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Costruire un mondo: da Aladdin a Handmaid’s Tale

[All’età di sette anni fui molto infastidita dalla visione di Aladdin, il film d’animazione Disney del 1992, in cui l’intera vicenda di amore e conflitto accade perché la principessa Jasmine non è libera di sposare chi desidera. Deve, infatti, sottostare alle leggi dello stato, che la vorrebbero moglie di un altro erede al trono. L’intera vicenda si basa su questa prima condizione. Sul finale però, arriva il twist che ribalta ogni cosa: il sultano, padre della protagonista, ricorda improvvisamente che lui può cambiare le regole imposte dallo Stato (cioè da lui) e che la principessa, dopo tante peripezie, potrà sposare chiunque desideri, anche un povero ladro senza passato.

Capii che mi trovavo davanti a un prodotto che voleva raccontarmi qualcosa, intrattenermi e, possibilmente, fornirmi un preciso messaggio finale. Pazienza se per farlo avrebbe sconvolto, da un momento all’altro, le leggi del mondo che mi aveva presentato in prima istanza e, con esse, il presupposto su cui si basava tutta la trama. Sorvolando sulla pignoleria della me bambina che non accettò tale infrazione, so che in quel momento nacque in me una precisa necessità: quella di una narrazione che tenesse conto di un contesto, per quanto astratto o surreale. Una necessità più forte di un tormentone, di una risata o di una scena spettacolare.]

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Il critico cinematografico André Bazin, parafrasando Sartre nel suo “Che cos’è il cinema”, scrisse che, se a teatro la presenza attoriale è fondamentale, il cinema è in grado di far emergere l’azione anche in completa assenza dell’essere umano. Perché al cinema il dramma va dall’ambientazione all’uomo.

Sostituendo la parola ambientazione (che non è solo la sede visiva dell’azione, ma l’unione simbolica di spazio fisico e contesto culturale) con il concetto di universo, di “mondo” in quanto sistema autonomo retto da regole proprie – e allargando il campo dal “cinema” ad altri media che producano narrazioni/fiction – è facile capire come ogni mondo possa esistere a prescindere dalla presenza umana, mentre nessuna azione umana credibile può verificarsi in assenza di un mondo.

Alla base di ogni storytelling c’è dunque un’operazione di costruzione: l’architettura di un buon world building. Un concetto che non riguarda solo i mondi del tutto immaginari (come accade, per esempio, per il genere fantasy) ma anche ogni altra storia ambientata in un mondo reale o verosimile. Qualunque storia decideremo di raccontare sarà difficile ignorare il processo di creazione di un universo che la contenga.

Ragionando su cosa sia lo storytelling (o, forse, più su cosa non lo sia) mi sono chiesta: cosa c’è all’origine di una narrazione efficace? Quali sono i punti cardine di una buona opera narrativa? Ho pensato che, per proseguire nel ragionamento, svilupparlo e snocciolarlo, valesse la pena soffermarsi su alcuni elementi di partenza. Non che ritenga possibile stabilire una sorta di  archè che regolamenti le fasi successive della narrazione, ma trovo interessante – e, lo ammetto, divertente – smontare il dispositivo e riflettere su alcune possibili pratiche. Non mi è possibile farlo senza fare riferimento al particolare: prendo in prestito, allora, una delle serie più amate e premiate degli ultimi tempi, per sottolineare gli aspetti che meno mi hanno convinta e risalire fino a dei principi più generali.

The Handmaid’s Tale: tra potenza visuale e credibilità

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Ho visto la serie The Handmaid’s Tale, tratta dal libro “Il racconto dell’ancella” (Margaret Atwood, 1985) prima ancora del suo arrivo ufficiale in Italia, prima dei Golden Globe, e, sì, prima del #MeToo. Un dramma distopico, ambientato in un futuro vicino, in cui le poche donne rimaste fertili sono ridotte a schiave riproduttive al servizio di una teocrazia. Un’opera che, sulla carta, avrebbe dovuto suscitare in me grande coinvolgimento, sia per le tematiche presentate (violenza di genere, diritti umani, femminismo) che per la sapiente scelta degli attori.

Tralasciando l’analisi femminista (sapientemente affrontata altrove), cosa, per me, non ha funzionato in The Handmaid’s Tale? Essenzialmente, il world building, e a un livello profondo.

Una buona costruzione del mondo dovrebbe avvenire prima che qualunque forma di vita possa abitarlo e agire all’interno di essa. Nella serie distribuita da Hulu, invece, nonostante un’eccellente resa estetica e simbolica, dovuta alla cura dell’immagine e dei dettagli (dal colore al design delle uniformi, fino al rapporto tra il corpo della donna e lo spazio pubblico; dalla meticolosa rappresentazione di una società gerarchica fino alla mitologia sulla quale tale società si basa, presente nella quotidianità fino a diventare assordante), siamo davanti a una società costruita a posteriori dall’autore: un mondo eretto al servizio di un messaggio.

Ciò che si vuole mettere in scena è l’orrore di un futuro prossimo, in cui le donne sono private delle loro libertà fondamentali, costrette a ricoprire il ruolo di ancelle-madri, se fertili, o di mogli, se non più in grado di procreare. Viene mostrata una società bigotta e retrograda, in cui vi è un totale rifiuto della modernità ma continuano a esistere, per esempio, dei moderni supermercati; in cui delle moderne armi da guerra coesistono con una forza lavoro dimezzata e una ricerca scientifico-tecnologica del tutto assente. Viene illustrata un’America contemporanea (pre-regime), in cui esistono app come Tinder ma non vi è menzione di media come YouTube, né di strumenti come gli smartphone ignorando l’incidenza fondamentale che questi avrebbero avuto in un simile contesto, ad esempio durante le rivolte popolari.

I personaggi e, di conseguenza, le loro relazioni e i loro conflitti, non emergono da un contesto con delle regole stabilite a priori. La serie costringe chi guarda a fare uno sforzo riempitivo, nel tentativo di spiegare le numerose incongruenze che caratterizzano il suo mondo, mentre l’autore fa fin troppe assunzioni per giungervi. Si potrebbe azzardare che violi il principio del rasoio di Occam (posto che abbia senso applicare questo principio anche alla generazione di universi narrativi): la creazione di un mondo del genere richiede un eccesso di ipotesi, poiché quelle iniziali non sono sufficienti a fornirgli credibilità.

Così, mentre si susseguono una serie di scene dal forte impatto visivo, che mirano all’effetto shock, la sospensione dell’incredulità non si verifica: dimenticato il mondo, resta in piedi una sceneggiatura aforistica (a fronte di, è necessario ricordarlo, una regia e una fotografia visionarie e soverchianti), che vuole esprimere senza troppa mediazione dei concetti precisi. I personaggi, di conseguenza, esistono in funzione di un messaggio, e non viceversa.

La distanza dal qui e ora

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(Credits: Eugenia Loli)

Ogni storia (e ogni narrazione, qualora si decida di condividere la storia), allora, necessita di un world building.

Persino gli archetipi, modelli e protagonisti delle “storie senza tempo”, hanno bisogno di un mondo internamente coerente per prendere vita, per non restare vuote espressioni di caratteristiche umane (non ancora, dunque, personaggi) e per risultare, infine, convincenti e coinvolgenti.

Ogni creazione del mondo-ospite pone l’autore davanti a delle scelte, spaziali e temporali: quanta distanza prendere dalla realtà, dal qui e ora? Persino una fiction ambientata ai giorni nostri, in Italia, dovrà presentare delle distanze relative al tempo e al luogo. Tali storie avranno un forte carattere di familiarità (il riconoscibile, il “già noto”) teso a creare empatia, mentre un avvenimento che, anche in minima parte, modifichi la cronaca del reale (o un viaggio che determini uno spostamento) rappresenteranno l’elemento di novità.

Allo stesso modo, una storia ambientata “fuori dal tempo” (risolto con un semplice, iniziale assunto: “Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana”), come la saga di Star Wars, sceglierà un forte carattere di novità (alieni e creature di ogni forma, spade laser, viaggi nello spazio) ma, allo stesso tempo, presenterà una familiarità che si incarni, per esempio, nelle relazioni tra i personaggi (dei ribelli che combattono contro un potente impero).

Ciò che The Handmaid’s Tale mostra è, sì, una forte familiarità (incarnata dai tòpoi riconoscibili di un’America moderna), ma sganciata da un “impianto nuovo” che risulti credibile. Certamente il setting costituisce una (bella) emanazione dei personaggi, procedendo per contrasti, creando valenze simboliche (forse fin troppo smaccate).
Ma è possibile empatizzare con un mondo che risulta regolato da dinamiche incongruenti?

Maurice Merleau-Ponty espresse, in un suo scritto, sempre a proposito del linguaggio cinematografico, la necessità di «far vedere il rapporto fra soggetto e mondo, fra soggetto e altri, anziché spiegarlo» perché «la filosofia contemporanea non consiste nel concatenare concetti, ma nel descrivere il mescolarsi della coscienza con il mondo».
Allo stesso modo, immagino come necessaria una narrazione che non si preoccupi di concatenare concetti (né tanto meno aforismi o spiegazioni), ma di sviscerare rapporti a partire dalla relazione con un mondo esistente.

Era così bella nella sua bara: la letteratura e i cliché

sulla letteratura

Lo script-doctor Robert McKee nel suo “Story – contenuti, struttura, stile, principi per la sceneggiatura e per l’arte di scrivere storie” scrive col solito modo diretto:

Potendo scegliere tra materiale banale raccontato in modo brillante e materiale profondo raccontato male, il pubblico sceglierà sempre quello banale raccontato brillantemente. I maestri narratori sanno come spremere vita dalla più banale delle cose, mentre i narratori scadenti riducono a banalità le cose più profonde. Potete avere l’intuito illuminato di un Buddha, ma se non sapete narrare le vostre storie diventeranno aride come gesso.

A McKee interessa dimostrare come il mestiere (che non è falsificazione, trama oscura o “operazione a tavolino”, ma consapevolezza di quello che fai: arte) non solo valorizzi il talento (virtù fragile), ma finisca per essere l’irrinunciabile pianeta sul quale il talento si può tenere in vita.
E poi fa una distinzione tra talento letterario e talento narrativo:

Il talento letterario – dice – è la “trasformazione creativa del linguaggio ordinario in una forma superiore più espressiva che descrive in modo intenso il mondo e cattura le voci umane”. Il talento narrativo è – invece – la “trasformazione creativa della vita stessa in un’esperienza più possente, più chiara e più significativa”.

McKee vuole avvertire tutti del fatto che questi due talenti sono molto differenti, e che possedere l’uno non dà certezza di possedere anche l’altro. Si augura poi che entrambi i talenti siano il più possibile presenti (studiati, alimentati, esercitati) negli scrittori, negli sceneggiatori e in chiunque voglia raccontare storie attraverso la scrittura (le storie si possono raccontare in tanti modi).

Ma ecco il punto che m’interessa, laddove si mostra con una sola frase perché esiste ancora la questione su che cosa sia la letteratura:

La materia del talento letterario sono le parole, la materia del talento narrativo è la vita stessa.

Una distinzione di qualità, dunque, ma non nel significato che il senso comune ha finito per dare alla parola (qualcosa di buono, bello, migliore contro qualcosa di scadente, brutto, mediocre) , ma nel significato primo:

Proprietà che caratterizza una persona, un animale o qualsiasi altro essere, una cosa, un oggetto o una situazione, o un loro insieme organico, come specifico modo di essere, soprattutto in relazione a particolari aspetti e condizioni, attività, funzioni e utilizzazioni.

Esiste la letteratura che ha la qualità di occuparsi dell’espressione e la letteratura che ha la qualità di occuparsi dell’esperienza, e per di più esiste un’infinita varietà di narrazioni che riempiono lo spazio in mezzo a questi due modelli. E non è difficile capire perché la seconda sia più diffusa (e abbia dunque più peso e più potere) della prima: perché alcune, anche tante ma comunque alcune, possono essere le persone (i lettori) che si occupano delle parole, mentre della vita stessa bisogna per forza occuparsene tutti.

Raccontare in forma scritta è già di per sé una sublimazione, a me pare evidente, e mi pare evidente, ma so che non è condiviso da tutti, che il fatto che esistano lettori di Fabio Volo (questo povero Fabio Volo è ormai solo un nome esemplare, usato a uso e consumo dei nostri discorsi snobistici: o meglio di quei discorsi che sparano sulla croce rossa perché tanto non costa niente) sia per l’umanità un’ottima notizia. Meglio non leggere nulla che leggere Fabio Volo? Giammai! Sempre meglio leggere.

Per leggere Fabio Volo si entra in libreria e quando si entra in libreria (o in un corso di scrittura, o in un gruppo fb di letteratura, o in qualsiasi altro posto) si è già un passo avanti per la prossima mossa – che potrebbe sorprendere. E poi, più seriamente: i libri di Fabio Volo sono composti. Hanno una struttura, seguono una linea, riguardano delle questioni, mettono in scena dei personaggi verosimili e fanno sì che accadano loro degli avvenimenti paradigmatici. Hanno tutto ciò che serve per essere chiamati storie, narrativa e anche, sì, letteratura. Per intenderci: non è che un libro come quello di Fabio Volo possano scriverlo tutti. No-no: bisogna saperlo scrivere.

Per lo stesso discorso, ma fatto al rovescio, va rivendicata la possibilità di distinguere a priori e di operare scelte pregiudicanti: io non leggerò mai un libro di Fabio Volo e no, non ho bisogno di leggerlo tutto per sapere che non m’interessa l’esperienza di cui racconta e non mi piace l’espressione con cui racconta e che in definitiva la sua storia non ha niente da dirmi. E se dovessi riassumere il motivo per cui io so già che un tal libro non mi piacerebbe direi così: ho educato la mia capacità di lettura al punto da poter riconoscere immediatamente quando una storia raggiunge un limite di cliché (narrativi e/o letterari) che io non posso (voglio) più superare.

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sui cliché

Partiamo da un paragone azzardato: Alessandro Celani nel suo interessante “Victima – discorso e forma dell’uccidere”, Aguaplano scrive:

Secondo l’etimologia degli antichi, molto incerta al riguardo, i termini victima e victoria potrebbero avere una comune origine. La forza narrativa dell’evento di vittoria e quella drammatica del sacrificio mostrano un simile tratto di verità.

ed è come se stessimo parlando della sostanza delle storie: che siano infelici o spensierate, d’amore o vendetta, di auto-fiction o generazionali possono sempre essere in grado di svelare una verità sull’uomo. (Possono sempre essere veicolo di talento narrativo).

E poi, esaminando la tradizione del rilievo storico romano, Celani continua:

L’atto del sacrificio vero e proprio, l’uccisione cruenta della vittima, non appare nelle scene di sacrificio. Come del resto, per quanto ciò non vada necessariamente inteso nei termini di un paragone, l’uccisione violenta del nemico compare raramente nel rilievo storico romano. In entrambi i casi l’immagine più ricorrente è quella che precede l’aggressione, quasi che essa contenga intatta l’energia catartica del sacrificio e la potenza della vittoria.

E qui è come se sottolineassimo che per trovare forma al racconto (tragedia o festa che sia) un aspetto importante potrebbe essere (ed è) non mostrare quello che ci si aspetterebbe. Ossia: tenere a bada il cliché. Che cos’è il cliché? Quello che Ortega y Gasset chiamava la “sostituzione del pensiero” e che Paolo Bagni nel suo “Come le tigri azzurre”, il Saggiatore (fuori catalogo) introduce così:

C’è una curiosa riflessione di Ortega y Gasset intorno al motivo di un non sapere formulato […] si racconta la storia di un maestro indiano al quale i discepoli chiesero quale fosse la maggior sapienza: non ottenendo la risposta ripeterono più volte la domanda sino a esserne stanchi, e il maestro allora disse che già aveva dato la risposta, poiché «la maggior sapienza è il silenzio»

Ed ecco che fine fa la verità di questa risposta, una volta che diventa alla portata di tutti, una volta che non si ha più la capacità di distinguere se sia stata detta da un maestro indiano o da una vecchia zia:

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Ma, ancora una volta: non si dovrebbe mai considerare un problema il fatto che una vecchia zia (Fabio Volo) possa raccontare l’esperienza del tacere. È, anzi, un’esperienza che può far bene a molti. Allo stesso modo, si dovrebbe tener conto della necessità di guide in grado di direzionare gli ascoltatori verso un’espressione nuova (perché riformulata, arricchita, traslata, ecc) che possa addirittura modificare completamente l’esperienza del tacere così come si è ormai classicamente intesa.

Ma attenzione a fare dello stile o della complessità (che è cosa assai diversa dallo sperimentalismo, ma anche assai diversa dalla complicazione) l’unica meta da raggiungere della letteratura. La battaglia al cliché non è solo il modo linguistico ma anche la selezione dello sguardo: posto che “cosa raccontare?” sia una domanda a cui si potrebbe rispondere con “tutto” – perché l’importante è chiedersi “come raccontare?” –  non è però necessario occuparsi solo delle parole, ma anche dello sguardo, inteso come taglio, selezione di eventi, azioni, personaggi, scene, immagini, momenti: mancherebbe insomma un piccolo passo e si ritornerebbe al “cosa” (raccontare). Per dire del fatto che forse le due questioni non possono poi essere considerate troppo lontane.

intermezzo: esempi di cliché

sei espressioni singole:

  • i pensieri che affiorano
  • le maschere che indossiamo
  • la lucida follia
  • sentire il rumore dei propri passi
  • solleticare l’anima
  • era così bella nella sua bara

una frase intera:

«In tutto quello che diceva c’era passione, trasporto, era impossibile stargli vicino e non sentirsi contagiati dal calore che emanava ogni sua frase, dal calore del suo corpo.»

Susanna Tamaro, Va’ dove ti porta il cuore – Bompiani

tre scene (momenti del racconto: momenti del “cosa”):

  • una donna sotto la doccia che si strofina con forza dopo aver subito una molestia
  • uno schiaffo che mette fine a un battibecco tra due amanti e dà il via al rapporto sessuale
  • una corsa senza meta per scaricare la rabbia dovuta a un’ingiustizia subita o al sentirsi incompreso

cuori

su cosa è letteratura e cosa non lo è

Di un testo che includesse gli esempi di cliché precedenti più altri ancora, ma che raccontasse una storia compiuta, disposta secondo criteri riconosciuti e riconoscibili, che venisse pubblicata e che avesse dei lettori, si potrebbe dire che è letteratura. Ci si può arrabbiare (ma perché, poi?), dare di gomito o scambiare risate sprezzanti, ma resterebbe il fatto che il testo esiste, racconta una storia, ha compiuto una forma e abitano il pianeta persone che lo leggono.

Martin Amis in “La guerra contro i cliché”, Einaudi dice che:

È facile interagire con la letteratura. È alla portata di tutti, perché le parole (al contrario di altri strumenti come la tavolozza o il pianoforte) hanno una doppia vita: chiunque, bene o male, è in grado di maneggiarle. […] Non sorprende che questa disciplina sia stata più aperta alla democratizzazione rispetto, per esempio, alla chimica o al greco antico.

e a me, nonostante lui lo scriva con un po’ di biasimo, questa cosa non dispiace affatto. Non ho mai pensato che la letteratura dovesse giovarsi di una protezione classista. C’è un’altra cosa che la protegge, e non è solo il tempo – di cui parla Amis e in cui confido anch’io:

Nel lungo periodo, però, la letteratura resisterà al livellamento e tornerà a una struttura gerarchica. E questo non per decisione di un qualche bellettrista snob. A decidere sarà il Giudice Tempo, il cui compito è quello di separare coloro che sono destinati a durare da coloro che invece non dureranno –

ma la condivisione del sapere. Di questa, sì, dovrebbe occuparsi il giornalismo culturale e la critica letteraria in modo tale da fornire al mondo qui fuori gli strumenti per comprendere non solo i “perché” – suscettibili di innumerevoli sensibilità e opinioni, e comunque sacrosanti – ma anche i “dove” (le citazioni!) e i “come si fa a capirlo” (i riferimenti! i paragoni!) che annuncino un testo letterario come un’esperienza/espressione più, o meno, preziosa di un’altra.

Le immagini di questo pezzo sono della mostra “Luogo comune” di Luigi Belli e Guido Scarabottolo

Scrivere è inseguire la verità (quello che le scuole di scrittura non dicono)

(Avviso: le buone scuole di scrittura sono importantissime! Iscrivetevi ai loro corsi!)

Se provate a leggere il programma di un’onesta scuola di scrittura la successione degli argomenti delle lezioni che troverete sarà grosso modo questa:

PUNTO DI VISTA
VOCE NARRANTE
STRUTTURA DELLA STORIA (I 3 ATTI)
PERSONAGGI
CONFLITTI
TRAMA
SCENE
MONTAGGIO
STILE
EDITING

Parlo dei programmi seri, non di quelli che hanno come titolo delle lezioni “l’incipit”, “il dialogo”, “la descrizione”, “il finale”. Quelli meglio lasciarli perdere.

I programmi seri prendono in considerazione l’approccio a un testo narrativo nel suo insieme, analizzando le singole parti senza dimenticare di cosa si sta parlando: una storia. Non esercizi scolastici ed estemporanei (punto di vista: scrivi come se fossi un gatto; dialoghi: due sconosciuti s’incontrano al bar, cosa si dicono?), ma prove di composizione: disporre un’idea in forma narrativa.

Comunemente per idea s’intende una cosa a metà tra “di cosa parla la storia” e “di cosa vuoi parlare tu” e il “di cosa vuoi parlare tu” si declina ora in “la mia esperienza” ora in “i temi che mi stanno a cuore” ora in “la mia ossessione” (il più affascinante, e molto spesso il più fasullo). Raramente in: “quello in cui credo”. Invece è proprio da lì che parte la narrazione. Senza credere in qualcosa, senza avere una verità di cui parlare, si scriverà una, perfino buona, progressione di eventi, ma non una storia.

Non bisogna avere paura della parola verità: la verità è una cosa che esiste – anche se non se ne può avere certezza condivisa, anche se non è data e non la si può dare – e che muove la vita di ognuno di noi: cerchiamo la verità in ogni cosa che facciamo, in ogni scelta che prendiamo, in ogni azione che compiamo. Possiamo non ammetterlo e può farci paura, ma la verità è il motivo per cui – e attraverso cui – ci costruiamo. È il motivo per cui – e attraverso cui – si possono costruire e muovere i personaggi di una storia.

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La verità, vi prego: via le parole incerte, la storia è tua

questo articolo è già uscito su Satisfiction

“La verità, vi prego” è la posta del cuore della scrittura: inviami un tuo racconto o il primo capitolo del tuo romanzo e ti scriverò una lettera di valutazione franca, pubblica e gratuita. Per sapere come funziona leggi qui.

La lettera di oggi è per Federica Sazzini e il primo capitolo del suo romanzo “L’attesa”  Federica Sazzini nasce a Firenze nel 1983, dove risiede e lavora. Dopo cinque lunghi e amati anni di studio al liceo classico Galileo decide di scoprire l’altro lato della cultura, quella scientifica. Si laurea in ingegneria energetica e consegue il dottorato in ingegneria industriale. Il mondo delle lettere però non ha mai smesso di averlo dentro di sé, e con questo primo racconto ha iniziato a riversarlo su carta.

Cara Federica,

voglio mostrarti come nella scrittura un problema di forma diventi un problema di sostanza, e viceversa. Osserva bene questi stralci del tuo primo capitolo, che ricopio qui sottolineando alcune parti.

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La tua storia non è la mia

Io e mio figlio Andrea siamo in macchina, è appena finita la sua giornata all’asilo, lo riporto a casa, ci lamentiamo del sole che rimbalza sul parabrezza e ci acceca.

Andrea dice: Mannaggia mamma, questo sole lo dobbiamo fare grigio.
Io rispondo: Ma no, che tristezza il sole grigio.

Andrea scoppia a piangere. Gli chiedo che succede, ma lui va avanti a singhiozzi così forti che sono costretta a fermare la macchina, raggiungerlo sul seggiolino e stringerlo forte: gli faccio ‘nzù ‘nzù nelle orecchie, gli asciugo le guance con i baci, gli do un po’ d’acqua.

Prova a spiegarmi che a lui il sole grigio piace, perché è bello, perché così non dà fastidio. Perché non vuoi fare il sole grigio con me? mi dice. Sono così mortificata che non faccio di meglio che perpetrare la mia ostinazione: hai ragione, a mamma, è solo che pensavo che con il sole grigio venisse la pioggia, e a noi non piace quando piove – e sbaglio di nuovo, perché Andrea dice a me la pioggia piace, e ricomincia a piangere.

Scrive Marcello Fois nel suo “Manuale di lettura creativa“:

Ogni lettore deve essere libero di tradurre il proprio libro, di leggere il libro che ha scritto lui, non il libro che ha scritto lo scrittore. Questo fa la differenza tra lo scrivente e lo scrittore: lo scrittore è quello che sa liberarsi del suo libro. E il lettore creativo lo sa, lo capisce con passione. Dice a se stesso che quel libro che ha scelto, ha deciso di comprare, ha pagato, è diventato roba sua. Dentro quelle pagine ci mette tutto il suo patrimonio, che è diverso, complementare, opposto, rispetto a quello dello scrittore. Uno scrittore del proprio libro può raccontare i motivi che lo hanno generato, ma non certo il risultato: quello è un esito che spetta al lettore.”

Andrea ha pianto perché io mi sono comportata da lettore che traduceva il suo libro. Lui aveva una storia in mente: una storia in cui il sole era grigio. E io ho letto quella storia mettendoci dentro il mio patrimonio, e nel mio patrimonio SOLE GRIGIO=PIOGGIA e PIOGGIA=TRISTEZZA.

Fossi stata una lettrice avrei avuto ragione, ma da madre ho avuto torto; e avrei avuto torto anche da editor: lavorare sulle storie degli altri vuol dire cercare sempre l’equilibrio tra la volontà di miglioramento («Guarda: ti faccio notare che se racconti di un sole grigio trasmetti tristezza») e la consapevolezza che quella storia non è tua, e che il tuo patrimonio deve restarne fuori.

Leggere un io che parla

Abbiamo due romanzi. Entrambi cominciano da un “trauma”. Entrambi costruiscono le prime 20 pagine su un’alternanza di spazi e tempi (anche verbali): siamo prima qui, poi lì, poi lì, e intanto il tempo è andato avanti o indietro.

Nelle prime 20 pagine dell’uno funziona meglio la struttura:

  • si dà conto del trauma
  • 1ª scena in luogo chiuso e collettivo: presentazione relazioni
  • cesura: flash back rivelatore
  • 2ª scena in luogo chiuso e collettivo: presentazione relazioni, 1ª scelta
  • scena di conflitto

Nelle prime 20 pagine dell’altro funzionano meglio il ritmo, le motivazioni, le informazioni:

  • si dà conto del trauma
  • 1ª scena in luogo chiuso e collettivo: presentazione relazioni e motivazioni
  • cesura: racconto del passato e scene: personaggi, relazioni, motivazioni, conflitti
  • (lo spazio-tempo della storia tornerà dopo le 20 pagine)

Mentre ne discutiamo ci capita di nominare due soli libri pubblicati: “I ponti di Madison County” di Robert James Waller e “Il lamento di Portnoy” di Philip Roth e non necessariamente per motivi di stretta comparazione, ma perché stiamo guardando la voce che hanno: ci ragioniamo.

“I ponti” comincia con la voce del narratore che, assecondando la finzione, confessa il suo obiettivo: mi è arrivata una storia sul tavolo, una storia di altri, e ve la voglio raccontare:

Ci sono canzoni che nascono dall’erba punteggiata d’azzurro, dalla polvere di migliaia di strade di campagna. Questa ne incarna la poesia. È un tardo pomeriggio dell’autunno del 1989, io sono seduto alla mia scrivania, guardando il cursore che ammicca sul video del computer davanti a me, quando squilla il telefono. All’altro capo del filo c’è un ex abitante dell’Iowa, di nome Michael Johnson, che ora vive in Florida. Un amico gli ha inviato uno dei miei libri. Michael Johnson l’ha letto; l’ha letto anche sua sorella Carolyn, e hanno da propormi una storia che credono possa interessarmi. Johnson è piuttosto circospetto, si rifiuta di aggiungere altro in proposito, se non che lui e Carolyn sono disposti a venire nello Iowa per parlarne con me. 

“Il lamento” ha la voce del protagonista che senza passare per presentazioni si confessa (si racconta all’analista) in un monologo che dice: voglio parlare di me per tutto il libro:

Mi era così profondamente radicata nella coscienza, che penso di aver creduto per tutto il primo anno scolastico che ognuna delle mie insegnanti fosse mia madre travestita. Come suonava la campanella dell’ultima ora, mi precipitavo fuori di corsa chiedendomi se ce l’avrei fatta ad arrivare a casa prima che riuscisse a trasformarsi di nuovo. Al mio arrivo lei era già regolarmente in cucina, intenta a prepararmi latte e biscotti. Invece di spingermi a lasciar perdere le mie fantasie, il fenomeno non faceva che aumentare il mio rispetto per i suoi poteri. Ed era sempre un sollievo non averla sorpresa nell’atto dell’incarnazione, anche se non smettevo mai di provarci; sapevo che mio padre e mia sorella ignoravano la vera natura di mia madre, e il peso del tradimento, che immaginavo avrei dovuto affrontare se l’avessi colta sul fatto, era più di quanto intendessi sopportare all’età di cinque anni. 

Per entrambi i romanzi a cui lavoriamo – così come per i famosi romanzi citati e per ogni tipo di narrazione raccontata in 1ª persona – la prima domanda da porsi per capire cosa si ha tra le mani è: l’IO che parla mi convince?

E la risposta – la prima delle risposte – non viene da ragioni di contenuto, di stile e men che mai di gusto, ma da una seconda domanda su cui inevitabilmente si rimbalza: funziona?
Ogni sì e ogni no va smontato e analizzato (è questo che si fa quando si legge professionalmente), ma non basta. Il passo successivo è quello più importante, che traccia il solco tra l’operazione intellettuale e il mestiere: compito dell’editor è lavorare allo stesso tempo al centro e ai margini: (aiutare a) trasformare tutti i no in sì. Sì, vedo i personaggi; sì, capisco cosa vogliono; sì, è chiaro da dove vengono; sì, ecco dove sta il problema; sì, è un problema che riconosco; sì, voglio ascoltare questa voce; sì, mi sento a casa.

(La prima lezione di APNEA è andata. Questi eravamo noi, seri e concentrati:)

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Lasciate fare la poesia ai poeti

Uno dei commenti che scrivo più spesso ai margini di un romanzo da valutare o editare è: sta facendo poesia.

Se lo pronunciassi pubblicamente starei dicendo un’inesattezza anche abbastanza fastidiosa, perché nel mio lessico privato quella frase significa: “scrive belle parole a vuoto”, mentre la poesia è tutt’altro che questo, è anzi proprio il contrario di questo: la poesia carica le parole di significato.

Ma ognuno di noi può permettersi il lusso di non correggersi quando pensa, di parlarsi in quella maniera inesatta e caotica e anche contraddittoria dettata dalla necessità di far presto e intendersi con una strizzatina d’occhio – ed è un lusso che io mi concedo quando per lavoro parlo (scrivo) per me.

Com’è ovvio, se l’analisi di ciò che leggo non deve restare nel mio cervello, ma essere comunicata all’autore, all’agenzia letteraria o a chi altri, “aggiusto” la mia frase in modo che abbia un significato più certo, comprensibile, condivisibile. E però dentro di me la voglia, doverosamente ammansita, di “dirlo come mi viene” resta.

Mi vibrò in corpo come una primavera inattesa portandomi alla mente figure oniriche, forme dai colori rubati all’arcobaleno. I toni di quell’immagine virarono al grigio appassendo in fretta alla presenza di un omaccione malandato.

Contraendo i muscoli, sorsi in piedi, ritrassi il braccio offeso e la strinsi come sempre, come sempre stretti e fusi nel bacio. Ella era greve, più di quando un languore profondo e animato la struggeva. Fu il principio della nostra distensione.

E dove non c’è niente di sicuro appare lo spirito infestante del panico che s’impossessa del suo animo, e sforza la gola senza urlo e sbarra le pupille senza lacrime.

Il problema è che, stringi stringi, quando il tentativo dell’autore è di dare “un tono” a ciò che scrive – complicando la scrittura, usando espressioni ora auliche, ora burocratiche, ora evocative – ciò che resta delle singole frasi, delle micro-descrizioni è proprio quello: un desiderio imitativo: voler fare poesia.
Ma l’imitazione senza consapevolezza diventa illogica e, cosa triste perché non voluta, si trasforma in comicità:

c’è aria di pioggia e l’aria si fa nitida e trasparente come il vetro dentro all’anima

La sfera saltella fuori da me, e lei è in quella sfera. Io provo a parlarle, ma lei non può sentirmi

una lacrima solcava il mio viso, una sola, con la forza di un uragano liquido e cattivo

La poesia, proprio come la narrazione, si educa. Se agli accorati sfoghi delle scuole medie non hanno fatto seguito letture, studi, esperimenti, sbagli, non si creerà poesia grazie a parole “candide” come anima, pioggia, vetro e lacrima. Né se le parole saranno poche, né se saranno esteticamente belle, né se “lasceranno pensare”. Le parole non sono formule magiche e la poesia non appare all’improvviso.

SENIOR

Ai vecchi
tutto è troppo.
Una lacrima nella fenditura
della roccia può vincere
la sete quando è così scarsa. Fine
e vigilia della fine chiedono
poco, parlano basso.
Ma noi, nel pieno dell’età,
nella fornace dei tempi, noi? Pensaci.

Mario Luzi

Il punto più importante, poi – e non è una battuta – è che io leggo narrativa.

Si comincia, andiamo in APNEA!

Apnea è un laboratorio sperimentale di editing, una cosa che non è mai stata fatta prima.

Un gruppo di persone lavorerà insieme per 6 mesi su due romanzi. Alla fine del lavoro i romanzi saranno presentati ad agenzie e premi letterari.

Avevo annunciato che la classe sarebbe stata composta da 5 persone, e invece ne ho selezionate 8 (7 più una uditrice): non me lo aspettavo.

Sono arrivate 19 richieste e ho preso in considerazione solo quelle che partivano da una base di esperienza reale (lavorativa o di formazione) riguardo la narrazione.

Tutti i selezionati frequentano l’ambiente editoriale come editor, correttori, lettori, traduttori, ghost writer o organizzatori di eventi, oppure hanno lungamente frequentato corsi di scrittura creativa con Raul Montanari, Antonio Paolacci, Paolo Cognetti, Antonella Cilento.

Tutti quindi partono da un minimo comune denominatore: conoscono quello di cui stiamo parlando. Se dico “conflitto”, se dico “trasformazione”, se dico “coerenza del personaggio” non devo spiegare a cosa mi riferisco. Per me questo era un requisito fondamentale. Alcuni più e alcuni meno, ma tutti, hanno nella prova di lettura del racconto adoperato una modalità che non fosse guidata solo da una generica “passione di leggere” ma da una volontà di analisi dei meccanismi e dei dettagli della storia: anche questo era un requisito fondamentale.

Sono contentissima e – strano che lo ammetta, forse l’esperimento mi sta sfuggendo di mano e c’è qualcuno che scrive al posto mio – emozionata.

Apnea è: Lorena Bruno, Chiara Cicala, Giuseppe D’Antonio, Susanna De Ciechi, Claudio Della Pietà, Dimitri La Rosa, Francesca Regni, Nicoletta Molinari. E naturalmente è Deborah Donato, Luca Mercadante, Sara Cappai e Luca Briasco.
E poi ci sono io, che a questo punto mi farò chiamare sub(comandante).
(Sì, c’è sicuramente qualcuno che scrive al posto mio.)

Buona immersione a tutti!

La scrittura non è degli scrittori

Il mio modo di leggere è poco empatico.
Ammiro un libro scritto meravigliosamente, o con un sapiente meccanismo narrativo, o con dei personaggi indimenticabili; m’interessa, m’istruisce, mi ammalia perfino, ma non mi sento partecipe. È una cosa che mi succedeva già prima e che da quando leggo per mestiere capita più spesso.

Quando poi l’emozione cambia (succede con pochissimi libri*) dura per mesi, e io riconosco bene di essere stata messa allo scoperto. Mi capita allora di parlare di questi libri con un giudizio non più solo critico, ma personale: non più sulla scrittura – raffinatissima! – o sulla storia – così vera! – ma irrimediabilmente sulla sconfitta della mia razionalità, che mi costringe a uno sguardo nuovo, meravigliato e grato, come di chi ha bisogno di sentirsi dire certe cose che la riguardano.

Prendiamo Karoo, di Steve Tesich: la storia di un uomo integratissimo nel suo mondo eppure al limite della propria esistenza. Un romanzo che ha toccato i miei due nervi scoperti, i punti più intimi di quella che sono: la paura fisica e la volontà di felicità.
Non desiderio, attenzione: volontà.

Per presentare il suo personaggio – uno così bravo nel suo mestiere da essere chiamato Doc e avere un ufficio sulla Cinquantasettesima ovest – Tesich gli fa dire:

“Sono un piccolo ma ben remunerato ingranaggio dell’industria dell’intrattenimento. Aggiusto sceneggiature scritte da altri. Riscrivo. Taglio e sistemo: taglio il superfluo e sistemo quel che resta. Sono uno scribacchino di professione con un’abilità che ha finito con l’esser considerata talento.”

Gli fa dire anche di peggio, per esempio di essere consapevole di non avere affatto alcun tipo di talento. E poi arriva alla drammatica conclusione:

“A volte mi sembra che il cosiddetto “superfluo” che taglio da tutte quelle sceneggiature e quei film stia cominciando a vendicarsi di me. Ci sono sempre più segnali del fatto che la mia vita personale è composta al momento quasi esclusivamente da quelle scene inutili e ridondanti che con tanta abilità ho eliminato dai film e dalle sceneggiature altrui.”

Karoo è un uomo di successo, ma separato, alcolizzato, sociofobico, solo. Potrebbe essere il ritratto di uno dei tanti scrittori famosi che abbiamo conosciuto e amato (il ritratto di Tesich) oppure potrebbe esserlo di uno dei tanti professionisti della scrittura che non conosciamo, che non amiamo, di cui non ci sono nomi in copertina né nei titoli di coda; di cui non sappiamo niente (il ritratto di Tesich).

Continua a leggere

Rileggere come?

Disse Flaubert a Louise Colet: “Quanto saremmo intelligenti se conoscessimo a menadito soltanto cinque o sei libri!”

Ci abbiamo messo un po’ a capirlo, ma da qualche tempo parlare di ri-lettura non è più una vanità da topi di biblioteca. Si rilegge con orgoglio e se ne cantano le lodi; si dice faccia bene. Per ricordarsi dei classici, com’è giusto, ma anche per riassaporare un senso di bellezza che un libro ci ha dato molto tempo fa e che non abbiamo mai ritrovato altrove.

Come tutte le cose editoriali, sembra sia più che altro merito di una tendenza, (quella che dice:”Oh! Quanti libri! Troppi! Troppo lunghi! Chi ce la fa a stargli dietro? A che servono? Tutti vogliono fare gli scrittori! Tutti a pubblicare! Dieci nuove uscite al mese! Piuttosto rileggo i classici: la vera letteratura!”) e non di una strutturale consapevolezza, ma poco importa.

Rileggere è sempre un ottimo esercizio, di qualsiasi cosa si tratti, anche scritta di nostra mano. (Anche le lettere inviate ai nostri cari per spiegarci, o ai nostri ex per allontanarli, o alle maestre dei nostri figli per protestare: ogni tipo di testo può insegnarci a guardare la scrittura in un modo nuovo).

Il punto è che dopo il “cosa” si rilegge, arriva il “come”. La rilettura non va praticata come mera sostituta della lettura, ma come formazione per la nostra capacità di accorgerci di quello che succede tra le parole. E come scuola di abbattimento delle convinzioni.

Esempio:

C’è la convinzione che una scrittura paratattica (tante frasi semplici inframezzate da punti fermi) sia segnale di chiarezza e precisione. Coltivare questo tipo di scrittura per la descrizione delle azioni dei personaggi, si crede, fa in modo di risolvere la legge dello show, don’t tell: crea ritmo e visibilità. Vediamo se è vero:

Mi chiamo Anna. Sono seduta sul divano, guardo la tv. Fuori piove. Ho venti anni. I miei mi hanno portata qui da due mesi. È una casa nuova. Non mi piace. Non c’è nessuno dei miei amici. Mi alzo e vado in cucina a mangiare cioccolata. La cioccolata mi fa sentire meno triste. Sto ingrassando.

Forse un po’ è vero, ma solo perché dura quattro righe. Al quinto già stancherebbe: i micro-movimenti, i micro-pensieri, tutto così presente e così trasparente farebbero sentire il lettore come costretto a sorbirsi la lagna della propria amica del cuore sulla banalità della vita. Attenzione: non è solo una questione di cosa si sta raccontando: questo brano è scritto per fare un esempio, è vero, ma anche qualcosa di molto più avvincente, anche un assassinio o una missione filosofica si appiattirebbero dopo dieci righe di soggetto/predicato/complemento; soggetto/predicato/complemento.

giornali spirali

C’è un’altra convinzione, ed è di quelli che detestano la paratassi, lo stile “asciutto” (che brutta parola), l’informalità (intesa come racconto del quotidiano: dentro c’è anche il realismo) e l’italiano semplice: la letteratura è ricerca, dicono. Di lingua, di stile e di forme per raccontare storie, in ogni caso scrivere è modellare (fino a stritolare?) gli strumenti della scrittura. E, secondo me, non è vero neanche questo.

La letteratura è fatta di una scaletta di domande e risposte molto semplici e ordinati, la prima delle quali è “cosa?” e la seconda “come?”. Che il “come” sia più importante del “cosa” (io credo sia così) non toglie il fatto che resti la seconda domanda e non la prima.

Le domande da porsi, l’importanza che hanno e l’ordine con cui si pongono sono la materia su cui si basa il mestiere di lettore. Imparare a porsele, più che imparare a rispondere (quello è mestiere del critico) fa in modo da riuscire a distinguere quando è il caso di annoiarsi della paratassi e quando no:

ginzburg

“Caro Michele” di Natalia Ginzburg

Se Natalia Ginzburg può permettersi di infilare una coordinata dietro l’altra (orrore dei virtuosi della lingua)

Una donna che si chiamava Adriana si alzò nella sua casa nuova.
Nevicava.
Quel giorno era il suo compleanno.
Aveva quarantatré anni.
La casa era in aperta campagna.
In distanza si vedeva il paese, situato su una collinetta.
Il paese era a due chilometri.
La città era a quindici chilometri.
Essa abitava da dieci giorni in quella casa.
Infilò una vestaglia di velo color tabacco.

è perché poi allunga e verticalizza l’immagine, riempiendola di aggettivi (orrore dei fan della “scrittura chirurgica”):

Cacciò i piedi lunghi e magri in un paio di pantofole color tabacco, slabbrate, con un bordo di pelo bianco molto frusto e sudicio.

Poi riprende l’azione:

Scese in cucina e si fece una tazza di orzo Bimbo, e ci inzuppò diversi biscotti.

e poi allunga e verticalizza di nuovo, stavolta non di stile, ma di trama:

Sul tavolo c’erano delle bucce di mela e le radunò in un giornale destinandole a dei conigli, che non aveva ancora ma aspettava perché glieli aveva promessi il lattaio.

concedendo nuove informazioni (la protagonista dà al suo rapporto con il lattaio un valore. Che tipo di valore è? Affettivo? Quotidiano? Rappresenta la solitudine? La relazione tra le classi sociali?).
Ma poi di nuovo azione e di nuovo approfondimento, e di lì il vero avvio del romanzo: una storia fatta quasi tutta di scambi di lettere, la prima delle quali è indirizzata al Michele del titolo e contiene un pezzo che dice così:

Forse pensi che io dovrei trasferirmi in casa di tuo padre e assisterlo. Anch’io lo penso in qualche momento, ma credo che non lo farò. Ho paura delle malattie. Ho paura delle malattie degli altri, delle mie no, ma io però non ho mai avuto grandi malattie. Quando mio padre aveva la diverticolite, ho fatto un viaggio in Olanda. Ma lo sapevo benissimo che non era diverticolite. Era cancro. Così quando è morto non c’ero. Ne ho rimorso. Ma è vero che a un certo punto della nostra vita i rimorsi li inzuppiamo nel caffè la mattina come biscotti. 

Un pezzo che già solo per la perfezione della sua malinconia andrebbe riletto mille volte: per ri-vedere mille volte quella cosa tanto bella. Ma no, non basta. Va invece riletto per notarne la preparazione nei passaggi precedenti, la semina della malinconia, perché senza semina i rimorsi inzuppati nel caffè sarebbero solo una splendida immagine e invece sono molto di più:  la condizione di un’intera storia, una delle più belle del novecento italiano. Va riletto per capire come ha fatto a scriverlo.

natalia ginzburg

Natalia Ginzburg

L’immagine di copertina è l’opera “Small World II” di Joe Webb