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Fidarsi del sé stesso lettore (educandolo)

Se lo chiedessero a me, la prima cosa che vorrei i lettori imparassero a fare è fidarsi del sé stesso lettore. Bene leggere le recensioni, bene ascoltare i critici letterari, bene il passaparola e le discussioni di gruppo, non bene farsi incatenare il pensiero dalle convinzioni altrui.

Molte volte io ho vissuto il disagio di non “riuscire a capire” un testo che pareva invece tutti gli altri capissero. Bene chiedersi: tutti gli altri chi? I sempre-gli-stessi 10 blogger che leggo quotidianamente? L’ufficio stampa dell’editore con cui è uscito il libro? Il libraio di fiducia? La firma sul settimanale? Pur mettendo insieme tutte le voci che siamo soliti ascoltare nelle nostre decisioni sui libri non accumuleremo più di un condominio di 5 piani. Quindi, per prima cosa: ridimensionare il tutti.

Certi discorsi oggi è pericoloso farli perché se ti scappano di mano c’è il rischio vengano equivocati con l’inascoltabile sciocchezza dell’uno vale uno. Ovviamente uno non vale uno. L’opinione del semplice lettore non vale quanto quella del critico; l’opinione del lettore occasionale non vale quanto quella del recensore costante. Però un loro valore le opinioni dei lettori ce l’hanno eccome. Prendiamo intanto le opinioni dei lettori forti, che in questo spazio immagino interessino a tutti di più.

Cosa si intende per lettore forte? Facciamo due casi:

  • Se il lettore forte è colui che legge, mettiamo, 5 libri al mese, la sua opinione ha un peso significativo. Lo ha anche se i suoi 5 libri al mese sono Federico Moccia, Federico Moccia, Federico Moccia, Federico Moccia, Federico Moccia (o Fabio Volo x 5: di solito è Fabio Volo che viene assunto a categoria estetica, e io ne ho già parlato qui, ma in questi giorni è in altre faccende affaccendato).

Un lettore che legga 5 libri al mese legge più di me, e io lavoro in editoria, quindi sono una che legge. Bisogna considerare che probabilmente legge anche più di voi. Dobbiamo quindi tutti per forza confrontarci con quel numero lì, perché è un numero che indica una passione, una costanza, un uso, una quotidianità, una motivazione.

È un numero da cui io — che ritengo poco proficuo leggere 5 libri al mese, soprattutto se non raggiungono una certa quota di qualità — non posso prescindere nella mia analisi sulla lettura, nella mia rivendicazione della lettura. Perché la lettura non è mia. E qui cito quanto già sostenevo a proposito della scrittura, che non è degli scrittori. Nessuno si offenda: ogni mondo è di tutti.

  •  Se il lettore è forte non perché legge molti libri ma perché si chiede come leggerli (questo è il caso che preferisco, e ho inventato il laboratorio Apnea apposta) si ritorna al: uno non vale uno, ma costruirsi una propria critica, specifica e istruita abilità di lettore, direi addirittura una visione di lettore (che faccia da specchio alla visione dello scrittore) è il modo per non perdere la possibilità di una propria opinione sensata. Non solo: è il modo per costruirsi un’estetica di vita. 

La lettura non è una pratica a sé stante, che finisce per essere solo ed esclusivamente in concorrenza con la vita; è invece uno di quei comportamenti attraverso i quali quotidianamente riusciamo a dare una forma, un sapore e uno stile alla nostra esistenza. 

Marielle Macé, “La lettura nella vita. Modi di leggere, modi di essere” traduzione di Marina Cavarretta — QdR Loescher editore

 

Chiusa la catalogazione di lettori e abbracciata la tesi per cui ogni lettore è sì diverso nella scala dei lettori (e la scala oggettivamente c’è, non si può sostenere non ci sia) non è però dogma credere che ci siano di più e di meno titolati a farsi un’opinione. Quindi torniamo al punto: leggere e farsi un giudizio. Come si fa? Per me i metodi efficaci sono quelli radicali e contrari, ad esempio:

  • leggi uno dopo l’altro libri di genere diversissimo (nota le differenze di struttura e di sviluppo tra un romanzo breve di fantascienza, un 1000 pagine russo dell’800, una raccolta di racconti di un autore postmoderno americano)
  • leggi uno dopo l’altro libri che esplorano lo stesso nucleo ma con forme diverse (il rapporto uomo/natura nella fiction pura, nell’autofiction, nella metafiction, nel saggio, nel racconto breve, ecc)
  • leggi uno dopo l’altro libri gemelli (es: tutti i romanzi che raccontano i tradimenti incrociati di una doppia-coppia attraverso i 4 punti di vista alternati dei protagonisti)

E via così. Ne ho altri, posso anche inventarli al volo perché sono facili e perché la questione a cui tengo arrivare non sono le tappe del percorso che ogni lettore tocca per raggiungere una maggiore capacità critica, una maggiore consapevolezza creativa (leggere non è un atto passivo), ma che infine ci sia per quel lettore la possibilità di capire che, diceva Theodor Adorno, “la forma è contenuto sedimentato”.

Per imparare a leggere è bene cominciare a sviluppare curiosità per la forma: guardare come sono costruite le pagine, ascoltare il suono che sviluppano i brani, contare la misura delle parole, delle frasi, dei capitoli, ragionare sui titoli, gli attacchi, i secondi e terzi pezzi, i finali. E insomma in prima analisi educare il proprio spirito primo, la propria ingenuità, le proprie considerazioni “a pelle”.

Si comincia da lì: dalle informazioni che capta il corpo (basta che non si annusino i libri di carta!) a suo modo intercettando la poetica di chi ha scritto; dalla serendipità che conduce a viaggiare da un testo all’altro, da un autore all’altro, da un tema all’altro; dagli “ho pensato che” senza base teorica, e che però sottintendono un’analisi con sé stessi:  Perché l’ho scelto? Perché mi ha deluso? Come ha fatto a convincermi? Dove e quando è successo?

Si arriva infine a darsi di gomito con Vladimir Nabokov, quando diceva che non bisogna cercare storie in cui immedesimarsi, e aveva ragione. Perché lo scopo mica è scambiarsi effusioni con personaggi che parlino di me. Lo scopo è metter(mi) in ordine, fare spazio e selezione nella vita/libro: ri-creare la forma lettura dalla forma scrittura. Ma si capisce un poco alla volta.

L’immagine di copertina è di Philippe Oursel, su Unsplash

Non prenderla come una critica – Il libro che visse due volte di Sally Rooney

di Valentina Grotta

A 28 anni Sally Rooney è già una scrittrice dal successo planetario, e questo dal suo primo libro Parlarne tra amici (Einaudi, traduzione di Maurizia Balmelli). Osannata, a giusta ragione, dal New Yorker, è stata selezionata con il suo secondo libro, Persone normali (Einaudi, traduzione di Maurizia Balmelli), per il prestigioso Man Booker Prize.
La casa editrice Faber&Faber ha appena annunciato che la BBC sta girando una serie tratta dal secondo libro, con Daisy Edgar Jones e Paul Mescal. Persone normali è uscito da poco, a nemmeno un anno dal primo libro, e già tutti ne parlano. Se ne parla perché è un libro molto bello, ben riuscito, ma soprattutto: identico al primo.

Normal People: il libro che visse (già) due volte

Questa somiglianza è strana, ma innegabile per diversi motivi. I due romanzi sono simili in almeno tre elementi: la trama, la conseguente dinamica tra i personaggi e il leitmotiv di fondo.
Schema della trama: A ama B, da questi ricambiato. Una serie di avvenimenti, tumulti interiori, insicurezze e fraintendimenti dividono la coppia fino al casuale e drammatico prefinale in cui, in entrambi i romanzi, un evento casuale e più grande dell’insicurezza li fa finalmente riavvicinare.
Dinamiche dei personaggi: A e B si incontrano in un contesto (familiare nel primo libro, socio culturale nel secondo) fortemente contrastato. In Parlarne tra amici la relazione amorosa tra i due protagonisti avviene dentro la cornice dell’adulterio, in Persone Normali, invece, i due amanti sono due post adolescenti problematici, profondamente insicuri di sé e di ceto sociale diverso. Questo non permette a entrambe le coppie di avere una relazione esplicita, condivisa da famiglia e amici, il che innesca la maggior parte dei conflitti sia interiori che ambientali di entrambi i romanzi.
Il leitmotiv: le dinamiche interpersonali di cui abbiamo parlato sono, in entrambe le storie, delineate sulla base di rapporti di potere e dipendenza. Il tipo di potere che la Rooney ci racconta, però, è molto particolare. A una prima lettura sembra che in entrambi i libri sia l’uomo a dominare la donna: in Parlarne tra amici una studentessa ventunenne si innamora di un bell’attore infelice e sposato e in Persone normali la bruttina della scuola, anch’essa ventenne, emarginata e ancora vergine, si innamora del bel ragazzo figlio della sua governante. Eppure entrambe le ragazze sembrano esercitare un controllo passivo sull’altro, senza subire soltanto il suo desiderio. Un esempio in cui si delinea il potere di Frances, protagonista di Parlarne tra amici, è in un paragrafo, un po’ involuto, in cui la ragazza descrive cosa fa durante il sesso con Nick, il suo amante attore:

Intuivo che gli piaceva quando gli dicevo quanto mi facesse stare bene. Se mi dilungavo troppo era molto facile farlo venire. A volte mi piaceva farlo solo per sentire di avere un potere su di lui, e dopo lui diceva: Dio, mi spiace, è stato così imbarazzante. Sentirgli dire questo mi piaceva più del sesso in sé.

Oppure, poco più avanti, esplicitando l’intermittente posizione di potere/passività della protagonista:

E mi ha infilato la mano tra le ginocchia. Indossavo un vestito a righe e avevo le gambe nude; nell’istante in cui mi ha toccata mi sono sentita eccitata e passiva come se fossi addormentata. È stato come se le forze mi avessero abbandonata, e quando ho cercato di parlare balbettavo.

Poco dopo la protagonista chiede al bel Nick cosa succederà quando la moglie tornerà a casa. La risposta che le viene data non è proprio di uno dal polso di ferro. Nick dice infatti: “Ci inventeremo qualcosa”. Anche successivamente, Nick non farà nulla per esplicitare la relazione e cercherà sempre di proteggere il suo matrimonio.

Allo stesso modo, in Persone Normali, la protagonista Marianne si trova a destreggiarsi tra la capacità che ha di far fare a Connell, il suo amante segreto, cose che lui non vorrebbe davvero fare e la voglia di farsi dominare – e addirittura picchiare – da chi gli sta vicino. All’inizio della loro relazione, in una scena in cui Marianne confida a Connell che la madre non la ama e il fratello è uno psicopatico, Connell dice a Marianne di amarla. Il ragazzo si pente subito di averlo detto. Sembra proprio che Connell si senta in qualche modo spinto da Marianne a dire questa cosa a causa del suo background familiare (una tale pressione psicologica porterà poi Connell a lasciarla).
Viene spiegata così la reazione di Connell alla sua dichiarazione d’amore:

Ha iniziato a dirle che l’amava. È semplicemente successo, come ritirare la mano quando si tocca qualcosa di bollente. (…) Era vero? (…) In un primo momento ha pensato che doveva essere vero, dal momento che lo aveva detto (…) ma poi si è ricordato che ogni tanto mentiva, senza premeditarlo né sapere perché.

La dinamica di passività della protagonista è invece spiegata bene in una scena a metà del libro. Dopo la fine della relazione tra Marianne e Connell, i due si incontrano per un caffè. Marianne racconta, in un dialogo un po’ sadico, che il suo nuovo ragazzo, Jamie, la picchia durante il sesso. La reazione di Connell è sconcertata: ora sono amici, e lui si preoccupa per lei. Ma Marianne spiega così la sua relazione:

Con Jamie è come se recitassi una parte, fingo di sentirmi così, come se fossi in suo potere. Ma con te era davvero una dinamica, quelle sensazioni le avevo sul serio, avrei fatto qualunque cosa tu avessi voluto. Lo vedi, adesso pensi che sia una cattiva ragazza. Che sia sleale. Chi non vorrebbe picchiarmi?

Dunque in entrambe le relazioni sembra che le due donne protagoniste siano profondamente desiderose di lasciarsi andare e di farsi dominare, e allo stesso tempo (e forse proprio per la loro immensa disponibilità) armate di un potere di persuasione che gli uomini non sanno gestire e che ne provoca l’allontanamento. In entrambi i libri questo rapporto di potere, derivante da una dinamica di dipendenza, innesca nelle ragazze due reazioni simili nel momento in cui i rispettivi uomini si allontanano: in Parlarne tra amici Frances rafforza i suoi comportamenti autolesionisti mentre in Persone normali Marianne lambisce l’autodistruzione diventando anoressica.

rooney

Una questione di ripetizione

Riassumendo: A e B si amano, vivono tristemente – e segretamente – la loro storia poi per caso si ricongiungono; due uomini dominanti loro malgrado e dinamiche di potere sbilanciate; due donne enormemente passive che grazie a questa immensa disponibilità spaventano uomini meno disponibili di loro.

Si manifesta qui, con questa configurazione ripetuta di temi, dinamiche e personaggi, quello che Zizek, nel suo bellissimo saggio sul remake (Hitchcock: è possibile girare il remake di un film?, Mimesis edizioni) intravedeva nei film di Hitchcock: i segni della coazione a ripetere esistono non solo per ribadire un concetto, ma per legare i racconti tra loro in modo tale da costruire un corpus unico di scene e storie che si parlano tra loro. Come la vertigine rappresentava per Hitchcock un leitmotiv non solo figurativo (si pensi all’inizio di Psycho o ai titoli di testa di Vertigo (La donna che visse due volte) e anche alla scena nella chiesa di San Juan Batista) il potere e la dipendenza psicologica sono il filo rosso nei due romanzi della Rooney al punto che le intense scene d’amore dei personaggi in entrambi i libri si confondono le une con le altre creando un unico universo sessuale ben delineato, dove, come abbiamo visto, domina la sottomissione e il piacere come cessazione della volontà.

Certo, due opere non sono ancora sufficienti per delineare un’intera poetica, ma questi romanzi sono simili in un modo che sembra così pensato e coerente che è possibile intravedere una sicura progettualità. E questo progetto, delineato in questo modo, si avvicina molto all’idea di remake in cui la coazione a ripetere restituisce quello che Lacan chiamava sinthomo (in Il seminario. Libro I. Gli scritti tecnici di Freud. 1953-1954, traduzione di Antonello Sciacchitano e Irène Molina, Einaudi), ovvero il segno che ripetuto nelle diverse opere dà spazio a “uno strano godimento”. È vero che la presenza di elementi così simili può deludere il lettore che vuole leggere sempre nuove storie (e abbiamo parlato solo delle dinamiche e dei personaggi principali, ma anche quelli secondari e addirittura il viaggio ‘catalizzatore’ di tensioni nascoste è lo stesso in entrambi i libri). Ma qui si innesca un altro piacere, più sottile. Perché è innegabile, infatti, che la similitudine tra i due libri, lungi dall’essere noiosa o ripetitiva, possa avere lo stesso potere delle favole: restituire il piacere di un elemento conosciuto, che ci attraversa in sentieri già parzialmente battuti, in cui i personaggi e le situazioni sono così vividi e speciali che anche il ritrovarle in forma diversa non gli toglie nulla della loro bellezza e potenza.

“Non so cos’ho che non va” dice Marianne ad un certo punto. “Non so perché non riesco a essere come le persone normali.” È un dubbio universale, questo di Marianne, e ci vuole tempo per avvicinarsi a possibile risposta. E questo dubbio, nella letteratura come nella vita, non viene mai fugato una volta per tutte.

La cinquina finalista del Premio Campiello: un giudizio parziale

AVVERTENZA: i giudizi contenuti in questo articolo sono formulati sulla base della lettura di poche decine di pagine per singolo libro, pertanto sono parziali e rivedibili. Allo stesso tempo, trattandosi di analisi fatte su un particolare momento del testo letterario generalmente definito ‘attacco’, sono giudizi consapevolmente circoscritti, dunque completi e verificabili. Venti pagine sono poche per una valutazione definitiva, ma abbastanza per un giudizio parziale.


La vita dispari (estratto) – Paolo Colagrande, Einaudi 2019

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TRAMA: Buttarelli è scomparso. Al narratore tocca ricostruirne la vita a partire da fonti a lui vicine: Vilmer Gualtieri, lo zio inattendibile, fumatore incallito e raccontafavole; i fratelli Landemberger, gli spilorci proprietari di un tabacchino di paese.

A PRIMA VISTA: raccontare senza soluzione di continuità non allarga i confini di una storia, ma li restringe. Colagrande scrive spesso una frase di troppo. Quando è sul punto di completarne una e trasmettere il senso di un percorso arrivato a termine, si avvita in un fracasso di subordinate e chiude un po’ in affanno. È chiaramente in grado di sostenere uno stile del genere, ci sono dei passaggi così arguti da rasentare la genialità, ma le cadute arrivano quando il ricco eloquio ha come fine la creazione di un ritmo, non di una storia. La vita dispari rischia di essere il racconto di un narratore prevaricante, eccentrico, che si sforza di dare colore alla scrittura trascurando i personaggi.

CI CONVINCE: l’intelligenza e l’arguzia di un narratore incontenibile possono incontrare il gusto dei lettori languidi, sornioni, desiderosi di una storia che ne stimoli la perspicacia.

NON CI CONVINCE: l’ossessione per il controllo formale può finire per oscurare il contenuto, svuotando una storia che ha le premesse per diventare avvincente.


Madrigale senza suono (estratto) – Andrea Tarabbia, Bollati Boringhieri 2019

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TRAMA: Igor Stravinskij scrive una lettera al professor Glenn Watkins, membro del dipartimento di musica di un college americano, per spiegare come e perché si è innamorato della musica di Carlo Gesualdo principe di Venosa, compositore di madrigali vissuto tra XVI e XVII secolo. Nonostante la sua musica sia considerata difficile da eseguire, vuole restituirne la bellezza attraverso la composizione di un Monumentum pro Gesulado da Venosa ad CD annum in onore di una musica che «viene dal paradiso».

A PRIMA VISTA: l’uso sapiente della punteggiatura non solo aiuta a scandire il ritmo, ma fa miracoli anche nella gestione del registro. Lo stile della lettera di Stravinskij è colto ma vivace, sofisticato ma mai pedante. Tarabbia riesce a tenere unite complessità e leggibilità grazie a un controllo notevole dei due punti: quando i periodi si arrampicano su vette troppo alte, intervengono come fendinebbia. C’è un problema, però, nella successione di alcune sequenze. Ci sono troppi fuochi in questa lettera. Tre personaggi (una scimmia, una foca e una domestica ucraina) la aprono, ne orientano il senso, catturano l’attenzione, poi scompaiono senza motivo, senza assumere una precisa funzione narrativa. Si resta spiazzati: il tema portante della lettera cambia pagina dopo pagina e questo continuo salto tra un fuoco e l’altro depotenzia l’attacco del romanzo.

CI CONVINCE: basato su fatti e personaggi reali è un romanzo il cui interesse documentario può essere già abbastanza per un lettore che ha familiarità con l’argomento. In più si tratta, a giudicare dalla lunga lettera introduttiva, di un romanzo a più voci, piacevole da attraversare per cogliere le sfumature dei punti di vista.

NON CI CONVINCE: i problemi di gestione delle linee narrative vengono fuori già dalle prime pagine e c’è il rischio che caratterizzino l’intero romanzo.


Lo stradone (estratto) – Francesco Pecoraro, Ponte alle grazie 2019

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TRAMA: un uomo cinico e disilluso osserva lo ‘stradone’ dalla palazzina dove vive da più di vent’anni. Osserva gli esseri umani che lo popolano come cumuli di intelligenze spente in un formicaio. La Città di Dio («decadente metropoli che assomiglia molto a Roma» stando alla quarta di copertina) è il teatro di questa vita brulicante. Tutt’attorno allo stradone ci sono i resti di una civiltà in decadenza, tangenziali, ponti e ferrovie che promettono di crollare e che sono l’unica cosa reale in un mondo «falso-vero».

A PRIMA VISTA: è l’opposizione continua tra alto e basso, tra accademia e popolino, la caratteristica dello stile del nuovo romanzo di Pecoraro. Si passa da «presenze umane diacroniche» a «purma daa Squadra», da «visione del reale contemporaneo» a «Na fitta forte ar fianco». Diegesi contro mimesi. Quando racconta Pecoraro fa l’antropometria degli abitanti della Città di Dio, ripercorre la storia del Novecento osservando i sue effetti al microscopio; quando mima il parlato, invece, parodizza. Non ha intenzione realistiche, è un’imitazione caricaturale. Andando avanti con la lettura ci si rende conto di un altro aspetto: anche quello che a un primo sguardo può sembrare un uso convinto del lessico accademico finisce per generare una seconda, forse involontaria, parodia. Nel contrasto con la prosaicità cavernicola del parlato il tecnicismo a tratti si svuota, sovrainterpreta una lunga serie di cose minime. Nel testo ci sono considerazioni storiche e sociali acutissime, ma spesso sono sorrette da uno stile che va troppo in basso dopo essere andato troppo in alto. Il motivo sembra essere il timore di scoprirsi legato alla logica del compromesso. Nella prima parte de Lo stradone manca qualcosa, ed è forse una stretta di mano scomoda tra due mondi distanti (accademia e popolino) che in queste pagine si guardano con eccessivo disprezzo.

CI CONVINCE: la lucidità, l’afflato indagatore da romanzo-saggio, la spietata dissezione di un’umanità senza senso e senza tempo creano un flusso di considerazioni assolutamente illuminanti.

NON CI CONVINCE: l’isolamento di un narratore deluso anche dal suo stesso cinismo può creare uno squilibrio e rendere ostica la lettura di un romanzo di più di 400 pagine.


Carnaio (estratto) Giulio Cavalli, Fandango 2018

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TRAMA: il pescatore maledetto Giovanni Ventimiglia, detto Giò, sta rientrando in ritardo dalla pesca notturna quando vede un cadavere che galleggia sull’acqua. Dopo mille imprecazioni è in commissariato a darne testimonianza. Lilly, donna avvenente, la più famosa «mantenuta» della cittadina, trova il secondo cadavere sotto un lettino della spiaggia: le indagini in commissariato proseguono cercando collegamenti tra due eventi insoliti.

A PRIMA VISTA: c’è una scena gestita benissimo, ed è quella in cui il pescatore Giò, giunto al mercato, racconta alla moglie il brutto episodio che gli è capitato, mentre lei continua a smerciare il poco pescato del giorno escogitando mezzucci per fare qualche soldo in più. Il controllo di queste due sequenze è notevolissimo e ritorna anche nella struttura del terzo e del quarto capitolo. Cavalli fa interagire prima Giò e Maria Antonia (la moglie), poi l’avvenente Lilly e il commissario, entrando e uscendo dai loro corpi, descrivendo situazioni parallele che si alimentano a vicenda pur senza incrociarsi. Carnaio dà l’impressione di essere un romanzo molto ragionato, un romanzo a incastri in cui una scena o un capitolo comunicano allo stesso tempo con la scena o il capitolo precedenti.

CI CONVINCE: la storia incuriosisce e crea le premesse per un certo immaginario distopico. Lo stile trasmette il piacere di chi l’ha scritta, i capitoli si intrecciano creando un secondo livello di lettura.

NON CI CONVINCE: l’estratto di Carnaio rispetta tutti gli elementi tipici di un attacco: crea tensione, gestisce le aspettative, svela a poco a poco le caratteristiche dei vari personaggi. Il rischio maggiore di una premessa del genere è la possibile delusione da “tutto qui?” una volta sciolte le riserve.


Il gioco di Santa Oca (estratto) – Laura Pariani, La nave di Teseo 2019

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TRAMA: a Busto Grande, piccola città lombarda dove ha una delle sue tante sedi la Congregazione del Sant’Uffizio, è il 1652. Lucretio Firetto, primo cancelliere, e Giovan Battista Jermino, Decano dei Canonici di San Giovanni, sono i personaggi a cui Laura Pariani assegna il compito di introdurci nella vita pubblica dell’età della Controriforma. Sono perversi, corrotti, animati da squallidi interessi personali e, soprattutto, sono sulle tracce di un bandito che agita le masse contadine: Bonaventura Mangiaterra.

A PRIMA VISTA: Pariani usa uno strumento ibrido, un italiano contemporaneo mischiato qua e là con quella che dovrebbe essere una certa cadenza del lombardo del XVII secolo. È un lavoro principalmente lessicologico: una serie di «malarbetta», «cacastecchi», «spimpolo», «sbarbogio» seminati un po’ in giro come fosse un campo minato. Può sembrare una forzatura ricorrere a un recupero linguistico incompleto solo per colorare un italiano anacronistico. Eppure, leggendo leggendo, si entra dentro un’atmosfera particolare. Il gioco di Santa Oca esce sulla distanza, come tutti i romanzi che impastano cadenze diverse. La lingua di Pariani non conduce nell’Italia del 1652, ma permette di osservarla da lontano pur restandoci saldamente dentro.

CI CONVINCE: Pariani riesce a fare quello che si chiede a tutti i romanzi storici, dall’800 fino a oggi: ricostruire un’atmosfera.

NON CI CONVINCE: rendere uniforme un romanzo con un impasto linguistico come quello creato da Pariani non è un’operazione semplice. Un spia infelice si accende già in questi primi capitoli, in cui ci sono sequenze più impastate e sequenze meno impastate.

L’estate è finita ricomincia la vita: lista delle cose lette/viste davvero in casa Ilda

Si diceva a luglio della farsa dei buoni propositi settembrini: quelli per cui si comincia a spergiurare già da inizio agosto caricandoli fino all’inverosimile così da mandare tutto all’aria già al primo del mese. Ebbene, noi non solo a luglio sapevamo già che detti propositi settembrini sarebbero stati una farsa, ma intuivamo che lo sarebbero più o meno stati anche quelli estivi. Dunque ci siamo lasciati con la lista delle cose da leggere e vedere durante l’estate e ci riprendiamo con la lista delle cose che abbiamo letto e visto davvero. Giurin giurello, l’estate è finita, ricomincia la vita (cit.)


L’estate finita di Francesca de Lena

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Io di solito sono quella che spara altissimo e poi non ne ricava niente, quindi posso perfino dirmi soddisfatta del risultato estivo:

  • non ho letto tutti i racconti di  Petali e altri racconti scomodi (Guadalupe Nettel, La nuova frontiera, traduzione di Federica Niola) ma alcuni sì: ben scritti, misurati e suggestivi come sono i buoni racconti, ma alla lunga troppo onirico-romantici per i miei gusti. Quel tono che senza risultare stucchevole possono usarlo solo i giapponesi  — e anche loro, a volte.
  • A proposito di giapponesi: mi ero detta di ricominciare e invece non ne ho letto neanche uno. Consigli?
  • Ho letto Io, lei, Manhattan (Adam Gopnik, Guanda, traduzione di Isabella Blum): un non-romanzo molto politico (nel senso del racconto di una generazione passata ma anche di un’identità collettiva attuale), molto digressivo (nel senso che piace a me: Gopnik parla delle cose in cui crede, di come le vede), molto amoroso a cominciare dalla dedica: “Questo è soltanto per Marta”.
  • Non ho letto Culicchia né nessun altro italiano (ma ho letto inediti italiani, può valere?)
  • Ho cominciato Le benevole di Littell: primo capitolo accattivante in flusso di coscienza del simpatico nazista; ora si entra nella parte vera, la storia in azione, e chissà a quale delle infinite pagine mi fermerò.
  • Non ho visto I Soprano ma sì le prime 4 puntate di Too old to die young (Nicolas Winding Refne, su Prime): in certi casi yeah (la scena gigiona in cui William Baldwin con una tigre-peluche sfotte il seriosissimo Miles Teller nella camera kitsch della figlia), in altri “scusa ho capito che sei bravo, ma non possono passare tre quarti d’ora di silenzio tra una battuta e l’altra”. Da non guardare di sera: ci si addormenta.
  • Cose fatte non previste: ho visto Undercover, serie belga davvero sorprendente: ottima ambientazione, bellissimi colori, un approfondimento evolutivo dei personaggi e delle loro ambiguità come se ne vedono pochi. Difetti di trama qua e là, però (m’)importa poco. Spero nella conferma per una seconda stagione.
  • Ho letto Il mio anno di riposo e oblio (Ottessa Moshfegh, traduzione di Gioia Guerzoni, Feltrinelli): buon romanzo, molto malinconico, bravissima lei a tenerlo in piedi sul niente (la protagonista dorme o vuole dormire) e grazie a pochi e indovinatissimi personaggi secondari (l’ambigua amica Reva, l’ex fidanzato sadico Trev, la psichiatra Tuttle che dispensa farmaci come caramelle e l’artista concettuale che fa di lei e del suo sonno una performance). Peccato il finale tirato via.

L’estate finita di Giuseppe D’Antonio

collage d'antonio

Per quest’estate avevo pochi e (ben cromaticamente) organizzati progetti di lettura, che però sono del tutto sfumati. Al posto dei quattro libri che volevo leggere, ne ho letti altri, e sono:

  1. Hanya Yanahihara, Una vita come tante, trad. Luca Briasco, Sellerio 2016.
    La storia lunga trenta e passa anni (e mille pagine e più) di un gruppo di amici newyorkesi straricchi e realizzati che passano il tempo a chiedersi scusa a vicenda. Però straziantissimo e commovente.
  2. Elizabeth Day, Il party, trad. Serena Prina, Neri Pozza 2019.
    La storia lunga più o meno trent’anni di due amici londinesi: uno omosessuale, povero e represso; l’altro esuberante e ricco. Amici sì, ma solo fino a quando la moglie del secondo non dà della “troia” a quello del primo (ma non era omosessuale?). E allora si rompono le giarretelle. Scontato ma piacevole.
  3. Camille Bordas, Come muoversi tra la folla, trad. Giuseppe Costigliola, SEM 2019.
    La storia di un ragazzino normale circondato da fratelli e sorelle geni che prova a fuggire svariate volte da casa senza mai riuscirci e fa troppe volte i conti con la morte. Tenero.
  4. Dan Chaon, La volontà del male, trad. Silvia Castoldi, NN 2019.
    La storia di tizi che si ricordano le cose in maniera molto diversa gli uni dagli altri. Sarebbe niente se di mezzo non ci fossero: matricidi, patricidi, ziicidi, promiscuità sessuale, droga e serial killer. Angosciante, morboso, inquieto e perturbante.
  5. Eleonora Marangoni, Lux, Neri Pozza 2018.
    La storia di un giovane italoinglese di buona famiglia che fa il light design e che eredita un vecchio hotel in un’isola sperduta della Sicilia. Va a vedere di cosa si tratta e succedono un po’ di cose mentre continua a pensare al suo vecchio grande amore che intanto non se lo fila di striscio. Denso e assolato.
  6. Fabio Bacà, Benevolenza cosmica, Adelphi 2019.
    La storia di un tizio dalla fortuna sfacciata che invece di starsene buono e non dare nell’occhio va in giro per Londra a cercare di capire il motivo di tanto culo. Labirintico e divertente.

L’estate finita di Luigi Loi

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Leggere è un obiettivo modesto e nella migliore delle ipotesi conduce al prodigio: essere più ignoranti di prima. Ho passato l’estate a leggere Il visconte di Bragelonne ma ancora ignoro cosa sia un’equazione di secondo grado, confondo sistematicamente il paracetamolo con l’acido acetilsalicilico, sospetto Francesco I un nostro contemporaneo. Avrei potuto leggere tanto altro ancora, ma ho scelto d’allargare la mia ignoranza con Alexandre Dumas e in suo onore. Persino a variare le fonti (per esempio, la bacheca di Giulio Mozzi – al netto della pubblicità – è un raro esempio di luminosità e chiarezza su Facebook) si rimane comunque ignorantissimi. Mozzi quest’estate ha scritto «Paolo Volponi è più determinante dell’Italo Calvino “combinatorio”, benché sia la svolta “combinatoria” quella che ha fatto di Calvino un autore internazionale». Non avendo a disposizione né libri di Volponi né di Calvino, mi sono fidato, arrendendomi implicitamente al tempo che passa limitato e ottuso. Appena tre mesi fa ho scritto di aver comprato A casa quando è buio di James Purdy (traduzione di Floriana Bossi, Racconti edizioni) e di essere curioso di leggerlo. È finito sulla mia scrivania assieme a tanti altri libri che non leggerò più, assieme a Calvino e Volponi per capirci. Potrei scrivere a mia discolpa di aver lavorato, di aver avuto la febbre a luglio; ma alla fine anche io sono sceso dall’albero del sapone per scoprire che, belle o brutte che siano, comprendiamo solo le nostre giornate, solo e soltanto i nostri minuti. Anzi la voglio dire con Lulù Massa de La classe operaia va in paradiso: «la realtà è la realtà: c’è mica altro».


L’estate finita di Giacomo Faramelli

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Un’estate italiana mare e sole e belle serate spalmati sul divano a tenere fede alla mia lista.

  • L’ombra dello scorpione di Stephen King mi ha impressionato ed elevato ad un nuovo livello di consapevolezza: King è il re, di nome e di fatto, e questo romanzo monumentale è una pietra miliare della letteratura del novecento.
  • Mindhunter con la seconda stagione mi ha inchiodato alla sedia: ne parleró più avanti su queste pagine, quando mi sarò ripreso dalla visione di The Boys, la serie più anticonvenzionale del panorama serial attuale. Se avete amato gli Avengers non guardatelo, se invece vi hanno stufato beh, benvenuti in paradiso.
  • Una menzione speciale per Ted Chaon. La volontà del male è uno dei romanzi dell’anno, così come il bel libro di Camille Bordas, Come muoversi tra la folla. Ted Chiang con Respiro ha scritto un’altra pietra del rinnovamento della fantascienza moderna, una stella lontana e luminosa che brillerà a distanza di anni luce.
    Sono stato bravo, ho letto tutto quello che avevo promesso di leggere e anche di più, mi alzo presto e bevo poco, vado in palestra e i buoni propositi mi lanciano a palla di fuoco verso un 2020 di grandi visioni (altrui e personali) e grandi letture.

L’estate finita di Chiara M. Coscia

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Ci siamo lasciati da queste pagine con me che vi dicevo che cosa è per me l’estate. Come per tutte le cose, appena riesci a dare loro un nome chiaro e una connotazione che ti sembra precisa, ecco che queste si divincolano e ti sfuggono, infilandosi in sentieri inaspettati e scappando a gambe levate dal come le pensavi. Le parole sono vive, e come tutte le cose vive hanno una loro precisa attitudine alla fugacità.
Cosa ho fatto in questa estate, che è quasi finita senza arrivare mai? Ho aggiunto qualche altro pezzo alla mia playlist estiva, che spero vi abbia fatto un po’ di compagnia, come l’ha fatta a me. (Avete giocato alla scoperta dei titoli?)

  • Delle tre storie che vi ho lasciato ho rivisto Assassination Nation, di Sam Levinson, di cui stavolta ho apprezzato ancora di più il modo assolutamente lucido e disincantato con cui mette in scena l’internet, la vita online, e l’assoluta impossibilità di sottrarsi a quella sorta di Panopticon costantemente orientato che sono i social network.
  • Inoltre vi avevo detto che aspettavo il secondo progetto di Levinson, Euphoria, e infatti ho visto il pilota di questo nuovissimo teen drama HBO, che era nella mia lista di cose da vedere al più presto – e che è in gara con Stranger Things e 13 reasons why per il primo video incontro di Visionari, il serie TV club di ILDA (iscrivetevi!).
    Di Euphoria non svelo quel poco che ho visto, ma l’impressione è che si muova con più ampio respiro e con maggiore profondità di sguardo sul terreno già tracciato da Assassination Nation, teen drama crudo che non si risparmia sul piano droga, violenza, sesso, sessismo, omotransfobia, mascolinità tossica e altro ancora. Quello che forse manca (ma chissà come evolverà) è l’elemento umoristico, fortemente presente in Assassination Nation, in quanto componente fondamentale della quota horror.
  • Non ho rivisto Super Dark Times, e non ho tenuto fede al mio proposito di completare The Americans, però in compenso ho visto The Boys, di Eric Kripke, una nuova serie TV di Amazon Prime di cui scriverò su queste pagine prossimamente (e della quale vi consiglio di NON vedere il trailer, che tende un po’ allo spoiler).
  • Ho letto diversi romanzi, tra i quali mi torna spesso in mente La ragazza del convenience store, di Murata Sayaka, che consiglio a chiunque abbia voglia di una voce narrante nuova e di un punto d’osservazione spiazzante e imprevedibile.

L’estate finita di Marco Terracciano

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L’ho letto Omero è stato qui, e mi ha deluso. Vi spiego perché.
C’è un passaggio de Il sole e la morte (il saggio che Valentino Baldi ha dedicato all’opera del critico letterario Francesco Orlando, scomparso nel 2010), che mi è venuto in mente alla fine della lettura. Francesco Orlando, per buona parte della sua vita, ha studiato le connessioni tra letteratura e psicanalisi con un’accuratezza logica da fare impressione, ma ha segretamente coltivato il sogno di diventare egli stesso un romanziere, sin da quando aveva vent’anni. Nel 2010, poco prima di morire, ha pubblicato La doppia seduzione, l’elaborazione matura di un suo piccolo romanzo giovanile che aveva ottenuto l’approvazione di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Valentino Baldi, con la delicatezza dell’allievo che deve tutto al proprio maestro, stronca così quel libro nel suo saggio (cito a memoria, garantisco sulla sostanza, non sull’esattezza):

La doppia seduzione è un libro riuscito solo parzialmente, perché Orlando non ha creduto abbastanza nel potere affabulatorio del romanzo.

Ecco, io credo che Nadia Terranova abbia commesso lo stesso errore. I racconti del suo libro si affidano troppo poco al piacere dell’ingovernabile, sono noiosamente didascalici. Sembrano storie rielaborate dalla mente di un professore di italiano che vuole rendere più stimolante la lezione di epica: il fine è la memorizzazione, non la perdizione.
Mi aspettavo altro. Forse la Terranova si è sentita schiacciata dal peso di restituire dignità ai miti di Messina attraverso un recupero filologico delle leggende. Non ha aperto i bocchettoni dell’immedesimazione, non ha creduto abbastanza nelle possibilità narrative dei suoi personaggi. Li ha tenuti legati alla logica della spiegazione, la stessa del nostro professore di epica o di una guida Lonely Planet. Il risultato è una raccolta di storie che non lasciano il segno e che sì, si fanno leggere, ma confusamente, sospese senza coraggio sull’orlo dell’ammaliante, ma pericoloso, precipizio del romanzesco.


L’estate finita di Primavera Contu

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Un’estate di corsa, un’estate sui treni, un’estate frettolosa, passata a fare slalom tra le preoccupazioni e le occasioni. Ho visto tanto e raccolto più di quanto riuscirei a rielaborare: tante serie, pochi film, un numero imprecisato di podcast, paesaggi dal finestrino, stories su Instagram.

  • Tra i podcast italiani segnalo Daimon, di Violetta Bellocchio: il tema sono le ossessioni
  • Tra i film, il deludente secondo capitolo di IT (ma c’è un cameo di Stephen King)
  • Le serie vanno da un innamorato binge watching delle terze stagioni pop e colorate di Glow e Stranger Things, uno meno convinto della terza stagione di Dear White People, un commosso addio a Orange is The New Black, fino alla scoperta di The Boys, super eroi decostruiti e ripensati, e Good Omens, bellissima mini-serie basata sul romanzo di Terry Pratchett e Neil Gaiman. Ultima menzione: l’adorabile Good Girls, in attesa della terza stagione che arriverà l’anno prossimo.
  • Anche le letture sono state “seriali”: fra le altre, la raccolta di racconti Intuizioni di Alexandra Kleeman (Black Coffee, traduzione di Sara Reggiani), come mi ero ripromessa, ma anche quella dell’esordiente hongkonghese May-Lan Tan, Things to make and break, ancora purtroppo inedita in Italia. Più la riscoperta di un classico della drammaturgia per ragioni di studio e lavoro (specifico e non dovrei. L’ho già detto: non esiste la lettura per puro piacere per me e, allo stesso tempo, non saprei che farmene se non ci fosse un piacere nel farlo per mestiere): Tre Sorelle, il dramma di Anton Cechov sull’insoddisfazione e il desiderio.
    Il mio Kindle è ricco di anteprime, la libreria femminista si arricchisce (l’ultimo arrivato: il saggio Siamo Marea di Benedetta Pintus e Beatrice da Vela), l’estate è finita, e con lei quelle insopportabili aspettative che le riversiamo addosso ogni anno. In fondo, l’autunno è sempre stata la stagione che preferisco.
L’immagine di copertina è di Victor Garcia

L’estate di Ilda: una lista confusa

La farsa dei buoni propositi è di solito riservata ai mesi di settembre e gennaio, seguita nei mesi di ottobre e febbraio da quella dei buoni propositi mancati. E d’estate che si fa? Ci si dice che si ha più tempo, ci si può rilassare, non ci sono mete da raggiungere e impegni da perseguire, ma bisogna approfittare del lungo (?) tempo di inattività per fare quelle cose rimandate da una vita e che ora è davvero il momento di concedersi, perché i giorni non siano tutti uguali e perché ci si possa dire quando sarà il momento: “ho fatto anche questo”. Fatto cosa? Leggere libri, guardare serie tv. La nostra amata e incredibile vita spericolata, insomma, che non siamo nemmeno troppo sicuri di riuscire ad affrontare ma, ok, ci metteremo tutte le nostre forze. Buona estate!


L’estate di Luigi Loi

a casa quando è

Ho comprato A casa quando è buio di James Purdy (traduzione di Floriana Bossi, Racconti edizioni) e sono curioso. La curiosità nasce da motivi del tutto pericolosi, mettere le dita nella presa elettrica e aspettare che succeda qualcosa, bere quattro litri di birra in un quarto d’ora e aspettare che succeda qualcosa, dare corda a qualcuno mentre tirate via lo sgabello (e aspettare che succeda). Da quello che ho capito in questo libro c’è una postfazione di Giordano Tedoldi: questo è un bene, le prefazioni si leggono sempre meglio post, in coda al libro, ma tant’è. Da quello che ho capito, in questa raccolta c’è Jennie, una che trascorre le serate a bere birra in un locale perché con la birra il tempo si ammazza meglio che col vino: l’impressione malinconica sembra la stessa (ma non lo è, giuro). Da quello che ho capito c’è persino l’uomo in copertina, tristissimo, chiuso dentro una cabina telefonica. È chiaramente un fantasma perché non ci sono più cabine telefoniche, anzi, potrebbe essere il miglior erede di Bartleby lo scrivano, quello strano personaggio di Melville che resiste e aspetta che il mondo passi oltre, ma quello non passa. Hai voglia a dire “I would prefer not to” dentro una cabina telefonica. Con chi sta parlando? Oppure: non dialoga, ascolta soltanto il monologo di qualcun altro. Anzi: se aspettasse, come tutti, che succeda qualcosa?


L’estate di Chiara M. Coscia

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L’estate è per me la stagione della campagna (mani nella terra, zappa e birre gelate alla fine del lavoro), delle letture lunghe, del caldo appiccicoso e dei ritorni notturni in auto con i finestrini abbassati e la voce roca di fumo, del desiderio di camino acceso quando senti l’odore delle fascine bruciate nell’aria di settembre. L’estate è un flirt che all’inizio ti scombussola e appassiona ma poi, alla lunga, ti stanca e vuoi scrollartela di dosso. Finché non arriva febbraio, e ci pensi di nuovo, e vorresti scriverle un messaggio, chiedendole scusa, torna presto, io sono qui, ti aspetto. Di questo parla la mia playlist estiva, in cui ho inserito anche dei consigli più o meno espliciti di visione.

Vi lascio il gioco della scoperta ma ci tengo a svelarvene tre: due film e una serie TV. Nessuno nuova uscita, ma si tratta di tre prodotti molto estivi per tre ragioni diverse:

  • Assassination Nation 2018, Sam Levinson (creatore di Euphoria, nuovissimo teen drama HBO, che è nella mia lista di cose da vedere al più presto). Perché se non l’avete ancora visto è arrivato il momento che vi diate una mossa. Humor, violenza, esposizione cruda ed esasperata (nonché conseguente aggressione) di sessismo, razzismo, male gaze, mascolinità tossica, omotransfobia e tutte quelle affascinanti componenti che minacciano la quiete della nostra cultura di massa. Perché Assassination Nation è ambientata in una di una cittadina “immaginaria” di nome Salem. E poi perché vi sfido a non innamorarvi di Hari Nef.
  • Super Dark Times: film debutto alla regia di Kevin Phillips, datato 2017. L’ho scelto (al di là di “Ahead” dei Wire) perché non è estate senza un bel teen movie, e questo non è il teen movie che vi aspettate. Una versione horror e dolorosa di Stand by me, viaggia su quei binari di nostalgia che tanto piacciono a quelli della mia età (vedi alla voce Stranger Things) senza mai scivolare nella tentazione del lieto fine.
  • The Americans: serie TV pluripremiata di Joe Weisberg, FX. Da vedere perché i grandi classici si recuperano d’estate, e lo dico anche a me, che sono ferma alla terza stagione. Lo so che è un po’ datata e che siamo ormai in cerca di altro (la ricerca della nuova grande serie TV sta diventando un po’ come quella del nuovo Grande Romanzo Americano), ma provateci a non farvi acchiappare dalla scena dell’inseguimento all’inizio del pilota con “Tusk” in sottofondo. Impossibile, dai!

L’estate di Giuseppe D’Antonio

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In giro ho già adocchiato un bel po’ di liste di libri da leggere per le ferie così lunghe che il mio pensiero è stato: grazie, ma preferisco vivere. Non potendo tra l’altro esimermi dallo stilarne una anche io (ho sempre trovato irresistibile aumentare il rumore di fondo) e non sapendo bene dove e come orientare le mie scelte, ho deciso quindi di farmi aiutare dai colori, e dato che, alla fine, sono una persona semplice ho optato per colori semplici: il bianco e il nero.

  • Il primo libro bianco è: Alberto Cadioli, Le diverse pagine. Il testo letterario tra scrittore, editore, lettore, Il Saggiatore 2012Un testo che parla di editoria tenendo fuori numeri, dati e percentuali, e si concentra sul ruolo dell’editore, il suo sviluppo storico, le modalità di lettura, cura e trasmissione dei testi, e che colloca l’editoria all’interno della storia della cultura del Novecento.
  • Il secondo libro bianco è: Lina Bolzoni,Una meravigliosa solitudine. L’arte di leggere nell’Europa moderna, Einaudi 2019Un testo che, in anni di profonde e veloci trasformazioni tecnologiche, vuole “ripercorrere i grandi miti che il Rinascimento ha costruito intorno alla lettura, guardare da vicino la rappresentazione di sé come lettori nei secoli in cui in Europa nasce il mondo moderno”.
  • Il primo libro nero è: Nina Edwards, Storia del buio, Il Saggiatore 2019Prendete un qualsiasi libro che abbia nel titolo “Storia di/del…” e io lo comprerò. E poi questo mi fa pendant in libreria con questo e quest’altro.
  • Il secondo libro nero è: Robert Eisler, Uomo diventa lupo. Un’interpretazione antropologica di sadismo, masochismo e licantropia, Adelphi 2019Uscito per la prima volta nel 1951, pubblicato in Italia nel 2011, ripubblicato quest’anno da Adelphi: 408 pagine, di cui una quarantina di testo e il restante di note bibliografiche: riuscite a immaginare qualcosa di più masochista?

L’estate di Marco Terracciano

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Ma davvero gli scrittori italiani devono passare per il racconto breve prima di scrivere un romanzo? Qualche mese fa Vanni Santoni, su L’Indiscreto, ha intervistato un numero cospicuo di critici e, tra le altre, ha posto una domanda che riassumo a parole mie: perché oggi l’editoria dà così poco spazio alla forma racconto? I critici hanno risposto più o meno così: l’Italia è sempre stato un paese di novellieri, peccato si sia persa l’abitudine. L’impressione è che sia stato demolito un campo di allenamento imprescindibile per la crescita dei giovani scrittori. Non essendoci più spazio per il racconto – al netto dei vari blog che non garantiscono comunque la creazione di una vera comunità di lettori – il salto al romanzo è troppo brusco e spesso anticipato. Il libro che mi piacerebbe leggere quest’estate, però, è stato scritto da un’autrice che ha fatto un altro percorso prima di arrivare al romanzo-romanzo. Omero è stato quigraziosa raccolta di otto storie mitiche sul «lembo di acqua che separa Messina e Reggio Calabria», è un libro per ragazzi e non è il primo di Nadia Terranova, anzi: Nadia Terranova nasce e cresce come scrittrice per ragazzi. Qui sta il punto. Mi ricollego a un passaggio di una bella recensione del suo Addio fantasmi su L’indice dei libri del mese:

Prima di rivolgersi al pubblico adulto Nadia Terranova ha scritto molto, e con passione, per i ragazzi. È per loro che ha messo a punto una scrittura limpida e piana come la voce dei migliori narratori orali.

Scrivere per i ragazzi è un esercizio eccezionale perché permette di avere a che fare con lettori che non si nascondono dietro allo scetticismo, al cerebralismo, al fanatismo per lo stile d’avanguardia. I ragazzi desiderano che vengano raccontate loro delle storie avvincenti, nient’altro. Rispondono con partecipazione alle sollecitazioni dell’autore, riconoscono e accettano i ruoli, rendono la relazione narrativa vitale e dinamica. Di quest’ultimo libro della Terranova ho letto appena l’anteprima (disponibile gratuitamente qui) e ci ho ritrovato la stessa naturalezza espressiva dei suoi romanzi per adulti. E se fosse proprio la letteratura per ragazzi l’orizzonte letterario che ci manca? 


L’estate di Francesca de Lena

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Accumulo anteprime tutto l’anno e di molte non arrivo a leggere neanche la fine. Se 1 volta su 10 ci arrivo succede che: compro il libro/mi dico “ben fatto ma non mi interessa”. Stavolta ne ho finite 3 su 3 in poco tempo e l’ho preso come un segno della necessità di non perdere il piacere di leggere per leggere e basta: senza studiare, capire, editare, scegliere. Ho dunque comprato Petali e altri racconti scomodi di Guadalupe Nettel, La nuova frontiera, traduzione di Federica Niola (voglio tornare a leggere solo racconti come facevo prima!, mi sono detta) e ho comprato Io, lei, Manhattan di Adam Gopnik, Guanda, traduzione di Isabella Blum (voglio tornare a leggere gli americani!). Non ho ancora preso e non so se prenderò Il cuore e la tenebra, Mondadori, nonostante mi sia sembrato ben fatto e ben scritto e non abbia mai letto niente di Giuseppe Culicchia (devo tornare a scoprire gli italiani che non conosco!).

Vorrei leggere un romanzo lungo: i romanzi lunghi sono il mio incubo perché per formazione mi pare sempre molto superflua tutta quella lunghezza e non riesco a perdonarla davvero neanche quando sono consapevole della giustezza della forma. Motivo per cui non ho mai finito Infinite Jest o Underworld o 2666. Vorrei provarci con Le benevole di Littell, che mi guarda dalla libreria fin dal 2006.
Vorrei poi riscoprire i giapponesi: ho avuto il periodo Kawabata e il periodo Mishima, ho letto qualche Murakami e Ogawa Yoko; quest’estate sono malinconica e cosa c’è di meglio per la malinconia della letteratura giapponese? (L’assolo di un trombettista: cercherò un concerto adatto).

Guardo più serie tv di quanti libri legga. All’inizio lo facevo con senso di colpa, ora meno: non c’è davvero più alcun motivo per distinguere i media, l’importante è sempre fare selezione. Ho visto ormai tutte le “grandi classiche” tranne I Soprano: vorrei vedere I Soprano. Delle altre posso dire che trovo davvero un capolavoro imperdibile solo The Wire e trovo memorabile per la ricostruzione di un mondo e i personaggi e la capacità di suscitare empatia (e la fantastica siglaDownton Abbey. Mad Men assai meno memorabile, ma ok; Breaking Bad per me è decisamente un no: lo spin-off Better Call Saul è superiore a occhi chiusi. La mia stella d’onore delle serie tv va ad Amazon Prime: non bastasse avere in catalogo Downton Abbey e Shameless, non bastasse aver trasmesso Goliath Fleabag (la seconda è quasi più bella della prima!) e aver prodotto MIODDIO Patriot, ora propone il progetto pazzo Too old to die young di Nicolas Winding Refne e la mia estate non passerà senza averla vista.


L’estate di Daniele Campanari

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Questa stagione è la migliore per recuperare la lettura di libri non letti, sondare il terreno tra le nuove uscite editoriali o tra i finalisti dei premi ambiziosi. Tutto purché sia fatto sotto l’ombrellone, all’ombra del tempo, tutt’al più su una terrazza con aperitivo allegato. Se l’estate è la stagione della lettura, è anche il momento in cui vengono rivelati i finalisti del Premio Strega. Sono loro, quelli del 2019, che ho scelto di recuperare. Il motivo? Non ne ho letto neanche uno, zero. Certo l’esperienza di lettura del passato mi porterebbe a scartare il libro di un autore già letto (Marco Missiroli); e conosco Antonio Scurati, quindi farei un’altra scelta. Le altre finaliste? Tutte donne: Benedetta Cibrario della quale non so nulla; Claudia Durastanti che, si dice in spiaggia, pare abbia scritto un buon libro; Nadia Terranova della quale si parlava bene già prima della cinquina. Donne battono uomini tre a zero, quindi. Fatto sta che i libri finalisti allo Strega non li ho letti, e credo che un lettore con velleità critiche debba leggere i libri che finiscono nella lista conclusiva di un premio importante. Importante ma anche torturato e odiato. Sarà l’effetto dell’estate? Forse. L’estate dà alla testa. E i finalisti dello Strega vengono nominati sempre d’estate. Ribaltare le stagioni non serve a niente. Servirebbe il mare, questo sì. E cinque libri da leggere all’ombra del tempo.


L’estate di Giacomo Faramelli

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Quest’estate se riuscirò a farmi passare questa brutta kinghite acuta, magari leggendo Pet Sematary prima di vedere il film omonimo, dopo aver finito L’Ombra dello Scorpione e sognato di avere il tempo, la voglia, la tranquillità necessarie per leggere l’intera saga della Torre Nera, leggerò qualche libro (naaa, saranno un botto, come al solito), vedrò delle serie che mi faranno dire macheccazzo ridatemi il mio tempo, camminerò parecchio.
Tra i libri che leggerò assolutamente c’è La volontà del male, Dan Chaon, traduttrice Silvia Castoldi, NN editore, che lettori ben più illustri del sottoscritto hanno già elevato al rango di libro tra i più importanti dell’anno. Un thriller familiare, una storia di serial killer, sul ringhio sordo della malvagità umana e del potere che i ricordi hanno su ognuno di noi. Dio, è il libro perfetto per le mie domeniche al mare.
Segue di un’incollatura Ted Chiang, con la sua nuova raccolta di racconti di fantascienza Respiro, traduttore Christian Patore, edita in Italia da Frassinelli. Chiang è l’autore del bellissimo Storie della tua vita, raccolta da cui è tratto il racconto che ha ispirato The Arrival, il film di fantascienza più amato dai semiologi occidentali ma consigliato anche dai fessi come me. Un piccolo genio della fantascienza, capace di rilanciare il genere oltre i suoi stessi limiti, operazione che in altri ambiti è riuscita solo al piccolo gioiello di animazione 3d che è Love, Death Robots, antologia di Netflix, già rinnovata per un’altra, attesissima stagione.
Terzo gradino del podio per Come muoversi tra la folla, di Camille Bordas, traduzione di Giuseppe Costigliola, edito da SEM. La storia di Dory, undicenne alle prese con la sua famiglia anormale, l’adolescenza in arrivo e il suo mondo interiore, affrontati con uno sguardo malinconico e ferocemente ironico.
A settembre arriverà I testamenti, seguito de Il racconto dell’Ancella. La serie che ne è stata tratta, The Handmaid’s tale, rappresenta insieme a The Walking Dead il mio più grosso abbandono di una serie tv. A proposito di serie mi limiterò, da buon orfano di GoT, a navigazioni da un servizio di streaming all’altro in cerca di qualche suggestione. Proverò a vedere la seconda stagione di Dark se qualche università mi consentirà di seguire un corso di fisica teorica per comprendere la prima. Aspetto con religioso furore l’arrivo della quinta stagione di Peaky Blinders ma temo che il tempo ingrigirà di nuovo prima che arrivi l’atteso annuncio dalla BBC.
In tutto ciò cercherò di vivere, in modo irrimediabile e tutto storto, questa stagione troppo calda e troppo nuda. Quanto alla lista come al solito finirà che darò ascolto a Gert dal Pozzo, quando alla fine di decide per sé, ma pure per il sottoscritto, che nella vita e nelle sue cose: “Non si proceda secondo un piano.”.


L’estate di Primavera Contu

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L’idea di una to-do-list per l’estate è un ossimoro. Specie per me che non ho mai del tutto assimilato l’equazione ‘età adulta= le ferie sono una cosa seria’. Ero una bambina che viveva al mare tutto l’anno, sono diventata una studentessa fuori sede che non saltava un agosto sulla spiaggia, nonostante la conclamata attitudine (mai persa) da Mercoledì Addams. Sono adesso una freelancer dallo spostamento facile, se non necessario: qualcosa a cavallo tra una “nomade digitale” e una che si organizza da sé i tour, facendosi da manager, da frontwoman e da assistente di palco. Il concetto di vacanza esiste quando si migra da una città di mare a una (tante) d’arte? Leggere un libro sotto l’ombrellone è studio o riposo? Quando vado a teatro con amici sto lavorando o è una piacevole serata di svago? Non ho mai risolto nulla di tutto ciò: il vantaggio è non sentirmi mai in colpa per il binge-watching di una serie, lo svantaggio è l’assenza di una leggerezza che mi permetta di dire “intrattenimento”. Rischi del mestiere e di una vita che prova a fare della fluidità una bandiera, suppongo. Ma veniamo alla lista:

  • il regalo: giugno è il mese più dolce poiché finisce la scuola (sensazione che non mi abbandonerà mai), iniziano i Pride e arriva il mio compleanno, per il quale ho ricevuto in regalo da parte di un’amica il libro Americanah di Chimamanda Ngozi Adichie, il terzo romanzo dell’autrice nigeriana, uscito nel 2013, anno in cui ha vinto il National Book Critics Circle Award. Da recuperare, perché è una storia di resistenza contemporanea, di razzismo e rapporto tra corpo e società. Perché è l’esempio di una voce che esprime una chiara visione del mondo. E perché non si vive solo di Dovremmo essere tutti femministi.
  • La scoperta: Intuizioni, di Alexandra Kleeman (2018). L’anteprima scaricata sul mio Kindle arrivava solo fino all’indice: praticamente uno scherzo. Ma ho letto l’inizio del primo dei 12 racconti di cui è composta la raccolta per puro caso, su dei fogli volanti fotocopiati e dimenticati chissà dove. L’effetto è stato quello di un episodio pilota con un cliffhanger efficace: perfetto per la canicola e la mia voglia di serialità.
  • Il ritorno: il Festival di Santarcangelo. Un’esperienza tra la performing art e la comunità attiva, tra esibizioni live e riflessione politica. Un festival che porta la creazione contemporanea internazionale sulla Riviera Romagnola, trasformando la cittadina in “uno spazio fluido in cui scompaiano i confini tra arte e socialità”. Una sorta di casa alla quale fare ritorno.

 

Scrittori maschi americani: 4 grandi protagoniste femminili + 1 libro senza personaggi donna

di Marta Ciccolari Micaldi (McMusa)
a cura di Chiara M. Coscia

Grandi donne raccontate da grandi uomini: 4 stupendi personaggi femminili + 1 romanzo che di donne non ne ha neanche una ma che le donne amano molto. Almeno alcune.

1. Clara in Lonesome Dove di Larry McMurtry (trad. Margherita Emo — Einaudi)

In una classica epopea western dove si narra l’impresa di due leggendari ex ranger (Gus e Call) alla guida di una mandria che deve attraversare mezza America per andare dal Texas al Montana, compare Clara. Prima nei pensieri e nei ricordi di uno dei due uomini, poi nel capitolo più lungo dell’intero romanzo (un libro di più di 600 pagine). Larry McMurtry, il più grande scrittore texano vivente, interrompe il lungo cammino della mandria per portarci a casa di una donna tenace, aggrappata alla vita come alle redini dei cavalli che alleva, ironica, indipendente e profonda alla maniera del West. È nelle sue mani che l’autore ripone il destino di tutti quegli uomini rudi, anche i meno probabili.

2. April in Revolutionary Road di Richard Yates (trad. Adriana dell’Orto — Minimum Fax)

Aveva realizzato un sogno. Lo aveva realizzato eppure desiderava di più. La storia di April Wheeler è la storia di un desiderio. Un desiderio che trova compimento nella più atroce delle rinunce ma anche nella più sincera delle affermazioni. Nel tratteggiare la conformità del sogno americano e la prigione di falsi modelli che questo rappresentava negli anni Cinquanta in un tipico sobborgo del Connecticut, Richard Yates è riuscito a trasferire nella sua protagonista femminile la tragedia di genere di un’intera epoca. La tragedia sì, perché oltre il conflitto relazionale, oltre la disillusione artistica, oltre il tormento personale, oltre tutto questo c’è un inestinguibile sacrificio di sangue.

3. Merry in Pastorale americana di Philip Roth (trad. Vincenzo Mantonavi — Einaudi)

Figlia dello Svedese, il primo ebreo ad aver superato le proprie origini e averle come trasfigurate in una perfetta americanità tanto atletica quanto morale, e Miss New Jersey, Merry Levov nasce già in un contesto da detonare. Sarà però la magistrale costruzione narrativa di Philip Roth a renderla effettivamente esplosiva: ideologicamente in opposizione ai genitori e ai modelli dell’America che questi incarnano, Merry farà prima esplodere una bomba in un atto terroristico e poi scomparirà nelle pieghe di un romanzo che la renderà grande sempre e solo in assenza, che la perseguiterà, la demonizzerà, la renderà un’eroina moderna attraverso la sofferenza degli altri.

4. Miriam in La versione di Barney di Mordecai Richler (trad. Matteo Codignola —Adelphi)

Destinataria di un amore ostinato, disperato e sconquassato nonché traditrice, a sua volta, di tutte le aspettative che tendiamo a riporre in una donna che è stata tradita, la protagonista femminile del romanzo più celebre di Mordecai Richler è formidabile. Lo è sin dalla prima volta che compare agli occhi di lui, lo è in ogni telefonata che lui le fa, lo è in ogni rifiuto che lei gli rifila e in ogni porta che gli apre. Certo, sembra di vedere Miriam sempre e solo dagli occhi di lui, ma siamo sicuri che una donna come lei permetterebbe una cosa del genere? In questa risposta sta la sua grandezza, nonché il miracolo di una scrittura che sa mettere in relazione i punti di vista con la più intelligente delle ironie.

Oltre il confine di Cormac McCarthy (trad. Rossella Bernascone/Andrea Carosso — Einaudi)

Noto per aver scritto romanzi esclusivamente maschili, se così possono essere definitivi libri in cui i personaggi femminili sono relegati a ruoli minori quando addirittura non del tutto assenti, Cormac McCarthy è senza dubbio uno tra gli autori più apprezzati dalle lettrici (è il mio preferito, in effetti). E lo è in virtù di un miracolo che riesce a pochissimi, forse solo a lui: scrivere storie in cui la specificità delle avventure vissute dagli uomini – in questo caso il piccolo Billy – viene trascesa in un discorso universale che, in quanto tale, non risparmia nessuno. Un discorso che riguarda i misteri, le pulsioni, il ruotare della vita: qualcosa di cui le donne conoscono l’esatta definizione.

Marta Ciccolari Micaldi è conosciuta anche come La McMusa perché nei panni di una musa postmoderna porta l’America in Italia e gli italiani in America. Come? Attraverso un blog, un podcast, corsi di letteratura americana in Italia e tour letterari negli States: i Book Riders

la foto di copertina è di clarke sanders su Unsplash

Camera di smontaggio: pezzi da “Maternità” di Sheila Heti

Negli ultimi tempi abbiamo assistito spesso alla discussione sul metodo che un lettore critico deve porsi rispetto a un testo. Il nostro punto di vista è che il metodo smonta-frasi senza contesto allo scopo di deriderle sia inopportuno, perché non ci piace deridere il lavoro degli altri, ma sia soprattutto fallace: quasi tutti i testi, soprattutto se romanzi, hanno in mezzo delle frasi brutte, insensate, sciatte o altro: fate la prova anche con i migliori classici e troverete abbastanza frasi da farvi dire “che?” e spingervi a scriverne una recensione sarcastica.

D’altro canto, siamo dell’idea che i testi “parlino” da sé, e che una serie di stralci messi in mostra, senza alcun accompagnamento critico, di analisi sull’autore, sul momento storico dell’uscita del romanzo, sui temi trattati, ecc, qualcosa da dire ce l’abbiano e siano in grado di significare almeno in parte la riuscita o la non riuscita di una scrittura. Questo è il nostro esperimento, la nostra camera di smontaggio.

 

MATERNITÀ

di Sheila Heti
traduzione di Martina Testa
Sellerio

 

DICHIARAZIONE DI POETICA O AUTO-INDULGENZA?

Avrei voluto avere il tempo di mettere insieme una visione del mondo, ma il tempo non c’era mai, e oltretutto chi ce l’aveva sembrava avercela avuta fin dalla più tenera età, non aveva cominciato a quarant’anni. L’unica cosa che si poteva cominciare a quarant’anni, lo sapevo, era la letteratura. Lì, se quando cominciavi avevi quarant’anni, si poteva dire che eri giovane. In tutto il resto io ero vecchia, le navi erano già salpate, avevano preso il largo, mentre io dovevo ancora arrivare alla spiaggia.

INTUIZIONI ORIGINALI

La cosa da fare quando si è indecisi è aspettare. Ma per quanto tempo? La prossima settimana compio trentasette anni. Per certe decisioni il tempo stringe. Come facciamo a sapere come andrà a finire per noi, trentasettenni indecise? Da un lato, la gioia dell’avere figli. Dall’altro, le tribolazioni dell’averne. Da un lato, la libertà di non averne. Dall’altro il rimpianto di non averne mai avuti: ma in fondo cos’è che ci si perde? L’amore, il figlio e tutti quei sentimenti materni di cui le madri parlano in tono così allettante sono cose che si hanno, non cose che si fanno. È la parte del fare che sembra difficile. La parte dell’avere sembra meravigliosa. Ma i figli non si hanno, si fanno.

Oggi, fra me e me, ho definito così il concetto di sentimentale: il sentimento sull’idea di un sentimento. E mi è sembrato che le mie propensioni per la maternità fossero molto legate all’idea di un sentimento sulla maternità. E come la storia che mi ha raccontato mia cugina una volta che eravamo a casa sua per la cena dello Shabbat: quella della ragazza che cucinava il pollo come lo cucinava sua madre, che a sua volta lo cucinava come faceva sua madre, cioè legandogli sempre le zampe prima di metterlo in pentola. Quando la ragazza chiede alla madre perché lega le zampe al pollo, la madre risponde: perché mia madre faceva così. Quando la ragazza va a chiedere alla nonna perché faceva così, la nonna risponde: Perché mia madre faceva così. Quando la ragazza va a chiedere alla bisnonna perché era tanto importante legare le zampe del pollo, la nonna risponde: Perché altrimenti nella pentola che avevo non c’entrava. Ecco, penso che l’idea di avere figli per me sia un po’ così: un gesto un tempo necessario che adesso è diventato sentimentale.

Mi infastidisce lo spettacolo di tutto questo riprodursi, lo vedo come un voltare le spalle ai vivi: un segno di insufficiente amore per noialtri, noi miliardi di orfani che già viviamo sulla terra. Questa gente si volta a braccia aperte verso una nuova vita, sperando di creare una felicità più grande della propria, piuttosto che occuparsi di chi è già vivo. Non è giusto, non è gentile, quando quelli che hai intorno sono tutti neonati in lacrime, eppure ecco che le mie amiche si mettono a farne altri — a farne un altro ancora! un’altra nuova luce nel mondo.

Ci sarà sempre questo o quell’altro uomo, o sua madre o suo padre, o qualche ragazza o ragazzo che si metterà di traverso, sul sentiero luminoso della sua libertà, e si adotterà da solo come figlio di questa donna, costringendola a fargli da madre. Chi sarà stavolta a metterla incinta? Chi sbucherà all’improvviso, piazzandosi davanti a lei e dicendo con un sorriso: Ciao mamma? Il mondo è pieno di persone disperate, persone sole e mezzo distrutte, persone irrisolte e bisognose con le scarpe che puzzano e sono pieni di buchi persone che ti chiedono di dargli le vitamine giuste, o che hanno bisogno dei tuoi consigli a ogni passo, o che vogliono semplicemente parlare e bersi una cosa — e che ti convincono a trasformarti nella loro madre. È difficile riconoscere questo processo, ma prima che ce ne rendiamo conto, è già avvenuto.

INTUIZIONI TRITE

No infatti. Lo sapevo. Uno prova così tante sensazioni nel corso della giornata. È evidente che non sono quelle il timone — né l’oracolo — né la cosa che dovrebbe darti la rotta nella vita, né la mappa. Anche se la tentazione c’è sempre. Qual è, sennò, una base migliore su cui stabilire la rotta? I valori?

Le ho detto: Invidio le madri perché qualunque cosa succeda hanno sempre questa persona, una cosa tutta loro. Lei ha risposto: Ma non è così. Io un tempo ce le avevo delle cose. Adesso non ho più niente. Non ho il mio lavoro… e mia figlia è una persona a sé. Non è che mi appartiene. In quel momento ho capito che era vero: sua figlia era qualcosa di separato da lei, non la possedeva né le apparteneva.

Ma avere figli non porta a destinarsi la porzione più avara in fatto di spazio e di tempo? Avere un figlio risponde all’impulso di non dare nulla a sé stesse. Trasforma tale impulso in una virtù. Nutrirsi per ultime per abnegazione, sacrificarsi negli spazi più piccoli nella speranza di essere amate: queste sono tendenze totalmente femminili. Essere virtuosamente avare verso sé stesse nella speranza di essere amate: avere figli è un modo rapido per arrivarci.

INDUGI

È un buon punto di partenza?
no
È troppo ristretto?

Posso mettercela dentro comunque, l’anima del tempo?
no
Sono autorizzata a tradirti?

Allora sarà decisamente quello uno degli argomenti del libro. Magari non avrei dovuto dire che voglio spiegarlo a me stessa ma che voglio spiegarlo agli altri. Così va meglio?
no
Forse incarnarlo invece che spiegarlo?

Mi fa male la testa. Sono stanca morta. Non mi sarei dovuta fare quel sonnellino. Ma se non mi fossi fatta quel sonnellino adesso sarei di umore anche peggiore, no?
no

Io non voglio fare altro che starmene seduta tutto il giorno a fissare un cocomero. Cullarmelo fra le braccia. Cantargli delle canzoni, portarmelo in giro. Non voglio fare altro che addormentarmi e dormire per un milione di anni. O forse voglio avere un bambino — ma con qualcuno che lo vuole veramente — lo vuole, e vuole farlo con me. Oppure scoprire se voglio davvero un figlio stando con un altro uomo e vedere che succede.

EROTISMO E MATERNITÀ

Mi è tornato in mente che dopo aver cominciato a uscire con Miles mi ero ritrovata a passeggiare da sola lungo la spiaggia, a Los Angeles, euforica all’idea che un giorno avremmo potuto avere un figlio, e quanto mi arrapava pensare a Miles con un anello al dito, che lo rendeva mio marito agli occhi del mondo, e quanto trovavo erotico immaginare di portare dentro di me un figlio, per metà suo.

A volte mi sembra che sarebbe facilissimo avere un figlio da Miles: la sua carne dentro la mia, la sua pelle profumata, pulita, liscia; quel cervello, quel cuore, mescolati coi miei. Quando ho descritto tutto questo a Erica, lei ha risposto: Non stai parlando del desiderio di avere suo figlio dentro di te. Stai parlando del desiderio del suo cazzo. 

Ho capito che era vero: quando immagino di essere incinta, è più che altro la sensazione di avere una cosa incastrata dentro di me: qualcosa di grosso, di profondo, che mi dà piacere. Probabilmente non sarebbe così. Allora lo voglio davvero un figlio, o voglio soltanto una quantità maggiore di Miles? Un figlio non è una quantità maggiore di lui. Un figlio non è il tuo compagno. E quando il figlio cresce e comincia a fare sesso con altre persone, allora in particolare non è affatto tuo.

Ultimamente, ogni volta che facciamo sesso, immagino che Miles mi venga dentro, come se volesse fare un bambino, e l’idea che abbia questa voglia mi eccita — più di qualunque altra fantasia. In passato volevo che mi dominasse sessualmente, ma negli ultimi tempi non più. Se avessi un bambino, sarei dominata dalle esigenze del bambino. Non che essere dominata dalle esigenze di un neonato sia una mia fantasia sessuale. Ma immagino comunque che Miles mi venga dentro.

DIARIO (CHE NON È) LETTERATURA?

Sono una rovina per la mia stessa vita. Come faccio a smettere di essere una  rovina per la mia stessa vita? Non è giusto rovinare quel ben di dio che è la vita. Non è giusto starmene sempre seduta qui a piangere. Correre più veloce delle lacrime, batterle sul tempo: ecco l’unica cosa che uno può fare. Battere sul tempo le lacrime, ogni giorno, come un atleta. Battere sul tempo le lacrime come una persona che ha fede. Ok, batterò sul tempo le mie lacrime e vincerò.

La sensazione del pianto ce l’avevo dentro quando mi sono svegliata, ma non ieri sera, quando ero sola. e difficile stare in mezzo alle altre persone. DA soli si percepisce l’intero universo, e non si percepisce affatto la proprio personalità. Forse è la sensazione della mia personalità che mi fa venire da piangere. Senza personalità non possono esserci lacrime. Hai anche la stessa età di tua madre quando era infelice e piangeva costantemente pure lei. Potrebbe essere una fase biologica. O potrebbe essere colpa delle scelte che hai fatto. Ieri sera hai detto che se avessi fatto un errore ti saresti perdonata. Se hai fatto un errore, hai detto che ti saresti perdonata. Mi dispiace — ti perdono — scusa — ti perdono — ti perdono — ti perdono — ti perdono. Non eri sicura di aver fatto qualcosa di male ma hai detto che ti saresti perdonata, anche se non ne eri proprio sicura.

CORPO

Stanotte, in sogno, mi guardavo le tette allo specchio. Mi penzolavano dal torace, mi arrivavano all’ombelico. Piangevo di tristezza, al vederle crollate così. Strillavo, in lacrime: Oddio quanto mi sono scese le tette! Poi le guardavo meglio, e vedevo che in ciascuna erano piantati cinque chiodi, e che in realtà non erano tette ma zoccoli, e se arrivavano così in basso era perché ci potevo camminare.

Ci si può abituare a tutto nella vita, ma che una volta al mese ti esca del sangue dalla vagina non è la fine del mondo. Penso: Non è stupido che il mio corpo l’abbia fatto di nuovo? Possibile che non impari mai? Che non capisca l’antifona? No, risponde lui, possibile che tu non la capisci?

Miles una volta mi ha detto che quando ho il ciclo sanguino meno di qualunque altra donna con cui sia stato. Con le altre donne, ogni volta che facevano sesso durante il ciclo, si ritrovava il sangue fino a metà della pancia e metà delle cosce. Con me, al massimo una macchiolina. Chissà se vuol dire che ho l’utero molto piccolo, ho commentato, la volta che mi ha detto così. Lui ha scrollato le spalle e basta. Per lui non significava niente. Eppure per un’ora sono rimasta sospesa fra l’idea di essere una donna veramente raffinata, visto che sanguino molto meno delle altre, e l’idea di non essere veramente una donna.

SCRITTURA VS FIGLI: CON MOLTA ONESTÀ

L’arte è una cosa viva? Mentre uno la fa, intendo. Viva come qualunque altro essere che definiamo vivente?

altrettanto viva quando è stampata in un libro o appesa al muro?

Allora a una donna che fa libri l’universo può anche perdonare di non aver fatto gli essere viventi che chiamiamo bambini?

Quanto mi sento aggredita quando sento che una persona ha avuto tre figli, quattro, cinque, di più ancora… Mi sembra segno di avidità, prepotenza e maleducazione: un espandersi arrogante della propria individualità. Eppure forse non sono tanto diversa da quelle persone: anch’io mi espando per tante pagine, e sogno che le mie pagine si spandano per il mondo. Mia cugina, che ha la mia età ed è molto credente, ha sei figli. E io ho sei libri. Forse non c’è tutta questa differenza fra noi, solo una leggera differenza nelle cose in cui crediamo — nelle parti di noi che ci sentiamo chiamate a espandere.

Sono convinta che mi andrebbe di vivere avventure, di respirare l’aria fresca del giorno, ma tutto ciò mi lascerebbe meno tempo per scrivere. Quando ero più giovane, scrivere mi sembrava più che abbastanza, mentre adesso mi sento una tossica, sento che mi sto perdendo il bello della vita. Non avere figli permette di scivolare nell’inedia, nell’indolenza del non far nulla se non stare di fronte a un computer a digitare parole. Mi sento una renitente alla leva rispetto all’esercito in cui tante mie amiche sono arruolate: me ne sto a ciondolare nel paese che loro stanno costruendo, imboscata dentro casa, che vigliacca.

Ricordo che quando avevo vent’anni ho visto una serie di scrittori su un palco per una tavola rotonda letteraria: erano maschie e femmine. Dicevano che ovviamente la scrittura per loro era importante, ma che i loro figli erano molto più importanti. Io sono rimasta delusa. Mi sembravano così poco seri. Non avrei mai voluto essere come loro: avere qualcosa, nella vita, di più importante della scrittura. Perché si erano fatti così del male?

La “Manic Pixie Dream Girl” e lo sguardo maschile

I tropi narrativi sono quegli strumenti di cui si serve chi racconta una storia. Personaggi, ambientazioni, espedienti: come immagini stock, come munizioni immagazzinate in un arsenale, i tropes sono mezzi a disposizione di chi scrive, pronti sugli scaffali, strutture riconoscibili da riempire di contenuto. Qual è il confine tra tropi e cliché? Quali sono gli esempi di tropi ben dosati e quali i luoghi comuni da scardinare?

Tropo #2: Manic Pixie Dream Girl

La fatina in continuo movimento, il piccolo elfo frenetico, la ragazza dei sogni un po’ eccentrica (ma comunque aderente a dei canoni estetici ben precisi: pelle bianca, tratti occidentali, lineamenti delicati, corpo snello e aggraziato e grandi occhi espressivi), possibilmente adorabile ed energica, ma in fondo decisamente “broken”, fragile, da “aggiustare”. Il trionfo del male gaze, lo sguardo maschile, ma anche l’espressione di una scrittura che non prevede profondità né evoluzione del personaggio: una figura femminile al servizio dello sviluppo del protagonista, rigorosamente maschio (ed etero). La definizione del tropo compare per la prima volta sulla rivista di cultura pop The A.V. Club, in un pezzo firmato dal critico cinematografico Nathan Rabin:

«[…] spumeggiante e superficiale personaggio cinematografico che esiste solo nella febbrile immaginazione di sceneggiatori e registi, e ha lo scopo di insegnare a uomini pensierosi ad abbracciare la vita, le sue avventure e i suoi infiniti misteri». (Nathan Rabin, My Year Of Flops, Case File 1: Elizabethtown: The Bataan Death March of Whimsy, The A.V. Club, 25 gennaio 2007)

Rabin si riferiva, in particolare, al personaggio di Kirsten Dunst in Elizabethtown, un’assistente di volo dipinta come innamorata della vita, che fa capolino in quella di Drew -designer depresso e disilluso interpretato da Orlando Bloom-, riuscendo persino a fargli dimenticare i suoi propositi suicidi. La lista di personaggi ascrivibili a tale tipologia è lunga, spesso discussa, e comprende opere ben precedenti alla definizione stessa: si può parlare di una Manic Pixie Dream Girl ante-litteram nel caso di Audrey Hepburn in Vacanze Romane? Dante ci aveva già fornito un antenato del tropo in questione con la figura di Beatrice? L’iconica Amélie Poulain, la cui immagine sognante ha influenzato la rappresentazione romantica e romanzata della giovane donna europea (al netto di ogni cliché di matrice americana sul vecchio continente) per almeno un decennio, aveva forse una linea narrativa autonoma che non fosse al servizio di altri personaggi maschili? Clarisse McClellan, la vicina dalla “faccia luminosa come neve al chiaro di luna” che Guy Montag incontra nelle prime pagine di Fahrenheit 451, ha come unico scopo quello di insinuare il dubbio nella mente di quest’ultimo e costringerlo a ripensare la sua intera esistenza?

«“Dunque” cominciò la ragazza “ho diciassette anni e sono pazza. Mio zio dice che queste due cose vanno sempre insieme. Quando qualcuno ti chiede quanti anni hai, tu di’ sempre diciassette e che sei pazza. Non è forse una bell’ora questa, di notte, per fare due passi? Mi piace sentire l’odore delle cose, guardare come sono fatte, e alle volte resto alzata tutta la notte, a camminare e a vedere il sole che si leva”». (Ray Bradbury, Fahrenheit 451, 1953)

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Siamo dunque in presenza di una serie di caratteri riconoscibili ed etichettabili con lo stesso nome? Sì, se siamo d’accordo su un punto fondamentale: di tutti questi personaggi conosciamo solo gli elementi che riguardano, interessano e influenzano la vita del personaggio principale maschile.
Possiamo trovare tracce della Manic Pixie Dream Girl in ogni tipo di storia, dai fumetti ai video-games, dalle canzoni indie rock alle serie Tv (un capitolo a sé meriterebbe il personaggio di Jessica Day di New Girl, che porta il tropo – e lo stereotipo- all’estremo) ma si tratta di un tropo tipicamente cinematografico, se non altro per l’opportunità narrativa che il formato concede (articolata nei tre momenti: incontro sorprendente – protagonista che impara a vedere il mondo con occhi diversi – protagonista che torna alla vita con un nuovo approccio mentre la MPDG ci saluta in una nuvola di leziosità e mistero). Tra i film che maggiormente hanno contribuito a creare l’immaginario della giovane quirky problematica e completamente al servizio dell’evoluzione dell’ “eroe” è necessario citare il pur leggero e divertente Scott Pilgrim vs. the World, in cui Ramona Flowers (dall’immancabile look pop-punk e dal passato genericamente “turbolento”) si fa quasi eponimo della categoria, e La mia vita a Garden State, film del 2004 in cui a Sam, alias Natalie Portman, è affidato l’arduo compito di sorridere e salvare l’animo del giovane tormentato:

Sam: Come al solito sto parlando troppo, adesso ti lascio riempire il tuo modulo.
Andrew: Che stai ascoltando?
Sam: Gli Shins, li conosci?
Andrew: No.
Sam: Devi sentire questa canzone ti cambierà la vita, te lo giuro. Uh, scusa, devi finire di riempire il tuo modulo. Che seccatura, magari potresti sentirla mentre riempi il modulo.
Andrew: Sì sì, ce la faccio.
Sam: Sì? Ok.
Andrew: È bella, mi piace.

È possibile che in alcuni casi il tropo in questione venga utilizzato per sovvertire la narrazione e mostrare, più o meno esplicitamente, la natura stessa dello stereotipo; è ciò che accade in film come 500 giorni insieme, in cui il personaggio di Summer è visto attraverso gli occhi di Tom, occhi intrisi di cultura romantica, pronti a idealizzare l’oggetto del suo desiderio e tesi a proiettare la propria visione della donna perfetta su una ragazza -nonostante lei gli ripeta chiaramente quanto i propri desideri siano in contrasto con tale visione-, o in Eternal Sunshine of the Spotless Mind (Se mi lasci ti cancello), dove il personaggio di Clementine esplicita ciò che sta alla base del tropo:

«Troppi uomini pensano che io sia un’idea o che possa completarli o che possa riuscire a ridargli la vita. Ma io sono solo una ragazza incasinata che cerca la sua pace mentale; non farmi carico della tua». (Michel Gondry, Eternal Sunshine of the Spotless Mind, 2004)

Il trope della Manic Pixie Dream Girl, della cui diffusione Rabin stesso si è dichiarato responsabile e pentito in un articolo del 2014, si fonda su un’idea di femminilità stereotipata, gradevole e fragile, fintamente ribelle (quanto basta per incuriosire un occhio maschile abituato alla norma) ma in realtà profondamente rassicurante (quanto basta per essere considerata la donna dei sogni). Continuare a utilizzarlo senza decostruirlo, manipolarlo, ribaltarne la portata e ridefinirne la struttura equivale a portare avanti una scrittura povera, che non coglie la complessità delle relazioni e che perpetui una rappresentazione di personaggi -non solo di genere femminile- poco profondi e vicini al cliché.

Scrivere è avvicinarsi al recinto entro cui utilizzare le parole

di Enrico Macioci

Scrivo per scoprire chi sono. È sempre stato così, ma solo adesso inizio a rendermene conto. L’io è un mistero, e la scrittura uno degli strumenti che meglio riescono a sondarlo; perciò è insidiosa. Ho sempre avvertito un pericolo nell’atto di scrivere, un rischio quasi colpevole; ed ho infine capito che il rischio è di trovare me stesso. Suppongo valga per parecchi scrittori, ma siccome pochi fra noi sono disposti ad accettare ciò che potrebbero trovare se cercassero seriamente, la tentazione è prendere tempo.

Scrivere mi sembra uno dei modi più ingegnosi e originali per prendere tempo, e tuttavia non porta automaticamente a conoscersi; può anzi sortire l’effetto opposto. Parecchia narrativa è costruita e inautentica. Questa inautenticità può mascherarsi da cerebralismo o da leggerezza, ma il suono che produce è un fastidioso ronzio fasullo.
Si scrive a diversi livelli di “pressione interiore”, cioè di urgenza o necessità. Un autore attraversa varie fasi nel corso della vita. Più è presente a sé stesso, più ciò che scrive si avvicinerà alla sua verità. E se un autore trova la sua verità? Be’, immagino possa gettare la spugna.

Mi sovviene Rimbaud. Non esiste poeta che tramite la parola si sia strappato di dosso le maschere, le finzioni, le ipocrisie e gli autoinganni con la ferocia del ragazzo francese. Nessuno sconto. Scavare con le unghie sanguinanti il fondo del fondo del fondo. Durante la stesura della Stagione all’inferno urlava, imprecava, piangeva. L’intera sua opera incarna un esperimento; non è destinata alla pubblicazione ma a cambiare la vita. Rimbaud non vuole una mente più colta, vuole un’altra mente. Con gli Ultimi versi, la Saison e le Illuminazioni la ottiene, sganciandosi dalla realtà fittizia dell’ego e sporgendosi verso l’assoluto; si sente come “il moscerino inebriato al pisciatoio della locanda, innamorato della borraggine, e che un raggio dissolve.”

Dopo il dissolvimento, scrivere non si può più. C’è un recinto entro cui utilizzare le parole; Rimbaud lo ha scavalcato e, a 19 anni, ha giustamente taciuto. Parlo a lungo di Rimbaud perché, con la sua eccezione, ci mostra a mio avviso una plausibile regola. Scriviamo per avvicinarci a quel recinto. Scriviamo per spingerci un poco oltre, sempre un poco oltre (e al contempo dentro) l’esistenza ordinaria. Scriviamo per indagare il mistero che ci assedia e ci abita, ma poiché di rado tocchiamo il ruvido legno del recinto proseguiamo a scrivere. Un libro, due, cinque, dieci, venti. Proviamo a ritagliarci uno spazio e ad ampliare lo spazio in cui ci muoviamo. È un processo sia interno sia esterno: ri-definire la realtà che mi circonda per comprendere meglio la realtà che mi abita, e viceversa.

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foto di laura patrick

Su un piano più tecnico, fin da ragazzino ho scritto cose eterogenee. Ho una buona capacità mimetica ma l’ho sempre considerata un difetto, il sintomo della mancanza di una mia voce. Oggi capisco che la mia voce è nella trasformazione, e che la strada è già la mèta perché dopo la mèta non c’è più strada. Ho pubblicato finora una raccolta di racconti dallo stile secco ed economo, un romanzo-fiume dallo stile debordante, un memoir lirico e un horror metafisico. Nel mio pc giace un buon numero di romanzi inediti; ciascuno di essi segna una fase ben distinta del viaggio. Poiché non sono Rimbaud, poiché non ho il suo genio né il suo ardimento – la sua capacità di lasciarsi andare verso ciò che chiama “ignoto” – ho bisogno di più strada da percorrere.

Ci sono del resto scrittori che nascono già fatti, per così dire, e che pure continuano a camminare. Antonio Moresco esordisce tardi – a 46 anni; ma ogni sua opera ha la medesima voce e la medesima forma, benché muti la lunghezza. Nelle mille pagine de Gli increati o nelle cento de La lucina, Moresco è sempre ostinatamente sé stesso, ed è frattale: una parte ricalca il tutto. Basta leggere due righe e si capisce subito che siamo innanzi a Moresco. Anche Stephen King fu subito King, sin dall’esordio fulminante di Carrie. Anche Coetzee fu subito Coetzee, e Simenon fu subito Simenon; eccetera eccetera. Poi esaminiamo Melville: Typee, Moby Dick, Pierre, L’uomo di fiducia, Benito Cereno, Bartleby lo scrivano, Billy Budd. È sempre lui, ma non è sempre lo stesso lui. Richard Ford muta in misura abbastanza sconcertante passando dalla saga sociologica di Frank Bascombe all’intimismo di Incendi o di Rock Springs. Dostoevskij parte dalla fatua malinconia delle Notti bianche e termina con la lava dei Fratelli Karamazov – un altro mondo, proprio nel senso della direzione spirituale. Invece il Tolstoj dei Cosacchi non dista poi molto dal Tolstoj del tardo capolavoro Chadzi Murat. Il Joyce dei Dubliners e quello del Finnegans Wake sono due estranei, Proust è già tutto nel celebre incipit della Recherce.

Con ciò non sostengo che Tolstoj e Proust siano ripetitivi, o che il Dostoevskij della prima fase e il Joyce giovanile “immaturi”; si tratta in ogni caso di grandi scrittori. Affermo piuttosto (o azzardo) che per alcuni scoprirsi o compiersi risulta più rapido e naturale che per altri. Mi si potrebbe dunque chiedere: perché essi non tacciono come tacque Rimbaud? Posto che ci aggiriamo in un luogo oscuro e privo di regole fisse (certuni tacciono: Rulfo, Henry Roth, in un certo senso Salinger), le risposte “oggettive” che mi vengono in mente sono due: a) perché solo un ragazzo possiede la radicalità necessaria a un taglio così drastico e b) perché la forma/romanzo è meno drammatica e profonda della forma/poesia.

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foto di annie spratt

Io, che nel mio piccolo ho praticato entrambe le forme, posso testimoniarlo sulla mia pelle. La poesia è una folgorazione, il romanzo una costruzione; la poesia è la freccia che trafigge, il romanzo l’arco che si carica e si tende per scoccare una freccia che colpirà chissà dove e chissà chi; la poesia estrae lo spirito dalla materia, il romanzo accumula la materia intorno allo spirito. Chiamo a soccorso, in proposito, un testimone ben più importante di me: William Faulkner. Il premio Nobel americano, che esordì in qualità di (mediocre) poeta, sosteneva: chi non sa scrivere poesie si dà al racconto e chi non sa scrivere racconti si dà al romanzo. Forse non sbagliava.

Il romanzo è di gran lunga il genere più faticoso, ma appanna il nucleo da cui prende spunto, lo opacizza avvolgendolo in una serie potenzialmente infinita di strati, cosicché la luce pulsa meno forte e la si può persino fissare, almeno un po’; il romanzo si dirama, devia, esita, zigzaga, negozia. Il romanziere proroga (o inganna?) ciò che il poeta rivela. Se la poesia è un fuoco, il romanzo è la radura che sorge attorno al fuoco; al romanziere la scelta di quanto, e quando, e in che maniera avvicinarsi alle fiamme. È possibile che io abbia abbandonato la poesia in favore della prosa perché la poesia andava troppo veloce, e non tutti siamo disposti a tollerare la velocità; è possibile d’altronde che vi stia propinando una marea di stupidaggini. A mia discolpa posso solo assicurarvi che queste stupidaggini le penso sul serio.

foto di copertina di fabien bazanegue

«Non seguire i consigli di questo libro». Critica all’Oracolo manuale per scrittrici e scrittori di Giulio Mozzi

di Marco Terracciano

L’Oracolo manuale per scrittrici e scrittori di Giulio Mozzi sembra uno scherzo della tipografia, ma è uno dei manuali di scrittura più intelligenti che abbia mai letto. Non ne ho letti molti. Se faccio mente locale ne conto cinque, sei al massimo. Uno di questi è un altro manuale che Giulio Mozzi scrisse nel 2009, (non) Un corso di scrittura e narrazione, disponibile gratis qui. In compenso ho letto molti testi di critica letteraria che, implicitamente, offrivano preziosi consigli su come scrivere e, più spesso, su come non scrivere. Questa cosa del dare consigli su come non scrivere ha molto a che fare con l’Oracolo, che è una raccolta di massime, di aforismi, di espressioni proverbiali rivisitate lunga quattrocento pagine non numerate. Sulla pagina di destra trovate la massima – molto breve – su quella di sinistra la sua spiegazione.

Leggendo si capisce che Giulio Mozzi fa da tanti anni un lavoro di scouting letterario, che è in sostanza una persona che riceve centinaia di dattiloscritti scritti coi piedi. Lo si capisce perché la sua preoccupazione più grande – una vera preoccupazione da maestro di settore – è consigliare sconsigliando: “smettila di scrivere così, segui i miei consigli”.
Prendo una massima a caso:

I tuoi personaggi devono mangiare, dormire, pisciare, andare di corpo. Danne loro il tempo e il modo.

Come la interpreto? Mozzi si sta rivolgendo a un aspirante scrittore che ha immaginato una storia in cui i personaggi si muovono in modo troppo poco realistico, meglio: in modo troppo poco coerente con la costruzione del relativo mondo narrativo. Salti temporali improbabili, limiti spaziali inesatti, personalità stereotipate. Il tono di questa massima è lo stesso di tutte le massime dell’Oracolo, ossia un tono correttivo. Il che rende le cose ancora più interessanti perché, posto che l’esperienza di Mozzi sia abbastanza estesa da generalizzare, attraverso le sue parole è possibile tracciare il profilo dell’aspirante scrittore di oggi.
Ho capito, infatti, che l’aspirante scrittore di oggi è una persona che:

  • non ha ben chiaro cosa vuole raccontare, ma vuole farlo credere;
  • ha un’idea di stile ampollosa e barocca;
  • vuole pubblicare per una questione di prestigio, non per comunicare qualcosa a qualcuno;
  • crede che la storia si sviluppi in modo autonomo e auto evidente;
  • scrive per sé e non per il lettore.

Il fatto che mi sia reso conto, a un certo punto della lettura, della possibilità di tracciare un profilo così specifico di ciò che secondo Mozzi non dovrebbe essere uno scrittore, mi ha permesso di ‘uscire’ dal manuale. Ho ripreso fiato e spezzato un incantesimo prodigioso che, per una buona mezz’ora, mi aveva portato a credere a un’idea folle: che esiste, cioè, un solo modo di intendere la letteratura. L’Oracolo di Giulio Mozzi è scritto in un modo così persuasivo da annichilire qualsiasi forma di contro pensiero. La letteratura, la scrittura, le storie, tutto funziona esattamente come dice lui. È una raccolta di massime, certo, ma ha una coesione interna, una forma così scintillante da indurti a contemplarla incantato. Forse uno degli espedienti retorici più efficaci è proprio la trovata di inserire, di tanto in tanto, oracoli di questo tipo:

Non leggere nessun manuale di scrittura creativa.

Non seguire i consigli di questo libro.

 

Ma dietro tutte le grandi narrazioni che si impongono a prima lettura come esaustive e totalizzanti c’è un’intelligenza creativa che guarda dal buco della serratura. Quindi un punto di vista, una prospettiva. Ho cercato di afferrarlo questo punto di vista attraverso un approccio che si servisse di una delle sue massime per pensare e strutturare la recensione. Qui di seguito vi spiego come e perché.

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Piccola relazione autoriflessiva

La massima di cui mi sono servito è questa:

Dividi il tuo testo in tante scene, in ciascuna delle quali avviene qualcosa. Metti a ogni scena un titolo, dal quale si capisca esattamente che cosa avviene. Cancella tutte le scene alle quali non riesci a dare un titolo.

Un’indicazione che mi è sembrata così convincente da spingermi a dare titoli significativi a tutte (quasi tutte!) le pagine del manuale. Sono andato avanti per un po’, e man mano che procedevo mi rendevo conto che molti di essi si somigliavano, che quelli che avevo trovato erano sottotitoli, non titoli. Così ho cercato di capire quali fossero i nuclei tematici che li animavano. Riducendo tutto all’osso sono venuti alla luce quattro categorie che ho rappresentato sotto forma di hashtag: #mondo, #tensione, #stile, #etica. Quattro concetti per enucleare i movimenti portanti del libro: ogni massima rientrava, in questo modo, in uno dei quattro hashtag senza altri sforzi interpretativi.
Per spiegarmi meglio li discuterò singolarmente, ma senza escludere la loro permeabilità.

1. #mondo

Una delle fissazioni dell’aspirante scrittore di oggi è quella di voler scrivere prima di aver immaginato. Secondo Mozzi, il processo della scrittura viene sempre dopo quello dell’immaginazione. Non si può raccontare un personaggio se prima non lo si è immaginato in tutti i suoi dettagli significativi; non si può descrivere una casa se non se ne conoscono l’ubicazione, la metratura, il numero di stanze, lo stile dell’arredamento; non si può collocare una storia nel tempo senza averne prima misurato le ore e i minuti. L’idea di fondo è espressa con questa massima, ed è inequivocabile:

Le narrazioni non imitano il mondo: lo inventano.

Lo scrittore ideale deve rimboccarsi le maniche e dare forma al proprio mondo, inventarne le leggi che lo regolano, esplorarne i confini e mapparlo con perseveranza. È in queste operazioni che sta il senso della letteratura, la scrittura è uno strumento che va gestito ed è più orpello che scandaglio. Così l’Oracolo sentenzia:

Quando, in quale negozio, a quale prezzo, in compagnia di chi eccetera, è stata acquistata la camicia che il tuo personaggio indossa?

Considera gli effetti del passare del tempo.

Gli alberi non esistono: esistono i pini, i frassini, le querce, i pioppi, le betulle, i lecci, i noci, gli abeti, i ciliegi, i tassi eccetera.

2. #tensione

La prima massima che ho intitolato con questo hashtag è:

Assegna a ciascun personaggio un ostacolo che non è in grado di superare. Almeno in apparenza.

Perché tensione? Un’altra grande fissazione dell’aspirante scrittore di oggi è quella di dire la storia senza raccontarla. Dire la storia significa fare un elenco di situazioni, raccontarla, invece, è mettere le situazioni in relazione. Non solo. Mettere le situazioni in relazione in modo da consentirne l’interpretazione e la risignificazione da parte di terzi. In altre parole, considerare il lettore, trattarlo come un estraneo di cui bisogna guadagnarsi la fiducia. Come si guadagna la fiducia? Suscitando interesse, creando le condizioni per stabilire un rapporto di desiderio reciproco. Sembra il prontuario della relazione amorosa, e in parte lo è perché autore-testo-lettore è un triangolo degno di Uomini e Donne.

Quello che però Mozzi sembra dirci è che questo tipo di rapporto ha più a che fare col corteggiamento selvaggio che col desiderio di stare insieme per tutta la vita: un buon autore dovrebbe leggere l’Histoire de ma vie di Casanova piuttosto che David Copperfield.
Creare tensione è il principio su cui si basa la rigenerazione millenaria del patto narrativo, l’abilità retorica che ha reso l’uomo un animale affamato di storie. Una iena, non uno scoiattolo. Nella prospettiva di Mozzi, tutto ciò si ottiene sottraendo informazioni. Così l’Oracolo sentenzia:

Prova a nascondere al lettore un’informazione. Una sola. Quella che dà la chiave a tutto.

Deludi le aspettative scontate. Però ricordati di suscitarle.

Dove sta per accadere qualcosa, inserisci una divagazione.

La tua storia non deve piacere, deve illudere.

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3. #stile

A proposito di sottrazione, l’Oracolo è costellato di massime di questo tipo:

Togli una parola a ogni frase del tuo testo.

Togli dal romanzo tutti gli aggettivi; poi, senza guardare il testo di partenza, rimetticeli. Fa’ lo stesso con la punteggiatura, con gli avverbi eccetera.

Riassumi il tuo romanzo in due cartelle. Poi in una. Poi in mezza. Poi in un quarto. Poi in una sola frase. Se la storia conserva il suo interesse, probabilmente è una buona storia.

Rileggi ogni frase che hai scritto, e domandati: si può dire la stessa cosa con meno parole? Si può dire la stessa cosa in modo più evidente? Si può dire la stessa cosa con più precisione?

«Togli una parola», «togli gli aggettivi», «riassumi in una frase», «si può dire con meno parole» ecc. Mozzi ha una missione, è evidente, ed è quella di convincere l’aspirante scrittore dell’inutilità e dell’ingenuità dello stile fine a sé stesso. Non si scrive per scrivere bene, ma per mettere le parole al servizio della propria storia.
Qui emerge chiaramente la permeabilità delle categorie, perché chi riduce la propria lingua ha l’obiettivo implicito di far emergere il mondo, ma ridurre sottraendo elementi è anche un modo per creare vuoti di significato, disseminare assenze per suscitare nel lettore il desiderio di saperne di più. La tensione nasce sempre dal dislivello tra chi ne sa di più e chi ne sa di meno (pensate al principio fisico dei vasi comunicanti, o alla definizione di tensione elettrica come risultato di una differenza di potenziale).

4. #etica

Nel trentaduesimo volume della Storia d’Italia di Indro Montanelli – intitolato Gli anni della Destra e dedicato alle vicende politiche della prima Italia post-unitaria – c’è una riflessione sulla natura della lingua italiana. Nel 1861 diverse inchieste confermarono che gli italiani erano in gran parte analfabeti e «appunto perché non sapevano leggere, erano rimasti sordi agli appelli di Mazzini, e il Risorgimento era rimasto l’isolata iniziativa di una piccola élite». Cosa si tentò di fare per risolvere questa situazione? Per prima cosa, trovare una lingua comune tra élite e popolo, un italiano medio largamente accessibile. Bisognava costruire un modo nuovo di pensare, riconfigurare lo spirito di un popolo che aveva decine di tradizioni linguistiche diverse. Il risultato, secondo Montanelli, fu un disastro dal punto di vista etico:

La diatriba era destinata a continuare ben oltre l’Unità, ma provocava intanto questa nefasta conseguenza: che gli italiani sempre più si abituavano a preoccuparsi meno di cosa dicevano che di come lo dicevano. Questo assillo dello “stile” fine a se stesso, del bell’eloquio per il bell’eloquio, ci ha regalato una lunga dinastia d’inutili calligrafi e retori.

È un dibattito ancora molto aperto, centrale anche in uno dei testi di critica letteraria più importanti della nostra tradizione: la Storia della letteratura italiana di Francesco De Sanctis. L’Oracolo, implicitamente, ne dà un contributo operativo. La sua attenzione correttiva conferma questo collegamento tra etica e stile: l’ampollosità delle narrazioni è la conseguenza di un vuoto etico. Quella dell’aspirante scrittore è, nella prospettiva di Mozzi, una strategia di compensazione:

Pensi davvero di saperla abbastanza lunga per raccontare questa storia?

Oppure:

Domandati se la tua storia è utile alla vita. Se non sai risponderti, rinuncia.

E ancora:

Non puntare al massimo: punta al massimo delle tue possibilità.

Non pensare alla Letteratura.

Concludo: non fidatevi di quello che dice la prefazione, l’Oracolo manuale per scrittrici e scrittori di Giulio Mozzi, se aperto a caso, non risolverà i vostri problemi di scrittura. Vi metterà in crisi, ma lo farà in modo creativo e contro intuitivo, e questo è il meglio che possiate aspettarvi da un manuale di scrittura creativa.