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Gli Editoriali. Diego Fiocco (Tunué)

Redattori, social media manager, impaginatori, uffici tecnici, consulenti e ancora altri: sono loro gli Editoriali, persone che lavorano i libri prima che diventino libri. Chi sono, cosa fanno e come lo fanno: una serie di domande per scoprire qualcosa di più sui mestieri dell’editoria.

Diego Fiocco è nato il 20 maggio 1984 a Latina, dove vive e lavora. È traduttore dallo spagnolo e dal 2015 è redattore in Tunué.

Come hai iniziato e perché?
La prima forte pulsione verso il mondo dell’editoria l’ho avuta all’Università. Dopo il liceo mi ero iscritto a ingegneria ambientale. I primi esami sono stati superati senza particolari patemi, ma è stato lì che mi sono reso conto che l’enorme impegno profuso negli studi poteva essere giustificato solo da un ambito di ricerca a me congeniale, che mi permettesse di superare ogni ostacolo.

Come e quando sei arrivato alla Tunué?
Preso coscienza delle mie attitudini ho virato il mio percorso verso Lettere. Mi sono iscritto alla triennale a Roma e alla specialistica a Milano, corso in editoria. Per mantenermi a Milano ho lavorato in due diverse librerie di catena, esperienze che mi hanno avvicinato, sebbene da un lato diverso, al settore editoriale. Terminati gli studi ho trovato lavoro in una casa editrice in zona Castelli Romani, che pubblica principalmente saggi universitari. Il passo successivo, una volta conclusa la collaborazione con il precedente editore, è stato quello di iscrivermi a una scuola specifica per redattori e ho scelto l’Oblique, che si è rivelata determinate per la mia formazione. Tramite il corso sono stato messo in contatto con i soci della Tunué, ed eccomi tornato a Latina dopo lungo peregrinare.

Quali sono le tue mansioni, nello specifico?
Mi interesso di tutti gli aspetti redazionali dei libri, dall’aspetto tipografico ai contenuti. Principalmente mi occupo dell’impaginazione, del lettering e della correzione di bozze ma provvedo anche al layout grafico e alle copertine, agisco sulle immagini in postproduzione, fornisco il materiale per l’ufficio stampa, per i social, per il commerciale e per l’ufficio diritti. Mi capita di preparare gli ebook, sia della narrativa che dei fumetti, le versioni in inglese dei nostri graphic novel per il mercato estero e contribuisco a formare i giovani che vengono a lavorare in Tunué. Curo i rapporti con tipografie, autori e case editrici straniere per ciò che riguarda le questioni redazionali. Molte sono le fiere a cui la casa editrice partecipa nel corso dell’anno e spesso sono presente, sia in fase di allestimento sia nella vendita. Infine, ed è una delle mansioni che prediligo, traduco testi dallo spagnolo.
Se poi c’è da prendere o da riportare un autore all’aeroporto rimango a disposizione…

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Qual è il tuo flusso di lavoro e quali programmi utilizzi?
Predispongo tutto il necessario affinché da una serie di file esca fuori un libro fatto e finito.
Quindi come arrivano i primi materiali li verifico, vedo se è tutto a posto, e comincio con il lavoro di impaginazione. Dopodiché parto con il lettering. Sembra un’operazione lineare, ma vi assicuro che quasi mai lo è.
Uso principalmente i programmi del pacchetto Adobe, tra tutti il primato di utilizzo spetta a InDesign, ma gli si affiancano in mille occasioni Photoshop, Acrobat e, un po’ staccato, Illustrator.

Quali sono le risorse (testi, siti o altro) che hai sempre sott’occhio e che ti aiutano durante il tuo lavoro?
Siti di traduzione automatica, da usare comunque con criterio: Reverso su tutti, poi Wordreference; siti dove procacciare le font: DaFont insostituibile; vocabolari online: di riferimento quello della Treccani.

Qual è il libro Tunué sul quale hai lavorato con più piacere?
Ne ho lavorati tantissimi con entusiasmo, talvolta per la qualità letteraria, altre volte per il rapporto di fiducia che si è instaurato con l’autore.
Se poi sono costretto a fare uscire un nome dall’urna tiro fuori Storie del Barrio di Gabi Beltràn. Mi è stata affidata la traduzione e sono stato davvero contento di poterci lavorare sopra. Narra episodi di vita vissuta in prima persona dall’autore nella Palma de Mallorca di fine anni Ottanta, raccontati senza retorica e con una lucidità disarmante. Tutto mio il piacere di fare da tramite all’autore per il pubblico italiano.
Tra l’altro con questo libro l’autore ha vinto il premio per la miglior sceneggiatura al Lucca Comics and Games, probabilmente la più importante manifestazione per il fumetto in Italia.

Qual è il libro non Tunué sul quale avresti voluto lavorare?
Building Stories di Chris Ware, una scatola con quattordici elementi tra libri, riviste, giornali e fogli sparsi. Un libro che si sviluppa in tre dimensioni con continui rimandi tra i vari apparati. Una sfida per ogni redattore.

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foto di cyndy tang

Qual è la cosa che più ti piace fare del tuo lavoro?
Seguire ogni passaggio della realizzazione del libro, dai primi materiali che arrivano in redazione al visto si stampi da girare alla tipografia.

Qual è la cosa che più ti annoia fare del tuo lavoro?
La Tunué è molto attiva nelle fiere di tutta Italia. Non che mi dispiaccia andare, anche perché si può spezzare in questo modo la routine lavorativa, però la fase di allestimento e quella di chiusura mi richiedono sforzi fisici che non so per quanto tempo ancora potrò permettermi. Dovrei iscrivermi di nuovo in palestra?

Hai una norma redazionale che applichi a malincuore?
Ora, di tante che ce ne sono, una in particolare mi sembra fuori da ogni logica: non capisco perché se il pronome “sé” si presenta nella frase da solo, per conto suo, si deve accentare, ma se è in compagnia di “stesso” l’accento si può omettere. È come se nella frase “tè con biscotti” si potesse eliminare l’accento da “tè” perché tanto si capisce che non hai intenzione di fare colazione con il tuo interlocutore. Bah.

Qual è quell’errore (o quel refuso) che ti fa saltare i nervi?
Partiamo dal presupposto che io accetto ogni tipo di errore, purché ci sia redenzione. Sui social è frequente assistere a delle feroci diatribe per la gestione degli apostrofi nelle frasi o per gli accenti messi male. Io sono dell’idea che la lingua italiana vada amata e studiata, e se possibile conosciuta anche nelle sue accezioni più particolari. Ma con curiosità e voglia di apprendere. Magari uno bacchetta l’altro perché usa “a me mi” o “siccome che”, ma poi scrive “ciliege” o “valige” e ignora, che so, qual è il singolare di pappataci.
Non che sia accondiscendente sugli errori grammaticali o di ortografia, anzi su questo mi ritengo alquanto rigido, semplicemente quando li trovo li correggo. Tutto qua.
Comunque, per rispondere alla domanda, se all’inizio di un testo trovo un “perchè” scritto con l’accento grave anziché acuto, vuol dire che siamo partiti malissimo. Dico io, ma quante volte avrete letto in vita vostra la parola “perché” scritta correttamente, quante?

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foto di dmitri popov

A tuo avviso, qual è la caratteristica più importante per chi fa un lavoro come il tuo?
L’umiltà. Se si affronta questo lavoro pensando di sapere già tutto si commette un grave errore. L’umiltà fa nascere dei dubbi, se hai dubbi ti nascono in testa delle domande e allora può darsi che poi ti vai a cercare le risposte. In altra maniera questo processo non parte neanche.
Aggiungo anche sullo stesso piano curiosità e pazienza.

Consiglia un libro che parla del tuo lavoro e che credi possa essere utile a chi voglia iniziare.
Capire il fumetto di Scott McCloud. È un saggio in forma di fumetto che parla del fumetto, della relazione tra parola e immagine e di come le due cose possano essere viste l’una come controparte dell’altra. Si analizza di cosa effettivamente si compone il linguaggio fumetto, quali sono e sono stati i suoi usi, e come si può alimentare e potenziare.

immagine di apertura di kelly sikkema

Non prenderla come una critica – “Le stanze dell’addio” di Yari Selvetella

di Daniele Campanari

La storia raccontata da Yary Selvetella è dolorosa come la morte vista da chi vive. Si muore in molti modi, si può morire anche senza avvertire fastidio. Per questo la punta dell’ultimo ago è a volte percepita soltanto da chi resta. Selvetella non racconta il malessere patito dalla sua amata colpita da un terribile destino: sceglie di raccontare come sopravvive il sopravvissuto. Lo fa descrivendo i luoghi che appartengono a un ospedale, le stanze, le persone (e personalità) incontrate. Infine esce, va dove c’è vita. Accoglie i progressi lavorativi, le novità, è l’autore che racconta in forma narrativa un suo lungo episodio. Non ha nascondiglio la verità della storia, è vera. È la vicenda di “Giovanna De Angelis, madre di tre figli e di molti libri, editor di professione, che si ammala e muore”. Ma è soprattutto la vicenda del suo narratore: l’uomo coi baffi, al quale è dedicata una lettera epilogo. Quest’uomo è il protagonista, ma dovremmo considerare protagonisti i baffi sotto ai quali si nascondono gli uomini in fuga dal dolore. Ci vuole tempo per chiarire il percorso tracciato da Yari Selvetella. È il tempo dell’elaborazione del tutto, il lutto come antagonista. Dunque una riflessione: possibile che la storia si confonda, si diffonda parallelamente all’egoismo per la morte degli altri? Possibile. Come è vero che la morte senza resurrezione rende uomini gli egoisti, che il dolore raccontato debba essere sempre il dolore del sopravvissuto o almeno quello che si è provato.

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Inizio e fine
Il dolore per Le stanze dell’addio inizia e finisce col mare: usato per spiegare gli accadimenti, le ragioni di un addio. Il mare e gli addii si provano ma non si vedono. Qualcuno ha mai visto la fine del mare? L’ha toccata, la fine?

Inizio:

Siamo già noi soli, su quel peschereccio. Ci muoviamo su un mare denso, che la prua non increspa. Indossiamo vecchie salopette da sciatori, mangiamo biscotti preparati dalla moglie del capitano. Siamo venuti in cerca di balene e di tanto in tanto emerge qualcosa: una gobba, un sospiro, una pinna caudale, una vocale, molte vocali.

Fine:

[…] A ogni passo sembrava di poter bucare questo velo e invece l’aria, sostenuta da una brezza di ponente, resisteva vischiosa ai miei piassi, solo rendendosi ancora più luminosa, come galassia, finché non ho raggiunto il parapetto. Il mare era placidissimo, una pelle sottile che la nave incideva con la precisione di un bisturi. È la nave stessa, ho pensato, che rende il mare liquido, lo apre, lo tritura nel motore e lascia alle nostre spalle un tumulto d’acque. Altrimenti qui stanotte tutto sarebbe perfettamente immobile ed eterno […]

In questi passaggi il protagonista si fa marinaio. Una prova di fuga vista la costanza del male. Il male occupa la stanza numerando i metri quadrati, sostituendo i quadri alle pareti, lasciando alla scenografia soltanto l’opaco ospedaliero.
Così è descritto il momento in cui la morte assume le sembianze del principio, in una cinica maniera.

Lo dici tutto in una volta, senza tremare fumi, dondoli una gamba sull’altra. Ti hanno chiamata dall’Italia. I risultati dell’analisi.
Sei malata. Lo sapevi tu e lo sapevo io, che stavi male […] A ogni buon conto mi dai disposizioni sul tuo funerale. Poi iniziano i numeri.

E poi ancora il mare:

Cercheremo la balena in larghi oceani, nei mari densi e nel prossimo ricovero. Il prossimo sarà per il trapianto, sarà un ricovero lunghissimo, una degenza della durata imprevedibile, dunque un vero viaggio, almeno un mese comunque. Navigherai in una minuscola capsula, sulla groppa di onde oceaniche, io, appena fuori dall’oblio, leggerò ad alta voce. Ci saranno marosi spumeggianti? E quanto sale, nell’acqua fino al collo, fin dentro il naso.

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Poesia dentro la stanza

Che amore inutile è l’amore che non protegge, l’amore che non cura
e non difende, l’amore che non può, un amore crudele sento
di portarmi addosso come l’amore di dio.

L’avesse scritto Shakespeare non si avrebbe nulla in contrario. Invece è Selvetella, pp.16, ultime righe.
In questo modo conclude il breve capitolo, con il senso di colpa dell’amore che è amore soltanto perché così è stato chiamato. Ma non sa fare nulla: l’amore non protegge e non cura – non cura il malessere fisico. Lecito chiedersi a cosa serva l’amore, se serve a qualcosa. Risponda Shake con un sonetto, perché per Selvetella l’amore potrebbe manifestarsi in un angolo dell’ospedale, lungo il corridoio, fuori dalla stanza. Comunque è amore per sé stesso, amore a specchio: guarda la sua amata e vede espandersi il male perché gli occhi con cui la vede sono occhi chemioterapici ormai.
Alcune frasi emergono dai brani come fossero versi di un poeta, talvolta più riusciti, talvolta meno. Per esempio:

Trema la mano che scrive o il quaderno che le sta sotto? (pp. 51)
Voglio che in ciascuna delle numerose porte in cui come in mezzo a due specchi l’ombra di te rimbalza. (pp. 53)
Immersi in un liquame dalla cui consistenza dipende la nostra stessa vita e di cui non so dire il nome. (pp. 54)
Stavolta il tuo corpo è parola. È linfa e corteccia. Tu e il male. (pp. 58)
L’ospedale è un labirinto, bene per chi riesce a uscirne e non fare ritorno (pp. 75)
Oltre alla vibrazione di lontani aeratori, solo il tocco dei miei passi e non è un gran scalpiccio. (pp. 85)
Per morire sembra che non ci sia nulla da imparare. (pp. 102)
Allegro è il fischiettio dell’usciere tocco. (pp. 106)

Frasi a effetto riflessivo che indurrebbero a una sosta, un caffè col cervello prima di proseguire con la lettura. È comunque la poetica di chi scrive, elemento che sazia la fame del lettore che nei testi riconosce un periodo da ricordare, una frase da recitare a memoria.

La descrizione di un attimo

Descrizione 1 – personaggi:

Questi luoghi, la grande nave ospedale, la greve sottocoperta dei reparti più difficili, traboccano di mistificazioni: ecco, poco fa ho visto un raggio di sole e ho pensato che fosse benedetto. Invocazioni alla mamma, cabale ricavate dai numeretti salta coda, medaglie d’argento. Ognuno arreda questo spazio con fili che uniscono punti invisibili. In questi reticolati sovrapposti finiscono per rimanere impigliati tutti quanti, scegliendosi ciascuno il suo presagio. Così giorno dopo giorno, appuntamento dopo appuntamento, il corridoio e le stanze si infestano di simboli, la realtà si allontana e con essa perfino l’eventualità di un’epifania. Risolutori compulsivi di sciarade, recitatori di rosari, anziani biasciconi che si imprecano sul gozzo, silenziosi scrutatori delle finestre, attenti studiosi di brochure mediche informative, talvolta anche buddhisti con l’incenso.

Come scrittore coerente alla sua natura, Selvetella osserva. Osserva il vuoto intorno riempito da facce sconosciute, cose animate. Sono gli occhi del protagonista. Diciamo protagonista singolare, ma dovremmo dire che – come spesso accade – l’anima della vicenda sono le ruote che fanno muovere il carro: senza ruote non sarebbe esistita narrazione e nemmeno gli occhi avrebbero saputo guardare. Lo scrittore lo sa e non fa che raccontare ciò che ha visto o inventato. Come in quest’altro caso.

Descrizione 2 – personaggi e luoghi:

Alle otto meno un quarto, proprio all’ora in cui si ritorna dall’ospedale, il negoziante stacca il cartellone pubblicitario dei croccantini su cui è ritratto un luminoso golden retriever con la lingua fuori dalla bocca. Il negozio è vicino al semaforo e alle 19.47, quotidianamente, il commerciante svolge le sue incombenze: in piedi su una scala d’alluminio rimuove palline con sonagli e confezioni di ossi antitartaro, cappottini spiritosi per bassotti. Per compiere questo lavoro, tutti i giorni, sempre lo stesso, affatto inconsapevole di sé, proprio come un cane stana una preda o corre a perdifiato avanti e indietro, avanti e indietro, per afferrare una pigna e riportarla al padrone.

Siamo fuori dalla stanza dell’addio, alla scoperta di un elemento che faccia da cornice alla storia. La descrizione è tipica: c’è il luogo, c’è l’orario, c’è il fatto; c’è la domanda: cosa pensa il protagonista?

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Nuova voce

[…] Sono arrivato per primo, stavolta, e non capita spesso. Infatti il collega, quando mi ha trovato là fuori, mi ha fatto una battuta che non ricordo e intanto mi ha lanciato le chiavi. Ho aperto il cancello estensibile che protegge la grande vetrata del bar. Poi dritto al magazzino per cambiarmi.
Ero ancora impigliato nel mio sogno, di cui provavo a ricostruire dettagli e moventi: altre scene da cui provengono i nostri ricordi e che, per il solo fatto di essere quasi completamente abrase, paiono nascondere chissà quali verità ultime e decisive. Compivo gesti meccanici, pensando e sbadigliando accendevo interruttori, aprivo armadietti, tiravo fuori il secchio, lo straccio e il grembiule.
M’è preso un colpo quando l’ho trovato lì, zitto, proprio davanti a me, seduto per terra, poggiato a uno scatolone di succhi di frutta, l’uomo coi baffi.

Nel dialogo a una nuova voce è la prospettiva a cambiare: stavolta il protagonista non è l’uomo coi baffi. A compiere gli stessi gesti che ha compiuto sono coloro ai quali viene chiesto o riferito qualcosa. Si assiste a una proiezione differente, un colpo di scena. E al lettore è dovuto uno sforzo per rientrare nella storia dalla quale è cacciato fuori. È una seconda parte segnalata nel libro stesso, comunque un ricominciare dopo i pop-corn. Una pausa che richiede un approfondimento a margine della lettura, la necessità di tornare indietro per comprendere l’intenzione dello scrittore.

Come nei racconti

Aerosol
Questo rumore, certo, lo conosco perfettamente. Non qui, altrove. Aerosol, la vecchia macchinetta gorgheggiante davanti alla TV accesa su un vecchio Miyazaki in DVD o addirittura in VHS. Mezza soluzione fisiologica, mezzo Clenil, in casi più gravi sei gocce di Broncovaleas. Ore 19.30, il volume del film d’animazione è troppo alto. La replica del bambino è logica e sempre la stessa: è alto per ricoprire il rumore dell’aerosol. Non me ne importa niente, abbassa.

Per Selvetella i capitoli hanno nome e cognome: Il barista, Il cane, Il trolley, Aerosol, L’uomo che aspetta, Il Papa, Il palazzo delle stanze. L’identità affidata al brano è coerente con quanto accade nel romanzo, ma volendo compiere uno sforzo di immaginazione, immaginando lo scrittore digitare i tasti per scrivere la sua storia, pensiamo di vedere sviluppi derivati proprio dal titolo: brevi racconti immersi in una ricostruzione ampia. Se fossimo sulla spiaggia diremmo che il mare inizia da qui, dalla spiaggia. È questo il senso: la storia va al largo ma ricomincia sempre da una parte, quella più vicina. Anche se i protagonisti de Le stanze dell’addio sanno che il mare non inizia e, soprattutto, non finisce. Però trova una vendetta naturale se l’atmosfera è burrascosa, se giudica inadatto il comportamento dell’uomo-animale. Ma se sei una grossa balena non dovresti aver paura del piccolo uomo. Selvetella cita Moby Dick per una quasi dedica al romanzo e anche dopo. Il motivo deve essere lo stesso ricercato tutt’ora nel capolavoro di Melville, ossia luce per angoli oscuri. Col dolore addosso.

 

Non prenderla come una critica – “L’amore a vent’anni” di Giorgio Biferali

di Luigi Loi

L’amore a vent’anni di Giorgio Biferali è un romanzo che andrebbe letto con la massima benevolenza per tutta una serie di fattori a latere che ne costituiscono la vera forza. In primo luogo per la sua collocazione editoriale: è tra i romanzi della Tunué, salutati in questi anni come prodigio di intransigenza, ricerca stilistica e formale. Vanni Santoni, direttore editoriale della collana, ha fatto sì che a Latina arrivassero numerosi riconoscimenti di pubblico e critica, consacrati con vari approdi allo Strega. Un successo notevole (e meritato) per questa collana anomala nel panorama librario italiano. Ma anomalo è anche il romanzo di Giorgio Biferali all’interno della sua stessa collana, per due ragioni.

La prima è il come la materia romanzesca viene trattata, così dissimile nel corpus dei romanzi Tunué: i due protagonisti, Giulio e Silvia, sono romani e abitano nella stessa via. Lui, voce narrante del romanzo, ultimo figlio (non voluto) ha dei genitori tutto sommato amorevoli e presenti, nonostante le piccole disfunzioni del quadro piccolo borghese che Biferali racconta; si innamora di Silvia, che ha alle spalle delle relazioni amorose tormentate (conditio sine qua non altrimenti si direbbero resoconti e non relazioni), con una famiglia realmente disfunzionale e una madre incombente. E fin qui, poiché si è impostato maliziosamente il discorso, sembrerebbe implicita una condanna che deplori questo sviluppo narrativo. Non è così, poiché tutto può avere in potenza una dignità narrativa, anzi, il contenuto è talvolta meno importante del contenitore.

È sul contenitore infatti che si nota la seconda anomalia del romanzo di Biferali. Se abbiamo uno sperimentalismo linguistico e formale in tutta la collana Tunué, addirittura esasperato in Medusa di Luca Bernardi, e in Mescolo tutto di Yasmin Incretolli, L’amore a vent’anni invece si caratterizza per tutta una serie di meccanismi formali che ricercano volutamente l’appiattimento col linguaggio giovanile contemporaneo, con i moduli del parlato colloquiale (“Va bene che Laura sta un po’ in crisi” pg 27, “L’hai stalkerata alla grande” pg 28, “e mi sentivo come in hangover” pg 53, “che mi dava del pazzo scoppiato, del bambino di merda” pg 134), attraverso gli escamotages più rodati di questo registro narrativo, dalle oggettive coordinate al che con valore temporale:

“Diceva che nella vita, lei, a parte lo studio, scriveva poesie, che le piacevano le poesie semplici” pg 26
“che potranno inventare facebook instagram happn once tinder ma quando la vedi per la prima volta che si muove e si guarda intorno e vive lì in quel momento davanti a te è tutta un’altra storia” pg 28

A livello grafico è presente un dispositivo tutt’altro che sperimentale per caratterizzare il flusso di coscienza, e cioè l’assenza dei marcatori di discorso diretto, dei dialoghi o dei de relato, segnalati con la semplice lettera maiuscola in luogo di caporali, apici e virgolette:

“e invece ho detto solo Ma, un po’ tutto, che è una risposta che non vuol dire nulla, che non può essere all’altezza di una domanda come Cos’è che ti mancherà?” pg 11
“di frasi spaventose come Ormai non sei più un bambino, o Scrivetevi i compiti per domani” pg 17

L’unico vezzo stilistico che Biferali si concede sono le rarissime epifore:

“salivano sul palco gruppi indie che non erano più tanto indie” pg 13
“Ricordo bene il giorno dell’amore prima dell’amore” pg 17
“abbiamo preso il caffè più veloce della storia dei caffè” pg 18

Quindi la benevolenza che si deve a questo romanzo, tutto sommato molto classico, è legata soprattutto a come l’argomento, l’amore dei giovani, è trattato. Tema ambizioso, e forse tra i più scivolosi e incandescenti, perché nella soggettività dell’esperienza umana, tra gli universali assoluti c’è appunto l’amore.
Se Biferali chiede al lettore immedesimazione attraverso il filtro della nostalgia (tragicamente soggettiva), delle due l’una: o si tratta di una discesa psicologica ammirevole nell’io narrativo (in odor di autofiction) con tutte le limitazioni che un simile personaggio porta in dote, o si tratta di pura novel, e allora L’amore a vent’anni non centra il bersaglio. E non potrebbe perché l’orizzonte umano dei protagonisti di questo libro è giovanile in modo ovvio e i riferimenti young adult e camp sono tutt’altro che trasparenti, come in questi passaggi:

“Avevamo paura delle stesse cose, di It, del finale di Roger Rabbit” pg 10
“le pringles, i tuc, la macedonia confezionata, le m&m’s, i muffin, le spremute, i lion, gli snickers, le torte vegane” pg 29

Il dipinto realista è molto particolareggiato, forse eccessivamente, tant’è che se L’amore a vent’anni dovesse sopravvivere a questa stagione letteraria si dovrà leggerlo con una serie di note che spieghino cosa sono stati “Friends su Comedy Central, Real Time, dove c’era Alta infedeltà, un reality sui triangoli amorosi, Real Time + 1, con Che diavolo di pasticceria!”(pg 40). Questa certosina caratterizzazione dell’atmosfera risulta essere il difetto più notevole dell’intero romanzo.

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La voce narrante, che ha promesso fin dalle prime battute di essere gli occhi e i ricordi di Giulio/Giorgio, una semplice macchina da presa (quella richiamata dalla copertina e dagli infiniti riferimenti cinematografici), quasi del tutto passiva, che registra gli avvenimenti, cosa ci sta raccontando? Di una tensione tra l’universalità dell’amore e la soggettività degli occhi che lo vivono? Questo passaggio a pagina 114, dove si racconta lo stupore e la scoperta del corpo nudo del partner, risponderà alla domanda:

“i seni che sembravano più piccoli, lei era magra e in più non si scopriva mai, e invece erano grandi, una terza, forse, stavano su ma erano morbidi, mi solleticavano il petto e mi riempivano le mani. Come quelli delle vallette che si vedevano in tv, però quella era tutta carne, niente plastica. Sotto, un triangolo piccolo, una piccola freccia verso il basso […] Dove vengo? Dove posso venire?, le chiedevo io. Dove vuoi, diceva lei, anche dentro. Anche dentro? Prendi la pillola?”

Le vallette di plastica in tv, sono lì a suggerire il giudizio estetico del protagonista, così come la descrizione evocativa del triangolo del pube della ragazza. Ma l’anticoncezionale? Cosa suggerisce? Poco, si tratta di un particolare né incongruo né insignificante, rappresenta soltanto la concretezza meccanica del reale. E questa meccanica il lettore la registra inconsciamente: la pillola ci dice del supposto realismo della vicenda, purtroppo tutta sbilanciata sull’aspetto del significante delle cose piuttosto che sul loro significato. In questo romanzo abbiamo Tinder, ma avremmo potuto avere delle lettere galanti e non sarebbe cambiato nulla. Abbiamo i cornetti ancora caldi ma avremmo potuto avere brioches di forno, abbiamo Charlie Hebdo ma se lo sostituiamo con Internazionale o con Il Messaggero sarebbe identico. Insomma, la scenografia che descrive l’epoca in cui vivono i due personaggi, fatta di parcheggi kiss&go, X-Factor, Ray-Ban neri wayfarer è una convenzione stilistica, pura foliazione. Se Giulio e Silvia indossassero i pantaloni a zampa d’elefante (costume da film per indicare gli anni ’70), se fossero vissuti sulla Luna piuttosto che a Forlì, di loro sapremmo solo questo. Uno dei punti di forza colpevolmente trascurati di questo romanzo è la contrapposizione tra geografia fisica e geografia intima:

“Mi mancheranno l’Eden, i nasoni, le piccole vie di Trastevere dove le signore si parlano dalla finestra, indovinare i sanpietrini con i piedi che è come camminare sulla sabbia, il tratto della metro tra Lepanto e Flaminio” pg 10
“Mi mancherà Silvia, che mi ha fatto sentire che avevo un cuore, che mi ha fatto vedere il mondo nei suoi occhi, che è un posto che nessuno conosce, che negli occhi aveva due lampioncini illuminati quando mi guardava, quando ci siamo innamorati” pg 11

Il tema è ricorrente lungo tutto l’arco narrativo, e varia appena nella lievissima contrapposizione padre contro figlio, ma anche qui l’apparato scenografico è la chiave di volta per risolvere la contraddizione:

“diceva a bassa voce Beatles, Rolling Stones, Simon & Garfunkel, Equipe 84, Area, Popol Vuh, De Gregori, Pink Floyd, Venditti, Sting, Battiato, De André, i Residents… Peccato che tuo padre è già sposato, ha detto lei ridendo, vabbè, mi accontenterò del figlio, va” pg 128

Se l’etichetta pigliatutto di fiction non fosse così malleabile, si potrebbe obiettare che L’amore a vent’anni non sia un romanzo, piuttosto una cronaca di costume raccontata da un giovane innamorato: la cronaca seleziona da sempre i dettagli statisticamente esemplari. Ma attenzione, se la cronaca ha velleità artistiche, rischia involontariamente di entrare nell’immenso recinto dei cliché; il romanzo, all’opposto, è intrinsecamente una prospettiva. È uno scorcio irripetibile e rivelatore, mentre dell’amore tra i due protagonisti di questo libro, della loro gioventù (e quindi della nostra) sappiamo quello che sapevamo a pagina 1.

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High school drama e ’900 letterario: “13 Reasons Why” come “The Lottery” di Shirley Jackson

di Chiara M. Coscia

13 Reasons Why , ideata da Brian Yorkey e trasmessa su Netflix, avrebbe potuto fermarsi al tredicesimo episodio della prima stagione. La serie si era dimostrata un fedele e puntuale adattamento televisivo dell’omonimo romanzo di Jay Asher. Alla fine abbiamo una confessione registrata, quindi possiamo esultare: è fatta! Pagherà! Andrà in galera!
Una storia che finisce – almeno un po’ – bene. E invece.
Questa seconda stagione amarissima ci mostra che non è così. La struttura stavolta è quella di un lungo procedural, che ricostruisce e approfondisce la vicenda e i punti di vista dei diversi personaggi attraverso il processo dei Baker, i genitori di Hannah, contro la Liberty High School. La storia di Hannah si allarga, si arricchisce delle storie degli altri, gli stessi personaggi a cui erano indirizzate le cassette, che hanno la loro versione dei fatti, ma che non contraddicono quella di Hannah, anzi: la completano, le danno una dimensione ancora più ampia, ancora più dolorosa. Certe reazioni della ragazza che nei primi episodi della prima stagione sembravano “eccessive” acquistano nuova luce, nuova ragione di esistere. Scopriamo una profondità di relazione con i compagni che rende ancora più doloroso il bullismo subito, ancora più colpevoli i bystanders.

Il processo è contro la scuola, che ha mancato nel cogliere i segnali, e non contro colui che abbiamo ormai identificato come “il colpevole”. Un processo contro di lui non è possibile senza un’accusa che venga da una persona viva, o delle prove. Serve la testimonianza di una vittima per stabilire un pattern. Hannah non era l’unica, ovviamente. (La forza dell’isolamento imposto dal bullo crea nella vittima stessa un pensiero automatico di senso di colpa: perché io? Ma non è così.)
Liberty High School, un liceo che ha nel nome il concetto più americano e più controverso del mondo, la libertà che è sempre libertà individuale assoluta, è uno spaccato di quella società aggressiva, classista e fortemente votata al consenso sociale, dove ogni minimo accenno alla diversità diventa bersaglio da colpire.
La cultura sessista del liceo era già stata denunciata nella scorsa stagione, ma in questi nuovi episodi sentiamo il peso di altre discriminanti. Il peso della “razza” che percepiscono Jessica e Marcus, che “non sono come gli altri”, e che in quanto di colore diverso devono “essere umili, e farsi furbi, perché le regole sono diverse per noi”(S02E03). Il peso della classe sociale che incombe su Justin, che ha la mamma tossicodipendente e finisce a vivere, eroinomane, per strada, svelandoci un mondo enorme e oscuro di cui gli Stati Uniti difficilmente parlano con serenità: la quantità di minorenni homeless che si è accumulata per le strade e ai margini in quest’ultimo decennio. E poi c’è la storia di Tyler, ragazzo timido, bersaglio anche lui, che man mano ci lascia intravedere come la cultura delle armi si faccia strada nella vita delle persone, e quanto sia facile per un minorenne acquistare pistole e fucili – più delle bombolette spray, che invece vengono messe sotto chiave da Wal-Plex.

Tyler diventa Hannah, in tutto e per tutto. Potremmo ricostruire in tredici pezzetti anche la sua storia, per arrivare alla scelta finale. Ma la tragedia viene risparmiata qui, e non perché il sistema abbia modificato qualcosa, o perché gli adulti abbiano imparato a riconoscere i segnali.
In questa stagione c’è una quasi assoluta mancanza del senso di responsabilità degli adulti. Sono assenti, distratti, inadeguati, e girano attorno a un sistema scolastico in cui la cultura della squadra e del cameratismo viene incoraggiata in ogni modo. Nello spogliatoio del Liberty High scorrono siringhe di steroidi, urina sintetica distribuita dal coach (probabilmente la figura più disgustosa di tutte), spedizioni punitive, affermazioni di potere assoluto.

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C’è uno sketch di Amy Schumer, comica statunitense, chiamato “Football Town Nights”, di cui 13 Reasons Why sembra essere la versione tragica: il nuovo coach stabilisce una “no raping rule” e tutti (atleti, insegnanti, genitori) sono sconcertati. La Schumer sembra suggerire che non se ne esce, anche se impedisco lo stupro è proprio nella cultura dello spogliatoio l’idea di “dominare con violenza chiunque si metta tra me e ciò che voglio, prendermi quello che voglio perché ne ho il pieno diritto e sono dio.”
Un problema grosso c’è in questa stagione di 13 Reasons Why, ed è un problema di tempo narrativo. Non nel senso che ci siano cose che non quadrano o che risultino incoerenti. C’è proprio un problema di minutaggio. Fare una seconda stagione di una serie TV che basa la sua struttura su 13 episodi significa dover, per necessità tecniche, avere materiale a sufficienza per completare quei 13 episodi. Ecco dove fallisce la serie. C’è una diluizione delle informazioni che a volte tende a sopraffare le scene fondamentali, quelle più forti e toccanti, che finiscono per perdersi un po’ nella loro potenza rappresentativa. Ma forse non è casuale? Forse aver fatto una prima stagione di una violenza definita da molti devastante e eccessiva ha sollevato la necessità di andarci “piano”? Forse. Fatto sta che la costruzione della tensione nell’episodio finale, inutilmente più lungo di 20 minuti, diventa a tratti un’attesa frustrante. Non servono i rallenty, non vogliamo stare in chiesa tutto quel tempo. Tutta quell’attesa non funziona, perché risulta scollata dalle scene forti che vuole preparare. Sembrano due episodi montati insieme. Ed è un peccato. E poi.

E poi forse c’era bisogno di una strage, almeno del tentativo della strage. Forse non sarebbe stato poi così moralmente assurdo mostrarci l’umanità di un carnefice. Certo, non è meno feroce vedere come quel ragazzo diventi l’ennesimo fascicolo di cui occuparsi abbandonato su una scrivania, e come l’unica possibilità di salvezza per le vittime di bullismo non sia parlare con gli adulti, ma fare gruppo con le altre vittime, trovare una propria squadra, una propria gang.
La cultura del più forte e il potere dominante creano una sorta di struttura imposta e silenziosamente accettata in cui si impone la dicotomia bullo/potenziale vittima. Quest’ideologia trova la sua base storica nel Puritanesimo americano, nel concetto di “predestinazione” per cui la ricchezza e il successo in terra sono segno di vicinanza alla grazia divina. E infatti il più forte è sempre il più ricco.
Alla fine della prima stagione, dopo 3 mesi di libertà vigilata, il colpevole si trasferisce in una scuola ancora migliore del Liberty High. Anche lì hanno bisogno di un figlio della ricchezza che porti con sé le donazioni del padre. In un mondo dove il potere d’acquisto è la cosa che conta più di tutto e che consente qualunque libertà, i figli ricchi camminano protetti e legittimati.

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C’è un riferimento a un racconto di Shirley Jackson nel terzo episodio della serie TV solo apparentemente casuale. La scuola ha bandito “The Lottery” perché “glamorizza la violenza”. “Ecco come funziona la Liberty High,” dice Tyler, “bandisce i libri e celebra dei tizi che sanno colpire una palla da baseball molto forte.”(S02E03)
“The Lottery” (qui in italiano) compare il 26 giugno del 1948 sul New Yorker. Gli abitanti di una non specificata cittadina americana partecipano ogni anno a una sorta di lotteria, che consiste nel pescare un foglietto di carta per famiglia da una scatola nera. I fogli sono tutti bianchi, eccetto uno, che ha un punto nero al centro. Il malcapitato pescatore del foglietto marcato viene lapidato a morte dai restanti cittadini. Negli anni, il racconto della Jackson è diventato un cult, da cui sono stati tratti spettacoli, opere teatrali e che è perfino citato in un episodio dei Simpsons (S03E19), cosa che ne sancisce definitivamente la rilevanza nella cultura popolare.
Al di fuori degli amatori e dell’accademia, tuttavia, “The Lottery”, sin dalla sua comparsa, è stato spesso tacciato di essere un racconto “oltraggioso, gratuitamente violento e senza senso”. In realtà, al di là dell’evocazione del sacrificio di sangue finalizzato al raccolto, è una storia che parla di una comunità ristretta, in cui i vicini sono brutalmente e gratuitamente violenti con un membro della comunità, scelto in maniera random, al fine di perpetrare un rituale sociale che fa fatica a essere eradicato.

“La mattina del 27 giugno si levò chiara e piena di sole, con il calore di una bella giornata estiva; i prati erano pieni di fiori e l’erba era già alta. Gli abitanti del villaggio cominciarono a radunarsi nella piazza, tra l’ufficio postale e la banca, verso le dieci.”

L’incipit di “The Lottery” potrebbe essere l’inizio di qualunque high school drama: la giornata chiara e piena di sole, gli studenti che si affollano all’ingresso della scuola. Le pietre fanno quasi subito la loro comparsa, vediamo i ragazzini del paese raccoglierle e accumularle senza sapere ancora a cosa serviranno. Potrebbero, all’inizio del racconto, essere ancora solo un gioco, uno scherzo innocente, un passatempo infantile.

“L’attrezzatura originale della lotteria era andata persa tanto tempo prima, e la cassetta era entrata in uso prima ancora che nascesse nonno Warner, l’uomo più vecchio del paese. Talvolta si parlava di una nuova cassetta, ma nessuno voleva rinunciare a quella tradizione: si diceva che la cassetta nera fosse fatta con alcuni pezzi di quella originale, costruita dai primi abitanti del villaggio.”

Il senso della tradizione a cui non si vuole rinunciare risulta chiarissimo in questa cassetta costruita dai resti di quella originale: una tradizione che si rigenera anno dopo anno, stagione dopo stagione, e che non morirà mai.

«Ho sentito dire» commentò il signor Adams, rivolto a nonno Warner che gli stava vicino «che nel villaggio a nord del nostro vogliono sospendere la lotteria.» Nonno Warner scosse la testa.
«Pazzi» disse.
«Ascoltano troppo i giovani, non c’è mai niente che gli vada bene. A dare retta a loro, si tornerebbe a vivere nelle caverne. C’è sempre stata la lotteria, e la lotteria è una cosa seria.»

Gli anziani si tengono stretti ai rituali, e di fronte alla possibilità di interrompere un sistema che va avanti da sempre reagiscono tirandosi indietro. Come il coach Rick, che ci tiene alla “squadra” e che farebbe di tutto per salvaguardare la squadra, come il preside Bolan, che non mette in discussione i metodi del coach e punisce i ragazzi come Tyler, quelli che avrebbero bisogno di essere ascoltati, ma non gli atleti. Gli atleti non si toccano.

“Anche se la gente del villaggio aveva dimenticato il rituale e perso la cassetta originale, sapeva ancora come si usavano le pietre. La pila preparata in precedenza dai ragazzini era pronta, e per terra, oltre ai foglietti trascinati dal vento, c’era anche una buona scorta di ciottoli. La signora Delacroix prese una pietra talmente grande che dovette sollevarla con tutt’e due le mani, poi si girò verso la signora Dunbar.
«Andiamo» disse, «sbrighiamoci».

Qui Shirley Jackson chiama in causa la capacità di ogni essere umano di diventare un carnefice, di prendere in mano una pietra e scagliarla contro una vittima a caso, che si trova in una posizione in cui ci sarebbe potuto essere chiunque.

“The Lottery” è la perfetta narrazione di quella cosa che si chiama peer pressure, la pressione del gruppo, il conformismo al comportamento collettivo che deresponsabilizza perché “lo fanno tutti, si fa da sempre, si è sempre fatto così”. È lo status quo, la ragione per cui niente cambia al Liberty High, e niente cambierà mai. È una storia terrificante che mostra i pericoli e l’agghiacciante e spaventosa dimensione divorante del gruppo, esattamente come in 13 Reasons Why. L’ambientazione è diversa, ma le strutture sono identiche, e ci viene il dubbio che il bullismo, tutto sommato, non sia altro che una forma di lapidazione contemporanea.

Gli Editoriali. Raffaele Mozzillo (Corpotre)

Redattori, social media manager, impaginatori, uffici tecnici, consulenti e ancora altri: sono loro gli Editoriali, persone che lavorano i libri prima che diventino libri. Chi sono, cosa fanno e come lo fanno: una serie di domande per scoprire qualcosa di più sui mestieri dell’editoria.

Raffaele Mozzillo è nato a Caserta nel 1974. Vive e lavora a Roma come editor e redattore presso il service editoriale Corpotre. Ha curato, insieme a Enos Rota, un’antologia dal titolo Cronache dagli anni Zero (Perrone, 2010). Nel 2017 è uscito il suo romanzo, Tutte le promesse (effequ).

Come hai iniziato e perché?
Nel 2002 mi sono trasferito a Roma dalla provincia di Caserta e, mentre mi mantenevo lavorando in un ristorante e successivamente in una sala bingo, ho frequentato un corso di editoria. Da lì, i primi contatti con editori e agenzie editoriali e, attraverso tutte le forme di rapporto lavorativo (a contratto, a progetto, con partita iva, in amicizia…), ho infine conquistato il mio posto in un’agenzia editoriale come redattore.

Come e quando sei arrivato a Corpotre?
Sono arrivato a Corpotre dopo uno stage presso l’editore Newton Compton, committente principale dell’agenzia editoriale per cui lavoro. Praticamente, subito dopo il corso di editoria, nemmeno il tempo di.

Quali sono le tue mansioni, nello specifico?
Sono un redattore nell’accezione più ampia del termine: mi occupo di revisione di testi e di traduzioni, di valutazione del lavoro del correttore di bozze e della giusta applicazione delle norme redazionali, ma anche di grafica redazionale, impaginazione, ricerca iconografica e lavorazione immagini, e infine della realizzazione degli ebook. La figura del redattore editoriale si è modificata radicalmente rispetto “solo” a una quindicina di anni fa e in maniera molto rapida e ora comprende mansioni anche molto diverse tra loro. Inoltre, l’uso della rete ha avvicinato editore, agenzia editoriale, grafica e tipografia rendendo la condivisione dei risultati e il confronto sempre più veloce (si può fare al volo un’ultima correzione anche poco prima che il volume vada in stampa, per esempio). Negli anni Novanta del Novecento, questo non sarebbe mai potuto accadere: quando sento parlare di pellicole, mi vengono i brividi.

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Qual è il tuo flusso di lavoro e quali programmi utilizzi?
Non c’è un preciso flusso di lavoro (almeno da noi), ma tutto dipende dal tipo di intervento che devo attuare. In genere, comunque, copre tutto il processo di lavorazione di una pubblicazione, per cui può capitare di partire da un file Word di un testo inedito o di una traduzione per finire con l’esportazione del pdf per la tipografia, dopodiché, dello stesso testo dovrò realizzare la versione elettronica. In mezzo: revisione testo, correzione di bozze, normalizzazione del testo, impaginazione e, per i volumi illustrati, ricerca iconografica e illustrazione del volume.
Il programma che uso sia per la lavorazione del testo che per l’impaginazione è Adobe inDesign. Per editare gli ebook uso Sigil. Evito Microsoft Word tutte le volte che posso, come la peste.

Quali sono le risorse (testi, siti o altro) che hai sempre sott’occhio e che ti aiutano durante il tuo lavoro?
Per il lavoro sul testo, uso spesso il vocabolario Treccani online, e in linea di massima uso fonti online per illustrazioni e contenuti.

Qual è la cosa che più ti piace fare del tuo lavoro?
Le ricerche iconografiche su testi antichi mi fanno conoscere un mondo “editoriale” e tipografico a me sconosciuto, per cui mi piace molto ripescare vecchie illustrazioni, incisioni o xilografie da volumi che raccontano ancora, con le loro immagini, per esempio, il mondo e i suoi abitanti (vedi il volume La patria di Gustavo Strafforello, giusto per citarne uno), che in qualche modo mi riportano anche la visione di un mondo che c’è e non c’è: palazzi del Medioevo, vedute settecentesche, battaglie e condottieri, ritratti e così via.
Inoltre – ma non capita spesso – rivedere una traduzione di un classico per una nuova edizione mi eccita parecchio (a meno che non mi capiti – e a volte capita – una traduzione mostruosa).

Qual è la cosa che più ti annoia fare del tuo lavoro?
Può capitare, adesso sempre meno per mancanza di tempo, di dover compilare un indice analitico per un saggio: pagherei di tasca mia un collaboratore esterno pur di evitarmi lo strazio.

Hai una norma redazionale che applichi a malincuore?
Il maiuscoletto per le sigle e il corsivo per le parole straniere.

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foto: Jerry Kiesewetter

Qual è quell’errore (o refuso) che ti fa saltare i nervi?
Più che un refuso in particolare, mi fanno saltare i nervi i testi non uniformi (Palazzo Barberini o palazzo Barberini? Torre del Filarete o torre del Filarete?).

A tuo avviso, qual è la caratteristica più importante per chi fa un lavoro come il tuo?
Dovrebbe essere l’attenzione al dettaglio e la visione d’insieme, cioè la capacità di vedere le infinite componenti di un prodotto editoriale e coglierne le incongruenze per poi ripararle. Ma viste le tempistiche e la quantità di lavoro che si svolge, direi prima di tutto costanza e controllo dei nervi.
E pazienza, molta molta pazienza.

Consiglia un libro che parla del tuo lavoro e che credi possa essere utile a chi voglia iniziare.
Manuali specifici e tecnici sull’argomento ce ne sono molti, non saprei quale consigliare. Per scoprire invece il mondo dell’editoria, o meglio per scoprire da dove viene il mondo dell’editoria moderna e della scrittura nello specifico consiglio Officine Einaudi di Cesare Pavese e Lezione americane di Italo Calvino. Per l’editoria che verrà, consiglio di scoprire scegliere leggere e studiare collane di editori indipendenti di oggi.

foto di apertura: Samuel Zeller

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La lingua imperfetta

di Mira Costanzo

Tempo fa ho scambiato qualche messaggio con un mio ex studente tedesco, tornato a Roma per una breve vacanza, e quando mi sono complimentata perché mi sembrava che il suo italiano fosse migliorato, lui ha risposto: «Al bar mi hanno portato un caffè corretto dopo che avevo chiesto un caffè e un cornetto! Saper scrivere non è saper parlare!».
No, infatti. Imparare una lingua significa lavorare sulla comprensione orale, sulla comprensione scritta, sulla produzione orale, sulla produzione scritta e sull’interazione orale, ed è difficile raggiungere lo stesso livello su tutti i fronti.
Da un punto di vista strettamente pragmatico, saper scrivere non è l’abilità più importante. Secondo uno studio di Wilga M. Rivers e Mary S. Temperley (“A Practical Guide to the Teaching of English as a Second or Foreign Language”, Oxford University Press, New York, 1978), l’attività linguistica di un adulto medio è così suddivisa: il 45% del tempo è dedicato ad ascoltare, il 30% a parlare, il 16% a leggere e il 9% a scrivere.
Ciò di cui si ha più bisogno è interagire con le persone per strada, in un negozio, in un ufficio pubblico o all’aeroporto. Ma è anche vero, se pensiamo alle chat o alle e-mail, che la produzione scritta può rientrare nelle abilità interattive e che la sua importanza varia a seconda della tipologia di apprendenti. Le esigenze di uno studente Erasmus non sono quelle di un ambulante di mezza età, e ignorare la differenza non avrebbe senso.
Oggi al centro dell’approccio didattico ci sono le necessità, i ritmi e le motivazioni di chi studia. La lingua è vista come atto nella vita reale, più che come sistema rigido e chiuso. Serve per comunicare. Comunicare significa scambiare messaggi efficaci e l’efficacia si misura in relazione ai risultati ottenuti.

In Le sfide di Babele (UTET) Paolo E. Balboni sottolinea che «l’errore nella grammatica sociale di un cocktail, di un lavoro di gruppo, di una conferenza o di una telefonata internazionale pesa assai più dell’errore morfosintattico». Questo non vuol dire che gli errori morfosintattici siano accettabili, ma che la valutazione di ciò che normalmente chiamiamo errore è più complessa e deve tener conto anche di altri fattori.
L’apprendimento di una lingua non è un processo lineare ma a spirale, fatto di approssimazioni successive. Ogni fase intermedia ha una sua funzionalità ed è sottoposta a continui aggiornamenti. In quest’ottica l’errore non va visto tanto come errore – mostruosità da bacchettare ed estirpare alla velocità della luce −, quanto piuttosto come tentativo sano di usare la lingua. Merita di essere accolto e superato senza generare frustrazione. Oltre all’apprendimento cosciente, infatti, conta molto l’apprendimento inconscio, dagli effetti più duraturi, che avviene quando si usa la lingua in modo spontaneo, senza la zavorra del filtro affettivo, cioè di un meccanismo di difesa determinato dall’ansia o da attività che minano l’autostima.
Così lo studio della grammatica come prerequisito per esprimersi, fondato su estenuanti esercizi di ripetizione, nella speranza di fissare le regole una volta per sempre, è stato sostituito da una riflessione sulla lingua. L’insegnante non è più un santone o un giudice, ma il regista di un viaggio in cui le regole rappresentano il punto d’arrivo. Lo studente diventa un esploratore, deve formulare ipotesi, e acquisisce strumenti d’analisi che lo renderanno autonomo.
Se qualcuno mi dice “domani vado in Napoli”, non lo interrompo per spiegare le preposizioni di luogo. Posso invece chiedere: “E perché vai a Napoli?”. Lo scambio prosegue, ma allo stesso tempo offro la mia versione (“a Napoli”, non “in Napoli”). Le spiegazioni o il ripasso arriveranno dopo.

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Come si inserisce in un quadro così dinamico la scrittura? La scuola ha abituato un po’ tutti a considerarla un campo di battaglia in cui la mancata applicazione delle norme causa spargimenti di inchiostro rosso e vergogna. Perché dannarsi a scrivere, se scrivere non è un’attività di particolare rilevanza pratica?
In termini formativi, la produzione scritta abitua a considerare il testo, e non le singole frasi, come base della comunicazione. Perciò è essenziale per allenarsi a gestire la lingua nella sua globalità. In più, induce a riflettere sul genere comunicativo − la lettera informale, la lettera formale, la barzelletta, la favola, ecc. −, con le sue caratteristiche strutturali e culturali.
Di solito è richiesta alla fine di altre attività. Gli studenti si confrontano con una lettura o con un ascolto − materiali di preferenza autentici, dove trovano posto anche i “vabbè”, i “boh”, le variazioni d’accento e di tono −, parlano dei contenuti con i compagni, ricompongono o completano testi, giocano, cantano, recitano, scoprono i meccanismi di funzionamento della lingua, li analizzano, scrivono imitando un modello e poi provano a scrivere liberamente.
A questo punto si specifica chi è il destinatario (un amico, un conoscente, un perfetto sconosciuto?), qual è lo scopo (informare, convincere, protestare?) e, se l’attività si svolge in classe, quanto tempo c’è a disposizione. Ancora una volta, si tratta di allenare non solo la competenza linguistica, che riguarda le forme, ma anche quella comunicativa, che riguarda i significati e che si estende al contesto.

Se chiedo di inventare una storia, per reperire le idee parto da un’immagine, ricorro al brainstorming oppure al diagramma a ragno, una forma più strutturata di brainstorming (sulla lavagna scrivo una parola alla quale vengono collegate, come “zampe”, altre parole emerse per associazione o per conseguenza logica).
Gli studenti possono consultare il dizionario, ma un ottimo esercizio è anche quello di limitarne o vietarne l’uso. Così, dopo i vari “nooo!”, “oh my gosh!” e “perché?!”, dovranno attuare delle strategie per sopperire alle carenze lessicali. Mi viene sempre in mente quello che dice Y in Dialogo dei massimi sistemi di Tommaso Landolfi, un autore (e traduttore) che con la lingua giocava parecchio:

«[…] secondo me è di gran lunga preferibile scrivere in una lingua imperfettamente conosciuta, anziché in una che ci sia compiutamente familiare. […] chi non conosce le parole proprie a indicare oggetti e sentimenti, è costretto a sostituirle con perifrasi, e cioè di’ pure con immagini […]. Così, evitate le parole tecniche e i luoghi comuni, che altro s’oppone alla nascita di un’opera d’arte?».

Ecco allora che le foglie diventano i “capelli dell’albero”, la lampadina un “occhio di luce”, l’edicola la “casetta con i giornali porno” e così via, all’infinito. Ciascuno attinge dal proprio bagaglio creativo/esperienziale. Qualche anno fa, per esempio, un cantante lirico statunitense mi ha chiesto se fosse un errore scrivere “infante” al posto di “bambino”. Era abituato a leggere libretti d’opera e “infante” gli suonava più familiare.
Terminato il lavoro, si passa all’editing tra pari. Non invito alla correzione – non uso mai questa parola, che evoca il concetto di “giusto” e “sbagliato” −, ma al miglioramento. Formo delle coppie e gli studenti si scambiano gli elaborati. Oppure, sempre insieme, si concentrano prima su un testo e poi sull’altro. Io resto a disposizione se ci sono dubbi e domande, però me ne sto in disparte, non gironzolo tra i banchi come una sentinella.

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Se la classe è pigra e nessuno chiede nulla, lancio provocazioni giocose. Christopher Humphris, uno dei miei formatori alla Dilit International House, ne suggeriva alcune molto belle. Per esempio, si va alla lavagna e si scrive: «Se avete dubbi chiamatemi». Il silenzio continua? Si torna alla lavagna e si scrive: «Se non avete dubbi siete: a) italiani, b) presuntuosi, c) stupidi».
Quando mi chiamano, potrei indicare direttamente la soluzione e approfittarne per sfoderare tutta la mia sapienza. Di sicuro susciterei immediata gratitudine e mi sentirei molto figa, ma sarei una pessima insegnante. Invece la mia risposta dovrà essere semplice e magari sollecitare un’indagine ulteriore.
Se qualcuno finisce troppo presto, mi avvicino, prendo il foglio, do uno sguardo e dico “ma i verbi?”. Poi me ne vado. La reazione classica è “sono sbagliati?”. Io risponderò con un’altra domanda: “voi che dite?”. Questa condotta, a volte incompresa e biasimata, è tesa a stimolare la capacità di problem solving, che si rivela fondamentale soprattutto fuori dall’aula.
L’editing, naturalmente, si può anche fare alla lavagna. Se un testo non è lungo, lo trascrivo e chiedo: “Che problemi ci sono qui? Mi aiutate, per favore?”. Recito la parte di Cappuccetto Rosso sperduta nel bosco, così gli studenti capiscono di avere un ruolo attivo.
Se non riescono a individuare i punti critici, fornisco qualche indizio, segnalando che si potrebbe controllare con più attenzione la terza riga, che ci sono due articoli un po’ strani oppure che, se un nome è femminile singolare, l’aggettivo maschile plurale non va bene, quindi?
Il tipo di intervento, comunque, dipende dal livello della classe e dalle circostanze. Per un po’ posso lasciar correre che un anglofono di livello A1 scriva «licenza di guida» al posto di «patente», mentre tendo a precisare subito che «visitare qualcuno» è accettabile se stiamo parlando di un medico, altrimenti bisogna dire «andare/venire a trovare qualcuno».

Ricordo una giornalista ungherese che mi chiedeva di essere corretta su ogni virgola e si arrabbiava se non la assecondavo. Non tollerava l’idea di non saper scrivere come avrebbe voluto. Le interessava ricevere supporto per essere perfetta, prima ancora che per raggiungere obiettivi concreti.
Con gli adulti non è raro che si verifichino episodi del genere, perciò l’unica regola che chiarisco fin dall’inizio è che certe preoccupazioni non servono.
Tra le cose che ho imparato insegnando italiano a stranieri, credo che la più rivoluzionaria sia proprio questa: l’utilità ha la precedenza su tutto il resto. E ne ho avuto definitiva conferma di recente, quando un gruppo di studenti del Bangladesh, l’ultimo giorno di lezione, mi ha regalato una bottiglia d’acqua.

 

Narrarsi Addosso – Dal blog alle Ere Oniriche di Marta Zura-Puntaroni

Narrarsi addosso: sguardi sul mondo dello storytelling made in Facebook, dell’autofiction targata Twitter, della promozione ai tempi della visibilità.

Ho conosciuto la scrittura di Marta Zura Puntaroni su Facebook. Sono, però, arrivata tardi: il suo blog, dal titolo Diario di una snob, rimbalzava di tanto in tanto sul mio feed da anni, ma faticava a inserirsi fra le mie letture quotidiane, per mancanza di tempo più che d’interesse. La mia curiosità è stata smossa, e stavolta sul serio, dal passaparola social mediatico, da quei “Sto leggendo questo” cinguettati e postati da coloro che per me sono dei micro-influencer (colleghi, alla stretta o alla larga, voci alle quali delego uno speranzoso “ti raccomando se ti è piaciuto”, o semplicemente lettori e lettrici di cui sento di potermi fidare) quando è uscito per Minimum Fax il suo romanzo d’esordio, La Grande Era Onirica. Ho messo insieme i pezzi: un blog dal titolo vincente, dalle tagline brillantemente autoesplicative (“The opposite of midcult.”; “High-tech, super-hip, cyber-chic, anti-fashion minimalist.”), un romanzo subito etichettato come generazionale, forse autofiction, forse literary fiction, un’autrice scoperta grazie al suo diario personale da una casa editrice indipendente. Insomma, l’occasione giusta per riflettere (e porre all’autrice alcune domande) sulla scrittura come fatto privato, intimo, sul passaggio alla pubblicazione (o alla restituzione pubblica) e sulla possibilità o meno di “fare letteratura con i social”.

Come nasce Grande Era Onirica? Come sei passata dal tenere il blog (o anche altre rubriche altrove?) alla stesura del romanzo?

Nel 2015 con un paio di miei amici decido di andare a fare un giro al Salone del Libro, in memoria dei vecchi tempi: eravamo tre laureati in Lettere che, usciti dall’università, non avevano trovato alcuno sbocco lavorativo coerente con i loro studi (a meno che non si voglia considerare coerente l’attività di social media manager), eravamo insomma in quel tremendo periodo in cui pensi di aver buttato cinque anni di vita nella Biblioteca Umanistica. Andare al Salone sembrava il canto del cigno di noi come Letterati, l’ultimo saluto all’idea che potessimo c’entrare qualcosa col «Mondo dei Libri».
Là incontro Alessandro Gazoia: era già venuto a un seminario nella nostra facoltà, per questo le persone con cui ero lo conoscevano. Iniziamo a parlare di blog e di internet, ci aggiungiamo su Facebook. Giorni dopo, finito il Salone, legge il mio blog e mi dice “Non scrivi male, dovresti provare a scrivere qualcosa di più lungo, poi magari lo mandi a qualche rivista online. Sai, molti scout di case editrici passano di lì, potresti interessare a qualcuno.”
Quella a non essere interessata ero io, o meglio: non capivo per quale motivo avrei dovuto fare quello che facevo già sul mio blog – che aveva diverse migliaia di contatti unici al giorno – su altri siti, che mi sembravano meno visitati del mio e, in alcuni casi, con contenuti di livello più basso. Lo dissi, sembrai estremamente superba e pensai che la cosa sarebbe finita lì. Qualche settimana dopo ero a letto, erano le tre di notte e stavo cercando di scrivere un post – anzi, avevo già scritto un testo, piuttosto lungo, e mi stavo chiedendo se davvero volevo pubblicarlo sul blog (che, come spiego sotto, era diventato una cosa diversa dagli inizi). Non sapendo esattamente cosa fare mi ricordai di Gazoia e gli scrissi: “Ho diecimila battute, se le vuoi leggere, così ti rendi conto se non scrivo male anche con una cosa un po’ più lunga”. Gazoia invece di ignorarmi se le fece mandare.
Quel testo è stato l’inizio del lavoro di scrittura, ed è poi diventato il nucleo del secondo capitolo di Grande Era Onirica.

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Quale è stata la tua esperienza di scrittura per il web?

Il mio primo blog l’ho aperto nel 2002, in prima superiore. Tiscali – allora si chiamava “Tiscalinet” – aveva appena messo online la sua piattaforma di blogging e io mi iscrissi subito. C’erano tre template in croce, nessuno visitava il blog a parte gli altri 50 blogger di tiscalinet.it, ma comunque passavo le serate a scriverci sopra. All’epoca aprire un blog sembrava pura avanguardia, scrivevi delle parole e queste potevano potenzialmente essere lette da qualsiasi essere umano connesso a internet. È una cosa che oggi diamo per scontata, tuttavia io non riesco a non provare ancora stupore – non riesco, diciamo, a scordare da dove vengo. Il blog su tiscalinet.it chiuse, ne aprii altri, prima su Windows Live Spaces poi su Splinder. Non duravano tantissimo, pochi mesi, ma appena stavo per qualche tempo senza un blog sentivo il bisogno di aprirne un altro. Anche se in pochissimi leggevano e scrivevano su quei blog, ed eravamo tutti anonimi – il fascino e la bellezza erano anche questo: non avere idea di chi avesse scritto quello che stavi leggendo – non potevo davvero farne a meno.
Nel 2007 mi iscrissi all’università, e per vari motivi mi allontanai da quel mondo web, mi concentrai soprattutto sullo studio, smisi di scrivere quasi totalmente, sia privatamente che in forme “pubbliche” come quelle del blog. Ancora non so esattamente il perché di quel momento di vuoto. Comunque, nel 2010 mi riprese voglia di aprire un blog. Le piattaforme erano cambiate, Google aveva migliorato blogspot, così il 1° Gennaio 2011 aprii l’ennesimo blog, Diario di una Snob. Come ho detto, non ero più stata un granché su internet, non mi ero accorta dell’enorme quantità di persone che aveva iniziato a stare online. Se qualche anno prima “era tutta campagna” adesso c’erano questi utenti, tantissimi, che producevano e consumavano contenuti.
Nel giro di pochi mesi mi trovai a fare numeri impensabili qualche anno prima, anche diecimila visualizzazioni uniche al giorno. E arrivarono diversi follower su Twitter, e Instagram, che avevo cominciato a usare.

Io continuavo a utilizzare internet e il blog come se fossero i primi anni duemila, con il nickname e senza rivelare il mio nome anagrafico: c’erano post letterari e post personali. Così, per i primi anni, diciamo 2011 e 2012, Diario di una Snob è stato davvero un diario segreto messo online. Poi le cose sono cambiate, sono arrivate le aziende che a noi “influencer” (si diceva così, imparai) regalavano cose perché ne scrivessimo. Il pubblico si allargò ancora, da blog personale si passò a “lifestyle blog”, o come lo chiamavo io con affettuoso disprezzo: il “Vogue dei poveri”. Però con tutte quelle visualizzazioni non avevo più voglia, non mi sentivo più di scriverci come ci scrivevo nel passato, e poi ero pure stanca di fare la blogger di costume (anche perché avevo iniziato a lavorare come social media manager e insomma «ho già dato»). Quando conobbi Gazoia mi trovavo in difficoltà già da un po’, volevo scrivere cose che non potevano trovare nel blog il loro mezzo ideale.

Che ruolo hanno avuto i social in questo passaggio? Li hai sempre usati per raccontarti?

Dal 2011 in poi sono sui social col nickname che ancora uso, unasnob. Non so se li ho utilizzati per “raccontarmi”: mentre per me il blog, o almeno una parte di esso, ha sempre avuto un valore letterario, per Facebook, o Twitter, o Instagram non è mai stato così. Erano e sono mezzi con cui condividere contenuti, ma io non ho mai provato a fare letteratura con i social. Non penso si possa fare letteratura – né tantomeno critica – con i social. Puoi scoprire qualcosa dell’autore, qualcuno può promuovere libri suoi o libri d’altri, ma non credo siano mezzi adatti a fare di più. E lo dico con 2500 post su Instagram e 30000 tweet, quindi da persona che li utilizza smodatamente. Ma mentre nel mio blog c’era l’onestà assoluta verso sé stessi che soltanto la parola scritta può dare, i social hanno i filtri e i difetti del linguaggio parlato.
So che spesso si dice il contrario, ovvero che il linguaggio scritto è quello che si fraintende mentre nel parlato ci si può comprendere meglio. Questo sicuramente accade quando si parla con gli altri, ma soltanto attraverso la scrittura – credo – lo scrittore riesce veramente a essere onesto con sé stesso. “C’è una forza morale in una frase quando ti riesce giusta. Esprime la volontà di vivere dello scrittore. Più mi coinvolgo nel processo di produrre una frase che sia giusta nelle sue sillabe e nei suoi ritmi, più cose imparo su me stesso.” Questo è DeLillo in Mao II.

In ogni caso, penso che la scrittura all’inizio deve essere un atto di solitudine, deve essere qualcosa che non ha a che fare con un pubblico. I post su qualsiasi social sono troppo legati al feedback immediato dei like, dei mi piace, dei commenti per poter dare quell’intimità a chi scrive. Il mio blog nei primi anni garantiva invece questo tipo di raccoglimento.

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Dopo la pubblicazione, cosa è cambiato? Che ruolo hanno avuto i social nell'(auto)promozione?

Ruolo dei social nell’autopromozione?
Nessuno.
Dopo il libro ho smesso totalmente di scrivere sul blog: è comparso un post dove annunciavo l’uscita del libro, uno con alcune date delle presentazioni. Su Instagram ho pubblicato due, massimo tre foto del libro. Un paio per la pubblicazione, uno per le votazioni del libro del mese di Fahrenheit. Sulla pagina Facebook uguale, e il mio profilo privato quando è uscito il libro contava meno di 300 amici.

Io non vivo di letteratura, faccio la social media manager e allora la domanda naturale potrebbe essere: perché una persona che per lavoro promuove le cose non ha usato i social per autopromuoversi?
Allora, per prima cosa credo che sia importante definire i ruoli: lo scrittore scrive, la casa editrice fa il resto, promozione inclusa. Non credo che sia mio compito promuovere il mio libro, non credo che sia il compito dello scrittore promuovere il libro (altra cosa è la disponibilità a fare presentazioni e incontrare i lettori: a me questo piace tantissimo, non c’è niente di più bello di trovare a una presentazione qualcuno che non conosci e ti dice che il tuo libro lo ha colpito). Non voglio fare il lavoro di altri nonostante, e qui non credo di essere superba, abbia più competenza di molti scrittori in merito a social e comunicazione.
Altra cosa: come “blogger” che veniva pubblicata da Minimum Fax sono stata, all’inizio, malvista. Qualcuno pensava fosse una trovata commerciale e partiva con l’o tempora, o mores: «ah, ma se adesso Minimum Fax pubblica in Nichel questa qua, dove andremo a finire? Chiara Ferragni pubblicherà per Adelphi?» Alcuni librai, addirittura, si sono rifiutati di avere il mio libro in libreria: «non teniamo i libri delle blogger», «ma non ci siamo stancati dell’ennesimo collage di post ironici delle blogger?» Ovviamente la gran parte di questi commenti è stata scritta prima che uscisse il libro, prima che se ne potesse saggiare la qualità e capire che era un romanzo, non una raccolta di post o altro.
Inoltre, l’essere donna e aver parlato di «cose frivole» è stato un grosso ostacolo: uno scrittore maschio può tranquillamente discutere di calcio per svago, senza volerne fare un oggetto letterario, e nessuno troverà ciò incoerente con la sua attività di romanziere. Un maschio può scrivere un post scomposto sulla Juve ladrona e nessuno glielo rimprovererà quando esce il romanzo. Una donna scrittrice – questo è il ragionamento – dovrebbe invece mantenere sempre un certo riserbo e una certa sobrietà per essere presa sul serio. Non possiamo parlare di collane o tinte per capelli, mai. Ancora, uno scrittore maschio potrà darsi a qualsiasi stravaganza in fatto di vestiario, stile e comportamento, la donna è meglio che si limiti e sia il più possibile modesta e dimessa, altrimenti la prima battuta che esce fuori da qualche aspirante romanziere potrebbe essere: «Ah, ma sei quella che si è trombata tizio per pubblicare?» e tu magari tizio manco lo conosci. E se rispondi «ma come ti permetti di dire una cosa simile?», ovviamente diventi la solita donna che non sa stare allo scherzo.
Insomma, la scelta più felice in una situazione come quella descritta è, secondo me, non promuovere nulla. Il libro se vale sarà letto, la casa editrice se valida saprà promuoverlo. Ho fatto così e non credo di aver sbagliato.
Ora uso soprattutto Instagram, mi piace che ci siano molte immagini e poche parole. A volte parlo di libri degli altri, raramente del mio, principalmente faccio foto alla mia gatta e alle mie piante. Sono bellissime.

Non prenderla come una critica – “La madre di Eva” di Silvia Ferreri

di Marco Terracciano

Non consiglierei La madre di Eva a una ragazza in transito. Non lo consiglierei perché potrebbe ferire e deprimere. Generalmente sconsiglio i libri solo quando mi sembrano noiosi: sconsiglierei, al contrario, La madre di Eva – forse sbagliando per eccesso di prudenza – perché è estremamente coinvolgente e credibile. È una storia schierata, apparentemente neutrale nel giudizio ma orientata verso l’immedesimazione emotiva con il narratore; il narratore, ossia la madre di Eva – ragazza affetta da disforia di genere che vuole a tutti costi operarsi per «sembrare» un uomo – è l’unico filtro che viene offerto al lettore per confrontarsi con questa storia, ed è un filtro fatto di dolore, frustrazione, senso di colpa, dipendenza affettiva. È una storia che non lascia indifferenti, ha la forza e l’incisività di una cosa vera.

Una tendenza dei critici, dei recensori, degli scrittori e in generale di chi lavora con i libri, è quella di classificare i romanzi in ‘romanzi di forma’ e ‘romanzi di contenuto’, alludendo alla più o meno buona capacità di lavorare con la lingua. Si tratta, il più delle volte, di un giudizio di valore: il ‘romanzo di forma’ è un romanzo che ha saputo lavorare con la lingua, che ha saputo raccontare una storia in modo straniante e originale – stravolgendo, per fare un esempio anche banale, la sintassi del testo – e la storia, in questi casi, è un mero pretesto; i ‘romanzi di contenuto’ sono quelli sempliciotti, quelli che hanno saputo ‘solo’ raccontare una storia, con una lingua media, per tutti. Sono i cosiddetti ‘romanzi scorrevoli’, quelli che si ‘lasciano leggere’, quelli che quando ne parli con le persone racconti la trama e poco altro. Secondo questa classificazione La madre di Eva sarebbe un ‘romanzo di contenuto’.
Al contrario di certi ragionamenti, però, credo che il fatto che di questo libro si parli soprattutto della trama, dei rovelli dei protagonisti, delle scelte del narratore, della materia culturale, che ci sia quasi l’urgenza di prendere posizione nei suoi confronti – si veda la gran quantità di interventi in rete, in parte motivata dal suo inserimento nella dozzina del premio Strega di quest’anno – sia il tributo migliore ad una grande, grandissima forma. Non è questione di lingua e sintassi: La madre di Eva è un romanzo potente e godibile perché è perfettamente bilanciato nella sua struttura interna, in quella che Francesco Orlando chiamava ‘forma del contenuto’.

Tecnicamente la forma del contenuto ha a che fare con la disposizione diegetica e l’elaborazione simbolica dei significanti di una narrazione, dove per significanti si intende l’insieme delle immagini e dei temi ricorrenti che istanziano nel testo determinati contesti e concetti presi dal mondo.
La disposizione diegetica dà ritmo, alimenta la tensione narrativa e guida a modo suo il lettore incastrando secondo un certo ordine pezzi di storia; l’elaborazione simbolica dà senso, crea associazioni tra temi, immagini e concetti: La madre di Eva ha uno stile che se si formalizza non lo fa sul piano della lingua, ma sul piano della composizione, dell’architettura interna.

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Ma cerchiamo di analizzare queste due componenti partendo dal testo.
I capitoli sono brevi, spesso di cinque/sei pagine, e sono strutturati in modo da rispettare alcune regolarità: in primis, alternano narrazione al tempo presente a narrazione al tempo passato. Questo aspetto, di certo non innovativo ma gestito alla perfezione, è quello che meglio permette alla Ferreri di amministrare in modo godibile i due piani della storia:

  • presente con cui fare i conti, l’imminenza dell’intervento di cambio sesso, il viaggio in Serbia, il senso di fatalità che trasuda dalle mura della clinica del dottor Radovic:

Sono qui Eva, sono accanto a te. Sono seduta nel corridoio freddo di fianco alla sala operatoria, dove tu sei sdraiata, nuda, per l’ultima volta donna, bambina, femmina.

  • passato, tempo della memoria e della ricostruzione, tempo del riesame e della coscienza delle cose fatte, degli errori e delle possibilità di riscatto, il tempo più dinamico rispetto a un presente immobile da accettare senza condizioni, quello in cui si srotola la storia della famiglia di Eva:

Se te lo dicessi non ci crederesti: quando ho scoperto di essere incinta, non ero felice. Sono rimasta giorni con la testa in mano a chiedermi come si faceva a fare la madre. Ma non mi venivano risposte buone. Mi sentivo stupida. Ti avevo voluta. E ti avevo cercata, come si cercano i figli quando si gioca a nascondino.

Ogni capitolo, inoltre, rispetta a sua volta una microstruttura interna: focus sulla questione contingente – che cambia di capitolo in capitolo senza mai ripetersi; digressione descrittiva con annessa caratterizzazione di Eva e del padre – gestiti come figure secondarie che esaltano l’emotività e la plasticità del narratore; finale spesso sospeso su un interrogativo esistenziale:

Ho ripensato a Ketty qualche volta in questi anni, e mi sono chiesta cosa avrebbe fatto lei al posto mio. Come si sarebbe comportata? Ti avrebbero riempita di botte lei e suo marito? O ti avrebbero ascoltata, capita e accompagnata in questa follia? Ti avrebbero chiuso in casa fino a che non avessi cambiato idea o ti avrebbero lasciata andare per farti capire e scoprire che cosa davvero volevi?
Ti avrebbero salvata loro?

Il concetto di ‘demolizione’ è invece l’esempio migliore di elaborazione simbolica.
Eva si sottopone a un lungo intervento di chirurgia demolitiva nella clinica del luminare serbo Radovic: mastectomia e asportazione genitale. L’intervento chirurgico diventa per la madre di Eva il simbolo della sua sconfitta come archetipo genitoriale, la nemesi di una condizione che plasma il corpo del figlio, che lo preserva, che lo dà in dono conservando per sempre la possibilità di prendersene cura e partecipare alle sue mutazioni. Per la madre di Eva non esiste cambiamento, esiste sempre e solo demolizione, che sia essa fisica, psicologica, valoriale o culturale.
Quel che per Eva è acquisizione, per la madre è sottrazione: questa è la contrapposizione che connota tutto il sistema simbolico del romanzo:

Eravamo nella più moderna e diabolica macchina per la creazione di nuovi esseri umani. Fuori, la Serbia; dentro, un bunker di scienziati che progettavano una nuova specie.
Tu e i tuoi aguzzini siete spariti dietro la porta semaforo. Io sono rimasta fuori.

Non immaginava che un giorno tu avresti buttato via tutto il mio lavoro, il mio progetto accurato, il mio modello perfetto. Non poteva sapere che avresti distrutto tutto per un corpo nuovo. Che un medico che non aveva idea della fatica che avevo fatto, potesse ricominciare tutto da capo. Che in poche ore, un uomo con una mascherina sul volto avrebbe fatto meglio di me.

Non esistono ‘romanzi di forma’ e ‘romanzi di contenuto’: forma e contenuto sono due dimensioni inscindibili, perché la prima è sempre il mezzo per trasmettere il secondo. Se il contenuto non arriva, la forma è debole; se l’attenzione per la forma sovrasta tutto, è autocompiacimento.
La madre di Eva è una storia complessa e coinvolgente, la voce della madre è una voce ambivalente, è corrosiva, dolce, emotiva, disperata.
Silvia Ferreri ha scritto un romanzo vero e un romanzo vero non è mai un romanzo per tutti.

Non prenderla come una critica -“Il grido” di Luciano Funetta

di Luigi Loi

“Una moda filosofica si impone come una moda gastronomica: non si può confutare un’idea più di quanto si possa confutare una salsa”, pensava E.M. Cioran. Allo stesso modo, nel campo della fiction narrativa, è quasi impossibile confutare la prassi distopica: in genere questo tipo di romanzi possono sembrare profetici ma visti in una prospettiva lunga, storica, si rivelano miopi, dicono più del presente in cui sono stati scritti che del futuro che intendevano rappresentare. Si tratta di romanzi che andrebbero scritti più con la furbizia che col talento. Eppure, in questo momento ci sono tantissimi scrittori che rinunciano alle stampelle della verosimiglianza fallendo 9 volte su 10. Ma c’è, in lingua italiana, l’eccezione che conferma la regola e si chiama Luciano Funetta: nel Grido rinuncia ai fuochi d’artificio del suo esordio e colma le lacune con quel pizzico di malizia e mestiere che questo tipo di narrativa esige.
La voce narrante del Grido è la canonica terza persona, la più razionale tra le voci narranti, non fosse altro per quell’onniscienza che nella storia del romanzo moderno l’ha caratterizzata: ci dice delle vicende di Lena Morse impiegata in una ditta di pulizie di una grande città decaduta, decadente e senza un sistema di trasporti. Che la vicenda sia ambientata nel presente o nel futuro – «questo sta al lettore deciderlo con la sua sensibilità e la sua esperienza», ci avverte Funetta – poco importa: «è una città di reietti dove l’irrazionale e l’altrove sono l’unica forma di resistenza». Con la sua indeterminatezza geografica, e quindi simbolica, il romanzo potrebbe ammiccare al modello dello sprawl urbano di William Gibson, alla feroce e infinita città di Roberto Bolaño, o peggio alla periferia di Pasolini, abitata paternalisticamente dal sempreverde lumpenproletariat che cinquant’anni di certa fiction italiana ci ha proposto come borgata. Nulla di tutto questo (oppure proprio tutto questo) è presente in questa narrazione: con rara intelligenza Funetta riesce in una sistematica rottura delle aspettative: fa credere contemporaneamente sia all’epifania che al più banale significante. E se sono presenti elementi smaccatamente fantastici (come la descrizione dell’uomo albero Mendel; i freaks Simone, Mircea, Atomo e Lucillo; le presenze fantasmatiche nella casa delle Dame), anche la frazione realistica del romanzo scricchiola sotto il peso di un altrove evocato nel dettaglio straniante:

“Madame aveva chinato il capo, poi all’improvviso lo aveva gettato all’indietro e solo allora Lena aveva visto il foro nel collo della donna.

                                                                   ●
Da quel buco rotondo una voce aveva iniziato a parlare” (pg.10).

“Vennero servite le scodelle di minestra. Lena mangiò. Il brodo caldo le riempì lo stomaco, un torpore confortevole la spinse a rannicchiarsi sulla sedia. Love Love cantava, Duilio stava in un angolo e non diceva niente, Stepan era curvo e tetro in mezzo ai suoi compagni. Una gigantesca pantera camminava nell’ombra in fondo alla stanza, tra i tavoli vuoti” (pg18).

È una narrazione che ci interroga costantemente. Il “●” è letteralmente un buco nel collo o contemporaneamente un calligramma metanarrativo? La pantera tra i tavoli vuoti del Kraken è un simbolo o è realmente lì presente? L’onere della risposta spetta al lettore; quale che sia, così come in BoJack Horseman dove la convivenza di personaggi umani con animali antropomorfi può essere letta in chiave simbolica o semplicemente accettata come parte di quell’universo narrativo, anche nel Grido tout se tient, senza particolari scosse ma con sinistra naturalezza e garbo. L’alchimia è possibile grazie a una lingua non marcata, teoricamente impersonale. Nonostante la rarità delle frasi incidentali e delle subordinate, la grana linguistica è comunque robusta grazie alla seriazione della paratassi:

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“L’ora del passaggio, l’ora del ritorno. Un’ora precisa in un giorno qualunque di un anno sconosciuto. La coda lugubre della sera spuntava dalla schiena del giorno, strisciava fino al buio, fino al silenzio, fino all’ultimo individuo esalato da un edificio e inspirato da una piccola casa” (pg 7).

“Il profumo dell’Orto Botanico di sera. Il profumo dell’Orto Botanico nel cuore della notte e poco prima dell’alba, nell’ora in cui l’oblio si esauriva” (pg 40).

“Quindici donne camminavano in una direzione. Due donne andavano nell’altra. Migliaia di individui percorrevano a piedi la città, ognuno con le proprie ragioni per essere vivo” (pg 72).

Non si registrano varietà diastratiche ma solo una diatopica: è l’italiano semplificato e a-preposizionale di Stepan, un raro esempio di pidgin (o lingua seconda, in questo caso) di rara efficacia stilistica:

“L’altro giorno tu non era qui. Lui ha pagato Duilio con biglietto della lotteria” (pg 11).

“«Tanto nessuno conosce mai vincitore. Vincitore è fantasma. Vincitore scompare. Gli danno bella casa, nuovo nome. Alla fine vincitore non esiste» disse lui. Si passò la mano sulla testa rasata. «Dove vi mandano stanotte?»” (pg 12).

“Carmen andrà meglio, presto. Vi ringrazio per vostra visita gentile” (pg 31).

In questo romanzo non ci sono preziosismi o apparati esornativi; segnaliamo due occorrenze statisticamente irrilevanti (“un abete addobbato dalle Erinni”; Il paesaggio vagolava nella liquefazione”), due nei, quasi dei lapsus in un tono costantemente piano e sorvegliatissimo. Per intenderci: qui l’italiano, razionale e limpido, è lo strumento che descrive un immaginario cupo e dolente. L’urgenza narrativa, il focus, è tutto lì; infatti c’è solo l’ossatura di una struttura narrativa che si presenta come l’assemblaggio di almeno quattro racconti lunghi: le vicende degli avventori del Kraken; il passato di Lena nella Casa delle Dame; la morte e la tomba di una collega in un cimitero; le vicende dei freaks nell’Orto Botanico. A ognuno di questi tronconi narrativi corrisponde un luogo geografico, un castello di Atlante, meglio, una locanda del Don Chisciotte, cosa che fa del Grido un romanzo di pattern. E qui Funetta sembra idealmente lontano dal metodo di Frank Herbert o Mervyn Peake, scrittori del fantastico che descrivono il proprio universo narrativo con sistematicità e ampio respiro, con una foliazione gigantesca, zeppa di particolari, di mappe e apparati narrativi che lascia intendere la possibilità di una narrazione pressoché infinità, dove i sentieri narrativi potrebbero dilagare geometricamente, tant’è che Herbert e Peake più che scrivere sembrano selezionare degli exempla tra i tanti possibili. Nel Grido una maggiore foliazione avrebbe giovato, perlomeno al finale troppo frettoloso: un semplice punto di fuga, un nodo gordiano tagliato di netto senza troppi complimenti.
Tuttavia, il dato più notevole del Grido non risiede nell’aspetto distopico. In questo romanzo non si celebra messa e non si danno sentenze, si cerca piuttosto di dare una descrizione realistica all’inquietudine, di mostrarci il lato obliquo della vita dall’interno e quindi dal buio.