandato più volte se fosse il caso, oggi come oggi, di discutere pubblicamente il lavoro letterario di Roberto Saviano, ho anche interpellato amici comuni; il timore era che, criticandone alcuni aspetti, potessi oggettivamente dare una mano a chi lo odia e non perde occasione per screditarlo politicamente

Su questa premura di fondo lo smaliziato pamphlet di Siti cerca di scardinare, attraverso l’analisi stilistica e sociologica delle pagine dello scrittore casertano, quanto lo stesso Saviano abbia «preso le distanze da quella che lui considera la “pura letteratura” e dai letterati che si accontentano di “fare un buon libro, costruire una storia, limare le parole sino a ottenere uno stile bello e riconoscibile». L’esempio che sembra maggiormente avvalorare la tesi di Siti è In mare non esistono taxi, un testo di Saviano del 2019.

Pubblicato da Contrasto, un editore specializzato in libri fotografici – il contributo di Saviano consiste di una introduzione, una serie di sue interviste a fotografi che sono stati nel deserto o sulle barche, un suo intermezzo lirico-oratorio ritmicamente fondato sulle anafore, alcune altre interviste a fotografi o operatori delle ONG, infine di un suo epilogo parenetico.

Difficilmente si può aggiungere chiarezza all’analisi già limpida che Siti dedica agli aspetti dell’opera di Saviano. Rimane il punto di vista e la domanda a cui risponde Siti: la letteratura può assumere qualunque forma scritta quando il messaggio è così importante? Evidentemente no. Diverso è il caso Michela Murgia, che negli anni non è mai arrivata a utilizzare la pagina scritta soltanto come uno strumento della propria militanza politica. Credo che Siti abbia indovinato: è vero il contrario. Il clamore e l’agonismo politico di molte dichiarazioni pubbliche – tranchant, semplicistiche, ma sempre così opportunamente clamorose – mostrano tutta la maliziosa sapienza di Murgia nell’utilizzare gli apparati mediatici (qui è davvero il caso di dirlo) come dei taxi. Questo clamore porta in dote alle sue opere una risonanza di pubblico che difficilmente la sola fama letteraria comporterebbe. Michela Murgia si considera una scrittrice militante, non una militante che scrive. Ma gli esiti più riusciti nell’opera della scrittrice, sempre secondo Siti, sono da rilevarsi quando in «Accabadora, per esempio, ha corso tutti i rischi del romanzo con le sue condensazioni, le sue ambiguità, le sue contraddizioni» con le pagine che meglio tratteggiano il romanzo dell’autrice e le sue luci:


Sembrerebbe uno scontro (anch’esso illuministico) tra tradizione e modernità; ma la giovane va a lavorare come governante a Torino, si confronta con la freddezza razionale della borghesia del Nord e non può che tornare in Sardegna, al suo paese, dove i casi della vita la porteranno a praticare lei stessa un’eutanasia. Il cerchio si chiude, la madre riconosciuta non è quella che dà la vita ma quella che la toglie. Qui Murgia tocca una ferita profonda e non la risolve con l’ironia, anzi si inoltra in un terreno in cui lei stessa non ha risposte; e proprio per questo, forse, scrive il suo libro migliore. Quando invece si dedica all’altro versante del suo mestiere, quello delle esortazioni engagées, allo spessore del testo si sostituisce, purtroppo, un entusiasmo che travolge la logica e convince assai poco.


Infine che forma ha la letteratura carnale, sporca e faticosa, per usare un trittico di Alessandro D’Avenia? Secondo Siti è incoraggiante e confortevole, come lo sono spesso molti degli esiti narrativi di Vecchioni e Carofiglio. Nulla di male in astratto, se non fossero opere riassumibili in delle idee o in «alternativa addirittura preferibile, in una serie di input» e, fuor di metafora, narrazioni dimenticabili, quando passa il fatto o l’esigenza storica che le ha prodotte. La bordata polemica di Siti arriva proprio dal versante politico, quello più vincolato all’esigenza storica, quello che con la letteratura (ricordiamolo, un sapere a-temporale e problematico) ha meno a che fare. Infatti è proprio partendo da alcune pagine di Vecchioni– definito elitario, idealista – che Siti rimprovera tutta la manovra tesa a semplificare il reale e i suoi protagonisti: «per cogliere tutte le sue allusioni bisogna appartenere a un’élite – un’élite di sinistra anarchica, idealista, fiduciosa nell’amor-di-sapere del popolo: il protagonista arriva a parlare di etimologia sanscrita e di metrica a due proprietari di un “trani” milanese, con discreto successo».
Potrei chiosare: l’idealismo non pecca di malizia, al massimo di ingenuità, ma chi si sentirebbe oggi in cuore di ironizzare su Candido se non lo stesso Voltaire? Tuttavia è sempre Siti a trovare una risposta insieme accomodante e preoccupante: «riconoscere le ingiustizie della Storia non può voler dire perdere la capacità di distinguere il bello dal brutto, né rovesciare sul testo i peccati dell’autore».

L’impressione finale che si ricava da Contro l’impegno è di una cristallina capacità dell’autore di sbrogliare la retorica che in questi anni si è ingarbugliata attorno al concetto di impegno artistico e sociale, tanto che in certi frangenti i ferri del mestiere del saggista trovano il modo di illustrare soluzioni (non solo teoriche ma di buon senso) su cosa debba e su cosa vuole apparire il sapere letterario, sempre che abbia intenzione di competere ad armi pari con gli altri saperi.

Mare nero

A seguito della nostra call abbiamo ricevuto 106 racconti. Letti e selezionati dalla classe di Apnea ’20/’21, ne sono infine stati scelti 13 per la pubblicazione.


Questo è il settimo, lo ha scritto Francesca Zoppei e ha richiesto un primo intervento di editing che lo aiutasse a chiarire il nodo della questione senza edulcorarsi e senza censure, e a mantenere ritmica e fresca la scrittura senza perdere di credibilità. Ci hanno lavorato la corsista di Apnea Paola Laudadio e le nostre caporedattrici. Un secondo intervento è stato fatto da Francesca de Lena sul montaggio e la tensione della seconda parte. Correzioni a cura della redazione.


Salvare gli oceani dall’inquinamento o comprare i pannolini super-inquinanti per la bambina? L’Autrice racconta senza carezze la giornata di una neomamma frustrata dalla sua nuova condizione, e il sogno a occhi aperti di tornare per un istante a com’era la vita incontaminata dalla maternità. Il problema dei sogni è che a volte possono mettere in pericolo la vita.


di Francesca Zoppei


«Il mare è in pericolo», mi dice la ragazza di Greenpeace al telefono, «una marea nera sta sporcando e danneggiando le acque al largo delle Isole Mauritius». «Oh mi spiace!» rispondo, e aggiungo al carrello una latta di fagioli bianchi Regina, i preferiti di Damiano. Mia figlia rosicchia il suo coccodrillo massaggiagengive, lasciando penzolare i piedi, lo sguardo rapito dai colori degli scaffali. «È necessario intervenire al più presto per salvare gli animali che stanno soffocando in quelle acque», continua la ragazza. Annuisco con la testa e, anche se lo abbiamo finito ed è in offerta, ripongo il tonno sullo scaffale. Lei pare vedermi: «Apprezziamo la sua sensibilità e ci serve il suo aiuto».

Ha una voce cordiale, ma priva di passione. Immagino l’ufficio da dove chiama, un ufficio come il mio, con un tavolo lungo e stretto, le finestre ampie e lei, con le gambe incrociate sotto la sedia, a ripetermi quello che ha già raccontato al nome precedente della lista e che ripeterà a quello successivo. La bambina batte un piede sulla grata del carrello, ne esce un suono, ride. Batte l’altro, i due piedi insieme, ne è estasiata. Si sporge, pericolosamente direbbe mio marito, a controllare di sotto. «No», ammonisco «cadi» e la rialzo. Lei si ributta per verificare suono e piede, piede e suono: «Ma-ma-ma», esulta a testa in giù.

La ragazza descrive immagini apocalittiche che i loro volontari hanno girato per denunciare l’emergenza in atto con le oltre quattromila tonnellate di carburante che stanno fuoriuscendo dalla petroliera. Io, con il telefono tra la guancia e la spalla, carico la pasta, il pomodoro, una bottiglia di olio ma piccola. Calcolo il contenuto di una sola borsa, perché so che dovrò uscire da qui con la bambina in un braccio e la spesa nell’altro, salire in macchina, trovare un parcheggio comodo e poi scaricare e ricaricare il tutto sul passeggino, per salire finalmente a casa. «Ma-ma-ma! Ma-ma-ma!», continua a chiamarmi la bambina sferragliando sul carrello.

«Oh ma c’è una bambina lì. È sua figlia? E come si chiama?», esclama la ragazza del call center. «Come?», chiedo. Ho sentito la domanda, ma non così bene, insomma non come se fossi da sola nel silenzio del mio ufficio davanti al pc a trattare con un fornitore. È una domanda facile, me ne rendo conto, ma gliela lascio ripetere e intanto valuto se acquistare un pacchetto di Digestive o i Canestrelli. «Mi pare di aver sentito la voce di una bambina, sua figlia suppongo, come si chiama?». «Anna». «Ma-ma!», ripete mia figlia che sa dire solo questa parola e la usa per tutto.

La ragazza si fa seria: «Mamma di Anna, lei sa quanto sia importante agire per il futuro del pianeta che lasceremo ai nostri figli, e dunque sono certa che vorrà sostenerci». Opto per i Canestrelli, ho bisogno di zuccheri e grassi saturi. «Ora partirà una breve registrazione», continua recuperando il suo ottimismo di routine «dovrà rispondere sì a tutte le domande, in seguito registrerà la sua mail e il numero di telefono, acconsentendo affinché le possiamo mandare l’IBAN per eseguire il versamento. La somma sarà lei a deciderla. Mi raccomando mamma di Anna, contiamo su di lei.»

«Ha figli?», chiedo, ma quella ha già fatto partire la registrazione.

Non avevo sentito nulla di questa nave incagliata nella barriera corallina al largo delle coste africane orientali. Possibile: non leggo i giornali da mesi. E non perché d’estate si presti meno attenzione alle notizie; da quando la bambina non è più parte del mio corpo, ma padrona indiscussa del mio tempo, esco col passeggino e solo nelle ore più tiepide, non mi trucco e fatico perfino a lasciare il balsamo in posa tre minuti sotto la doccia.

«I figli si fanno da giovani», aveva detto mia madre quando avevo compiuto venticinque anni e lo aveva ripetuto a ogni compleanno, con gioia all’inizio, poi con un crescendo di aspettativa, ammonimento e infine esasperazione. Finché ai trentotto aveva smesso e si era arresa all’impossibilità di diventare nonna. Avevo compiuto da poco quarantadue anni quando le avevo comunicato la notizia. «Ne sei sicura?», aveva chiesto. C’era angoscia nel suo sguardo. La stessa che ora nascondo nel mio.

La voce registrata ripassa le leggi a cui fa riferimento, chiedendomi se sono nel pieno delle facoltà mentali e libera da costrizioni di sorta. Nello specchio del reparto omogeneizzati mi vedo riflessa insieme a mia figlia. All’inizio lasciare l’ufficio e l’abitudine di apparire sempre a posto era stata una liberazione, ora ritrovo una donna sciatta, con i capelli sfibrati e le scarpe sbagliate.

Le domande registrate si susseguono: la bambina si riconosce nello specchio ed esulta, poi torna alla masticazione del suo coccodrillo di gomma. Io soppeso le caratteristiche di due tipi di pannolini. Dovrei passare ai lavabili, l’estate scorsa a Jesolo, con la pancia che cominciava a esplodere, avevo visto un pannolino gonfio d’acqua salata galleggiare come una medusa deforme stordita dalle onde. Mi ero ripromessa di essere una brava madre, migliore delle altre, di sicuro migliore della mia. Lascio i miei recapiti alla voce registrata, poi espiro e appoggio entrambi i pacchi nel carrello.

E mentre, nell’ufficio di Greenpeace, una matita sta tirando una riga sul mio nome, valutando se sia l’ora di una pausa caffè, a mia figlia cade di mano il coccodrillo massaggiagengive. L’animale rimbalza sul pavimento seguito da un lungo filo di bava ed entrambi si posano sulle piastrelle luride.

«Ma-ma ma!», grida lei spaventata.

Raccolgo il giochino sbavato e tento di spiegare alla bambina, con ampi gesti e parole ragionevoli, che ora non può più riavere il suo coccodrillo: «È pieno di germi. Bleah i germi, bleah! Devo lavarlo prima, con l’acqua, sotto il rubinetto, disinfettarlo con l’Amuchina. A-mu-chi-na», ripeto e ne metto un flacone, grande, nel carrello. Lei butta la testa all’indietro e inizia a urlare, dimenarsi e sferragliare con una rabbia assordante che quasi copre gli annunci degli altoparlanti. Spingo il carrello alla cassa, tutti ci guardano, perché è ovvio che quando un bambino piange è colpa della madre.

«Col cazzo che lo rivedi ancora il tuo coccodrillo di merda», le sussurro, e butto quella schifezza bagnata nel carrello.

La mail di Greenpeace trilla nella borsa, mentre, fradicia di sudore, valico la porta di casa, col passeggino e le borse della spesa che, nonostante i miei buoni propositi, anche stavolta sono raddoppiate. La bambina ha finalmente chiuso occhi e bocca. Non la tocco, la lascio in ingresso, i colori del supermercato e il caldo dovrebbero averla stancata abbastanza, potrebbe dormire anche un’ora, se sono fortunata.

Sistemo la spesa senza sbattere né ante né barattoli, lavo il coccodrillo, lo disinfetto, poi zampetto fino al bagno e, mentre l’acqua si scalda, sbircio il video in allegato, senza volume, tanto è in inglese. Il greggio è leggero e appiccicoso, la scia nera tracciata nell’acqua si espande, sembra volersi appropriare di tutto. Entro in doccia e lascio che l’acqua tiepida mi scivoli addosso, e il bagnoschiuma, e il suo profumo. Non ho nemmeno risciacquato lo shampoo quando il suo pianto mi interrompe.

«Ecco il tuo coccodrillo di merda» le dico «ora la mamma deve mettersi le sue cazzo di mutande». Mia figlia prende il coccodrillo senza convinzione e lo lancia in salotto, spalanca le braccia verso di me: «Ma-ma-ma». La libero dalle cinghie e la cullo al petto, svuotando l’omogeneizzato nel pentolino. Quando si è calmata, la lascio a gattonare e, finalmente, infilo le mie cazzo di mutande. Il pomeriggio passa caldo e lento, come tutti i pomeriggi. Stendo una coperta sul poggiolo; i ferri della ringhiera sono abbastanza fitti da non far cadere niente di sotto, ma noi ci abbiamo aggiunto anche una rete a trame strette. Costruisco torri che lei fa crollare un centinaio di volte, mi annoio.

All’ora in cui uscivo dall’ufficio, guardo l’orologio appeso in cucina. Mio marito non è solito ritardare e ha avvisato. Mi decido a chiamare una mia ex collega: «Perché non ci raggiungi? Dai, siamo tutti al Fuori Porta», mi invita. Valuto quanto ci metterei a organizzare quello che serve per uscire: pannolino, salviette, biberon, biscotti, anti-zanzare, dopo-puntura, e infine considero la stoppa dei miei capelli e le mise da ufficio delle mie colleghe. «Guarda, oggi proprio non riesco», concludo con voce gioviale «ma raccontami: ci sono novità?» «Nessuna novità, sai, è estate», mente, ma sa adulare. «Quanto ci manchi! E la piccola? Cresce?»

Racconto con entusiasmo i progressi della bambina: un dentino che siamo certi stia per spuntare, camminare ancora no ma gattona, il pediatra dice che è nei percentili. Poi mi interrompo perché si sa che dei figli degli altri non interessa un cazzo a nessuno e lascio che lei mi confidi di uno dell’ufficio: «Sai quello carino del terzo piano», sussurra «proprio ora mi sta guardando». «Ma non è sposato?». «Sì infatti, sono così stanca di queste relazioni, voi neo-madri invece, siete così fortunate a esservi lasciate alle spalle tutto questo tira e molla». La ascolto lamentarsi della sua vita da single.

Le conoscevo anch’io le madri dell’ufficio: diventavano inaffidabili sul lavoro e non partecipavano mai alle uscite aziendali, come se avessero una vita più importante di quello stare lì a raccontarsi di viaggi e pettegolezzi sorseggiando un prosecco al bar. O un Negroni. O un Mojito. O vari, quando si andava per le lunghe. L’avevo invidiata quella vita segreta che non conoscevo, come ora invidio il vuoto nel letto della mia collega.

Mio marito torna e dice: «Dov’è Anna? Dov’è la mia bambina? E dov’è la sua bellissima madre?». Mi bacia su una guancia. Gli metto la bambina in braccio che non si è ancora tolto le scarpe: «Gliela dai tu la mela?», non è una domanda. Riempio un bicchiere col vino, poi aggiungo ghiaccio, acqua gassata e abbastanza Campari da farlo diventare rosso. Esco sul balcone. La ringhiera è fresca sotto la mia mano. Mi siedo sulla sdraio, allungo la schiena e stendo le gambe. Appoggio il bicchiere su una guancia e poi sull’altra, come fossi in spiaggia: l’ombra lunga dell’ombrellone, il mare liscio e io in costume, un telo leggero sulle spalle. L’ora più bella.

Là c’è il mare e… ci sono dei ragazzi… avranno vent’anni. Immagino di alzarmi, lentamente, il telo ha i colori dell’anguria. Li raggiungo dondolando un poco il bacino e la testa, la schiena invece è dritta. È il passo con cui ho sedotto il mio primo fidanzato e il secondo e il terzo, fino ad arrivare a mio marito, lo stesso passo che usavo in ufficio, con la gonna fasciata e la camicia pulita, ampia, sbottonata fino al pizzo del reggiseno. Arrivo alle dune, selvatiche come le ho viste quell’inverno che sono andata col treno a trovare Yuri. Ero all’università. Cercavamo un posto per fare l’amore tra le eriche e i giunchi che precedono la pineta. Siamo scappati ridendo, con le gambe e le braccia graffiate, i vestiti uncinati dagli aghi dei pini marittimi.

Damiano mi interrompe: «Vieni, Anna soffoca!» ed è vero, per un attimo non sento più la bambina. C’è un grandissimo silenzio. Posso perfino concentrarmi sul ghiaccio che tintinna nel mio bicchiere.

Provo a tornare ai ragazzi delle dune, che mi indicano il mare: è azzurro, da copertina, ma nel mezzo si è formata una scia nera. Corrono lì, in stivali e guanti gialli, sollevano bestie morte dall’acqua putrida e mi chiamano perché vada ad aiutarli: «Mamma di Anna! Abbiamo bisogno di te! Mamma di Anna!».

«Vieni!!!», grida Damiano. «È rossa!!!»

Rientro. Lui ha già le chiavi della macchina in mano. Tolgo la bambina dal seggiolone, le assesto tre colpi interscapolari, si mette a piangere. La consegno a suo padre e torno al mio calice. Fuori non è ancora buio. Sento la brezza leggera che viene dai giardini intorno e profuma di rosmarino. Una vampata di aria calda mi si scaraventa contro, e odore di plastica bruciata, come di manici di pentole che colano. Mio marito si affaccia:

«Valeria?».

«Sì?».

«Ho spento il fornello».

«Sì».

«La cena è bruciata».

Annuisco.

«Hai finito?», mi chiede.

Guardo il mio bicchiere: è vuoto. In casa, nostra figlia sta sbattendo un cucchiaio di legno sul vassoio del seggiolone. «Arrivo», rispondo. Invece mi giro, affondo i piedi nella sabbia, che è calda ma non scotta, non entro in casa, non raggiungo neanche i ragazzi: cammino oltre le dune.


Francesca Zoppei vive a Verona dove lavora nel teatro ragazzi come attrice e narratrice. Organizza eventi culturali e corsi con diverse associazioni, è lettrice per bambini e adulti. Le piace leggere, ascoltare e raccontare storie. Ha pubblicato Aurelio mio nonno, albo illustrato per Jaca Book/Grandir 2009. Suoi racconti sono apparsi su Letterate Magazine/Luglio 2020 e l’antologia Una storia al giorno, Erudita/Perrone 2020


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