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Gli Editoriali. Flavia Vadrucci (Marsilio)

Redattori, social media manager, impaginatori, uffici tecnici, consulenti e ancora altri: sono loro gli editoriali, persone che lavorano i libri prima che diventino libri. Chi sono, cosa fanno e come lo fanno: una serie di domande per scoprire qualcosa di più sui mestieri dell’editoria.

Flavia Vadrucci (1980) ha scritto di libri e ne ha corretti fin troppi. Ha tradotto Tristan Tzara, e ne va molto fiera. Dopo diversi anni in trincea come copyeditor freelance per case editrici piccole, medie e grandi, lavora oggi per la narrativa straniera di Marsilio.

Come hai iniziato e perché?
Ho iniziato con l’editoria nel 2009 perché i libri erano l’unica cosa di cui mi importava. Venivo dalla consulenza politica, avevo lavorato come ghostwriter, e scrivevo recensioni. Mi sembrava di avere dimestichezza con le parole degli altri.

Come e quando sei arrivata alla Marsilio?
Sono arrivata nel 2015. Ho saputo che cercavano qualcuno in redazione e ho mandato un curriculum. Ricordo di aver bevuto due spritz prima di fare il colloquio: credo abbiano aiutato.

Quali sono le tue mansioni, nello specifico?
Mi occupo del coordinamento e della supervisione del lavoro redazionale per i libri di narrativa straniera. A volte rivedo io le traduzioni, ma principalmente organizzo e controllo l’attività dei redattori esterni. In più, faccio scouting e affianco il mio capo nella valutazione delle proposte di narrativa straniera da editori e agenti.

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Qual è il tuo flusso di lavoro e quali programmi utilizzi?
Non impaginiamo internamente, quindi non uso più InDesign (sebbene ogni tanto mi manchi). Lavoro soprattutto con lo strumento revisioni di Word e con Acrobat Reader e Acrobat Pro. Il mio flusso di lavoro è scandito dalla programmazione delle uscite in libreria e dai tre passaggi che facciamo sul testo dopo l’editing. Avendo esternalizzato il lavoro redazionale, abbiamo scelto di dedicare molto tempo a una bizzarra occupazione che potremmo definire “controllo qualità”.

Quali sono le risorse (testi, siti o altro) che hai sempre sott’occhio e che ti aiutano durante il tuo lavoro?
Vivo tra un dizionario e l’altro, con le norme redazionali sempre sotto mano. Ma a dir la verità, quello che più mi aiuta è alzare gli occhi sulle foto dei miei scrittori preferiti attaccate in bacheca. Quando stai affogando nella routine di bozze e chiusure, hai bisogno di ricordare a te stesso perché lo fai.

Qual è il libro Marsilio sul quale hai lavorato con più piacere?
Tutte le creature dovrebbero essere uguali, ma non è mai così. Mi fa piacere citare tre libri lavorati nel 2017 che avrei amato molto anche da lettrice: Le cose che abbiamo perso nel fuoco di Mariana Enriquez, Il cuore degli uomini di Nickolas Butler e La bellezza è una ferita di Eka Kurniawan.

Qual è il libro non Marsilio sul quale avresti voluto lavorare?
Avrei voluto lavorare su tutti i libri non Marsilio che ho in casa. Sono tanti, troppi per citarne solo uno.

Qual è la cosa che più ti piace fare del tuo lavoro?
Amo il corpo a corpo con il testo, ne sono dipendente.

Qual è la cosa che più ti annoia fare del tuo lavoro?
In una casa editrice di medie dimensioni, sulla redazione si rovescia anche tanta burocrazia. Forse è l’unica cosa di cui farei a meno.

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Hai una norma redazionale che applichi a malincuore?
In redazione prendo le norme per quello che sono e non do giudizi di valore. Preferisco contestare il principio di autorità in altre sedi.

Qual è quell’errore (o refuso) che ti fa saltare i nervi?
Quello che non abbiamo visto e che il simpatico lettore segnala dopo l’uscita in libreria.

A tuo avviso, qual è la caratteristica più importante per chi fa un lavoro come il tuo?
Il lavoro del redattore moderno ha tante facce. Spesso case editrici diverse richiedono mansioni diverse. Un discorso a parte andrebbe poi fatto sulla vita agra del freelance, per la quale serve una vocazione al sacrificio che non auguro a nessuno. In generale, un redattore deve essere attento, meticoloso, colto (una qualità che spesso si sottovaluta), ma soprattutto deve amare il testo e sentire su di sé la responsabilità della sua cura.

Consiglia un libro che parla del tuo lavoro e che credi possa essere utile a chi voglia iniziare.
Severino Cesari, Colloquio con Giulio Einaudi (Einaudi).

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Scrivere è liberare ostaggi

di Emanuela Canepa

Qualche giorno fa Alfredo Palomba si chiedeva su questo blog: per quale motivo scriviamo? Una domanda che agli scrittori viene fatta di continuo, basta una veloce ricerca in rete per accertarsene.
Ho tentato una sintesi imperfetta della media delle risposte, e i punti fermi girano sempre intorno allo stesso concetto: scrivere ha il sapore della sortita disperata. Un monito che non vale solo per gli esordienti in cerca di editore. È una sentenza che pende anche sulla testa degli scrittori che hanno già un contratto firmato, o addirittura un rispettabile curriculum di pubblicazioni alle spalle. La litania è sempre quella: di questo mestiere non si campa. O hai un’occupazione regolare, Monday to Friday, e quindi accetti di riservare la scrittura al tempo libero, oppure sei costretto a impegnarti in tutta una serie di attività correlate – corsi, articoli, convegni – che sono cosa assai diversa dalla scrittura in sé, che magari non ti piacciono affatto, e che comunque sono aleatori, e quindi potrebbero non essere sufficienti a garantirti la sopravvivenza. La terza opzione, magari non dichiarata ma sempre leggibile tra le righe, è: rinunci a tutto e finisci alla mensa dei poveri. Conferisce un allure molto letterario, ma bisogna avere la tempra giusta, e non tutti la possiedono.
A volte capita che qualcuno rimpianga il passato, un’età aurea in cui tutti leggevano e in cui lo scrittore poteva aspirare a una vita dignitosa con il solo frutto del suo lavoro, anche se poi non sono certa che questa sia mai stata una condizione realmente effettiva e collocabile in un tempo specifico. Anni fa mi capitò sotto mano questa citazione di Flannery O’Connor, scritta intorno al ‘50:

se si vuole scrivere bene e al tempo stesso vivere bene, è meglio fare in modo di ereditare del denaro oppure sposare un agente di cambio.

[in “Nel territorio del diavolo, sul mistero di scrivere”, minimum fax]

E parlava degli Stati Uniti, un mercato con bacino di lettori potenziali cinque volte più grande del nostro.
In termini più generali, le parole cui si fa ricorso più spesso per descrivere l’ambito editoriale italiano fanno pensare alla Zattera della Medusa, la tela di Géricault esposta al Salone di Parigi del 1819, che rappresenta il naufragio dell’omonima fregata francese avvenuto qualche anno prima. O, per essere più precisi, una parte del naufragio, quello degli Ultimi. Gli ospiti paganti e gli ufficiali non ci sono, perché si salvarono sulle scialuppe che nella tela non si vedono. Il resto della ciurma invece, quasi centocinquanta persone, venne ammassata su una zattera di fortuna e spedita ad affrontare l’oceano. E infatti tornarono a casa in quindici.
Il panorama italiano secondo una certa vulgata si presenta così: pochi, celebrati scrittori in salvo sulle scialuppe, ma si contano a malapena sulla dita di una mano, e una massa informe di disperati che invoca Iddio alzando le braccia al cielo, e si contende una zattera che ha tutta l’aria di essere sul punto di colare a picco, specie in concomitanza con l’uscita annuale dei dati Istat sulla lettura.
Di recente ho sentito una giovane agente letteraria milanese dire: se i libri seri – dove per seri si fa riferimento non tanto, o comunque non solo, alla qualità intrinseca dei testi, ma all’intero processo di elaborazione editoriale – dovessero costare quello che davvero valgono, se il prezzo di copertina cioè fosse un indicatore efficace della fatica enorme che conduce un manoscritto dalla sua prima bozza fino alla versione finale, editata e corretta, il prezzo medio di una copia dovrebbe aggirarsi intorno ai duecento euro. È una provocazione, d’accordo, però rende bene l’idea di un percorso che costa una fatica enorme soprattutto in rapporto al compenso che se ne ricava. E ci riporta quindi alla domanda iniziale: perché lo facciamo?

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photo by christine roy on unsplash

Per quel che mi riguarda, stringendo all’osso, sento di poter dare due risposte: l’impulso alla chiarezza e la determinazione alla scoperta del Sé.
Per impulso alla chiarezza intendo la mia personale versione di quello che Palomba definisce un prurito nella testa, e che peraltro condivido in pieno. Un’esigenza, tra l’altro, che per anni ho creduto fosse solo mia, finché non ho scoperto che invece è diffusissima e citata fino all’inverosimile da scrittori a cui non sarò mai degna di baciare nemmeno i calzari. La stessa O’Connor, per esempio, che parlava del valore rivelatorio della scrittura in questi termini:

devo scrivere per scoprire cosa sto facendo. Un po’ come la vecchietta, non so mai bene cosa penso finché non lo dico. Dopodiché devo dirlo e ridirlo.

[in “Sola a presidiare la fortezza”, minimum fax]

Una sorta di drive freudiano – un po’ meno pulsionale e un po’ più cartesiano – che ti spinge a portare le cose dal buio alla luce, un desiderio aristotelico di infilare la mano nel magma e mettere ordine. Non è molto diverso dalla percezione graduale di qualsiasi altra istanza, comprese quelle legate alla sopravvivenza. La fame non si fa mai nera all’improvviso. Quando realizzi che ti manca qualcosa è già un po’ che il tuo metabolismo sta lavorando per fartelo capire. La pressione è proporzionale all’urgenza. A un certo punto ti rendi conto che devi mettere del cibo sotto i denti.
Per me scrivere segue la stessa parabola. Intuisco che c’è qualcosa che sta facendo pressione, e magari per un po’ mi posso permettere di ignorarlo. Poi si passa un certo confine e la tensione non è più censurabile. Devo farlo, e finché non butto giù qualcosa non ho la minima idea dell’aspetto che assumerà. Ma non c’è un prima e un dopo, un’idea compiuta che aspetta solo un medium qualsiasi – in questo caso la parola – per essere veicolata. La parola è molto più di un mattone, è il progetto architettonico dell’edificio, ed è solo quando comincio a formalizzarlo in termini di scrittura che l’idea prende forma. Parola e ramificazione sinaptica procedono affiancate.

Per determinazione alla scoperta del Sé invece mi riferisco a un processo che Giorgio Fontana ha definito molto efficacemente sistematica distruzione delle ragioni dell’Ego.
Sono il genere di persona che si presta volentieri all’esercizio dell’autodisciplina. Sono determinata, motivata, orientata al risultato. Rispetto le regole e le scadenze come un prussiano in trincea. Tutte qualità che nella vita aiutano, tranne in quelle situazioni in cui hai come obiettivo una vocazione artistica. In quel caso sono l’armageddon. Perché di norma funziona così: l’autocontrollo annichilisce la creatività. Nella migliore delle ipotesi le rende la vita molto dura.
Se sei questo tipo di scrittore, quasi certamente non ti spaventa il duro lavoro redazionale di editing e correzione bozze, e puoi trovarti perfettamente a tuo agio perfino in certe triangolazioni mail tra te, editor e correttore, in cui si discute per svariati paragrafi dell’opportunità di osare un punto e a capo.
Ma quando invece devi cominciare a scrivere qualcosa di nuovo, nel momento cioè in cui dovresti fare massimo appello alla tua creatività, allora tutto questa vocazione all’ordine diventa un gigantesco ostacolo, un giannizzero alto due metri che si frappone tra te e l’inconscio – l’unica vera sorgente di tutte le storie – e ti costringe a guardare dal buco della serratura invece di spalancare la porta e farti investire dal fuoco.
In condizioni normali, quando mi metto a scrivere sono quasi sempre costretta a mediare con un Super io prepotente che cerca di strapparmi la tastiera dalle mani. A volte, più che scrivere, sembra un negoziato per liberare degli ostaggi. Gli ostaggi sono le parole. Non faccio che chiedere al Giudice Interiore il permesso di continuare. Prometto che se mi lascia passare alla frase successiva mi impegnerò a rivedere, correggere, riformulare, alternare, cercare sinonimi, eliminare avverbi, sostituire, alleggerire, cancellare, e sono tutte attività a cui mi dedico appena possibile, per dare mostra di buona volontà, a volte perfino prima di passare alla frase successiva, rallentando il flusso fino quasi alla paralisi.
Poi, per carità, si arriva in fondo a un manoscritto anche così, specie se, come è appunto il mio caso, si è dotati di sufficiente autodisciplina. Resta il fatto che è una fatica enorme.
Solo che questo non è l’unico modo di scrivere. Ne sono certa perché in qualche rarissima occasione mi è capitato di riuscire a tuffarmi dall’alto senza che niente potesse fermarmi. Conosco la scrittura come voragine, ma non ci arrivo quasi mai. Però ogni volta che privilegio l’urgenza della voce alla forma mi sento più vicina al risultato. Avverto il potere della distruzione delle ragioni dell’Ego.

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Credo sia per questo che scrivo. Perché sono consapevole che tra me e la fonte delle parole c’è moltissima spazzatura. Cumuli di prescrizioni e divieti, di imbarazzo e vergogna di dire la mia. Una tendenza bieca alla censura, al desiderio di impressionare, oppure di ricorrere alla maschera che mi nasconde e moltiplica le false versioni di me. Ancora più in fondo, neanche troppo occultata, c’è la paura. Moltissima paura. Vero e proprio terrore di non essere giudicata all’altezza. Ed è incredibile la misura in cui a volte un congiuntivo ben piazzato può farmi sentire protetta. Però è una scorciatoia. Il congiuntivo è doveroso, sia chiaro, sono disposta alle barricate per difenderlo. Ma la verifica deve arrivare solo dopo che hai toccato la polpa della verità. Se il congiuntivo e i suoi derivati costituiscono la tua sola preoccupazione, allora è una strategia di evitamento. Piuttosto efficace, tra l’altro, ma di certo non mi porta più vicino al risultato.
Mentirei se dicessi che ho le idee chiare su come raggiungere un accesso permanente alla fonte, perché non è così. Di una cosa però sono certa, non ci sono alternative. Si può solo continuare. Scrivo perché voglio trovare la via.

Narrarsi addosso: “Camera Single” di Chiara Sfregola.

Narrarsi addosso: sguardi sul mondo dello storytelling made in Facebook, dell’autofiction targata Twitter, della promozione ai tempi della visibilità.

Chiacchiericcio social e letteratura

Facebook è quel luogo virtuale che negli ultimi anni ha assunto per me, come per tanti altri, un valore misto: è stato un ausilio prezioso alla mia capacità di socializzare (già influenzata dai mille spostamenti di città in città), un processo sperimentale di costruzione dell’identità pubblica e una piattaforma di microblogging, oltre che area di reclutamento e rassegna stampa mattutina. È, in definitiva, il luogo in cui ho scoperto il maggior numero di progetti: spettacoli, iniziative, librerie reali e virtuali, artisti e scrittori. Scrittrici, più spesso, per quanto mi riguarda.

Chiara Sfregola, che ha esordito l’anno scorso con il suo romanzo Camera Single per Leggereditore, è una di loro. E corrisponde a uno di quei percorsi che nascono sul web, in forma di (auto)narrazione e condivisione, arrivano all’editore e poi tornano al web, ai social, in forma di promozione (e, ancora, di condivisione).

Ciò che mi colpisce è che spesso, quando si tratta di autori “nati sul web”, i lettori conoscono già le vicende, o almeno le conoscono in parte, avendole vissute attraverso profili social e blog personali. Seguono autrici e autori come se fossero loro amici, intervengono nelle discussioni pubbliche, commentano fatti personali e, in qualche modo, entrano nella narrazione. Oltrepassano con facilità l’area del semplice chiacchiericcio sulle vite altrui per varcare la soglia di quello che è già racconto, fiction (letteratura?). Eppure non rinunciano alla forma romanzo, quando arriva, per fruirne e tornare a parlarne ancora sui social. L’ho fatto anche io, più di una volta, dato che ciclicamente qualcuno tra i miei contatti annuncia una pubblicazione.

Chiara Sfregola. Foto di Antonio Barrella.

Chiara Sfregola, foto di Antonio Barrella

Autofiction queer in Italia: tra pop e respiro

Il mio riferimento principale, quando si tratta di produzione letteraria, cinematografica o seriale di finzione, è l’America del Nord: gli Stati Uniti, l’onnipresente California, New York, l’immensa provincia tra le due coste, area privilegiata per un mare di literary fiction, e così via. Periodicamente, però, mi costringo a un occhio più curioso sugli autori contemporanei italiani. In particolare, quando ho incontrato il libro di Chiara Sfregola, cercavo qualcosa che parlasse in italiano e che narrasse del mondo LGBTQ+ dal suo interno, ma che non problematizzasse ogni tre parole (e in modo drammatico) le questioni di orientamento, ritraendo un rapporto conflittuale del protagonista con la famiglia, con la società, con il paesino d’origine. Allo stesso tempo, cercavo una voce che non si esaurisse nella rappresentazione stereotipata o bidimensionale riservata a molta della fiction prodotta in Italia intorno al tema dell’omosessualità (omosessualità, non queerness, concetto ben più ampio, ma raro da trovare in tale produzione).

Nel caso di Chiara, l’unica mia garanzia era ciò che avevo letto di suo tra Facebook e Lezpop, il sito di cultura pop-lesbica sul quale ha tenuto una rubrica in forma di blog per alcuni anni. Pop è un atteggiamento, uno sguardo sul mondo e sui fenomeni di massa, distaccato quanto basta per mantenersi critico, penetrante a sufficienza da permettere un certo godimento. E pop è lo sguardo di Chiara Sfregola: divertente, immediato, influenzato da prodotti come Sex & The City. Anzi, come lei stessa dice: in un certo senso «Camera single nasce come risposta a Sex & The City» o, forse ancora di più, alla serie HBO Girls. Una rubrica «scritta da un io narrante mai nominato, che naturalmente tutte le lettrici hanno identificato con me. Un gioco che i social enfatizzano e promuovono, fino ad arrivare alla vita inventata».

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Autonarrazione seriale: dalla brevità al romanzo di formazione

La possibilità di rilasciare nel mondo una figura narrante che corrisponda alla propria storia è sprigionata dal mezzo: così è possibile giocare con la propria identità, pubblica e privata, operando, come ha fatto l’autrice in questo caso, «una sorta di trasfigurazione della realtà. Questo perché le vicende della vita non seguono appuntamenti settimanali, e quindi ho sempre mescolato realtà e finzione, prendendo spunto dalle vicende mie e delle mie amiche e successivamente ho ridistribuito le disgrazie fra le protagoniste, obbedendo unicamente alle esigenze narrative di plot, di caratterizzazione e di ritmo veloce, quindi di brevità. Perché il web sopporta a fatica le lunghe narrazioni. Io scrivo al computer, ma la gente legge sul cellulare alla fermata del tram». Così, un personaggio reale viene inserito facilmente, da chi legge, in una narrazione fittizia.

Chiedo a Chiara come è passata dal format micro-narrativo della rubrica alla stesura del romanzo, e scopro che l’incontro con l’editore è arrivato per caso, mentre lei aveva in mente di scrivere tutt’altro genere di libro («da Einaudi Stile Libero, per intenderci», mi dice); editore che le propone di scrivere il romanzo di Camera Single in due mesi e con una lunghezza prestabilita. Decide di non fare una semplice raccolta degli articoli del blog, ma di trasformare l’esperienza della rubrica in romanzo di formazione «per non chiedere dei soldi per qualcosa che è già disponibile, gratis, online. Anche se i libri sono degli oggetti bellissimi».

E i social? Altro spazio di trasformazione che segue in parallelo l’andamento della scrittura. Se ai tempi del blog Chiara annunciava sempre sui suoi profili (pubblici) l’uscita di un nuovo post, da un certo momento in poi li ha usati per comunicare che sì, era sparita dal blog, ma stava preparando qualcosa di nuovo. «Se tu ti dai in pasto e poi sparisci di botto la gente vuole sapere». Un po’ come annunciare l’arrivo della seconda stagione di una serie.

E Chiara, che di mestiere fa proprio l’editor per le serie televisive (e anche dall’editing ha rubato i metodi da applicare alla scrittura, alla coerenza interna del suo romanzo e alla costruzione dei personaggi), mette in atto una “intelligence casereccia”, oltre che una consapevole strategia social: non li usa solo per promuovere le date del tour di presentazioni, ma per studiare il suo pubblico. Cosa piace ai suoi lettori? Cosa funziona con loro? Come rispondono a questa o a quella suggestione? Nonostante, aggiunge, i like siano solo «l’equivalente post moderno della famosa “paga in visibilità”».

Chiara è una delle prime autrici queer italiane che ho incontrato, uno schiaffo pop e militante che ancora compare sul mio feed. Perché anche dopo la pubblicazione l’autofiction continua, integrando l’elemento fotografico-biografico su instagram, o la documentazione dell’evento su Facebook. Rendendoci tutti, ancora, un po’ lettori, un po’ partecipanti.

Non prenderla come una critica – “I giorni felici” di Teresa Ciabatti,

di Daniele Campanari

Da dove si parte

Ai tempi del successo ricercato nei talent show non sorprende che il sogno di una bambina di pochi anni sia partecipare allo Zecchino d’Oro.
Come non sorprende che ad accompagnare questa bambina, tenuta per mano nei corridoi della Rai, ci sia un padre padrone del suo destino – o almeno di quel destino che si vorrebbe compiuto: perché la bambina, si dice, è un talento e diventerà una star internazionale.
Non sorprende tutto questo, né l’attaccamento magnetico di un genitore che vede nella figlia una possibile macchina da soldi e il successo che non ha ottenuto in una vita iniziata da infante e proseguita in giacca e cravatta. Una forma di psicologia riconosciuta nell’insoddisfazione. Di conseguenza molto è conteso nello stare bene grazie agli altri, tanto che non si capisce, difettuccio, se il protagonista de I giorni felici di Teresa Ciabatti (Mondadori) sia il padre o la figlia.

A soli sei anni Sabrina Mannucci sapeva suonare il violino, scrivere, leggere (libri per adulti e giornali), cantare; conosceva arie di operette, autori e titoli dei più importanti romanzi dell’Ottocento; era in grado di sommare, sottrarre e moltiplicare cifre a tre zeri (la divisione invece era una scocciatura); possedeva una collezione di francobolli di cui sapeva illustrare anno, città e disegno. E poi c’era quel dono: lei sentiva che tempo avrebbe fatto il giorno dopo. Per la verità, era stato il padre a metterglielo in testa, suggestionato dalla storia di Rosa Kuleshova, una piccola russa che aveva fatto parlare di sé il mondo intero per le sue capacità paranormali.

Siamo al principio, l’inizio della storia che si apre – ovvio – con una descrizione. Generalmente le storie sono accompagnate dagli appunti dello stato d’animo, dalla rivelazione del paesaggio o dalla forma di una figura; in questo caso ci troviamo sotto un metaforico arco in cui si chiede di guardarne la struttura prima di percorrere la via della narrazione, aspettare per conoscere il prodigio della bambina con una fotografia che, se non soddisfatti dall’immaginazione, è possibile vedere in copertina: gambine incrociate, abitino elegante, sorrisino sdentato; si prepara a un inchino.

Abuso sessuale o no? No. (Puntini sospensivi)

Più avanti, archiviato l’esordio descrittivo e penetrando nel romanzo, da un dialogo si mostra il capriccio della mocciosa – termine adatto all’antipatia suscitata dalla bimba – che, come da programma, punta a essere la migliore al mondo. È un dialogo che potrebbe essere frainteso se escluso dal contesto, comunque caratteristico per il comportamento del personaggio. Ciò che accade, allora, è un colpo di scena: saremmo di fronte a una molestia. Per di più su una minorenne.
Così dichiara la bambina, è lei a dire di aver subito un trattamento irrispettoso attraverso un breve e stilisticamente corretto scambio di battute col padre. Si sa che i piccoli dicono bugie – non meno degli adulti – quando potrebbero ottenere qualcosa di buono. E la bambina in questione cavalca la sua stella con un’accusa brizziana (da: Brizzi – Fausto – per intenderci) in assenza di prove:

“Sabrina, cosa è successo?” – domandò Riccardo, allarmato.
“Il maestro” – mormorò lei.
“Il maestro cosa?”
“Papà, il maestro Rescigno mi ha molestata.”

È una bugia posta volontariamente a fine capitolo per sospendere il lettore tra il vero e il falso, il detto e il non detto. Dunque già dalla pagina successiva è risolto il dubbio: non si consumano abusi in questa storia. Quella della bambina-Ciabatti è soltanto una vendetta, del tipo: Non mi fai diventare qualcuno, allora dico che sei cattivo. L’intento è attirare l’attenzione sulla – povera – bambina. Così viene tolto il senso del giudizio ora tramutato in sensazione scandita da una discutibile interpunzione:

E sai cosa? Era molto meglio così, che lui morisse! […] Quante bugie gli aveva detto solo per non deluderlo! Papà, non è colpa mia, è il sistema… ha vinto Arturo Vicari […] Perché lo zio è amico del direttore… è successo mio malgrado, loro mi odiano!…

addirittura puntoesclamativopuntisospensione tutto attaccato.
Non è un dialogo che giustifica la ricerca della parola da dire, l’attesa della risposta da parte del cervello umano che determina l’azione; si tratta di un’apertura del capitolo: cinque righe singhiozzanti alle quali sembra essere andato qualcosa di traverso. L’intenzione narrativa sarebbe rivolta all’attesa, appunto, una specie di suspense tra… una… parola… e… l’altra…, magari volendo suscitare curiosità. Invece ciò che salta fuori è nervosismo, che si trasmette al lettore.

ciabatti i giorni felici

L’ego dei risorti

Stavano apparecchiando per la sera. Riccardo aveva voluto
che tutto si svolgesse in modo normale: la cena, l’albero,
i regali ai bambini. Così loro si erano divise i compiti. Sabrina aveva anche fatto l’albero – riposte nel controsoffitto c’erano le vecchie palle e il puntale di quando erano piccoli –
e ora aiutava la madre. Con zio Claudio e Anna sarebbero stati dieci.
“Su, anche tu sei stata piccola” ribatté Mariolina.
“Ero molto educata, tanto per cominciare.”
“Ma avevi il tuo bel caratterino.”
Sabrina scosse la testa. “Che poi Lapo ancora ancora, ma lei… tu lo sai che quella bambina crescendo andrà incontro a seri problemi, vero?”
“È identica a te da piccola. Lo stesso carattere.”
“Non dire eresie.”
“Lo dicono tutti! Sembra figlia tua.”
Sabrina fece una smorfia inorridita. “Quella bambina
è capricciosa.”
“Sei cattiva.”
“Sono realista, mamma. E mi convinco sempre di più
che la scelta di non avere figli sia la migliore, considerata anche la società di oggi.”

In I giorni felici c’è la generazione attuale – nonostante il libro sia stato pubblicato dieci anni fa – la generazione dello spettacolo, quella che vorrebbe essere riconosciuta per strada a tutti i costi, al costo di vendersi la famiglia. È la stessa generazione della modernità liquida ampiamente discussa dal sociologo Zygmunt Bauman in cui ogni uomo o donna si sveglia al mattino cercando nei cassetti la strategia per soddisfare il proprio ego.

E quindi ecco il padre: uomo adulto, maturo, con un incarico attivo in Rai e una faccia tosta nemmeno intimidita di fronte a Ettore Bernabei, intellettuale di lungo corso al quale scrive una lettera di presentazione e di fronte al quale non dimostra alcuna percezione della realtà quando scendendo dall’auto gli si avvicina pensando di essere ricordato per un episodio passato, tranne restarci malissimo quando si accorge che Bernabei non lo riconosce. Al lettore si restituisce così un particolare senso di inadeguatezza, che lo umanizza.

Chiaro che da una bambina non ci si aspetta un atteggiamento simile, ma la Ciabatti tenta comunque di estremizzare il suo caratte – si riferisce a sé stessa, probabilmente, come già accaduto in altri libri; per quanto si voglia smentire, non c’è barriera tra realtà e finzione – l’unica tra le bambine sul palco dello Zecchino d’oro a distinguere Cino Tortorella dal Mago Zurlì seppur si tratti della stessa persona, l’unica che dopo l’esibizione sogna l’applauso di Corrado Mantoni. Personaggi ai quali si aggrappa per realizzare il desiderio di essere famosa.

Ecco, era arrivato il suo momento. “Corrado, amico mio, mettiti comodo e ascoltami bene, senti questa voce straordinaria e dimmi pure che sono la più brava del mondo! Batti le mani e pregami in ginocchio di venire in trasmissione. Prendimi in braccio e lanciami in aria felice. Abbracciami, baciami e salta per la stanza urlando: ‘la Shirley Temple italiana!’. E poi Corrado, per favore, asciugati quelle lacrime di commozione che hai versato mentre io cantavo”.
Su questi pensieri lei socchiuse gli occhi e immaginò migliaia e migliaia di persone davanti. Trasse un respirone e poi, con un filo di voce, iniziò. Le prime parole le uscirono flebili, poi prese sicurezza e alzò il tono. Mai aveva cantato con tanta energia. Mai aveva fatto simili acuti.

Morti in diretta

I giorni felici è un romanzo che parla, inoltre, della spettacolarizzazione della morte. È il programma Chi l’ha visto a entrare in scena come il preferito del padre Riccardo, con la tivvù di oggi che fa la statua ai morti. Meglio se in diretta. Su questo palcoscenico di perenne attesa, identificativo della vita comune, fanno la loro apparizione Denise Pipitone, Natascha Kampusch, Tommaso Onofri, Francesco e Salvatore Pappalardi protagonisti dell’esaltazione della gente, nomi talmente noti al pubblico che potrebbero essere scambiati per rockstar, scomparsi e mai più ritrovati o trovati ossa. Così il romanzo ricorda che la morte in tivvù è attraente seppure raccapricciante, una roba social.

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Lo dice la Ciabatti con la sua scrittura che come fosse originata da una pala sposta la terra dalla superficie tirando fuori quello che c’è sotto, riaffiorando una civiltà nascosta tra le pieghe del cervello. Il perché del romanzo va ricercato sotto la luce dei riflettori, sopra la tavola imbandita dove ci si accorge che non è possibile ottenere tutto quello che si vorrebbe. A maggior ragione se ci si trova a un centimetro dalla morte. Questo è chiaro dal principio, da quando con la descrizione sensazionale del prodigio si capisce che quella raccontata è una storia vera, sì, comunque piena di fantasia al pari della vita.

Nelle trecento pagine e oltre che fanno I giorni felici è evidente perché molto della narrazione viene dedicato alle azioni compiute dai personaggi: si tratta di un invito a non restare impalati tra le mura di una stanza; meglio armarsi, partire e lasciare giudicare il proprio talento. Tutto accompagnato da una escalation di dialoghi facilmente assorbiti durante la lettura, dialoghi assorbenti che trattengono lo stile scorrevole e mai sopra le righe del romanzo.

Scrittori presso sé stessi

di Alfredo Palomba

Di recente chiacchieravo con un giovane editore napoletano che, a bruciapelo, mi ha chiesto come mai io passi il poco tempo libero che il mestiere di docente mi lascia a scrivere. Ciò in risposta a tediose lamentazioni secondo cui trovo la scrittura un’attività, in generale, poco soddisfacente, considerata la fatica e il tempo da investire su un testo perché lo ritenga accettabile anche solo il minimo necessario. E non che non mi sia fatto da solo, molto spesso, la stessa domanda.
Personalmente, riesco a fare davvero parecchia fatica anche solo per scrivere una cartella: mi sono sconosciute le gioie, che a taluni sembrano invece concesse (soprattutto in televisione, c’è da dire), del fluire instancabile di parole sullo schermo, quel ticchettare continuo e senza quasi pause che nei film corrisponde allo scrittore intento e concentratissimo sul proprio lavoro in costante progressione. Nel mio caso, il lavoro è paragonabile più a un rubinetto che gocciola; talora, quando va bene, perdendo due o tre gocce in una volta. Mi fermo, cancello l’ultima frase, rileggo dall’inizio e riscrivo una frase nuova invertendo protasi e apodosi, la leggo a mezza voce per sentire come mi suona, poi mi rendo conto che ho ripetuto troppo spesso una parola, correggo, leggo tre righe a caso e mi chiedo come abbia potuto scrivere una mostruosità simile, con tutti quegli aggettivi inutili, quei “che”, con avverbi in -mente che spuntano da tutte le parti.
«Ma scrivo davvero così?», penso.
Correggo ancora e alla fine ho prodotto mezza pagina, ho mal di testa, è passata un’ora o anche due, salvo il documento, spengo il pc, mi preparo un caffè, sono di cattivo umore. Scrivere un buon pezzo di narrativa è per me più o meno questo, una battaglia con le parole e una questione di principio: non è giusto darla vinta al linguaggio. Lo devi piegare al tuo volere. Sei tu che comandi, almeno in teoria.

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E questa è la parte facile. Nel senso, le modalità con cui un lavoro può essere portato avanti saranno anche rognose ma sono modalità pratiche, dunque identificabili e descrivibili. Qui, invece, proviamo ad analizzare il perché, e tutto diventa più fumoso. Categorie di destinazione diverse darebbero con tutta probabilità una diversa risposta alla medesima questione. Parlo per la mia: la nutritissima schiera di venti-trentenni che, appena possibile, si ostina a mettersi a una scrivania – nel mio caso, da quando abito in una stanza di due metri per tre, su una poltroncina stinta e macchiata, col portatile sulle ginocchia – e investe tempo e risorse in una attività stressante quanto, per molti versi, inconcludente. “Inconcludente” in un senso molto materialistico: a ben guardare, lo scrittore inedito non ha alcuna motivazione pratica per saltare il fosso e diventare edito. Di sicuro, non i soldi. Sarà invece costretto, pressoché nel 100% dei casi, a lavorare proprio come la gente che ha hobby ‘normali’ e a considerare, appunto, la scrittura un hobby. Con la differenza che gli hobby, lettura compresa, si presuppone siano in una certa misura rilassanti, perfino rigeneranti, solo relativamente impegnativi, non bisognosi del tempo che lo scrivere, al contrario, pretende. Scrivere, o perlomeno scrivere in maniera decente, non rilassa. E non paga nemmeno o paga poco anche a livelli molto alti: ad esempio, a me piace molto un(o) (ex) scrittore che si chiama Matteo Galiazzo, il quale ha smesso di scrivere proprio perché non avrebbe potuto camparci. Ecco cosa dice sull’argomento:

“certe carriere sono sempre state complicate. Insomma, ci sono occupazioni che richiedono coraggio, o ottusità, o una situazione economica già risolta in partenza. Credo che a me sia mancato il coraggio, il che si è unito alla consapevolezza che vivere facendo lo scrittore avrebbe significato dover fare cose che alla fine sarebbero state peggio che lavorare: scrivere articoli, tenere corsi di scrittura, pompare le proprie opere senza riguardo per il ridicolo. Non ero adatto a una vita del genere: per sopravvivere serve anche una certa predisposizione ai rapporti umani, predisposizione la cui mancanza mi ha portato alla scrittura. Esistono carriere simili per qualunque hobby o passione: la pesca, il windsurf, fabbricare borse… Sono cose che facciamo con piacere, ma trasformarle in un mezzo di sussistenza è complicato e può non funzionare, o puoi trovarti a dover fare cose diverse da quelle che ti piacevano. […] Cioè, anche quando c’erano gli anticipi, e io ne ho presi abbastanza, quella dello scrittore non era una strada economicamente promettente: alla fine quando andava bene ci potevi vivere sei mesi, ma difficilmente gli editori ti pubblicano un libro ogni sei mesi per tutta la vita, per cui il resto dei soldi doveva uscire da qualche altra attività.”

E, aggiunge, «Ho rinunciato a già troppo tempo libero a causa della scrittura».
Per la cronaca, a cavallo dei due millenni Galiazzo veniva pubblicato da Einaudi, tra l’altro nel periodo in cui la cosiddetta “bolla degli esordienti” non era ancora scoppiata e negli autori inediti le case editrici erano, più o meno, pronte a investire soldi. Non è certo una novità, ma mai come in questo frangente storico mi pare che per un giovane scrittore la prospettiva di campare di romanzi sia di per sé una fiction comico-fantascientifica. E “gli editori” di cui parlava Galiazzo, per quanto Facebook dia la falsa impressione di aver accorciato le distanze perfino con loro, sono nella confusa testa del giovane scrittore un totem inarrivabile che abita sulla cima ventosa di un’altissima pila di manoscritti, il cui ultimo tassello sarà costituito proprio dal suo romanzo, che dunque sarà letto o anche solo sfogliato con scarsissima approssimazione statistica. Non solo i soldi, ma finanche “gli editori” – ossia una pubblicazione che non sia tipografia spacciata per editoria – costituiscono per il povero scrittore inedito un obiettivo troppo lontano perché sia la vera motivazione del suo procedere e non una chimera visibile a stento: “gli editori” sono spesso, per i manoscrittari meno avveduti, un ente semidivino privo della minima sensibilità, patologicamente distratto, suscettibile e influenzabile solo in negativo e, comunque, sempre girato dal lato sbagliato, sempre intento a farsi ammaliare da qualcun altro, le cui scrivanie, come scrive Francesca de Lena, sono “ingombre della spazzatura altrui invece che della propria virtù”.

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Tuttavia, il giovane autore si siede da qualche parte e lavora. Né riesco a pensare che si tratti della sola vanità, mi rifiuto di crederci nel modo più assoluto. Se non per la concreta possibilità di farne un mestiere, sarebbe però troppo squallido se a giustificazione di tutti i mal di testa, delle occhiaie pure d’estate, della quasi costante sensazione di aver fatto male o troppo poco o di non aver fatto per nulla – parliamo del senso di colpa del “Sono giorni che non scrivo un cazzo”? – adducessimo soltanto la volontà di essere ammirati dagli “altri”, in vita o, ancor peggio, dopo la morte. È davvero tutto qui? Tutta questa fatica solo per la volontà di essere applauditi o finanche nominati da una manciata di sconosciuti? O forse crede, il giovane, sprovveduto scrittore, di dover lasciare un segno nel mondo, una traccia concreta del suo passaggio? È per una causa tanto presuntuosa che immola aspettative e risorse? È un modo come un altro per attribuirsi un’identità ‘forte’, per richiamare a sé una tradizione di ‘colleghi’ autorevoli e venerandi? È forse per questo che i più naif aggiornano la pagina Facebook personale con la dicitura “Autore” tra parentesi dopo nome e cognome o il famigerato “Scrittore presso sé stesso” nella descrizione?
Potrebbe trattarsi di un insalubre miscuglio di tutte queste eventualità, diversificato e individuale; ma ripeto, mi rifiuto di credere che siamo ridotti a questo, che alla base del nostro impegno ci sia solo vanità. E, però, mi rifiuto pure di dare credito alle opinioni – sempre formato Facebook, ça va sans dire – di alcuni scrittori meno giovani e più o meno affermati i quali, ostentando serafica saggezza, ammoniscono i poveri manoscrittari perché non commettano la grave ingenuità di considerare il proprio lavoro “importante”, ridono dell’“urgenza” narrativa, ritengono (per finta) che scrivere sia un mestiere come un altro, una forma di artigianato come un altro, da considerarsi con distacco, quasi al modo schifato con cui gli aristocratici maneggiavano il denaro. Certo che si tratta anche di mestiere, certo che parliamo di artigianato, ma liquidare la componente emotiva e le sue tante sfumature come conferma d’inesperienza e preludio sicuro a un cattivo scritto mi pare, in realtà, la raggiunta sicumera di chi non si è interrogato abbastanza, nonostante tutto.

Sempre più confuso, ho deciso di interpellare l’innocenza e ho posto la questione a un mio allievo quattordicenne. Mi ha dato diverse risposte, tutte valide, tutte confondenti.
Scrivi per far sapere a tutti come stai.
Scrivi per sopravvivere nella tua mente.
Scrivi per abitudine, perché è come una droga, non ne puoi fare a meno.
Scrivi perché il libro ti dà cose che gli altri non ti danno.
Scrivi per vederci più chiaro nella confusione, per fare chiarezza almeno per un po’.
Scrivi perché sei solo.
Al giovane editore napoletano, invece, io ho risposto con l’abusato argomento dell’esigenza, declinato in salsa grottesca con l’esempio di un prurito che sento nella testa e che, una volta buttato giù il testo, non sento più, mi lascia in pace. E pure non sento di aver detto una sciocchezza, è davvero come se sentissi un prurito nella testa, un ronzio irritante che non mi consente di pensare ad altro se non a quanto voglio scrivere, finché non l’ho fatto. Mi rendo conto che sembra sciocco, con buona pace degli scrittori di cui sopra che la sanno tanto lunga, e di sicuro non è una motivazione. Però poi mi è venuta in mente anche un’altra ipotesi, che include e allo stesso tempo trascende questa cosa un po’ ridicola e un po’ troppo ridicolizzata della ‘necessità’. Credo si tratti della sensazione – per carità, a rigor di logica falsissima e superbissima ma, appunto, necessaria affinché la testardaggine l’abbia vinta, almeno in parte, sulle serie tv e su tutto il resto dell’intrattenimento easy – che manchi un punto di vista fondamentale, una peculiare narrazione della realtà alle tante narrazioni della realtà che ci hanno accompagnato come lettori: la nostra, esatto. Si tratta di un fastidio, da parte del giovane scrittore, una piccola ma costante insoddisfazione per come il mondo è stato raccontato finora e del bisogno conseguente, assurdo, di aggiungere anche il proprio tassello perché il racconto sia, se non completo, almeno più esauriente.
Allora, forti di questa arrogante convinzione, ci mettiamo comodi e proviamo a dare il contributo personale a una causa sconclusionata e, pure lei, a dir poco personale.

Gli Editoriali. Michele Orti Manara (Adelphi)

Redattori, social media manager, impaginatori, uffici tecnici, consulenti e ancora altri: sono loro gli Editoriali, persone che lavorano i libri prima che diventino libri. Chi sono, cosa fanno e come lo fanno: una serie di domande per scoprire qualcosa di più sui mestieri dell’editoria.

Michele Orti Manara è nato a Verona e vive a Milano. Dal 2011 è social media manager di Adelphi. Ha un blog (nepente), una newsletter in cui segnala racconti (penelope) e un libro in uscita per Racconti Edizioni dal titolo Il vizio di smettere.

Come hai iniziato e perché?
Le mie prime collaborazioni editoriali – a dire il vero piuttosto sporadiche – risalgono al 2008 o 2009. Facevo lavori di redazione, ho scritto qualcosa come ghostwriter, e seguito alcuni progetti da collaboratore esterno.
Sul perché, invece, mi trovo costretto a usare un’espressione abusatissima ma che corrisponde a verità: per passione. O meglio, visto che comunque stiamo parlando di lavoro, per cercare di trasformare la passione in un impiego fisso. Dato che, come detto, le prime collaborazioni non davano molte garanzie di stabilità, nel 2011 mi sono iscritto al master in Editoria della Fondazione Mondadori.

Come e quando sei arrivato alla Adelphi?
Nell’agosto del 2011, per uno stage alla fine del master.

Quali sono le tue mansioni, nello specifico?
Mi occupo di tutti i profili social della casa editrice, e seguo anche la conversione e il controllo qualità degli ebook.

Qual è il tuo flusso di lavoro e quali programmi utilizzi?
Per la parte relativa ai social network, oltre alle applicazioni dei social stessi, uso principalmente Photoshop e un qualsiasi programma per la lettura dei pdf.
Per gli ebook invece InDesign, Adobe Acrobat, Adobe Digital Editions, e Oxygen come editor XML. Nella fase di controllo qualità, uso un iPad, un Kindle e un Kobo.
Il flusso di lavoro, anche vista la mia doppia mansione, è tutto fuorché monotono.
La gestione dei social network richiede una presenza quasi costante per controllare i messaggi e le citazioni ricevute, oltre alla produzione di contenuti di vario tipo, sia relativi alle nuove uscite che a titoli di catalogo. A questo si aggiunge un’attenzione puntuale a quel che succede, dal punto di vista tecnico, sulle piattaforme social. Il cambiamento di un algoritmo, o di una modalità di condivisione dei contenuti, può avere un impatto devastante sulle visualizzazioni, quindi occorre tenersi il più possibile aggiornati.
La produzione degli ebook è piuttosto articolata e dipende dal tipo di file da cui si parte per la conversione, che può essere un pdf nel caso di titoli vecchi o un file InDesign per le novità.
Alcuni titoli, specialmente quelli di narrativa, non richiedono particolari rilavorazioni una volta che si ha l’epub, al massimo una correzione di bozze quando il file di partenza è passato dall’OCR. La saggistica o la narrativa con apparati molto complessi invece richiedono ragionamenti specifici, di tipo più che altro redazionale, dettati dalla specificità del formato digitale. Un esempio molto semplice: se in un testo cartaceo si possono usare le righe come “bussola” per le citazioni, nel digitale occorre ripensare questa impostazione.

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Quali sono le risorse che hai sempre sott’occhio e che ti aiutano durante il lavoro?
Le fonti che seguo per lavoro e quelle che seguo per interesse personale spesso coincidono o si sovrappongono almeno in parte.
Provo a stilare una lista che sarà lunga ai limiti della noia, e ciononostante parziale.
– Inserti culturali delle principali testate italiane e straniere.
– Blog/riviste culturali italiani: Alfabeta2, Altri Animali, La Balena Bianca, Cattedrale, Crapula Club, Doppiozero, Dude, Grafias, IL, L’Indice dei libri, L’indiscreto, Il lavoro culturale, minima & moralia, Nazione Indiana, Nuovi Argomenti, Il primo amore, Salt Editions, Senzaudio, Rivista Studio, TerraNullius.
– Blog/riviste culturali stranieri: Aeon, The Atlantic, The Believer, Berfrois, Brain Pickings, Electric Literature, Granta, Harper’s, Lapham’s Quarterly, Lit Hub, London Review of Books, Los Angeles Review of Books, McSweeney’s, The Millions, The New Inquiry, New Republic, New York Mag, New Yorker, The New York Review of Books, n+1, The Offing, Paris Review, Publishing Perspectives, The Rumpus, Salon, Slate, Triple Canopy, The Verge, Virginia Quarterly Review, Vox;
Infine, queste forse più per interesse personale che per lavoro, riviste italiane che pubblicano racconti: A4, Cadillac, Carie, Colla, il Colophon, effe, FLR, L’inquieto, inutile, Pastrengo, Rivista Letteraria, ’tina, toilet, Tre racconti, Tuffi, Verde.
Come fare a seguire tutta questa roba? Non lo so, in effetti, soprattutto da quando Facebook ha reso inservibili o quasi le liste, uno strumento che evidentemente non usava nessuno ma che io trovavo molto utile.

Qual è la cosa che più ti piace fare del tuo lavoro?
Come già detto, il fatto che non sia mai monotono, e che permetta di dialogare con parecchie persone – nella fattispecie: con parecchi lettori – senza alcun filtro. Questo ovviamente porta con sé anche qualche controindicazione: troll vari ed eventuali, messaggi sopra le righe, insulti rivolti alla casa editrice o in alcuni casi al sottoscritto, proposte di collaborazione che sembrano non avere la minima idea del destinatario della proposta eccetera. Ma nell’insieme trovo sia molto stimolante, e sorprendente: quando apri la pagina della casa editrice non sai mai cosa ti aspetta.

Qual è la cosa che più ti annoia fare del tuo lavoro?
Qualche aspetto puramente tecnico nella produzione degli ebook non corrisponde esattamente all’idea che uno ha del divertimento. Però in generale mi ritengo molto fortunato, perché anche le mansioni meno elettrizzanti hanno comunque a che fare con i libri, e quindi si ritorna alla passione di cui sopra.

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Qual è la caratteristica più importante per chi fa un lavoro come il tuo?
Per la parte degli ebook servono conoscenze specifiche, unite a quelle redazionali di base, e una certa dimestichezza con la lettura digitale, in modo da avere ben chiaro cosa si aspetta un lettore quando legge in un formato diverso dalla carta.
Per i social network, il prerequisito credo sia una buona conoscenza del catalogo della casa editrice. Detto questo, le caratteristiche richieste sono parecchie, e di ogni tipo. Un parziale elenco credo dovrebbe citare una certa familiarità con l’ambiente social, una buona capacità di scrittura, un certo fiuto per capire quali contenuti siano in grado di veicolare al meglio il contenuto di un libro, la formazione costante a cui facevo riferimento prima, una buona dose di pazienza o almeno di autocontrollo quando si ricevono commenti poco edificanti. Infine credo che non guastino dosi più o meno spiccate di ironia e autoironia, ma questa è una convinzione personale e non è detto sia condivisa da tutti quelli che fanno questo lavoro.

Qual è il libro Adelphi sul quale hai lavorato con più piacere?
Dovendo scegliere direi Il padrone di Parise, sia perché è un autore che amo molto, sia perché credo sia stato il primo ebook su cui ho lavorato.

Qual è il libro non Adelphi sul quale avresti voluto lavorare?
Per il gusto della sfida, vista la famigerata esplosione delle note, e anche perché è un libro che per me è stato fondamentale, diciamo che mi sarebbe piaciuto lavorare all’ebook di Infinite Jest.

Consiglia un libro che parla del tuo lavoro e che credi possa essere utile a chi voglia iniziare.
Consiglierei L’egoismo è inutile (Elogio della gentilezza) di George Saunders. Può sembrare che non c’entri niente con il lavoro che faccio, ma forse, invece, sì.

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La verità vi prego: scrivere di una cosa alla volta

“La verità, vi prego” è la posta del cuore della scrittura: inviami un tuo racconto o il primo capitolo del tuo romanzo e ti scriverò una lettera di valutazione franca, pubblica e gratuita. Per sapere come funziona leggi qui.

La lettera di oggi è per *Anna* e l’incipit del suo romanzo “Recidiva di un amore”.

[Chi è *Anna*: Sono una psicologa, ho 32 anni e vivo a Firenze dove mi occupo di psicologia giuridica e di adozioni internazionali. La lettura e la scrittura sono sempre state le mie passioni più grandi. L’idea di questo romanzo nasce dal desiderio di raccontare la relazione terapeutica, tutto quello che si consuma in una stanza di terapia esclusivamente dal punto di vista della paziente. Un amore che non è amore. O forse sì, da un altro punto di vista.]

Cara Anna,
quando si scrive si ha spesso l’esigenza di dire molte cose insieme, perché fino a quel momento non si erano dette o perché si conosce la buona norma del “riempire la pagina”, ma non del tutto o non ancora quella della “progressione”. Nel tuo incipit ci sono parecchie immagini sulle quali io mi soffermerei volentieri, perché sono riuscite e sono coinvolgenti e io vorrei che me le mostrassi in maniera più approfondita.

La profondità non è solo una questione di tempo (è soprattutto di simbolismo: quell’immagine cosa rappresenta? Che funziona ha?) ma lo è anche di tempo. Quando leggiamo un romanzo abbiamo bisogno della giusta durata per entrare dentro alle cose, vederle bene, e uscirne un attimo prima che si esauriscano (prima, e non quando già esaurite: qualcosa bisogna sempre lasciarla vuota).

Tu cominci con dei tacchi, e la prima immagine è già riuscita, soprattutto perché prende posizione: “I tacchi alti. Dagli otto centimetri in poi altrimenti non sono tacchi.” Li metti in azione per una scena del passato, poi li chiudi in una scatola: “Quegli stivali sono ancora in una scatola gialla nel mio armadio, nonostante tre traslochi”.

E io lì penso: di già? Dunque il simbolismo dove mi porta? Ma mi accontento, felice che ci sia stata un’apertura, un’azione e una chiusura, e sperando di ritrovare i tacchi più tardi. Invece li ritrovo all’accapo, ed è troppo presto, e non è più così incisivo perché li usi in forma di elenco “Li ho messi anche”, “E li avevo anche” e li mescoli ad altre percezioni fugaci e metaforiche, che non hanno alcuna funzione nella storia “del rosso del semaforo” “la ruvidità dell’asfalto”, mentre i tacchi sì. (O no? E allora anche loro…).

Dopodiché arriva il conflitto, che non è con Flavia – la collega che sostituisce la protagonista Cloe perché lei si è fratturata la tibia, occupandosi al suo posto di un servizio fotografico a cui teneva molto – ma con quello che Flavia rappresenta:

[la] personificazione vivente dei personaggi delle pubblicità che si svegliano felici e sorridenti tutte le mattine. Quelli a cui va sempre tutto bene, per capirsi. Quelli che si prendono i servizi fotografici già pronti degli altri. Quelli come Flavia.

Dunque sappiamo cos’è Flavia, e della protagonista dovremmo intuire quello che non è. Costruire un personaggio “in sottrazione” è un buon procedimento, ma bisogna stare attenti a non caricare troppo il termine di paragone – come ti succede con Flavia:

Quella che con l’umidità folle a 100 gradi riesce a far stare i capelli lisci e setosi come fosse una parrucca, mentre se fa caldo diventano ondulati, morbidi, carezzevoli come una appena uscita dall’acqua salata. Quella che il suo fidanzato le regala un diamante ogni anno. Sì perché lui è uno di quelli che il per sempre si costruisce a poco a poco e lo vuole dimostrare concretamente. Ha già all’attivo sette diamanti in serie matrioska. Fra pochi giorni è il suo compleanno, lei spegne i carati, non le candeline come tutte noi.

perché l’assenza d’informazioni sull’una non venga scolpita attraverso la presenza di informazioni – stereotipate invece che specifiche – sull’altra (è di quelle che).

Bisogna fare attenzione anche al non sostituire l’assenza di informazioni (che ovviamente non può durare troppo) con la vaghezza di informazioni: affastellare le prime pagine di riferimenti che chissà quando verranno ripresi:

Sono incazzata come il corvo nero sulla spalla di quel ragazzo di tanti anni fa con la faccia da cane bastonato.

quella vacanza in Sicilia

quando improvvisamente mio padre ci disse che bisognava fare le valigie per tornarcene a Firenze.

e di personaggi che chissà quando dovranno comparire e chissà a cosa dovranno servire – Eugenio, Dario, Veronica – quando ce ne sono già di altri in scena e con un ruolo che va approfondito e sviluppato: Margherita, Fabrizio Fortunati.

Ed è nello sviluppo della storia – dei personaggi, delle dinamiche, degli obiettivi – che devi concentrare la tua attenzione. Un passo alla volta. E, sempre!, in avanti. Che la protagonista abbia un compito a breve termine da svolgere ce lo hai già detto, anche troppe volte:

Il caro diario della giornata messo per iscritto. Sto facendo i compiti a casa da brava bambina.

È stato allora che mi sono ricordata che dovevo scriverti e quindi, prima di addormentarmi, lo faccio.

Sì, ti ho scritto come mi avevi detto di fare, ma non è la stessa cosa, anche perché ho saltato una serie di volte in cui avrei dovuto farlo e invece non l’ho fatto.

Adesso dicci altro.

Un caro saluto,
Francesca de Lena

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RECIDIVA DI UN AMORE

I tacchi alti. Dagli otto centimetri in poi altrimenti non sono tacchi. Campana, zeppa, rocchetto, spillo, stiletto, quadrato. Invernale, estivo. Sempre tacco.
La prima volta avevo quindici anni: stivali di pelle nera con tacco quadrato, otto centimetri, per la prima festa in discoteca. Ricordo di aver gridato mentre scendevo dallo sgabello del bancone e un ragazzo con un tatuaggio a forma di corvo sulla spalla mi aveva pestato un piede. “Scusami scusami”, mi disse. Gli occhi imploranti come un cane bastonato, altro che corvo nero in volo. Mi alzai di scatto per correre in bagno quasi zoppicando, facendomi largo tra braccia alzate e fianchi stretti al ritmo di “I just called to say i love you”. Il bagno a luci blu rifletteva le sagome di due ragazzi spinti contro il muro a baciarsi e mi rifugiai dietro la porta del primo servizio mettendo il piede colpito sopra la tazza. Scrollai con un po’ di carta igienica l’impronta della suola del ragazzo con il corvo e osservai minuziosamente la pelle. Una piccola riga sul lato sinistro, pensavo che forse col tempo sarebbe andata via. Non è stato così. Quegli stivali sono ancora in una scatola gialla nel mio armadio, nonostante tre traslochi.
Li ho messi anche la prima volta che sono venuta da te. E li avevo anche oggi, all’incrocio tra Via Contessina e Via Magnifico. Gli auricolari alle orecchie per decidere il prossimo servizio fotografico con la nuova modella russa. Non mi sono accorta del rosso del semaforo, stavo guardando una coppia che si teneva per mano sul marciapiede. Ho sterzato col manubrio mettendo il piede a terra, ma il tacco sull’asfalto ha ridotto il mio equilibrio facendomi cadere a terra.
Quello che ricordo è solo la ruvidità dell’asfalto sul gomito che già bruciava dai tagli.
Un rumore alternante di clacson e di gridolini. Poi l’asfalto ruvido e umido. E infine il taglio bruciante.
Diagnosi: frattura della tibia più quattro punti al gomito. Prognosi: quattro settimane.
Prognosi dei miei stivali: da buttare.
Dovevo essere davanti a quelle modelle con la nuova collezione di Indaco, io e il mio obiettivo, le luci, il tendone bianco. Dovevo farlo io quel servizio fotografico. Avevo studiato ogni posa, ogni movimento, persino la gradazione del colore del rossetto. Amarena, carminio, magenta, lampone. E poi scarlatto.
Invece c’è Flavia. Sostituita così, come un paio di mutande vecchie.
Sono incazzata come il corvo nero sulla spalla di quel ragazzo di tanti anni fa con la faccia da cane bastonato.
Cloe non può venire? Chiamate Flavia.
Quella che con l’umidità folle a 100 gradi riesce a far stare i capelli lisci e setosi come fosse una parrucca, mentre se fa caldo diventano ondulati, morbidi, carezzevoli come una appena uscita dall’acqua salata. Quella che il suo fidanzato le regala un diamante ogni anno. Sì perché lui è uno di quelli che il per sempre si costruisce a poco a poco e lo vuole dimostrare concretamente. Ha già all’attivo sette diamanti in serie matrioska. Fra pochi giorni è il suo compleanno, lei spegne i carati, non le candeline come tutte noi.
Quella che, insomma, hai bisogno di toccarla per vedere se sia finta o fatta di carne, sangue e peli sulle braccia (che ovviamente non ha). Ebbene, mentre ricucivano la pelle del mio gomito e mi infilavano un tutore a sette stecche, sono stata sostituita da lei, dalla personificazione vivente dei personaggi delle pubblicità che si svegliano felici e sorridenti tutte le mattine. Quelli a cui va sempre tutto bene, per capirsi. Quelli che si prendono i servizi fotografici già pronti degli altri. Quelli come Flavia.
Sono tornata da poco a casa imbottita di antidolorifici.
Sai che mi stavo quasi dimenticando di avvertirti? Poi per fortuna ho letto l’etichetta sulla divisa dell’infermiere che si chiama come te e mi sei venuto in mente.
Va bene così? È così che devo fare, no?
Il caro diario della giornata messo per iscritto. Sto facendo i compiti a casa da brava bambina. Magari così divento come Flavia.

Bozza salvata il 20 ottobre alle ore 14:50

Margherita si è trasferita qui da me. “Per aiutarti con la gamba.” La mia gamba sembra essere diventata una parte di me isolata, una persona in più in casa, una coinquilina assillante con cui dividere le faccende e il sonno. Quindi, da due settimane, siamo in tre. Margherita fa la spesa, fa la lavatrice, stira, prepara il pranzo e la cena. La colazione no. Quella la preparo io, con la sedia a rotelle. Tè, caffè, spremuta d’arancia. Ieri ho rovesciato la tazzina sulle ginocchia, però. Il pollice ha mancato il manico per un istante ed è caduta sul bancone della cucina che si è subito colorata di caffè. Sono riuscita a riprenderla prima che si frantumasse. L’ho solo sbeccata. L’orlo bianco e spigoloso spuntava come l’Etna confuso tra le nuvole durante quella vacanza in Sicilia. I miei genitori che si tenevano per mano sulla spiaggia, mentre il vento faceva svolazzare il pareo giallo di mamma. La brioche con il gelato, la granita al gelso, il cannolo che non ho mai voluto mangiare, neanche l’ultimo giorno, quando improvvisamente mio padre ci disse che bisognava fare le valigie per tornarcene a Firenze.
“Clò, mangia un cannolo che poi non lo rivedi più”, scherzava mia madre mangiandosene uno.
Tenni il broncio per tutto il viaggio di ritorno in traghetto e poi sul treno. Il caldo di quell’estate s’appiccicava alla pelle come la crema di ricotta sulle labbra di mia madre.
“Ma perché dobbiamo tornare? Dovevamo stare ancora quattro giorni”.
E mia madre non rispondeva.
“Ti prometto che aspetto due ore prima di fare il bagno la prossima volta. Prometto, prometto, prometto. Non lo faccio più. Diglielo a babbo, ti prego mammina.”
Continuava a mangiare, mia madre, guardando verso la punta sbeccata dell’Etna, con le valigie pronte in terrazza e il costume intero a margherite ancora addosso.
“Cloe, che faccio? La butto?”
Margherita tiene la tazza tra le mani di fronte a me.
“No”, rispondo.
Voglio tenerla, la tazzina sbeccata.
“Sei mai stata in Sicilia, Marghe?”
“Magari. No, mai. Mi piacerebbe, però.”
“Organizziamo, la prossima estate?”
Mi guarda perplessa.
“Ma come ti viene in mente, adesso?”
Mi rigiro tra le mani la porcellana e con l’indice sfioro la crepa della tazzina.
“Così, mi andava di fare una vacanza. Magari invitiamo anche Eugenio, Dario.”
Margherita finisce di bere il succo d’arancia e si asciuga gli angoli della bocca con il tovagliolo.
“Si può fare. Ma ancora c’è tempo. Però l’idea di mangiarmi un bel cannolo in riva al mare mi mette già di buonumore.”
Sorrido posando la tazzina nell’acquaio.
Ti avevo raccontato della mia vacanza in Sicilia?
Non ricordo. Tu?

Bozza salvata il 30 ottobre alle ore 20:09

Non mi andava di fare quello che mi hai detto. E non l’ho fatto.
Per un po’ di giorni me ne sono dimenticata, poi ci ho pensato ma non ne avevo voglia.
L’ho trovato addirittura senza senso, una perdita di minuti, una stancante routine settimanale.
E poi, francamente, non ne avevo bisogno.
Ma domani ti rivedo, dopo un mese e mezzo! Mi sembra di ritornare a scuola dopo un periodo di convalescenza. Stavo rimettendo a posto i miei jeans nell’armadio e dalla tasca sinistra è caduto un foglio tutto spiegazzato e stinto. Ho strizzato gli occhi per capire cosa fosse e poi ho visto il tuo nome in alto. Fabrizio Fortunati. Sono scoppiata in una grassa risata. Purtroppo non sono riuscita a leggere la data ma dalla scoloritura delle lettere deve aver fatto innumerevoli lavaggi.
L’avrò dimenticata nelle tasche, magari mi sarò anche detta “domani la levo” per poi dimenticarmene di nuovo.
È stato allora che mi sono ricordata che dovevo scriverti e quindi, prima di addormentarmi, lo faccio.
Ho tolto il tutore da due settimane, cammino un po’ lenta, ma la fisioterapia mi aiuta.
Sono tornata a lavoro da cinque giorni, giusto il tempo di vedere la rivista con il servizio di Flavia sulle prime pagine. L’ho sfogliata stancamente, ho dovuto inumidire il mio polpastrello più e più volte.
Poi l’ho beccata. La foto con la luce poco contrastata. Veronica sembrava essersi appena svegliata e messa il vestito. Ho buttato la rivista capovolgendola sulla scrivania. Vedere il nuovo orologio Bulgari che non comprerò mai al polso di una strafiga in biancheria intima è addirittura meglio che vedere il nome di Flavia troneggiare in copertina con una foto con poco contrasto.
Non ho portato a casa il numero della rivista. Nella scaffalatura all’ingresso ci sono tutti i numeri della rivista dal primo al 1307. Il numero 1308 l’ho lasciato capovolto sulla scrivania. Seguirà il 1309.
Come se questo mese non fosse mai esistito. Per la rivista, per la mia tibia immobile, per la mia autonomia.
E per gli incontri con te, no?
Sì, ti ho scritto come mi avevi detto di fare, ma non è la stessa cosa, anche perché ho saltato una serie di volte in cui avrei dovuto farlo e invece non l’ho fatto.
Te ne parlerò domani. Adesso è meglio staccare il cervello.

Non prenderla come una critica – “Absolutely Nothing” di Giorgio Vasta e Ramak Fazel

di Marco Terracciano

Fuori dal testo

Partiamo da un elemento paratestuale: la quarta di copertina di “Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani” (Quodlibet Humboldt 2016) concorre a definire il senso del libro, orienta la lettura e testimonia un primo grado di comprensione del messaggio narrativo da parte di un presupposto lettore ideale.

“Ritratto dell’America, ragionamento sul suo mito e omaggio alle sue narrazioni, Absolutely Nothing traccia un itinerario che collega scrittura documentaristica e fiction, riflessione e autobiografia, per provare a comprendere cosa accade ai luoghi – e alle nostre esistenze – quando le persone che li hanno abitati (che ci hanno abitati) se ne vanno via.”

Ora isoliamo l’espressione «per provare a comprendere» e teniamola da parte: ci servirà per dopo.

Il libro è il resoconto di un viaggio attraverso i luoghi abbandonati dei deserti americani – le ghost town –, è ‘raccontato’ con due diversi linguaggi e suddiviso in altrettante macrosezioni: quella narrativa, Absolutely Nothing, scritta da Giorgio Vasta e quella fotografica, Corneal Abrasion, fotografata da Ramak Fazel.
La sezione fotografica integra e completa la definizione del messaggio, come ha ben dimostrato Maria Rizzarelli ragionando sul concetto di fototesto.

Il testo di Vasta è una rete complessa di significanti, una babele di temi, immagini e riferimenti, ma molti di essi innescano riflessioni isolate e slegate, a scapito di una vera coesione interna. Per la sua tendenza a mettere tanta carne sul fuoco e a servirne poca, è un libro molto interessante, seppur difficile da maneggiare; è, allo stesso tempo, un libro deludente e contraddittorio.

Dentro al testo: quale ordine?

Nonostante la rinuncia alla successione cronologica degli eventi – il testo ha una struttura diaristica che non segue lo schema tradizionale di datazione – il tono generale lascia intendere che la narrazione abbia un suo ordine, che l’autore non abbia giocato col fascino di un’entropia fine a se stessa incasinando a gusto il calendario di viaggio, ma abbia stabilito una relazione tra i capitoli fornendo un criterio interpretativo, seppur in modo non immediatamente percepibile.

La scansione cronologica è infatti rispettata solo nei primi tre capitoli, che raccontano rispettivamente i fatti del giorno che precede la partenza, del giorno della partenza e dell’arrivo a Los Angeles e del giorno del primo incontro con Ramak. Guardiamoli.

Capitolo 1.

La notte prima di partire per Milano sogno di venire derubato, voglio denunciare il furto ma non ho idea di che cosa mi sia stato rubato, so che mi manca qualcosa, non sono in grado di dire cosa, la denuncia è impossibile.

Giorgio (voce narrante) racconta a Silva (compagna di viaggio, editrice e ideatrice del progetto) del sogno che gli ha lasciato un senso di mancanza, lacuna, privazione, furto, vuoto, disagio, paura, inadeguatezza, sconcerto – l’elenco di termini è spalmato su una ventina di pagine circa, ma Giorgio li nomina come fossero una lunga serie sinonimica utile a definire il suo stato d’animo.
Silva risponde:

Hai sognato una lacuna […] e cercare la lacuna, esplorare i vuoti, sarà la nostra regola.

Il viaggio sarà, a quanto pare, ricerca della lacuna e del vuoto. Non importa, in questa prima fase, comprendere il senso di queste parole: bisogna capire, considerato il disordine temporale che emerge successivamente, come e se la disposizione dei capitoli sia funzionale all’elaborazione del messaggio e che tipo di relazione li tenga insieme.

Capitolo 2.

Quando prendo posto è come se il mio corpo, penetrando nello spazio tra tavolo e divanetto, guadagnasse un’improvvisa consistenza […] le braccia e le mani che mi ritrovo davanti agli occhi a reggere il menu sono le mie ma sono inedite, mai viste prima, chiare e dense e perfette. Intonate, direi se avesse senso, oppure accordate.

Dopo aver noleggiato un fuoristrada per gli spostamenti e sistemato le loro cose al Beverly Laurel Hotel, i protagonisti decidono di cenare al diner dell’albergo. Giorgio, una volta accomodato al tavolo, utilizza queste parole per raccontarsi: ‘consistenza’, ‘perfette’, ‘intonate’, ‘accordate’, ‘chiare’ – e, successivamente: ‘rotondo’, ‘compatto’, ‘compiuto’, ‘gratitudine’, ‘pienezza’. Termini evidentemente opposti a quelli individuati in precedenza, che appartenevano al campo semantico della lacuna e del vuoto.

Tutto il capitolo è costruito attorno all’alternanza tra questi due stati di coscienza, a questa nuova e indefinita sensibilità oscillante ai cui estremi ci sono il vuoto e il suo contrario.

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Capitolo 3.

Ora: Ramak Fazel è il fotografo che ha scattato le foto di questo libro. È una persona. E questa dovrebbe essere – doveva essere – una guida di viaggio […] Solo che nel momento in cui alle otto di mattina del 2 Ottobre 2013 Ramak Fazel compare nel cortile interno del Beverly Laurel Hotel di Los Angeles – il petto azzurro punteggiato di fiori bianchi, il sorriso cordiale e un’attitudine spiccata a complicarsi la vita che è quella di Peter Sellers di Hollywood Party o del coyote di Chuck Jones – l’asse di questo libro si modifica. Le persone si fanno personaggi, la tortuosità si innalza a metodo.

«Le persone si fanno personaggi, la tortuosità si innalza a metodo»: siamo al confine tra verità e finzione e dunque il senso non va cercato nei fatti, ma nella loro interdipendenza, nelle relazioni tra i significanti imposte arbitrariamente, nel come l’autore fa interagire i personaggi, come descrive i luoghi e con quali associazioni simboliche: che tipo di immaginario crea.

Dunque, se il primo e il secondo capitolo introducono due temi – il vuoto e la pienezza – la cui opposizione enigmatica stimola la reattività del lettore innescando un sentimento di attesa e la convinzione che lo scioglimento di questa tensione riveli il senso profondo del libro, il terzo capitolo rappresenta il perno più stabile. Quel che Giorgio dice alla fine di esso modifica interamente la ricezione estetica del lettore, realizza un cambiamento di prospettiva che modifica il piano interpretativo dell’opera: fornisce lo strumento interpretativo.

Capitoli 4-5.

A questo punto del racconto avviene qualcosa che scompagina la sequenzialità: il quarto e il quinto capitolo raccontano rispettivamente i fatti del 4 Ottobre e i fatti del 2 e 3 Ottobre. Perché? Qual è la relazione?
Ecco la riflessione, in corpo minore – alcune porzioni del testo sono in corpo minore, in genere si tratta di appunti presi a viaggio concluso, spesso anche a distanza di anni – che motiva la scelta:

Se anche il viaggio, com’è logico, ha previsto un prima e un dopo, il suo racconto funziona in un altro modo: il tempo si rompe, la linearità si perde, il ricordo si mescola all’oblio, la ricostruzione all’invenzione, il prima e il dopo si fanno relativi.

L’equazione che ne viene fuori è questa:

Ricordo : Oblio = Ricostruzione : Invenzione

e conferma la volontà di creare un racconto di viaggio e non un semplice resoconto.
Un viaggio che sia narrazione capace di nominare tutto ciò che è rimasto linguisticamente inesplorato nei territori disabitati dell’America: l’irrazionalità, l’esotismo, la primordialità, l’essenzialità, la ferocia e allo stesso tempo la mitezza di posti che hanno illuso gli uomini mostrandosi in un primo momento ospitali, poi ostili e inabitabili.

Si entra quindi nello specifico della dimensione linguistica del viaggio: Giorgio si sofferma sulla foto di una strada che si perde nel deserto: «sulla destra, sopra un cartello giallo a forma di rombo, la scritta nera ABSOLUTELY NOTHING – NEXT 22 MILES»:

Ad affascinarmi, prima di tutto, è la perentorietà dell’avverbio, il piglio radicale di un termine che da solo vuole polverizzare ogni dubbio nonché l’eventuale residua speranza che qualcosa, lungo quelle ventidue miglia, sia ancora percepibile. E poi c’è nothing – elementare, disadorno –, un enigma epistemologico che mi spinge a domandarmi cosa comprenda e dunque a cosa si opponga.

Sfida al linguaggio.
Questi paesaggi, circoscritti nella logica rise and fall – prima la grande ascesa, poi l’inesorabile declino – rappresentano una sfida che, stando alla «perentorietà» dell’avverbio absolutely e alla nettezza del termine nothing, il linguaggio sembra aver perso.
La disposizione apparentemente illogica dei capitoli è quindi funzionale alla resa estetica di un resoconto che si fa racconto per reagire all’impossibilità di nominare l’innominabile: la rappresentazione finzionale è lo strumento letterario che permette tutto questo.

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photo by curtis macnewton on unsplash

I conti non tornano

Nei primi capitoli quest’obiettivo, tuttavia, non è così chiaro.
La necessità di combattere il niente nominandolo attraverso la finzione narrativa è anzi in un primo momento smentita: Giorgio sembra prendere una strada completamente diversa che, a guardar meglio, è il sintomo di ciò che rende contraddittorio questo libro:

Mi ritrovo a pensare che da un viaggio voglio soprattutto questo, percezione e inventario, vita sensoriale che diventa linguaggio, censimento dei materiali, un’ininterrotta descrizione di cose senza mai una consapevolezza precisa, senza la minaccia di un significato, senza neppure l’ombra di una metafora; un viaggio di soli fenomeni e stupore.

Non è così. La lettura integrale del testo contraddice questo iniziale proposito.

Giorgio dice di credere, in un modo quasi ossessivo, alle capacità del linguaggio, o meglio al bisogno umano di cercare i termini giusti per nominare quel che ancora non ha una forma linguistica. Ma torniamo alla quarta di copertina e all’espressione «provare a comprendere»: quello di Giorgio è un tentativo di «provare a comprendere», è un’esplicita ricerca del significato – con buona pace della supposta volontà di creare un inventario fatto di sole percezioni – di quei luoghi, il bisogno di dare forma a una narrazione che sintetizzi e fissi col linguaggio letterario l’Absoluely Nothing. È questo ciò che il lettore ideale percepisce durante la lettura.

Basterebbe un censimento delle descrizioni chirurgiche con cui racconta i paesaggi, le persone; basterebbe riportare la chiarezza terminologica con cui riflette sulle idee e le costanti antropologiche dello spirito americano per dimostrarlo.
Ecco un passo esemplare:

Individuare le parole per dire un posto come Daggett non è semplice, le sfumature sono minime ma fondamentali. Per esempio, se anche mi piacerebbe descriverlo come smantellato, so di non poterlo fare. Perché smantellato presume un ordine logico, una procedura che qui è mancata; sfasciato oppure scassato sarebbero più adatti proprio perché più grossolani, così come il palermitano scafazzato, che vuol dire schiacciato, ma in forma triviale; deperito medicalizza il fenomeno, deturpato lo moralizza, demolito rimanda a un’intenzione, spaccato lo riconosce nella sua connessione a una materia divisibile: sgangherato semplicemente lo motteggia. 

Il messaggio del libro non sta nella presa di coscienza dell’irrisolvibilità di un conflitto, né nella messa in scena di un disagio conoscitivo: se così fosse avrebbe una coerenza strutturale che lo renderebbe compiuto. Lo sguardo della voce narrante e le sue relazioni con gli altri personaggi certificano la volontà di risolvere il conflitto tra lingua e Absolutely Nothing, ma allo stesso tempo la paura di non esserne in grado, la pretesa di nominare e l’inconsistenza del tentativo ­– e tutto ciò si esprime nella slegatura dei temi e nell’incedere zoppicante e interrotto della narrazione.
Absolutely Nothing resta aperto e contraddittorio nella sua composizione interna, nel tono, nello stile e nella forma del contenuto. A causa di queste questioni irrisolte, che negano la possibilità di ‘chiudere’ il libro, la conclusione è frustrante per il lettore e lascia un senso di amarezza.

La letteratura, che non va bene quando è scritta dagli altri

Tanti anni fa durante la lezione di un laboratorio di scrittura consigliarono questo libro: “I dieci comandamenti di uno scrittore” di Stephen Vizinczey. Chi lo consigliò disse: Non fate caso al brutto titolo da lista banalizzante, respingente, da blog (la parola blog era ancora spesso accompagnata da una smorfia di disprezzo), perché in realtà dentro ci sono scritte cose di altissima levatura morale e letteraria.

All’epoca io prendevo dal discorso sulla letteratura tutto quello che potevo prendere, e anche compravo tutti i libri che potevo comprare, così comprai anche questo. Lo avrò poi solo sfogliato qua e là, nel corso del tempo, ma mai letto per bene.
Lo sto leggendo adesso. Non sono più una ragazzina e non sono più alla ricerca di maestri, anche se ne ho. So però che sono fallibili – eccome se lo sono – e so che le liste da blog possono racchiudere analisi tra le più interessanti mentre un libro cartonato di un autore con un nome impossibile da pronunciare non è assicurazione di alcunché.
E dunque.

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photo by rikki chan on unsplash

Uno degli articoli di Vizinczey raccolti nel libro s’intitola “Il potere della critica” e a leggerlo oggi ritrovo quello che non sopporterei mai di leggere da un giovane scrittore qualunque, ai primi passi, in cerca di consenso a suon di “dalli alla casta”. So bene di decontestualizzare, so che è per prima la mia percezione a essersi modificata, ma sono persuasa del fatto che guardare alle cose e agli altri sotto la lente che usa Vizinczey (disonesti! immeritevoli!) sia sbagliato oggi come lo era alla fine degli anni ’80.

Il drammatico incipit dell’articolo non lascia alcuno spazio all’interpretazione: con quello che a me pare un olimpionico sforzo retorico Vizinczey dà alla critica letteraria il potere di vita o di morte di uno scrittore:

“L’immenso potere della critica – il suo potere di stabilire che cosa la maggior parte dei lettori leggerà, e di conseguenza quali scrittori vivranno bene e quali resteranno poveri, il suo potere di fare la differenza tra la vita e la morte di uno scrittore – […]”

Seguito a un accapo di distanza dalla dimostrazione delle grandi cantonate che questi uomini pieni di potere (nello specifico i critici statunitensi) possono prendere. Quale esempio usa per la dimostrazione? La più oggettiva: la cantonata presa a proposito di un suo libro (“Elogio delle donne mature” – ma non è questo il punto). Vizinczey sa che la tesi non basta: ci vuole un’argomentazione che risponda alla domanda: “Perché tali critici si sarebbero comportati così?”. E dunque per argomentare etichetta un’intera cultura (?) basandosi sulla propria, personale – legittima ma semplificatoria -, ideologia:

“[…] Quasi tutti i più importanti giornali americani lo ignorarono o lo attaccarono, offesi (credo) dal fatto che vi si ritraeva il sesso senza ammantarlo di fantasie o disgusto, gli ingredienti basilari della cultura puritana.

Più avanti s’incontra l’ineleganza di citare con nome e cognome lo scrittore Edmund Wilson che si sarebbe profuso in complimenti privati al romanzo convinto però che privati sarebbero rimasti. La delusione di Vizinczey, che si vede rifiutare la richiesta di renderli pubblici, diventa la pretesa di indovinare il perché di quel rifiuto: qual è il perché?: l’assoggettamento al potere di Wilson.
C’è poi la cosa più interessante, già presente negli anni ’80 in forma di colpa solita e conosciuta – di chi/cosa? della globalizzazione? dell’alfabetizzazione di massa? degli strumenti culturali alla portata di tutti? era meglio quando si stava peggio? – causa della catastrofe per cui:

“Migliaia di nuovi romanzi vengono pubblicati ogni anno, e ciò richiede un numero crescente di recensori, il che equivale a un abbassamento del livello in ogni campo, di modo che la maggior parte dei romanzi pubblicati sono scritti da persone che non sanno scrivere, e la maggior parte delle recensioni sono scritte da persone che non sanno leggere”.

Niente più che luoghi comuni scritti in bella copia – trova le differenze con le attuali grida di dolore “Tutti vogliono scrivere!”; “Tutti vogliono dire la propria!”; “Non c’è più qualità!”; “Nessuno sa fare il suo mestiere!”; “Si pubblica robaccia!” ecc. Chi resta fuori da queste denunce apocalittiche? Ma naturalmente chi le pronuncia. Come in un’equazione matematica, chi denuncia sciagure si pone al riparo da esse: le pretese sono quelle degli altri, la non qualità è quella degli altri, la robaccia avete capito.

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photo by ethan weil on unsplash

Ma Vizinczey raggiunge il fondo quando tenta la critica a singoli scrittori contemporanei – agli scrittori, non alle loro opere – con l’intento di paragonarli a Honoré de Balzac, a Thomas Mann, a Miguel de Cervantes – e già quest’intento mi pare inutile, inappropriato, conservatore e forse addirittura sciocco – sulla base non di un’analisi di ciò che hanno scritto, ma del proprio privatissimo e infastidito insulto:

“[…] ciarlatani accademici come Jacques Derrida pubblicano un fiume continuo di libri pieni di teorie prive di valore e scritti in un gergo deliberatamente incomprensibile che ingombra le scrivanie degli editor […]”

Ed ecco palesato il motivo di tanta preoccupazione sullo stato della letteratura e della critica. Ieri come oggi sempre là si torna: alla convinzione che le scrivanie degli editor siano ingombre della spazzatura altrui invece che della propria virtù.

Nella conclusione dell’articolo, e al contrario di quello che fa sui testi di Derrida, su “Il pendolo di Foucault” di Umberto Eco Vizinczey concede almeno una propria lettura:

“[…] menzionare fatti poco conosciuti, citare oscuri documenti, parlare a vanvera di tutto e di niente, mescolare frasi incomprensibili con luoghi comuni.”

Ma esprimersi legittimamente su un altro autore non gli basta, e non gli basta neanche dare sfogo a motivazioni classiste sul successo del libro:

“Il successo artefatto di questo illeggibile romanzo mette insieme i deleteri effetti del denaro (!) e l’insolenza accademica […]”

Vuole fare di più. Allora costruisce il racconto di quando, durante una presentazione di Eco a Viareggio, notò tante persone ammassate in libreria “come pecore a cui fosse stato miracolosamente insegnato a dire quattro parole” e si prese la briga di avvicinare una giovane coppia nel tentativo di dissuaderla dal comprare il libro, invitandola invece a rivolgere la sua attenzione verso i più meritevoli (i soliti Balzac ecc, anzi no, di più: voleva “interessarli al Decameron”).
E insomma questo eroico Vizinczey che va alle presentazioni dei colleghi per riportare sulla retta via i lettori ingenui (“Questa povera gente, buona parte della quale veniva dai paesi sulle colline”) non solo non si rende conto della cosa miserabile che ha fatto, ma si rammarica di aver visto infine la giovane coppia uscire dalla libreria proprio – guarda un po’ – con “Il pendolo di Foucault” tra le mani.
Ancora una volta deluso, Vizinczey chiude il suo articolo di un’altissima levatura morale e letteraria così:

“Dopo cinquanta pagine al massimo i due devono aver deciso che i libri non facevano per loro e sono tornati a guardare la televisione per il resto della loro vita”.

Nella morale dello scrittore ungherese il mondo resta inadeguato, ma a chi di noi ha letto il suo articolo deve aver fatto un gran bene liberarci per dieci minuti della tv, del cinema?, di internet? – i capelloni, la minigonna, il grammofono (cit.) – e dei libri scritti dagli altri.

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photo by frank okay on unsplash

Non prenderla come una critica – “Costellazioni del crepuscolo” di Francesco Permunian

di Marco Malvestio

Costellazioni del crepuscolo di Francesco Permunian (Milano: il Saggiatore, 2017) è la riedizione di due libri, Cronaca di un servo felice (1999) e Camminando nell’aria della sera (2001). L’iniziativa del Saggiatore, che si conferma una casa editrice molto attenta nel selezionare un catalogo coerente nel gusto e nello spirito, è lodevole, e si accompagna alla bellezza del volume fisico, che mostra in copertina la potente e desolante fotografia di Giorgio Barrera. I due testi contenuti nel volume sono romanzi solo in senso lato (e il primo molto più del secondo), risultando piuttosto collezioni di appunti, di divagazioni, di personaggi e storie fluttuanti, tutti filtrati attraverso lo sguardo di un narratore cinico e a tratti morboso – il servo Ermete nel primo libro, il medico nel secondo.

Cronaca di un servo felice racconta, attraverso la voce di Ermete, la girandola di figure grottesche (preti bigotti e arrivisti, servi irrispettosi, intellettuali in disarmo) che ruota intorno alla ancora più grottesca Contessa Pallavicini, una decrepita erotomane che parla coi fantasmi degli amanti e della nipote – mentre il servo, a sua volta, progetta un matrimonio con la propria fidanzata Griselda, una bambola gonfiabile. In Passeggiando nell’aria della sera, è il medico di un paese sulla riva del Garda a raccontare, attraverso aneddoti brevi, gli abitanti, i loro vizi, le loro ossessioni che sfociano nella mania clinica.

Scrive Permunian di avere intitolato Costellazioni del crepuscolo, inizialmente, proprio una raccolta di appunti esclusi da Cronaca di un servo felice e destinati a formare la base dell’ispirazione di Camminando nell’aria della sera: “un titolo provvisorio e alquanto aleatorio il quale stava a indicare quella miriade di figure, mezze figure, figurine ed episodi anche minimi che, a mo’ di costellazioni grottescamente pulviscolari, ruotavano attorno ai due centri gravitazionali del libro: la vecchia contessa e il suo servo fedele” (p. 185). Si trattava, prosegue, di “un vero e proprio incubatorio letterario – un’arca di inesauribili incubi contagiosi e deliranti” (p. 185).

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Che l’intero volume prenda il titolo non dai romanzi (perché, per quanto corali, sempre di romanzi si tratta) ma dagli appunti che lo compongono è sintomatico della sua natura aneddotica e digressiva, che rappresenta insieme pregio e il difetto di questa scrittura. Infatti, la descrizione del brulicare senza senso della vita di provincia ne restituisce l’allarmante, inquietante immobilità – nessuno si sposta, nessuno esce, ma tutti i personaggi restano inchiodati nella claustrofobia dei luoghi che abitano a bruciare nelle loro ossessioni senza senso, come la maestra che per decenni si scrive lettere d’amore da sola o il letterato fai-da-te che passa il tempo a limare il proprio necrologio.

Già il titolo Camminando nell’aria della sera suggerisce un’idea di flânerie che però, paradossalmente, non prevede alcuno spostamento: il medico protagonista non si muove mai dal paese, giudica dalle proprie stanze buie. Allo stesso tempo, però, la descrizione impressionistica di questa umanità si traduce in una genericità disarmante: quando parla della vita di provincia, Permunian (forse per rimanere legato a un tempo sospeso, a un tempo fuori dal tempo) descrive figure stereotipate, chiuse in pose macchiettistiche – il sagrestano ubriacone, il prete intrigante, lo scrittore vanitoso, e così via. Anche per questa ragione, Cronaca di un servo felice è infinitamente superiore a Passeggiando nell’aria della sera, perché la preminenza delle due figure del servo e della Contessa obbligano l’autore alla lunga distanza e all’approfondimento, mentre il secondo libro si riduce a pochi cenni a personaggi e situazioni privi di originalità.

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Photo by Doug Walters on Unsplash

Se a Permunian non viene dunque bene la descrizione della vita, viene molto meglio quella della morte. Costellazioni del crepuscolo è affollato di notturni, di descrizioni delle zone liminali tra il regno dei vivi e quello dei morti che compendiano ed espandono la descrizione della provincia immobile, di una sonnolenza che confina con l’eterno riposo

“Un giardino deserto dove vagano ombre sfilacciate. Un giardino dove, ascoltando in silenzio, è possibile udire distintamente un rantolo che sale dalle viscere della terra” p. 188

La grande efficacia di queste descrizione deriva dalla loro natura fondante e non accessoria nell’economia dei testi:

“In queste sere di febbraio, l’ora del tramonto mi sorprende con l’infinita malinconia che invade la piazza nel momento in cui si accendono i lampioni, quando il lago è grigio, grigi i monti all’orizzonte. L’aria si riempie di ombre e di silenzio, interrotto soltanto dal fischio di qualche treno che si perde nella campagna. E nel silenzio rimbomba l’eco dei giorni passati; ascoltando con attenzione si possono udire addirittura le voci dei nostri morti. […] Il loro confuso mormorio sale attraverso le fessure delle pietre e si stende come una nebbia invisibile sopra i sassi del selciato, avvolgendo quei pochi avventori che ancora si attardano al caffè. E i vecchi come me, solitari e disperati dietro una finestra” p. 201

Se è vero che c’è un’eco di stereotipia anche in una descrizione come questa, c’è d’altra parte un grande equilibrio, una armonia funerea che, estendendosi a tutto il libro, risveglia dal torpore in cui calano i suoi bozzetti stanchi. In altre parole, il lavoro di Permunian può essere goduto davvero solo se letto come effetto atmosferico, come esercizio di paesaggio o di notturno, invece che come prova narrativa.