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COSTRUTTORI – scrivere un romanzo

COSA

Costruttori è il titolo di un racconto di Richard Yates il cui protagonista accetta di scrivere racconti su commissione. La frustrazione, il cinismo e la rassegnazione che lo accompagnano in quella che a lui pare un’attività poco dignitosa gli permetteranno, in realtà, di esplorare i suoi strumenti di scrittore e di maturare con più profondità le sue idee sulla scrittura, trasformando i tentativi di imitazione in un percorso d’autore.

Il corso COSTRUTTORI segue l’esempio del protagonista di Yates: costruire, un pezzo alla volta, la scrittura. L’obiettivo che ci poniamo nasce da una serie di negazioni: esistono le “tecniche di scrittura” che basta studiare per diventare scrittori? No. Esiste l’ispirazione che giunge dal cielo bella e fatta? No. Esiste Il metodo? No. Esiste il romanzo che si scrive da sé? No. Posso solo desiderare qualcosa per farla accadere? No.

Scrivere è un’attività umana, creativa, artistica. Ci sono molti modi per arrivare a compierla e tutti devono necessariamente passare per il provarci. Educazione (leggere), allenamento, teoria, pratica. La scrittura non avviene solo nell’incontro tra la penna e il foglio, ma permea lo sguardo, il pensiero, il modo di essere e di fare. La si costruisce e ci si costruisce. Questo corso è l’occasione per essere guidati da chi costruttore lo è già.

COSTRUTTORI è un insieme di 10 lezioni precise e concluse sugli aspetti fondamentali della tua crescita d’autore:

  • perché iniziare e da cosa (gli scavi)
  • come gettare le basi della tua voce (le fondamenta)
  • come costruire i personaggi (le travi)
  • come creare momenti memorabili (il tetto)
  • come sferrare un colpo al cuore (il comignolo)

COME

Le lezioni di COSTRUTTORI sono tenute da 5 scrittori. Ognuno si occuperà della parte della scrittura che dà l’impronta ai propri romanzi. Il loro compito sarà introdurti e guidarti nella creazione di 5 singole scene o capitoli, rappresentative/i di un elemento narrativo fondamentale. Alla fine del percorso ti ritroverai tra le mani l’architettura del tuo progetto narrativo.

4 ore di lezione con ogni scrittore, per un totale di 20 ore di laboratorio. Le lezioni si terranno ogni due settimane, così da darti il tempo di scrivere tra l’una e l’altra. Al compimento di ogni scena/capitolo potrai inviare quello che hai scritto allo scrittore di riferimento perché possa leggerti e darti la sua opinione con i suggerimenti per migliorarla. Il laboratorio è in diretta online, per cui basterà avere un pc e una connessione internet per entrare nella classe virtuale.


CALENDARIO DELLE LEZIONI E CHI LE CONDUCE
le lezioni di COSTRUTTORI sono il mercoledì dalle 19:00 alle 21:00

29 gennaio – 12 febbraio

SCAVARE LA BUCA – Dove la scrittura ha inizio

con Nadia Terranova
Esplorare e costruire in scena il punto di contatto tra la tua verità interna, il bagaglio di consapevolezze, gioie e fantasmi, e il presente: la vita qui e ora, mentre scrivi. Da dove cominci? Perché? Con chi? Lasciandogli fare cosa?

cropped-nadia-terranova-_-daniela-zedda-2(Messina, 1978) vive a Roma. Per Einaudi Stile Libero ha scritto i romanzi Gli anni al contrario (2015, vincitore di numerosi premi tra cui il Bagutta Opera Prima, il Brancati e l’americano The Bridge Book Award) e Addio fantasmi (2018, finalista al Premio Strega). Ha scritto molti libri per ragazzi, tra cui Bruno il bambino che imparò a volare (Orecchio Acerbo 2012), Casca il mondo (Mondadori 2016) e Omero è stato qui (Bompiani 2019). È tradotta in Europa e negli Stati Uniti. Collabora con «la Repubblica» e altre testate.


26 febbraio – 11 marzo

FONDAMENTA – Scrivere senza nascondere l’Io

con Luca Mercadante
Esplorare e costruire in scena il tuo necessario e originale sguardo sul mondo: non ciò che accade, ma quello che tu pensi di ciò che accade. Il desiderio di rappresentare una verità sta alla base delle storie e produce la famigerata “voce d’autore”. Qual è la tua?

Mercadante_foto

(Caserta 1976) vive a Formia. Formazione teatrale. Ha partecipato con un suo spettacolo “Che poi dice: la paura di Pietro” alla sezione affabulatori del Festival internazionale di Certaldo. Ha pubblicato racconti su diverse riviste letterarie. Ha ricevuto la menzione speciale della Giuria della XXX edizione del Premio Calvino per il romanzo Presunzione, pubblicato da Minimum Fax. Per Einaudi Stile Libero ha pubblicato, con Luca Trapanese, Nata per te. Storia di Alba raccontata fra noi (2018). Tiene il corso di scrittura creativa “Catrame”.

 


25 marzo – 8 aprile

TRAVI – Il cuore nero dei personaggi

con Piergiorgio Pulixi
Esplorare e costruire in scena il punto d’ombra che si cela e deve celarsi dietro ogni personaggio: ciò che crea il conflitto, lo scopo, il carattere di ciò che racconti. Chi scegli? Quale sarà il suo percorso? Come si mostra il buio? Come si torna, se si torna, al sereno?

pulixi(Cagliari 1982) Vive a Milano. Ha pubblicato numerosi romanzi e racconti, tra cui con la casa editrice E/O: Perdas de Fogu con Massimo Carlotto (2008), Un amore sporco (2010), Una brutta storia (2012), La notte delle pantere (2014), Per sempre (2015), Prima di dirti addio (2016), L’appuntamento (2014) Il Canto degli innocenti (2015), La scelta del buio (2017). Per la casa editrice Rizzoli: Padre Nostro (2014), Lo stupore della notte (2018), L’isola delle anime (2019). Ha rappresentato l’Italia al Crime Writers Festival in India, al Deal Noir Festival in Inghilterra, e al “Quais du Polar” in Francia.


22 aprile – 6 maggio

TETTO – Chi ha paura delle scene madri?

con Eduardo Savarese
Esplorare e costruire in scena l’obiettivo di ogni momento narrativo: essere memorabile. L’arte retorica, la drammaticità e la grandiosità non vanno fuggite ma domate: perché con grazia e maestria i lettori si ricordino di ciò che racconti.

eduardo-savarese--768x509(Vico Equense, 1979) vive a Napoli. È magistrato e professore di diritto internazionale presso l’Università degli studi di Napoli “Parthenope”. È stato segnalato al Premio Arturo Loria e finalista al premio Italo Calvino con il romanzo Non passare per il sangue (E/O, 2012). Ha scritto il romanzo Le inutili vergogne (E/O 2014), il saggio-racconto Lettera di un omosessuale alla Chiesa di  Roma (E/O 2015), il romanzo Le cose di prima (Minimum Fax 2018) e il saggio-racconto Il tempo di morire (Wojtek 2019). Tiene lezioni sull’opera lirica da molti anni.


20 maggio – 3 giugno

COMIGNOLO – La scrittura lieve e insostenibile

con Barbara Fiorio
Esplorare e costruire in scena il colpo al cuore della scrittura: far riflettere senza insegnare, far commuovere senza solleticare emozioni posticce, far sorridere con l’amaro in bocca, fare tristezza lasciando entrare luce.

a2015_Fiorio-Barbara(Genova, 1968). Formazione classica, studi universitari allo IED, un master in Marketing Communication, ha lavorato oltre un decennio nella promozione teatrale ed è stata la portavoce del presidente della Provincia di Genova. Ha scritto C’era una svolta (nuova edizione Morellini 2019), Chanel non fa scarpette di cristallo (Castelvecchi, 2011), Buona fortuna (Mondadori, 2013), Qualcosa di vero (Feltrinelli, 2015), Vittoria (Feltrinelli, 2018). Tiene online il laboratorio di scrittura creativa Gruppo di Supporto Scrittori Pigri.


COSTI E INFO

COSTRUTTORI costa 350,00 euro. Il laboratorio si tiene in diretta online da una classe virtuale.


Per informazioni e iscrizioni scrivere a ilibrideglialtri@gmail.com

Gli Editoriali. Katia Colantoni (Voland)

Redattori, social media manager, impaginatori, uffici tecnici, consulenti e ancora altri: sono loro gli Editoriali, persone che lavorano i libri prima che diventino libri. Chi sono, cosa fanno e come lo fanno: una serie di domande per scoprire qualcosa di più sui mestieri dell’editoria.

Katia Colantoni è nata a Roma nel 1972. È caporedattore della casa editrice Voland, dove lavora dal 2004.

Come hai iniziato e perché?
Ho sempre amato molto la letteratura e leggere, e iscrivendomi alla facoltà di Lettere, dopo il liceo scientifico, ho voluto proprio assecondare questa mia passione. Una volta laureata, ho proseguito la mia formazione nella direzione che più mi incuriosiva, e a un certo punto ho deciso di frequentare un corso per redattore editoriale. All’epoca, era il lontano 2003, scelsi un corso organizzato dall’agenzia letteraria Il Segnalibro, dove ho avuto come insegnanti Leonardo Luccone e Francesca Pacini. Per me è stata un’esperienza determinante.

Come e quando sei arrivata alla Voland?
Sono arrivata alla Voland nel gennaio 2004, grazie allo stage previsto alla fine del corso per redattore editoriale. È stata la mia prima volta all’interno di una redazione, e si è rivelata una palestra importante con un ottimo trainer, l’editore Daniela Di Sora. Ho dovuto cimentarmi fin da subito con i diversi aspetti del lavoro, perché trattandosi di una realtà medio-piccola bisogna sempre essere pronti a occuparsi un po’ di tutto. Finito lo stage, mi è stata data la possibilità di rimanere in casa editrice e affinare così le mie attitudini e capacità. Sembra ieri, eppure sono passati quindici anni.

Quali sono le tue mansioni, nello specifico?
Seguo l’intero ciclo di lavorazione dei testi: editing, revisioni di traduzioni, impaginazione di interni, correzione di bozze, supervisione delle fasi di collazione e riscontro, elaborazione dei testi di copertina, fino ad arrivare al visto si stampi. Insieme a Daniela pianifico le attività della redazione, assegnando incarichi e scadenze. Gestisco anche i rapporti con autori e traduttori, e coordino il lavoro con le tipografie e con il grafico, Alberto Lecaldano. Preparo inoltre le schede promozionali delle novità in uscita e all’occorrenza aggiorno i contenuti del sito della casa editrice.

Come si svolge praticamente il tuo lavoro e quali programmi utilizzi?
Dipende ovviamente dall’incombenza del momento, ma per la maggior parte del tempo rileggo testi e traduzioni segnalando eventuali modifiche e correzioni tramite lo strumento Revisioni di Word. Per l’impaginazione e la correzione dei testi – dopo la rilettura delle bozze cartacee – utilizzo QuarkXPress.

Quali sono le risorse (testi, siti o altro) che hai sempre sott’occhio e che ti aiutano durante il lavoro?
Mi avvalgo molto delle risorse della rete per verificare, quando necessario, informazioni e fonti, consulto svariati dizionari ed enciclopedie online, ho sempre a portata di mano il Manuale di stile di Roberto Lesina e il professor Serianni è il mio faro per tutte le questioni di grammatica, ma imprescindibile per me resta il confronto con autori e traduttori, con l’editore, le colleghe della redazione, e con il grafico, al quale chiedo sempre un supporto al momento di chiudere un libro.

Qual è il libro Voland sul quale hai lavorato con più piacere?
Me ne vengono in mente due dalla lavorazione piuttosto complessa, per motivi diversi, ma che alla fine ci hanno dato grande soddisfazione, perché si tratta di due classici, di due romanzi belli e importanti che vale senz’altro la pena di leggere. Il primo è Franziska Linkerhand, della tedesca Brigitte Reimann, che Voland ha pubblicato nel 2005 e che ha per protagonista una giovane donna architetto nella Germania dell’Est negli anni Sessanta. È un libro che ho amato molto e che non perdo occasione di consigliare. Il secondo è più recente ed è la versione integrale di Nel primo cerchio di Aleksandr Solženicyn, uscita a dicembre 2018. Una vera impresa, è il caso di dirlo, che si è potuta compiere grazie all’impegno della traduttrice (Denise Silvestri) e poi di tutte le forze della redazione, editore in testa.

Qual è il libro non Voland sul quale avresti voluto lavorare?
Mi sarebbe piaciuto lavorare (in realtà anche solo sbirciare il lavoro fatto dagli autori) su traduzioni che sono poi diventate dei capisaldi: Moby Dick tradotto da Cesare Pavese, I fiori blu tradotto da Italo Calvino, Tropico del cancro tradotto da Luciano Bianciardi.

Qual è la cosa che più ti piace fare del tuo lavoro?
Indubbiamente rivedere i testi e le traduzioni, trovare magari la soluzione migliore a un problema di resa, eliminare il superfluo, adeguare lo stile al contenuto, intervenire sui “vizi” anche involontari dell’italiano. Il tutto sempre con estrema cautela e rispetto, cercando di evitare le intemperanze. Mi piace anche dedicarmi ad attività forse più meccaniche ma per me altrettanto appaganti, mi dà molto gusto, ad esempio, il momento dell’impaginazione, sistemare un righino, una vedova… tutto concorre al risultato finale.

Qual è la cosa che più ti annoia fare del tuo lavoro?
Non mi pare ci sia niente che mi annoi, ci sono di sicuro situazioni meno congeniali al mio carattere, per esempio in alcuni eventi pubblici legati alla promozione preferisco dare il mio contributo restando se possibile dietro le quinte. E poi, sì, sono abbastanza impreparata (e un pochino disinteressata, devo ammetterlo) su tutta la parte di lavoro che si svolge attraverso i social network.

Qual è (se c’è) la norma redazionale che, dipendesse da te, non applicheresti?
No, direi che non c’è. Si tratta di convenzioni in continuo divenire, e l’unica cosa importante alla fine è la coerenza interna del testo.

Qual è quell’errore (refuso o altro) che proprio non sopporti?
Come detto, senz’altro la disomogeneità di scelte e soluzioni all’interno di uno stesso testo, e poi il refuso che scopri quando il libro è ormai stampato. Parlando in generale, invece, il po’ accentato mi disturba parecchio anche nella comunicazione più informale.

A tuo avviso, qual è la caratteristica più importante per chi fa un lavoro come il tuo?
Attenzione e concentrazione, la capacità di mettersi in discussione, e anche sapersi dare priorità e scadenze precise.

Consiglia uno o più libri che parlano del tuo lavoro e che credi possano essere utili a chi voglia iniziare.
L’integrazione di Luciano Bianciardi, dove ci sono pagine molto divertenti sulle ossessioni e le idiosincrasie di redattori e traduttori. E Metafisica del redattore di Ilario Bertoletti.

“Daybreak”: la fine del mondo non è poi la fine del mondo.

Non c’è nessun aspetto più determinante in una storia del punto di vista. Questo non solo vale per tutte le storie che rientrano nell’ambito della finzione, ma è il motivo primario per cui il racconto del reale, la Storia, è così sfuggente alla significazione univoca. Quello che accade, infatti, quando dei personaggi e il mondo che abitano passano da un “autore” (che sia esso scrittore o semplice “voce narrante orale” poco importa) a un altro, è che quei personaggi e quel mondo diventano altri personaggi, altro mondo. Nelle narrazioni che fanno passaggi transmediali, questo aspetto risulta particolarmente visibile e analizzabile. Cosa succede a un racconto quando passa dal potere creativo individuale di uno scrittore a quello collettivo di coloro che lavorano a una serie, per esempio? Di norma lo sguardo si allarga, l’universo narrativo si espande, la storia cambia. A confermare questa tesi, arriva la serie Netflix di Brad Peyton e Aron Eli Coleite, Daybreak, tratta dalla graphic novel omonima di Brian Ralph, che però con quest’ultima ha in comune ben poco oltre il titolo.

Una graphic novel potente e dolorosa

L’apocalisse di Brian Ralph è un’apocalisse tragica, ostile, senza speranza, in cui sopravvivere ha senso solo perché inscritto nell’istinto umano. Leggere e scorrere i disegni seppia e gli sguardi terrorizzati dei personaggi che la popolano fa un po’ lo stesso effetto di ansia sospesa e di angoscia profonda che si prova di fronte a una storia come quella raccontata da Cormac McCarthy ne La strada, senza però avere accesso neanche a un minimo accenno – anche vago – di ipotesi di salvezza finale. I personaggi di Ralph sono senza nome, soli, parlano con il lettore che diventa personaggio attivo della storia, portando così l’esperimento dello sfondamento della quarta parete (che ritroveremo, questo sì, nella serie) a un livello successivo, che però non consente scelta. Ralph racconta anche noi lettori, ci mette in mano oggetti, armi, ci rende responsabili di azioni violente senza che possiamo farci nulla.

Non c’è nel romanzo l’idea trascendentale che troviamo in molte delle storie di fine del mondo che conosciamo, una fra tutte The Walking Dead: quell’idea di ritrovarsi di fronte a una tragedia che sotto certi aspetti fornisce un’opportunità di rinascita e acquisizione di senso che la vita pre-apocalisse, forse, non avrebbe mai potuto avere. Quest’idea trascendentale è presente, invece, nella serie di Peyton e Coleite, ed è affermata in maniera quasi esasperata attraverso la ripetitività di una frase che apre e chiude la stagione: “l’apocalisse è la cosa migliore che mi sia mai capitata”. Daybreak serie ha una nota di comicità molto metanarrativa e vagamente demenziale che ricorda l’ultimo lavoro di Jim Jarmush, I morti non muoiono, ma sotto speed. Il seppia del fumetto si colora di eccesso, le scene si riempiono, gli oggetti si moltiplicano. La fine del mondo non è poi la fine del mondo.

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La città diventa il cortile della scuola

L’apocalisse di Daybreak serie non è un’apocalisse democratica e livellante. Ha selezionato. All’esplosione di una bomba nucleare/batteriologica solo gli adulti sono morti o si sono trasformati in “ghoulies” – non in zombie. La scelta del termine è molto peculiare e poco scontata (riferimento forse al film del 1985, capostipite dell’omonima saga horror-comedy, Ghoulies), come poco scontati sono diversi altri aspetti di questa serie. 

La maggior parte dei bambini e dei teenager sono sopravvissuti, trasformando in sei mesi la cittadina di Glendale nell’incubo di alcuni di noi: un’enorme scuola media. Le cerchie d’appartenenza, le famiglie “per scelta” di Jokes (gli atleti), Cheerleaders, Modaioli, Nerd, si sono trasformate in tribù. L’interesse principale della serie non sembra tanto essere la narrazione dell’apocalisse come la immaginano gli adulti, quanto piuttosto posizionare una lente di ingrandimento sociologica ed esplorare la spaventosa gerarchia di potere che si crea tra gli adolescenti. 

I gruppi sociali sono piccole comunità autosufficienti e altamente ideologizzate, alcuni si muovono sul privilegio imperiale di decidere della vita o della morte degli altri – i jokes ovviamente, che, come in ogni narrazione teen, incarnano la parte dei bulli. Tuttavia, la pressione sociale rappresentata in Daybreak non prende mai strade scontate. Come scrive Primavera Contu, quello che accade ai nostri personaggi e alle nostre linee narrative apparentemente prevedibili è: 

“Un’abile decostruzione a sorpresa, non tanto nelle scelte dei personaggi, quanto nelle modalità di lampshading – il tropo che l’autore usa per dirottare strategicamente l’attenzione su una scelta poco sensata per poi disattendere le aspettative – e nella scrittura di una sceneggiatura che ribalta le premesse”

Come accade in una certa misura anche in un’altra narrazione teen, Booksmart di Olivia Wilde, il racconto dell’adolescenza che ci aspettiamo è ormai messo a distanza, privato di quelle linee direttive ovvie e prevalenti, e cambia come sono cambiate le generazioni che occupano quella scuola. Daybreak in questo senso è una parodia del teen drama classico, nel senso che inscrive e sovverte, come direbbe Linda Hutcheon, la narrazione dominante, smontandola, ricostruendola, rivitalizzandola.

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Indovina il riferimento

L’eco di Mad Max: Fury Road è ritrovabile dai primissimi minuti del pilot, anche The Walking Dead è presente all’appello e messa a distanza (non serve tagliarsi arti a suon di katana qui, i morsi dei ghoulies non sono infettivi), così come il palese richiamo al centro commerciale di Dawn Of The Dead, insieme a una quantità indefinita e indeterminabile di citazioni musicali, filmiche e pop provenienti dalle più svariate generazioni dalla X in poi, che trasformano la visione di Daybreak in un giocattolo divertentissimo. I riferimenti sono spesso resi trasparenti e esplicitati, ma l’effetto spiegone non necessario è talmente esasperato e ripetuto da essere chiaramente voluto e da risultare, anche questo, esilarante. Tutto è parodia e oggetto di parodia, d’altronde perché non dovrebbe esserlo? Sono ragazzi!

L’aspetto ludico del romanzo, quello cioè di coinvolgere il lettore come personaggio attivo del racconto, si ripropone nella serie in una nuova veste. Il gioco qui è il disinnesco delle significazioni: lo spettatore viene investito del ruolo della scoperta di tutte le citazioni e i riferimenti possibili, in un uso del materiale richiamato consapevole ed esaltato dallo sfondamento continuo della quarta parete da parte non solo della nostra voce narrante principale, Josh Wheeler, ma anche da parte di altri personaggi. Il gioco dei rimandi ad altro è spinto in Daybreak all’estremo, tuttavia la pozza da cui attingono i personaggi è tale da risultare totalmente imperscrutabile per nessuno, poiché chiunque avrà riconosciuto almeno un paio di riferimenti ai contenuti culturali della propria generazione. Se da un lato questo device ci può sembrare malizioso e seducente, funzionale all’allargamento della fetta di target di riferimento, dall’altro è talmente palese che si tratta di un prodotto per ragazzi che è impossibile non scorgervi una sorta di fine divulgativo, memetico, quasi – sì – istruttivo. 

La fine del mondo è solo la fine di un mondo

Il momento di gloria che sta vivendo negli ultimi anni il genere post-apocalittico sembra essere il risultato di una storia di fallimento molto precisa: quella dell’occidente, inteso come società e sistema di potere economico. Il sogno dell’ascesa, del capitalismo dilagante e dell’infinità di opportunità e risorse disponibili si è sgretolato progressivamente, non si sa bene a partire da quando (forse addirittura dalla Guerra Fredda, forse anche da prima), per mostrarsi in tutta la sua fallacia dopo la crisi del 2008 e, oggi più che mai, di fronte all’emergenza climatica. Ad avere un’idea abbastanza chiara e disillusa di questa situazione sembrano essere i più giovani, quella generazione Z che tanto piace raccontare con paternalismo e sdegno, e che invece in questa serie trova il suo innesco di riscatto e rinascita. Un mondo senza adulti in cui provare ad acquisire una forma di speranza. 

Lode e condanna a Bret Easton Ellis: 2 pareri a confronto su “Bianco”.

Il parere negativo di Fabrizio Coscia

Quello che dirò qui farà arrabbiare i fan di Bret Easton Ellis, ma tant’è: mentre sfogliavo Bianco ho dovuto trattenere una certa irritazione. Mi veniva continuamente voglia di dire al suo autore: «Spostati, che non mi fai leggere il libro». Raramente mi è capitato di imbattermi in un testo così narcisisticamente autoreferenziale, supponente, banale, e in definitiva – per usare un solo aggettivo drastico – inutile. E non è una questione del fare saggistica parlando di sé, ci mancherebbe: che la critica sia sempre una sorta di autobiografia, un «resoconto dell’anima», per dirla con l’Oscar Wilde del Critico come artista è cosa già nota. Soprattutto negli ultimi tempi prende sempre più piede, mi pare, un genere ibrido, quello che gli inglesi chiamano «personal essay», o «lyrical essay». La questione è piuttosto nella differenza tra l’io e l’ego. Nel primo caso l’autobiografia serve a illuminare l’oggetto del discorso, nel secondo a oscurarlo. Ed è un po’ questo che succede con Bianco, raccolta di riflessioni e considerazioni sparse di un ex «giovane e famoso scrittore americano che rimorchiava in lungo e in largo per Manhattan con un best seller a ventitré anni». Si ha la sensazione un po’ patetica, leggendo il libro, di trovarsi davanti a uno di quei vecchi amici che un tempo hanno avuto molto successo in qualche campo e poi si sono trasformati in degli insopportabili brontoloni, incapaci di staccarsi da quel loro passato e di comprendere il presente. Intendiamoci, stiamo parlando di uno scrittore di talento, che ha segnato la letteratura americana degli anni Ottanta (non la mia vita di lettore, però, anche se questo non ha alcuna importanza), ma a maggior ragione libri del genere ce li saremmo risparmiati volentieri da chi sembra adesso solo preoccupato di ostentare il suo essere ancora molto glamour, coi suoi riferimenti ai completi Armani, il suo modo di scrivere sempre così cool e brillante, il suo snobismo un po’ fané. Del resto, sarebbe bastato guardare la copertina del libro, per intuirne il contenuto: un Ellis visibilmente imbolsito ma di impeccabile eleganza campeggia a figura intera, con la mano davanti alla bocca, in una posa tra lo stupito e il civettuolo. Il senso del libro, in fondo, è tutto qui. Per il resto, una prolungata, insistita requisitoria contro l’ossessione molto americana del political correctness che ha soprattutto in Hollywood il suo bersaglio preferito, molto cinema (con lunghe digressioni sugli horror dell’infanzia, Richard Gere e Tom Cruise), considerazioni su ciò che è Impero (americano) e ciò che è post-Impero (con un particolare accanimento contro il fanatismo radical e progressista degli oppositori di Trump), accenni ai vari fidanzati millennial, all’uso consueto di cocaina e all’abuso di benzodiazepine, scontate riflessioni sui social network («la maggior parte di noi oggi conduce sui social una vita che è più fondata sulla finzione di quanto non fossimo in grado di immaginare anche solo una decina di anni fa, e grazie al germogliare di questo culto della popolarità in un certo senso siamo diventati tutti degli attori»). Su quest’ultimo punto, infatti, Ellis – attivissimo su Twitter – non fa che riciclare le tesi ormai risapute della psicologa Shirley Turkle (ma senza mai citarla) sui danni dell’iperconnessione. Ciò che manca in tutto questo, sorprendentemente, è soprattutto la letteratura: pare che Ellis abbia letto soltanto Joan Didion, Le correzioni di Franzen, che ammette suo malgrado essere il romanzo che avrebbe voluto scrivere, e David Foster Wallace, ma quest’ultimo è nominato solo per essere denigrato anche post-mortem: Ellis lo definisce un «artista insincero» e lo «scrittore più sopravvalutato della nostra generazione, oltre che il più pretenzioso», salvo poi poche righe dopo, con scarsa coerenza, riconoscere che era un «genio» (Su DFW si vadano a leggere invece le bellissime pagine di Franzen in Più lontano ancora). A non mancare mai sono invece i suoi stessi libri, naturalmente. Ho contato che American Psycho è citato ben quaranta volte. È tutto un susseguirsi di «Avevo iniziato a prendere appunti per American Psycho nell’ultima settimana di dicembre del 1986», o: «Quando nell’autunno del 1989 stavo terminando American Psycho», e: «anni prima che cominciassi American Psycho»; per non parlare delle auto-celebrazioni del romanzo del tipo: «Per molti versi American Psycho è una perfetta serie di selfie di un uomo», o: «American Psycho parlava di cosa significasse essere una persona immersa in una società con cui era in disaccordo e di che cosa accadeva quando si accettava di vivere secondo i valori di questa pur sapendo che erano sbagliati»; o ancora: «Tutti i temi del romanzo sono ancora dominanti tre decenni dopo», e: «New York dal 2016 in poi è stata American Psycho all’ennesima potenza», ecc. ecc.

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Ora, tutto questo compulsivo ritornare a un proprio libro scritto trent’anni fa mi ha fatto venire la curiosità di riprendere in mano il romanzo. Quando lo lessi la prima volta, a poco più di venti anni, mi colpì molto: trovavo geniale quel continuo nominare gli abiti e gli oggetti griffati (o i negozi dove venivano acquistati) – vi vedevo un che di sperimentale perfino, da nouveau roman, per intenderci – e quella bolla di esteriorità vacua in cui i protagonisti galleggiavano. E anche la violenza descritta in maniera così fredda, così estraniata, la trovavo molto indovinata, molto perturbante. Ebbene, rileggendo questo romanzo epocale (tutta la turpitudine degli anni Ottanta, dell’era reaganiana sembrava trovare qui la sua più fedele e visionaria rappresentazione) confesso di essermi annoiato a morte, di aver faticato ad arrivare alla fine: quelle stesse cose che allora mi avevano galvanizzato, adesso le trovavo fasulle, premeditate, inutilmente ripetitive. Il guaio di questo romanzo, secondo me (come in parte anche dei due precedenti, Meno di zero e Le regole dell’attrazione, ma dovrei rileggere anche quelli per esserne sicuro) è che è stato scritto con l’obiettivo programmato di essere lo specchio rifrangente di un momento preciso della storia americana, con la preoccupazione costante di risultare “emblematico” di un’epoca, così che il lettore vi legge subito l’intento, lo studio a tavolino, la volontà di significare qualcosa, e i personaggi appaiono inevitabilmente burattini in mano allo scrittore, messi lì per confermare la sua tesi, privati di vita propria. Ecco, se dovessi fare un paragone cinematografico, i libri di Ellis degli anni Ottanta mi ricordano molto i film di Antonioni degli anni Sessanta: al loro apparire si percepiva tutta la loro modernità, il loro essere in perfetta sintonia con lo Zeitgest dell’epoca (con tutto quel rimandare a concetti come «alienazione» e «incomunicabilità») e proprio per questo sono stati condannati poi a invecchiare rapidamente, a risultare dopo qualche decennio irrimediabilmente datati.
E comunque questo non è il caso di Bianco. Qui ci troviamo di fronte a un libro con un problema inverso. Lo si legge senza mai riuscire a liberarsi dall’impressione che chi lo ha scritto sia il reduce, un po’ malconcio, di un’epoca passata. Molto più Sunset Boulevard (Viale del tramonto), insomma, che “Brat Pack”. Avevo detto irritante, all’inizio. Ho sbagliato: è un libro tragicamente malinconico.


Il parere positivo di Marta Ciccolari Micaldi (aka McMusa)

La prima volta che lessi le parole di Joan Didion sul movimento femminista in The White Album rimasi scioccata: distruggeva quello in cui era sempre stato giusto credere. La seconda volta che lessi le stesse parole non pensai niente, semplicemente le rilessi. La terza volta, siccome non riuscivo a smettere di leggerle e di pensare che fossero molto più potenti del credo con cui qualsiasi lettore – me compresa – si approcciasse ad esse, le studiai. Finii per comprendere quel reportage al punto da insegnarlo, trasmetterlo, comunicarlo e considerarlo la più raffinata definizione di femminismo che siamo in grado di leggere oggi.
Bret Easton Ellis, uno dei più importanti e irritanti scrittori contemporanei, dichiarò diversi anni fa di aver rubato a Joan Didion tutto quello che sapeva: la tensione della scrittura, i vuoti e i pieni della loro Los Angeles, la perdizione glamour e narcolettica di molti dei loro personaggi. Lo stile, anche. Se per la narrativa questo filo ereditario è piuttosto irrefutabile (la stessa Didion ha “benedetto” il suo ladro), oggi il banco di prova del loro legame sembra farsi più duro: l’ultimo libro di Bret Easton Ellis, Bianco, è la sua prima prova di non fiction e la non fiction è la quintessenza del didionesque (sì, Joan Didion ha impresso così tanta personalità alla scrittura da far sì che la critica ne derivasse un aggettivo). Al centro delle sue riflessioni non c’è (solo) il movimento femminista bensì una manciata di valori liberal e politically correct in cui gli Stati Uniti hanno rispecchiato una parte della propria identità dal cambio del millennio fino a oggi. Scomodo, dunque: Bret Easton Ellis ha pubblicato un libro scomodo, fatto di riflessioni (e aneddoti) personali, scritto in una forma a lui nuova e diretto a un pubblico di cui critica apertamente e abbondantemente la morale. Il tutto teso verso una puntualità di tono e stile che – ammettiamolo subito – rimane al di sotto sia del didionesque che del migliore Ellis narrativo.
Portare un lettore a cambiare idea sui propri valori, a vederne i limiti e a rendersi disponibile a un ripensamento che poi scopre risolversi in un’illuminante crescita personale, questi sono poteri che detiene solo la migliore scrittura. Bret Easton Ellis è troppo divertito da se stesso per chiedere questo alla sua scrittura e, infatti, Bianco suscita più critiche che apprezzamenti. Perché leggerlo, allora? Perché immergersi in un ambiente così lontano dal nostro – è bene ricordare che gli Stati Uniti, soprattutto Los Angeles, non combaciano perfettamente con l’Italia e che alcuni dettagli sarebbe opportuno non farli totalmente propri ma mantenerli nel contesto in cui vengono riportati – e rischiare di essere annoiati o criticati, per di più su un terreno dove non desideriamo addentrarci?

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Per ragionare su cosa sia un’opinione. Per leggere – con la lentezza che la lettura richiede, i salti di riga, le riletture, le reazioni, con il tempo che la pagina per forza impegna – il pensiero di un uomo  brillante che ragiona in modo indipendente. Qualcosa di cui abbiamo tremendamente bisogno.
Bret Easton Ellis non ha scritto un libro d’insuperabile grazia o di irreprensibile coerenza, ma si è prestato a fare una cosa che non sta facendo nessun altro: offrire un’opinione scomoda, argomentata nei dettagli ed esplicita nelle sue contraddizioni, onesta nel suo essere personale e, allo stesso tempo, abbastanza coraggiosa da obbligare il lettore a fronteggiare lui stesso una questione. Rispondere a questa onestà con altrettanta onestà: la mia confessione per la tua. Almeno nella testa, almeno se anche tu – sembra volerci dire Ellis – hai un po’ dello stesso coraggio che ho io.
Quali sono, dunque, i temi su cui lo scrittore ci invita, o sarebbe meglio dire ci sfida, a compiere un ripensamento? Per prima cosa, si diceva, tornare a riflettere su cosa sia realmente un’opinione. Qualcosa che ha meno a che fare con lo sdegno, l’odio, l’ossessione e la pluralità e molto di più con il gusto, le contraddizioni, la libertà e la singolarità. In questo libro Bret Easton Ellis analizza e critica alcuni riferimenti inattaccabili di un certo tipo di pubblico (tendenzialmente quello che lo legge, quello che negli Stati Uniti si chiama liberal): lo scrittore David Foster Wallace, il film Moonlight, il colosso del giornalismo The New York Times, i GLAAD Awards (premi istituiti dalla Gay & Lesbian Alliance Against Defamation) e diversi altri. Partendo dalla propria esperienza personale – che spesso include cene con amici, sfoghi su Twitter, confronti con il suo partner molto più giovane di lui, chiamato il Millenial – Ellis arriva a rilevare e delineare nel mondo intorno a sé una conformità di pensiero e di azione che, per quanto poggi su principi corretti e condivisibili, ha smesso di tener conto e di valorizzare le opinioni in quanto tali. Conformità che – e questo è un altro significativo passaggio per cui vale la pena dedicare del tempo a Bianco – si riflette sul linguaggio. Da quello artistico a quello colloquiale, da quello della politica al dark humor. L’arte ha smesso di provocare, di graffiare, di scioccare (dicevamo, Joan Didion) perché né gli artisti né il pubblico hanno più un’opinione personale o, se ce l’hanno, devono sottostare al principio della likeability sui social network o del politically correct a Hollywood e nell’editoria. Princìpi, questi ultimi, che premiano numeri e massa, che sotterrano la bellezza in nome della morale, che ci rendono uguali nel senso più livellante del termine. L’arte e il pensiero, ci ricorda Ellis in Bianco – ma basterebbe riprendere in mano il suo American Psycho – sono tenuti per definizione a disturbare e creare contrasto e non ad accontentare e creare (sempre) consenso. Da quando, poi, si chiede l’autore, è diventato così necessario identificarsi con la vittima, premiarla (spesso con gli Oscar), osannarla e difenderla anche se non siamo noi stessi delle vittime? Questa è la parte del suo ragionamento più interessante e sottile, a mio parere. Politicamente e socialmente è fondamentale condividere valori di uguaglianza, rispetto e pari diritti per tutti, minoranze comprese. Ma è la stessa cosa a livello artistico, nel nostro quotidiano, con noi stessi? Siamo davvero sicuri che auto-censurandoci in nome di un valore politico da condividere a tutti i costi e con veemenza (irresistibili le battute di Ellis al suo partner, in cui gli dice che può dissentire dal pensiero di un altro senza per forza avere una reazione isterica) stiamo facendo andare il mondo in una direzione migliore? Il triviale, il dark humor, l’ironia e il dissacrante hanno sempre avuto un potere liberatorio ed esorcizzante: perché abbiamo finito per privarcene? Pensiamo tutti allo stesso modo, parliamo tutti la stessa lingua, ci indigniamo tutti per lo stesso nemico. Perché siamo così ossessionati da Trump da dimenticarci che lui è solo un individuo e individui – da riconsiderare, da incontrare, da rispettare – sono anche tutti quelli che l’hanno votato?
Joan Didion diceva che le donne e gli uomini sono diversi e lo sono in nome di quel “sacrificio di sangue” che le une pagano così tante volte nella vita da rendersi aliene agli altri. Le nostre differenze, in altre parole, ci rendono quello che siamo. Se c’è una lezione di Joan Didion che Bret Easton Ellis porta avanti non è nello stile bensì nella riappropriazione della singolarità, dei caratteri divisivi, dell’indipendenza dell’uno nei confronti dell’altro. Ultima nota, perché in fondo quello stile non è neanche tanto male e basta prestarsi un po’ al suo gioco: Bret Easton Ellis è un testimone e un esteta. Ha sempre scritto di sé: ogni età, ogni ossessione, ogni crisi, ogni depravazione. Ha sempre scritto con gli occhi: ogni corpo, ogni dettaglio, ogni brand, ogni moda. Questa volta ha scritto esplicitamente anche dei suoi lettori: sta solo a loro, allora, misurarsi con una parola che è tornata a provocare.

Ripubblicare Macedonio Fernández, il più famoso tra gli autori ignoti

La longevità dei libri è molto variabile: pochi sono eternamente in catalogo, altri vivono un decennio di gloria, altri finiscono troppo presto al macero e si ripropongono soltanto sui canali di vendita online, con lo status di rarità e a prezzi irragionevoli. Non sempre, però, la durata della vita di una specifica edizione è proporzionale al valore del libro messo in commercio. Ci sono libri che, per i motivi più disparati, meriterebbero di tornare dall’oblio: Desiderata è la rubrica che invita ad accorgersene.

DESIDERATA #1

Museo del romanzo della eterna (primo romanzo bello)
di Macedonio Fernández (1874-1952).


Un classico tra i cercatori di libri. In Italia è stato pubblicato una sola volta, nel 1992, dall’editore genovese il melangolo, secondo titolo della collana Lecturae dopo Il mare di Jules Michelet. Stando alla nota del curatore, Fabio Rodriguez Amaya, Museo appariva per la prima volta all’estero e sarebbe stato seguito dal suo romanzo «gemello», Adriana Buenos Aires (Ultimo romanzo brutto), che però non fu mai pubblicato. L’editore non ne ha in programma la ristampa.

Museo non è un libro facile. Siamo nei territori di un avanguardismo sornione che a una prosa elaborata e musicale contrappone un esubero di scherzi metaletterari. Il romanzo inizia soltanto a pagina 177, dopo 57 prologhi pensati per prevenire qualsiasi riflessione del lettore. Museo è una costante e autoindulgente proiezione verso il romanzo perfetto, esplicitata dall’autore in una Lettera ai critici:

«Noi scrittori che non abbiamo ancora capito che già da tempo avremmo dovuto attenerci all’atteggiamento di critici, sapendo quale terribile fatica sia costruire un libro a regola d’arte e quanto minima sia la probabilità di riuscirci, non solo soffriamo ma inaridiamo perché non realizziamo il Libro e in attesa di scriverlo perdiamo la piacevole speranza di poter ritrovare la Perfezione nei tentativi di altri. Io non ho trovato una valida espressione della mia teoria artistica. Il mio è un romanzo mancato, però vorrei mi si riconoscesse di essere stato il primo a cercare di utilizzare quel mezzo prodigioso di commozione della coscienza che è il personaggio di un romanzo nella sua reale efficacia e virtù […] Mi si riconosca anche che con questo mezzo e con altre idee che vengono formulate via via all’interno del libro rendo più attuabile quella Perfezione in cui sperate e, dandone anche qualche esempio, una dottrina severa dell’arte letteraria. Se sbaglio non sarò né il primo né l’ultimo».

La prima metà del volume è densa di teorie sulla forma romanzo, sulla costruzione dei personaggi, sulla fama e persino sul mercato editoriale («un primo successo si registra già nella copertina dove il Lettore-minimo viene raggiunto completamente dall’unica cosa che i librai, meschinamente, hanno letto: il frontespizio»), il tutto infarcito da speculazioni filosofiche simboliste, affermazioni oracolari, personaggi allegorici e trovate umoristiche (come quando, dopo un’affermazione dubbia, una nota dell’autore recita «68 lettori si congedano. [M.F.]»). La parola chiave è metafisico, che compare ben 77 volte. Il romanzo in sé è secondario all’importanza concettuale dell’opera nel suo insieme: Museo è, semplificando, il tentativo di un personaggio (il Presidente, che è Fernández, ma anche Forsegenio, autore-lettore e molti altri) di celebrare l’amata Eterna (o Dolce-Persona, o Bellamorta, o Bellaviva) attraverso un’opera immortale proprio perché inconclusa, come conferma il «prologo finale» rivolto «A chi voglia scrivere questo romanzo»:

«Lo lascio libro aperto: sarà magari il primo “libro aperto” nella storia letteraria, questo perché l’autore, desiderando che fosse migliore o perlomeno buono ed essendo convinto che, data la sua struttura disarticolata, si tratti di una grossolanità temeraria nei confronti del lettore, comunque ricca di suggestioni, autorizza qualunque scrittore futuro che abbia lo slancio e trovi circostanze favorevoli a un intenso lavoro, a correggerlo e pubblicarlo liberamente, menzionando o meno la mia opera e il mio nome. Non sarà un lavoro da poco. Sopprima, corregga, cambi, ma, se è il caso, che qualcosa rimanga».

C’è ben poco che Fernández non avesse previsto, ma a questo punto facciamo un passo indietro per capire chi era.

Macedonio Fernández nacque nel 1874 a Buenos Aires, da dove non si spostò mai. Nel 1898 diventò avvocato e sposò Elena de Obieta, con la quale ebbe quattro figli. Secondo Borges, «rare volte [Fernández] accondiscese all’azione e visse dedito ai puri piaceri del pensiero»; la letteratura gli «importava meno che il pensiero e la pubblicazione meno che la letteratura, vale a dire quasi nulla. […] voleva comprendere l’universo e sapere chi era lui, o sapere se era qualcuno. Scrivere e pubblicare erano per lui azioni subalterne». Leggeva tanto, non per migliorarsi come scrittore, bensì per elevarsi spiritualmente; apprezzava Schopenhauer (in particolare Il mondo come volontà e rappresentazione), aveva il culto di Cervantes e si immedesimava in Edgar Allan Poe:

«Credo di assomigliare molto a Poe, anche se ho iniziato da poco a imitarlo in qualcosa; credo di essere Poe un’altra volta; ed è straordinario che questa mia somiglianza come autore e come figura sia stata riconosciuta da un poeta peruviano, Mario Chabes. Non è una somiglianza, è… Chi lo sa!… Una riapparizione. Nel poema Elena Bellamuerte mi sentivo Poe nel sentimento, e tuttavia credo che il testo non riveli con lui alcuna somiglianza letteraria».

Fernández amava l’intellighenzia argentina, che considerava superiore a quella spagnola, anche se stimava Miguel de Unamuno e quei pochi che si erano messi «a pensare bene perché sapevano che li avrebbero letti a Buenos Aires». Protagonista dell’ultraísmo, sodale dei migliori autori argentini della prima metà del secolo, collaboratore delle più importanti riviste dell’epoca, in vita Fernández pubblicò tre opere, No toda es vigilia la de los ojos abiertos (1928), Papeles de Recienvenido (1929) e Una novela que comienza (1941, versione embrionale di Museo). Nel 1920 patì la scomparsa dell’adorata moglie, alla quale dedicò il poema Elena Bellamuerte, concepito per «uccidere la morte di lei» (a questo lutto non si è data finora la giusta quando si parla di Museo e della sua interminabile gestazione – quasi mezzo secolo).

Poco dopo divenne amico di Jorge Luis Borges (1899-1986), ai tempi poco più che ventenne (“Ho ereditato da mio padre l’amicizia e il culto di Macedonio Fernández”). Borges trovò in lui un maestro: «In quegli anni lo imitai, fino alla trascrizione, fino al devoto e appassionato plagio. Lo sentivo: Macedonio è la metafisica, è la letteratura. Chi lo ha preceduto può risplendere nella storia, ma non restano che abbozzi di Macedonio, versioni imperfette e anticipatrici. Non imitare questo canone sarebbe stata un’imperdonabile negligenza» [Estratto del testo di Borges iscritto sulla tomba di Fernández nell’aprile del 1952]; e ancora: «Nel corso di una esistenza ormai lunga ho conversato con persone famose; nessuna mi impressionò come lui, neppure in modo analogo. Cercava di nascondere, non di sfoggiare, la sua straordinaria intelligenza; parlava come ai margini del dialogo, eppure ne era il centro». Qualcuno sostiene addirittura che «sin Macedonio no habría Borges» (senza Macedonio non avremmo avuto Borges), ma è un’esagerazione.

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Autore: Macedonio Fernández
Titolo: Museo del romanzo della Eterna (primo romanzo bello)
Titolo originale: Museo de la novela de la Eterna (primera novela buena)
Traduzione: Giovanna Albio, Paola Argento, Martha Canfield, Fabio Rodriguez Amaya
Editore: il melangolo, 1992

È vero invece che la notorietà di Fernández si deve in buona parte a Borges, il quale, diffondendo il mito più che le opere, stava «creando il suo precursore», in linea con ciò che avrebbe affermato in Kafka e i suoi precursori (in Altre inquisizioni, 1952): «ogni grande scrittore crea i suoi precursori». Lo stesso Fernández commenterà in seguito: «Nacqui porteño e in un anno molto 1874. Non subito dopo, però sì, poco dopo già cominciai a essere citato da Jorge Luis Borges, con così poca riservatezza di encomi che, per il tremendo rischio a cui si espose con questa veemenza, cominciai a essere io l’autore del meglio che lui aveva prodotto. Fui un talento de facto, per travolgimento, per usurpazione della sua poesia. Che ingiustizia, caro Jorge Luis!» La fama non lo interessava e per tutta la vita, come osservato da Tommaso Pincio, Fernández tese alla condizione di «famoso autore ignoto»: non si curava di preservare i suoi scritti, spesso appuntati su fogli sparsi, e se a partire dal 1960 il figlio Adolfo de Obieta non si fosse «cimentato nell’ardua impresa di raccogliere, ordinare e diffondere l’opera completa del padre», oggi probabilmente ne rimarrebbe ben poco.

Resta il fatto che Macedonio Fernández è diventato il nume tutelare di molti scrittori argentini e sudamericani. Roberto Arlt lo cita nell’incipit di Il piacere di vagabondare, una delle Acqueforti di Buenos Aires (1933): «credo che per vagabondare occorrano eccezionali doti di sognatore. Già lo disse l’illustre Macedonio Fernández: “Non tutti gli occhi aperti sono svegli”». Cortázar fu ispirato dal suo umorismo concettuale, ed è spesso accostato a lui anche per altri motivi. Come rilevato da Matteo Bugliaro, Bolaño definiva Fernández «un Valéry porteño», per via della malinconica cerebralità (anche se Borges sospettava che Fernández considerasse Valéry un «ciarlatano della scrupolosità»). E Ricardo Piglia gli ha dedicato un romanzo, La città assente (1992), nel quale Fernández è riuscito a rendere eterna la sua Elena non attraverso la letteratura, bensì preservandone lo spirito (o la memoria) in un misterioso congegno custodito in un museo.

Perché oggi un editore italiano dovrebbe ripubblicare Museo del Romanzo della Eterna? Non è la domanda giusta. Museo è l’opera più rappresentativa di Fernández, nonché un esperimento esistenziale e scrittorio senza precedenti, ma il problema non è la sua reperibilità, quanto il fatto che da noi Fernández sia ancora sconosciuto. Negli ultimi dieci anni il suo nome torna a galla, sempre più spesso, quale capostipite di una letteratura, quella latinoamericana, che ha trovato il suo spazio anche grazie a editori come SUR, La nuova frontiera, Granvìa, Del Vecchio e altri; e va segnalato il lavoro critico di Gustavo Micheletti, disponibile sul sito Dialegesthai (tre saggi pubblicati tra il 2005 e il 2007 che meritano anch’essi un editore). Altrove, purtroppo, Fernández non è ricordato per la sua produzione bensì unicamente in quanto mentore di Borges, che spesso si limitò a enfatizzarne l’eccentricità: «Per un anno o due si baloccò con il vasto e vago progetto di diventare presidente della Repubblica», poiché «in molti si propongono di aprire una rivendita di tabacchi, e quasi nessuno di diventare presidente […] e da questo dato statistico aveva dedotto che fosse più facile diventare presidente che proprietario di una tabaccheria».

Fernández, però, non può essere ridotto al suo mito. La sua metafisica è complessa, coerente e affascinante, e Museo è un soltanto il punto di partenza ideale per proporne l’opera omnia. Un editore può aver paura che non venda? Quante delle 60.000 nuove pubblicazioni annue non superano le centinaia di copie vendute? Bolaño, riflettendo nel 2003 sulle origini della nuova letteratura latinoamericana, si lamentava che i giovani scrittori si preoccupassero soltanto di vendere, e si chiedeva:

«E cos’è che non vende? Ah, questo è importante tenerlo bene in mente. La rottura non vende. Una scrittura che si immerge con gli occhi aperti non vende. Per esempio: Macedonio Fernández non vende. Se Macedonio è uno dei tre maestri di Borges (e Borges è o dovrebbe essere al centro del nostro canone), questo è il meno. Ogni cosa sembra indicarci che dovremmo leggerlo, però Macedonio non vende, per cui lo ignoriamo. Se Lamborghini non vende, basta con Lamborghini. Wilcock è noto solo in Argentina e solo da pochi lettori infelici. Pertanto, ignoriamo Wilcock».

Nel frattempo, però, Lamborghini è finalmente apparso in Italia con Miraggi Edizioni, e Wilcock, dopo un periodo di latitanza, dal 2014 sta ricomparendo per Adelphi. Ma, al di là di questo, è ancora concepibile, nel 2020, applicare le logiche della vendibilità a un caposaldo di una determinata letteratura, necessario a comprenderne più profondamente parte della produzione successiva? Forse Museo è labirintico, auto-riferito e inconcludente, ma è anche cruciale. Finché Macedonio Fernández non sarà presente sul mercato italiano, e in modo stabile e dignitoso, gli appassionati di letteratura argentina e sudamericana saranno privati di un tassello fondamentale. Certo, è possibile che qualcuno stia da tempo lavorando a un’edizione critica delle opere complete, ma se così non fosse, è tempo che questa lacuna venga sanata.

NOTE
Barrenechea, Ana María, Macedonio Fernández y su humorismo de la nada, en Buenos Aires Literaria, n° 9, giugno 1953, pp. 25-32.
Bolaño, Roberto, Siviglia mi fa morire, in Tra parentesi: Saggi, articoli e discorsi (1998-2003), Adelphi, 2009.
Leonardi, Emanuele, Cortázar e Macedonio. Le discrete rivoluzioni dell’umorismo decostruttivo, in Simbologie e scritture in transito, Edizioni Ca’Foscari, 2016.
Pincio, Tommaso, La macchina sinottica, in La città assente, SUR, 2014, p 14.
Sanjinés, José, The Bewilderment of Being: Resonance of Macedonio Fernández in the Latin American Fantastic, 2017.

Damigelle, principesse e altre donzelle che non vogliono essere salvate

I tropi narrativi sono quegli strumenti di cui si serve chi racconta una storia. Personaggi, ambientazioni, espedienti: come immagini stock, come munizioni immagazzinate in un arsenale, i tropes sono mezzi a disposizione di chi scrive, pronti sugli scaffali, strutture riconoscibili da riempire di contenuto. Qual è il confine tra tropi e cliché? Quali sono gli esempi di tropi ben dosati e quali i luoghi comuni da scardinare?

Tropo #4: la donzella in difficoltà 

Hercules: «[confuso] Ma… voi non siete una… donzella in difficoltà?»
Meg: «[catturata dal centauro] Sono una donzella, sono in difficoltà, me la cavo da sola. Buona giornata.»
(dal film “Hercules” , Walt Disney Pictures)

Dal mito greco di Orfeo ed Euridice a Raperonzolo, dall’Alcesti di Euripide a Super Mario, il tropo della damigella in difficoltà che aspetta solo di essere salvata dal prode cavaliere o eroe di turno non ha bisogno di alcuna presentazione. Un tropo così elementare da aver ricevuto ogni tipo di trattamento: è stato estremizzato, ridotto a parodia, giustificato dalle circostanze, invertito, sovvertito. Ma anche ampiamente utilizzato e riutilizzato nella sua forma più basilare: un personaggio femminile che non ha altro scopo se non quello di trovarsi nei guai per mettere in moto l’intera storia e nessun altro ruolo se non quello di essere salvata dal protagonista maschio eterosessuale, solitamente innamorato più sulla base di un’idea (e di un ideale) che di una reale conoscenza. Su quest’ultimo elemento spesso si fonda l’interessante (e divertente) operazione di decostruzione del tropo (non è, in fondo, la decostruzione del tropo essa stessa un tropo?). Ma facciamo un passo indietro e torniamo al tropo vero e proprio: come è possibile che al pubblico (lettori, spettatori, giocatori) venga ancora propinata una figura retorica così abusata e riconoscibile?
Uno degli esempi di maggior successo in ambito seriale (niente al quale l’Iliade non ci avesse già abituati qualche anno fa) è il preambolo alle vicende di Game of Thrones (e alle Cronache del ghiaccio e del fuoco): il rapimento di Lyanna Stark da parte di Rhaegar, la scintilla che fa partire la ribellione contro i Targaryen, che si conclude con Ned Stark e Robert Baratheon che liberano Lyanna dalla torre in cui è imprigionata. Peccato che l’intera ribellione fosse poi basata su qualcosa che, con il senno di poi, non era così scontato: Lyanna era fuggita volontariamente con Rhaegar. Bastava chiedere. (A tal proposito, non inizierò neppure a parlare del bistrattato personaggio di Sansa e della sua evoluzione segnata da ogni sopruso).

In Star Wars, episodio IV, Luke e Han vanno a salvare la principessa Leila sulla Morte Nera: qui il trope è giocato in maniera piuttosto divertente: Leila non chiedeva ai due protagonisti uomini, infatti, di essere liberata o salvata, quanto di portare i piani della Morte Nera su Alderaan. Non c’era, da parte sua, alcuna aspettativa di essere soccorsa, quanto piuttosto un ruolo attivo per la risoluzione di un problema. La stessa Carrie Fisher, come è noto, commentò la scena servendosi del trope: «I was not a damsel in distress. I was a distressed damsel» (difficilmente traducibile: «Non ero una damigella in difficoltà. Ero una damigella sotto stress»).

Luke Skywalker: «Sono Luke Skywalker, sono venuto a salvarla!»
Leila Organa: «Sei chi?»
(dal film Guerre Stellari, Episodio IV – Una nuova speranza)

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Gli appassionati di videogame, o semplicemente chiunque non sia stato del tutto a a digiuno di cultura pop negli ultimi vent’anni circa, conoscono il tropo come i tasti del loro joystick: non si può, infatti, evitare di citare Zelda, la principessa dell’omonimo gioco. Negli anni, la trattazione della damsel in distress in questa iconica pietra miliare della videoludica ha visto deviazioni, cambiamenti e inversioni di rotta; resta comunque fondamentale il meccanismo di base: Zelda viene liberata da Link, il salvatore.

Neppure autori come Terry Pratchett o J.K. Rowling ci hanno risparmiato la lettura di personaggi femminili sottratti al pericolo grazie all’azione di eroi maschili: la damigella in difficoltà è dappertutto, permea le narrazioni trasversali da un media all’altro, troppo radicata nell’immaginario comune per sparire completamente. Eppure, è ancora possibile giocare con il tropo in maniera non scontata: è quello che fa la nuova serie Netflix Daybreak che, lungi dall’essere perfetta, ha però il pregio di una scrittura brillante a supporto di un contenuto intelligente e di un utilizzo degli espedienti narrativi non scontato. L’adorabile what if di partenza è: cosa accade se gli unici sopravvissuti all’apocalisse sono i ragazzini under18, mentre gli adulti si trasformano tutti in zombie capaci solo di divorare gli umani e ripetere un’unica frase a oltranza? Accade che la generazione Z è al potere: essere woke, cioè consapevoli e attenti rispetto a ingiustizie sociali, razzismo e sessismo è la normalità, la base di partenza per i diversi caratteri e non qualcosa che definisce le varie personalità come peculiari. Tale what if è un espediente per mettere in scena una metanarrazione ricchissima di tropi, dal personaggio maschio badass gay (tosto, forte, non riconducibile a uno stereotipo effeminato) al narratore inaffidabile, dalla Manic Pixie Dream Girl (strettamente connessa, qui come altrove, alla damigella in pericolo) fino alla nostra donzella da salvare. Un’abile decostruzione a sorpresa, non tanto nelle scelte dei personaggi, quanto nelle modalità di lampshading -il tropo che l’autore usa per dirottare strategicamente l’attenzione su una scelta poco sensata per poi disattendere le aspettative- e nella scrittura di una sceneggiatura che ribalta le premesse, ci conduce al cambio di rotta di una Mary Sue (personaggio femminile caratterizzato da bellezza fisica, integrità morale e abilità straordinarie, solitamente molto idealizzato) che, visto fino a quel momento solo attraverso gli occhi dell’ “eroe” protagonista, si riappropria della sua narrazione:  un personaggio che si auto-afferma, che è unapologetic, a tratti sgradevole, non rassicurante e tutt’altro che indifesa.

Josh: «Dovevano capire che sei fantastica»
Sam: «Ma quella non sono io, Josh. Sono le parti migliori di me montate insieme con della bella musica.»
(dalla serie Daybreak, Netflix) 

Un tropo così anacronistico e difficile da prendere sul serio può dunque essere ancora utilizzato  per la creazione di nuovi paradigmi, se supportato da una buona scrittura e da una voce che abbia qualcosa da dire. Grazie Mario, ma la Principessa non solo è in un altro castello: non vuole proprio essere salvata.

“Il mio anno di riposo e oblio”: il sonno come un postmoderno preferirei di no di Bartleby

Dopo aver letto Il mio anno di riposo e oblio ho ascoltato diverse interviste ad Ottessa Moshfegh e ho cercato la sua voce negli articoli pubblicati in giro, quella voce che è la cifra della potenza della sua scrittura. In un’articolo dello scorso marzo uscito sul Guardian, Moshfegh dice:

Spesso rifiutiamo di riconoscere la bruttezza in noi stessi e nel mondo, per vergogna, o vanità.

Lo dice parlando di un autore che considera un suo punto di riferimento: Bret Easton Ellis. American Psycho, per Moshfegh, è il libro che ha stabilito la misura del confine, o meglio dell’assenza di confine dove avrebbe potuto spingere i suoi personaggi e la sua storia. Nel suo romanzo infatti ritroviamo una certa atmosfera rarefatta e pesante insieme, l’accordatura delle voci su quello che si può dire e quello che forse no, ma si può dire lo stesso. E una New York che vediamo senza vederla veramente mai, chiusi nel confino in casa con la narratrice e uscendo solo in rare occasioni: il caffè, la psichiatra, la farmacia, un funerale.

C’è un’altra storia, però, che ho ritrovato tra le pagine del libro di Moshfegh. Una storia di reclusione, di differenza, di rifiuto. Anche questa ambientata a New York, nello specifico a Wall Street: Bartleby lo scrivano, di Herman Melville. 

New York

Il mio anno di riposo e oblio è un romanzo in cui succedono poche cose, quasi nulla, e le cose che succedono riescono tuttavia a riempire le pagine con laghi di dolore, amarezza, momenti esilaranti, sconcerto diffuso, e vergogna, quel senso sordo di vergogna che si prova quando leggi e ti ritrovi nella forma di un personaggio spregevole o, magari, solo pietoso. La narratrice senza nome è una ragazza bellissima, bionda, ricca, che vive nell’Upper-East Side, e che decide di lasciare il suo lavoro in una galleria d’arte di Chelsea e prendersi un anno di pausa dal mondo per dormire. Un progetto di ibernazione momentanea, nella speranza che al suo risveglio la vita le possa sembrare meno invivibile. Siamo nel 2000, la mancanza di azione “produttiva” si contrappone a una società rampante, guizzante di colori luccicanti, abiti haute couture, vernissage, feste, completi intimi di Victoria’s Secret, una New York ancora libera dal peso della tragedia, che però si sente che aleggia, sospesa, nelle pagine, e permea non tanto il racconto quanto la lettura del racconto. Un patto tacito con chi è in ascolto, e sa che se una storia comincia nel giugno del 2000 e si protrarrà per l’anno successivo, quella storia andrà a finire in un posto molto preciso, tra l’angoscia, lo stupore, l’ammutimento dopo il quale nessuna narrazione di quelle strade potrà mai più essere la stessa. 

“Non ci sono terremoti a New York” dice la narratrice a un certo punto, e una coltre cupa crolla sulla lettura. Questo passaggio assume, più avanti, le forme di una mise en abyme quando Reva, l’amica della protagonista, ci annuncia che verrà trasferita alle Twin Towers. Non si può citare quel luogo senza evocare il fantasma di ciò che accadrà. “Ho sempre voluto lavorarci”, dice Reva, “è così tranquillo lì” – ed è impossibile non cogliere l’humor nero di questa frase, senza però sentirsi male per averlo colto.

La New York di Moshfegh è la stessa di Bartleby, una storia di Wall Street, come recita il sottotitolo. Lo scrivano di Melville, che si manifesta all’improvviso alle porte dello studio di un avvocato e, dopo essere stato assunto, man mano, smette di lavorare senza però lasciare lo spazio che occupa, sembra essere riscritto in forma contemporanea nella storia della nostra narratrice. A partire dallo spazio. Con un secolo e mezzo quasi di distanza l’una dall’altra, le due versioni della città, o meglio, di quel poco che ci viene detto, si somigliano molto. Broadway brulicante di vita, la gioia e la vivacità di chi partecipa al gioco sociale si contrappongono nel racconto di Melville al silenzio di Wall Street, “deserta come Petra”. Bartleby vive la sua miseria al riparo dall’operosità e dalla vita della città, rinchiuso in un edificio che “di notte rimanda l’eco del nulla”.  

New York esce fuori dalle pagine della Storia e delle storie come luogo in cui esisteva la leggerezza assoluta, l’operosità assidua, la superficialità splendente che non doveva chiedere scusa di nulla, mai. Una città di cui la protagonista del romanzo di Moshfegh è l’emblema, con la sua perfezione stupefacente, da copertina, e che però rifiuta, chiudendosi e diluendosi in una pozza di medicinali, qualunque cosa pur di dormire. 

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foto di Daryan Shamkhali

Resistenze passive

“Oh, dormire. Nient’altro poteva darmi altrettanto piacere, libertà, il piacere di muovermi e pensare e immaginare, al sicuro dalle miserie della mia coscienza da sveglia.”

La dimensione in cui si muove la narratrice è una dimensione di rifiuto, di chiusura. In una società in cui il consumismo era al suo apice, oltretutto privo della connotazione immorale con cui lo viviamo oggi, lei si rifiuta di consumare. La sua è una forma di resistenza passiva, di chiusura da quel mondo a cui sembra appartenere senza sforzo, che però non esercita su di lei il richiamo delle sirene che esercita su chi non è dentro. 

Non si può parlare di resistenza passiva al sistema dominante senza citare Bartleby, il racconto che ha dato una lingua precisa a questa resistenza. Il “preferirei di no” dello scrivano echeggia tra le pagine del romanzo di Moshfegh. Non umano, fantasma, Bartleby si ribella silenziosamente, passivamente, mettendo in discussione le richieste che gli vengono mosse, richieste elaborate “sulla base dell’uso e del senso comune”, quello stesso uso e senso comune che vorrebbe che la narratrice vivesse con entusiasmo e vivacità di consumi il proprio privilegio di classe. Entrambi hanno scelta, potrebbero non opporsi, potrebbero partecipare al meccanismo su cui opera il sistema. Entrambi preferiscono di no. 

Il romanzo di Moshfegh è una storia di reclusione, di mura di casa e porte chiuse a chiave, telefoni impacchettati nelle scatole per essere disinnescati dal loro potere di trait d’union con il resto del mondo. Le mura di casa sono emblema della condizione umana, separano, chiudono, dividono, fortificano, proteggono, portatrici di quell’interrogativo atavico: un muro chiude dentro o chiude fuori? In questo senso di inettitudine alla vita, dormire, per la narratrice, diventa la cosa più produttiva da fare:

“Finalmente stavo facendo qualcosa che aveva davvero senso. Dormire mi sembrava produttivo, come se qualcosa venisse risolto.” 

E così, chiusa in casa, guarda film poco impegnativi e ingoia una quantità catastroficamente enorme di farmaci, Ambien, ibuprofene, sciroppo antibiotico e ipnotici immaginari. Man mano che ascoltiamo la sua voce affannarsi nella ricerca farmacologica certosina per indurre un sonno ininterrotto, scopriamo il racconto della sua storia, dell’infanzia trascorsa tra le mura di una casa ricca, con genitori distanti e anaffettivi, e scopriamo che sin da bambina aveva operato una ribellione silenziosa: “Volevo le attenzioni, certo, ma non volevo abbassarmi a chiederle. Mi ribellavo in silenzio, con i pensieri. […] Avevo imparato a galleggiare su affetti superficiali racimolati dalle insicurezze altrui.” Insicurezze come quelle di Reva, una voce che sembra talmente uscita da dieci sit-com mischiate insieme da risultare, paradossalmente, credibile, esilarante e tragica nello stesso tempo. Viene dalla provincia, da Farmingdale, cittadina “squallida”, lame la definisce la narratrice, e fa di tutto per essere parte di quella sfera sociale glamour e vincente. “Vedeva la mia lotta con l’infelicità come una crudele parodia delle sue stesse sfortune”. Bulimica, ossessionata dall’apparenza, dai libri self-help, in costante auto-costruzione aspirazionale, Reva è la controparte della nostra protagonista, nella sua ricerca della scalata sociale. La conosciamo attraverso i commenti piuttosto spregevoli della voce narrante, a cui però non riusciamo a fare a meno di sentirci vicini, seppure destabilizzati dalla sua totale mancanza di empatia. È forse una delle voci più egoiste ed ego centrate mai sentite, eppure le lasciamo dire tutto, ci affascina. Forse perché è così bella da suscitare quella fascinazione spaventosa che suscitano i mostri.

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foto di Roberto Junior

Il mostro

La sua bellezza è la sua chiave di ingresso nel mondo, ed è anche il motivo per cui non potrà mai essere null’altro che questo, bellissima. Lo sguardo di Trevor, ex fidanzato vagamente sociopatico, la cui cosa preferita è infilare il pene nella bocca della protagonista mentre lei finge di dormire, che le dice che il suo aspetto è il suo “tallone d’Achille”, è anche un po’ lo sguardo di chi legge. È una bellezza talmente universale e perfetta da risultare mostruosa. “Il corpo straordinario è un elemento fondamentale della maniera in cui concepiamo il corpo ordinario.” scrive Rosemary Garland Thompson. Rappresenta il confine tra normalità e anormalità, e in un certo senso il corpo della protagonista, incarnando tutta la norma possibile, ne esce fuori, risultando anormale, sovra-normativo. L’accento sulla sua bellezza è richiamato costantemente da Reva, ma anche dal suo stesso sguardo allo specchio. Non abbiamo una descrizione accurata, somiglia ora a Charlize Theron, ora ad Amber Valletta, ma è proprio quest’inaccuratezza a renderla ancora più sconcertante. Sublime, nel senso preciso e originario del termine. Il suo confinamento in casa è l’emblema della sua mostruosità: i mostri sono creature di confine da sempre, il mostro più classico e antico della letteratura anglosassone, Grendel, è merc-strapa, colui che vaga per i confini (Beowulf). 

Ed è ai confini, sulla soglia, che Bartleby fa la sua prima apparizione nel racconto di Melville. Un motionless young man, un giovane immobile, che compare all’improvviso alla porta dell’ufficio, per poi collocarsi in uno spazio di confine tra lo studio dell’avvocato e la parte dedicata ai suoi collaboratori. È un personaggio ai margini, recluso dietro un muro o un paravento, così come la nostra narratrice è chiusa in casa. Non lo vediamo mai in strada, all’aperto, sempre in prossimità di un interno. È una sorta di fantasma che infesta il palazzo e non vuole andar via. Neanche Bartleby consuma, anche il suo corpo magro, indescrivibile se non con una terminologia vaga, anche qui, inaccurata, che si muove ai margini, è mostruosamente fuori dai bisogni corporei di tutti. Bartleby non mangia, ed è in un certo senso, come la narratrice, un emblema di dolore universale, invisibile e permanente, un dolore che non trova motivazioni comprensibili all’interno dei meccanismi abituali di significazione che applichiamo alla realtà. Il dolore dell’alieno, del depresso, la sensazione di essere walling out, murato fuori.

Il postmoderno

Si sente l’eco del postmodernismo che riverbera tra le pagine del romanzo di Moshfegh, nei personaggi, nei dialoghi, nell’assenza di una trama lineare precisa, nella rappresentazione spietata di alcuni aspetti della società, nei glitter rosa ovunque qua e là, che non possono non richiamare alla mente quelle famose diamond dust shoes di Warhol, iconica immagine del postmodernismo (copertina di Postmodernismo, ovvero la logica culturale del tardo capitalismo, di Fredric Jameson, traduzione di Massimiliano Manganelli, Fazi editore).

La rottura della sacralità dell’arte è amplificata ed esplicitata dai commenti della narratrice, che affianca quel mondo allo stock market, un riflesso del capitalismo invischiante fatto di avidità, gossip, speculazioni e cocaina, dove il valore e la qualità del lavoro artistico non sono più legati all’idea del rituale umano ma al potere d’acquisto di un manipolo di ricchi che provano a “elevare” il proprio capitale culturale. Questo tentativo di elevazione e riempimento di senso lo troviamo anche nell’opera di Ping Xi, giovane artista di successo con dei brufoli tatuati sul mento (la performance dell’adolescenza forse?), che si masturba sulla tela eiaculando glitter e imbalsama cani infilando loro delle luci rosse negli occhi. Ping Xi viene eletto a “custode” del sonno della protagonista e prova a dare (o meglio, a estrapolare) un valore artistico alla sua ibernazione. Vuole incastrare la sua “azione” nelle categorie di identità, società, istituzioni. Ma la narratrice è molto lucida nella definizione di quello che le accade, la sua è una “quest for a new spirit”, la ricerca di un nuovo spirito, di rinascita nell’approccio al suo privilegio, e non di cambiamento di stato: “Sono nata nel privilegio e non lo voglio sprecare, non sono un’idiota.” 

Questa fuga da una significazione univoca è il centro del racconto di Melville. Non esiste racconto più fuggevole all’interpretazione lineare della storia di Bartleby, tant’è che di lui è stato scritto tutto e il contrario di tutto. Bartleby è un impiegatuccio, una figura cristologica, uno spettro, l’incarnazione della disobbedienza civile di Thoreau, lo scrittore, l’artista, l’alieno. Tutte le interpretazioni sono plausibili, tutte valide. Anche Bartleby lo scrivano, a suo modo anzitempo, è un racconto postmoderno, con la sua angoscia intrinseca dissonante con la distanza ironica con cui osserviamo lo scrivano dal punto di vista del compiaciuto avvocato, i cui sentimenti contrastanti di pena e ribrezzo sono i sentimenti umani con cui si osserva la miseria: “quando la pietà non si traduce in un efficace soccorso, il senso comune impone all’animo di sbarazzarsene.”

Come sostiene Ping Xi, che fornisce una lettura critica del romanzo di Moshfegh interna al romanzo stesso: “Siamo tutti addormentati, indottrinati da un sistema che se ne sbatte di chi siamo veramente.” Un sistema che non vuol vedere i suoi “mostri”, e preferisce rimandare, ignorare, dimenticare, assecondare.

La resistenza di Bartleby, come quella della narratrice di Il mio anno di riposo e oblio, è una resistenza al sistema precostituito, sistema che è riluttante ad affrontarla e procrastina costantemente. A un certo punto la sua lingua permea l’ufficio, tutti cominciano a “preferire” qualcosa, e abbiamo la sensazione che il rifiuto di Bartleby possa diventare contagioso. Ma non succede. I mostri sono fatti per essere riportati nei confini, chiusi dietro i paraventi e le mura di mattoni, che si tratti di mura reali o di tutti i limiti precostituiti che ci disegniamo intorno, quei limiti che ci consentono di vivere un’esistenza socialmente accettata. 

Prima e dopo la pubblicazione: come cambia un romanzo

di Marco Terracciano

Due anni fa Valentina Durante stava cercando un editore per il suo romanzo Afrodia e, nel frattempo, chiedeva pareri ai suoi contatti Facebook. Io non la conoscevo, ma qualche mese prima avevo letto questo suo racconto sulla rivista Vibrisse e per diversi giorni mi ci ero arrovellato su. Così, come accade ai lettori che si sentono in confidenza con gli autori dopo averne condiviso l’immaginario, mi sentii in diritto di chiederle il file word di quel romanzo. Lei fu paziente e me lo inviò. La proibizioneuscito poi nel 2019 per Laurana, è la versione definitiva di quella prima versione che potei leggere in anteprima.
Avere l’occasione di confrontare due versioni di uno stesso romanzo, quella edita e quella inedita, aiuta a capire come la stessa storia possa essere raccontata in modi apparentemente simili, ma profondamente diversi. Mettetevi comodi e cercate di seguirmi.

1. Un kimono verde smeraldo

Poche battute sulla trama di La proibizione: due donne, Leni e zia Eleonora, vivono nella stessa casa e sono legate da un rapporto morboso di reciproca dipendenza. La prima ha un potere misterioso e sovraumano («Posso guarire le persone che amo. Qualunque sia il male, io posso curarlo. Quando guarisco qualcuno, lo perdo»), l’altra ha un potere umanissimo ma terribile: la persuasione. In mezzo, un figlio che imbalsama insetti e un drammatico incidente d’auto.
Confrontiamo i due incipit:

La prima volta che entrai nella stanza avevo dodici anni.
Quella domenica zia Eleonora era uscita subito dopo pranzo. Aveva indossato uno dei suoi vestiti più belli: verde smeraldo, tagliato a kimono, con una fusciacca in vita. I sandali rossi col tacco.
(Valentina Durante, Afrodia, 2016)

La prima volta che entrai nella stanza avevo dodici anni.
Quella domenica zia Eleonora era uscita subito dopo pranzo. Aveva indossato uno dei suoi vestiti più belli: un Nina Ricci verde smeraldo, tagliato a kimono, con la fusciacca in vita. Lucido, di seta croccante, come una foglia giovane e nervosa.
(Valentina Durante, La proibizione, 2019)

Notiamo subito questa cosa: i primi tre periodi sono quasi identici, persino nella punteggiatura. L’aggancio narrativo è la ‘stanza’, l’elemento misterioso messo a tavola come un piatto succulento coperto dalla cloche. C’è una sola piccolissima aggiunta che però non passa inosservata: il vestito «verde smeraldo, tagliato a kimono, con una fusciacca in vita» in La proibizione è un Nina Ricci. Perché puntualizzare, mi sono chiesto subito. Ci dev’essere qualcosa in questo passaggio, ha l’aria di essere una correzione, non una semplice aggiunta. Ed è proprio qui, infatti, che ho trovato il senso della differenza tra i due romanzi. Ma andiamo avanti, ci torneremo tra poco.
Dal periodo successivo i due incipit cominciano a variare sensibilmente, pur condividendo le stesse immagini. In A. (Afrodia) zia Eleonora indossa sandali rossi col tacco, oltre al kimono verde smeraldo. Cosa stiamo leggendo esattamente? Durante ci permette di visualizzare cromaticamente il tipo umano zia Eleonora: verde e rosso, kimono e sandalo, pochi dettagli definiti per inquadrare lo spirito esibizionista e seducente del personaggio. In L.P. (La proibizione), invece, il centro del palco se lo prende il vestito: l’oggetto-Nina-Ricci nel periodo successivo diventa l’unico elemento disponibile verso cui orientare l’interpretazione. La chiusura sulla similitudine con la foglia giovane e nervosa sposta definitivamente il personaggio in secondo piano.

2. Zia Eleonora rientra a casa

I due incipit continuano:

Sarebbe rientrata poco prima di cena, aveva detto. Era un pomeriggio di luglio: opaco, afoso, immobile. L’anno, il 1987. Non le avevo fatto né mi ero fatta domande: non avevo ancora l’età per questo.
(Afrodia, 2016)

“Sarò a casa verso le otto”, aveva detto. Sapevo di non dover fare domande.
(La proibizione, 2019)

“Sarò a casa verso le otto”, dice zia Eleonora in L.P.; «Sarebbe rientrata poco prima di cena, aveva detto» racconta la narratrice in A. (Afrodia, oltre a essere il titolo del romanzo, è anche il nome della narratrice, modificato in Leni in fase di editing). Il fatto è lo stesso, ma la sostanza narrativa cambia notevolmente. Questa variazione è la logica conseguenza del diverso modo in cui è stato introdotto il personaggio ed è anche il segno del grande studio tecnico che c’è dietro alle due stesure. Nel secondo incipit Durante ha bisogno di far parlare zia Eleonora per cominciare a darle colore. Nel primo no, i suoi vestiti hanno già detto abbastanza. È un aspetto fondamentale perché condiziona lo stile dei due romanzi.
Prendiamo A., per esempio, tutto A. Ci troviamo molto più discorso indiretto, tecnicamente c’è meno mimèsi del parlato e più diegèsi, più racconto. Il narratore si prende più spazio per distribuire coordinate spaziali e temporali e il bisogno di accompagnare la storia “diegeticamente” arricchisce la sua psicologia, lo rende personaggio. I due incipit ce lo mostrano perfettamente: “Sarebbe rientrata” (A.) è diverso da “Sarò a casa” (L.P.) perché nel primo caso il condizionale gestisce il livello di incertezza, conferisce una quota di possibile inattendibilità che umanizza il narratore. Sono caratteristiche che restano costanti lungo i due romanzi. È come se in L.P. lo spazio dedicato alla descrizione degli oggetti togliesse fiato alla voce narrante e i personaggi venissero fuori soltanto attraverso veloci scambi di battute, pezzi di teatro.
Conseguenza: Afrodia ha una voce estremamente connotata, Leni no. A. è un romanzo psicologico, di immedesimazione, introspettivo; L.P. è un romanzo fortemente straniante, disorientante, spesso difficile da mandare giù.

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3. Sulla strada di catrame

I due incipit si chiudono così:

La pendola del salotto aveva battuto le due. Mi annoiavo. Faceva troppo caldo per giocare in giardino: il sole cuoceva il lastricato del vialetto e dalla strada, al di là del cancello, si levava un odore secco e pungente di catrame.
(Afrodia, 2016)

Si era nel pieno di un luglio afoso e certi pomeriggi ci lasciavano sfinite. Faceva troppo caldo per giocare all’aperto, soprattutto da quando avevano asfaltato la strada nuova. Il sole eccitava il catrame ancora molle, sollevando un odore secco, acuto, che raschiava gola e narici.
(La proibizione, 2019)

Al secondo periodo mi fermo e prendo appunti. Afrodia dice: «Mi annoiavo». Una battuta del genere – estemporanea, di ritmo, connotativa – sarebbe impensabile sulla bocca di Leni. A. ne è pieno, è un romanzo “sporco”, nel senso che le altalene emotive contraddicono spesso la rappresentazione delle vicende.
Più avanti c’è un’immagine chiarissima, gestita in due modi diversi: la strada di catrame. Nel primo incipit la descrizione della strada è inserita per motivare una scelta e lo stato d’animo di un personaggio. Nel secondo incipit no. Il catrame «raschia la gola», certo, ma la digressione sulla strada nuova non è al servizio della costruzione di un personaggio. È un segmento autonomo, introduce un oggetto che è davanti a noi in tutta la sua consistenza e unicità, non è gregario.

A questo punto possiamo dirlo: la differenza più grande tra le due stesure riguarda il valore simbolico e la funzione narrativa degli oggetti, il loro spostamento dallo sfondo al primo piano.

Due interpretazioni: intentio operis e intentio auctoris

Finito il close reading, cerco di spiegarmi meglio.
Umberto Eco, nel saggio Lector in fabula, intitola un paragrafo Condizioni elementari di una sequenza narrativa e dice una cosa che può aiutarci a venire a capo di questa lettura. Esistono pochi elementi davvero imprescindibili al funzionamento di una scena narrativa: un agente, un’intenzione, uno stato e un mutamento. Posta la loro presenza come condizione necessaria, è importante evitare le informazioni superflue.
Nel caso di La proibizione mi sono chiesto: un kimono «Nina Ricci» è un’informazione superflua? Risposta: no, perché Nina Ricci è il nome proprio di un oggetto comune. Per Durante non ci sono fiori ma ‘Chapeau de Napoleòn’, non farfalle ma ‘macaoni’, non contenitori generici ma contenitori ‘Ordinett’. L’aggiunta di un nome proprio al kimono verde smeraldo nel passaggio da A. a L.P. è una dichiarazione di poetica: “spingerò sulla connotazione degli oggetti, ma svuoterò i personaggi”. Questo è quello che è accaduto nel corso di tre anni di correzioni e di editing. Questo è quello che comunica La proibizione oggi: la neutralizzazione della voce del narratore, la sottrazione degli elementi didascalici nei dialoghi («pensò», «disse», «valutò») ha creato un mondo in cui il lettore è portato a misurarsi con gli oggetti tanto quanto o forse più che con i personaggi. Solo in questo modo possiamo sentire fino in fondo il livello di ossessione delle pratiche che ci sono nel libro. Gli oggetti in questa storia sono vessati, tramortiti, perseguitati: si passa dalla pulizia ossessiva di scarponi da sci alla cura maniacale nella conservazione di insetti imbalsamati, dallo stritolamento di uova fresche e sporche all’assillo per una culla conservata in cantina. Il focus sull’oggetto è il sintomo di un mondo senza relazioni umane.

Concludo: Valentina Durante ha sentito chiaramente questo passaggio, ha trovato il modo per costruire il romanzo che sentiva di dover scrivere. Ha spiegato tutto limpidamente in una lunghissima intervista pubblicata qualche mese fa su Vibrisse:

La cosa più importante […] sono gli oggetti che permettono l’invenzione e l’improvvisazione. Così ho fatto io: a ogni scena cercavo di costruirmi un contesto e qualcosa da descrivere. La consapevolezza di saper descrivere mi dava la sicurezza di poter scrivere e infatti l’immaginazione ha iniziato a fluire.

Con assoluta sicurezza oggi dico che la prima stesura del mio romanzo era ingenua e imperfetta. Ma con altrettanta sicurezza dico di essermi sentita molto felice mentre la facevo e di non essermi mai più sentita così felice alle prese con nessun altro mio testo. […] Sono diventata più capace nell’esecuzione, ma più incapace nel sentire l’esecuzione, o nel giungere a una felicità.

Il livello di autoanalisi dimostra una consapevolezza della propria scrittura fuori dal comune. Difficile, però, che un lettore condivida il giudizio di un autore rispetto alla sua opera. Afrodia non è un romanzo ingenuo e imperfetto. È un romanzo diverso, con una voce diversa, con gli stessi personaggi sviluppati a un diverso livello di immaginazione. La proibizione è il frutto di un cambio di impostazione e di illuminazione sugli elementi di una storia già molto strutturata a livello di immaginario. Per tutti questi motivi, il confronto tra edito e inedito è un modo semplice e operativo per mostrare la plasticità dei personaggi e dei rapporti e, più genericamente, la dipendenza del contenuto dalle strutture formali.

Gli Editoriali. Silvia Viganò (Marcos y Marcos)

Redattori, social media manager, impaginatori, uffici tecnici, consulenti e ancora altri: sono loro gli Editoriali, persone che lavorano i libri prima che diventino libri. Chi sono, cosa fanno e come lo fanno: una serie di domande per scoprire qualcosa di più sui mestieri dell’editoria.

Silvia Viganò è nata nel 1983 a Milano, dove vive e lavora. Ha sempre lavorato in campo culturale, ma è entrata in quello editoriale nel 2012, con Marcos y Marcos, in veste di caporedattrice e responsabile di produzione.

Come hai iniziato e quando sei arrivata in Marcos y Marcos?
Nel 2011, a completamento del Master di Traduzione inglese di testi post-coloniali dell’Università di Pisa, ha svolto uno stage in Marcos y Marcos alla scoperta del mondo editoriale.

Quali sono le tue mansioni, nello specifico?
Mi occupo di correzione bozze, revisioni, impaginazione di interni e copertine ed elaborazione grafica fino al visto si stampi. Gestisco i rapporti con la tipografia, valutando le carte e le modalità di stampa, cercando innovazioni e migliorie.

Come si svolge praticamente il tuo lavoro e quali programmi utilizzi?
Il lavoro redazionale consiste principalmente nella lettura delle bozze, nella correzione di refusi e incongruenze, nel controllo e nella verifica dei dati. In questa fase è essenziale la consultazione di dizionari ed enciclopedie online e cartacei affidabili. Per la correzione dei testi, l’impaginazione e l’elaborazione grafica mi avvalgo di programmi come OpenOffice, QuarkXpress e Photoshop.

Qual è il libro Marcos y Marcos sul quale hai lavorato con più piacere?
Se ti abbraccio non aver paura di Fulvio Ervas è un libro al quale sono molto affezionata, che ho curato all’inizio della mia esperienza in Marcos y Marcos e che mi ha formata: un libro che ho visto crescere e affermarsi allora e nel tempo.

Qual è il libro non Marcos y Marcos sul quale avresti voluto lavorare?
La versione di Barney di Mordecai Richler e Tornare a galla di Margaret Atwood.

Qual è la cosa che più ti piace fare del tuo lavoro?
Un tempo l’idea di rileggere uno stesso testo più volte non rappresentava nulla di allettante. Da quando lavoro alla redazione di Marcos y Marcos l’esigenza di rileggere e correggere i testi è diventata un piacere, un modo per scoprire livelli e chiavi di lettura sempre nuovi e inaspettati.

Qual è la cosa che più ti annoia fare del tuo lavoro?
L’aspetto che invece non amo del mio lavoro è l’automatismo previsto da determinati controlli finali che, pur garantendo coerenza nell’impaginato e ordine grafico, mi annoiano un po’.

Qual è (se c’è) la norma redazionale che, dipendesse da te, non applicheresti?
C’è solo una norma redazionale, che di fatto probabilmente a breve non sarà più tale, che non applicherei ed è l’inserimento della ‘d’ eufonica dopo la congiunzione ‘o’ se seguita da parola che inizia per ‘o’, perché trovo appesantisca la lettura interrompendo la naturale fluidità di un testo.

Qual è quell’errore (refuso o altro) che proprio non sopporti?
Non sopporto quando al posto dell’accento grave sulla E (È) viene usato l’apostrofo E’. Basta cercare fra i simboli di qualsiasi programma di scrittura!

A tuo avviso, qual è la caratteristica più importante per chi fa un lavoro come il tuo?
Per chi fa un lavoro come il mio la dote più importante è la precisione, accompagnata da una buona dose di pazienza.

Consiglia uno o più libri che parlano del tuo lavoro e che credi possano essere utili a chi voglia iniziare.
Per chi vuole avvicinarsi al lavoro redazionale, consiglio due libri. Il primo è I ferri del mestiere di Carlo Fruttero e Franco Lucentini, per la devozione che mostrano e il divertimento che trasmettono a proposito della cura dei testi. Il secondo è il Manuale di redazione a cura di Edigeo nella storica edizione gialla di Editrice Bibliografica, per alcune dritte e consigli pratici su come affrontare un libro. (La collana I mestieri del Libro è di fatto molto valida in generale.)

foto di copertina di Micah Boswell

Euphoria: rappresentare la generazione post 11 settembre

C’è stato un periodo molto preciso degli anni 2000 in cui sono uscite, quasi contemporaneamente, tre serie teen: una ambientata a Bristol, in Inghilterra, una a New York, o meglio, nell’Upper East Side (che dire New York in effetti è mancanza di precisione), e una a Beverly Hills. Quelle ambientate negli USA hanno a poco a poco perso il mio interesse, tanto che delle ultime stagioni, lo confesso, ho solo letto i riassunti degli episodi. La serie britannica è diventata invece il mio standard di riferimento per quanto riguarda i teen drama. E sì, mi riferisco a Skins. Il motivo principale per cui Skins vinceva è perché aveva un cast di attori emergenti strepitosi e vivissimi, che riuscivano a riportare in scena dei personaggi adolescenti credibili scritti benissimo, liberi dall’incombenza di ogni tipo di paternalismo moralizzante. Ed è proprio a Skins che ho pensato in diversi momenti, in quelli migliori, di Euphoria. In altri, decisamente no.

Euphoria

Euphoria racconta le vicende di un gruppo di liceali in una non precisata e eterotopica cittadina suburbana, presumibilmente californiana, nonostante non ci sia dato saperlo per certo. Gli unici luoghi a cui viene dato un nome sono quelli in cui non si è, e questa precisa scelta narrativa, più che privare l’ambientazione di connotazioni, aggiunge pezzi, atmosfera, ampiezza. L’estate scorsa, prima ancora che andasse in onda, la serie si è imposta sui social con un hype alle stelle. Le aspettative amplificate dalla fortissima presenza online dei protagonisti e da una campagna di promozione fortemente accattivante sembravano precursori di un prodotto artisticamente e narrativamente rivoluzionario. Be’, non è stato proprio così. Euphoria è una serie che riesce a sollevare delle tracce, soprattutto nelle scelte dei personaggi e di alcuni dei temi affrontati, lasciando però dei fili sospesi qua e là e perdendosi un po’ per strada.

La questione del target

Se la produzione di Euphoria è partita come un chiaro tentativo della rete di appassionare i più giovani, il fatto che Euphoria non sia priva di quell’istanza pedagogica di fondo la cui assenza rendeva Skins una serie davvero rivoluzionaria, sembra dirci il contrario. Il target di riferimento non è infatti così palese. La voce narrante principale è quella di Rue che, soprattutto quando parla di nudes, porno, dickpic, sembra rivolgersi a uno spettatore adulto, lasciando così intendere che più che una serie per i teen si tratti di una serie sui teen.

Alcuni dei momenti in questo senso più problematici riguardano la narrazione del rapporto di Rue con la tossicodipendenza, narrazione che si completa con una lettera dolorosa della madre, spostando il punto di vista dalla ragazza verso l’esterno, quasi a voler “educare” lo sguardo sull’abuso e sui suoi effetti per le persone intorno al tossicodipendente. Inoltre, un momento dai chiarissimi toni moralizzatori è la precisa scelta narrativa del racconto dell’interruzione di gravidanza di Cassie, una scelta non proprio felice (la ragazza non è sedata, l’intervento ci viene rappresentato come un momento fortemente doloroso), decisamente manipolatoria, il cui unico scopo è fare da monito verso la giovane donna che guarda la scena e vede a cosa andrebbe incontro nel caso si ritrovasse nella stessa situazione.

I marcatori di posizione

Ci sono, tuttavia, degli aspetti di novità nella serie, aspetti che la spostano dal piano della classica narrazione teen per farne un prodotto non esattamente rivoluzionario, ma “diverso”. Questi aspetti hanno a che fare con la scelta della generazione narrata e dei temi scelti. Nei primi minuti della serie ci vengono assegnati tre marcatori di posizione: tempo, spazio e classe sociale. Ci viene detto che Rue è di famiglia middle-class, come lo sono la maggior parte dei personaggi rappresentati. Tutti vivono in un american suburb, ed ecco perché parliamo di eterotopicità: una cittadina uguale a tante altre, che più che un luogo è uno spazio culturalmente connotato, ricco di contenuto immaginativo, determinato in contrapposizione binaria con la città. Soprattutto, ci viene detto che Rue nasce a tre giorni dall’11 settembre. Questa data è il preciso marcatore temporale di spartizione tra i millennials e la generazione Z, ed è una data portatrice di diverse indicazioni.

Rue è nata nel bel mezzo di un trauma collettivo, in un’America devastata che passava le giornate davanti allo schermo a guardare e riguardare quelle scene, immersa in un dibattito che spaziava tra libertà, sicurezza, scelte di guerra, opzioni di sorveglianza e tutta una serie di elementi che hanno sconvolto completamente il mondo globalizzato. L’11 settembre ha tirato fuori, negli anni successivi, il peggio degli Stati Uniti. I concetti di eccezionalismo e libertà si sono riconfigurati su un discorso pubblico intriso di paura, razzismo, individualismo, politica aggressiva, discriminazione. Monsin Hamid ci restituisce perfettamente quel clima nelle pagine de Il fondamentalista riluttante. Ed è in quel clima che sono cresciuti i nostri protagonisti: senza aver vissuto in prima persona la ferita dell’evento scatenante, si sono ritrovati all’interno di una narrazione del mondo che, da che loro hanno memoria, ha sempre viaggiato sui binari dell’incertezza e dell’angoscia. Quello che ci appare chiaro dalle storie di Euphoria è che cosa significa essere adolescenti in un panorama di crisi permanente, in cui la narrazione collettiva è una narrazione fatta di toni paranoici e spaventati, sempre sull’orlo dell’apocalisse. Rue lo dice chiaramente, motivando così la sua scelta di riprendere a farsi:

“Il mondo sta per finire e io non ho ancora nemmeno preso il diploma” (S01E01)

Personaggi e relazioni

La generazione che ci viene rappresentata come apatica, cinica, senza sogni (fatta eccezione per Jules, che è l’unica che esprime un desiderio di futuro) è in realtà una generazione che non si riesce a proiettare fuori dal liceo, che sembra essere bloccata in quella posizione. Questi ragazzi sono l’immagine palese della rottura dell’American Dream. Lo vediamo soprattutto in Maddy, che non ha voglia di “fare niente” nella vita, e nel personaggio di McKay, personaggio portatore di ambiguità e complessità che speriamo di vedere maggiormente sviluppate in una seconda stagione, che dopo essersi reso conto della bugia interna alla success story, la classica narrazione americana dell’avrai successo se ti impegni abbastanza (portatrice del giudizio intrinseco parallelo: se non hai successo, significa che non ti sei impegnato abbastanza), decide di lasciar perdere. Non esiste più il classico personaggio overachiever da teen drama, una Joey Potter, una Rory Gilmore, una Blair Waldorf. Sam Levinson fa completamente a pezzi questa dinamica, lasciando i sogni intatti solo in Jules.

Jules, unico personaggio ottimista, proiettato in avanti, tutto sommato “felice”, e in questo rappresenta una forte svolta narrativa nello stereotipo della narrazione trans. Jules non è predeterminata dal trauma, le sue azioni si svolgono con la consapevolezza di chi si muove in uno spazio marginale rispetto al resto del gruppo, senza però vittimizzarsi neanche minimamente. Jules inoltre rappresenta “lo straniero” contro cui si accanisce suburbia, ma, anche in questo senso, la ragazza non si frantuma di fronte all’accanimento della famiglia Jacobs. Mantiene sempre una sorta di controllo, di agency.

Veniamo al rapporto tra Maddy e Nate, una relazione complicata non solo dai problemi relazionali di Nate, ma anche dallo scontro di tipo sociale tra i due. Maddy è un’immigrata di seconda generazione, ed è portatrice di una retorica inerente alla narrazione di questa tipologia di personaggio, la retorica della rivincita e dell’emancipazione economica. La sua dissociazione dalla famiglia, esplicitata dalla lite con la madre in doppia lingua, è una dissociazione funzionale alla scalata sociale. Tuttavia, non sembra esserci un lieto fine in questo senso per Maddy, che non gode della benevolenza della famiglia Jacobs.

La famiglia di Nate è l’emblema della realtà suburbana. In Euphoria, la cartolina di suburbia resta un’immagine bidimensionale che non fa neanche lo sforzo di celare il senso di cupezza interna, fatta di bugie e violenza, dove cose terribili accadono per mano del più influente dei cittadini, Cal Jacobs, colui che ha materialmente costruito la città – e infatti lo vediamo anche in una scena ambientata in un cantiere, segno che la città non sta smettendo di “crescere”, che suburbia è in continua espansione. Nate Jacobs è il prodotto dell’educazione alla competitività aggressiva, all’arrivismo, alla mascolinità tossica. Sin da bambino ha respirato questo tipo di retorica, e la figura del padre dalla doppia vita (richiamo all’American Beauty di Sam Mendes), in questo senso, rappresenta un po’ una sorta di schizofrenia di Nate, che vive sempre sull’orlo della crisi e dell’accesso di rabbia. Tutto il suo sguardo su Maddy è spaventoso: nella narrazione di Nate, Maddy è la ragazza da proteggere dai pericoli esterni, la proiezione della retorica della damsel in distress, finalizzata alla funzione di accrescimento del personaggio maschile, alla sua affermazione di forza. Il povero Tyler Clarkson sembra quasi un prop, uno strumento di scena del gioco di ruolo crudele per cui Maddy si presta a un bisogno di Nate, quello di proteggerla, come di solito si piega ai suoi desideri sessuali.

I temi e le rappresentazioni

Tra i punti di maggiore interesse sollevati da Euphoria, c’è la narrazione normalizzante dello slutshaming, privato della sua forza distruttrice e addirittura capovolto, da Kat, che lo trasforma in uno strumento di empowerment. Se di norma i teen drama degli ultimi anni ci hanno abituati alla narrazione tragica e ineluttabile degli effetti dello slutshaming, Euphoria apre alla possibilità di una visione alternativa, rimettendo le ragazze che lo subiscono in una posizione attiva, non sacrificale, e privando così la pratica dell’aura di orrore di cui è solita essere rivestita. Non si tratta di giustificarlo, tutt’altro. Si tratta di deponteziarlo.

Inoltre, uno dei meriti maggiori di Euphoria, qualunque sia il target a cui si rivolge, è quello di non aver paura di mostrare l’effetto principale della pornografia: quello di costituire cioè una piattaforma di educazione sessuale, che ci piaccia o meno. Come abbiamo già detto in passato a proposito di The Deuce, è importante prendere atto di questo discorso, anche in funzione di un’assunzione di responsabilità. La scena della prima volta tra Cassie e McKay, con l’uso della voce narrante esplicativa di Rue, ci dice molto su quello che i più giovani possono arrivare a pensare di “dover fare”, e di “doversi far piacere”. Tutto questo avviene senza giudizi morali, senza manipolazioni delle reazioni del pubblico (al contrario della narrazione dell’aborto), e viene inoltre utilizzato per sollevare un altro discorso: quello del consenso. Cassie non rifiuta il chocking di per sé, rifiuta la sorpresa:

“Non farlo più, a meno che non sia io a chiedertelo” (S01E01),

dice.

Ed è in queste cose che Euphoria vince, nelle questioni sollevate e nel potenziale di discussione intrinseco, più che nella trama in sé. Per quella, aspettiamo la seconda stagione, e speriamo bene.