Ci sono libri che leggiamo e rileggiamo, di cui citiamo passi a memoria, che ci hanno cambiato la vita o solo una giornata. E poi ci sono libri su cui abbiamo altri programmi, che ci fanno compagnia da anni, fedeli in attesa, quelli interrotti o dimenticati, altri che appaiono inaspettati e sembrano inseguirci o solo chiamarci, libri che in qualche modo fanno già parte di noi. Come il Lettore di “Se una notte d’inverno un viaggiatore”, editori, scrittori, illustratori e librai raccontano i loro libri non letti.
risponde Stefano Friani
Libri che puoi fare a meno di leggere
Non lo so ma ho come l’intuizione che Rayuela di Cortázar, che ogni tanto mi occhieggia dalla libreria dei libri non letti, io non lo inizierò mai. L’idea di essere interattivo con un libro, navigarlo come un labirinto e giocarci come se stessi assemblando un puzzle mi ripugna abbastanza. Sei tu l’autore, fai il tuo mestiere e dimmi quello che mi devi dire. Grazie, ma no grazie.
Libri fatti per altri usi che la lettura
Lando vale?
Libri che tutti hanno letto dunque è quasi come se li avessi letti anche tu o Libri che hai sempre fatto finta d’averli letti mentre sarebbe ora ti decidessi a leggerli davvero
A un certo punto mi verrà voglia di leggere L’uomo senza qualità di Musil solo per dire che oltre a Daria Bignardi l’ho letto pure io. Ho lasciato a metà la mia copia inglese di Infinite Jest, uno dei pochi libri che ho mollato, nella speranza che prima o poi passi di moda. Più di recente Brick Lane di Monica Ali, bruttino forte. Dire non l’ho letto, è rivoluzionario, facciamolo più spesso. Anche perché come diceva la mia professoressa di spagnolo: loro sò in tanti a scrive e io sò da sola a lègge.
Libri che se tu avessi più vite da vivere certamente anche questi li leggeresti volentieri ma purtroppo i giorni che hai da vivere sono quelli che sono
La Recherche e in generale tutti i tomi di onanismo iperletterario da mille pagine prodotti a getto continuo da maschi bianchi americani e accolti implacabilmente con entusiasmo dai maschi bianchi italiani.
Libri che hai intenzione di leggere ma prima ne dovresti leggere degli altri
Ci sono diversi autori che ho leggiucchiato e magari dovrei/vorrei approfondire ma scalano sempre indietro nella lista di cose che voglio leggere, tra questi in ordine sparso: Onetti, Faulkner, Steinbeck, Lispector, Fitzgerald. Da ragazzino ho letto i noiosissimi Christine e Il miglio verde di Stephen King e nonostante questa riscoperta collettiva credo che rimarranno gli unici due suoi che leggerò. Aspetto ancora un suo romanzo con una lavastoviglie assassina.
Libri troppo cari che potresti aspettare a comprarli quando saranno rivenduti a metà prezzo
In vista di una futuribile vacanza in Tunisia resa più nebulosa dallo psicodramma collettivo in atto, ho nel mirino da parecchio tempo Juifs et arabes di Albert Memmi, un ebreo di Tunisi che giocoforza si è confrontato con la millenaria convivenza tra i due popoli. Non credo sia mai stato tradotto in italiano, e l’unica edizione che rimedio in giro è una inglese sui 150 euro che non posso permettermi. Nel frattempo però sto recuperando il resto della sua produzione.
Libri che da tanto tempo hai in programma di leggere o Libri che potresti mettere da parte per leggerli magari quest’estate
Questo primo scampolo d’estate sarebbe stato finalmente dedicato all’Ulisse di Joyce, vista la concomitanza con una settimana irlandese. Era pure ora, insomma. A quanto pare però non solo non ci sarà la settimana irlandese, ma mi hanno anche informato che l’edizione in mio possesso non è quella giusta, ma che sarebbe preferibile quella di Terrinoni per Newton Compton. Niente oh.
Libri che da anni cercavi senza trovarli
Ho cercato per un bel pezzo un’edizione abbordabile di Hostage to History: Cyprus from the Ottomans to Kissinger, ma poi mi sono accontentato di leggerlo su un pdf a scrocco. Anche cercare la prima mirabolante edizione di La casa della fame di Dambudzo Marechera era stato avvincente. L’aveva tradotto uno sciamano milanese ed era uscito per tale Selene a metà anni ’90; avevo contattato il traduttore ma non aveva copie nemmeno lui. Ah, il libro che adesso cerco con tutta la voluttà di cui sono capace è Dove andiamo a ballare questa sera? La guida a 250 discoteche italiane stilata nel ruggente 1988 dall’«avanzo di balera» nonché ex ministro agli Esteri socialista Gianni De Michelis.
Libri che riguardano qualcosa di cui ti occupi in questo momento o Libri che vuoi avere per tenerli a portata di mano in ogni evenienza
Ce ne sono alcuni che mi ritrovo a consultare frequentemente, penso al Ferretti quando mi tocca parlare di editoria, ma dovessi dirne uno tra tutti è la PBE verde fluo, La letteratura americana dal 1900 a oggi, a cura di Luca Briasco e Mattia Carratello. Se non è lì allora non c’è.
Libri che ti mancano per affiancarli ad altri libri nel tuo scaffale
Ho i primi due volumi di tre dell’Arcipelago gulag di Solženicyn, quindi sono a un’impasse: lo inizio cercando di racimolare il terzo, compro una nuova edizione tout court oppure aspetto di trovare il terzo? Alla fine ho comprato Una giornata di Ivan Denisovič nelle Letture Einaudi e mi sa che partirò da quello con Solženicyn.
Libri che ti ispirano una curiosità improvvisa, frenetica e non chiaramente giustificabile
Tutto quello che pubblica Pidgin edizioni. (Ma quelli però li vorrei leggere e spesso li leggo, forse la mia comprensione di un testo elementare è deficitaria e allora ho sbagliato tutto nella mia vita.)
Libri letti tanto tempo fa che sarebbe ora di rileggerli
Non sono un grande rilettore di romanzi e racconti, in vita mia ho riletto daccapo solo Il signore degli anelli, Come una bestia feroce di Bunker e Il giorno dello sciacallo di Forsyth, ma parliamo di eoni fa. Preferisco farmi un’opinione tranchant di una cosa che ho letto, passare oltre e magari tornarvi per saltabeccare qualche passaggio se il libro è particolarmente «quotable». Dovessi rileggerne proprio uno, direi Money di Martin Amis.
Stefano Friani ha fondato Racconti edizioni assieme a Emanuele Giammarco. Scrive di libri su Altri animali, minima&moralia e il manifesto.
È diventato con il tempo così capriccioso dire di sé stessi “sono un editor”. Un’identità nata già un po’ ridicola a causa della mancata traduzione nella lingua in cui la si nomina, scippata, molti dicono, a chi il mestiere lo certifica all’interno di una casa editrice, e poi trasformata nella foglia di fico sotto cui si celano le esperienze, le capacità, le produttività non misurabili, come sono molte delle cose che un editor fa o non fa.
Chi lo dice di qualcuno che è un editor? Chi lo dice che io sono un’editor? All’inizio nessuno, me lo dicevo da sola. L’ho detto la prima volta quando ho aperto questo sito e ho giurato di poterlo dimostrare, e poi al primo autore/cliente che ha richiesto il mio aiuto per scomporre e ricomporre una storia, al primo scrittore pubblicato o anche pubblicabile-in-potenza che mi ha affidato la sua opera. Sono un’editor perché leggo bene, so come si fa, riconosco la scrittura, so aiutare a governarla.
Al ridicolo di non avere un nome appropriato si aggiunge quello per cui non ci si può certo definire “artisti”. Si può tentare con “creativi”, ci si può imporre di dichiarare, in barba alle sindromi dell’impostore: ho talento. Resta che il talento non è certificabile come un albo professionale. Si può dire: ho esperienza, ma nel caso del lavoro indipendente l’esperienza non è assolta in un ufficio con la targhetta sulla porta. Di quello che faccio come editor niente è immediatamente riconoscibile. Niente sta lì a dimostrare che io lo faccio.
Eppure c’è. Ci sono i risultati: i clienti soddisfatti, i romanzi migliorati, le pubblicazioni, i ringraziamenti finali, il passaparola. Cose belle, che però dipendono tantissimo dagli altri (è soddisfatto ma lo dirà in giro? il romanzo è migliorato ma se n’è accorto? ha pubblicato ma si ricorderà del tempo in cui ci abbiamo lavorato?) e che, come tutto ciò che della propria vita è in balia dell’altro da sé, procurano ansia, frustrazione, alle volte vera e propria tristezza. Le relazioni umane sono complicatissime e sapere di esserne dipendente può fare spavento. A me lo fa.
Alle strane condizioni oggettive ci sono da aggiungere, nel mio caso, quelle che mi procuro da sola, lungo la strada alternativa nella quale mi sono incamminata fin dall’inizio. La mia formazione non è linguistica e mia serietà vuole che nell’accordo per gli editing non ci sia la correzione di bozze; non è redazionale, e questo significa che non ricerco, forse addirittura non mi piace, l’approccio che entra nel testo a cambiare la frase, che barra “il superfluo”, esalta l’apodittico, costruisce il capoverso isolabile e condivisibile.
(Finisco comunque per fare entrambe le cose: leggo analiticamente da così tanto tempo che ho assimilato le regole di grammatica e sintassi come un bambino che impara naturalmente la lingua e, anche se fuori accordo, non mi trattengo dal correggere; accompagno i testi molto spesso fino alla fine, fino a un attimo prima che entrino in casa editrice, e quindi la frase la giro eccome. Ma l’editing non è questo, per me. Non è questo il mio editing.)
Come tutti, ho cominciato scrivendo. Confondevo il mio interesse per la lingua scritta (non tanto per le storie, la consapevolezza verso le storie è venuta dopo) con la passione per lo scrivere. Ho capito molto presto, saranno stati un anno o due – un anno o due in cui ho scritto solo un paio di racconti, qualche pezzo sparso, qualche poesiola, e già lo scrivere così poco anticipava e dimostrava la verità – che scrivere non mi appassionava affatto.
Non mi diverto, mi annoio molto. Non sono determinata, e ogni cosa che comincio finisce a pagina due, e ogni cosa che penso, resta una cosa pensata, un dialogo tra me e me. Non ho fantasia, di nessun tipo: non so giocare, non so inventarmi storie, non so figurarmi personaggi. Non mi interessa vedere dove va a finire (non mi interessa neanche come lettrice). Non ho nulla da dire, e non perché io sia stupida o vuota, spero di non esserlo, ma perché il movimento della mia giornata, della mia vita, non è verso gli altri, è verso di me.
La scrittura mi interessa perché prende vita, la vedo che si sviluppa sotto i miei occhi, un attimo prima il paragrafo non c’è, non c’è la scena risolutiva, non c’è la verità che luccica, e un attimo dopo ecco tutto lì: il paragrafo, la scena, la verità, la mia esistenza. Io la leggo e quello che leggo mi costruisce, mi spiega, in qualche modo mi salva. Ogni passo verso la salvezza, che è la mia ricerca primaria fin dall’infanzia, mi porta lontano dalla sedia, dalla scrivania, dalla solitudine: può sembrare molto superficiale, e forse lo è, la dicotomia scrivere/vivere, ma con me funziona: io non ho tempo per scrivere, ho troppo bisogno di vivere.
Quando leggo, mi ritraggo dal mondo fenomenico. Porto la mia attenzione “all’interno”. Paradossalmente, mi rivolgo all’esterno, verso il libro che ho tra le mani, e – come se il libro fosse uno specchio – ho l’impressione di guardare all’interno.
Che cosa vediamo quando leggiamo, Peter Mendelsund, traduzione di Maria Teresa de Palma, Corraini 2020
Dunque leggo. Non si può dire che leggere crei opere d’arte, ma leggere è sicuramente un atto di creazione. Il movimento mentale, visivo, semantico, simbolico, a cui la lettura costringe produce nuove visioni e significati, addirittura nuove politiche, si potrebbe dire nuove storie e lingue. Più addestri questo atto creativo inizialmente involontario, più l’attività di leggere, che in molti scambiano per comportamento passivo, diventa invece un gesto consapevole e strutturato, in grado di significare (nella lettura e basta) e dare direzione (nella lettura per l’editing).
Qualsiasi configurazione letteraria indica allora qualcosa come una pista da seguire, un fraseggio all’interno della nostra esistenza. Per osservare meglio questa dinamica bisogna considerare la lettura come un comportamento o una condotta più che come un decifrare. Un comportamento «dentro» il libro: è questione di attenzione, percezione ed esperienza, un percorso mentale, fisico e affettivo all’interno di una forma linguistica.
La lettura nella vita, Marielle Macé, traduzione di Marina Cavarretta, Loescher editore
Come ho già raccontato, la scuola in cui avrei desiderato imparare a fare editing non esisteva, e io sono scettica, esigente, probabilmente snob: mi fido poco e voglio il meglio. Quindi ho imparato frequentando corsi collaterali (scrittura creativa, sceneggiatura, poesia), rubando (da tutto quello che i libri e la rete mi davano a disposizione), testando (su tutti quelli che avevano qualcosa di scritto), dandomi dei maestri (i maestri esistono per forza, a volte lo sono a loro insaputa, a volte vengono rinnegati, ma nessuno di noi può dirsi figlio senza padre). E così, un po’ voilà, ho fatto dell’editing il mio mestiere.
Nel tempo trascorso tra le prime prove e l’oggi intatta è rimasta l’impronta maieutica che sostengo. La mia convinzione è che non debba essere io a cambiare un testo, e, vi dirò, che non debba essere nemmeno l’autore: i testi si evolvono da sé. Ogni testo ha infinite vite al suo interno, strutture, forme, direzioni, scelte. Per compiersi ha bisogno di grattarsi, sbucciarsi ed espellersi e l’unica strada è la selezione. Cosa c’è dentro, cosa rimane fuori. Perché perché perché. Leggere e scrivere sono due gesti da attivarsi sempre con le domande in testa, e con un’estrema attenzione nell’ascoltare le risposte.
Alle volte queste arrivano perché lo scrittore ha una buona idea, gli viene rileggendosi, e decide che, no, non è il punto giusto per dare quell’informazione oppure che, sì, il personaggio deve dire quella cosa lì adesso, proprio adesso. Alle volte succede perché l’editor nota un oggetto ricorrente, una tonalità, un’immagine che fa capolino più volte, lo fa notare allo scrittore, lo convince della coerenza sistemica, a quella prima tinta vengono aggiunte sfumature progressive, e il testo prende una nuova direzione, acquisisce un tema che prima mancava.
In entrambi i casi il testo è stato manipolato perché lo ha permesso, perché in controluce sia l’idea dello scrittore che la tonalità intravista dall’editor c’erano già. La qualità e la riuscita della manipolazione sono un discorso a parte, si collocano sulla scala di giudizio che esiste per ogni cosa sulla terra. Ma quello che si vuole dimostrare, e cioè che ogni testo ha al suo interno una vita che prende strade non ancora battute ma tracciate, è dimostrabile. Si può fare la prova con qualsiasi pagina, dalla prima fiaba di un bambino alla pagina de-fi-ni-ti-va di un autore da anticipi a sei cifre (o povero, ma incensato dalla critica).
Nella varietà delle esperienze sui testi, che va dalle mani nei capelli allo giubilo e meraviglia, io mi colloco sempre nel luogo dove abita la curiosità, e onestamente potrei dire anche il pettegolezzo. Mi piace guardare, in qualunque caso. Quando lavoro con i principianti fare editing è cercare di migliorare il più possibile le loro storie: scavo, avventura, combattimento, risalita. Quando lavoro con i professionisti e soprattutto con gli autori della United Stories, e cioè quando lavoro convintamente e immersivamente a testi scritti da autori che mi affascinano, provo altro sentimento: gratitudine, mistero, aspettativa, romanticismo, possessione.
In entrambi i casi – anche se in maniera più evidente e avvolgente nel secondo, e comunque con una gradualità, una predisposizione, un approccio, un obiettivo e una riuscita sempre diversa da testo a testo – fare editing è la mia personale forma di erotismo. Una forma tanto desiderata e attesa, costruita come uno strumento di chirurgia, il correlativo oggettivo del mio amore per il mondo, nonostante tutto. Ed è soprattutto uno studio nascosto: l’osservazione dei gesti di quando si è nudi, di quando ci si annusa e ci si seduce.
Ogni volta che edito, vado a letto con chi scrive. Donne, uomini, più giovani di me o molto più anziani. Non è fare l’amore: non è affetto, spesso non è neanche dolcezza, non ci sono preliminari, non si condivide il sonno. È uno specifico genere di intimità, circoscritto, temporaneo. Pari forse a quello che si instaura con un medico: nel suo studio due volte l’anno, lui non sa niente di te, del lavoro, dei litigi a casa, non sa dove abiti, se sai nuotare, qual è l’ultimo viaggio che hai fatto. Conosce solo ciò che appartiene al suo campo di competenza: il corpo/la scrittura; l’operazione all’utero/il romanzo rifiutato: nascondimenti preziosissimi e solo vostri.
I dettagli, le confessioni, le sporcizie e i fallimenti, gli ardori e le guarigioni: la scrittura è un’emanazione del corpo dell’altro, che io osservo. Capita che gli autori mi chiedano “Come hai fatto a capire quello che voglio? Come comprendi i miei timori prima che li esprima?” e io non ho saggezza a illuminarmi, lunga esperienza da sciorinare e ferro del mestiere da affilare: mi sono solo messa a guardare, ho letto le loro parole, li ho visti attraverso quelle che hanno scelto, quelle che hanno corretto, come hanno deciso di correggerle.
Dei personaggi di un romanzo, si dice che si rivelano al lettore nel momento della scelta: sulla scena compare il classico evento traumatico, mettiamo un incendio, e ogni personaggio ha una reazione specifica (chi scappa, chi accorre in aiuto, chi cerca di salvare il salvabile) che lo svela, lo denuda. A me succede con gli scrittori: mi si palesano per le scelte che compiono. Li vedo nudi quando leggo le loro prime stesure, e li vedo nudi quando ripensano a una scena o a una frase, e li vedo nudi quando accettano o protestano per i miei suggerimenti. Non ho bisogno di incontrarli dal vivo, di toccarli, di conoscerne le famiglie: la loro scrittura ci rende complici in una maniera che prendendo un caffè insieme o frequentandoci alle feste non potremmo mai provare.
Quello che so della dinamica scrittura/editing è che è una lotta impari: io non mi spoglio come fa chi scrive, non potrei mai. Sono consapevole di questo squilibrio e tratto il privilegio toccando la scrittura con tutto il rispetto di cui sono capace, che non vuol dire non criticarla, non metterla in discussione, o addirittura, in alcuni casi, biasimarla. Se così fosse il mestiere non avrebbe senso, non avrebbe senso il rapporto scrittore/editor, meglio chiudere tutto.
Dalla mia ci metto l’onestà, perché non dirò mai di un testo quello che non penso, l’abnegazione, perché il testo è sacro e viene prima di ogni cosa, anche di idiosincrasie e antipatie, la riservatezza (essere un’editor è un po’ essere un’agente segreto), la cura, il perfezionismo, il desiderio e la sfrontatezza di far emergere ciò che credo meriti di emergere. E poi ci sono io: il taglio di sguardo, la specifica sensibilità, il bagaglio. Di bravura e talento devono sempre essere gli altri a parlare per noi. Ho del coraggio: questo lo posso dire. E a voler guardare, nudi sono anche alcuni pezzi di me.
Pensiero più o meno diffuso vuole che l’editoria di un tempo fosse migliore di quella di oggi: libri più curati, maggior rispetto per gli scrittori, poco interesse per il profitto. Ma è davvero così o è solo la patina nostalgica di ciò che non abbiamo vissuto a farci sembrare tutto oro quel che in realtà è piombo (tipografico)? “Gattopardi editoriali” è la rubrica sull’editoria che cambia per restare (quasi) così com’è da sempre.
Tra i dibattiti che più animano (e presumibilmente continueranno ad animare) l’ambiente editoriale, uno è stato recentemente messo a riposo dall’ultima legge sulla lettura e riguarda lo sconto massimo applicabile ai libri.
L’altro, che non verrà mai messo a tacere, vede contrapposti le categorie di “libraio di catena” vs. “libraio indipendente”: dove il secondo è sempre ammantato di un’aura di passione, competenza e professionalità che mancherebbe al primo; il quale, di contro, è spesso accusato di avere una scarsissima preparazione culturale.
Ma la scontistica selvaggia e i librai impreparati parrebbero essere problemi ben radicati anche un secolo fa… pardon, due secoli fa.
Per quanto riguarda in modo specifico l’editoria, a leggere le cronache e i dibattiti del settore attraverso le pagine delle gazzette e, a partire dal 1888, anche del «Giornale della libreria», il mercato librario sembrava, per un verso, un colabrodo e, per un altro, un concentrato di problemi d’ogni genere: strozzature distributive e insufficienza della rete di librerie; difficili rapporti tra categorie, anche per il malcostume da parte di molti di concedere sconti eccessivi (questione molto difficile da affrontare, che susciterà polemiche e interventi a non finire); scarsa preparazione culturale e professionale dei librai, già da tempo considerata uno dei problemi più seri dell’editoria.*
Ho fatto la quarantena in casa con Lisetta e Rodrigo, i miei gatti. Poiché sono attratto da tempo dalla vita claustrale o, per meglio dire, monacale (soprattutto per quanto attiene alla regolarità del ritmo quotidiano), ho preso la palla al balzo e ho cercato di organizzare la mia giornata-tipo come quella di un monaco. Dopo un po’ di attività fisica, lavoro e preghiera. Nel lavoro, molti studio e lettura.
Partiamo dalla preghiera/meditazione (seduto in silenzio per unità temporali di trenta minuti con una candela accesa e ben coperto, ma scalzo). Dopo le prime settimane più misticheggianti, è sopravvenuta la fatica di liberarmi dal peso dei pensieri (di ogni genere). Insomma, più la quarantena procedeva, più sentivo ingombrante il mio io. Più meditavo, più mi appesantivo. Come mai?
Credo la risposta sia nell’eccesso di solitudine: sono gli altri che scavano uno spazio in noi, gli altri che ci forniscono gli strumenti per trovare le parole, per raccontare la vita. Quindi ho bisogno degli altri, e dei corpi degli altri, per fondare un equilibrio solido di invenzione delle idee. A questo aspetto negativo dell’isolamento, se ne affianca un altro positivo.
La contrazione del tempo – molte sue perdite sono infatti state azzerate – mi ha aiutato nello studium otiosum, potremmo chiamarlo, cioè nell’applicazione a letture più vaste, più libere, più disordinate del solito. È capitato allora di riprovare la gioia di avere il tempo di vedere maturare le connessioni tra idee, assistere al loro sorgere e consolidarsi, tra campi, epoche, protagonisti apparentemente lontani: si è ricomposto il mondo delle relazioni tra grandi principi che avevo provato in modo compiuto soltanto negli anni del liceo. Dopo quel periodo, infatti, è venuto il tempo di un sapere/conoscere parcellizzato, specializzato.
Assaggiando questa unitarietà intuitiva di folgorazioni ideali (nutrite soprattutto da Giordano Bruno e i suoi fenomenali Eroici Furori), sono finito nel mezzo di un labirinto, che coincide con le mura di casa mia. Dentro le mura della casa/labirinto, mi sono venute incontro delle connessioni ideali: una riguarda l’ombra, e investe la domanda “Perché scrivo?”.
Partiamo dall’ombra. Nel De Umbris Idearum, Giordano Bruno riprende e utilizza uno dei temi portanti del Cantico dei Cantici, libro dell’Antico Testamento tra i più studiati nei secoli, grazie alla potenza delle sue immagini d’amore. Si tratta, in particolare, dell’immagine della protagonista che attende l’incontro con lo Sposo, con l’Amato, sedendo all’ombra (sub umbra).
In questa posizione, di quiete riparata e protetta, è possibile avere accesso alla conoscenza della realtà superiore della divinità. L’intelletto non reggerebbe, infatti, alla visione diretta di Dio: l’ombra permette di conoscere in modo attutito (limitato, dunque) ciò che sarebbe altrimenti impossibile osservare, perché ci abbacinerebbe e, infine, accecherebbe. In questo senso, l’ombra è non solo necessaria, ma ha un valore specificamente positivo.
Negli Eroici Furori, Giordano Bruno davvero furoreggia (nella lingua, nella costruzione della frase, nello svolgersi ardimentoso e appassionato del pensiero). Il tema dell’amore (della sofferenza d’amore, della percezione dolorosa della mancanza d’amore) viene tradotto in immagini e considerazioni che esigono di elevare l’amore dal livello delle cose terrene a quello delle cose divine. Per cercare Dio, a partire dal mondo, e nella vastità sconfinata dei mondi e degli universi, ci vuole una feroce determinazione, un furore, un furore eroico.
La figura mitologica prescelta per raccontare dialogicamente questo cammino dell’anima è Atteone che, andando a caccia, incontra Diana e la guarda senza intermediazione alcuna, direttamente nella sua nudità, e che per questo verrà dilaniato dai cani della dea cacciatrice.
Da cacciatore diventa preda: ma è proprio questo il destino di chi si mette in cerca della divinità e delle cose eccellenti dell’essere, ed è il destino d’amore, poiché l’oggetto d’amore finisce col possederti e trasformarti. A differenza del De Umbris Idearum, questa conoscenza è narrata negli Eroici Furori non più solo nella sua forma intellettuale, ma come processo integrale, che investe tutte le attitudini vitali dell’essere umano, il cuore, il corpo, la ragione e l’intelletto. Una cosa è certa: la “caccia” richiede uno sforzo continuo e defatigante, questo sforzo ha un nome preciso, si chiama “contemplazione”, e spesso, molto spesso, tu insegui e non raggiungi, pensi di cogliere ma resti con le mani vuote. È la frustrazione a rendere eroico il furore del cacciatore di Dio (che è il cacciatore della bellezza, della verità). Anche negli Eroici Furori ritorna il tema della gradualità dell’accesso alle realtà superiori, della propagazione dell’essenza divina in tutte le cose in misura differenziata, così che possiamo ascendere alla conoscenza per tappe: altrimenti saremmo travolti, ustionati, accecati. Disintegrati.
Ritorna quindi l’immagine dell’ombra amica.
È questa che (riferendosi alla vecchiaia e allo svanire della vista) restituiscono gli ultimi versi di Borges, nella raccolta Elogio dell’ombra (pubblicata nel 1969, in occasione dei 70 anni dell’autore), e nella poesia che dà il titolo all’intera silloge.
Vivo tra forme luminose e vaghe
Che ancora non sono tenebra
…
Questa penombra è lenta e non fa male;
scorre per un dolce declivio
e assomiglia all’eternità.
….
Giungo al mio centro
Alla mia chiave e alla mia algebra,
giungo al mio specchio.
Presto saprò chi sono.
L’ombra è amica anche nel senso che coesistiamo con le nostre ombre, che sono il segno di riconoscimento della nostra corporeità. Gettiamo ombre fino a che siamo vivi: tanto che le divinità possono invidiarcela, e tentare di rubarcela, come accade in Die Frau ohne Shatten (La donna senz’ombra), sublime testo poetico di Hugo von Hofmannstahl, scritto per la musica di Richard Strauss, nel quale la Principessa divine incontra una povera donna del mondo, intrappolata in un matrimonio infelice e cerca, con l’aiuto spietato dell’astuta nutrice, di sottrarle l’ombra che a lei manca.
L’ombra è anche il segno della nostra inerente ambiguità e insuperabile trascendenza. La nostra vita è attraversamento di luce e tenebra; l’ombra assorbe e trattiene, e ricorda a noi stessi che l’inquietudine ci è compagna perenne. Questo movimento è evidente in una pagina del romanzo di René Frégni, I vivi al prezzo dei morti (edito in Italia da Jimenez), che ho letto durante la quarantena grazie al consiglio dell’amica libraia Chiara Calò. Frégni può essere ascritto al solco del “noir mediterraneo” di Izzo: anche lui è un autore marsigliese e questo romanzo vive nei dintorni (campestri) della città francese. Dopo alcune pagine di ostentato idillio naturalistico, nella vita del protagonista arriva il terremoto di un evaso, suo ex allievo in un corso di scrittura in carcere, che gli chiede aiuto e al quale René darà ospitalità. L’ingresso della violenza trasforma le passeggiate in campagna in inquiete meditazioni, sino a che l’io narrante prende coscienza della presenza (ancora una volta) dell’ombra, una sorta di sdoppiamento della sua identità o di riflessione allo specchio, oggettivazione (comunque sfuggente) dell’inquietudine:
“Mi sono rimesso in cammino su strade in cui non ero solo.
Camminavo con un’ombra. Tutti abbiamo la sensazione di camminare con un’ombra, non c’è dubbio. Ho passato periodi, nella vita, in cui questa ombra si allontanava. Ho sempre fatto in modo di camminare accanto a un’ombra che non era la mia. Un’ombra che mi inquieta e di cui ho bisogno. Come se non avessi mai potuto accontentarmi delle gioie tranquille che mi offre questa vita” (p. 34).
E allora, io scrivo
perché mi riparo all’ombra di un’essenza più vasta dei confini della mia vita quotidiana;
perché sotto quest’ombra, talvolta sedendo, talvolta partendo per la caccia, ho necessità di ricercare tracce di verità, di bellezza, e di restituirle a me e agli altri mediante il linguaggio scritto;
perché prendo coscienza del mio corpo, nell’ombra che getto;
perché le mie ombre prendono corpo, ambiguamente, nei miei personaggi, e ogni volta che ciò accade torno a me stesso, “giungo al mio specchio”, prima di morire (e costruisco la mia redenzione ante mortem, quindi: la scrittura è storia di salvezze);
perché riconosco la compagnia di un’ombra che mi cammina a fianco, e mi smuove dall’illusione di una quiete posticcia.
E scrivo perché mi commuovo quando leggo degli eroici furori di chi nella libertà della scrittura ha creduto, fino a morire bruciato.
Nell’incontro con un personaggio, se prestiamo attenzione, non ci mettiamo molto a intercettare le battute rilevanti, le linee di dialogo che ci serviranno dopo a indirizzarci nella storia. La percezione di dettagli del genere, ovviamente, si allena, finché arriva un momento in cui precede la nostra consapevolezza, e prima ancora di accorgercene siamo lì a ricordarci una frase letta o ascoltata il giorno prima, e a ripeterla ad alta voce nel bel mezzo di una conversazione.
“This is the only country in the world that wonders what it is”, questo è l’unico paese che si domanda che cos’è, dice Wednesday a Shadow all’inizio di American Gods, parlando dell’America. Eppure è un paese di cui tutto il resto del mondo pensa di aver capito tutto, ho pensato io. Esattamente come scrive Francesco Costa in Questa è l’America: “Ci sono molti posti del mondo di cui sappiamo meno che degli Stati Uniti d’America, ma non ci sono posti con un divario più ampio degli Stati Uniti tra quello che crediamo di sapere e quello che sappiamo effettivamente.” Ecco, American Gods riesce a colmare un po’ di quel vuoto narrativo di cui alla maggior parte di noi non giunge notizia, portando alla luce un passato spirituale e storico degli Stati Uniti che ci aiuta a comprenderne, se non altro, gli aspetti di complessità intrinseca, nonché a chiarire alcune questioni del presente, di tutti.
American Gods, il romanzo
Il romanzo American Gods si apre come il più classico dei viaggi dell’eroe: Shadow è un detenuto che viene rilasciato a pochi giorni dalla fine della sua condanna perché la moglie è morta in un incidente d’auto. Comincia così il ritorno verso casa, durante il quale incontra un uomo misterioso che si rivela essere un antico dio e che lo convince a lavorare per lui, nell’impresa di radunare tutti gli antichi dei portati nei secoli su suolo americano dagli immigrati in una guerra contro le nuove divinità “create” in America nel tempo. Parte da qui il viaggio di Shadow alla ricerca della sua verità, in un road trip insieme a Wednesday, costellato di personaggi attraverso tappe reali o oniriche, disseminato di luoghi che si caricano di sacralità. Le attrazioni turistiche, come la House on the Rock, sono i perfetti luoghi di culto in un paese regolato da logiche di consumo rampanti e di intrattenimento rocambolesco. Sono i luoghi in cui si consuma la spiritualità.
In questa sorta di teogonia degli Stati Uniti, Neil Gaiman scrive e riscrive le divinità posizionandole nel presente. Le divinità antiche sono ormai scese a patti con la realtà contemporanea, mimetizzandosi nella folla di avventori di bar e lavoratori. Le divinità contemporanee sono emblema del materialismo e dell’individualismo più radicato, incarnano a tutti gli effetti il Sogno Americano, la consumer society, l’intrattenimento. E così ci muoviamo tra un Odino vecchio truffatore, un leprecauno alcolizzato che fa giochi di prestigio con le monete, un genio ridottosi a fare il tassista, tutti in aperto scontro con il ragazzo tecnologico,con l’egemonia culturale di Media, e il misterioso Mr World, un villain manipolatore e meschino dalla voce suadente che è la perfetta incarnazione del capitalismo più subdolo e rapace.
Muoversi intorno all’opera di Neil Gaiman, per una non esperta come me, significa farlo con enorme rispetto e contrizione, partendo dal presupposto che della gigantesca mole di discorsi che possono farsi intorno ad American Gods riuscirò qui a sollevarne solo alcuni, ridotti probabilmente a un’analisi minima. Perché American Gods è molte cose. Di sicuro, è perfetto emblema di quella definizione di romanzo che Michail Bachtin ha dato nel 1979: “Il romanzo come totalità è un fenomeno pluristilistico, pruridiscorsivo, plurivoco.”(p.69). Questa pluridivocità si muove su generi e linee narrative multiple, portandosi dietro qualcosa che solo apparentemente è lontana dal romanzo: un libro di Storia. American Gods è infatti, sotto molti aspetti, un manuale di storia degli Stati Uniti, potrebbe essere anzi un manuale di come si dovrebbe scrivere un manuale di storia degli Stati Uniti, e cioè tenendo conto delle diverse facce. Di tutte.
Ad ogni modo, bisogna essere pazienti e non farsi stancare dall’ansia di mettere assieme tutti i pezzi. In un tentativo di immersione assoluta, ho fatto l’esperimento di leggere il libro e vedere la serie contemporaneamente, e le parti si sono unite in un unico quadro che completava gli spazi vuoti lasciati dall’altra narrazione.
American Gods, la serie TV
Dal romanzo di Gaiman è stata tratta, a quasi vent’anni di distanza (cifra da tenere presente) l’omonima serie TV, ancora in produzione, di cui scrittura e riprese sono state realizzate con il supporto e la supervisione dell’autore, cosa che le ha consentito di diventare una vera e propria integrazione a posteriori di quella storia. Ai vecchi personaggi e a quelli appena accennati nel romanzo viene dato spazio e respiro negli episodi, grazie alla caratteristica intrinseca della narrazione seriale di potersi muovere a un livello di profondità che supera i limiti della pagina scritta. Negli adattamenti nel passaggio tra libro e video hanno agito gli anni intercorsi: compare New Media come evoluzione di Media, vediamo anche uno spaventosissimo Vulcano, dio delle armi a capo di una fabbrica di proiettili in cui gli incidenti sul lavoro diventano i nuovi sacrifici umani di cui il dio si nutre. Soprattutto, la serie aggiunge l’esperienza visiva: le scene curate e ricche di dettagli, gli effetti sonori roboanti, la magnificenza dei colori e della rappresentazione. È un’esperienza sensoriale complessa e stimolante, in cui spesso mi sono ritrovata a pensare a Twin Peaks, non tanto per la trama ma proprio per il sovrapporsi di generi, ritmi e evocazioni tanto legate alla storia quanto al territorio, ai luoghi, alle atmosfere.
Un’epica postmoderna
Scene splatter si alternano a momenti onirici, road trip, detective fiction e perfino tracce di fantascienza, American Gods è un compendio di generi letterari e ne oltrepassa i confini, spingendo tutto in un unico contenitore che è l’epica. È una storia fatta di storie vecchie e nuove, in cui ci viene chiaramente detto, dal narratore interno Ibis, che la verità non è ciò che conta, perché quello che conta è l’interpretazione e la memoria di quella verità. L’epica, lo sappiamo, è la narrazione della civiltà, il cui scopo primario era quello di creare un senso di comunità, di ordine e di stabilità. Tuttavia, se l’epica classica si muoveva nel confine binario tra bene e male, l’opera di Gaiman sfonda questo limite camminando costantemente nell’ambiguità e nella complessità, moltiplicando le direzioni interpretative in una perdita di univocità. Sotto la coltre di immaginario ricchissimo c’è infatti una storia di potere, di fede, ma soprattutto una storia di quell’immigrazione che ha contribuito a definire la cultura americana, nonostante i tentativi da parte della dominante di questa cultura a ricodificarla, ometterla, cancellarla.
La molteplicità
In un’eco Whitmaniano (“I am large, I contain multitudes”, Song of Myself) si dipana la frammentazione delle micronarrazioni. Gli elementi metanarrativi cominciano nel romanzo (tutti gli interludi in cui Ibis parla direttamente al lettore, e in cui, contemporaneamente, il narratore esterno racconta Ibis) e continuano nella serie (Mr World che rompe la quarta parete e ci istruisce sul motore del mondo: la paura). Non esiste un passato americano unificato e unificante in un unico mito di fondazione perché l’unicità della storia americana sta proprio nella sua molteplicità di voci interpellate, a partire dalle sue origini. Come scrive Oliviero Bergamini: “La storia delle colonie inglesi nel Nord America, e poi degli Stati Uniti, va dunque meglio compresa come interazione ricca e complessa delle tre popolazioni: bianca, nera e nativa. Un’interazione di cui oggi il ricordo spesso è andato perduto, anche se gli effetti perdurano al di sotto delle semplificazioni strumentali imposte dalle rappresentazioni elaborate dai vincitori.” E in una presa di posizione autoriale, è proprio di queste rappresentazioni elaborate dai vincitori che in American Gods c’è pochissima traccia.
La spiritualità riscritta di un Paese fondato nel nome di un Dio Arrabbiato
La storia mette in discussione e riscrive l’intera esperienza del mito di fondazione dei Padri Pellegrini, che vengono appena citati. In un passaggio che introduce la narrazione delle colonie penali (nel romanzo) e delle navi negriere (nella serie), ci viene detto:
“È importante capire, scrisse il signor Ibis nel suo diario rilegato in pelle, che la storia americana è il frutto di una fantasia […] Una buona invenzione che l’America sia stata fondata dai Pellegrini in cerca di libertà di fede, venuti nelle Americhe per moltiplicarsi e diffondersi e occupare dello spazio vuoto.”(p.89)
Ecco, al di là del fatto che quello spazio non era vuoto per niente, questa è solo parte della storia, una versione, quella dei vincitori appunto, che si celebra ogni anno a fine novembre con il Ringraziamento. La narrazione collettiva dominante è quella dei Padri Pellegrini giunti nella Terra Promessa per trovare la propria Gerusalemme, in questa land of freedom, land of opportunity, come l’America ama definirsi e immaginarsi. Questa narrazione ha delle profonde radici spirituali in un monoteismo assoluto rappresentato da quello che era, da sermone, un Dio Arrabbiato, il Dio monolitico dei puritani, che non trova spazio in American Gods. Abituati come siamo a vivere immersi nella costante egemonia culturale degli Stati Uniti, talvolta ci dimentichiamo che non c’è niente di più potente e meno vicino alla verità di una narrazione che nasce con il preciso scopo di farsi leggenda. Si chiama propaganda, e probabilmente è cominciata nel bel mezzo dell’Atlantico, addirittura prima che i Padri Pellegrini mettessero piedi in quello che poi è diventato il New England. Ma la storia degli Stati Uniti, ripetiamolo ancora una volta, è una storia di immigrazione, è la Storia di immigrazione più netta di tutte, e questo comporta una complessità intrinseca in termini culturali.
Le antiche divinità riconfigurate, inserite nel presente, talvolta snaturate, sono emblema del paradosso sostanziale del melting pot: alle minoranze viene chiesto costantemente di assimilarsi (tanto da creare una gerarchia interna tra quelle brave a farlo e quelle meno brave), ma è un’assimilazione che non le porta mai ad uscire dalla discriminazione di partenza: quella razzista. Gli antichi dei che scendono a patti con le nuove divinità sono emblema di questa assimilazione, che corrisponde (guarda caso) a una mercificazione: la dea dell’amore Bilquis ha un account Tinder, Vulcano è proprietario di una fabbrica di armi, Kali è una cameriera nella catena Motel America.
Il rapporto umano-divino si ribalta: sono gli dei ad avere bisogno degli esseri umani, per mantenere viva la propria memoria. Questa necessità di conservazione oltrepassa lo spirituale e parla della memoria storica di per sé, nonché della legittimazione di una cultura di esistere in tutti i suoi aspetti. Perché un dio è un sistema di pensiero e di credenze, e così le nuove divinità non dipendono come le vecchie dalla fede dell’uomo perché la loro “preghiera” si risolve nel costante uso di ciò che rappresentano. L’intrattenimento e la concretezza delle nuove divinità sono rappresentate come un limite alla creatività umana e alla capacità umana di spiegarsi il mondo, di creare una narrazione.
“Il mio unico limite è la tua immaginazione”
Attraverso questo viaggio, infatti, Neil Gaiman sembra interrogarsi sullo scopo intrinseco della creatività: che funzione svolge nella vita dell’uomo e nella comprensione del mondo? Gli dei antichi erano fonte di ispirazione, rassicurazione. Il mondo delle nuove divinità invece è il mondo della materialità, dell’intrattenimento, della distrazione da quel vuoto esistenziale che l’assenza stessa di divino ha creato.
“Le persone credono e la fede fa succedere le cose.” sancisce Wednesday. In questo senso, American Gods racchiude un potenziale di attualità che sembra pressoché eterno, almeno finché esisterà un certo tipo di società occidentale. C’è un enorme mancanza nell’umanità lasciata dalla perdita della fede, e lo scrivo da atea convinta. Dobbiamo prendere atto del fatto che se per millenni l’umanità ha utilizzato una qualche ritualistica per gestire tutto ciò che ha a che fare con l’ignoto, e per ignoto intendo soprattutto la morte, forse questa ritualistica svolge una funzione importante nel nostro essere persone, che pensare di vivere nel totale disincanto è qualcosa che necessita di un lavoro su se stessi che non tutti sono in grado di fare. La maggior parte di noi semplicemente vive nella distrazione, altri rimandano il pensiero, facendo i conti con quel vuoto esistenziale quando si presenta. Nel frattempo, però, non è che abbiamo mai smesso di nutrirci di storie.
“Noi controlliamo le storie”, dice Media, in uno dei dialoghi più potenti della serie, alla fine della prima stagione, ed è quel sistema di pensiero che si è fatto largo nelle nostre vite, ed è lo stesso che ci porta a credere di conoscere perfettamente un luogo di cui usiamo costantemente i racconti. Non si può fare a meno di pensare a quello che diceva Mark Fisher, e cioè che l’aspetto peggiore del capitalismo è che ci ha rubato la fantasia, la possibilità di pensare che un’alternativa esiste. L’unico limite, infatti, come dice il ragazzo tecnologico, è la nostra immaginazione. Alla luce di questa consapevolezza, il finale del libro assume l’aspetto ancora più sinistro del tentativo costante del potere di perpetrare se stesso, nutrendosi della paura e del caos e trangugiando ogni tentativo di rivoluzione.
Trangugiando. Ogni sforzo. Di rivoluzione.
Pensiamoci in questi giorni, quando vediamo le scene delle rivolte antirazziste negli Stati Uniti. Teniamo presente da che parte sta il potere, proviamo a riflettere, in un profondo sforzo di onestà, da che parte siamo noi. E chiediamoci, sempre, perché.
Ci sono libri che leggiamo e rileggiamo, di cui citiamo passi a memoria, che ci hanno cambiato la vita o solo una giornata. E poi ci sono libri su cui abbiamo altri programmi, che ci fanno compagnia da anni, fedeli in attesa, quelli interrotti o dimenticati, altri che appaiono inaspettati e sembrano inseguirci o solo chiamarci, libri che in qualche modo fanno già parte di noi. Come il Lettore di “Se una notte d’inverno un viaggiatore”, editori, scrittori, illustratori e librai raccontano i loro libri non letti.
risponde Giulia Caminito
Libri che puoi fare a meno di leggere
Non sono una grande lettrice di gialli o di romanzi fantasy, non li escludo a priori dalle mie letture, ma neanche li cerco. Non leggo con grande interesse neanche i libri ambientati nell’oggi che parlano di infedeltà coniugale, cioè in cui la questione tradimento sia il centro della narrazione e motore di una serie di elucubrazioni dei protagonisti, tendenzialmente non li trovo interessanti e ne ho già letti molti simili e non riesco a considerarli letture essenziali.
Libri fatti per altri usi che la lettura
Non utilizzo molto i libri per altri usi, forse a volte, loro malgrado, diventano basi su cui appoggio qualcosa se si trovano sul mio comodino e ne rubano lo spazio, per il resto non li ho mai usati per schiacciare l’arrosto o tenere le porte, però ricordo un bellissimo libro per bambini e bambine dal titolo Questo libro fa di tutto di Silvia Borando pubblicato da Minibombo e dedicato proprio a questo argomento, al cosa si può fare con un libro oltre alla lettura.
Libri che tutti hanno letto dunque è quasi come se li avessi letti anche tu o Libri che hai sempre fatto finta d’averli letti mentre sarebbe ora ti decidessi a leggerli davvero
Tendo a non fingere di aver letto i libri, ma ho moltissimi libri fondamentali che vorrei leggere e sento anche che dovrei da Wallace, a Toni Morrison, a Zadie Smith, a molti classici, grandi tomi, penso a Proust e a Tolstoj. Per un periodo lungo della mia vita anche Elsa Morante era nella lista dei miei autori e autrici non letti, e me ne vergognavo molto, poi ho recuperato, era una mancanza troppo grande anche rispetto alle scritture che mi interessano e di cui mi occupo.
Libri che se tu avessi più vite da vivere certamente anche questi li leggeresti volentieri ma purtroppo i giorni che hai da vivere sono quelli che sono
C’è un bel saggio di Walter Benjamin che si chiama Sistemando la mia biblioteca, che tratta dei libri collezionati, anche di quelli comprati e mai letti e che teniamo nei nostri scaffali, l’esercito silente dei mai aperti. Lo consiglio a chi si domanda cosa farne e come definire la propria biblioteca. Non saprei fare dei titoli perché i libri sono tantissimi e io solo una. In questa risposta, i miei libri non letti, potrebbero stare parecchio stretti.
Libri che hai intenzione di leggere ma prima ne dovresti leggere degli altri
Al momento ho intenzione di leggere l’ultimo romanzo di Giorgio Fontana, l’ultimo di Elena Ferrante e anche l’ultimo di Valeria Luiselli, li ho comprati e mi attendono, ma prima di loro continuo a inserire altre letture, non so se dovute, ma che per lavoro o per curiosità mi sono capitate tra le mani e a cui ho dato la precedenza per adesso.
Libri troppo cari che potresti aspettare a comprarli quando saranno rivenduti a metà prezzo
Non l’ho mai fatto sinceramente, se voglio un libro nuovo lo compro, i libri usati sono un mio riferimento ma perché tra loro trovo libri che non sono più reperibili, amo molto le bancarelle, e amo prendere due o tre libri e spendere dieci euro, ma non mi sono mai fatta problemi sullo spendere per i libri, è qualcosa che mi concedo senza indugiare o pensare alla spesa, forse l’unica cosa. Ricordo di aver regalato a una mia amica per un compleanno un libro sui formaggi, era enorme e fotografico, spesi sui quaranta euro e ne ero molto orgogliosa.
Libri che da tanto tempo hai in programma di leggere o Libri che potresti mettere da parte per leggerli magari quest’estate
Non sono molto una tipa da tenere i libri per l’estate perché il mio lavoro è anche leggere, quindi leggo tutto l’anno, non prediligo le vacanze, però ho alcuni libri che mi attendono da un po’, un saggio sulle donne della psicoanalisi e uno sulla semiotica del femminismo, ho delle raccolte di poesia che ho solo sfogliato, un libro sul significato simbolico dei lupi nella storia, e poi vorrei anche rileggere, se avessi tempo: ho dimenticato molti libri causa la mia pessima memoria. Sfogliavo l’altro giorno i miei vecchi libri universitari, vorrei rileggere Roland Barthes per esempio o avere il coraggio di leggere tutte ma tutte le pagine, anche quelle in tedesco, della incredibile raccolta degli appunti di Benjamin su Baudelaire, ho il libro completo, ma ho letto solo alcuni stralci, mai tutto.
Libri che da anni cercavi senza trovarli
Di solito la mia ricerca privilegia le scrittrici del Novecento italiano nelle bancarelle dell’usato. Non sono semplicissime da trovare ma ricordo che a un mio compleanno di qualche anno fa trovai, in un bar che vendeva alcuni libri usati, La parmigiana di Bruna Piatti e fui felicissima, me lo regalai per il compleanno e lo portai a casa come un trofeo.
Libri che riguardano qualcosa di cui ti occupi in questo momento o Libri che vuoi avere per tenerli a portata di mano in ogni evenienza
Per ogni evenienza ho bisogno del mio scaffale Novecento italiano perché continuo a lavorare su scrittori e scrittrici di quel secolo e senza la mia piccola collezione personale sarei perduta. In questo momento mi sto occupando di una scrittrice per ragazzi, si chiama Laura Orvieto, sto preparando delle lezioni online da fare con alcune classi, sul mito della fondazione di Roma.
Libri che ti mancano per affiancarli ad altri libri nel tuo scaffale
Mi mancano talmente tanti libri per essere felice dei miei scaffali che anche qui la lista potrebbe riempire pagine e pagine. Diciamo che la mia libreria ha tre settori principali: uno è il Novecento come detto, uno è la letteratura italiana contemporanea, e uno sono i saggi filosofici. Vorrei forse tornare a leggere di più narrativa straniera e rinfocolare i classici anglosassoni, su cui ho lavorato in passato ma che non ho con me in casa, erano libri che leggevo in biblioteca o a lavoro in casa editrice. Poi di certo i fumetti e gli illustrati, quanti me ne mancano per creare uno scaffale degno…
Libri che ti ispirano una curiosità improvvisa, frenetica e non chiaramente giustificabile
Quelli con delle belle copertine, mi piacciono le copertine semplici in realtà (come quelle Sellerio o Adelphi), ma amo anche quelle di design, curate, che giocano con font e forme, che sono innovative, ecco quelle di solito mi spingono a comprare i libri anche in maniera poco ragionata. Non so se frenetica, perché comunque mi prendo sempre il mio tempo per andare in libreria, a meno che non mi serva qualcosa di urgente per lavoro, altrimenti sto lì con la mia santa pazienza e giro e sfoglio e apro e leggicchio e prendo appunti.
Libri letti tanto tempo fa che sarebbe ora di rileggerli
Eh, sarebbe ora di rileggerne tantissimi, come detto è un mio difetto non ricordarne molti, anche tra i migliori. Sarebbe ora credo di rileggere Dostoevskij, perché lo amai profondamente alla fine del liceo, ma poi non l’ho mai più riletto se non i racconti brevi, ma ecco dovrei tornare sui romanzi per vedere se li ricordo e se ricordo i miei pensieri di allora.
Giulia Caminito è nata nel 1988 a Roma, nella vita lavora come editor freelance. Ha pubblicato i romanzi “La Grande A” (Giunti 2016) e “Un giorno verrà” (Bompiani 2019), la raccolta di racconti “Guardavamo gli altri ballare il tango” (Elliot 2017) e i libri per bambine e bambini “La ballerina e il marinaio” (orecchio acerbo 2019) e “Mitiche, storie di donne della mitologia greca” (LaNuovaFrontiera Junior 2020).
Pensiero più o meno diffuso vuole che l’editoria di un tempo fosse migliore di quella di oggi: libri più curati, maggior rispetto per gli scrittori, poco interesse per il profitto. Ma è davvero così o è solo la patina nostalgica di ciò che non abbiamo vissuto a farci sembrare tutto oro quel che in realtà è piombo (tipografico)? “Gattopardi editoriali” è la rubrica sull’editoria che cambia per restare (quasi) così com’è da sempre.
Nel 2018, in Italia, sono stati pubblicate 78.875 novità (216 nuovi libri al giorno): una cifra senza dubbio alta – per un mercato impossibilitato ad assorbirla tutta – in mezzo alla quale, presumibilmente, abbondano libri mediocri se non pessimi. Ma non che un tempo se la passassero meglio, anzi. Pare, infatti, che il problema della sovrabbondanza di “libri brutti” – e delle curatele editoriali non proprio specchiatissime – sia sorto insieme all’editoria moderna; almeno a leggere la lettera che Niccolò Perotti, erudito umanista, scrisse a Francesco Guarnieri nel 1471, appena venti anni dopo l’invenzione della stampa a caratteri mobili; nella lettera, oltre a criticare l’edizione di Plinio curata da Andrea Bussi per i tipi di Sweynheym e Pannartz, Perotti già si lamentava del troppo fatto male:
«Negli ultimi tempi, mio caro Francesco, mi sono spesso congratulato con l’età nostra, quasi avessimo ottenuto proprio ora un dono grande, invero divino, con il nuovo tipo di scrittura di recente giuntoci dalla Germania. Vedevo infatti che un uomo solo poteva stampare in un mese ciò che parecchi amanuensi a stento avrebbero potuto portare a termine in un anno […] Questo mi induceva a sperare che entro breve tempo avremmo avuto una tale quantità di libri, che non sarebbe rimasta una sola opera che non ci si potesse procurare per scarsità o mancanza di mezzi […] Ora tuttavia – o fallacia dei pensieri umani! – vedo che le cose sono andate ben diversamente da come speravo. Infatti, adesso che chiunque è libero di stampare ciò che gli aggrada, sovente gli uomini trascurano l’eccellenza, per scrivere, a puro fine di divertimento, ciò che meglio sarebbe dimenticare, anzi cancellare da tutti i libri. E anche quando scrivono cose degne, le stravolgono e corrompono a tal punto che sarebbe di gran lunga preferibile fare a meno di tali libri, anziché spedirli in migliaia di copie in tutte le provincie del mondo, col rischio, ahimè, di diffondere un così gran numero di menzogne»*.
Se solo Perotti avesse pazientato qualche centinaio di anni…
È iniziato tutto quando ero piccola: sono venute a trovarmi le storie e ho capito di farne parte. Le storie delle fiabe, dei fumetti, dei cartoni animati, dei film, dei dischi, quelle inventate da papà, quelle viste a teatro con la mamma (fin da quando andavo all’asilo).
Tutte le storie. Parlavano la mia lingua, erano vecchie amiche, ci capivamo. Di televisione, a casa, ce n’era una, era per i grandi e comunque dopo il Carosello dovevo andare a dormire (storie anche nel Carosello!). Però casa mia era piena di libri: mi venivano letti e presto, quando ho imparato a leggere, ho avuto anche io la mia libreria personale. Mi piaceva stare con gli altri, giocare, fare sport, andare a scuola, certo, però le storie, eh, quelle erano il rifugio, la ricarica, il mio spazio personale. Erano porte che mi conducevano in altri mondi, e non c’erano confini.
Scriverne è stato immediato e naturale, ho cominciato a farlo dal primo momento in cui ho imparato a usare l’alfabeto e la penna. Scrivevo storie per i miei burattini, che poi mettevo in scena davanti alla mia cuginetta o qualche amica fidata. Scrivevo fiabe su un quadernino blu su cui avevo anche messo l’indice e il numero alle pagine, e precisato che quello era, intanto, il Volume 1. Inventavo storie continuamente, e continuamente ne leggevo: era un mondo mio dove stavo bene.
Ho avuto una famiglia di grandi viaggiatori. Mio padre, mia madre e mia zia hanno girato il mondo, ognuno a proprio modo, tutti, tanto e spesso. Io no. Ho viaggiato anche io, certo, ma mai come loro, mai con il loro spirito di avventura e la loro curiosità, la loro voglia di esplorare e di immergersi nelle giungle, nei suq, nelle favelas, nei templi indù o nei deserti. I miei amici mi prendono in giro, per questo. Ma come, con una famiglia di grandi viaggiatori, com’è possibile che tu sia così statica, così radicata, così poco avventurosa? Me lo sono chiesta anche io, a lungo. Eppure ho sempre avuto la sensazione di aver viaggiato quanto i miei famigliari, a volte anche di più. Ho sentito, e ricordo benissimo, l’umidità delle foreste pluviali, il freddo di una notte nel Sahara e l’odore delle salsicce affumicate a Rio de Janeiro, ho visto i colori di un tramonto africano e mangiato formiche come un indigeno della Malesia (e non mi sono affatto piaciute).
Immedesimazione, dicono. Empatia. Immaginazione. Metodo Stanislavskij e fisiologia delle emozioni. Visualizzazione. È tutto codificato, è tutto studiabile, analizzabile, replicabile. Oppure funziona, semplicemente, così. Che lo fai senza dargli una definizione, lo fai e basta, non sapresti farlo in altro modo.
Ho sempre letto tanto e di tutto. Ho anche dimenticato tanto, ma lo sento tutto sottopelle. Mi sono nutrita di fiabe, di libri d’avventura, dei grandi classici antichi (grazie Liceo Classico!), di tragedie e commedie, di narrativa fantastica, di letteratura italiana e straniera, di russi, di inglesi, di americani e tutti gli altri, c’è chi mi ha conquistato e chi no, e i miei gusti, come le mie aspettative, li ho formati in anni da lettrice onnivora.
Per me è inevitabile parlare di lettura se mi si chiede perché scrivo, sono due elementi avvinghiati tra loro, impastati in un’unica risposta. Si può essere dei grandi lettori anche senza saper scrivere narrativa? Ovviamente sì.
Si può scrivere senza essere dei grandi lettori? Secondo me, no. Se le storie non hanno fatto parte di te da sempre e in modo naturale, è difficile che ti appartengano. Quindi manipolerai sempre qualcosa che non è tuo, e questo si percepirà.
All’inizio scrivevo solo fiabe perché non osavo scrivere altro: c’erano troppe storie belle, perfette, importanti, potevo giusto sguazzare nel fantastico dove non davo fastidio a nessuno. Poi, quando le fiabe non mi sono più bastate, ho smesso di scrivere. Ho smesso per vent’anni. Continuavo a leggere tantissimo, ma non inventavo più storie mie.
Non capivo chi ero, cosa ero. Il mio modo di vedere e raccontare il mondo era diverso dagli altri, non mi sentivo abbastanza seria, colta, intellettuale, letteraria. Tutti mi sembravano migliori di me.
Eppure, da ragazza alcuni autori mi avevano fatto sentire libera.
Ricordo bene le sensazioni che ho provato con alcuni libri che, in qualche modo, mi stavano dicendo “Guarda che si può fare, ti puoi divertire da matti, puoi giocare, puoi inventare, puoi far sorridere nella tragedia, puoi raccontare storie stupefacenti senza sentirti inadeguata per questo”.
Il primo è stato Lewis Carroll: a diciassette anni ho letto Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie e Attraverso lo specchio, l’ho letto in una notte, fermandomi continuamente per le risate, incantata dal non-sense e da tutto quel mondo. Subito dopo è arrivato Michael Ende con La storia infinita. Ero ancora nel mondo delle fiabe, ma stavo scoprendo che anche quel mondo poteva avere dignità di maiuscola nella Letteratura.
A quel punto è passato Gianni Rodari con la sua Grammatica della fantasia. Mi sono scusata con lui per non averlo considerato prima. Eppure non mi avevano infuso abbastanza coraggio da osare di più, di mio.
Nel tempo sono passati a dirmelo anche Michail Bulgakov con Il maestro e Margherita, Mark Twain con i suoi racconti comici, il primo Stefano Benni, un paio di Tonino Benacquista e poi Stanley Elkin con il suo Magic Kingdom, alcuni Christopher Moore, tutto Terry Pratchett fino a Fredrik Backman. Ho letto infinitamente di più, ma in quei romanzi lì, in quegli autori lì, io ho trovato pezzi di me.
Loro mi hanno dato il permesso di divertirmi a scrivere, e di non pormi dei limiti. L’importante, l’unica cosa davvero importante, era, è sempre stata ed è la storia. Se c’è, se funziona, va scritta. Se esiste, bisogna darle le parole giuste perché abbia una sua forma e, così, liberarla.
E lì dentro, quando sono nella storia che sto scrivendo, lei è tutto e io sono tutto. Sono la regista e l’attrice, sono la scenografa e la coreografa, sono la musica, le luci e il servo di scena. Sono libera di alzare il sipario, di ballare e cantare ma anche di sedermi in platea e osservare, sono libera di creare un personaggio e di dissolverlo se capisco che alla storia non serve. Siamo io e lei, insieme, che creiamo un mondo come piace a noi. Quale realtà potrebbe offrirmi altrettanto?
Perché scrivo, mi chiedete.
Perché quando ero piccola sono venute a trovarmi le storie e ho capito di farne parte.
Perché mi viene istintivo, perché mi sento a casa, perché quando scrivo scopro il mio punto di vista su qualcosa, perché mi spiego meglio agli altri, perché dipano e placo quel groviglio che a volte mi ronza in testa, perché viaggio così, perché faccio andare le cose come voglio io, perché faccio giustizia. Perché quando scrivo sto bene, e sono libera.
È stato appena pubblicato Io e Clarissa Dalloway, di Francesco Pacifico, un libro in cui, con la scusa di mettersi a confronto con uno o più testi letterari del passato, i protagonisti della collana “Passaparola”, edita da Marsilio, parlano di sé. Qui Pacifico ragiona su alcuni temi che sembrano essergli diventati, nel tempo, molto cari: quello del rapporto tra la scrittura e il genere di chi scrive e della scrittura come strumento per comprendere la propria visione del mondo.
Ritrovare la propria voce
Cosa diventa una donna se la trattiamo come fosse un uomo, o come una terza cosa che non è né una donna né un uomo? La donna catturata col retino della prosa viene fissata alla carta con uno spillo. Cosa è libera di fare, ora che l’ho messa qui nella mia bacheca, insieme alle altre?
Questa citazione è tratta da un libro che Pacifico ha scritto nel 2018. Si intitola Le donne Amate. Abbiamo parlato spesso di scrittura femminile, male gaze e punto di vista, ma cosa succede se uno scrittore si interroga su cosa significhi davvero – dal punto di vista narrativo maschile – scrivere di una donna e lascia traccia di questa sua riflessione nel libro stesso? Gli stralci che mostrano questa valutazione sono quelli che l’autore stesso – che è anche editor – ha giudicato superficiali o scorretti ai fini di una descrizione onesta, realistica e non stereotipata di una figura femminile all’interno di un romanzo. Mentre in “Io e Clarissa Dalloway” Pacifico usa i libri di altri scrittori come chiave per capirsi, qui lo scrittore osa molto di più.
Indipendenza economica, emotiva, sesso e rapporti di potere: Pacifico tocca tutti questi temi affrontando, di volta in volta, il rapporto del protagonista Marcello con le donne che ha amato.
Amare le donne (narrativamente)
Il sempre attuale testo Visual Pleasure and Narrative Cinema, di Laura Mulvey nel 1974 teorizzava in ambito cinematografico che, se il punto di vista della storia è maschile, se quindi il protagonista del film è un uomo – e nel cinema classico hollywoodiano cui fa riferimento il testo lo è quasi sempre – la donna diviene oggetto di sguardo ‘passivo’, quindi oggetto di desiderio o, nella peggiore delle ipotesi, oggetto feticistico (in senso freudiano). Mutuando questa riflessione presa dal cinema possiamo osservare quali e quanti sono i modi in cui un protagonista maschile può guardare una donna e farne oggetto di desiderio scopico, desiderio sessuale o come oggetto attraverso il quale manifestare la propria individualità.
Errori ingenui: lo sguardo filtrato attraverso lo stereotipo
“Cenai da solo nella trattoria della piazza dietro casa, dove la cameriera mi chiamava amore. Doveva avere la mia età. [Nel frattempo ho scoperto che ha dieci anni più di me e che il locale è suo, non è la cameriera, ma ho lasciato la precedente descrizione, così ingenua, perché già che parliamo di donne mi pare significativo aver commesso quell’errore madornale (…)].
Così Pacifico riflette, in una delle parti iniziali del suo romanzo, sulla ‘prima impressione’, ovvero su un classico stereotipo sociale prima che narrativo: quello per il quale una donna che serve ai tavoli è per forza una cameriera e non può essere la padrona del locale. Più avanti, invece, Marcello fa dire al suo migliore amico una riflessione maggiormente edificante:
Francesco sostiene che nei romanzi degli uomini veri, da Philip Roth a Edoardo Nesi, per citare i migliori, l’uomo “subisce” l’incomprensibilità della donna, come fosse parte naturale dell’ingiustizia della vita: questi romanzi secondo lui non raccontano rapporti veri, uomini e donne che si sono conosciuti in profondità. In quei grandi romanzi di maschi, gli uomini si agitano, sbagliano, si sbattono, e il romanzo è un flipper in cui le donne sono le sponde che squillano e baluginano appena toccate; appariscenti e cruciali, tanto che sembrano protagoniste – ma sono pura funzione della pallina di metallo dell’uomo.”
Ed ecco che inizia a delinearsi la riflessione sul ruolo della donna all’interno del racconto, su come vengono definiti i suoi meccanismi, se davvero le donne sono portatrici di azione o vengono rappresentate solo come il muro di gomma dove rimbalzano le azioni di qualcun altro (in particolare, degli uomini). Qui la riflessione si fa più profonda e si passa da un livello puramente incidentale al tema che è alla base di tutto il romanzo.
Errori gravi: la moglie e l’indipendenza economica
Alcuni dettagli su mio padre [(…) La disattenzione di un uomo nei confronti delle donne ha molto a che vedere con la forma della sua attenzione maniacale nei confronti del padre].
Qui Pacifico affronta un tema molto spinoso dal punto di vista del protagonista Marcello, ovvero quello dell’eroe borghese che fatica a chiedere al padre una cosa tanto scontata – per lui – quanto preziosa agli occhi di chiunque altro: l’acquisto di una casa. Il fatto è che non si tratta di una casa qualunque, ma della villetta della sua amata Barbara (la donna che diventerà sua moglie). Nel momento in cui Marcello dichiara a Barbara di voler comprare la sua casa la mossa si rivela – naturalmente, direbbe una donna – fatale.
Sto ricordando un periodo recente della mia vita per capire se sono in grado di descrivere le donne che amo o che ho amato senza farne caricature di salvatrici o dannatrici, di spose madri o puttane. Ormai mi stanca la commedia dell’uomo goffo che fa sempre la mossa sbagliata, e siccome al ritorno a casa feci la mossa sbagliata di raccontare il mio progetto a Barbara senza alcuna preparazione o strategia, eviterò di raccontare la scena trita dell’uomo che si mette nei pasticci per troppa dabbenaggine – il punto di vista nevrotico, ossessivo, infantile del tipico narratore maschio – e racconterò invece la situazione vista dagli occhi di Barbara. Anche perché in seguito discutemmo tanto che credo di poter ricostruire, come si direbbe nei videogiochi o nella pornografia, il suo POV, la soggettiva.
E infatti Marcello propone questo scambio: immagina la scena dal POV di Barbara, riuscendo in questo modo.
Confusione. La prima cosa definita che riuscì a leggere dentro si sé fu il pensiero di non avere che i trentamila euro accumulati in dieci anni con un fondo assicurativo e di non poter chiedere denaro a suo padre. (…)
Poi si mette proprio in soggettiva, una soggettiva in cui forse non riesce del tutto ad abbandonare il punto di vista maschile poiché risulta distorta da una certa autocommiserazione:
Chi è questo principino che arriva, completamente sottomesso a quel re di suo padre, e mi annunzia che ha conquistato il mio piccolo ducato e me lo annuncia come fosse una mia vittoria? È una storia orribile, sono una donna che dopo aver penato per costruirsi una vita sua vede arrivare questi due uomini con un sacchetto di fiorini…
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Barbara si sente scavalcata, ma alla fine reagisce praticamente: chiede che gli venga intestata metà della proprietà “come gli aveva insegnato una sua amica femminista”, chiosa Marcello. Qui si propone, dunque, il tema della donna come essere indipendente, soprattutto economicamente, mentre l’uomo – il suo uomo – la vede come entità non capace di movimenti economici autonomi pagandone le conseguenze.
Errori veniali: la cognata e l’indipendenza emotiva e lavorativa
Passando in rassegna le donne della sua vita, Marcello punta quindi l’attenzione sulla cognata.
Parlando della “dolce creatura” che è Daniela, “angelo del focolare”, dopo le donne lavoratrici di cui ho scritto finora, quelle che non saprebbero dove mettere un figlio, mi trovo (sembra una vera e propria legge fisica della narrazione, una forza di gravità) a dover fare da giudice, a decidere quale delle due creature, la mamma o la donna senza figli, viva a una vibrazione più alta. Il punto di questo libro è proprio qui: visto che non tocca a me decidere, cosa rimane della prosa di un uomo che scrive di una donna? Rimane qualcosa? Amo ogni donna cui ho dedicato una sezione di questo romanzo, ma rileggendomi scopro che, questi due tipi di donna (…) sembrano diventare le concorrenti di un immateriale concorso di bellezza in cui non si giudicano le gambe e le acconciature ma l’anima. la prosa maschile è un concorso di bellezza per donne?
Questo è il tema dei temi: Marcello si interroga su come – in un’ipotetica classifica delle donne a cui vuole bene – si possa onestamente mettere in fila le qualità emotive delle donne che rappresenta, facendo sua una riflessione in cui nota che, se si scavalca il livello puramente superficiale, estetico dell’intera faccenda, anche le qualità interiori delle donne vengono idealmente messe in fila per essere giudicate. Qui si può trovare un momento di vera parità nelle riflessioni di genere. Anche le donne si possono trovare davanti a dubbi dello stesso tipo rispetto agli uomini e alle qualità che possiedono. Questo, rispetto agli altri temi, non sembra quindi essere uno specifico maschile, sebbene lo sforzo di portarlo alla luce riveli più di quanto ci si aspettasse.
Più specifico è invece il tema successivo. Daniela confessa al cognato il desiderio di scrivere un romanzo. Marcello non comprende la realtà materiale di questo desiderio e sottovaluta la cognata.
Sembra solo una fantasia, una tua fantasia di riuscita professionale, e ti stimo troppo per pensare che puoi metterti a perdere tempo dietro a una cosa seria come scrivere un romanzo solo perché hai una fantasia di vendetta verso i tuoi suoceri o tuo marito.» [Ma perché l’ho trattata così?] (…) Francesco, il mio lettore e editor informale, di questa parte ha detto: Leggendo tutto il manoscritto e pensando poi a singoli momenti come questo, mi sorprende veramente quanta poca gente ti mandi affanculo.
Se all’inizio del libro Pacifico ravvisa come errori nella rappresentazione elementi più veniali, qui avidamente lo scrittore non cancella nemmeno per pudore l’atteggiamento paternalistico e discriminatorio dell’uomo libero, borghese, felice e realizzato nei confronti di una donna che esprime un desiderio legittimo di autoaffermazione personale ed economica. Pacifico si mostra molto, qui, e nei panni di Marcello si espone e fa confessare al suo protagonista ben altri difetti, che non scompaiono nemmeno nel momento dell’ “azione”.
Mi piaceva stare lì in quella casa ad occuparmi per poche ore di corvée defatiganti, pulire per terra lavare i piatti aggiustare un giocattolo o un pensile calmare una crisi di nervi sistemare un vasino far salire le scale del palazzo, una quantità di attività che promana da una vocazione cui alcuni limiti psicologici mi negano l’accesso.
E più avanti, a partire dalle alte vette delle sue riflessioni, nel momento in cui Marcello descrive un momento di intimità con la moglie non si nega a una confessione ancora più ardita, che rivela la possibilità sempre attivabile di uno sguardo del desiderio anche in zone di solito precluse, ovvero quelle familiari:
Mentre facevamo l’amore al buio, a letto, pensai un po’ a mia moglie un po’ a mia cognata, come tutti i mariti che hanno fratelli sposati.
Errori da non rifare
Può essere liberatorio, da parte di uno scrittore, confessare i propri limiti e analizzare i propri difetti senza nasconderli. Questo sistema di tracce visibili, di impronte digitali lasciate ‘sulla scena del crimine’ (il libro), attivano un meccanismo di riconoscimento in cui il principio auto-accusatorio viene efficacemente disinnescato proprio nel momento in cui si manifestano, visibili, le tracce. Ovvero: tutte queste tracce sono evidentemente anche un’ammissione: lo scrittore sembra dire che non sarà possibile nemmeno più avanti eliminare questi difetti di visione – e quindi di rappresentazione – perché risultano dei fatali ‘marchi di fabbrica’ dovuti ad alcuni famigerati ‘limiti psicologici’.
Può rivelarsi liberatorio, da parte di una donna, la lettura di queste tracce; raccogliendole si può provare una sorta di piacere pacificatorio, anche un po’ vendicativo, ma sicuramente simbolico, nel vedere tutte le volte in cui un uomo si è accorto di essere scivolato su una rappresentazione preconfezionata, irrealistica e stereotipata di una donna e se n’è accorto.
Gli uomini (alcuni uomini) spiegano le cose, a me come ad altre donne, indipendentemente dal fatto che sappiano o no si cosa stanno parlando.
Qui Pacifico confessa di non sapere sempre quello di cui sta parlando e lo fa in un modo onesto e creativo. Confessa, è vero, che non sarà mai possibile sapere esattamente cosa prova, cosa pensa, come pensa una donna, e ammette di poter non essere sempre un testimone attendibile. Eppure ci sono molte parti del libro in cui una donna potrà pienamente riconoscersi e apprezzare il modo in cui un uomo, un marito, uno scrittore e un editor, è stato in grado di raccontarla. Perché è giusto che ci sia un punto di vista esterno, altrimenti verrebbe meno non solo ogni possibilità, ma anche ogni necessità di raccontare. Si tratta di una storia, e come tale è la rappresentazione di un solo punto di vista, come è giusto che sia. Ma l’esperimento di Pacifico ci racconta che il dubbio, l’apertura all’altro, lo scambio, sono sempre il solo modo per non incatenarsi ad un’unica rappresentazione e quindi per non zittire l’altro.
La longevità dei libri è molto variabile: pochi sono eternamente in catalogo, altri vivono un decennio di gloria, altri finiscono troppo presto al macero e si ripropongono soltanto sui canali di vendita online, con lo status di rarità e a prezzi irragionevoli. Di rado, però, la durata della vita di un’edizione è proporzionale al valore dell’opera messa in commercio. Ci sono libri che, per i motivi più disparati, meriterebbero di tornare dall’oblio: Desiderata è la rubrica che ve li farà conoscere.
Ripubblicare Antônio Callado: il Brasile e la reinvenzione dell’indio.
Antônio Callado (1917-1997) è uno tra i maggiori esponenti della letteratura brasiliana del Novecento, eppure in Italia persino il suo romanzo più celebre e più tradotto, Quarup (1967), non è mai stato riproposto dopo la prima edizione Bompiani del 1972, mentre altre tre sue opere sono state ospitate da piccoli editori e sono presto diventate irreperibili: Sempreviva (1981, Biblioteca del vascello, 2000), La spedizione Montaigne (1982, Ila Palma, 1993) e Concerto Carioca (1985, Editori Riuniti, 1990), tutti e tre curati da Vincenzo Barca. Ma la sfortuna editoriale di Callado nel nostro Paese non ha nulla a che fare con il suo valore letterario. Callado è un autore significativo per diverse ragioni, in primis per l’atipico sguardo “esterno” di un brasiliano sul proprio Paese. A ventiquattro anni, infatti, Callado si trasferì a Londra, dove lavorò per la BBC dal 1941 al 1947 anche come corrispondente di guerra, per poi riscoprire il suo Paese soltanto a partire dagli anni Cinquanta, quando partecipò alla spedizione per la ricerca del cadavere del colonnello Percy Fawcett (esperienza che nel 1953 avrebbe dato vita al resoconto Esqueleto na lâgoa verde). Nel frattempo, parallelamente all’attività da reporter, Callado aveva già intrapreso una carriera da drammaturgo, esordendo nel 1951 con Il fegato di Prometeo e conoscendo il successo nel 1957 con Pedro Mico. Tornato in patria nel 1963, fu tra gli intellettuali che si opposero alla dittatura militare con maggiore forza e convinzione, tanto che fu arrestato due volte. Nel 1968 fu corrispondente dal Vietnam (da cui Vietnã do Norte, 1969) e soltanto nel 1975, a 58 anni, disertò le redazioni per dedicarsi esclusivamente alla scrittura. Da molti suoi libri, compreso Quarup, sono stati tratti dei film.
In patria Callado è tutt’oggi considerato un maestro; sul sito dell’editore Quarup, che a Callado deve il suo nome, lo scrittore Julio Monteiro Martins scrive: «Ricordo con saudade la sua eleganza britannica, la pipa accesa in mano, i baffetti alla David Niven, un’apparenza che contrastava (ma non veramente) con il suo spirito di uomo di sinistra agguerrito e temerario, coerente e determinato nei suoi progetti di costruzione di una società meno ingiusta, ciò che ai giorni nostri può sembrare una chimera, un’utopia ingenua di altri tempi». Ma Callado non era un idealista fuori dal suo tempo, bensì un autore con le idee chiare sul ruolo e sugli imperativi della letteratura, come si evince da un’intervista del 1990:
«In gioventù, dopo sei anni di giornalismo in Europa, Inghilterra e Francia, ho sentito che non potevo più star lontano da qui: una vera fame di Brasile. Tornato, ho girato dappertutto, l’Amazzonia, lo Xingu, il Nordeste. In Inghilterra, in Francia, negli Stati Uniti, uno scrittore può prescindere da ciò che lo circonda, pensare alle astrazioni. Ma nel terzo mondo questo è impossibile. Ti immagini un grande romanziere etiope che ci venga a raccontare, senza altre implicazioni, una storia di adulterio ad Addis Abeba? Deve esserci, come dire, un significato specifico, etiopico. Io non credo che qui in Brasile lo scrittore possa prescindere totalmente dal contesto brasiliano».
Non a caso, uno dei temi più cari a Callado è un tema apparentemente peculiare della cultura brasiliana, ovvero l’identità dell’indio nell’era postcoloniale e la mancata redenzione dell’uomo bianco dopo secoli di sfruttamento della foresta amazzonica e dei suoi abitanti. Questo tema lo ritroviamo in Quarup (1967), nel quale un prete missionario abbandona il sacerdozio, scopre la lotta politica, partecipa alle sommosse contadine guidate da Francisco Julião e, non in ultimo, esplora i piaceri della carnalità, per ripiegare infine in una condizione esistenziale da selvaggio. In Concerto carioca (1985), abbandonato il suo habitat naturale, il giovane indio ermafrodita Jaci si è ritrovato a vivere nel Giardino Botanico di Rio de Janeiro, «portando lo scompiglio nelle case borghesi e turbando uomini e donne con la sua carica sensuale», ma anche diventando un monito per i cittadini, l’emblema dello sradicamento.
Autore: Antônio Callado Titolo: Concerto carioca Titolo originale: Concerto carioca Prima pubblicazione: 1985 Traduzione: Vincenzo Barca Editore: Editori Riuniti, 1990
L’indio è anche al centro della Spedizione Montaigne (1982), anche se in un modo diverso, parodistico: Ipavu, uno degli ultimi rappresentanti della tribù dei camaiurà, è infatti «un piccolo furfante, pigro, ubriacone e tubercolotico», la cui attitudine è frutto dell’influsso dei cosiddetti civilizzatori. Ipavu è consapevole della visione infantilizzata che ne hanno i bianchi, e la sfrutta a suo favore («Vaffanculo, camicia! Diceva per far ridere i bianchi, perché i bianchi, chi lo sa perché, ridevano sempre quando gli indios dicevano le parolacce che loro gli avevano insegnato»); considera “coglione” l’indio che se ne sta nella foresta «a bere il suo caxiri acido dentro a una zucca, quando [può] ingozzarsi di birra»; e diffida dei bianchi che “vogliono fare gli indios”: «come se un bianco, che può tranquillamente abitare in un palazzo, preferisse dormire sull’amaca, mangiare con le mani e far la cacca nella foresta!»
Nonostante tutto questo, Ipavu diventerà la spalla del bianco Vicentino Beirão, un giornalista esaltato «di un metro e mezzo», un ometto «ebbro di utopie libertarie», che lo trascina con sé in un «viaggio espiatore rituale al centro della foresta amazzonica». Lo scopo è quello di «incitare alla rivolta una tribù», o meglio, di «sommergere con un maremoto di indios la storia bianca del Brasile, per ristabilire, dopo il breve intervallo di cinque secoli, l’equilibrio spezzato». La missione, manco a dirlo, si rivelerà un insuccesso. Anche in Quarup trovavamo un bianco pronto a tutto per i diritti degli indio, ma stavolta il piglio è disincantato, poiché lo stesso autore, negli anni, aveva sentito vacillare gli ideali nativisti; in un’intervista su Scenari, il traduttore Vincenzo Barca, che incontrò Callado nel 1990, ricorda di essersi trovato davanti «un uomo minuto, mite, che parlava poco e con una voce sommessa […] un uomo stanco, provato dalla fatica di aver espresso, con la sua letteratura, tutte le ansie e i tumulti che lo avevano agitato nel corso della vita». A quel punto della sua esistenza, Callado considerava ormai irreparabile il peso di un genocidio secolare. Questo senso di colpa può richiamare quello di Thoreau nei confronti dei nativi americani, come si può leggere nei diari:
«Quando cammino nei campi di Concord, e rifletto sul destino di questa prospera deriva della stirpe anglosassone, e sulle energie inesauribili di questo nuovo Paese, a volte dimentico che quella che adesso è Concord un tempo era Musketaquid, e che la stirpe americana ha avuto lo stesso destino. Dappertutto, nei prati, nei campi di mais e di grano, la terra è disseminata di resti di una stirpe del tutto scomparsa, come se fosse stata calpestata su quella stessa terra. […] Ogni volta che pianto il mio granturco nello stesso solco che così a lungo fornì loro un raccolto, non faccio che cancellare parte del loro ricordo».
Ma se Thoreau aveva una visione nobilitante dei nativi americani, Callado non si esprime moralmente, e reagisce al senso di colpa nazionale in modo opposto, non decantando la purezza dei propri “antenati”, bensì deridendo tutti equamente e causticamente, quasi ad ammettere l’assenza di una soluzione a un’ingiustizia secolare. La spedizione Montaigne, in tal senso, ricorre allo strumento della satira, anche se con un accento ironico che non risparmia nessuno, attuando una costante inversione di prospettive e verità. La prosa già ricca di Callado tende qui al barocco (frequente negli autori brasiliani), combinando il tono ricercato a quello farsesco:
«Ipavu visse qualche giorno di gloria, che non poté descrivere di proprio pugno in quanto camaiurà e pertanto figlio di una cultura priva di scrittura. Lo stesso cortile di Crenaque, un tempo deserto, e dove la sera, quando calavano insieme la noia e la voglia di scopare, Ipavu e Atroari si impegnavano nel consueto torneo di vedere chi eiaculava più lontano, era ora invaso, grazie ai dispacci compilati da Vicentino, da giornalisti e da curiosi, senza contare la presenza di un tecnico laboratorista, al servizio di Beirào, che passava il tempo a raccogliere campioni e a ricercare […] le tracce di sangue degli indigeni massacrati, oppure a sfregare su dei vetrini tutti i residui di umidità sospetta […] che venivano inviati per gli esami e le colture, e che provenivano proprio dalle suddette negligenti sfide eiaculatorie».
Il principale strumento umoristico di Callado sono però i dialoghi, che pur non presentando veri e propri motti di spirito (che sono appannaggio della voce narrante) sono modulati su registri istrionici e surreali. Beirão parla con l’afflato di un missionario e l’oratoria di un mattatore picaresco:
«Il nostro scopo sarà in effetti quello di provocare, in una sorta di guerriglia, l’insurrezione delle tribù indigene contro i bianchi che si sono impadroniti del loro territorio a partire dal glauco gluglù dell’ancora della caravella cabralina, quando la figura di prua, lancia di San Giorgio e lingua di drago, spalancò le cosce e le grandi labbra di miele della selvaggia Iracema, intenta a lavarsi, senza uluri, sulla spiaggia. Metteremo i bianchi in ginocchio, per aver deflorato Iracema, così come l’ancora del vascello di Pedro, sciogliendosi dall’argano e infilandosi nel mare di Bahia, aveva perforato l’imene nheengatu».
Ipavu, dal canto suo, spiazza lettori e comprimari per via della singolarità del linguaggio, dominato da una mescolanza di registri, e della spregiudicatezza dell’innocente corrotto. Così, da un lato abbiamo un bianco determinato a salvare i più deboli e a mettersi contro “i suoi simili” per un ideale umanitario ricavato da infiammate letture dei classici; dall’altro, abbiamo un debosciato che non ha alcuna intenzione di essere salvato, che trova imbecilli gli indigeni a loro agio con la selvaticità e che preferisce non solo i confort, ma soprattutto i vizi della dimensione capitalistica. Va sottolineato che, quando la spedizione ha inizio, Beirão impone che del bagaglio faccia parte un busto di Montaigne, che si rivelerà però un’inutile zavorra. Lui stesso, saturo della retorica del buon selvaggio, trasuda suo malgrado un paternalismo miope ed egocentrico. Non c’è limite, ci suggerisce Callado, all’ottusa megalomania di noi occidentali, che per secoli abbiamo devastato il pianeta e vessato culture considerate inferiori, e che anche quando vogliamo redimerci, restituire il maltolto e difendere i diritti altrui, lo facciamo con uno slancio eroico (e comunque colonialista) da “esportatori della democrazia”.
Autore: Antônio Callado Titolo: La spedizione Montaigne Titolo originale: A expedição Montaigne Prima pubblicazione: 1982 Traduzione: Vincenzo Barca Editore: Ila Palma, 1993
Riguardo al tema dell’indio, va chiarito che le cose non sono poi così cambiate rispetto agli anni in cui ne scriveva Callado: da un lato, sono aumentate le associazioni in difesa dei diritti degli “incontattati”, ma dall’altro i territori naturali rimangono in pericolo e con essi i loro abitanti; basta visitare il sito di Survival Italia e scoprire la storia e la situazione attuale degli Awá-Guajá, una delle ultime tribù di cacciatori-raccoglitori nomadi del Brasile, nonché “la più minacciata del mondo”, per intuire i moventi profondi di Callado. In secondo luogo, nell’epoca del riscaldamento globale, negli anni della Carta della Terra e nei mesi della pandemia, non è più possibile (ammesso che lo sia mai stato) immaginare la sopravvivenza delle ultime tribù (ma anche degli indios urbanizzati e marginalizzati) come un problema esclusivamente terzomondista: l’indio è ormai la personificazione di tutti gli indifesi del pianeta, un’entità con la quale tutti, a qualsiasi latitudine, dobbiamo ancora fare i conti.
Callado, ad ogni modo, non è soltanto il narratore degli indios, ma è un autore a tutto tondo, che riesce a coniugare impegno politico e divertimento, una scrittura colta, esuberante e raffinata che convive con un certo gusto per il registro sboccato, sequenze ai limiti del comico e riflessioni politicamente scorrette. Come spiega Barca, in Callado «lo stile risente delle sperimentazioni del nouveau roman francese, nella sintassi frammentata che richiama la non-linearità della memoria e l’andirivieni scomposto delle emozioni […], e «i generi sono mescolati, la memoria non è sicura di sé stessa, il falso si fa passare per vero, frustrando ogni certezza del lettore». Il risultato è un’opera tanto tematicamente coerente quanto capace di stupire, di libro in libro, in termini di impianto e toni. E gli inediti sono ancora tanti, almeno quanti i motivi che potrebbero persuadere un editore a ripubblicare Callado con criterio.