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Ciao Marzo 2022: lista di letture, visioni e ascolti

Il mese di Beatrice Galluzzi

Come diversivo nel marzo dell’insonnia e dell’agitazione mi sono dedicata alle letture che più mi rilassano: quelle inquietanti. Ho cominciato con Orient di Christopher Bollen un thriller in cui l’attenzione è centrata sulle falsità intrinseche di un gruppo di ricchi artisti newyorkesi che credono di ritrovare l’ispirazione su una punta estrema di Long Island. Un’altra lettura davvero appagante è stata quella di Carnaio di Giulio Cavalli, in cui un’apocalisse di cadaveri tutti uguali per età, colore della pelle e peso, si arena sulla costa di un paesino di provincia, i cui abitanti, all’inizio destabilizzati, ne sfruttano le potenzialità in modo macabro. Ho riletto l’intramontabile I ricchi, di Joyce Carol Oates, stavolta in un audiolibro interpretato da Riccardo Bocci. Con rinnovata riconoscenza mi sono fatta cullare dalla voce di Richard, ricco emarginato e incattivito, ossessionato da una madre incostante, assassino e distruttore di sé stesso e del suo privilegiato status.

Rimanendo sempre sul tema del grottesco e dell’angosciante, ho visto la serie tv The staircase, girata durante i tanti processi allo scrittore Michael Peterson, accusato di aver ucciso la moglie, ritrovata in un lago di sangue ai piedi delle scale. Non si capisce – non si è mai capito fino in fondo – come due delle sue compagne siano morte in modi simili, avendo solo lui come costante ad accomunarle. Eppure, nonostante la condanna, ci ritroviamo davanti a evidenze che confermano il contrario, ovvero la sua possibile innocenza. I’m a killer è l’altra serie che mi ha fatto compagnia: documentari in cui vengono intervistati detenuti nel braccio della morte, ricostruendo le vicissitudini che li hanno portati a compiere un omicidio.

Con il Tarantino di Grindhouse – A prova di morte mi sono davvero tirata su di morale. Vale la pena vederlo anche solo per ammirare le straordinarie doti della stuntwoman professionista Zoë Bell che interpreta se stessa. Non sono molto al passo con i film candidati agli Oscar di quest’anno, ma ho visto e apprezzato Don’t Look up, quantomeno perché ha centrato un tema scomodo in modo creativo e ricreativo.


Il mese di Chiara M. Coscia


È stato un mese di lavoro intenso e affaticamento mentale, che mi ha portata a leggere davvero pochissimo. Però ho scoperto un paio di cose che vale la pena lasciare qui: Poet X di Elizabeth Acevedo, tradotto da Simona Mambrini e Anna Rusconi, un diario in versi con dei guizzi poetici freschissimi (la voce narrante è una ragazzina di 16 anni) e una costruzione avvincente. Per restare nel dolore, che – quando non nego – frequento con ossessione, ho divorato in unica seduta Appunti sul dolore di Chimamanda Ngozi Adichie, tradotto da Susanna Basso (che io ho ascoltato in audiolibro in inglese qui, per chi volesse cimentarsi. Adichie è, anche, una lettrice meravigliosa e dalla lingua chiarissima). È un brevissimo memoir sulla morte del padre, avvenuta in pieno lockdown, e sulla necessità assoluta dei rituali di addio.

Ho visto diversi episodi pilota e recuperato con estremo ritardo Inventing Anna, di cui ho solo da dire “Shonda Rhimes è sempre Shonda Rhimes, per chi la frequenta è confortante”, ma c’è una sola serie nuova che sto seguendo con interesse: Severance su Apple TV, serie di fantascienza speculativa su un mondo in cui l’io lavorativo è scisso dall’io privato, per cui gli esseri umani si fanno letteralmente mettere uno sdoppiatore nel cervello che separa la propria esistenza in due. Estremamente attuale e deprimente nei temi e curatissima nell’estetica minimale e vagamente brutalista, ci sono John Turturro e Christopher Walken innamorati a rendere l’atmosfera sopportabile. 

Sono un po’ delusa dagli Oscar di quest’anno, perché non c’è niente che mi abbia fatto saltare dal divano in preda al mio classico esplosivo e maniacale entusiasmo, però ho molto apprezzato Licorice Pizza di Paul T. Anderson, un film dalla trama esilissima che si regge molto bene su dialoghi estremamente curati, personaggi magnetici e una colonna sonora che penso smetterò di mettere in loop a settembre. Eccola: Licorice Pizza soundtrack.
Altro candidato che segnalo: un documentario sulla tragedia degli homeless della West Coast, Lead me home. Lo trovate su Netflix, se avete la forza di arrivare alla fine, sui titoli dì coda vi aspetta un pezzo bellissimo di Angel Olsen, Endless Road.



Il mese di Francesca de Lena

Marzo in compagnia del covid e quindi più tempo per le storie. 
Ho letto Cane da petrolio di Rick Bass, raccolta di racconti (Mattioli 1885, traduzione Silvia Lumaca) scritta con una penna che coagula sguardo impressionista ed espressionista e tratta le ambientazioni come quadri; Anche le sante hanno una madre di Allan Gurganus (PlayGround, traduzione di Baiocchi e Tagliavini) di cui mi ero innamorata tanti anni fa con Santo Mostro (e mi accorgo solo ora della coincidenza di titoli): breve, ritmato, leggero di quella leggerezza che ha da dire qualcosa; Felici i felici di Yasmina Reza (di cui ora c’è in libreria Serge), polifonia di prospettive, personaggi che si intrecciano ma che intanto si auto-concludono a ogni singolo capitolo; il reportage Racconto di una guerra di Emmanuel Carrère: maestro del “racconto laterale”, mentre tutti guardano da una parte lui tira fuori le storie nascoste dell’altra, in questo caso in Russia.

Ho scovato Cruel Summer su Amazon Prime: serie tv teen-thriller con qualche ingenuità ma con un bel lavoro cromatico che rappresenta e esaspera le tre diverse linee temporali. 
Ho recuperato un Clint Eastwood, Richard Jewell, meraviglioso, forse uno dei suoi più belli, con protagonista un Paul Walter Hauser ingiustamente poco premiato, attore comico in parte come non mai in un ruolo drammatico. 
Ho recuperato anche un Emma Dante, Le sorelle Macaluso, capolavoro di costruzione scenica e di regia (la casa è protagonista della vicenda: il famoso “non detto” sviluppato in ogni camera, angolo e scaffale, ogni inquadratura una storia intera). Tre soli piani temporali che racchiudono una lunghissima vita: sembra la costruzione di un racconto, una cosa piccola che scoppia. Oscar: ho visto Il potere del cane, di Jane Campion. Classicone, attoroni, bellissima tensione, spazi e fotografia, qualche svolta un po’ forzata. Mi dicono che non ho capito il finale, secondo me sì. 

Ho ascoltato Perché Pasolini? podcast di Walter Siti prodotto da Chora. Io non amo Pasolini, né come autore né come intellettuale, amo però Siti ed è stato molto bella, interessante e formativa la conferma di quanto anche le storie a te più lontane (nel mio caso la storia-Pasolini) possano coinvolgerti e avvicinarsi alla tua esperienza a seconda di come ti vengono raccontate. Nella sua introduzione Siti dice che non si ha bisogno di Pasolini in virtù di quello che ha fatto ma in virtù del nostro bisogno di letteratura, e io il bisogno di letteratura ce l’ho senz’altro.

Ho scoperto su IG, non ricordo più come, il profilo di Vincent Bal, artista belga che disegna giocando con le ombre degli oggetti. Mi fa impazzire.


Il mese di Luca Mercadante


Fuori orario di Martin Scorsese. Da ragazzino mi capitò di vederlo su un canale privato locale, non sapevo neanche chi fosse Scorsese e per anni credetti  fosse un film ignoto, un capolavoro che conoscevo solo io, ma del quale non sapevo il nome e che quindi ero sicuro non avrei più rivisto. L’altra notte è tornato a farmi compagnia su Prime video.

The Story of Film: An Odyssey Sono passati dieci anni da quando ho visto per la prima volta (ma sarebbe il caso di dire “ho studiato per la prima volta”) questo documentario: monumentale, impegnativo. Quindici puntate, disponibili su Raiplay, in cui Mark Cousins rilegge la storia del cinema dagli albori fino all’avvento del digitale. Per me meglio di un corso di laurea. 

Tognazzi. La voglia matta di vivere di Ricky Tognazzi su Raiplay. Perché, quell’uomo lì, Ugo Tognazzi, mi ha insegnato a ridere della cattiveria con cattiveria.


Il mese di Primavera Contu

Ho iniziato a leggere Quel fantastico peggior anno della mia vita, di Jesse Andrews, e per adesso è una continua risata. Sembra di leggere il pilota di una serie tv e non è certo un caso: Andrews è, tra le altre cose, sceneggiatore di Luca, candidato agli Oscar come Miglior Film di Animazione. Ho iniziato anche Dove sei, mondo bello (Einaudi, traduzione di Maurizia Balmelli), ultima fatica di Sally Rooney che rientra nella mia zona di comfort (ma spero di trovarci anche qualcosa di più del mero riconoscimento).Mi accomodo di meno, invece, suMemorie della piantagione. Episodi di razzismo quotidiano (Capovolte, traduzione di Mackda Ghebremariam Tesfau e Marie Moïse), dell’autrice portoghese afrodiscendente Grada Kilomba, nota per l’uso sovversivo e non convenzionale delle pratiche artistiche. Fin da pagina 25: “Scrivere, dunque, emerge come un atto politico”. Sul metaforico comodino mi aspetta anche Trevor Noah, con il suo Nato fuori legge. Storia di un’infanzia Sudafricana (Ponte alle Grazie, traduzione di Andrea Carlo Cappi).

Mi fanno compagnia anche la quarta e ultima stagione di Killing Eve e la prima di From, un horror che mi ricorda le atmosfere di tanto teatro anni 2010, e la deludente seconda stagione di Guida Astrologica per Cuori Infranti (di cui però ascolto ossessivamente la colonna sonora). Ho recuperato finalmente BlacKkKlansman e Velvet Buzzsaw, quest’ultimo dallo stesso regista e sceneggiatore di Nightcrawler, un bizzarro thriller/horror, parodia del mercato che regola l’arte contemporanea. 

Infine, sono tornata a teatro dopo un periodo lunghissimo: ho visto Best Regards, di Marco D’Agostin; si parte dalla personalissima riflessione dell’autore e coreografo sulla corrispondenza e sulla morte per arrivare a un piccolo rituale collettivo

Ciao Febbraio 2022: lista di letture, visioni e ascolti

Il mese di Beatrice Galluzzi

Film
Gli ordini sono gli ordini, diretto da Franco Giraldi. Una chicca del 1972 con Monica Vitti e Gigi Proietti. La protagonista, Giorgia, è sposata con un direttore di banca che si approfitta della sua posizione per sminuire e sfruttare la moglie, finché lei non comincia a sentire una voce fuori campo – la sua coscienza – che le suggerisce vendette irresistibili.

Libro
Sarah – La ragazza di Avetrana, di F. Piccini e G. Gazzanni, libro di inchiesta che ripercorre dieci anni di indagini e processi che seguirono all’omicidio di Sarah Scazzi. Tra interviste, confessioni e buchi interrogativi, viene ricostruita l’ultima estate della ragazza e di tutti i personaggi che le ruotavano intorno i quali, ancora oggi, sembrano non voler uscire dal miasma di omertà e menzogne che li circonda.

Audiolibro
La spinta, di Ashley Audrain, letto da Chiara Francese. La tensione di questo thriller non è data da un omicidio ma dall’oscurità che risiede in Blythe, una madre non troppo convinta di esserlo. Sua figlia, Violet, all’inizio desiderata, si rivela avere dei problemi di attaccamento che, con la crescita, diventano veri e propri segnali di sociopatia fino a sfociare in comportamenti distruttivi.

Il mese di Francesca de Lena

Libro
Il castello interiore di Jean Stafford, traduzione di Chiara Gabutti, BUR Rizzoli. Ormai da settimane ripiombata a pieno nel ruolo di lettrice di racconti, scopro Jean Stafford, premio pulitzer 1970 proprio per le sue short stories, e mi innamoro su tutto del suo Un’invasione di poeti, che chiude la raccolta e mostra con ironia irresistibile perché, anche quando li amiamo, è meglio ricordarsi di cosa parliamo quando parliamo di poeti e scrittori: “Che estate terribile! Tutti i Poeti d’America vennero a stare da noi.”

Serie tv
Orfana di una vera passione televisiva, ho provato con Undercover, di cui avevo amato la prima stagione, ma non mi dice più niente; ho provato con Inventing Anna, ma l’effetto soap opera mi devasta e addormenta; recupero la lacuna Master of none, che fa un buon lavoro di indagine ironica, sebbene il metter(si) alla berlina in quanto generazione abbia un po’ stancato, e con Il giovane Wallander su cui non mi sbilancio dopo sole due puntate ma di cui apprezzo l’atmosfera del tutto diversa dai soliti noir scandinavi: niente neve, vuoto e natura affascinante, sembra quasi Scampia. 

Musica
Sempre alla ricerca di musica calma e perché no malinconica che accompagni le mie lunghe sessioni di editing al pc o tablet, scopro per caso (o forse grazie alle playlist di mio figlio Andrea, che ha colonizzato il mio spotify) il brano Indigo Night di Tamino Fouad, una specie di Leonard Cohen o Nick Drake o forse Tom Waits senza raucedine, giovanissimo e di origini europee-egiziane.

Il mese di Primavera Contu

Libro
Tra i romanzi “di Natale” da recuperare c’era Queenie, di Candice Carty-Williams (e tradotto da Maria Grazia Perugini) , scrittrice inglese di origine Jamaicana qui al suo pluripremiato romanzo d’esordio (2019). La storia è una comedy che inizia con una relazione che finisce, e parla di una donna della mia età che di mestiere scrive. Tentativo di sguazzare nella mia comfort zone? Indubbiamente. Ma Queenie è l’unica donna nera nella redazione del giornale londinese in cui lavora: la mia identificazione nel personaggio, per fortuna, non è lo scopo qui. Si parla di razza e disparità, ma per una volta non siamo in America. 

Serie Tv e Film
Ci riprovo con The Marvelous Mrs Maisel, che è arrivata intanto alla quarta stagione, convinta che se tutti la osannano un motivo ci sarà, ma il trionfo di white feminism mi respinge e la sensazione di guardare Una Mamma Per Amica in versione anni ‘50 è troppo forte. Vado avanti con Harlem, che mi intrattiene ma non mi convince del tutto (i dialoghi e le relazioni tra i personaggi mi appaiono spesso forzati), saluto con le lacrime i personaggi di Superstore (e vago tristemente alla ricerca di un’altra sit com a cui affezionarmi), ma la vera bellezza è la seconda stagione di Euphoria, scritta meglio della prima. Tra i tanti film brutti che per qualche motivo ho visto, un applauso a Birds of Prey e la fantasmagorica rinascita di Harley Quinn (per favore, non scomodiamo il femminismo: è pura goduria, e va bene così).  

Musica
La colonna sonora di Euphoria è narrazione e montaggio. Ci aveva già abituati alle atmosfere dreamy pop durante la prima stagione (su tutto, l’elettronica di Kelsey Lu), ma nella seconda costruisce una traccia musicale in perfetto accordo con la storia. Tra rap old school e new wave anni ‘80, la playlist originale della serie HBO è da ascoltare e riascoltare. Se invece preferite il rap contemporaneo, trovate tutte le voci femminili del momento nella soundtrack di Inventing Anna.

Il mese di Luca Mercadante

Libro
Sirene di Laura Pugno, Marsilio – qualche settimana prima dell’arrivo di mio figlio mi capitò di leggere La strada di McCarthy e Wow, mi dissi, questo libro sta influenzando il modo in cui sarò padre. L’altro giorno ho provato una sensazione simile con Sirene: mi è esploso in mano alle nove di sera e all’una l’avevo finito. Esiste un disegno mistico nel modo in cui certi libri ci arrivano nei momenti più significativi.

Serie
Bem il mostro umano – una serie animata cupa e triste del 1968 ora disponibile su Prime. È un horror, ma passava in tv negli anni ’80 nelle fasce destinate ai bambini. Dargli un’occhiata oggi vale la pena non tanto per fare i nostalgici, ma per coglierne la vera essenza: noi umani riusciamo a deludere anche i mostri.

Musica
My name is Lukadi Susan Vega per tutti quelli che una volta nella vita hanno abitato al secondo piano.

Il mese di Chiara M. Coscia

Serie Tv
Per Camera di Smontaggio, ho rivisto Fleabag, di Phoebe Waller-Bridge, che resta sempre un gioiello di scrittura e interpretazione: una serie capace di creare un effetto unico sul suo pubblico, messo in continua oscillazione tra distanza e riconoscimento, empatia e analisi critica. Per curiosità invece ho attaccato Pam & Tommy, serie di impronta ryanmurphiana (ma meno glam). Non ho idea di come sia andata la vicenda (non l’ho seguita all’epoca e non mi sono informata ora), per cui mi godo un prodotto di intrattenimento che sin dalla primissima scena – il filmato di repertorio vero di Pamela Anderson da Jay Leno – mi sembra sia connotato in termini di tensione crescente e istanze politiche, il tutto travestito da gossip. 

Stand-up
Mi piace molto Ali Wong, il suo Baby Cobra mi aveva fatta ridere tantissimo, mi piacciono le sue espressioni facciali e il modo in cui usa il corpo (in quel caso era il corpo di una donna incinta) mentre sta sul palco e sfida costantemente il pubblico, per cui mi sono lanciata senza tentennamenti su Don Wong, l’ultimo speciale appena rilasciato su Netflix. Non è potente come gli altri ma resta in ogni caso un’ora di televisione ben spesa. 

Ascolti
Trascorro ogni giorno almeno 40/60 minuti in auto – questo nei giorni meno impegnativi – e questo mese mi hanno fatto compagnia tre cose: il ciclo di Dune di Frank P. Herbert (su Audible ci sono tutti i sei libri), un incontro quotidiano con i personaggi ma anche un continuo scoprire livelli di profondità di riflessione e analisi sociopolitica (nella veste della saga epico-scifi) che aprono squarci di luce sulla contemporaneità, Hey What dei Low, un album che è una composizione sinfonica in cui ogni pezzo si perde nel pezzo successivo e a ogni ascolto penso che mi piace sempre di più, e questo pezzo di John Maus, un ex professore di filosofia dalla voce baritonale che mi ricorda che in un’altra vita voglio solo fare musica.

Onda di piena – Prima e dopo l’editing

A seguito della nostra call per Apnea scuola di lettura e editing abbiamo ricevuto circa 60 romanzi. La redazione narrativa e Francesca de Lena li hanno letti e hanno scelto quello su cui lavorare per l’editing gratuito. Dopodiché hanno selezionato altri 5 romanzi, i cui primi capitoli pubblichiamo ora sulla nostra rivista, prima con le note di editing in chiaro e poi in versione definitiva.


Questo è il quarto e l’ha scritto Alessandra Cardi. La linea che ha guidato l’intervento di editing è stata di alleggerire in alcuni punti minimi il testo per rendere più fluida la narrazione e verificare la congruenza del linguaggio, dopo aver chiarito con l’autrice che si tratta del racconto di un adulto che ricorda il sé stesso tredicenne.


La storia: Si tratta di un romanzo familiare e di formazione, che narra il percorso di Paolo durante l’estate dei suoi tredici anni quando scopre che i suoi genitori nascondono un segreto. Nell’arco temporale che va dall’inizio dell’estate al novembre del 1966, sullo sfondo della Firenze di quegli anni, Paolo vivrà una serie di eventi che lo porteranno da un’iniziale condizione infantile a una dolorosa consapevolezza.


Onda di piena, 1° capitolo (originale con note di editing in chiaro)

di Alessandra Cardi

«Allora?», chiesi appena uscito dal portone di casa.
«Calamai dice che li hanno messi fuori». La faccia del Mollino luccicava per il sudore.
Senza dargli il tempo di riprendere fiato, presi a correre giù per via de’ Benci.
Arrivai per primo a scuola, saltai i gradini dell’ingresso a due a due; una selva di teste mi copriva la visuale e solo quando la folla si diradò un po’ riuscii a leggere gli scrutini.
«Promossi!», urlai al Mollino che boccheggiava in fondo alla scalinata.
«Davvero?», mormorò. Sembrava incredulo. «Non mi prendi in giro?»
«Giuro, siamo stati promossi tutti e due».
La gioia mi rullava in petto.
«E il Tigna?».
«Anche lui promosso».
Sembrò un po’ deluso.
I nomi dei bocciati erano scritti in rosso: Neri Giuliano e Colletti Carlo.
Dante, il bidello della scuola, mi si avvicinò.
«Ridi poco, a momenti bocciavano anche te, sai».

Diceva a me. Feci spallucce. Era l’estate del 1966 ed ero appena stato promosso in terza media.

Avevo davanti solo le vacanze: giornate luminose da mangiare una dietro l’altra senza neanche sputare il nocciolo. Era l’estate del 1966, avevo compiuto tredici anni ed ero appena stato promosso in terza media.

Ignoravo allora che in autunno l’Arno avrebbe sommerso Firenze, devastandola e che io avrei salvato solo ciò che potevo: me stesso.

L’onda di piena avrebbe travolto tutto il resto.

All’inizio dell’estate In quel giugno però ero ancora un ragazzino di tredici anni con le orecchie grandi e le ginocchia ossute, seduto sul sedile posteriore della macchina nuova di babbo che macinava l’asfalto dell’A1 in direzione sud.

L’odore della tappezzeria nuova mi si rivoltava nello stomaco. Tenevo lo sguardo fisso davanti. Cercavo di evocare immagini piacevoli e nella mia testa si materializzarono le tette della Latini, la mia compagna di classe, ma il puzzo dell’ennesima sigaretta di babbo cancellò le mie fantasie e mi sentii male.

«Paolo», disse mia madre con il naso arricciato, «ma è possibile, tutte le volte?»

«Non è colpa mia.»

Mi girava la testa e sudavo freddo.

«Che schifo». Mia madre si girò dall’altra parte.

Arrivati a casa dei nonni anche mio fratello Tommaso aveva il viso verdognolo, ma non aveva vomitato nella macchina nuova di babbo, lui.

Mamma uscì dall’auto e attraversò l’aia con le braccia protese ad abbracciare la nonna, i tacchi delle scarpe scricchiolarono sulla ghiaia bianca disturbando le galline che si spostarono all’ombra del melograno in cerca di vermi umidi da beccare.

Baciò nonna Gemma senza togliersi gli occhiali da sole a farfalla; non una traccia di rossetto rimase sulla sua guancia.

Mio padre strinse le mani dei cognati che si erano raccolti intorno alla FIAT 850 blu elettrico. Per comprarla babbo aveva firmato un pacco di cambiali alto come un barattolo, ma nessuno dei suoi amici ne possedeva una altrettanto lussuosa, e questo per lui era stato un motivo sufficiente per indebitarsi.

«Quanto fa?»

«Dopo Incisa, sul rettilineo faceva i 140 e senza tirarla al massimo». Babbo si lisciò i baffi tronfio.

Anche mio cugino non aveva occhi che per la macchina.

«Fammi vedere i freni a disco, zio! È vero che ce li ha a tutte e quattro le ruote?»

Nessuno sembrava interessato a me e Tommaso. Solo la nonna ci venne incontro asciugandosi le mani bagnate sul grembiule per abbracciarci. Era una donna minuscola, che profumava di sole e di pranzi la domenica in campagna, tutti insieme.

«Ti sei sentito male, amore?», disse indicando i miei vestiti sudici. Annuii.

La sua faccia stropicciata si distese in un sorriso. «Vieni dentro a cambiarti». Dopo il riverbero accecante dell’aia, la penombra della cucina fu un sollievo. Dalle travi del soffitto pendevano il timo e l’origano messi a essiccare, vassoi d’arrosto erano schierati sul tavolo coperti da canovacci di lino, l’acqua sobbolliva nel pentolone sul fuoco e le tagliatelle stese sul bancone erano pronte per essere cucinate. Una bella differenza con la trippa in scatola che ci dava la mamma. O carne, o ravioli, insomma, bastava che galleggiasse dentro una lattina e a noi toccava mangiarlo. Lei sosteneva che fosse molto moderno.

Una volta, alla Standa di via Pietrapiana aveva anche comprato le zuppe Campbell e, per quanto mi piacesse fingere di essere un cow boy, quelle non ce la feci proprio a buttarle giù.

Si è suggerita l’eliminazione di questo passaggio non chiaro che può distrarre senza aggiungere nulla di determinante.

Fortuna che in Valdarno i cibi pronti non erano ben visti e la nonna continuava a stendere tagliatelle impastate con le uova di Chicca, la più bella delle ovaiole.

In un altro momento mi sarebbe venuto il languorino, ma avevo ancora in bocca un saporaccio e non vedevo l’ora di salire di sopra a cambiarmi.

«Vediamo un po’ se i vestiti di Valerio ti vanno bene».

Prese dall’armadio una camicia rossa a quadri e un paio di pantaloni di cotone ruvido.

«Lui è più grande, ma anche tu ti sei alzato parecchio!»

Valerio, mio cugino, a settembre avrebbe cominciato le superiori.

«Ecco, arrotoliamo queste maniche e andrà benissimo. Lavati i denti prima di scendere».

Tutto a casa dei nonni era vecchio e lindo, incluso il bagno. Le mattonelle bianche riflettevano più dello specchio, che si era arrugginito dove poggiava sul lavandino. 

Si è suggerita la rimozione della frase perché rallentava il ritmo.

Scendendo al piano di sotto mi fermai davanti alla libreria in cima alle scale. I libri erano aumentati dall’ultima volta, tanto che negli scaffali in basso erano disposti su tre file. Un amico dei nonni faceva il netturbino al comune di Figline e quando gli capitava qualcosa di interessante glielo portava. Potevano essere romanzi o manuali di meccanica, per lui che non sapeva leggere, erano comunque preziosi.

Il nonno prendeva in giro nonna dicendole che raccoglieva randagi, e non si riferiva solo ai libri. Lei rideva e la libreria continuava a riempirsi. Una volta arrivò un’intera enciclopedia per ragazzi. Ogni volume aveva il dorso di un colore diverso a seconda dell’argomento. Il mio preferito era quello sui minerali. Anche quel giorno lo cercai, mi misi a sfogliarlo, c’erano tantissime foto. Più tardi dovevo ricordarmi di chiederlo in prestito. A casa nostra non c’erano libri, tranne quelli di scuola.

Mi riscossi quando la nonna mi chiamò.

«Paolo, è pronto».

Un gran tavolo campeggiava nell’aia all’ombra del noce.
Eravamo talmente tanti che per apparecchiare ci erano volute due delle tovaglie del corredo della nonna, di quelle fatte a telaio, alte come una fetta di pane. Lei disse a tutti di stare attenti a non macchiarle di vino e nel dirlo cercò con lo sguardo lo zio Terzilio, il suo figlio zitellone, che se non sapevi dov’era bastava cercare la bottiglia di vino più vicina e sicuramente lo trovavi nei dintorni.

Andrea, il più vecchio dei miei zii, riempì i bicchieri di Sangiovese ancora prima di sedersi a tavola. L’altro fratello, quello di mezzo, li guardò male entrambi: lui era contrario all’alcol. Forse perché sua moglie Assuntina beveva per tutti e due, diceva la mamma a voce bassa.
Eravamo tutti riuniti per il presunto compleanno di nonno Giovanni. Appena nato, era stato abbandonato a Firenze nella ruota degli innocenti e tre giorni più tardi, durante i festeggiamenti di San Giovanni il 24 giugno, la sua nuova famiglia l’aveva adottato per onorare un voto fatto al santo patrono di Firenze.
La nonna non accettava defezioni, solo una malattia grave poteva giustificare un’assenza.
Nonno ci guardò a uno a uno seduti intorno al tavolo annuendo, sembrava che ci contasse come faceva con le galline prima di metterle dentro la sera. Secondo me era contento.

Al pranzo erano invitati anche quattro fratelli amici dei nonni che non si erano mai sposati e che si diceva avessero un miliardo in banca; a guardarli non lo avresti detto: curvi sul cibo, con le unghie sporche di nero e pochi denti in bocca, non avevano proprio l’aria di essere ricchi

Abbiamo suggerito la cancellazione di questa frase perché non serve rimarcare con una considerazione quanto si è già mostrato in modo efficace. 

Lo zio Andrea diceva che per cena mangiavano un’aringa in quattro, ma non doveva valere per il pranzo a giudicare da quante volte si servirono.

Poi il nonno in persona portò in tavola l’arrosto girato, l’unica cosa che cucinasse. Ci passava l’intera mattina a badare che non si asciugasse troppo ungendolo amorevolmente con un rametto di rosmarino intriso d’olio.

Il babbo fumava tra una portata e l’altra. La mamma spiluzzicava. Uno raggio di sole attraverso le foglie del noce le illuminava i capelli che profumavano di more.

Dopo mangiato ero sazio e mi sdraiai sazio sotto al melograno ad ascoltare il frinire delle cicale. L’erba mi faceva il solletico sotto al collo. Strizzavo gli occhi per guardare il cielo attraverso le foglie. Strappavo fili d’erba per farci salire sopra le formiche che però si ostinavano ad aggirare l’ostacolo. A un certo punto il caldo ebbe la meglio su di me e mi rifugiai in casa al fresco. In cucina c’era trovai mio cugino Valerio.

«La vuoi vedere una cosa da grandi?»

Il sonno mi passò all’istante. «Certo!»

Lui viveva al podere dei nonni con i suoi genitori e la sua stanza era la vecchia piccionaia della colonica. Le pareti erano tappezzate di poster dei Pooh e le macchinine, che l’estate prima erano parcheggiate ovunque, erano scomparse.

Tirò fuori da sotto il letto una vecchia scatola di latta.

Sbirciai dentro e vidi l’album dei calciatori della Fiorentina. Adocchiai la figurina di Hamrin che mi mancava. «Me la regali?»

«Ma no. Questo è un trucco per non farmi scoprire dalla nonna». Mi guardò dritto negli occhi. «Lo sai che non le sfugge nulla. Certe volte sembra che abbia i superpoteri».

«Sì, lo so».

«Quindi ci vuole prudenza».

Sollevò l’album e una ragazza nuda mi sorrise dalla copertina di una rivista.

«È l’ultimo numero di “ABC”».

I capelli biondi raccolti sulla nuca erano l’unica cosa che aveva addosso.

«Dove l’hai presa?»

«A scuola, si mettono i soldi tutti insieme e poi si tiene una settimana per uno. Bello vero? Guarda il paginone centrale».

«Niente male».

Avevo le idee confuse sull’argomento e le tette della Latini, così come me le immaginavo, mi apparvero di nuovo in testa senza che potessi impedirlo.

«Di’ la verità, non ne avevi mai vista una».

«Certo che sì!» mentii di nuovo.

«E allora perché sei tutto rosso?»

No, non avevo mai parlato di sesso, neanche con il Mollino, il mio migliore amico; anche perché ero certo che ne sapesse meno di me.

Una mattina all’intervallo, avevamo stilato la classifica delle tette delle compagne e la Latini aveva vinto su tutte. Io avevo votato la professoressa di matematica, ma gli altri l’avevano squalificata per via dell’età. Il Mollino era rimasto zitto in un angolo tutto il tempo e poi era andato dritto da Don Bonardo a fare la spia.

No, non avrei mai parlato di ragazze con il Mollino.

Restituii la rivista a mio cugino Valerio.

«Non mi va di guardarle in compagnia, tutto qua».

«Ma te lo sai come si fa?» mi chiese Valerio.

«Certo che lo so, per chi mi hai preso?», e cominciai a snocciolare alla cieca brandelli di nozioni sentite dai compagni di classe.

«Te non sai proprio nulla».

«Non è vero. Qualcosa la so. Perché, te mi vorresti dire che sai tutto?»

«Sicuro! Sta a sentire». E mi raccontò per filo e per segno i dettagli di certi suoi incontri al pagliaio con la fidanzata. Rimasi seduto sul pavimento a bocca aperta; non credevo a una sola parola, però non mi persi neanche un particolare.

Quando scendemmo nell’aia mi sentivo le punte delle orecchie in fiamme e riuscivo a pensare solo alla schiena nuda della ragazza bionda della rivista.

«Oh, eccoli i miei uomini», disse il nonno. Sorseggiava il vinsanto.

Non dissi nulla.

«Il gatto ti ha mangiato la lingua, Paolo?»

Mi cacciai in bocca un pezzo di schiacciata alla fiorentina solo per avere una scusa per non rispondere; volevo pensare in pace a quello che mi aveva raccontato Valerio.

Tommaso tormentava mia cugina Camilla che lo ascoltava annoiata mentre smangiucchiava le ciliegie; affondava i denti fino al nocciolo e poi le succhiava.

Non so come, mi ritrovai a fissarle le tette. Erano piccole, niente a che vedere con quelle della Latini o della professoressa di matematica.

Onda di piena, 1° capitolo (versione definitiva)

di Alessandra Cardi

«Allora?», chiesi appena uscito dal portone di casa.
«Calamai dice che li hanno messi fuori». La faccia del Mollino luccicava per il sudore.
Senza dargli il tempo di riprendere fiato, presi a correre giù per via de’ Benci.
Arrivai per primo a scuola, saltai i gradini dell’ingresso a due a due; una selva di teste mi copriva la visuale e solo quando la folla si diradò un po’ riuscii a leggere gli scrutini.
«Promossi!», urlai al Mollino che boccheggiava in fondo alla scalinata.
«Davvero?», mormorò. Sembrava incredulo. «Non mi prendi in giro?»
«Giuro, siamo stati promossi tutti e due».
La gioia mi rullava in petto.
«E il Tigna?».
«Anche lui promosso».
Sembrò un po’ deluso.
I nomi dei bocciati erano scritti in rosso: Neri Giuliano e Colletti Carlo.
Dante, il bidello della scuola, mi si avvicinò.
«Ridi poco, a momenti bocciavano anche te, sai».
Feci spallucce. Era l’estate del 1966 ed ero appena stato promosso in terza media. Avevo davanti solo le vacanze: giornate luminose da mangiare una dietro l’altra senza neanche sputare il nocciolo.
Ignoravo allora che in autunno l’Arno avrebbe sommerso Firenze, devastandola e che io avrei salvato solo ciò che potevo: me stesso.

In quel giugno però ero ancora un ragazzino di tredici anni con le orecchie grandi e le ginocchia ossute, seduto sul sedile posteriore della macchina che macinava l’asfalto dell’A1 in direzione sud.
L’odore della tappezzeria nuova mi si rivoltava nello stomaco. Tenevo lo sguardo fisso davanti. Cercavo di evocare immagini piacevoli e nella mia testa si materializzarono le tette della Latini, la mia compagna di classe, ma il puzzo dell’ennesima sigaretta di babbo cancellò le mie fantasie e mi sentii male.
«Paolo», disse mia madre con il naso arricciato, «ma è possibile, tutte le volte?»
Mi girava la testa e sudavo freddo.
«Che schifo». Mia madre si girò dall’altra parte.
Arrivati a casa dei nonni anche mio fratello Tommaso aveva il viso verdognolo, ma non aveva vomitato nella macchina nuova di babbo, lui.
Mamma uscì dall’auto e attraversò l’aia con le braccia protese ad abbracciare la nonna, i tacchi delle scarpe scricchiolarono sulla ghiaia bianca disturbando le galline che si spostarono all’ombra del melograno in cerca di vermi umidi da beccare.
Baciò nonna Gemma senza togliersi gli occhiali da sole a farfalla; non una traccia di rossetto rimase sulla sua guancia.
Mio padre strinse le mani dei cognati che si erano raccolti intorno alla FIAT 850 blu elettrico. Per comprarla babbo aveva firmato un pacco di cambiali alto come un barattolo, ma nessuno dei suoi amici ne possedeva una altrettanto lussuosa, e questo per lui era stato un motivo sufficiente per indebitarsi.
«Quanto fa?»
«Dopo Incisa, sul rettilineo faceva i 140 e senza tirarla al massimo». Babbo si lisciò i baffi tronfio.
Anche mio cugino non aveva occhi che per la macchina.
«Fammi vedere i freni a disco, zio! È vero che ce li ha a tutte e quattro le ruote?»
Nessuno sembrava interessato a me e Tommaso. Solo la nonna ci venne incontro asciugandosi le mani bagnate sul grembiule per abbracciarci. Era una donna minuscola, che profumava di sole e di pranzi la domenica in campagna, tutti insieme.
«Ti sei sentito male, amore?», disse indicando i miei vestiti sudici. Annuii.
La sua faccia stropicciata si distese in un sorriso. «Vieni dentro a cambiarti».
Dopo il riverbero accecante dell’aia, la penombra della cucina fu un sollievo. Dalle travi del soffitto pendevano il timo e l’origano messi a essiccare, vassoi d’arrosto erano schierati sul tavolo coperti da canovacci di lino, l’acqua sobbolliva nel pentolone sul fuoco e le tagliatelle stese sul bancone erano pronte per essere cucinate. Una bella differenza con la trippa in scatola che ci dava la mamma. O carne, o ravioli, insomma, bastava che galleggiasse dentro una lattina e a noi toccava mangiarlo. Lei sosteneva che fosse molto moderno. Fortuna che in Valdarno i cibi pronti non erano ben visti e la nonna continuava a stendere tagliatelle impastate con le uova di Chicca, la più bella delle ovaiole.
In un altro momento mi sarebbe venuto il languorino, ma avevo ancora in bocca un saporaccio e non vedevo l’ora di salire di sopra a cambiarmi.
«Vediamo un po’ se i vestiti di Valerio ti vanno bene».
Prese dall’armadio una camicia rossa a quadri e un paio di pantaloni di cotone ruvido.
«Lui è più grande, ma anche tu ti sei alzato parecchio!»
Valerio, mio cugino, a settembre avrebbe cominciato le superiori.
«Ecco, arrotoliamo queste maniche e andrà benissimo. Lavati i denti prima di scendere».
Scendendo al piano di sotto mi fermai davanti alla libreria in cima alle scale. I libri erano aumentati dall’ultima volta, tanto che negli scaffali in basso erano disposti su tre file. Un amico dei nonni faceva il netturbino al comune di Figline e quando gli capitava qualcosa di interessante glielo portava. Potevano essere romanzi o manuali di meccanica, per lui che non sapeva leggere, erano comunque preziosi.
Il nonno prendeva in giro nonna dicendole che raccoglieva randagi, e non si riferiva solo ai libri. Lei rideva e la libreria continuava a riempirsi. Una volta arrivò un’intera enciclopedia per ragazzi. Ogni volume aveva il dorso di un colore diverso a seconda dell’argomento. Il mio preferito era quello sui minerali. Anche quel giorno lo cercai, mi misi a sfogliarlo, c’erano tantissime foto. Più tardi dovevo ricordarmi di chiederlo in prestito. A casa nostra non c’erano libri, tranne quelli di scuola.
Mi riscossi quando la nonna mi chiamò.
«Paolo, è pronto».
Un gran tavolo campeggiava nell’aia all’ombra del noce.
Eravamo talmente tanti che per apparecchiare ci erano volute due delle tovaglie del corredo della nonna, di quelle fatte a telaio, alte come una fetta di pane. Lei disse a tutti di stare attenti a non macchiarle di vino e nel dirlo cercò con lo sguardo lo zio Terzilio, il suo figlio zitellone, che se non sapevi dov’era bastava cercare la bottiglia di vino più vicina e sicuramente lo trovavi nei dintorni. Andrea, il più vecchio dei miei zii, riempì i bicchieri di Sangiovese ancora prima di sedersi a tavola. L’altro fratello, quello di mezzo, li guardò male entrambi: lui era contrario all’alcol. Forse perché sua moglie Assuntina beveva per tutti e due, diceva la mamma a voce bassa.
Eravamo tutti riuniti per il presunto compleanno di nonno Giovanni. Appena nato, era stato abbandonato a Firenze nella ruota degli innocenti e tre giorni più tardi, durante i festeggiamenti di San Giovanni il 24 giugno, la sua nuova famiglia l’aveva adottato per onorare un voto fatto al santo patrono di Firenze.
La nonna non accettava defezioni, solo una malattia grave poteva giustificare un’assenza.
Nonno ci guardò a uno a uno seduti intorno al tavolo annuendo, sembrava che ci contasse come faceva con le galline prima di metterle dentro la sera. Secondo me era contento.
Al pranzo erano invitati anche quattro fratelli amici dei nonni che non si erano mai sposati e che si diceva avessero un miliardo in banca; a guardarli non lo avresti detto: curvi sul cibo, con le unghie sporche di nero e pochi denti in bocca. Lo zio Andrea diceva che per cena mangiavano un’aringa in quattro, ma non doveva valere per il pranzo a giudicare da quante volte si servirono.
Poi il nonno in persona portò in tavola l’arrosto girato, l’unica cosa che cucinasse. Ci passava l’intera mattina a badare che non si asciugasse troppo ungendolo amorevolmente con un rametto di rosmarino intriso d’olio.
Il babbo fumava tra una portata e l’altra. La mamma spiluzzicava.
Dopo mangiato e mi sdraiai sazio sotto al melograno ad ascoltare le cicale. L’erba mi faceva il solletico sotto al collo. Strizzavo gli occhi per guardare il cielo attraverso le foglie. Strappavo fili d’erba per farci salire sopra le formiche che però si ostinavano ad aggirare l’ostacolo. A un certo punto il caldo ebbe la meglio su di me e mi rifugiai in casa al fresco. In cucina trovai mio cugino Valerio.
«La vuoi vedere una cosa da grandi?»
Il sonno mi passò all’istante. «Certo!»
Lui viveva al podere dei nonni con i suoi genitori e la sua stanza era la vecchia piccionaia della colonica. Le pareti erano tappezzate di poster dei Pooh e le macchinine, che l’estate prima erano parcheggiate ovunque, erano scomparse.
Tirò fuori da sotto il letto una vecchia scatola di latta.
Sbirciai dentro e vidi l’album dei calciatori della Fiorentina. Adocchiai la figurina di Hamrin che mi mancava. «Me la regali?»
«Ma no. Questo è un trucco per non farmi scoprire dalla nonna». Mi guardò dritto negli occhi. «Lo sai che non le sfugge nulla. Certe volte sembra che abbia i superpoteri».
«Sì, lo so».
«Quindi ci vuole prudenza».
Sollevò l’album e una ragazza nuda mi sorrise dalla copertina di una rivista.
«È l’ultimo numero di “ABC”».
I capelli biondi raccolti sulla nuca erano l’unica cosa che aveva addosso.
«Dove l’hai presa?»
«A scuola, si mettono i soldi tutti insieme e poi si tiene una settimana per uno. Bello vero? Guarda il paginone centrale».
Avevo le idee confuse sull’argomento e le tette della Latini, così come me le immaginavo, mi apparvero di nuovo in testa senza che potessi impedirlo.
«Di’ la verità, non ne avevi mai vista una».
«Certo che sì!»
«E allora perché sei tutto rosso?»
No, non avevo mai parlato di sesso, neanche con il Mollino, il mio migliore amico; anche perché ero certo che ne sapesse meno di me.
Una mattina all’intervallo, avevamo stilato la classifica delle tette delle compagne e la Latini aveva vinto su tutte. Io avevo votato la professoressa di matematica, ma gli altri l’avevano squalificata per via dell’età. Il Mollino era rimasto zitto in un angolo tutto il tempo e poi era andato dritto da Don Bonardo a fare la spia.
No, non avrei mai parlato di ragazze con il Mollino.
Restituii la rivista a Valerio.
«Non mi va di guardarle in compagnia, tutto qua».
«Ma te lo sai come si fa?»
«Certo che lo so, per chi mi hai preso?», e cominciai a snocciolare alla cieca brandelli di nozioni sentite dai compagni di classe.
«Te non sai proprio nulla».
«Non è vero. Perché, te sai tutto?»
«Sicuro! Sta a sentire». E mi raccontò per filo e per segno i dettagli di certi suoi incontri al pagliaio con la fidanzata. Rimasi seduto sul pavimento a bocca aperta; non credevo a una sola parola, però non mi persi neanche un particolare.
Quando scendemmo nell’aia mi sentivo le punte delle orecchie in fiamme e riuscivo a pensare solo alla schiena nuda della ragazza bionda della rivista.
«Oh, eccoli i miei uomini», disse il nonno. Sorseggiava il vinsanto.
Non dissi nulla.
«Il gatto ti ha mangiato la lingua, Paolo?»
Mi cacciai in bocca un pezzo di schiacciata alla fiorentina solo per avere una scusa per non rispondere; volevo pensare in pace a quello che mi aveva raccontato Valerio.
Tommaso tormentava mia cugina Camilla che lo ascoltava annoiata mentre smangiucchiava le ciliegie; affondava i denti fino al nocciolo e poi le succhiava.
Non so come, mi ritrovai a fissarle le tette. Erano piccole, niente a che vedere con quelle della Latini o della professoressa di matematica.


Alessandra Cardi lavora nella moda. Ha da sempre la passione per la scrittura, passione che ha rafforzato frequentando corsi di scrittura creativa e tecniche di narrazione. Diversi suoi racconti sono stati selezionati per la pubblicazione in antologie.


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“And Just Like That”… : com’è cambiato Sex and The City dopo 17 anni?

di Claudia Vanti

Sex and the City è tornato sugli schermi, a distanza di 17 anni dall’ultima puntata della prima stagione della serie HBO, con un nuovo nome, dieci puntate appena trasmesse e un documentario che ne racconta la realizzazione ma in un certo senso non se n’era mai andato: l’interesse per un racconto che ha segnato la storia del costume non era svanito, malgrado due film sequel quantomeno discutibili, un prequel incolore e limiti narrativi più che evidenti già dalla prima ora.
A metà del 2020, per esempio, ha preso il via il podcast Tutte col Tutù curato da Marina Pierri ed Eugenia Fattori, che ha esordito con una puntata dal titolo Perché parliamo ancora di Sex and the City? e che, di argomento in argomento è giunto fino alla disamina settimanale degli episodi più recenti.
Inoltre, dal momento in cui si è cominciato a parlare di And just like that…, e soprattutto da quando sono iniziate le riprese degli episodi sotto nuovo nome (a rimarcare il fatto che il capitolo precedente, quello con Kin Catrall/Samantha Jones è definitivamente chiuso), l’attenzione verso tutti i rumors e verso gli scatti rubati alle scene è stata altissima, con account Instagram dedicati a documentare ogni singolo frame, scorcio, luogo e ovviamente ogni singolo vestito o sandalo.

Già, vestiti&scarpe, perché oggi come ieri ci sono due cose imprescindibili nello storytelling di queste quattro (ora tre) donne: New York e la moda, cioè le due uniche cose che ci permettono di guardare alle sei stagioni originarie ancora con indulgenza, senza i sensi di colpa postumi generati da semplificazioni urticanti su temi importanti, biancocentrismo, stereotipi sulle comunità LGBTQAI+ (se non vera e propria transfobia) e altri scivoloni assortiti.
A fine anni ’90 tutto ciò era meno evidente, meno palesemente insostenibile, forse anche perché il nucleo della serie HBO era prima di tutto il racconto sull’amicizia di quattro donne sulla trentina, single, professionalmente autonome e intente a vivere le relazioni affettive e il sesso con una libertà e un’autodeterminazione che, non si può negarlo, rappresentava un notevole scardinamento dei canoni di scrittura riservati ai ruoli femminili al cinema o in tv.
Uno scardinamento di immagine che si può pensare sia stato alla base anche di prodotti successivi meno patinati come Girls o, perché no, Fleabag.

Sempre lo stesso scardinamento che ha fatto pensare a chi scrive che in fondo, sì, in certe conversazioni io e le mie amiche ci ritrovavamo, a cavallo del 2000, un po’ più giovani delle 4 protagoniste – ma si sa, il gap culturale faceva sì che gli aperitivi di massa stessero appena esplodendo a Milano e in altre città italiane – e sì, durante quegli aperitivi e cene non si parlava certo di veli da sposa. Magari la relazione stabile c’era o era agognata (come per le nostre precorritrici newyorkesi), ma il “sex” era sicuramente un argomento più interessante. Solo un attimo meno interessante degli abiti di Carrie&amiche, in una disamina degli outfit motivata anche dall’impossibilità di accedere a guardaroba altrettanto straordinari e sterminati che ne amplificava il desiderio.
Patricia Field, storica costumista della serie, ha reso lo styling un elemento fondante della narrazione, un elemento necessario per approfondire le caratteristiche dei personaggi (cosa che in molti altri casi è colpevolmente trascurata) e per inserire elementi narrativi che si sviluppavano nell’arco delle puntate.
Basti citare episodi come Scrittrice in passerella (The real me, 4×02) o Diritto alle scarpe  (A Woman’s Right to Shoes, 6×09), nel quale una commessa ricorda a una “super mamma”  di tenere le manine dei propri bambini lontane dalle preziose scarpe di Manolo Blanhik: praticamente per molte, me compresa, una rivendicazione di libertà nella scelta delle priorità. O quasi.
Comunque sia il mix creato da Field fra brand di lusso, vintage (che, sembra incredibile, a fine anni ’90 era ancora poco praticato) e capi della grande distribuzione, ha assunto esso stesso un’identità talmente forte da diventare ispiratore per stilisti, stylist, redattori di riviste e appassionatə di moda a vario livello, e ha reso universalmente celebri appunto marchi come Manolo Blanhik, passato rapidamente da oggetto di lusso e di super nicchia a oggetto del desiderio di massa.
Patricia Field si poteva considerare una figura anomala, a metà degli anni ’90, non esattamente una costumista in senso classico, ma piuttosto una stylist (e cioè chi sceglie e abbina i capi per i servizi fotografici delle riviste o per le sfilate), capace di fare convivere tanti diversi spunti in look spesso oggettivamente improbabili al di fuori di una passerella ma che, soprattutto per il personaggio Carrie Bradshaw, erano costituivi di un’identità suggerita come bohémienne, eccentrica e peculiare.
E per i look più improbabili, per noi del mondo fuori New York, c’era sempre lo sfondo di quella città, la quinta o sesta protagonista, a suggerirci che lì, tutto sommato, forse non erano così improponibili.
Stylist appunto, Patricia Field, ma anche stilista con piccole collezioni autoprodotte (rivendica la paternità dei leggings) e vendute nel suo negozio nella Bowery, e grandi ricerche per ispirazione tanto nei charity shop e mercatini dell’usato quanto negli atelier e negozietti nati attorno all’estetica della comunità delle ballroom LGBTQAI+.
Un’ispirazione composita e variegata che ha reso un enorme servizio alla serie, riconoscibile anche per i look e gli abbinamenti di colori a contrasto, i capi iper romantici (il tulle onnipresente!) portati sotto trench e cappotti maschili di Carrie, le mise supersexy e fascianti di Samantha (ma sempre con un tocco di power dressing, abiti usati per affermare il proprio ruolo), l’eleganza convenzionale di Charlotte vivacizzata da accessori colorati e lo stile minimale-sofisticato di Miranda, ma che paradossalmente non ha fruttato alla sua creatrice una grandissima popolarità nell’industria televisiva e cinematografica. Con la notevole eccezione di Devil wears Prada, ma in effetti questo lo si potrebbe considerare quasi un progetto collaterale di SATC, almeno a livello estetico.

Questa unicità nell’approccio ai costumi, o meglio, ai look, ha per contro originato un rapporto di mutuo scambio con la moda e i suoi brand più rappresentativi, che, soprattutto dalla terza stagione in poi, hanno utilizzato SATC come l’ennesimo strumento di visibilità ma, accettando il gioco di vedersi reinterpretati e assemblati liberamente, ne hanno ottenuto in cambio nuovi contenuti, nuovi spunti anche a proprio uso e consumo, con collaborazioni creative che hanno coinvolto per esempio Prada o Marc Jacobs.
Nell’ultima stagione – la sesta – il meccanismo si fa però più scoperto, già vicino al product placement dichiarato del primo film (il secondo è oltre ogni livello di sponsorizzazione accettabile e non merita di essere preso in esame), e l’ossessione per i brand del lusso europei prende il sopravvento. Anche se, come ci ricordano gli ultimi due episodi girati a Parigi, i look troppo sopra le righe, il flirt con l’estetica delle drag queen, in una location così altezzosa ed elegante un po’ stonano. Le commesse di Dior sono lì a ricordarlo con uno sguardo gelido e perfetto a una povera Carrie scivolata sul pavimento della boutique in un fagotto di capi improvvisamente meno affascinanti.
Si era infine nel 2004, un’epoca diversa rispetto agli esordi del 1998, un’epoca meno creativamente anarchica ma altresì dominata dall’aspirazione generalizzata al lusso.

And just like that… è arrivato sugli schermi a fine 2021, un’epoca ancora diversa, del tutto diversa, nella quale le aspettative per la serie reboot erano altissime ma anche nella quale era impensabile programmarne l’uscita senza provare a risolvere alcuni nodi cruciali a livello di contenuti: la rappresentazione di persone non bianche e il rapporto con le loro identità culturali, una maggiore attenzione ad argomenti riguardanti identità di genere e, non ultimo, il modo di concepire l’immagine femminile, tenendo conto che l’età anagrafica delle protagoniste avrebbe introdotto una categoria di donne in genere poco rappresentate: le “50 più o meno”.
Alla guida del progetto le firme storiche, Darren Star (creatore) e Michael Patrick King (producer e in parte regista), coadiuvati dal terzo episodio in poi da una writers room tutta al femminile (Samantha Irby, Rachna Fruchbom, and Keli Goff) alla quale si sono probabilmente affidate le speranze di togliere alla scrittura quella impronta cis-gay maschile che era il filtro di interpretazione per le figure femminili della serie madre.

Patricia Field, l’identità estetica – ottantenne – non ha preso parte al progetto, sostituita da Molly Rogers e Danny Santiago, la prima in qualità di sua ex-collaboratrice. Un piccolo intoppo, forse, passato inosservato per il deflagrare di due grossi guai, oltra all’annunciata assenza di Kim Catrall/Samantha dal cast: la morte di Willie Garson, e quindi la forzata marginalizzazione e poi scomparsa del personaggio di Stanford, storico amico di Carrie, e le accuse di molestie e violenze sessuali rivolte a Chris Noth, ovvero “Mr. Big”. Il ricorrente e definitivo interesse amoroso di Carrie, pur non destinato a proseguire come personaggio all’interno dello script, è stato poi cancellato anche dal breve cammeo previsto per il finale di stagione.
Un inizio complicato, che però a detta di molti critici non ha tolto interesse a una narrazione che effettivamente due o tre cose da dire pare ancora avercele, proprio a partire da quelli che erano i punti “sensibili”.
Andiamo con ordine.

La rappresentazione di persone non bianche: che SATC sia stata quantomeno “disattenta” era clamorosamente palese, anche mentre andava in onda. D’accordo, era una fotografia parziale, scattata all’interno della sola Manhattan in ambienti altoborghesi, ambienti però (arte, moda, giornalismo, e pubbliche relazioni) nei quali vent’anni fa si registravano già frequentazioni molto miste, almeno per quello che riguarda le persone afroamericane. Discorso diverso per il mondo latino (Jennifer Lopez ha raggiunto comunque il successo planetario nel 2001 e la non-WASP Mariah Carey già nei primi ‘90) e per altre origini, ma insomma, il ritardo c’era ed era manifesto.
Con AJLT si è cercato di evolvere il discorso, con uno sforzo di scrittura in parte doveroso e in parte come naturale espressione dello spirito dei tempi: lə quattro nuovə personaggə, potenzialmente in grado di allargare il concetto di sorellanza originale a una comunità aperta (e anche questo è un dato interessante), sono afroamericanə/latinx/indianə; se poi si conta anche il maggior spazio riservato all’ “italiano” Anthony, ex-marito di Standford, che gli subentra nel ruolo di nuovo amico del cuore, il mosaico è decisamente più vario.
La scrittura delle interazioni fra personaggə storicə e nuove entrate è abbastanza riuscita, nel senso che si cerca quasi di fare i conti con i propri errori precedenti, giocando al limite dell’autoironia in situazioni nelle quali soprattutto Miranda e Charlotte mostrano senza filtri la loro inadeguatezza rispetto ai non bianchi ed esprimendo volontà di capire, di imparare. Certo è, però, che l’effetto della lista da cui spuntare le “debite presenze” in alcuni momenti si avverte, e le gag a tema “cringe”, costruite su momenti di imbarazzo, sono un po’ ripetute, con un espediente narrativo che rischia di diventare ingeneroso verso cinquantenni meno sprovvedutə , anche perché le nostre non hanno in realtà giustificazioni per esserlo.
Un po’ stridenti poi sono le dichiarazioni di intenti esplicite, come Carrie che chiede alla nuova amica Seema “se indosso un sari a una festa alla quale tu mi hai invitata non è appropriazione culturale, vero?” (In realtà si tratta di un lehenga, una gonna ampia con un top). Troppo didascalico, oltre a essere una domanda passivo-aggressiva e autoassolutoria, visto che la risposta la si dà per scontata. “Show, don’t tell”, mostra, non raccontare, è un’espressione di tecnica narrativa che sarebbe sempre valida, ma nel mondo di Carrie c’erano molte questioni in sospeso e una quota di didascalismo forse era inevitabile.

Le identità non binarie: SATC ci aveva mostrato donne essenzialmente eterosessuali (salvo sporadiche esperienze) e uomini gay cisgender, con molte concessioni agli stereotipi e poche sfumature. Plausibile, data l’epoca, ma non del tutto, visto il contesto di locali notturni e moda, e poco generoso soprattutto verso le persone transgender alle quali si rubavano però moltissimi spunti estetici. Era ovvio che nel reboot ci si avvicinasse alle identità non binarie con un approccio totalmente diverso. Anche qui in generale la scrittura è abbastanza buona, con l’introduzione di Che Diaz, soprattutto, unə stand up comedian millenial che interagisce variamente con Carrie e Miranda, e con dialoghi che introducono la “novità” del non binarismo senza cedere alla tentazione della gag del confronto generazionale, ma anzi innescando rapporti non banali.
Charlotte dal canto suo deve occuparsi di genere non binario all’interno della sua prole, in modo credibile, date le premesse del suo personaggio: conservatrice ma non bigotta, accogliente e disposta a farsi delle domande. La battuta cattiva, infelice, è invece affidata ad Anthony, l’uomo gay “vecchio stile”: che sia un’ammissione di colpa da parte di Darren Star e Michel Patrick King per avere usato in passato luoghi comuni e definizioni sommarie? O una vendetta delle attuali sceneggiatrici?

Infine non resta che affrontare l’argomento dell’immagine femminile (e, ovviamente, degli abiti che la rivestono): a novembre si è parlato di Sarah Jessica Parker tanto per sua copertina di Vogue America quanto per la sua rivendicazione del “diritto alle rughe” in risposta alle continue critiche e ai commenti sul suo aspetto fisico via social, tesi a rimarcare come per le donne attorno ai 50 in questo momento ci sia uno spazio molto ridotto o nullo, tantomeno nell’industria dell’intrattenimento. “Sembra che le persone non vogliano vederci a posto con noi stesse, preferiscono che soffriamo un po’ per quello che siamo oggi, sia che decidiamo di invecchiare in maniera naturale o che proviamo a fare qualcosa per sentirci meglio”.
L’attrice ha ragione: se in qualche modo i modelli culturali dominanti sono venuti a patti con l’idea che molte fasce di donne meritino una rappresentazione adeguata, vero è che fra quarantenni percepite come le nuove trentenni ed eccentriche ultra sessantacinquenni (Grace & Frankie) quella dei “50 e qualcosa” è una terra di nessuno che finora è stata molto trascurata, per non dire negata. E che, in una sorta di spirale negativa che si autoalimenta, non incontra neppure i favori del pubblico. In questo senso AJLT può in effetti scardinare qualche convenzione, a partire proprio dall’essere un prodotto di massa e non di nicchia, e tutto sommato l’immagine proposta di queste amiche cinquantenni è abbastanza credibile, pur con la premessa che si tratta di donne benestanti ed estremamente privilegiate, e altrettanto non banale.
La moda in questo c’entra molto, e tutto quello che negli anni fra il 2004 e oggi si è mosso nella ridefinizione del rapporto fra corpi e abiti. Gli over 50 hanno un maggiore potere economico rispetto ai pur corteggiatissimi Gen Z, rappresentano un segmento importantissimo per tutta l’industria della moda e sono stati via via sempre più coinvolti nella rappresentazione del glamour. Pensiamo alla campagna di Céline che ritraeva Joan Didion, o Joni Mitchell per Saint Laurent, nel 2015: sono stati i primi segnali di una tendenza molto potente, che ha ridefinito l’immaginario della moda, e andavano più in profondità di una semplice campagna pubblicitaria.
Incrociando analisi di mercato, strategie commerciali, desideri/bisogni dei clienti e tendenze socio-culturali è evidente che l’età è una risorsa in termini di ricettività e un incredibile fattore di novità creativa nell’ideazione e nella comunicazione dei prodotti.

Da un decennio almeno le modelle over 50, le famosissime Linda-Christy-Naomi degli anni ‘90 e le altre, rubano spesso la scena alle loro colleghe più giovani, diventando, con il plus di una personalità più stratificata, fulcro ed espressione dell’identità di una collezione o della visione di uno stilista. La grande popolarità riscossa dalle trend setter più agées è dovuta senz’altro alla diffusione di contenuti in rete, e al successo di Instagram, ma ci sono anche personaggi la cui popolarità fra gli addetti ai lavori precede il web, per i quali questo è stato soltanto un veicolo per raggiungere un pubblico veramente di massa. Basti citare le icone apprezzate da decenni come Iris Apfel (ora centenaria ex arredatrice della Casa Bianca) e Carmen Dell’Orefice – storica modella degli anni ’50, o al successo di un blog come Advanced Style, un progetto  – nelle parole del suo creatore Ari Seth Cohen – dedicato a catturare il talento sartoriale del “senior set”.
Su un piano decisamente più concettuale merita una citazione anche la visione creativa di Demna Gvasalia, direttore artistico di Balenciaga che si muove con sicurezza fra i codici dello streetwear e la riproposizione degli abiti da lavoro come divise contemporanee. Queste sono spesso declinate negli empowering dresses, “abiti potenzianti” dei professionisti di mezz’età, completi sartoriali e abiti neo-formali per architetti, ingegneri, consulenti, artisti come quelli che si vedono proprio sulle passerelle di Balenciaga e che ci suggeriscono l’immagine di chi è in grado di rimodellare la società in cui vive.
Tanti contenuti, in relazione all’età, nel mondo moda, sebbene il limite attuale stia nel fatto che ci si muove ancora all’interno di un segmento alto, pret à porter di lusso, quello cioè delle nostre protagoniste di AJLT, mentre  il fast fashion e la larghissima maggioranza dei prodotti di target medio basso fanno ancora riferimento a modelli culturali per i quali la barriera dell’età è tuttora una discriminante.

Questa lunga premessa sullo stato della moda in relazione all’età aggiunge una chiave di lettura ai costumi, o meglio ai look, di AJLT, perché si tratta di un bacino nel quale la rappresentazione di donne ultracinquantenni poteva trovare molti spunti.
La scelta operata da costumisti e showrunner è invece piuttosto conservativa, cristallizzata nell’immagine che le protagoniste ci mostravano vent’anni fa: Carrie ancora bohémienne e con gli accostamenti spericolati del caso, Charlotte ancora romantica e perfettamente aderente a un modello di femminilità retro’ un po’ stucchevole e Miranda ancora intenta a unire praticità e voglia di trasgredire.
Le nuove entrate aggiungono qualche tessera a un puzzle già visto, come Lisa (una magnifica Nicole Ari Parker), versione extra lusso della femminilità “selvaggia” di Samantha ,con orecchini e collane giganteschi e colori sgargianti.
Sono combattuta, perché da un lato non posso che apprezzare la scelta di ribadire la libertà di tenere fede al proprio stile indipendentemente dall’avanzare degli anni (fra i commenti più frequenti su Instagram ricorrono quelli che sanciscono che “a quelle età, vestite così, si è ridicole”); dall’altro penso che si sarebbe potuto fare di più, sperimentare con combinazioni meno collaudate e suggerire frequentazioni di boutiques diverse, a partire appunto da quello stile Balenciaga/concettuale citato sopra che è al centro del discorso moda di oggi e che ha sostituito l’ossessione per Prada di vent’anni fa. Carrie, sei una scrittrice – qualsiasi cosa voglia dire nel tuo caso – e lo dovresti sapere che gli abiti sono narrazioni, possibile che in vent’anni non ti abbiano sfiorato storie diverse?

Ma almeno il “tabù” dell’età, anche come “corpi dentro degli abiti” è stato comunque risolto piuttosto bene, per lo meno nel ribadire che non ci sono età adatte o inadatte.
Rimane però un colossale rimosso in sottofondo, e cioè quello delle taglie degli abiti in questione.
Uno degli storici problemi di SATC, almeno a posteriori, infatti era la grassofobia, problema tuttora non risolto, ma forse, come dice uno showrunner concorrente, Ryan Murphy, “è meglio introdurre una minoranza alla volta”.
I kili, comunque sia, o per non sovraccaricare il discorso o per idiosincrasia della Sarah Jessica Parker producer (la sua taglia 36 è arcinota), anche in AJLT praticamente non trovano posto.
E dire che nella moda ufficiale i corpi non conformi ci sono da tempo, dalle prime – e sporadiche – apparizioni delle modelle curvaceous o delle star come Beth Ditto ai casting di taglie miste di tantissimi brand di oggi, ai servizi redazionali e alle pubblicità e forse anche allo sguardo del pubblico (pur condizionato da decenni) se è vero che celebrities e influencer di taglie ben over 42 (Beyoncé su tutte, ma anche Kim Kardashian, America Ferrera e Cardi B) sono amatissime e seguitissime, malgrado l’hate speech che comunque prima o poi colpisce tuttə, anche le taglie mini. AJLT al momento non ha colmato questo gap, ma non è detto che qualcosa non cambi nei prossimi episodi o in una prossima stagione, in fondo Sarah Jessica non potrà fare ostruzionismo per sempre!

Intanto il 3 dicembre è stata rilasciata su Amazon Prime Harlem, una serie che definire un clone di SATC sembra quasi riduttivo: quattro amiche “30 something”, diversissime ma legatissime, problemi sentimentali e sesso occasionale, la figura di spicco del quartetto, Camille, che affida le riflessioni dell’episodio non più alla tastiera del Mac ma a lezioni universitarie (è una docente di antropologia) e ha un principe azzurro perduto con tutte le complicazioni del caso… insomma, tutto visto e rivisto.
Ma: il titolo suggerisce che le quattro ragazze non sono bianche, e il quartiere è una parte importante della narrazione: non N.Y. ma la sola Harlem, a rimarcare bene un discorso identitario; inoltre Camille ha una docenza traballante, Angela è orgogliosamente lontana dalla taglia 36 ed è una cantante semi fallita, Quinn è di famiglia ricca ma un lavoro da stilista che non ingrana ed è costretta a chiedere soldi alla madre, umiliandosi, e Tye, omosessuale fuggita dalla provincia con un passato ingombrante, ha ottenuto sì un grande successo professionale ma il confronto-scontro con il sistema patriarcale del mondo degli affari le pone parecchi problemi. Parlano molto, le quattro ragazze, di appartenenza culturale, di razzismo esplicito o strisciante, di pregiudizi a doppio senso e di molto altro, pur in una struttura da comedy leggerina, e questo parlare ha fatto storcere il naso a moti critici, che hanno contestato la pretesa di affrontare temi seri generando un’accozzaglia di spunti socio-politici poco approfonditi. Ma a una comedy fino a che punto si può chiedere di “approfondire la questione”? E malgrado le ingenuità narrative di una sceneggiatura tutt’altro che perfetta siano evidenti, il procedere per frammenti e discorsi accennati non è effettivamente molto tipico delle chiacchiere fra amicə nelle quale si passa senza soluzione di continuità da gossip, battute, aneddoti ad “argomenti macigno” senza necessariamente approfondirli?
(Vorrei sapere poi se le critiche che ho letto sono state scritte da redattori bianchi, giusto per completezza).
Il tutto è poi, sulla falsariga di SATC, visivamente molto piacevole, e allegramente meno patinato, location e abiti sono molto colorati, spunti differenti ma con particolare attenzione alla downtown dei negozietti (come quello di Dapper Dan, designer che ha “ispirato” anche Alessandro Michele di Gucci) per un’immagine sfacciata e vitalistica che ci racconta di un’eterogeneità di stili e ispirazioni, di una libertà estrema nell’appropriazione dei codici stilistici, di hip hop che incontra il glamour di Fenty, il brand di Rihanna, e di una creatività black che la moda ha già metabolizzato; Virgil Abloh, il direttore artistico di Louis Vuitton recentemente scomparso, Edward Enniful, direttore di Vogue UK, Clemens Telfar e Christopher John Rogers, stilisti di culto del momento, e altrə. 

HBO, io un’occhiata a Harlem la darei.

L’uomo che cadde dall’aereo – Prima e dopo l’editing

A seguito della nostra call per Apnea scuola di lettura e editing abbiamo ricevuto circa 60 romanzi. La redazione narrativa e Francesca de Lena li hanno letti e hanno scelto quello su cui lavorare per l’editing gratuito. Dopodiché hanno selezionato altri 5 romanzi, i cui primi capitoli pubblichiamo ora sulla nostra rivista, prima con le note di editing in chiaro e poi in versione definitiva


Questo è il terzo e l’ha scritto Cosimo Damato. L’intervento di editing si è concentrato solo sull’alleggerimento di certi passaggi e sulla pulizia di alcuni paragrafi per rendere più fluida la lettura.


La storia: Il protagonista arriva in un campo profughi in Bosnia, con l’obiettivo di superare la frontiera con la Croazia. Ha un passaporto e un documento di riconoscimento, ma le frontiere sono ormai chiuse per tutti, anche per lui che fino a poco tempo prima aveva potuto godere dei privilegi derivanti dall’essere occidentale. Sopporta la distanza dalla famiglia, anche la morte del padre, ma la scomparsa della sua compagna, che da anni ormai vede solo dentro lo schermo di un telefono, segna il suo crollo nervoso. Decide di percorrere la rotta balcanica e diventare un clandestino pur di raggiungere il Paese della sua amata e ritrovarla.


L’uomo che cadde dall’aereo, 1° capitolo (originale con note di editing in chiaro)

di Cosimo Damato

È come se il mare, che bagna più sponde senza nessuna preferenza, decidesse a un certo punto di non accettare più il piscio di una delle popolazioni che in esso s’immergono. Così l’uomo, contro natura, si è inventato confini geografici dentro i quali si è rinchiuso, convincendo i suoi vicini della bontà di quella scelta. Non ha dimenticato però, che per creare una strada, non c’è bisogno di denaro: basta calpestare varie volte il terreno per ricavarne un tragitto, e sa, che se armati di perseveranza, da qualsiasi punto sulla terra ci si appresti a partire, si può arrivare a destinazione. E sa anche che è uno stupido, quell’uomo che costruisce muri alti decine di metri, dimenticandosi che le leggi della gravità sono sempre in agguato, e aspettano una piccola usura per farlo crollare. È per questo che, chi sta al potere, ha pensato bene di istruire i propri cittadini a sostituirsi ai mattoni, affinché il muro fosse formato da leggi, idee, tradizioni e pregiudizi, non soggetti alle leggi della gravità, e intorno a questi ha demarcato una linea invisibile, ma difficile da superare: la frontiera.

Paragrafo eliminato per evitare di iniziare con una considerazione del narratore. Portiamo subito il lettore nella storia, nella vicenda.

Sono stato il primo occidentale ad arrivare al campo profughi gestito da Cookswithoutborders, in Bosnia. Il primo provvisto di regolare passaporto e documento di riconoscimento che aveva esigenza di passare la frontiera illegalmente. O almeno, questo è quello che disse Haris, il volontario con il quale ero entrato in contatto mesi prima, quando ancora cercavo di capire quanto fosse attuabile quel progetto. Appena mi vide, aprì le braccia per darmi il benvenuto. e disse:
«Eccoti qui finalmente, sei il primo».
Non era sorpreso, sapeva che prima o poi sarebbe arrivato quel momento, e infatti quasi godette quando mi vide, come se avesse scommesso con qualcuno che prima o poi lì, sarebbero arrivati anche gli occidentali.
L’esperienza gli evitò di farmi domande inutili, sapeva perfettamente di cosa avessi bisogno.

Gestione del punto di vista: il narratore è in prima persona, non può avere certezza di questa affermazione e riportare il punto di vista di un terzo.

Mi portò in una tenda fatta teli di plastica, tenuta in piedi da mazze di legno che sembravano manici di scopa spezzati. Non era molto grande all’interno, ma lo era abbastanza da ospitare due materassi singoli attaccati tra loro, gettati a terra senza il sostegno di nessuna brandina. C’era un piccolo passaggio intorno al giaciglio. Non c’erano armadi per i vestiti, niente comodini per le lampade, niente lampade. Haris, mi diede una pacca sulle spalle e mi invitò a riposarmi. Mentre mi sedevo e tastavo la morbidezza del materasso, mi spiegò che avrei avuto la possibilità di restare in quella tenda per tutto il tempo necessario; quel posto, diviso da una rete metallica dal campo vero e proprio, era riservato al personale del campo e, visto il mio aspetto, sarei potuto passare per uno di loro.
Durante il tragitto, fino alla tenda, diedi un’occhiata disinteressata intorno. Forse per l’orario, o per il periodo, non percepii una grossa attività. Una sorta di capannone fatto di un materiale plastico, grande quanto un campo da tennis, stava al centro del perimetro recintato; ai lati, ma lontane dalla rete, c’erano altre tende come quella nella quale mi trovavo io, più una dozzina di bagni chimici, dei container con altri posti letto e una cisterna mobile.

«È potabile?», chiesi mentre la sorpassavamo.
«È l’unica che abbiamo», rispose.

Abbiamo chiesto all’autore di rendere il dialogo più fluido, senza eccedere con i dialogue tag (“lui disse, lui rispose”). Non servono.

La sterpaglia e l’erba della foresta vicina, si estendevano fino all’interno del rifugio, ma la loro crescita veniva interrotta dal ripetuto passaggio delle scarpe, le quali, nei punti più trafficati, avevano creato dei corridoi tra l’erba alta: unico segno della vita all’interno del campo. Nella direzione opposta alla foresta, a chilometri di distanza, c’era la città: da lì arrivavano gli uomini, le donne, i bambini e gli anziani, con l’obiettivo di lasciare il Paese ed entrare in un altro. Al di là della foresta, infatti, c’era la frontiera.
Fui grato del fatto che Haris non mi avesse fatto domande, e mi avesse condotto direttamente in un posto nel quale avrei potuto riposare. Accennai un sorriso e annuii quando mi spiegò la faccenda del volontariato e dei privilegi che ne derivavano, in quel momento non mi importava e non capivo quali differenze ci fossero tra i due campi, avrei voluto solo dormire. Le mie mani carezzarono il materasso e furono le prime ad assaporare il sonno che successivamente avrei goduto. Avrei pensato più tardi al fatto che avrei dovuto abbandonare la mia condizione di fuggitivo, per diventare a tutti gli effetti un migrante.
Haris uscì dalla tenda sorridente e prima di lasciarmi disse:
«Ah, un’ultima cosa, stiamo messi male a protezioni e distanziamento, ma questo lo vedrai ».

Una volta solo, come se fossi in una stanza d’albergo, mi guardai intorno cercando di carpire ogni segreto del mio alloggio, che però si presentava spoglio e privo di mistero. Come un cane, girai tra i letti per marcare il territorio, per sentirlo mio. Solo quando mi sentii a mio agio, tornai a sedermi. Tirai fuori dallo zainetto il telefono, sperando in una notifica, in un messaggio di Amaia… Lo sfondo rimase nero.

Spesso, soprattutto nel primo periodo del confinamento, mi chiamava quando era a letto. Vedevo il suo volto sorridere mentre si muoveva sotto le coperte, mi parlava piano, poi allargava l’inquadratura ed era nuda. L’iniziale sorpresa, condita da qualche risata, si trasformava in un rapido eccitamento da parte mia; la stuzzicavo, mentre cercavo di immaginarmi di toccarle il seno. Le parole diventavano sempre più sporche, man mano che la conversazione procedeva, i respiri più veloci e anche più profondi. La sua mano scendeva, così come la mia, e continuavamo a parlare dicendoci cosa avremmo fatto all’altro in quel momento, se fossimo stati insieme. Lei, con gli occhi chiusi, lo immaginava, io le chiedevo di tenere la camera vicino al suo sesso mentre si toccava. Il ricordo sempre fresco di quel momento vissuto di persona, unito ai suoi gemiti, faceva il resto. In poco tempo mi trovavo a svuotarmi sulla mano, e proprio in quel momento, quando ormai il mio eccitamento era calato, guardavo lo schermo e lo sentivo freddo; la persona era lontana come se fosse un video di qualche tempo prima, la sua voce veniva da un ricordo indefinito. Mi sentivo ridicolo quando lei, ancora eccitata, mi chiedeva di continuare, e lo facevo anche se avrei voluto spaccare il telefono o entrarci pur di toccarla. Quando poi tutto finiva, quando anche lei era soddisfatta, veniva avvolta dallo stesso freddo che io avevo percepito precedentemente. Eravamo ancora più soli, glielo leggevo negli occhi e mi faceva pena; e mi facevo pena, perché riuscivo a vedere me stesso nel vetro del telefono. Sentivo la mancanza di un abbraccio, di una carezza data sotto il caldo delle lenzuola sudate, invece adesso non avremmo potuto godere di nessun bacio, di nessun contatto reale tra i nostri occhi, solo un saluto con la mano, lei che si portava le gambe al petto, rannicchiandosi, poi il tasto rosso veniva schiacciato e mi riportava sullo sfondo del telefono. E non sapevo più niente di lei, fino alla chiamata successiva.

Paragrafo rimosso per concentrare l’apertura sul reale problema del protagonista e le relazioni familiari. Questa parentesi non serve qui, non ora.

Avevo lasciato la casa dei miei genitori da cinque anni. Non ero più tornato per il Natale, né per l’estate e, tantomeno, avevo in programma una visita a sorpresa. Volevo stare il più lontano possibile dal me stesso che avevo lasciato lì e che sapevo viveva ancora nei bar, nei palazzi e nelle facce della gente di quel paese.
Quando mi chiamò mia sorella, non mi preoccupai davvero, minimizzai. Avevo sentito le notizie che stavano circolando, ma continuavo a vivere serenamente la mia vita; dopotutto, non era la prima volta che i telegiornali interrompevano i programmi per dare notizie sconfortanti in edizione straordinaria. Mia sorella è sempre stata un tipo ansioso: non usciva mai di casa e aveva passato la giovinezza a preoccuparsi per l’opinione della gente, fino a diventare una vera bigotta. Aveva quasi quarant’anni e viveva ancora a casa con i miei: non se ne sarebbe mai andata.
Mi disse che papà stava male, aveva la febbre da una settimana e non voleva alzarsi dal divano. Non mi sembrava un comportamento diverso dal normale: non ricordavo mio padre come un uomo pieno di energie; il primo ricordo che ho di lui è proprio quello di un uomo in posizione supina davanti al televisore.
Mi chiese di tornare, era preoccupata. Dissi che non l’avrei fatto e di non farsi terrorizzare dalle notizie che stavano circolando: era solo un po’ di febbre.
Avevo deciso di rimanere a Est. Tutti gli altri, quelli del mio vecchio gruppo, avevano preso le loro strade disseminandosi per l’Europa, fu una fortuna della quale allora ero inconsapevole. In quel momento subii con impotenza le loro decisioni, ero certo che la nostra amicizia avrebbe sofferto la lontananza ma ciò che più mi terrorizzò fu la presa di coscienza che quel microcosmo felice che avevamo creato si stesse sgretolando; fin dall’inizio sulle nostre teste pendeva una data di scadenza che non avevo considerato, e io non ero ancora pronto a dire addio a quella serenità. Per questo reagii aggrappandomi all’unica cosa che non avrebbe potuto lasciarmi: la Romania.

Accettai un lavoro come traduttore in un’azienda tedesca a Timișoara: avrei dovuto controllare la grammatica, la sintassi dei contratti, le mail e tutto ciò che producevano di scritto, prima dell’invio in uno dei Paesi dell’Occidente. Lo stipendio era di poco superiore a quello della media nazionale, nulla di eccezionale considerando la misera paga percepita dai lavoratori rumeni.
È vero, ero rimasto anche per ragioni di cuore, quello c’entra sempre, ma anche lei era partita, tornando al suo Paese. Avrei voluto seguirla, ma ancora una volta al solo pensiero di tornare a Ovest mi bloccai. Avevo trovato il mio posto, non volevo lasciarlo, e non l’ho fatto neanche quando il mondo si è fermato.
Nessuno aveva idea di quanto sarebbe durato quel periodo. Il tempo di reazione è lento quando una cosa è inaspettata. Fu come ricevere una pugnalata alle spalle; non vedendo il coltello, non mi accorsi del dolore.
Quando, dopo aver ignorato le chiamate di mia sorella, mi decisi a rispondere, disse che avevano ricoverato mio padre in ospedale. Non poteva andare a fargli visita: riceveva una chiamata da lui o da parte dei dottori, un paio di volte a settimana. Ogni volta, sperava fosse mio padre a chiamare, così avrebbero potuto rincuorarsi sulle sue condizioni di salute ascoltando la sua voce e cercando di carpirne i tentennamenti, se mai ce ne fossero stati. Le riusciva difficile credere alle parole dei dottori. D’altronde, mi aveva detto che facevano lo stesso con tutte le famiglie che avevano i loro parenti ricoverati, e alcuni di questi poi erano morti.
Mi chiese nuovamente di partire, io presi tempo. Le dissi che l’avrei chiamata tutti i giorni e avrei risposto alle sue telefonate, ma non feci neanche questo. Spesso dimenticavo quello che stavano passando, dimenticavo mio padre e l’esistenza della mia famiglia. Come se l’affetto per loro fosse solo una questione di chilometri: più questi crescevano e minore era il mio interesse.
Dopo due settimane, ricevetti un suo messaggio: mio padre era grave, così la chiamai. Rimase fredda per tutta la conversazione, ma non era arrabbiata con me, sentivo che il suo disappunto per il mio disinteresse era sovrastato dal dolore per quello che stava passando nostro padre. Quando le dissi che sarei tornato a casa per qualche giorno il prima possibile, non mi aggredì per non averlo fatto prima, né mi derise. Mi spiegò lucidamente quello che stava succedendo: era tardi, non avrei potuto più raggiungerli, i voli in entrata erano stati cancellati, come in gran parte d’Europa, ormai. Mi consigliò di fare una cosa che non avevo mai fatto prima secondo lei: prendere le cose sul serio.


L’uomo che cadde dall’aereo, primo capitolo (versione definitiva)

di Cosimo Damato

Sono stato il primo occidentale ad arrivare al campo profughi gestito da Cookswithoutborders, in Bosnia. Il primo provvisto di regolare passaporto e documento di riconoscimento che aveva esigenza di passare la frontiera illegalmente. O almeno, questo è quello che disse Haris, il volontario con il quale ero entrato in contatto mesi prima, quando ancora cercavo di capire quanto fosse attuabile quel progetto. Appena mi vide, aprì le braccia per darmi il benvenuto.

«Eccoti qui finalmente, sei il primo».

Non era sorpreso, sapeva che prima o poi sarebbe arrivato quel momento, e infatti quasi godette quando mi vide, come se avesse scommesso con qualcuno che prima o poi sarebbero arrivati anche gli occidentali.

Mi portò in una tenda fatta teli di plastica, tenuta in piedi da mazze di legno che sembravano manici di scopa spezzati. Non era molto grande all’interno, ma lo era abbastanza da ospitare due materassi singoli attaccati tra loro, gettati a terra senza il sostegno di nessuna brandina. C’era un piccolo passaggio intorno al giaciglio. Non c’erano armadi per i vestiti, niente comodini per le lampade, niente lampade. Haris mi diede una pacca sulle spalle e mi invitò a riposarmi. Mentre mi sedevo e tastavo la morbidezza del materasso, mi spiegò che avrei avuto la possibilità di restare in quella tenda per tutto il tempo necessario; quel posto, diviso da una rete metallica dal campo vero e proprio, era riservato al personale del campo e, visto il mio aspetto, sarei potuto passare per uno di loro.

Durante il tragitto fino alla tenda, diedi un’occhiata disinteressata intorno. Forse per l’orario, o per il periodo, non percepii una grossa attività. Una sorta di capannone fatto di un materiale plastico, grande quanto un campo da tennis, stava al centro del perimetro recintato; ai lati, ma lontane dalla rete, c’erano altre tende come quella nella quale mi trovavo io, più una dozzina di bagni chimici, dei container con altri posti letto e una cisterna mobile.

«È potabile?», chiesi mentre la sorpassavamo.

«È l’unica che abbiamo».

La sterpaglia e l’erba della foresta vicina si estendevano fino all’interno del rifugio, ma la loro crescita veniva interrotta dal ripetuto passaggio delle scarpe, le quali, nei punti più trafficati, avevano creato dei corridoi tra l’erba alta: unico segno della vita all’interno del campo. Nella direzione opposta alla foresta, a chilometri di distanza, c’era la città: da lì arrivavano gli uomini, le donne, i bambini e gli anziani, con l’obiettivo di lasciare il Paese ed entrare in un altro. Al di là della foresta, infatti, c’era la frontiera.

Fui grato del fatto che Haris non mi avesse fatto domande, e mi avesse condotto direttamente in un posto nel quale avrei potuto riposare. Accennai un sorriso e annuii quando mi spiegò la faccenda del volontariato e dei privilegi che ne derivavano, in quel momento non mi importava e non capivo quali differenze ci fossero tra i due campi, avrei voluto solo dormire. Avrei pensato più tardi al fatto che avrei dovuto abbandonare la mia condizione di fuggitivo, per diventare a tutti gli effetti un migrante.


Haris uscì dalla tenda sorridente.

Una volta solo, come se fossi in una stanza d’albergo, mi guardai intorno cercando di carpire ogni segreto del mio alloggio, che però si presentava spoglio e privo di mistero. Come un cane, girai tra i letti per marcare il territorio, per sentirlo mio. Solo quando mi sentii a mio agio, tornai a sedermi. Tirai fuori dallo zainetto il telefono, sperando in una notifica, in un messaggio di Amaia… Lo sfondo rimase nero.

Avevo lasciato la casa dei miei genitori da cinque anni. Non ero più tornato per il Natale, né per l’estate e, tantomeno, avevo in programma una visita a sorpresa. Volevo stare il più lontano possibile dal me stesso che avevo lasciato lì e che sapevo viveva ancora nei bar, nei palazzi e nelle facce della gente di quel paese.

Quando mi chiamò mia sorella non mi preoccupai davvero, minimizzai. Avevo sentito le notizie che stavano circolando, ma continuavo a vivere serenamente la mia vita; dopotutto, non era la prima volta che i telegiornali interrompevano i programmi per dare notizie sconfortanti in edizione straordinaria. Mia sorella è sempre stata un tipo ansioso: non usciva mai di casa e aveva passato la giovinezza a preoccuparsi per l’opinione della gente, fino a diventare una vera bigotta. Aveva quasi quarant’anni e viveva ancora a casa con i miei: non se ne sarebbe mai andata.

Mi disse che papà stava male, aveva la febbre da una settimana e non voleva alzarsi dal divano. Non mi sembrava un comportamento diverso dal normale: non ricordavo mio padre come un uomo pieno di energie; il primo ricordo che ho di lui è proprio quello di un uomo in posizione supina davanti al televisore.

Mi chiese di tornare, era preoccupata. Dissi che non l’avrei fatto e di non farsi terrorizzare dalle notizie che stavano circolando: era solo un po’ di febbre.

Avevo deciso di rimanere a Est. Tutti gli altri, quelli del mio vecchio gruppo, avevano preso le loro strade disseminandosi per l’Europa, fu una fortuna della quale allora ero inconsapevole. In quel momento subii con impotenza le loro decisioni, ero certo che la nostra amicizia avrebbe sofferto la lontananza ma ciò che più mi terrorizzò fu la presa di coscienza che quel microcosmo felice che avevamo creato si stesse sgretolando; fin dall’inizio sulle nostre teste pendeva una data di scadenza che non avevo considerato, e io non ero ancora pronto a dire addio a quella serenità. Per questo reagii aggrappandomi all’unica cosa che non avrebbe potuto lasciarmi: la Romania.

Accettai un lavoro come traduttore in un’azienda tedesca a Timișoara: avrei dovuto controllare la grammatica, la sintassi dei contratti, le mail e tutto ciò che producevano di scritto, prima dell’invio in uno dei Paesi dell’Occidente. Lo stipendio era di poco superiore a quello della media nazionale, nulla di eccezionale considerando la misera paga percepita dai lavoratori rumeni.

È vero, ero rimasto anche per ragioni di cuore, quello c’entra sempre, ma anche lei era partita, tornando al suo Paese. Avrei voluto seguirla, ma ancora una volta al solo pensiero di tornare a Ovest mi bloccai. Avevo trovato il mio posto, non volevo lasciarlo, e non l’ho fatto neanche quando il mondo si è fermato.

Nessuno aveva idea di quanto sarebbe durato quel periodo. Il tempo di reazione è lento quando una cosa è inaspettata. Fu come ricevere una pugnalata alle spalle; non vedendo il coltello, non mi accorsi del dolore.

Quando, dopo aver ignorato le chiamate di mia sorella, mi decisi a rispondere, disse che avevano ricoverato mio padre in ospedale. Non poteva andare a fargli visita: riceveva una chiamata da lui o da parte dei dottori, un paio di volte a settimana. Ogni volta, sperava fosse mio padre a chiamare, così avrebbero potuto rincuorarsi sulle sue condizioni di salute ascoltando la sua voce. Mi chiese nuovamente di partire, io presi tempo. Le dissi che l’avrei chiamata tutti i giorni e avrei risposto alle sue telefonate, ma non feci neanche questo. Spesso dimenticavo quello che stavano passando, dimenticavo mio padre e l’esistenza della mia famiglia. Come se l’affetto per loro fosse solo una questione di chilometri: più questi crescevano e minore era il mio interesse.

Dopo due settimane, ricevetti un suo messaggio: mio padre era grave, così la chiamai. Rimase fredda per tutta la conversazione, ma non era arrabbiata con me, sentivo che il suo disappunto per il mio disinteresse era sovrastato dal dolore per quello che stava passando nostro padre. Quando le dissi che sarei tornato a casa per qualche giorno il prima possibile, non mi aggredì per non averlo fatto prima, né mi derise. Mi spiegò lucidamente quello che stava succedendo: era tardi, non avrei potuto più raggiungerli, i voli in entrata erano stati cancellati, come in gran parte d’Europa, ormai.

Mi consigliò di fare una cosa che, secondo lei, non avevo mai fatto prima: prendere le cose sul serio.


Cosimo Eligi Damato ha trent’anni, è pugliese e ha studiato storia e scienze sociali all’università degli studi di Bari “Aldo Moro”. Ha seguito un progetto di cooperazione internazionale nel 2018, che gli ha dato la possibilità di scoprire e innamorarsi dei Balcani.


LEGGI QUI TUTTA LA NARRATIVA DELLA NOSTRA RIVISTA

Bullezzumme – Prima e dopo l’editing

A seguito della nostra call per Apnea scuola di lettura e editing abbiamo ricevuto circa 60 romanzi. La redazione narrativa e Francesca de Lena li hanno letti e hanno scelto quello su cui lavorare per l’editing gratuito. Dopodiché hanno selezionato altri 5 romanzi, i cui primi capitoli pubblichiamo ora sulla nostra rivista, prima con le note di editing in chiaro e poi in versione definitiva


Questo è il secondo e lo ha scritto Francesco Cozzolino. L’autore ha presentato un romanzo maturo, molto lavorato dal punto di vista della parola. Lo scopo generale dell’editing per questo primo capitolo è stato quello di alleggerire alcuni passaggi e dosare, bilanciare l’utilizzo di termini arcaici o dialettali in modo che fossero al servizio della voce autoriale e non la soffocassero o la appesantissero.


La storia: la Città Vecchia è minacciata da una tempesta: Barbabuc si preannuncia disastrosa. La bananiera Sabrina dai Caraibi fa rotta verso il Vecchio Mondo. Sul ponte c’è il Capitano, che guida gli uomini con pugno di ferro; nella stiva, invece, un carico misterioso, che ogni notte tormenta l’equipaggio con bisbigli e sussurri: sono uomini la cui isola d’origine è sprofondata nell’Oceano. Quando il disastro sembra inevitabile, la tempesta inspiegabilmente vira. La città è salva, tuttavia Barbabuc si lancia in mare aperto e costringe la Sabrina a deviare la propria rotta e a puntare proprio verso la Città Vecchia, il primo porto sicuro. Un’altra sfida, ben più difficile, si presenta per la comunità della città: accogliere i superstiti.


Bullezzumme, 1° capitolo (originale con note di editing in chiaro)

di Francesco Cozzolino

Quando s’ha a che fare col mare poco è certo e nulla è scontato. La Compagnia Unica Lavoratori Merci Varie era schierata sulla banchina. Un sole amariglio bruciava in fondo alle onde. L’orizzonte era sgombro, ma tutti sapevano che presto o tardi qualcosa sarebbe apparitoapparso.

A molte leghe di distanza, infatti, in un altrove ancora da chiarire, la chiglia della Sabrina era già in acqua. Avantitutta, le diciottomila tonnellate della bananiera solcavano i flutti con esasperante lentezza.

Azzimato e baffuto, il Capitano ciondolava sul ponte, indeciso se continuare col gin o inaugurare quella fumata che l’aveva blanditosolleticato per tutta la mattina.

Molto più sotto, l’equipaggio stava in ozio, appancacciato su sedili di fortuna nella panciatrippa d’acciaio della nave. Intorno, un mare noievolenoioso si stirava per nessuno sa quante leghe.

La calmeriacalma che lo circondava non era di suo gradimento, era un uomo di manovre, il Capitano. S’accese la paglia e sbuffò un fumo bianchissimo. Nessun vento lo raccolse e le volute rimasero a cincischiargli intorno al viso.

Tanto razionale quanto fumino, ogni volta che abbandonava la logica, il Capitano ci vedeva giusto. E risolveva grattacapi ed enigmi. Tranne quello del suo passato: laggiù c’era un guazzabuglio che nessuna libecciata avrebbe sbrogliato.

Isole perdute, notti senza tempo, forse una donna amata. Ad ogni buon conto, da quand’era Capitano mai e poi mai un naufragio.

Diradata la nebbia, si specchiò nella volta ialina. Era un cielo truffatore di cui non ci si poteva fidare. Il Capitano lo sapeva bene, ne aveva veduti di cieli così. Li aveva attraversati tutti per trovarci sempre lo stesso umore maccaioso e foriero di tempesta.

Poco prima aveva usato la bussola, la rotta era precisa e la Sabrina la rincorreva seguiva mansueta. Non c’era molto altro da fare, oziare vigili e ascoltare i pesci alati.

Avevano scapolato la punta dell’Isabela, passato il Canal e si erano lasciati alle spalle la Baia Limón. Per non insanire uscire di senno, la calmeria andava sfruttata. Sapendolo bene, il Capitano chiamò il Secondo, un pastracchione di quasi due metri, e tramarono la faccenda architettarono il furto.

Il Secondo scese abbasso, una volta in cambusa s’appiattì al muro e infilò la mano nel sacco del caffè. Una staffilata di mestolo lo fece ritrarre.
“È per il Capitano.”
Il Cuoco lo guardò dal basso all’alto con l’arma puntata L’ometto intinse il ramaiolo nei chicchi e rovesciò nella mano del Secondo una mestolata di pura arabica. Poi sibilò: “Non ti voglio più rivedere fino a cena.”
Il Secondo stronfiò e acciuffò il macinino.

Una volta sul ponte, principiò a girare l’arnese. Quando l’effluvio giunse alle froge narici del Capitano, il suo corpo ebbe un sussulto amoroso. Rammemorò il tango, i tramonti della pampa e il madore appiccicoso di Cuba. Tornò con la mente ai carillon, ai mosconi e agli organetti, alla colorata galera di Valparaíso.
Il caffè era godevole piacevole come un giorno di sbarco. Seduti a prua, i piedi sul cabestano, il Capitano e il suo Secondo sorbirono la bibita nella calma di vento, sotto una volta trapunta di nuvoli.
Fu allora che, in fondo al loro sguardo, sul filo sottile tra cielo e onde, apparve una Fatamorgana.
Ellissi e sferoidi danzavano all’orizzonte, erano donne lucenti e mostri marini. Erano dèi schernitori a caporiverso sulle acque.
Il Secondo si sentì atterrito e fece per indietreggiare. Il miraggio non turbò invece gli occhi del Capitano che ben conoscevano le stelle e le praterie azzurre.

Il suo petto non temeva lusinghe e per un visibilio di notti s’era gcullato in compagnia di simili chimere. Soltanto, gli strinse il cuore e glielo riempì d’un amorgrande.
L’oceano va ascoltato col cuore incline alla metafora. Per il Capitano il mare era tutto, forse perché era l’unico luogo grande abbastanza da contenere i suoi ingombranti ricordi, o probabilmente perché era il suo unico talento.
Ci sono innumerabili maniere per raccontare una storia di mare, ma una faccenda non deve mai mancare: le bugie.
Aveva barato col destino, s’era fatto infinocchiare dal mare che gli aveva preso l’anima. Forse per tutti i marinai va così, pensava. Nondimeno lui era contento.
In mare poteva fare ciò che in terra non gli era riuscito: far giustizia. Essere retto e forse, di tanto in tanto, persino felice.
Successe in quel momento: un colpo di dritta e il caffè spagliò traboccò dalla tazza. Il Capitano sentì alzarsi un vento di traverso.
Si drizzarono entrambi per controllare: il mare pareva immoto, un visibilio di nuvoli di cotone pascolava davanti a loro. Un’altra ventata colpì il Secondo che s’aggrappò a un tientibene, poi più nulla.
Secondo i calcoli del Capitano, quella sera si sarebbero lasciati a destra La Tortuga. Poi la notte sarebbe arrivata, e con lei l’Oceano. Più niente si sarebbe visto per molte leghe. Decisero che l’incidente fosse uno scherzo del mare e s’assopirono.
Dieci metri sotto i loro piedi si raccontava un’altra storia. Nel ventre acciaioso, a fianco dei quattro motori maleodoranti, c’erano loro: novantanove teste che ciondolavano. Stavano raggomitolati sugli strapuntini, le iridi di vetro scuro e le pance vuote.

A tremila leghe dalla bananiera, la situazione era di tutt’altra pasta. Bartolomeo Malaccorto calò per il vicolo con gli occhi puntati al mare. Il mare non c’era, ma tutti lo potevano intuire.
Ai piedi dei palazzi i tombini stornellavano e dall’alto di piazza Fontane Marose la sua testa chiomeggiava tra i passanti. Era già tarda mattina, ma la Città Vecchia pareva impigliata in un infinito risveglio.
Affacciata alla finestra, una strega armata di battipanni scudisciava un guanciale. Due gelosie più sotto, tre ragazzini caricavano le cerbottane, un uomo dormigliava sul gradone della chies e una conventicola di donne sbuccinava cicalava sull’imminente tempesta.

Sbuccinare significa spettegolare. Si può spettegolare di una tempesta imminente? No, quindi abbiamo lavorato su un verbo che seppur “desueto” mantenesse un significato più centrato.

“Sei ancora vivo.”
Simona lo squadrò a caporiverso, appesa coi piedi a un tiglio ramacciuto.
“Ho trovato un nido di grifoni al Mandraccio.”
“Non ci sono grifoni lì.”
“Ti dico che sono grifoni.”

Scese con un balzo e lo guardò in tralice. Aveva gli occhi calamarati, chissà cos’aveva combinato quella malanotte.
Scarpe inzaccherate e camiciona macchiosa, ripeté: “Sei ancora vivo.”
“Sono ancora vivo.”
“Quando muori?”
“Non è chiaro, ma t’avviserò.”
Simona aveva sei dieci anni ed era la regina del quartiere, una regina astuta e brindellona.

Simona, per linguaggio ed esperienze raccontate dopo, non può avere sei anni. Abbiamo suggerito all’autore di darle un’età diversa, coerente con modo in cui parla e ciò di cui racconta.

Conosceva come pochi i luoghi più rabbrividevoli dalla Città Vecchia e se la spassava a dar nomi alle cose e metter paura a tutti.
Di tanto in tanto Bartolomeo si concedeva lunghe passeggiate con lei: partivano dalla Porta di Sant’Andrea, inespugnata per mille anni, e sgambavano tra bassorilievi di guerrieri e santi specialisti in draghi. Passavano i castelli d’acqua e i bronzini, i ninfei diabolici tempestati di conchiglie, giravano tra i mascheroni delle fontane, ribattezzate da Simona le facce che buttano acqua, i trogoli e i barchili che tanto piacevano a Bartolomeo.

Era lungo quei vicoli, secondo la regina, che in certe precise notti, malombre e violinisti diabolici si riversavano annoiati a far baldoria.
C’erano i galeotti della Torre Grimaldina, i frati del Convento Scomparso, a volte si vedeva anche lo spettro di vico dei librai.
“Attraversano i portoni chiusi, o scendono cavalcioni alle grondaie.”
“Dici?”
“Certi piombano giù dalle gargolle.”
“E poi?”
“Fanno incantesimi, sono le luci dei vicoli che li attirano.”
“E che fanno?”
“Come, che fanno, testa di caffè, folleggiano.”
“E tu che ne sai?”
“Io sto con loro.”
Bartolomeo era tutto fuorché sicuro di quelle storie, ma Simona era molto seria a riguardo.
“Poi ci sono le Pietre Parlanti.”
“E dove sono?”
“Stanno un po’ ovunque.” Urlò mentre stava già filando via.

La ragazzetta lo riforniva di leggende della Città Vecchia, gli parlava dei templi sotterranei e dei boschi sacri oltre la Porta d’Occidente, si dilungava sui campanili invisibili dei vicoli e le ostie rubate alla Santa Maria delle Vigne e usate per fatture e sortilegi.
Era un mondo spaventevole che poco si conciliava con le sue idee raziocinanti: Bartolomeo Malaccorto era scienziato.
Le sue innumerabili imprese erano documentate in un faldone aperto sul tavolo del tinello.
Orfano di padre e madre, viveva nel lascito di zia Esmeralda: una soffitta in piazza del Serriglio nella quale aveva ricavato studio e dimora.
Le origini delle sue fatiche stavano nell’infanzia. A cinque anni inventò una teleferica per trasportare i giochi dalla cameretta dell’orfanotrofio al giardino.
A sette costruì una sveglia ad acqua e a dodici anni planò dalla torre degli Embriaci fino al Mandraccio con due ali congegnate con le pagine della Gazzetta del Sestiere.

Il pamphlet era anche l’unico mezzo d’informazione che dava eco alle sue peripezie.
Il suo disegno più ardimentoso, tuttavia, gli s’instillò nella zucca molti anni dopo, quando concepì il suo proponimento: conoscere la morte. E per farlo, doveva prima morire.
Ci aveva provato innumerabili volte, se alcuni erano stati miserevoli fallimenti, in un paio d’occasioni quasi gli riuscì. Purchessia, quell’attività lo teneva impegnato giorno e notte.
Non aveva altre passioni, non amava le persone, era indifferente al denaro, alla carne e alle verdure. Adorava il pesce e, a parte il suo consueto Asinello, raramente beveva.
Diffidava delle cornacchie, dei motori a scoppio e delle donne, eccezion fatta per Tilde.
Non si può dire che fosse socievole, era spesso pensieroso, chiuso nella sua zucca a fantasticare. Parlava con poche anime, non gli piaceva passar troppo tempo con la gente, che poi quelli gli chiedevano di dire e volevano sapere, e lui poco sapeva e poco aveva da dire. O meglio, non che non sapesse, ma non sapeva come dirlo. Insomma, s’ingarbugliava con le parole.
Non per questo si può dire che fosse arido. Gli piacevano l’elettricità e l’acqua, sia quella salata sia quella dolce.
Ammirava i gabbiani e aveva un debole per le fontane, specialmente quelle più intricate, più zampilli avevano e più gl’interessava guardarle. Ben tollerava anche i gatti, che parevano avere la sua stessa visione del mondo.
Spesso, nell’aria serotina, sedeva sull’angusto terrazzo a fantasticare. Sotto di lui, una distesa di panni stesi ad asciugare come paesi lontani. Per i vicoli brulicavano gabbamondo, ciurmatori e cameriere con le sporte del mercato che dondolavano come barchi.
Accendeva le due lucerne a olio e sognava di conquistare i propri sogni. Le onde che arrivavano smorzate gli ricordavano quanto illusorio fosse il suo proponimento, nondimeno in fondo al cuore, ch’era rimasto quello di un bambino d’orfanotrofio, serbava la fioca speranza di riuscire. A patto però di non cedere a distrazioni, di terra, di mare o dell’anima.


Bullezzumme,  capitolo (versione definitiva)

di Francesco Cozzolino

Quando s’ha a che fare col mare poco è certo e nulla è scontato. La Compagnia Unica Lavoratori Merci Varie era schierata sulla banchina. Un sole amariglio bruciava in fondo alle onde. L’orizzonte era sgombro, ma tutti sapevano che presto o tardi qualcosa sarebbe apparso.

A molte leghe di distanza, infatti, in un altrove ancora da chiarire, la chiglia della Sabrina era già in acqua. Avantitutta, le diciottomila tonnellate della bananiera solcavano i flutti con esasperante lentezza.

Azzimato e baffuto, il Capitano ciondolava sul ponte, indeciso se continuare col gin o inaugurare quella fumata che l’aveva solleticato per tutta la mattina.

Molto più sotto, l’equipaggio stava in ozio, appancacciato su sedili di fortuna nella trippa d’acciaio della nave. Intorno, un mare noioso si stirava per nessuno sa quante leghe.

La calma che lo circondava non era di suo gradimento, era un uomo di manovre, il Capitano. S’accese la paglia e sbuffò un fumo bianchissimo. Nessun vento lo raccolse e le volute rimasero a cincischiargli intorno al viso.

Poco prima aveva usato la bussola, la rotta era precisa e la Sabrina la seguiva mansueta. Non c’era molto altro da fare, oziare vigili e ascoltare i pesci alati.

Avevano scapolato la punta dell’Isabela, passato il Canal e si erano lasciati alle spalle la Baia Limón. Per non uscire di senno, la calmeria andava sfruttata. Sapendolo bene, il Capitano chiamò il Secondo, un pastracchione di quasi due metri e architettarono il furto.

Il Secondo scese abbasso, una volta in cambusa s’appiattì al muro e infilò la mano nel sacco del caffè. Una staffilata di mestolo lo fece ritrarre.

“È per il Capitano.”

Il Cuoco lo guardò dal basso all’alto con l’arma puntata L’ometto intinse il ramaiolo nei chicchi e rovesciò nella mano del Secondo una mestolata di pura arabica. Poi sibilò: “Non ti voglio più rivedere fino a cena.”

Il Secondo stronfiò e acciuffò il macinino.

Una volta sul ponte, principiò a girare l’arnese. Quando l’effluvio giunse alle narici del Capitano, il suo corpo ebbe un sussulto amoroso. Rammemorò il tango, i tramonti della pampa e il madore appiccicoso di Cuba. Tornò con la mente ai carillon, ai mosconi e agli organetti, alla colorata galera di Valparaíso.

Il caffè era piacevole come un giorno di sbarco. Seduti a prua, i piedi sul cabestano, il Capitano e il suo Secondo sorbirono la bibita nella calma di vento, sotto una volta trapunta di nuvoli.

Fu allora che, in fondo al loro sguardo, sul filo sottile tra cielo e onde, apparve una Fatamorgana.

Ellissi e sferoidi danzavano all’orizzonte, erano donne lucenti e mostri marini. Erano dèi schernitori a caporiverso sulle acque.

Il Secondo si sentì atterrito e fece per indietreggiare. Il miraggio non turbò invece gli occhi del Capitano che ben conoscevano le stelle e le praterie azzurre.

Il suo petto non temeva lusinghe e s’era già cullato in compagnia di simili chimere.

Per il Capitano il mare era tutto, forse perché era l’unico luogo grande abbastanza da contenere i suoi ingombranti ricordi, o probabilmente perché era il suo unico talento.

In mare poteva fare ciò che in terra non gli era riuscito: far giustizia. Essere retto e forse, di tanto in tanto, persino felice.

Successe in quel momento: un colpo di dritta e il caffè traboccò dalla tazza. Il Capitano sentì alzarsi un vento di traverso.

Si drizzarono entrambi per controllare: il mare pareva immoto, un visibilio di nuvoli di cotone pascolava davanti a loro. Un’altra ventata colpì il Secondo che s’aggrappò a un tientibene, poi più nulla.

Secondo i calcoli del Capitano, quella sera si sarebbero lasciati a destra La Tortuga. Poi la notte sarebbe arrivata, e con lei l’Oceano. Più niente si sarebbe visto per molte leghe. Decisero che l’incidente fosse uno scherzo del mare e s’assopirono.

Dieci metri sotto i loro piedi si raccontava un’altra storia. Nel ventre acciaioso, a fianco dei quattro motori maleodoranti, c’erano loro: novantanove teste che ciondolavano. Stavano raggomitolati sugli strapuntini, le iridi di vetro scuro e le pance vuote.

A tremila leghe dalla bananiera, la situazione era di tutt’altra pasta. Bartolomeo Malaccorto calò per il vicolo con gli occhi puntati al mare.

Ai piedi dei palazzi i tombini stornellavano e dall’alto di piazza Fontane Marose la sua testa chiomeggiava tra i passanti. Era già tarda mattina, ma la Città Vecchia pareva impigliata in un infinito risveglio.

Affacciata alla finestra, una strega armata di battipanni scudisciava un guanciale. Due gelosie più sotto, tre ragazzini caricavano le cerbottane, un uomo dormiva sul gradone della chiesa e una conventicola di donne cicalava sull’imminente tempesta.

“Sei ancora vivo.”

Simona lo squadrò a caporiverso, appesa coi piedi a un tiglio ramacciuto.

Scese con un balzo e lo guardò in tralice.

Scarpe inzaccherate e camiciona macchiosa, ripeté: “Sei ancora vivo.”

“Sono ancora vivo.”

“Quando muori?”

“Non è chiaro, ma t’avviserò.”

Simona aveva dieci anni ed era la regina del quartiere, una regina astuta e brindellona.

Conosceva come pochi i luoghi più rabbrividevoli dalla Città Vecchia e se la spassava a dar nomi alle cose e metter paura a tutti.

Di tanto in tanto Bartolomeo si concedeva lunghe passeggiate con lei: partivano dalla Porta di Sant’Andrea, inespugnata per mille anni, e sgambavano tra bassorilievi di guerrieri e santi specialisti in draghi. Passavano i castelli d’acqua e i bronzini, i ninfei diabolici tempestati di conchiglie, giravano tra i mascheroni delle fontane, ribattezzate da Simona le facce che buttano acqua, i trogoli e i barchili che tanto piacevano a Bartolomeo.

Era lungo quei vicoli, secondo la regina, che in certe precise notti, malombre e violinisti diabolici si riversavano annoiati a far baldoria.

C’erano i galeotti della Torre Grimaldina, i frati del Convento Scomparso, a volte si vedeva anche lo spettro di vico dei librai.

“Attraversano i portoni chiusi, o scendono cavalcioni alle grondaie.”

“Dici?”

“Certi piombano giù dalle gargolle.”

“E poi?”

“Fanno incantesimi, sono le luci dei vicoli che li attirano.”

“E che fanno?”

“Come che fanno, testa di caffè? Folleggiano.”

“E tu che ne sai?”

“Io sto con loro.”

Bartolomeo era tutto fuorché sicuro di quelle storie, ma Simona era molto seria a riguardo.

La ragazzetta lo riforniva di leggende della Città Vecchia, gli parlava dei templi sotterranei e dei boschi sacri oltre la Porta d’Occidente.

Era un mondo spaventevole che poco si conciliava con le sue idee raziocinanti: Bartolomeo Malaccorto era scienziato.

Orfano di padre e madre, viveva nel lascito di zia Esmeralda: una soffitta in piazza del Serriglio nella quale aveva ricavato studio e dimora.

Le origini delle sue fatiche stavano nell’infanzia. A cinque anni inventò una teleferica per trasportare i giochi dalla cameretta dell’orfanotrofio al giardino.

A sette costruì una sveglia ad acqua e a dodici anni planò dalla torre degli Embriaci fino al Mandraccio con due ali congegnate con le pagine della Gazzetta del Sestiere. Il suo disegno più ardimentoso, tuttavia, gli s’instillò nella zucca molti anni dopo, quando concepì il suo proponimento: conoscere la morte. E per farlo, doveva prima morire.

Ci aveva provato innumerabili volte, se alcuni erano stati miserevoli fallimenti, in un paio d’occasioni quasi gli riuscì. Purchessia, quell’attività lo teneva impegnato giorno e notte.

Non aveva altre passioni, non amava le persone, era indifferente al denaro, alla carne e alle verdure. Adorava il pesce e, a parte il suo consueto Asinello, raramente beveva.

Diffidava delle cornacchie, dei motori a scoppio e delle donne, eccezion fatta per Tilde.

Non si può dire che fosse socievole, era spesso pensieroso, chiuso nella sua zucca a fantasticare. Parlava con poche anime, non gli piaceva passar troppo tempo con la gente, che poi quelli gli chiedevano di dire e volevano sapere, e lui poco sapeva e poco aveva da dire. O meglio, non che non sapesse, ma non sapeva come dirlo. Insomma, s’ingarbugliava con le parole.

Non per questo si può dire che fosse arido. Gli piacevano l’elettricità e l’acqua, sia quella salata sia quella dolce.

Ammirava i gabbiani e aveva un debole per le fontane, specialmente quelle più intricate, più zampilli avevano e più gl’interessava guardarle. Ben tollerava anche i gatti, che parevano avere la sua stessa visione del mondo.

Spesso, nell’aria serotina, sedeva sull’angusto terrazzo a fantasticare. Sotto di lui, una distesa di panni stesi ad asciugare come paesi lontani. Per i vicoli brulicavano gabbamondo, ciurmatori e cameriere con le sporte del mercato che dondolavano come barchi.

Accendeva le due lucerne a olio e sognava di conquistare i propri sogni. Le onde che arrivavano smorzate gli ricordavano quanto illusorio fosse il suo proponimento, nondimeno in fondo al cuore, ch’era rimasto quello di un bambino d’orfanotrofio, serbava la fioca speranza di riuscire. A patto però di non cedere a distrazioni, di terra, di mare o dell’anima.


Francesco Cozzolino è originario di Genova ma vive a Torino. Ha pubblicato il romanzo Il Blues della Maddalena (Golem 2019) e una serie di racconti inseriti in varie antologie.


LEGGI QUI TUTTA LA NARRATIVA DELLA NOSTRA RIVISTA

Scrivo perché intanto fuori è l’alba

di Nicoletta Verna

Scrivo in primo luogo perché mi consente di tergiversare quando non so bene cosa dire.

(Fra me e mio fratello ci sono 15 anni, e quando io ero una bambina e lui un ragazzino non è che avevamo molto da dirci – lui poi aveva interessi stravaganti tipo la sua Citroën Diane, la Jolly-Colombani Basket e una ragazza carina e minuta, mora, che ogni tanto invitava a casa. 

Casa nostra era piccola, io e lui dormivamo nella stessa stanza e un pomeriggio c’era da noi questa ragazza, e io gli stavo fra i piedi.

“Perché [ehm] non esci un po’ a giocare?”

“Perché a giocare da sola mi annoio.”

Stavo seduta sul suo letto dondolando i piedi. Ero una bambina egocentrica, come tutti i bambini, e piuttosto invadente. La ragazza ci guardava scocciatissima.
“Ok. Perché non vai a leggere qualcosa?”

“Perché non so fare. Ho quattro anni.”
Prese il primo libro che trovò sulla scrivania, un manuale di elettrotecnica, e me lo aprì di fronte.

“Seguimi. Questa è la A, poi c’è la B, la C… Si chiama alfabeto. Ci sei?”

La ragazza sbuffò.

“Devi metterle insieme.”

“Come?”

“Le lettere si uniscono e formano le parole. È un concetto davvero molto semplice.”

Pigliò un foglio e fece quattro lettere. 

“Così poi si impara a scrivere. Vedi? Questa è una parola.”

“Cosa c’è scritto?”

“C’è scritto C-I-A-O. Vai.”

Mi spinse fuori dalla stanza e chiuse la porta. Li sentii parlottare fra loro, ridere, e mi assalì una certezza: là dentro stava succedendo qualcosa di eccezionale e io non ne facevo parte. Ogni bambino ricorda l’istante in cui la sua convinzione di essere al centro dell’universo si spezza. Per me fu quello, e mi prese una tristezza ignota, quasi un piccolo senso di panico. Allora guardai il manuale di elettrotecnica, e lo aprii).

Scrivo per molti diversi motivi: per piacere (sostantivo ma anche verbo), per necessità, per divertimento, per esprimere una mia idea del mondo o più spesso per mistificarla; scrivo per presunzione o per inadeguatezza, per dire qualcosa che a voce sfuggirebbe o sarebbe diverso (a volte più chiaro, altre più recondito). Scrivo per non sentirmi sola (mentre scrivo mi sento spesso stanca, frustrata, stizzita, completamente incapace eccetera, ma sola mai: sono in compagnia di me stessa, la me stessa che di solito ha altro da fare). Scrivo per poter dire “Che fatica, che tempo perso, che idiozia scrivere”. Per tradire e per nutrire i fatti, trasformandoli in storie. La roba più antica ed eccitante del mondo.

Sono tutte motivazioni vere (lo sono state in qualche momento della mia vita), ma la causa più profonda e radicale per cui scrivo, quella che sta alla base di tutto, credo alla fine sia un’altra, e devo di nuovo tergiversare.

(C’è una persona molto importante che sta male. Ha avuto un incidente grave e devo passare la notte con lei in ospedale e sono terrorizzata, penso che non ce la farò. Che questo pertiene alla gamma di questioni impossibili da sopportare: e invece devo sopportarla. Potrei bere o drogarmi, mi dico, ma l’effetto finirebbe quasi subito e poi avrei i postumi, invece qui devo essere lucida, lucida per quando serve ma anche assente, per sopravvivere. Potrei pensare ad altro, ma a me non riesce mai di pensare ad altro. Il pensiero è fluido, ondivago, torna subito dove non deve. Allora potrei scrivere. La scrittura è precisa e pretenziosa, totalizzante, semplice a suo modo. Pretende tutto di me, e il più delle volte lo ottiene. 

Accendo il computer e la storia da stendere arriva subito: c’è una valletta che si lascia cadere la spallina del vestito e mostra il seno per sollevare lo share del programma-spazzatura dove sta lavorando. Lo fa con vergogna, con disgusto verso sé stessa; lo fa perché non si ama e non si ama perché sa di essere invisibile agli occhi di sua madre. Sorride in questa sua vacua messa in scena, mentre offre il seno a milioni di sconosciuti, e c’è dentro tutta la desolazione e rassegnazione di certi tipi di dolore, i più opachi e irrimediabili (“irrimediabile” è la parola che continua a vorticarmi in testa e che continuo a scrivere, a ripetere, a rendere con sinonimi). Scrivo, e mentre scrivo so che nella vita di questa valletta non c’è niente, niente della mia, eppure c’è tutto di me. L’idea che per certe ferite non c’è semplicemente niente da fare. La certezza che si sopravvive solo per via di compromessi che un giorno ci sembreranno ridicoli. La certezza che si sopravvive, e vaffanculo. C’è tutto di me e non c’è niente, e intanto fuori è l’alba. La persona sul letto respira ancora, e io ho sopportato il terrore di quella notte).

Scrivo esattamente per questo. Per lo stesso motivo che capii subito, a quattro anni, mentre imparavo a leggere e scrivere da sola, sul manuale di elettrotecnica di mio fratello che se la spassava con la sua ragazza: per trovare riparo da qualunque forma di rifiuto, emarginazione, solitudine, paura, piccola noia quotidiana. Per dire “torno subito” – e però, strano, non è mai fuga: è sempre esserci, però esserci in un modo confortevole, egoistico e consolatorio. 

Scrivo insomma perché è un rifugio. E, lo so, un concetto molto ovvio che non meritava tutte queste digressioni, ma alla fine scrivo pure per questo: dipanare il nodo di storie che soggiacciono a qualunque nozione banale, e solo così coglierne l’unicità, il cuore, la ragione. 


Nicoletta Verna (1976) è romagnola ma vive a Firenze, dove si occupa di comunicazione e web marketing nel settore editoriale. È autrice di saggi e volumi su media e cultura di massa e ha insegnato teorie e tecniche della comunicazione presso diversi atenei e istituti italiani. Ha scritto racconti pubblicati sulle riviste letterarie Pastrengo, Carie letterarie, Narrandom, Risme. Il suo romanzo d’esordio,  Il valore affettivo (Einaudi, 2021), è stato protagonista di una edizione di Apnea, il nostro corso di editing, e ha poi ottenuto la Menzione Speciale della Giuria alla XXXIII edizione del Premio Italo Calvino.

Il misfatto – Prima e dopo l’editing

A seguito della nostra call per Apnea scuola di lettura e editing abbiamo ricevuto circa 60 romanzi. La redazione narrativa e Francesca de Lena li hanno letti e hanno scelto quello su cui lavorare per l’editing gratuito. Dopodiché hanno selezionato altri 5 romanzi, i cui primi capitoli pubblichiamo ora sulla nostra rivista, prima con le note di editing in chiaro e poi in versione definitiva.


Questo è il primo e lo ha scritto Elisabetta Foresti. L’autrice ha presentato un testo maturo e che ha richiesto un editing leggerissimo. Abbiamo lavorato per rendere più chiari un paio di periodi, alleggerire qualche immagine e rendere più fluido il ritmo di alcuni passaggi.


La storia: Marco è in carcere per aver assassinato suo padre. O così pare. Ma è davvero così? Per questo è in carcere? E chi è Marco?
Tagliente, doloroso, senza pietà. Un testo dove nulla è certo, tutti vengono messi di continuo in discussione e ognuno è alla ricerca di una speranza di perdono.


Il misfatto, 1° capitolo (originale con note di editing in chiaro)

di Elisabetta Foresti

Le otto di sera, undici novembre, sabato.

L’ho ucciso io.
È stato semplice legarlo, inebetito com’era, piegargli indietro la testa e infilargli in bocca la carta igienica. Lui all’inizio non si è accorto di nulla, poi ha iniziato a scalciare, a dimenarsi, gemeva e tossiva e ha perfino tentato di alzarsi dal cesso – per fortuna lo avevo legato stretto. E ho continuato a pressargli la carta nella gola e a tenere le dita strette sulle narici, finché ha dilatato gli occhi e non si è mosso più. Ho aspettato diversi minuti, per stare tranquillo, e quando ho capito che era morto l’ho slegato, ho afferrato il suo corpo che si curvava come fosse un fantoccio e l’ho adagiato sul pavimento. Dopo l’ho scavalcato – il gabinetto è piccolo, l’ho sempre detto che è piccolo quel gabinetto, e rosa, oltretutto, le mattonelle sono rosa, le maioliche rosa, dappertutto è rosa, come può un uomo, un costruttore, uno tutto d’un pezzo decidere di fare un gabinetto rosa? – mi sono lavato le mani, rinfrescato il viso e l’ho scavalcato di nuovo. Ma prima di uscire mi sono girato, lo avevo steso su un fianco con le ginocchia piegate e ho guardato la testa incastrata tra cesso e bidè, gli occhi gonfi e tutta quella carta in bocca. Poi me ne sono andato.

Non è questa la verità.
Ma che ne sa lei?
L’avvocato Rendini ha fatto tre passi in direzione dell’armadio e l’ultimo, più pesante, verso la sedia, il busto chinato come a volersi sedere ma subito ripensandoci, subito sollevando le spalle. Si è voltato, e atterrando lo sguardo su di me, ha fatto schioccare le labbra.
Raccontami di quella mattina.
Ancora? Gliel’ho detto. Mi aveva telefonato la governante, una di quelle parlo-solo-inglese, mi ha detto che da un po’ dormiva sempre, dormiva sul divano, dormiva al telefono, dormiva a tavola, perfino davanti al pianoforte dormiva. Sono andato a casa sua, la governante mi ha aperto e sono entrato, l’ho chiamato ma non ha risposto, salone e sala da pranzo erano vuoti, cucina vuota, studio vuoto, in camera da letto non c’era, mi sono affacciato nel gabinetto e lo trovo addormentato sul water; il resto lo sa.
Peccato che la governante non fosse lì, si è fatto un giro della scrivania, l’avvocato, e ha aggrottato la fronte. Perché insisti a mentire?
Sto in galera, a chi vuole che freghi se—
Importa a me.
Non mi metterà in bocca cose che si è inventato lei.
E Rendini, stringendo gli occhi, Forse ti senti in colpa?
Ma vada a farsi fottere.
L’avvocato ha sollevato le sopracciglia. Non fa altro che sollevare le sopracciglia, aggrottare la fronte e schioccare le labbra a ogni mia contestazione – sono mesi che ammuffisco in prigione e di interrogatori ne avrò subiti una trentina.
Per quale ragione lo hai ucciso?
Devo andare al cesso.
Dopo, – il triplo mento ha tremolato – andrai al gabinetto dopo, rispondi ora.
Non ho niente da dire.
C’è molto da dire, dovresti ripensare meglio a quel giorno.
Ci sono, ho detto battendomi il palmo sulla fronte, Vuole far esumare la salma, infilargli in corpo quella sostanza e costringermi a cambiare versione.

Qui abbiamo chiesto all’autrice di riformulare il periodo in maniera più chiara in riferimento alle benzodiazepine.


L’avvocato ha sorriso. Ho altri modi.
Ah davvero? Be’, se lo scordi anch’io ho i miei sistemi, e se non mi lascia in pace, le faccio arieggiare l’intestino a forza di forellini in pancia.

L’una e quaranta del pomeriggio, dodici novembre, domenica.


Seduto al tavolino ancorato al pavimento, guardo il mio riflesso sul piano di acciaio lucido: capelli mossi che tra un po’ arrivano alle spalle, naso schiacciato e un colorito, intuisco, bianco cadavere. Non è un granché per darvi le coordinate facciali di me stesso.
Gli zigomi non li vedo ma li immagino sporgenti e gli occhi sospetto siano un incrocio tra il marrone dei campi appena arati e il verde palude. D’altra parte non ho uno specchio, nella cella, e a furia di non vedermi, inizio ad avere dei dubbi sul mio aspetto.
Ma chi se ne infischia, anche.
Ho ventisette anni, di questo sono più che sicuro, diciotto spesi a ingannare me stesso e gli altri nove spesi a ingannare il prossimo, e mi detesto abbastanza, all’incirca quanto si detesterebbe uno che ha passato ventisette anni ingannando il prossimo e ingannando sé stesso. E sì, sono un inguaribile bugiardo. Per necessità, però. Quel tipo di esigenza che nasce dalle circostanze, più che dalla volontà o dall’animo, sebbene le circostanze siano aggirabili, con un po’ di volontà e quanto all’animo non saprei dire.
Sono un maschio bianco sessualmente attivo quanto può essere sessualmente attivo un maschio bianco in prigione. In buona sostanza, mi faccio le seghe. Che è sempre meglio di infilarlo in un buco del muro, ammesso che un buco ci sia, o anche è meglio di farsi una doccia fredda – calda, qui dentro, sperateci di trovarla – e comunque è meglio di non fare nulla. Prima di essere rinchiuso ho svolto molti lavori diversi, che stare qui a raccontarveli tutti perderemmo uno sproposito di tempo, e quindi passo oltre (senza contare che disapprovo le perdite di tempo). Ah, e poi nessuno viene a farmi visita in carcere, perché non ho nessuno – mia madre è morta in un incidente d’auto che di anni ne avevo compiuti dieci.
E più o meno è tutto, per darvi un’idea del sottoscritto e della situazione. Anzi no. Ho mentito poco fa quando vi ho detto che sono un bugiardo, sarebbe più corretto dire che sono omertoso, e comunque, non sono omertoso su tutto e non con tutti, sono omertoso solamente su ciò che riguarda l’assassinio di mio padre, e sono omertoso soltanto con l’avvocato d’ufficio.
Ma con voi, no. Voi siete persone per bene, siete persone a posto. E perciò ci crederete che sto cercando di ricomporre i miei ricordi con l’intento di raccontarvi l’omicidio. Intento che fino a ieri non avrei condiviso, per come la vedo io sono fatti solo miei come ho ammazzato mio padre, se l’ho accoltellato o se l’ho buttato giù dal balcone, o qualche altra messinscena degna di nota.
Ho confessato che l’ho ucciso e tanto dovrebbe bastare.
Ma Rendini sostiene che l’ho ucciso con il Valium mio padre. Con il Valium ve lo immaginate? Prendereste un abbaglio a credere che sia vero, perché non lo è. E non mi interessa se marcirò in questa prigione, non ho nessuna intenzione di ammettere una cosa che non ho fatto. Perché non l’ho fatta, sia chiaro, o meglio l’ho fatta ma non in questo modo, non è così che ho ucciso mio padre. L’ho ucciso ma in un altro modo. E nemmeno voglio ammettere di non avere avuto un movente, una buona ragione per farlo fuori, almeno una, la avevo (tra parentesi, anche più di una), ma Rendini vuole chiudere il mio caso con l’etichetta del raptus improvviso, chiude il mio caso, lui, e raptus improvviso, lui, e. E dorme sonni dorati, lui, e tante grazie, io.
Sicché ho rifiutato. Ma sì. Ho rifiutato di agevolare il suo sonno, ho rifiutato di confermare la sua tesi – Valium e raptus improvviso – e ieri ho presentato la domandina al direttore del carcere.
E già. Adesso capirete tutto. Perché ho ottenuto una matita e un vecchio quaderno con la copertina color ocra, e ho deciso di mettere ogni cosa per iscritto. Mi assumo ogni responsabilità presente e futura di questo resoconto, di questo tratteggio della verità, una verità inessenziale eppure necessaria, una verità che mi preme riferirvi, una verità innaturale o anche naturale, seppure non ordinaria; a ben vedere dovremmo metterci d’accordo su cosa sia la verità, prima d’iniziare, o cosa s’intende per verità.
La verità non è durevole, la verità è instabile, la verità è dinamica, cambia a ogni istante la verità, perché non c’è una corrispondenza tra il mio mondo interiore e il vostro, e le spiegazioni difficilmente aiutano a chiarire, le spiegazioni evidenziano le opacità, perché noi e l’intero universo plasmiamo senza sosta nuove interpretazioni, e inversamente, esse plasmano noi. Questa è la sola verità: le cose sono per noi ciò che in fondo vogliamo che siano. Proprio come diceva Elisabetta.
Cosa c’entra Elisabetta, adesso.
Be’, in effetti c’entra.

Questa parte, per quanto interessante concettualmente, si inserisce in un flusso di pensiero che rotola libero e inceppa la lettura. Da questo la proposta di modifica con inserimento della frase formulata in alternativa “E la sola verità è che, come diceva Elisabetta, le cose sono per noi ciò che in fondo vogliamo che siano.”

Era la mia fidanzata, Elisabetta. Era. Perché mi ha lasciato. Anzi, in realtà sono io che l’ho indotta a lasciarmi, quel pomeriggio di gennaio prima del parricidio. Un pomeriggio che ha del surreale, a ripensarci, e non solo per il caldo inusitato, ma per la piega di quel finale, che a ben vedere, era tutto contenuto nell’inizio, in quella folle idea di condividere con lei il vagheggiamento dell’assassinio, prima ancora della strategia, che solo in seguito approntai per uccidere mio padre.
Ah Elisabetta, mi manchi.
Era una giornata splendida l’ultima volta che l’ho vista, una di quelle giornate assolate che non capitano spesso d’inverno.

L’alleggerimento di alcuni periodi è stato proposto al fine di prediligere il ritmo.


Ci eravamo dati appuntamento in centro e arrivammo in Piazza Augusto Imperatore nello stesso istante. Tipiche nostre, le coincidenze. O forse nemmeno le coincidenze, piuttosto è la simultaneità che avevamo in comune, Elisabetta e io, seppure di simultaneo avevamo ben poco, nel senso del muoverci all’unisono, dico. Però c’era in noi una certa comunanza nella percezione del tempo, questo sì, anche se ho grossi dubbi che lo intendessimo allo stesso modo, il tempo (di cosa io ritengo sia il tempo non voglio parlarne). Eppure una similitudine esisteva e credo consistesse in una forma di fuga dalla realtà che aveva origini diverse per ognuno di noi, ma che aveva, per entrambi, la medesima urgenza di affrancarsi dalle temporanee, quanto concrete incombenze.
Ripensandoci io giunsi in Piazza Augusto Imperatore qualche secondo prima di lei, volevo ripassare il discorso su mio padre, e potei guardarla mentre si avvicinava, avvolta da una bellezza che era insieme sofferenza scura e emozioni luminose.
La guardai pensando che era proprio in gran forma con i jeans attillati, il cappotto nero che le tirava sulla vita e i lunghi riccioli castani. Stranamente in forma, o comunque, più in forma di me, o più in forma di chiunque altro abbia mai visto. Pure di mio padre, che era un fanatico dello sport, del mangiare sano e di lunghi sonnellini ristoratori; mens sana in corpore sano ripeteva mentre mi buttava giù dal letto alle sei di mattina, di domenica e con qualunque clima, per un corroborante giro di corsa sul marciapiede intorno all’edificio – mente malata in corpo malato, altroché.
Ora che ci penso, non riesco a ricordare l’ultima volta che l’ho visto in forma, mio padre.

Nella versione inviataci, il testo proseguiva ancora con una ventina di righe. La proposta di editing è stata quella di fermare qui il capitolo. Questa chiusura, con un palese stato confusionale e contraddittorio e al contempo il richiamo al padre, è molto più d’impatto e, a suo modo, chiude un cerchio.


Il misfatto, 1° capitolo (versione definitiva)

di Elisabetta Foresti

Le otto di sera, undici novembre, sabato.

L’ho ucciso io.
È stato semplice legarlo, inebetito com’era, piegargli indietro la testa e infilargli in bocca la carta igienica. Lui all’inizio non si è accorto di nulla, poi ha iniziato a scalciare, a dimenarsi, gemeva e tossiva e ha perfino tentato di alzarsi dal cesso – per fortuna lo avevo le gato stretto. E ho continuato a pressargli la carta nella gola e a tenere le dita strette sulle narici, finché ha dilatato gli occhi e non si è mosso più. Ho aspettato diversi minuti, per stare tranquillo e, quando ho capito che era morto, l’ho slegato, ho afferrato il suo corpo che si curvava come fosse un fantoccio e l’ho adagiato sul pavimento. Dopo l’ho scavalcato – il gabinetto è piccolo, l’ho sempre detto che è piccolo quel gabinetto, e rosa, oltretutto, le mattonelle sono rosa, le maioliche rosa, dappertutto è rosa, come può un uomo, un costruttore, uno tutto d’un pezzo decidere di fare un gabinetto rosa? – mi sono lavato le mani, rinfrescato il viso e l’ho scavalcato di nuovo. Ma prima di uscire mi sono girato, lo avevo steso su un fianco con le ginocchia piegate, ho guardato la testa incastrata tra cesso e bidè, gli occhi gonfi e tutta quella carta in bocca. Poi me ne sono andato.

Non è questa la verità.
Ma che ne sa lei?
L’avvocato Rendini ha fatto tre passi in direzione dell’armadio e l’ultimo, più pesante, verso la sedia, il busto chinato come a volersi sedere, ma subito ripensandoci, subito sollevando le spalle. Si è voltato, e atterrando lo sguardo su di me, ha fatto schioccare le labbra.
Raccontami di quella mattina.
Ancora? Gliel’ho detto. Mi aveva telefonato la governante, una di quelle parlo-solo-inglese, mi ha detto che da un po’ dormiva sempre, dormiva sul divano, dormiva al telefono, dormiva a tavola, perfino davanti al pianoforte dormiva. Sono andato a casa sua, la governante mi ha aperto e sono entrato, l’ho chiamato, ma non ha risposto, salone e sala da pranzo erano vuoti, cucina vuota, studio vuoto, in camera da letto non c’era, mi sono affacciato nel gabinetto e lo trovo addormentato sul water; il resto lo sa.
Peccato che la governante non fosse lì, si è fatto un giro della scrivania, l’avvocato, e ha aggrottato la fronte. Perché insisti a mentire?
Sto in galera, a chi vuole che freghi se —

Importa a me.
Non mi metterà in bocca cose che si è inventato lei.
E Rendini, stringendo gli occhi, forse ti senti in colpa?
Ma vada a farsi fottere.
L’avvocato ha sollevato le sopracciglia. Non fa altro che sollevare le sopracciglia, aggrottare la fronte e schioccare le labbra a ogni mia contestazione – sono mesi che ammuffisco in prigione e di interrogatori ne avrò subiti una trentina.
Per quale ragione lo hai ucciso?
Devo andare al cesso.
Dopo, – il triplo mento ha tremolato – andrai al gabinetto dopo, rispondi ora.
Non ho niente da dire.
C’è molto da dire, dovresti ripensare meglio a quel giorno.
Ci sono, ho battuto il palmo sulla fronte, vuole far esumare la salma, infilargli in corpo delle benzodiazepine e costringermi a cambiare versione.
L’avvocato ha sorriso. Ho altri modi.
Ah davvero? Be’, se lo scordi, anch’io ho i miei sistemi, e se non mi lascia in pace, le faccio arieggiare l’intestino a forza di buchi in pancia.

L’una e quaranta del pomeriggio, dodici novembre, domenica.

Seduto al tavolino ancorato al pavimento, guardo il mio riflesso sul piano di acciaio lucido: capelli mossi che tra un po’ arrivano alle spalle, naso schiacciato e un colorito, intuisco, bianco cadavere.
Gli zigomi non li vedo, ma li immagino sporgenti e gli occhi sospetto siano un incrocio tra il marrone dei campi appena arati e il verde palude. D’altra parte non ho uno specchio nella cella e, a furia di non vedermi, inizio ad avere dei dubbi sul mio aspetto.
Ma chi se ne infischia, anche.
Ho ventisette anni, di questo sono più che sicuro, diciotto spesi a ingannare me stesso, gli altri nove spesi a ingannare il prossimo, e mi detesto abbastanza, all’incirca quanto si detesterebbe uno che ha passato ventisette anni ingannando il prossimo e ingannando sé stesso. E sì, sono un inguaribile bugiardo. Per necessità, però. Quel tipo di esigenza che nasce dalle circostanze, più che dalla volontà o dall’animo, sebbene le circostanze siano aggirabili con un po’ di volontà e quanto all’animo non saprei dire.
Sono un maschio bianco sessualmente attivo quanto può essere sessualmente attivo un maschio bianco in prigione. In buona sostanza, mi faccio le seghe. Che è sempre meglio di infilarlo in un buco del muro, ammesso che un buco ci sia, o anche è meglio di farsi una doccia fredda – calda, qui dentro, sperateci di trovarla – e comunque è meglio di non fare nulla. Prima di essere rinchiuso ho svolto molti lavori diversi, che stare qui a raccontarveli tutti perderemmo uno sproposito di tempo, e quindi passo oltre (senza contare che disapprovo le perdite di tempo). Ah, e poi nessuno viene a farmi visita in carcere, perché non ho nessuno – mia madre è morta in un incidente d’auto che di anni ne avevo compiuti dieci.
E più o meno è tutto, per darvi un’idea del sottoscritto e della situazione. Anzi no. Ho mentito poco fa quando vi ho detto che sono un bugiardo, sarebbe più corretto dire che sono omertoso e, comunque, non sono omertoso su tutto e non con tutti, sono omertoso solamente su ciò che riguarda l’assassinio di mio padre e sono omertoso soltanto con l’avvocato d’ufficio.
Ma con voi no. Voi siete persone per bene, siete persone a posto. E perciò ci crederete che sto cercando di ricomporre i miei ricordi con l’intento di raccontarvi l’omicidio. Intento che fino a ieri non avrei condiviso, per come la vedo io, sono fatti solo miei come ho ammazzato mio padre, se l’ho accoltellato o se l’ho buttato giù dal balcone.
Ho confessato che l’ho ucciso e tanto dovrebbe bastare.
Ma Rendini sostiene che l’ho ucciso con il Valium, mio padre. Con il Valium, ve lo immaginate? Prendereste un abbaglio a credere che sia vero, perché non lo è. E non mi interessa se marcirò in questa prigione, non ho nessuna intenzione di ammettere una cosa che non ho fatto. Perché non l’ho fatta, o meglio l’ho fatta ma non in questo modo, non è così che ho ucciso mio padre. L’ho ucciso, ma in un altro modo. E nemmeno voglio ammettere di non avere avuto un movente: una buona ragione per farlo fuori, almeno una, la avevo, anche più di una, ma Rendini vuole chiudere il mio caso con l’etichetta del raptus improvviso. E dorme sonni dorati, lui, e tante grazie, io.
Sicché ho rifiutato di agevolare il suo sonno, ho rifiutato di confermare la sua tesi – Valium e raptus improvviso – e ieri ho presentato la domandina al direttore del carcere.
Eh già. Adesso capirete tutto. Perché ho ottenuto una matita e un vecchio quaderno con la copertina color ocra, e ho deciso di mettere ogni cosa per iscritto. Mi assumo ogni responsabilità presente e futura di questo resoconto, di questo tratteggio della verità, una verità inessenziale eppure necessaria, una verità che mi preme riferirvi, una verità innaturale o anche naturale, seppure non ordinaria; a ben vedere dovremmo metterci d’accordo su cosa sia la verità, prima d’iniziare, o cosa s’intende per verità.
E la sola verità è che, come diceva Elisabetta, le cose sono per noi ciò che in fondo vogliamo che siano.
Era la mia fidanzata, Elisabetta. Era. Perché mi ha lasciato. Anzi, in realtà sono io che l’ho indotta a lasciarmi quel pomeriggio di gennaio prima del parricidio. Un pomeriggio che ha del surreale, a ripensarci, e non solo per il caldo inusitato, ma per la piega di quel finale, che a ben vedere, era tutto contenuto nell’inizio, in quella folle idea di condividere con lei il vagheggiamento dell’assassinio, prima ancora della strategia, che solo in seguito approntai per uccidere mio padre.

Era una giornata splendida, ci eravamo dati appuntamento in centro e arrivammo in Piazza Augusto Imperatore nello stesso istante. Tipiche nostre, le coincidenze. O forse nemmeno le coincidenze, piuttosto è la simultaneità che avevamo in comune, Elisabetta e io, seppure di simultaneo avevamo ben poco, nel senso del muoverci all’unisono, dico. Però c’era in noi una certa comunanza nella percezione del tempo, questo sì, anche se ho grossi dubbi che lo intendessimo allo stesso modo, il tempo (di cosa io ritengo sia il tempo non voglio parlarne). Eppure, una similitudine esisteva e credo consistesse in una forma di fuga dalla realtà che aveva origini diverse per ognuno di noi, ma che aveva, per entrambi, la medesima urgenza di affrancarsi dalle temporanee, quanto concrete incombenze.
Ripensandoci io giunsi in Piazza Augusto Imperatore qualche secondo prima di lei, volevo ripassare il discorso su mio padre, e potei guardarla mentre si avvicinava, avvolta da una bellezza che era insieme sofferenza scura ed emozioni luminose.
La guardai pensando che era proprio in gran forma, più in forma di me, o più in forma di chiunque altro abbia mai visto. Anche di mio padre, che era un fanatico dello sport, del mangiare sano e dei lunghi sonni ristoratori; mens sana in corpore sano ripeteva mentre mi buttava giù dal letto alle sei di mattina, di domenica e con qualunque clima, per un corroborante giro di corsa sul marciapiede intorno all’edificio – mente malata in corpo malato, altroché.
Ma, ora che ci penso, non riesco a ricordare l’ultima volta in cui l’ho visto in forma mio padre.


Elisabetta Foresti è nata e vive a Roma. Nel dicembre 2018 si è qualificata prima nello Scouting night live dell’agenzia Oblique Studio, nel 2020 ha superato la prima tranche del concorso letterario 8×8 si sente la voce della stessa agenzia. Ha scritto diversi racconti, l’ultimo pubblicato sulla rivista letteraria Il Rifugio dell’Ircocervo. Nel 2017 ha preso parte ai corsi di scrittura della Scuola Omero di Roma e nel 2018-19 è stata ammessa al laboratorio annuale di Bottega di Narrazione di Giulio Mozzi.


LEGGI QUI TUTTA LA NARRATIVA DELLA NOSTRA RIVISTA

Scrivo per spronare i pochi viventi di Montale a uscire dalle tenebre

di Mauro Maraschi

Da quando scrivo narrativa, e sono ormai vent’anni, il mio interesse principale è sempre stato quello di denunciare gli automatismi sociali e culturali. Sono consapevole che, come diceva Zamenhof, «una battaglia ideologica ne nasconde sempre una personale», e che in tal senso io non faccio eccezione. Combatto gli automatismi perché – in quanto individuo sociale – non li so cavalcare, non so trarne vantaggio, non sono mai riuscito ad adeguarmi. A un certo punto della mia esistenza ho cominciato ad avere la sensazione che la gente intorno a me non facesse niente per via di un’intenzione autentica, bensì selezionando delle opzioni da una gamma prestabilita. Con il passare degli anni tutto mi è sembrato sempre più retorico, stereotipato, predigerito – tutto mi è parso come una citazione di altro, e mai qualcosa in sé. Sempre più spesso durante una conversazione ho sentito il desiderio di trasformarla in una meta-conversazione, di ragionare sulla forma più che sul contenuto, o meglio, di correggere il tiro della forma per emanciparla dalle formule e farla coincidere il più possibile con il contenuto. 

Va da sé che nella vita di tutti i giorni una simile tendenza si rivela disabilitante, soprattutto in contesti che non richiedono un’indagine dei sottotesti, come alle poste o durante una cena con amici. In qualsiasi contesto ho il desiderio di chiedere all’interlocutore: «Ma tu, davvero, cosa ne pensi? Al di là di quello che hai letto, al di là dell’opinione dominante e delle minoranze ideologiche – tu, un’idea tua e soltanto tua, te la sei fatta?». Eppure non lo chiedo più da vent’anni, da quando ho cominciato a scrivere nella speranza di risolvere il mio problema nero su bianco e di alleggerirmi l’esistenza dalla sensazione appena descritta. Non ci sono mai riuscito. E in verità quello che scrivo è di certo una battaglia agli automatismi, ma non lo è in modo esplicito, non ancora.

Scrivo anche per autocompiacimento, e immagino che sia così per tutti. Chiunque scriva spera di sentirsi dire che è bravo, che padroneggia la lingua, che sa raggiungere profondità inesplorate del sentimento e dell’intelletto. Chiunque scriva spera di leggere recensioni encomiastiche, di far parte di un giro o di una giuria, di poter insegnare ad altri la propria arte. Chiunque scriva spera di potersi sentire speciale, unico, insostituibile. Per quanta umiltà possa dimostrare, e per quanto nobili possano essere i suoi temi, chi sostiene di scrivere per il bene dell’umanità mente innanzitutto a sé stesso. La letteratura non ha questo potere, non può redimere i popoli e nemmeno l’individuo. Dicono che vogliono risvegliare le coscienze e sensibilizzare le masse, e allora scrivono di temi sociali, di razzismo e di mille altre cose che quasi mai li riguardano in modo personale: scelgono un tema forte, che possa coinvolgere il numero maggiore di persone, e lo svolgono, quel tema, come a scuola. Non metto in dubbio che siano mossi da sincera commozione nei confronti di drammi universali o individuali, ma quello che vogliono più di ogni altra cosa non è rendere giustizia a quei drammi, bensì essere encomiati per averlo fatto così bene. Il bene però lo si fa in disparte, in silenzio; non lo si annuncia in un post, non lo si trasforma in una mostrina: nello stesso istante in cui rivendichi una tua buona azione la stai mortificando. Ecco perché secondo me si scrive innanzitutto per narcisismo. Anche perché nella maggior parte dei casi scrivere è un privilegio concesso a chi ha già delle sicurezze economiche (che di rado provengono dalla scrittura) ed è avvantaggiato da fattori relazionali, sociali e persino geografici. Ma un privilegiato cosa può insegnare alla massa? E soprattutto, gli interessa davvero farle del bene? 

I libri non possono cambiare il mondo, non ci sono mai riusciti e mai ci riusciranno. Scrivere e leggere sono distrazioni dal pensiero assillante della morte, distrazioni peraltro nobilitanti. La lettura non ci rende persone migliori (di certo avere una cultura di base alimenta il senso civico, ma oltre una certa soglia ci rende soltanto più intolleranti verso l’ignoranza). L’ha detto anche Calasso: «Uno può leggere mille libri l’anno e rimanere comunque uno stronzo». Meno che mai la quantità è proporzionale alla crescita interiore, perché in molti leggono soltanto libri inutili, oppure leggono i libri migliori ma non li capiscono o li fraintendono o non sanno che farsene dei loro insegnamenti. Molto meglio leggere poco ma seguendo un proprio percorso e non arrancando dietro le ultime uscite pur di non essere esclusi dal dibattito collettivo delle bolle culturali. La lettura è una passione, non uno strumento di redenzione dei popoli, né di sé stessi. E così la scrittura, che per quanto alta rimane un prodotto di intrattenimento (può essere un intrattenimento altissimo, vertiginoso, ma proprio perché intrattiene persone coltissime è difficile che riesca a elevarle ancora più in alto: con maggiore probabilità le renderà soltanto più snob).

Scrivo anche perché non so parlare. Vivo subendo costanti soprusi da chiunque, sempre e comunque legati al piano comunicativo. Con la gente della massa sono troppo lento, troppo relativista: il tempo di spiegare le mie motivazioni e già in tre mi hanno superato nella fila alle poste. In mezzo al traffico non ho mai rimproverato nessuno, perché immagino sempre che abbiano tutti ragione: «di certo quello che è appena passato con il rosso non lo fa ogni giorno, è stato un caso, un giorno potrebbe succedere a me, non posso giudicare nessuno in base a un singolo errore»; oppure «Di certo la signora che è stata sgarbata al supermercato – con me, per pochi secondi – è una persona adorabile per la quasi totalità del resto della sua vita – con i suoi cari, per anni». Io in mezzo alla massa perdo sempre. Ma perdo anche nel dialogo con l’élite culturale: non me la sento di dire agli altri che danno troppo peso a ciò che fanno o dicono o pubblicano, non capisco nemmeno con quale faccia possano parlare con tanta convinzione di un prodotto culturale da loro concepito; trovo infantile la sacralità attribuita alla letteratura; la maggior parte delle volte davanti a una presentazione o a un’intervista mi chiedo: «Ma cosa sta dicendo?». Come si può affermare una verità individuale con quel sorrisetto lì? Come fanno? Io non ci riesco. Non c’è affermazione che non farei seguire da «in questo caso», «con queste eccezioni», «in questo contesto» e così via. È tutto talmente relativo che non riesco a scegliere le parole e le affermazioni. E così quando di rado tocca a me tenere le redini di una presentazione ecco che ai più appaio alienato o persino impreparato. Alla fine dell’ultima presentazione di Io cammino da solo, la selezione dei diari di Thoreau da me curata per Piano B, una persona del pubblico mi ha detto: «Sembrava che non sapessi nemmeno tu perché eri lì». E a conti fatti aveva ragione. Non so interpretare il ruolo dell’intellettuale in tempo reale, perché non credo che l’autore abbia l’obbligo della performance e mi sento ridicolo a dare al pubblico ciò che vuole, mi sento un animale ammaestrato.

E allora scrivo, in silenzio e in disparte (non potrebbe essere altrimenti), per autocompiacimento, perché non so parlare, e perché spero di dare conforto a quelli come me, se ancora esistono. I timidi. Che fine hanno fatto i timidi? Quelli veri, dico. Oggi i timidi scrivono libri sulla propria timidezza, fanno presentazioni in cui parlano della propria timidezza, si esibiscono su un palco e poi chiariscono che sono timidi. Ma non è vero. Un timido non lo sa nessuno che è timido. Dall’esterno può anche sembrare una persona normale ma poi lo riconosci perché si esprime di rado, non fa presentazioni, non si esibisce su un palco, e nessuno lo vede nemmeno essere timido, perché si è timidi in disparte, il timido esprime il massimo della propria timidezza sottraendosi al mondo, non andando nel mondo e facendone sfoggio per essere applaudito. 

Quando ero più giovane, quando ancora la letteratura mi emozionava in modo immediato, i libri mi hanno fatto sentire meno solo. Non che mi «rintanassi nei libri», come si dice: avevo molti amici, uscivo sempre, ridevo, amavo. Soltanto che poi tornavo a casa e qualsiasi cosa avessi fatto mi sembrava un’illusione, un sogno, una recita, perché di fatto la vita sociale è questo, una recita. Siamo noi stessi soltanto quando siamo soli. E allora io tornavo a casa e mi sentivo me stesso soltanto leggendo di Moscarda o di Verchovenskij o di Dupin. Con gli anni le mie letture si sono fatte più complesse, più ricercate, ma ho continuato a trovare conforto nello scoprire che da qualche parte, nel mondo reale o nella mente di qualche scrittore, erano esistiti individui ridicoli immersi in un profondo disagio esistenziale: un Chandos che non riesce più a comunicare, uno Squalificato che per sopportare la vita deve fare il buffone, un Rudolf che addebita alla sorella la propria incapacità di iniziare a scrivere un saggio su Mendelssohn. Per buona parte della mia vita leggere di questi personaggi è stato di conforto. Poi qualcosa si è rotto, si è forse esaurito il bacino cui attingere, e mi è rimasta quasi soltanto la saggistica.

Ora, se devo riassumere in poche parole i motivi per i quali scrivo posso riassumerli così: «Memore della solitudine provata negli anni della formazione, e di averla vissuta in disparte e mai su un palco, vorrei dare conforto a quell’ormai esigua minoranza di individui che non sa/non vuole esprimere la propria solitudine su un palco». Si tratta comunque di autocompiacimento, perché quando uno vuole dare conforto a chi vive una situazione da lui già vissuta non lo fa per gli altri ma per sé stesso, da un lato per sentirsi utile e dall’altro per illudersi di poter rivivere attraverso la vita altrui. Siamo anzi di fronte a un doppio autocompiacimento. Però posso testimoniare che l’ormai esigua minoranza di cui faccio parte (per capirci, quelli che non si esprimono mai sui temi caldi del momento, che non rivendicano i micro-diritti quotidiani, che non si esibiscono su un palco), questa ormai esigua minoranza non sa più che pesci pigliare, non sta bene nella società né sui social, ha spesso tanto da dire (o comunque non meno di chi parla e scrive in continuazione) ma soffre a tenersi tutto dentro e non potrebbe fare altrimenti. Il mio obiettivo a lungo termine è pertanto duplice: da un lato, insinuare dei dubbi in tutti coloro che vivono invece senza intoppi gli automatismi della quotidianità, suggerire loro che ciò che fanno non è poi così importante, che sono soltanto dei fili d’erba su un prato, che non sanno nemmeno perché hanno messo su famiglia, e che comunque la loro vita, che a loro pare normale e inevitabile, è in realtà una vita insulsa e insignificante e immeritevole d’essere vissuta; dall’altro, spronare i pochi viventi di Montale a uscire dalle tenebre come i mammiferi dopo l’estinzione dei dinosauri.


Mauro Maraschi è nato a Palermo nel 1978. Si occupa di traduzione e redazione per diverse case editrici. È stato editor della narrativa italiana per Hacca, per la quale ha anche curato l’antologia ESC, Quando tutto finisce (2012). Nel 2013 ha partecipato alla prima edizione di Pianissimo, Libri sulla strada, progetto di Filippo Nicosia. Due tra le sue ultime traduzioni sono Complex TV di Jason Mittell (minimum fax, 2017) e Masscult e Midcult di Dwight Macdonald (Piano B Edizioni, 2018).

camera di smontaggio [corso di lettura e visione]

corso di analisi testi e visioni aprile – maggio 2024


CHE COS’È, IN BREVE


Camera di smontaggio è un percorso di allenamento critico e creativo per lettori e visionari e in generale per chi ha una fervente passione per le storie ma desidera far crescere e allenare il proprio sguardo usando come attrezzi l’unica cosa che veramente conta: i testi da leggere, le scene da osservare.

Attraverso la lettura attenta e guidata di pagine di romanzi, racconti, episodi di serie TV, i partecipanti impareranno a riconoscere (e pretendere) subito una buona storia.


CHE COS’È, SPIEGATO MEGLIO


Essere un lettore, un fruitore di film e serie TV, un ascoltatore di podcast e audiolibri viene spesso etichettato come un comportamento passivo, ma non lo è. È invece l’esatto contrario: un’abilità non solo attiva ma addirittura creativa.

La qualità della tua lettura/visione/ascolto non dipende dai libri che vengono pubblicati e che trovi in libreria, non è colpa delle scelte delle produzioni TV e audio, ma è una tua responsabilità: saper smontare, analizzare, comparare le storie di ogni formato vuol dire saperle scegliere, utilizzare il proprio bagaglio culturale, emotivo ed esperienziale, mettersi in gioco.

Essere in grado di individuare delle buone storie significa non accontentarsi (o lamentarsi) delle fantomatiche “imposizioni dall’alto” ma annusare, adocchiare, scovare bellezza. Questa capacità s’impara, si educa, si perfeziona con lo studio, l’esperienza, la messa alla prova della propria creatività.


Tutto prende il via dalla curiosità, dalla domanda: come funzionano le storie? 


Il laboratorio per lettori e visionari forti è immaginato per chi ha una passione per la narrativa, fiction e non, in ogni sua forma e attraverso qualsiasi media. È per chi si fa domande sulla progettazione, la scrittura e la costruzione di romanzi, film e serie TV, per chi è interessato all’uso della lingua e della sintassi, della fotografia e della camera da presa, e per chiunque voglia affinare il proprio occhio critico. 

Saranno forniti gli strumenti per imparare a riconoscere le scelte autoriali, le costruzioni di trame, personaggi, epifanie, scene, dettagli, per individuare i temi e le qualità letterarie/narrative delle storie, per analizzare le scelte sintattiche e stilistiche dei testi, per esercitare l’osservazione di atmosfere, scenografie, colori, corpi e rappresentazioni delle narrazioni visive.


COME FUNZIONA


  • 8 incontri in diretta da una classe virtuale
  • Ogni incontro durerà 2 ore, per un totale di 16 ore di laboratorio in diretta online
  • Gli incontri si svilupperanno in: analisi testi, analisi visioni, comparazioni, domande e discussione

CHI CONDUCE IL CORSO


FRANCESCA DE LENA, EDITOR E AGENTE LETTERARIA

Ha co-fondato l’agenzia letteraria United Stories. Ha fondato il sito I libri degli altri in cui offre formazione e servizi editoriali e dirige la redazione della rivista letteraria e della newsletter ILDA. Conduce APNEA scuola di lettura e editing e molti altri laboratori e workshop di scrittura e editing on line e dal vivo. È una personal editor e una scout.


CHIARA M. COSCIA, AMERICANISTA E TRADUTTRICE

Scrive e si occupa di serie TV da una prospettiva culturale, ne esplora soprattutto le modalità di rappresentazione della contemporaneità e delle sue dinamiche sociali, identitarie e di potere. Per I libri degli altri scrive, cura il gruppo di lettura, visione e scrittura di ILDA, e ne gestisce gli incontri in diretta online.




CALENDARIO DELLE LEZIONI


Gli incontri sono di martedì dalle 18:00 alle 20:00


APRILE

2

9

Sentire le voci: leggere le persone verbali + il narratore nelle serie tv

Io, di nuovo io, ancora io: leggere l’autofiction + la prima persona narrante nelle serie tv

16

Conoscere è riconoscere: identificare archetipi, topoi e cliché + i tropi nelle serie tv

23

Chi parla? Cosa ha da dire? Leggere e ascoltare/guardare i dialoghi

30

Mondi da esplorare: costruire e animare un worldbuilding nelle serie e nei film

MAGGIO

7

Contenitori che contano: leggere e riconoscere le forme letterarie.

14

Microcosmi fittissimi: basta romanzi, imparare a leggere i racconti.

21

La raccolta visiva: le serie TV antologiche.


COSTI


Camera di smontaggio costa 320 euro in un’unica soluzione e 340 in due tranche: una all’iscrizione e una a fine aprile. Per chi è già iscritto a ILDA c’è uno sconto del ❤️ del 10%.


INFO


Per informazioni e iscrizioni scrivici a: ilibrideglialtri@gmail.com

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