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La scrittura dell’intrigo. Intervista a Matteo Strukul

Nel raccontare, fra intrighi e colpi di scena, lโ€™Italia dei secoli passati e personaggi illustri come Lorenzo deโ€™ Medici o Giacomo Casanova, Matteo Strukul ha riabilitato nei suoi romanzi storici, adattandola, la grande scrittura feuilletonistica, guadagnandosi cosรฌ la definizione di ยซDumas 2.0ยป. Gli abbiamo chiesto di toglierci qualche curiositร , a partire dalle sue abitudini di scrittura fino ai progetti futuri, passando per le ultime pubblicazioni.

Cominciamo parlando dellโ€™atto dello scrivere. Quante ore dedichi alla scrittura ogni giorno? In che momento della giornata?

Scrivo dalle nove del mattino fino allโ€™una. Di pomeriggio studio.

Ti imponi un minimo di battute o parole giornaliere?

No.

Cโ€™รจ un luogo specifico dove preferisci scrivere? Segui dei rituali o delle piccole manie che ti consentano di concentrarti al meglio?

Una seggiola, una scrivania e un Mac. Ogni tanto, prima della pandemia, lavoravo anche nei caffรจ specie se sono a Milano o a Berlino.

Non si fa in tempo a finire di leggere il tuo ultimo romanzo (La corona del potere, Newton&Compton 2020) che giร  escono, o vengono annunciati, tuoi nuovi lavori. Sembrerebbe che tu riesca a dedicarti alla scrittura di piรน libri contemporaneamente. รˆ cosรฌ?

Come dico piรน sotto, sรฌ, riesco a dedicarmi, in modo diverso, a due romanzi contemporaneamente. Oppure a un romanzo e a una saga a fumetti. O a un romanzo e a un libretto dโ€™opera. O a un romanzo e a una sceneggiatura per videogame.

Per chi scrive romanzi storici documentarsi รจ inevitabile. Di solito quanto dura per te questa fase?

Mesi. Ma poi continua anche durante la stesura del romanzo. Solitamente mentre scrivo il nuovo romanzo sto studiando per il successivo. Normalmente scelgo periodi che ho approfondito negli ultimi ventโ€™anni: il Rinascimento, il Medioevo, il Barocco.

Che peso ha avuto la chiusura delle biblioteche sulla tua produzione?

Non ha aiutato, come non lo hanno fatto le limitazioni di spostamento ma ho una libreria molto fornita, amici critici, storici e accademici e poi ci sono le librerie antiquarie. Quindi in un modo o nellโ€™altro la ricerca non ne ha risentito. Altro รจ invece il danno culturale immenso che deriva dalla chiusura di luoghi che sono tempi del sapere, centri di diffusione di cultura. A questo non cโ€™รจ rimedio. รˆ una delle cicatrici che lascerร  il Covid.

In una โ€œNota dellโ€™autoreโ€, al fine di fornire qualche coordinata ai lettori, hai evocato il nome di Salgari, ma trovo che i tuoi lavori siano accostabili piuttosto a Dumas. Puoi descrivere il tuo rapporto con questi due maestri?

Beโ€™ sono certamente due grandi fonti dโ€™ispirazione. Fin da ragazzo ho divorato le loro opere. Emilio Salgari รจ stato uno dei piรน importanti romanzieri italiani ed era veneto proprio come me. Amava lโ€™avventura e la ricostruzione storica e ha creato personaggi immortali come Il Corsaro Nero, Jolanda, Sandokan o Capitan Tempesta. Lo stesso potrei dire per Dumas, sia pensando alle sue storie, sia per quanto riguarda personaggi come Athos, Porthos, Aramis e Dโ€™Artagnan o magari Milady e Margherita di Valois. Sono felice di aver vinto il Premio Salgari di letteratura avventurosa e il premio Corsaro Nero e di aver meritato la definizione di โ€œDumas 2.0โ€ datami da Sergio Pent, critico letterario di Tuttolibri, il supplemento culturale de la Stampa.

Scorrendo lโ€™albo dโ€™oro del Premio Salgari sembrerebbe che il genere avventuroso e storico-avventuroso goda in Italia di ottima salute, con diversi nomi anche molto prestigiosi tra i finalisti. Ritieni esista oggi una โ€œscenaโ€ italiana del romanzo dโ€™avventura?

Credo che finalisti e vincitori del Premio Salgari rappresentino unโ€™ottima sintesi della โ€œscena italianaโ€ del romanzo dโ€™avventura.

Il tuo romanzo vincitore del premio citato, Giacomo Casanova-La ballata dei cuori infranti (Mondadori 2018), avrร  una trasposizione teatrale in unโ€™Opera Pop. Ci puoi parlare di questo progetto e del tuo coinvolgimento in esso?

รˆ stato Red Canzian a contattarmi. Aveva letto il mio romanzo e โ€“ parole sue – aveva trovato una storia colma di avventura, ritmo, amore, intrigo, passione. Da tempo intendeva scrivere unโ€™opera dedicata a Casanova ma non aveva la storia giusta. Dopo aver letto il mio romanzo tutto era cambiato. Ci siamo messi al lavoro. Lui ha scritto musiche e canzoni semplicemente magnifiche, io ho adattato il mio testo, scrivendo il libretto teatrale. Ora siamo ai casting e confidiamo di debuttare a teatro a novembre 2021, pandemia permettendo.

Con lโ€™occasione, puoi dirci la tua sulla chiusura dei teatri?

Sulla chiusura dei teatri posso dire che di certo รจ una grande ferita, specie per una nazione che ha in questโ€™arte una tradizione e unโ€™eccellenza assoluta. In Veneto, poi, abbiamo la metร  dei teatri di tutta la Francia e quando penso a Ruzante e Goldoni, giusto per fare due nomi, il mio cuore vola alto come un falco. Sono anche preoccupato per il settore lavorativo che afferisce al teatro, colpito in modo durissimo dal Covid. Credo che stampa e televisione dovrebbero riservare molto piรน spazio alla devastazione che sta subendo il settore culturale a causa di questa pandemia.

La tua attenzione a media diversi (fumetti, videogiochi) รจ notevole. Cosรฌ come appare del tutto interessante la recente pubblicazione sulla piattaforma Audible, in collaborazione con Francesco Ferracin, di un tuo audiolibro, Paganini-Il violino del diavolo, senza passare prima dalla carta stampata. Ci puoi parlare di questo lavoro?

รˆ interessante pensare che proprio in questโ€™ultimo periodo io mi sia trovato a lavorare su unโ€™opera teatrale e a una serie audio Originals in esclusiva per Audible che รจ parente stretta del radiodramma italiano. Avevo perรฒ voglia di misurarmi su questo tipo di scrittura che รจ molto diversa da quella propria del romanzo anche se poi gli aromi letterari di entrambi questi progetti sono formidabili. Lavorare con Francesco Ferracin รจ stata una grande gioia, lui ha scritto la sceneggiatura del film di Franco Battiato dedicato a Haendel e anche per questa ragione eravamo a nostro agio su un progetto che aveva come protagonista uno dei piรน grandi musicisti della Storia come Niccolรฒ Paganini.

Per concludere, hai qualche lavoro in cantiere?

Un romanzo ambientato nel Medioevo, che uscirร  in primavera. Per il momento non posso dire altro…

Non prenderla come una critica – Le ripetizioni di Giulio Mozzi

di Luigi Loi

Giulio Mozzi esordisce a sessantโ€™anni col suo primo romanzo Le ripetizioni, un poโ€™ come fece Gesualdo Bufalino con La diceria dellโ€™untore (anche quello fu un libro riscritto per anni, pensato a lungo, esorbitante).ย  Ma Mozzi non esordisce โ€“ visto che lo ha giร  fatto nel โ€™93 con la bellissima raccolta di racconti Questo รจ il giardino โ€“ semmai si ripete: cambia formato e passa al romanzo, incastonando sempre dei racconti in una cornice narrativa. Questa cornice รจ il protagonista, Mario, โ€œun uomo che inventa storie, modifica la realtร , non รจ interessato alla veritร , nรฉ sulle cose nรฉ sulle persone [โ€ฆ] vuole sposare Viola ignorandone la doppia, forse tripla vita. Anni prima รจ stato lasciato da Bianca, subito prima che nascesse Agnese, che forse รจ sua figlia e forse no. รˆ succube di Santiago, un ragazzo dedito a pratiche sessuali estreme, e affida alle fotografie la coerenza e consistenza della propria vitaโ€. รˆ impossibile riassumere meglio il romanzo, perchรฉ lโ€™infinita frammentazione della struttura narrativa mette in crisi lโ€™esigenza difensiva del lettore di dare una linearitร  alla vicenda, uno svolgimento e una conclusione. Ma, come ho scritto, รจ la vita di Mario che come ogni vita si ripete in modo circolare attraverso i giorni, talvolta avventurosamente, piรน spesso illogicamente: non solo non sa dare concretezza alla memoria, ma nemmeno alle cose. La ricerca di ordine del lettore, continuamente frustrata ne Le ripetizioni, รจ parte dellโ€™esperienza e, confesso, mi ha messo piรน volte a disagio conoscere cosรฌ in profonditร  il cervello di Mario, osservare lateralmente quanto la nostra, di vita, senza intreccio โ€“ senza narrazione verrebbe da dire โ€“ย  ha qualcosa di mostruoso nella sua ripetitivitร . Forse per questo, ogni tanto, abbiamo bisogno di storie. O di riguardare una vecchia foto.

Mario non ricorda. Quello che ricorda benissimo รจ di essere stato lรฌ, nello stanzone che ora guarda nella fotografia, con tutta la sua classe [โ€ฆ] e di essersi seduto dentro la macchina per le fototessere. Lรฌ, su quella parete ingombra di strisce di fototessere che ora guarda nella fotografia nella rivista, potrebbe essere incollata anche la sua striscia. Quattro pose diverse. Come tutti, come quasi tutti, Mario fa le smorfie. (Le ripetizioni, pg, 29)

Il punto di vista di Mario

Non ricordo piรน chi lo disse, ma grossomodo tutte le narrazioni โ€“ dalle barzellette allโ€™epica โ€“ sono vincolate a delle precise connotazioni pronominali: la terza e la prima persona, raramente alla seconda persona, rarissimamente alle persone plurali (su due piedi mi vengono in mente soltanto Passavamo sulla terra leggeri di Sergio Atzeni e Dalle rovine di Luciano Funetta). Insomma: ci sono dei precisi punti di vista (la voce del dio Tolstoj, la voce di Humbert Humbert di Nabokov, Zeno Cosini di Svevo etc. etc.) che vincolano la narrazione a chi la narrazione la sta raccontando. Fatte queste premesse di forma, chi รจ il narratore de Le ripetizioni? Gli amici del bar? โ€œNoi, naturalmente, sennรฒ non saremmo qui a raccontarvi la storiaโ€ ( pg, 135).

Ma questo indizio non porta molto lontano, il narratore di questa storia รจ imprendibile: รจ un lui, poi sรฉ (stesso; su questo tornerรฒ piรน avanti), lei, sรฉ (stessa) etc. etc. Mettere insieme piรน voci narranti, tanti โ€œiiโ€ che parlano sovrapponendosi polifonicamente, lo confesso ancora una volta, ha frustrato il mio gusto di lettore, che non interessa ovviamente a nessuno, ma che spero sia opportuno segnalare prima di spiegare quello che sto per scrivere: la vicenda sembra movimentata, ma movimentato รจ solo il montaggio. Alla fine del romanzo ho letto di Mario cosรฌ tante cose che la vicenda รจ affogata o, al contrario, illuminatissima. Appunto, questione di gusti: non si puรฒ negare che Le ripetizioni abbia una struttura formale impeccabile, che sa tendersi al momento giusto per creare suspense e curiositร , alla maniera di certi racconti di Italo Calvino: sembrano scappare in tutte le direzioni, ma in realtร  fanno correre molto solo chi li legge. Chi acquisterร  Le ripetizioni avrร  modo di notare un altro particolare: lโ€™indice dei capitoli. La maggior parte dei capitoli costituiscono delle sequenze, veri e propri romanzi allโ€™interno del romanzo stesso che scardinano la linearitร  generale della vicenda, quasi a invitare i lettori a costruirsi da sรฉ la propria ripetizione: รจ uno dei tanti bluff letterari di Mozzi, ma racconta pure la fallibilitร  della memoria e la sua composizione modulare quando si fa scrittura.

Il punto di vista di Giulio

Non solo gli โ€œiiโ€ si moltiplicano in questo romanzo, ma anche i generi. A titolo di esempio riporto solo questo di marca autofinzionale, quando Mario descrive unโ€™altra fotografia,


in bianco e nero, scattata durante un Salone del Libro, a Torino, da Basso Cannarsa, un fotografo specializzato in scrittori. Mario indossa una giacca di buon taglio ma troppo grande โ€“ doveva essere blu, ricorda โ€“ sopra una polo a righe โ€“ rosse e blu scuro, nel ricordo โ€“; i capelli sono un poโ€™ lunghi sul collo, il viso รจ leggermente rivolto alla destra di chi guarda, gli occhi sono puntati allโ€™obiettivo, leggermente strizzati, quanto basta perchรฉ si vedano le zampe di gallina. Il sorriso a bocca chiusa esalta le rughe dette, per lโ€™appunto, del sorriso. (Le ripetizioni pg, 340)

Qui piรน che altrove s’intuisce quanto Mario sia stato pensato sul calco di un certo Giulio Mozzi storico e pubblico, un gioco che troverร  il sicuro entusiasmo degli estimatori dell’autofiction, che certi particolari dell’inside joke sapranno sicuramente cogliere. Eppure questโ€™interpretazione potrebbe essere smentita facilmente dalle stesse parole dellโ€™autore, che tra storie vere e finzionali non ha mai trovato grosse differenze, poichรฉ โ€œtutte, essendo raccontate, sono diventate fictionโ€ (Fiction, 2001). E mi sento di concordare pienamente.

Il male privato

Nel 1998 la raccolta Il male naturale di Giulio Mozzi fu letta anche dal deputato della Lega Oreste Rossi che annunciรฒ โ€œuna precisa interrogazione parlamentare [โ€ฆ] per bloccare chiunque pubblicizzi cose del genereโ€ (sic!). L’onorevole ribadiva involontariamente quanto sia scandaloso il male pubblico e non invece e soprattutto il male tout court. Non so come andรฒ a finire, ma anche dentro Le Ripetizioni, la vicenda tra Santiago e Mario, ha qualcosa di estremamente violento, persino demoniaco. Si tratta a mio avviso di altissima intensitร  narrativa: la mostruositร  รจ costruita per accumulazione, l’eccesso sessuale รจ eccessivo quanto e forse piรน che nell’Opus Pistorium di Henry Miller. Ma se Miller giocava col romanzo picaresco, Mozzi molto piรน seriamente sembra fare una dichiarazione: se โ€œil male รจ naturale, cโ€™รจ e non ha a che fare con la colpaโ€, รจ anche vero che si puรฒ scegliere, limitatamente, se abiurarlo o accoglierlo. Ricapitolando, se la vita โ€“ per dirsi tale โ€“ ha bisogno dโ€™intreccio, una descrizione realistica non puรฒ sfuggire al lato intrinsecamente mostruoso e malvagio della vicenda. Le ripetizioni di Mozzi fanno e ricordano anche questo, grazie e soprattutto al livello privato della storia, cioรจ, nel momento in cui si spengono le luci e nessuno guarda.

“SanPa”: unโ€™analisi testuale del documentario

Durante il primo episodio della seconda stagione di Dear White People, Sam White si trova nel pieno di un dibattito sulla neutralitร  o meno della forma documentaristica. Per avvalorare la sua tesi, la vediamo a cercare online โ€œDocumentari che non sono propagandaโ€.

La ricerca non dร  nessun risultato. 

La scena iperbolica svolge la duplice funzione di punchline comica (Dear White People, per chi non lo sapesse, รจ una comedy brillante, molto tagliente e ben scritta) e di gancio per il dialogo successivo, in cui Sam afferma che non รจ tanto lโ€™obiettivo del documentario in sรฉ a dover essere piรน o meno palese, quanto il nostro sguardo a doversi mantenere il piรน aperto possibile rispetto alla complessitร  della veritร  in senso ampio, che include anche le veritร  non dette. 

Ecco, quello che dice Sam mi ritrovo a ripetermelo ogni volta che approccio un documentario, di qualunque tipo e argomento. Lo guardo mantenendo sempre un piede fuori dalla porta, per timore di essere trascinata dal meccanismo di โ€œeducazione veicolataโ€, di manipolazione, che si puรฒ innescare. Questo per quanto riguarda lโ€™aspetto contenutistico. Ma il mio primo interesse va sempre, sempre, alle narrazioni. Al modo, piรน o meno efficace, in cui quei contenuti vengono veicolati. Quello che cerco nella narrazione documentaristica non รจ la neutralitร , che non mi รจ mai sembrata (in nessun caso) un valore assoluto da rincorrere a tutti i costi, bensรฌ la possibilitร  di valutare piรน punti di vista possibili senza lโ€™imposizione di uno sguardo unico. 

Ecco, รจ prima di tutto dentro questo discorso che SanPa mi รจ piaciuta. Molto. 

SanPa: unโ€™infinitร  di materiale dโ€™archivio in cinque ore di miniserie

La miniserie di Gianluca Neri รจ comparsa nella home di Netflix il 30 dicembre scorso, improvvisamente, a chiusura di un anno assurdo, in un momento in cui nessuno avrebbe mai previsto si sentisse il bisogno di affrontare un capitolo cosรฌ doloroso della storia italiana. Eppure da una settimana non si parla dโ€™altro. 

Si tratta di un progetto lungo, elaborato dallโ€™ideatore negli ultimi due anni e sviluppato, grazie a Netflix, con modalitร  di ricerca e lavoro molto precise e rigorose. Lo racconta lo stesso showrunner in unโ€™ottima intervista che potete leggere qui (dove si fa riferimento anche ad alcune scene lasciate fuori). โ€œPotevamo fare altre tre serie con il materiale che cโ€™eraโ€, dice Neri. Materiale passato al vaglio in una writers room โ€œallโ€™americanaโ€, elaborato dalla regista documentarista Cosima Spander e dal montaggio di Valerio Bonelli. 

Interviste, foto dโ€™archivio, filmati dโ€™epoca, pochissime ricostruzioni narrative, uso sapiente delle ambientazioni, una regia discreta che si prende il giusto tempo, senza affrettare la visione nella tentazione del mistery drama, modalitร  dentro cui spesso i documentari ricadono (anche quelli che parlano di cibo o malattie). 

Talvolta la realtร  supera ogni immaginazione, espressione tediosa per riassumere come i fatti reali non hanno il senso compiuto e โ€œnecessarioโ€ di quelli immaginari, avvengono in maniera random, inaspettata, con colpi di scena posizionati quasi sempre al momento sbagliato. La qualitร  di SanPa sta proprio nel riuscire, in 5 episodi, a condensare, riordinare, strutturare la realtร  mantenendo lo spettatore agganciato ai saliscendi della storia, tra colpi di scena, cliffhanger, momenti di forte drammaticitร  e altri in cui raffreddarsi per continuare a seguire una trama che ruota tutta intorno a un personaggio centrale. Tutto questo senza lโ€™ausilio di una voce narrante esterna, di un narratore unico interno alla storia, o di eccessivo uso di musica e ricostruzioni drammatiche (a parte lโ€™utilizzo didascalico di alcune scene di cui non parlerรฒ).ย 

Lโ€™uso della forma: genere o contenitore? 

Un documentario รจ una sorta di scavo archeologico, in cui si raccolgono pezzi su pezzi provando a rimetterli insieme nelle modalitร  piรน coerenti possibili. Il risultato non รจ detto sia perfettamente aderente alla forma dโ€™origine di quei pezzi, ma รจ una lente attraverso la quale osservarne la storia. In questo caso, le voci dei personaggi -Walter Delogu, Andrea Muccioli, Fabio Cantelli, Vincenzo Andreucci, Red Ronnie- colmano i video dโ€™archivio montati a raccontare la storia, con le loro interviste che fanno non solo da commento critico, ma vanno anche a riempire i vuoti, talvolta confermando, talvolta contraddicendo le immagini. La relazione con lo spettatore si costruisce sul piano della realtร  (storica e personale) e non su quello dellโ€™immaginario, e questo crea un coinvolgimento unico, unโ€™empatia che non ha pari in termini di profonditร  (ecco perchรฉ Making a Murderer, Tiger King, Wild Wild Country sono tra le serie con i rating piรน alti su Netflix).

Nel video che si trova tra i contenuti speciali di SanPa su Netflix, Carlo Gabardini racconta di come alcuni degli intervistati abbiano ringraziato la troupe alla fine del girato dicendo che erano trentโ€™anni che aspettavano di poter raccontare la propria storia. Perchรฉ talvolta รจ possibile capire cosa รจ successo solo attraverso il racconto, e questa รจ, al di lร  del risultato finale, una possibilitร  che il documentario consente: รจ un megafono. 

Ma soprattutto, documentare รจ, sempre, un tentativo di catturare il caos della realtร  e dargli una struttura significativa, abbracciando anche i ritmi anti-narrativi che questa realtร  puรฒ avere, piegando la scrittura al materiale, senza produrlo, e provare a smussare gli spigoli nella struttura compiuta di una storia. Questo lavoro รจ costantemente caricato di ambiguitร  e pericoli, anche etici, ecco perchรฉ i risultati migliori si ottengono abbracciando le incongruenze, le crepe della realtร , in un racconto multistrato che produce domande e dibattito piรน che risposte e certezze. In questo, SanPa riesce superbamente. Basta osservare quello che ha scatenato in termini di conversazione collettiva. 

Altro aspetto formale che la miniserie manifesta รจ la possibilitร  di essere un contenitore di generi, di muoversi tra codici diversi senza mai perdere il centro del discorso, in un sapiente uso della forma nelle dimensioni dellโ€™intrattenimento funzionante e avvincente, consapevole nellโ€™uso di quellโ€™empatia di cui parlavo prima.

SanPa, lโ€™epopea di un eroe tra distopico, crime e biopic.

Lโ€™abbiamo giร  visto succedere in Wild Wild Country, la storia della comunitร  dei discepoli di Osho, che prende una piega sempre piรน cupa man mano che questa si allarga, si espande, aumenta di dimensioni e spessore. Una vicenda, sotto molti aspetti incredibilmente simile a quella di SanPa, che viene narrata ordinando i fatti in unโ€™escalation dosata in maniera sapiente e con la giusta costruzione temporale. In SanPa accade la stessa cosa. Come nella migliore tradizione distopica, il punto di partenza รจ sempre il sogno di un mondo alternativo migliore, del bene che trionfa, della dimensione comunitaria che ristabilisce un ordine rotto. Eppure, man mano che la struttura piramidale si espande e si innalza, la distanza tra la cima e la base si allarga, e le cose cominciano ad andare male. Quello che perรฒ risulta chiaro a fine visione, e in tutte le narrazioni distopiche di questo tipo, รจ che laddove cโ€™รจ un sogno di comunitร  che ruota intorno al leader carismatico di turno, questo sogno puรฒ funzionare solo finchรฉ i โ€œdiscepoliโ€ restano unโ€™unica massa unificata e uniformata, disciplinata e obbediente, che non trasgredisce nรฉ mette in discussione lโ€™autoritร . Lโ€™unica individualitร  che ha diritto di esistere รจ quella del protagonista al vertice. Le altre sono solo accessorie. Alla fine della serie sappiamo che, attraversando discorsi sulla tossicodipendenza, sul ruolo della societร , sul concetto di terapia in generale, abbiamo assistito al crollo di un eroe: Vincenzo Muccioli. Sua รจ la vicenda crime, che procede per cliffhanger al termine di ogni episodio (le catene, la cassetta), passa dalle immagini del cadavere di Maranzano al terrificante video dellโ€™anello, scena in cui il personaggio di Muccioli praticamente nega lโ€™esistenza dello stupro, tutto attraverso un racconto che รจ un poโ€™ biopic dai toni epici, con alcune discese oscure degne di un buon horror. 

Vincenzo Muccioli: un personaggio da serie TV complessa.

Il primo episodio si apre sulla voce e sul volto di Muccioli che parla a una platea. Nel giro dei primi cinque minuti, entriamo in un vocabolario che si muove ai margini del religioso: miracolo, eden, salvatore. La glorificazione di Muccioli รจ il nostro punto di partenza. Una figura cristologica, messa in parallelo con Gesรน, che โ€œraccoglieโ€ i ragazzi come gli apostoli erano pescatori di anime, salvatore degli ultimi, della โ€œfeccia della societร โ€ che da lui veniva riportata a nuova vita. Lโ€™arco della sua storia si srotola in 5 episodi dai titoli espliciti: Nascita, Crescita, Fama, Declino, Caduta, che piรน che riferimenti alla comunitร  sotto la gestione del suo creatore parlano di lui, perchรฉ come ci viene detto nei primi minuti della serie: โ€œla comunitร  era costruita a immagine e somiglianza di Vincenzoโ€. 

Muccioli si stabilisce dallโ€™inizio come un personaggio complesso, un uomo dal passato inquieto e dalle origini umili, alla costante ricerca dellโ€™affermazione della propria importanza, della propria portata nel mondo. Unโ€™ego famelico, che trova rappresentazione anche nella fisicitร  del personaggio: un omone dallo sguardo penetrante e dalla fame vorace (qui potrei aprire un capitolo a parte su come viene affrontata in maniera alquanto superficiale la questione del palese DCA di cui Muccioli soffriva, ma non lo farรฒ). La serie, piรน che unโ€™operazione di scavo sulla storia della comunitร , รจ unโ€™analisi approfondita di questo personaggio che ci viene raccontato con toni costantemente ondivaghi, tra lโ€™esaltazione mistica e il racconto di un despota egomaniaco, un leader padrone e accentratore che aveva stabilito un governo che non prevedeva alcuna obiezione, alcuna alternativa alla sua idea. Il suo โ€œesercitoโ€ รจ costituito da una categoria di persone al di lร  della semplice fragilitร  e necessitร , sono persone che suscitano rifiuto, anche da parte delle famiglie. Quello che viene fuori dalla serie รจ che questo personaggio รจ riuscito a colmare il proprio bisogno di centralitร , il proprio universo fatto di persone fragili, reietti, una miriade di ragazzi rifiutati dalla societร  borghese, proprio perchรฉ andava a inserirsi in una spaccatura interna a quella stessa societร . Di fatto, la comunitร  chiusa risolve prima di tutto un problema familiare, sospendendo il dolore, la vistositร  del problema, allontanandolo, delegando la punizione a qualcunโ€™altro, senza doversene fare davvero carico con tutti i problemi e le difficoltร  che un approccio terapeutico/inclusivo comporta. In questo, Vincenzo Muccioli rappresenta questo paese: patriarcale, arcaico, paternalistico, moralista, infestato dal desiderio dellโ€™uomo forte, del leader carismatico che risolva i problemi, senza un vero senso sociale. 

Se lโ€™antieroe a cui la serialitร  ci ha abituato รจ in genere un personaggio dalla moralitร  dubbia e dalle caratteristiche riprovevoli immediatamente palesate, a cui ci appassioniamo perchรฉ man mano la scoperta innesca un meccanismo di ricerca della redenzione, una possibilitร  di umanitร  sotto la superficie, la figura di Muccioli non coincide con quella dellโ€™antieroe quanto piuttosto di un dio di cui assistiamo al crollo. Tutto quel carisma, quellโ€™imbarcarsi nellโ€™impresa, la virtรน implicita nellโ€™obiettivo, si sfaldano man mano che si smonta la figura pubblica di Muccioli attraverso le scene dei processi e dei telegiornali dโ€™epoca. E la parabola narrativa scende, per chiudersi, con cura, sugli ultimi fotogrammi, sul lungomare di Rimini. Ed รจ questo lโ€™ultimo aspetto su cui vorrei riflettere prima di chiudere: lโ€™ambientazione. 

Rimini: un  luna park che genera mostri

Nellโ€™intervista di cui si parla prima, Selvaggia Lucarelli fa notare a Neri come su Netflix siano uscite quasi contemporaneamente sia SanPa che Lโ€™incredibile storia dellโ€™isola delle rose, due narrazioni di comunitร  esterne, alternative allo stato, entrambe a Rimini. Neri sottolinea come Rimini sia una cittร  divisa in due: 

โ€œCโ€™รจ la cittร  e cโ€™รจ la macchina del divertimento. Diventa localitร  di villeggiatura a basso costo per gli italiani da Mussolini in poi, quindi si riempie di locali, di strutture di divertimento. Arrivano molti stranieri, si crea una societร  piรน cosmopolita, libera, piรน trasgressiva in un posto relativamente piccolo. In piรน cโ€™รจ lโ€™insoddisfazione della provincia che per 9 mesi si spegne e che cerca qualcosa anche nel periodo di blackout.โ€ 

Rimini รจ una cittร  duplice, una provincia incastrata nel sogno del divertimento per tre mesi allโ€™anno, uno spazio che contemporaneamente si neutralizza e si inverte su se stesso in cui esistono due stagioni: alta e bassa. Pier Vittorio Tondelli descrive questa sensazione di spaesamento magnificamente nel romanzo che prende il titolo dalla cittร , Rimini, in cui la rappresenta come il luogo assoluto della seduzione di massa: 

“Improvvisamente il cielo di un profondo blu notte si aprรฌ sulla visione della riviera con le strisce luminose delle automobili, i fari, le insegne degli alberghi non piรน distinguibili se non in confusi bagliori luminosi. [โ€ฆ] Poichรฉ se da un lato tutta la vita notturna rifulgeva nel pieno del fervore estivo, dall’altro esistevano solo il buio, il profondo, lo sconosciuto; e quella strada che per chilometri e chilometri lambiva l’Adriatico offrendo festa, felicitร  e divertimento, [โ€ฆ] segnava il confine fra la vita e il sogno di essa, la frontiera tra l’illusione luccicante del divertimento e il peso opaco della realtร .โ€ (p.52)

e ancora piรน avanti โ€œC’era dunque qualcosa di intimamente artificiale in ciรฒ che aveva attorno, totalmente predispostoโ€(p.72). La logica del consumo pervade la cittร , che รจ luogo di spaccio di sogni e illusioni, che vengono consumate in fretta e a occhi chiusi sulla realtร , su quellโ€™oscuritร  che sta dallโ€™altra parte della strada. Lโ€™illusione del divertimento, lโ€™illusione di un mondo diverso, lโ€™illusione della salvezza.

Rimini รจ quella che Foucault chiamerebbe unโ€™eterotopia, uno spazio altro, chiuso ma penetrabile, in cui sussiste la sospensione, che svolge una funzione di compensazione, o di illusione, rispetto allo spazio esterno. Il luna park e lโ€™ospedale, per intenderci. Luoghi completi e complessi allโ€™interno, rispecchianti lโ€™esterno ma chiusi, in cui lโ€™accesso รจ sempre delineato, il vocabolario si arricchisce di parole proprie, in cui si mescolano, talvolta, la fuga e il ritorno, il dolore e la cura, la casa e la dislocazione. 

Come unโ€™isola artificiale a largo della cittร , in acque internazionali. 

O come una comunitร  sulla collina. 

People – corso sui personaggi

CHE COS’รˆ

Un corso dedicato alla costruzione e alla decostruzione dei personaggi, pensato per chi lavora a stretto contatto con le storie: per chi scrive (narrativa, drammaturgia, sceneggiatura o altro) o per chi vuole affinare uno sguardo piรน consapevole davanti ai prodotti di finzione. Analizzeremo e metteremo in pratica gli elementi che aiutano a capire se la costruzione di un personaggio funziona oppure no.

Come creare dei personaggi che siano portatori di complessitร ? Quali rappresentazioni possono ispirarci? Come riconoscere i clichรฉ e gli stereotipi nei personaggi che abbiamo letto, visto e magari amato? Come immaginare dei personaggi che siano un poโ€™ come delle persone?

Male gaze, descrizioni inverosimili, voci non credibili: siamo consapevoli dello sguardo con cui osserviamo, creiamo e raccontiamo i personaggi di una storia? Cosa accade quando i personaggi che popolano il nostro racconto non ci somigliano (per genere, provenienza, cultura, corporeitร ) o non aderiscono a una norma giร  ampiamente conosciuta e codificata? Come evitare che i nostri personaggi siano bidimensionali e ridotti a โ€œportatori di unโ€™istanzaโ€?
Gli approfondimenti a cura delle docenti ospiti forniranno gli strumenti per iniziare a decolonizzare il nostro approccio e affrontare i clichรฉ e i luoghi comuni che affollano il nostro immaginario quando scriviamo e costruiamo storie.


COME FUNZIONA

Gli incontri in classe saranno 8.
Le lezioni includeranno:

  • introduzione al tema, con esempi e condivisione di materiali testuali/visivi
  • esercizi pratici e discussione sugli elaborati
  • consigli pratici per continuare ad allenarsi anche dopo il laboratorio e alcuni suggerimenti per altre letture e visioni

Ogni incontro durerร  2 ore, per un totale di 16 ore di laboratorio.


QUANDO E DOVE

Dal 23 febbraio all’8 aprile 2021.
Ogni martedรฌ, dalle 19 alle 21.
Tutto si svolgerร  in una classe virtuale, in diretta online.


CALENDARIO DEGLI INCONTRI

19 gennaio, lezione introduttiva aperta e gratuita (su prenotazione)
23 febbraio, lezione #1: i personaggi come persone: le relazioni umane
2 marzo, lezione #2: viaggio dellโ€™eroina, dellโ€™eroe, archi di trasformazione e altre teorie del complotto

Lezioni di approfondimento a cura delle docenti ospiti
9 marzo, lezione #3: personaggi queer, lgbti e stereotipi (con Antonia Caruso)
16 marzo, lezione #4: personaggi razzializzati e stereotipi (con Djarah Kan)
23 marzo, lezione #5: personaggi disabili e stereotipi (con Elena&Maria Chiara Paolini)

30 marzo, lezione #6: letโ€™s play: character design
6 aprile, lezione #7: streghe, alieni e altre creature fantastiche: i personaggi oltre il realistico
13 aprile, lezione #8: ambientazione, famiglie e altri sistemi


CHI CONDUCE IL CORSO

Primavera Contu ha studiato drammaturgia e sceneggiatura presso la New York Film Academy di New York, si occupa da anni di scrittura per la scena, รจ copy, formatrice e autrice di progetti, in Italia, Europa e negli USA, che spaziano tra i diversi linguaggi e media. Per I libri degli altri conduce corsi e workshop su dialoghi, personaggi e sullโ€™abbandono degli stereotipi nella scrittura e nella rappresentazione.


CHI SONO LE DOCENTI OSPITI

Djarah Kan รจ una scrittrice, attivista e cantautrice italo-ghanese, cresciuta a Castel Volturno e basata a Napoli. Ha pubblicato racconti su Gli Asini e Jacobin Italia, e diversi racconti negli Stati Uniti, nell’antologia ufficiale curata dal WCM Project dell’Universitร  dell’Iowa. Ha pubblicato in Italia il suo racconto Il mio nome all’interno della raccolta Future – il domani narrato dalle voci di oggi a cura di Igiaba Scego, (Effequ) e, nel 2020, la sua prima raccolta di racconti brevi Ladri di denti (People).


Antonia Caruso รจ un’autrice, editorialista e editrice. Si occupa di comunicazione, formazione, editoria e politica trans. Ha scritto, tra gli altri, per Jacobin Italia, Dinamopress, The Vision. Ha pubblicato racconti con Feltrinelli (nell’antologia a fumetti Sporchi e Subito), Golena, Fortepressa, e ha curato l’antologia Queer Gaze: corpi storie e generi della televisione arcobaleno (Asterisco Edizioni). Ha fondato la casa editrice indipendente edizioni minoritarie.


Elena e Maria Chiara Paolini curano Witty Wheels, progetto tra l’auto-fiction e l’autobiografico sul contrasto all’abilismo. Trattano il tema anche in scuole, associazioni e varie realtร  professionali, e hanno organizzato corsi per giornalisti sulla narrazione non abilista. Elena ha studiato cinema e drammaturgia, Maria Chiara รจ sensitivity reader in ambito fiction e non-fiction sui temi della disabilitร  e dell’abilismo.


INFO

Per qualsiasi informazione scrivici! ilibrideglialtri@gmail.com

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Grazie per la risposta. โœจ

Ribellarsi al cinismo. Perchรฉ cโ€™รจ ancora bisogno di “Cuore”

Se vi stabiliscono un dialogo fecondo di suggestioni, i classici, per chi li legge, si configurano come degli ยซequivalenti dellโ€™universo, al pari degli antichi talismaniยป (Calvino). Cosรฌ, portati sempre con sรฉ, possono sortire effetti benefici e domare i demoni interiori. Alcuni meritano di essere spolverati, altri non hanno mai smesso di stare appesi al collo di qualcuno, ma tutti, se lucidati, risplendono di una bellezza piรน viva. Da dove nasce la loro magia?

In una memorabile pagina di Fahrenheit 451, Ray Bradbury scriveva che si ha letteratura laddove, come sotto il vetrino di un microscopio, si possa osservare, in fiumane in infinita profusione, la vita scorrere, pullulare, pulsare.

Cuore, il libro che intende(va) preparare i futuri cittadini come soldati della patria sotto la duplice insegna dellโ€™obbedienza e del sacrificio; che a fronte del buon Garrone pone lโ€™elemento dialettico rappresentato da Franti, antitesi contrassegnata da perfidia e sottolineatura del ridicolo e simbolo parimenti dellโ€™aspetto (incorreggibilmente?) tragico del reale; che mette davanti ai fanciulli, rinfrescandone allo stesso tempo il ricordo ai โ€œgrandiโ€, quelle virtรน disprezzate da chi รจ incapace anche solo di concepirsele nellโ€™animo; che ottimamente segue il Manzoni del parlato con il suo italiano mondato di regionalismi estremi, ricercatezze e contorte torniture della frase, per mimare quella lingua da tema in classe di uno scolaro di circa dieci anni (la cui competenza nello scritto corrisponderebbe oggigiorno a quella di un liceale, o per dir meglio, di un liceale che ci sappia fare con la penna) che redige un diario; che secondo lโ€™impeccabile prefatore allโ€™edizione Mondadori, Gilberto Finzi, non va letto solo in quanto opera dโ€™arte e di letteratura, ma anche come

un amalgama di concezioni e ideologie, una concrezione di morale e pedagogia, di realtร  concreta e di enfasi retorica, di storia patria e di utopie sociali e di buona volontร  borghese, presto modificata in socialista (p. xxiv);

libro che, non si esita ad ammetterlo, qua e lร  fa venire i lucciconi e scuote nellโ€™intimo, oggi come ieri, un gran numero di lettori, ne sconvolge i sentimenti piรน profondi e complessi (illusione in cui ci si culla e che fa ancora credere un poco nellโ€™umanitร ), scopo (o uno degli scopi) questo, o funzione piรน propria (o una delle funzioni piรน proprie) della grande letteratura, a detta di Abraham B. Yeoshua, lettore di De Amicis di cui, nella detta edizione, si trova unโ€™illuminante postfazione:

Provo gratitudine verso lโ€™autore per quel pianto a cui attribuisco un grande valore letterario. […] Io non piango per il personaggio ma per me stesso, dopo che questi si รจ insinuato in me ed รจ diventato parte della mia personalitร . Il fine supremo della letteratura รจ […] unโ€™immedesimazione che permette di recepire le cose in maniera molto piรน profonda

(p. 284: tesi che a pensarci si trova verificata da una moltitudine di esempi);

Cuore – dicevo – pulsa, in ambo i sensi: pulsa ancora e continuerร  a battere per un pezzo se ci saranno petti disposti ad accoglierlo.

Perchรฉ vanno bene le letture paradossali, e ci stanno i risolini, e ben vengano persino i veleni di celebri penne novecentesche. Nondimeno, tutto ciรฒ dovrebbe aver immunizzato il lettore di oggi, prevenendolo dal pericolo di farsi possedere da punti di vista sedicenti illuminati e scaltriti, e dovrebbe averlo oramai reso piรน che avvertito. Consapevole, soprattutto, che il contrario della poesia non รจ la prosa, รจ il cinismo.

Occorre ribaltarlo, questo cinismo. Frasi deamicisiane come:

Pronuncia sempre con riverenza questo nome (โ€œmaestroโ€) che dopo quello di padre, รจ il piรน nobile, il piรน dolce nome che possa dare un uomo a un altro uomo.

potrebbero risultare retoriche, ma racchiudono il senso di che cosโ€™รจ lโ€™istruzione, di quale valore abbia per il singolo e la comunitร  (ยซChi apre la porta di una scuola chiude una prigioneยป affermava Victor Hugo, grande autore pure tacciato a volte da taluni di esagerazioni retoriche, ma che coglieva icasticamente nel segno), il che รจ tornato evidente con drammaticitร  in un anno, come lโ€™ultimo appena trascorso, in cui la scuola รจ stata portata avanti fra mille impedimenti, con Dad e adattamenti logistici, tanto che ne รจ risultato un significativo ammanco di ore scolastiche, oltre che, in presenza, la quasi impossibilitร  di prevedere attivitร  di gruppo o in coppia. Una situazione sofferta da molti, anche, consapevolmente o no, da chi la scuola la ama meno.

Occorre ribaltare il cinismo e guardare con sospetto all’uso del termine buonismo per dileggiare gli altrui comportamenti. Lโ€™ipocrisia รจ un pericolo, รจ vero, ma non ci deve far dimenticare che la bontร  puรฒ esistere ed essere celebrata, pure con la retorica se serve; retorica che, in principio, era fondamentalmente lโ€™arte del bel dire (e De Amicis i fatti e le idee li esprime egregiamente). Cosรฌ non devono meravigliare gli inni alla scuola, ai genitori, alla patria, ai buoni sentimenti. Dovremmo chiederci piuttosto: perchรฉ, oggi, non li sopportiamo piรน?

Ogni epoca ha la sua sensibilitร  e i suoi valori, nonchรฉ la sua retorica. Una forza di Cuore, che รจ anche ciรฒ che la rende nonostante tutto unโ€™opera che resiste a epoche diverse, รจ che si fonda su degli archetipi ed esprime concetti ed emozioni universali. Chiunque di noi รจ stato, o ha avuto come compagni di classe, un Enrico Bottini, un Derossi, un Franti, un Garrone. Tutti ammiriamo il Piccolo scrivano fiorentino o la Piccola vedetta lombardo. Per quanto retorici e stucchevolmente didascalici i loro racconti ci possano sembrare. Tutti ci commuoviamo, ci indigniamo, di fronte alla sofferenza o all’ingiustizia. Se abbiamo coraggio (etimologicamente: cor habeo), se abbiamo cuore.

5 libri a tema x 8 liste= 40 consigli di lettura per Natale e non

Lista di 5 manuali di scrittura, redatta da Valentina Grotta

La scrittura non si insegna, di Vanni Santoni, Minimum Fax

La sempre intrigante questione se seguire una scuola di scrittura serva o meno (tema affrontato ampiamente qui) riceve in questo libro una serie di risposte, alcune inedite. In piรน vi troverete lโ€™elenco piรน completo (secondo Vanni Santoni) delle opere che dovreste leggere se volete fare il mestiere dello scrittore.

Naviga le tue stelle, di Jesmyn Ward, trad. Alessio Forgione, NN editore

รˆ il discorso pronunciato da Jesmyn Ward alla cerimonia di consegna dei diplomi alla Tulane University, dove insegna. รˆ la testimonianza di un percorso di vita fatto di difficoltร , rinunce e paure, condensate in un talento vero, capace di creare storie di grandissimo impatto. Il libricino รจ illustrato da Gina Triplett come una favola della buonanotte.

Leggete e moltiplicatevi, di Romina Arena, Rubettino

Scrivere sรฌ, ma anche leggere richiede un certo impegno. Siamo piรน abituati a farlo a scuola, ma cosa ci insegnano davvero? Sono dell’opinione che quanto appreso al liceo lasci piรน frustrazioni che strumenti. Ricominciare a studiare, anche da grandi o da giovani ma con manuali di diverso tipo puรฒ essere il segreto per avere strumenti piรน efficienti nella nostra vita di lettori e di scrittori.

Oracolo Manuale per poete e poeti, di Giulio Mozzi e Laura Pugno, Sonzogno

Abbiamo parlato qui dell’Oracolo per scrittrici e scrittori di Giulio Mozzi, ma questo รจ per le poete e i poeti. I quali hanno forse una vita piรน difficile rispetto agli scrittori di narrativa, o forse meno, dipende dai punti di vista. Entrambe le categorie, perรฒ, possono trovarsi dinanzi alla pagina bianca, a un muro di buio espressivo. Poete, poeti! Sfogliate l’oracolo per superare il blocco!

Tieni presente che, di Chuck Palahniuk, trad. Silvia Albesano, Mondadori

Credo che i libri piรน belli sulla scrittura siano quelli i cui consigli e aneddoti possano valere in egual misura sia per la scrittura che per la vita. Lo sono i consigli di David Foster Wallace, di Carver, di Jasmine Ward, di Patricia Highsmith. La vita di Palahniuk รจ un romanzo e i suoi consigli di scrittura sono, in tutto e per tutto, consigli di vita.

Lista di 5 nonfiction per riscrivere il mondo, redatta da Chiara M. Coscia

Se anche voi avete trascorso questโ€™anno indugiando piรน o meno convinti tra una cocciuta e irrisolvibile tensione ottimista e il vago sentore di vivere giร  nellโ€™apocalisse ormai certa, capirete la mia spinta verso la ricerca di una nuova narrazione, intesa proprio come narrazione della Storia, e non delle storie, che se la cavano giร  benissimo. Ecco allora una scelta di scritti piรน o meno illuminanti, sicuramente stimolanti, per provare a capire meglio sia il presente che le sue possibili alternative. Perchรฉ sรฌ, ce ne sono. Basta decidere di dedicarsi alla riscrittura.

Non sprechiamo questa crisi di Mariana Mazzucato, trad. D. Cavallini, Laterza

Economista di fama mondiale, Mazzucato analizza lo stato delle cose con sguardo lucido, esortando a non percorrere la via tentatrice, del โ€œritorno alla normalitร โ€ ad ogni costo, bensรฌ sfruttare la crisi esplosa con il COVID 19 per ripensare i modelli di sviluppo occidentali. Riconoscere quindi che il capitalismo cosรฌ comโ€™รจ ha smesso di funzionare e riscriverne la struttura.

Materialismo Radicale: itinerari etici per cyborg e cattive ragazze, di Rosi Braidotti, Meltemi

Un testo del 2019 quanto mai attuale. Braidotti ci pone di fronte alla possibilitร  di unโ€™etica affermativa che parte dal corpo e dal collettivo, in opposizione allโ€™individualismo isolazionista, e lo fa con lโ€™esempio delle โ€œcattive ragazzeโ€: dalle Riot Grrrls alle Pussy Riot, le cyborg eco- femministe e le attiviste antirazziste.

Nomadland, di Jessica Bruder, trad. Giada Dano, Edizioni Clichy

La povertร  negli Stati Uniti significa talvolta dover scegliere tra un tetto sulla testa e un piatto a tavola. Unโ€™inchiesta che parte dallโ€™estremo smantellamento del Sogno Americano e che dalle sue macerie scorge una comunitร  umana, resistente e solidale.

Caste: The Origin of Our Discontent di Isabel Wilkerson, Allen Lane

Un libro che prevedo arriverร  presto anche in traduzione italiana. Per capire tutto quello che รจ successo negli USA questโ€™anno. Sรฌ, si parla di razzismo, di classe, e di caste in senso lato.

Una nuova storia (non cinica) dellโ€™umanitร  di Rutger Bergman, trad. Maria Cristina Coldagelli, Feltrinelli

Per finire, dopo questa lista piรน o meno angosciosa, un libro dai toni ottimisti che possa farci guardare con occhi speranzosi allโ€™umanitร . Perchรฉ sรฌ, perchรฉ la gentilezza salverebbe il mondo se le concedessimo la possibilitร .

Lista di 5 titoli di autori dimenticati ma recensiti molti anni fa da importanti critici letterari, redatta da Luigi Loi

Questa lista sarร  una doppia verifica: sulla bontร  dei giudizi critici e sulla bontร  del futuro, che tutto livella, sperando non sโ€™impegni troppo come questโ€™anno. E quindi, allegria:

Il piatto piange, di Piero Chiara, Mondadori

Tanti anni fa vidi Regalo di Natale, da allora spero di trovare una storia di poker che sia allโ€™altezza di quella di Pupi Avati. La partita di poker di Chiara รจ degli anni trenta, sul lago Maggiore โ€œdove la vita scorre lenta tra tavoli da gioco, bordello e situazioni tra le piรน disparateโ€. Promette bene, speriamo mantenga.

La facoltร  di cose inutili, di Jurij Dombrovskij, Einaudi

Come sopra, spero di trovare qualcosa che possa rivaleggiare con I racconti di Kolyma di ล alamov, se non nello stesso campionato, almeno nello stesso sport: veritร  umane e grottesco. Il romanzo di Dombrovskij non fu pubblicato in URSS, ma fu pubblicato in Francia. Dombrovskij che era sopravvissuto ai lager staliniani, morรฌ a Mosca nello stesso anno.

Il quinto evangelio, di Mario Pomilio, L’orma

Classico caso di coro unanime, โ€œlibro bellissimo e stupendoโ€, che si traduce in โ€œnessuno lo ha letto davveroโ€. 

Ore di cittร , di Delio Tessa, Einaudi

โ€œTessa portava timidamente al giornale certi suoi articoletti buttati giรบ alla brava su figure o momenti o scorci della cittร , che poi venne intitolando Ore di Cittร  e che eran pieni di un suo malinconico umorismo in punta di penninoโ€. Lo leggerรฒ perchรฉ: ho simpatia per i giornalisti poveri, mi piacciono i racconti di certe ambientazioni milanesi, mi piace scoprire chi scrive le quarte di copertina, e questa in punta di pennino era proprio bella.

In exitu, di Giovanni Testori, Feltrinelli

Ai miei tempi (sic!) una lettura obbligatoria alle scuole medie era I ragazzi dello zoo di Berlino. Il sotto testo edificante di quel libro veritร  era โ€œragazzi, la droga non fa bene, non sprecate la vostra vitaโ€. Lโ€™avvertimento sul proibito diventava curiositร  su quanto si potesse sprecare davvero la vita. Che schifo il paternalismo! Questo libro di Testori invece sembrerebbe privo di paternalismo e scritto con vero interesse e compassione: โ€œGino Riboldi consuma gli ultimi momenti della propria vita in un angolo della Stazione Centraleโ€. Sarร  cosรฌ?

Lista di 5 titoli weird, il termine piรน abusato negli ultimi anni dopo resilienza, solo meno tatuato, che perรฒ ci concede ancora libri di inusitata bellezza, ferocia e ironia, redatta da Giacomo Faramelli

Come se quest’anno non sia stato giร  abbastanza weird ho rimpinzato me stesso con incursioni in mondi abitati da creature lugubri, deviazioni dal consueto e conosciuto flusso della storia, in altre parole: distopie! Ecco una piccola lista di tesori che condivido volentieri con voi. Cominciamo con due libri tratti dalla collana Altrove, che nei miei due umili spicci รจ stata una delle cose editoriali piรน innovative mai apparse in Italia. Peccato sia stata chiusa, io e l’armata distopica ne sentiremo la mancanza.

L’invenzione degli animali, di Paolo Zardi, Chiarelettere

Una storia feroce, ambientata in un futuro imminente e oscuro in cui l’Europa รจ tagliata in due, dilaniata da proteste sociali, e dominata dalla piรน grande azienda mai esistita. Un thriller fantascientifico in cui temi etici e scientifici si intrecciano alla vicenda umana della giovane scienziata italiana Lucia Franti, un’eroina femminile tratteggiata con straordinaria vivacitร  dalla lingua ricca e sempre esatta di Paolo Zardi.

Furland, di Tullio Avoledo, Chiarelettere

Ancora un futuro imminente e lugubre per l’Europa dei nuovi anni ’20. Il Friuli รจ diventato un enorme parco a tema storico in cui gli Onorevoli Ospiti possono compiere qualsiasi atto in ambientazioni tra le piรน varie: villaggi celti, Cividale al tempo dei longobardi, la Trieste asburgica, una landa nazista. In questo scenario il protagonista Francesco Salvador, di professione tenente nazista, deve indagare sui sabotaggi alle attrazioni che Zorro, cosรฌ si fa chiamare il guastatore, sta compiendo ai danni di Furland. Con uno stile caustico, a tratti feroce ma spietatamente fissato nella nostra contemporaneitร , Tullio Avoledo ci conduce all’interno del piรน grande parco giochi del mondo, la storia, cosรฌ somigliante alla parte piรน oscura di ogni essere umano. 

Qualcosa, lร  fuori, di Bruno Arpaia, Guanda

Asciutto e spietato come le pianure inaridite dell’Europa meridionale che descrive, il romanzo di Arpaia รจ la cronaca dettagliata della vita di Livio Delmastro, anziano professore napoletano di neuroscienze. A causa degli effetti del cambiamento climatico, il protagonista intraprende un pericoloso pellegrinaggio per la salvezza alla volta della Scandinavia, unica terra ancora dotata di acqua a sufficienza per la vita. Scienza, politica e istanze sociali si mescolano con naturalezza grazie alla maestria di Arpaia, in questo appello all’azione e al rispetto nei confronti del nostro pianeta e degli altri. 

2084, la fine del mondo, di Boulem Sansal, trad. di Margherita Botto, Neri Pozza

Un libro che mi ha lasciato perplesso e dubbioso fino all’ultimo ma che mi ha convinto grazie alla mappa politica e teologica dell’Abistan, lo sterminato stato teocratico planetario, in cui si muove il protagonista Ati. Uno stato-mondo in cui tutto si muove a stento, tra burocrazia e asfissiante controllo inquisitorio, basato sulla manipolazione del linguaggio e l’annientamento della storia precedente del mondo e dell’umanitร . Il viaggio di Ati nel cuore dell’Abistan รจ un viaggio alla radice del problema della religione che diventa stato e politica, per arrivare fino alle domande che agitano il cuore di ognuno di noi e riguardano il senso dell’esistenza stessa.

Undiscovered Country, di Scott Snyder, Charles Soule, Giuseppe Camuncoli, Saldapress

Concludo questa breve carrellata nel futuro con il fumetto piรน incredibile dell’anno. In un futuro indefinito gli Usa sono spariti: isolati dal resto del mondo per sfuggire a una pandemia globale (il fumetto รจ stato scritto prima di quest’anno orribile) i leader del mondo libero hanno resistito alla pandemia ma si sono trasformati in un luogo strano e terribile. Ed รจ in questo luogo inesplorato che un team di scienziati, esploratori e militari dovrร  inoltrarsi per cercare una cura alla malattia e risolvere un altro enorme mistero: cosa รจ successo all’America? Ci sono echi del primo Saunders, la spietatezza di The Walking Dead (fumetto), qualcosa di 1997: fuga da New York. Un mix perfetto che dร  vita a un bellissimo viaggio in un futuro distorto e allucinato. 

Lista di 5 fumetti tutti accidentalmente scritti e disegnati da autrici, redatta da Francesca Ceci

Mi sono accorta solo scrivendone i titoli che i cinque fumetti che ho scelto sono tutti scritti e disegnati da donne e raccontano storie di altre donne.

Bastava chiedere! di Emma, trad. Giovanna Laterza, Laterza

Letto durante gli scorsi mesi, รจ un libro di cui si รจ giustamente parlato molto durante il lockdown primaverile, che attraverso vignette semplici e dirette testimonia il ruolo del cosiddetto carico mentale, di quanto sia presente nella quotidianitร  delle donne e di quanto ne sia assente anche solo la conoscenza in quella degli uomini.

Feminist art, di Valentina Grande e Eva Rossetti, Centauria

Racconta di donne che hanno rivoluzionato lโ€™arte – dalla performance artist afroamericana Faith Ringgold alla cubana Ana Mendieta โ€“ ma anche di corpi, di visioni politiche, di identitร 

Angela Davis, di Mariapaola Pesce e Mel Zohar, Beccogiallo

Un libro che ci fa conoscere il cammino di una ragazzina afroamericana verso lโ€™attivismo per i diritti civili delle donne e delle POC (People Of Color).

Parle-moi d’amour, di Vanna Vinci, Feltrinelli Comics

Garanzia assoluta. Una collezione di biografie di donne della Belle Epoque.

Pericolose. Il mio diario dal carcere, di Delphine e Anaele Hermans, trad. Sarah Di Nella, ed. Comicout

La storia vera di Valerie Zeze, ex insegnante, tossica, ladra, madre.

Lista di 5 raccolte di microfiction dellโ€™ultimo anno (circa), redatta da Andrea Bricchi

Racconti brevi e straordinari, di Jorge Luis Borges โ€“ Adolfo Bioy Casares, trad. Tommaso Scarano, Adelphi

Falsificazioni racchiuse tra brani di grandi opere finora mai isolati e ora qui incastonati per amore dellโ€™evocazione in forma breve. Borges e Bioy Casares hanno voluto inventare una nuova forma di piacere, insegnando come anche nello spazio ristretto di unโ€™iscrizione sia possibile imbattersi nello sbalordimento letterario. Ricorrendo anche alla manipolazione se necessario. Perchรฉ nella vertigine delle fonti hanno offerto piรน di un giocoso depistaggio: la scelta, giร  di per sรฉ atto forgiativo, nella loro antologia sconfina nella creazione. Fra ameni lacerti, la varietร  e la sorpresa sono assicurate da testi apocrifi e pagine (talora poche righe) che non sono che veli dietro cui nascondersi, col suggello di un alter ego nella firma in calce.

Tutti i nostri corpi. Storie superbrevi, di Georgi Gospodinov, trad. Giuseppe Dellโ€™Agata, Voland

Gospodinov, ben consapevole della tradizione minore โ€“ in termini di mercato โ€“ in cui ha voluto inserire il suo nome, inanella centotrรฉ rallentamenti dellโ€™esistenza, brevi esercizi dโ€™ascetismo in cui tenta di mettere ordine nel tempo inesorabile tramite limpide istantanee, ironiche cronache dellโ€™effimero, riflessioni sullโ€™assurdo, nostalgie divertite. Le sue storie durano, per riprendere la sua felice metafora, il tempo di unโ€™immersione. Sono apnee, piccole morti dopo le quali pare di respirare di nuovo per la prima volta.

Fotogrammi di un film horror perduto, di Helen McClory, trad. Stefania Perosin, il Saggiatore

Vivida e inquieta prosa breve, senza molti dialoghi, che vira al rosa. La stranezza maggiore, fra tante teratologie grigie o luccicanti, รจ quella degli esseri umani. Le pagine scivolano leggere, sono un velluto steso sulla realtร . Eppure il disgusto. Eppure il sangue. Eppure lo svenimento. Storie asfissianti di una quotidianitร  spappolata, dove gli antagonisti da film horror sono antieroi malinconici. McClory รจ una cineasta della pagina che ama il frammento: la microstoria lugubre con una spruzzata di pop e un tocco di esistenzialismo. I suoi racconti sono freddi tentacoli che ti avvolgono alle spalle.

Viscere, di Amelia Gray, trad. Stefano Pirone, Pidgin

Questi Gutshots (colpi allโ€™addome) si addentrano nella violenza, mescolando un horror elegante e la vivisezione di vari stati di (in)coscienza. Dai suoi racconti, spesso brevi, รจ bandito ogni facile sentimentalismo. Le sensazioni che predilige lโ€™autrice sono grottesche e assurde, cucite in uno stile eterogeneo e con un umorismo surreale. La sua penna รจ un bisturi che cala nelle viscere e con chirurgica precisione incide lโ€™organo pulsante della poesia, facendone fuoriuscire lโ€™umore del cinismo. La voce di Amelia Gray, mai tediosa, giร  dopo la lettura di pochi racconti riesce inconfondibile.

Microfictions, di Rรฉgis Jauffret, trad. Tommaso Gurrieri, Edizioni Clichy

Storie come ferite. Gli esseri rappresentati nelle Microfictions hanno deviazioni, sono protagonisti di piccole vite dalle derive devastanti. La temuta distruzione, scatenando un fremito, potrebbe arrivare a ogni pagina, subdolamente. Ogni esistenza รจ un minuscolo romanzo, drammatico, frenetico, sconcio. Non di rado รจ il ritratto di un fallimento. La letteratura โ€“ sembra di intuire sottoponendosi a queste cinquecentouno scudisciate โ€“ รจ una perversione combinatoria, una variazione su tema a partire da ossessioni personali e dinamiche ricorrenti. Non รจ del tutto esatto: sesso e violenza sono ingredienti pressochรฉ inevitabili per delle ricette veloci e gustose come quelle proposte Jauffret.

Lista di 5 libri che parlano di libri, redatta da Giuseppe D’Antonio

Siamo spiacenti. Controstoria dell’editoria italiana attraverso i rifiuti dal 1925 ad oggi, di Gian Carlo Ferretti, Bruno Mondadori

Il โ€œgran rifiutoโ€ della letteratura italiana รจ questo: Vittorini che โ€œbocciaโ€ Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa. In realtร , le cose non andarono proprio cosรฌ e a leggere questo libro di Ferretti si scopre come e cosa successe davvero nella storia editoriale dellโ€™opera. Si scoprono anche le โ€œcattiverieโ€ di Pavese che nelle lettere di rifiuto e nelle schede editoriali non lesinava in insulti e freddure; cosรฌ come si parla dei rifiuti preventivi per evitare di incorrere nella censura del fascismo. E poi i casi meno conosciuti di Morselli, Camilleri e Tamaro. Insomma, un libro per potersi consolare con una natalizio โ€œsono in buona compagniaโ€.

Breve storia del segnalibro, di Massimo Gatta, Graphe.it

ยซ [โ€ฆ] tra un salmo e lโ€™altro, chiudeva il breviario, tenendovi dentro, per segno, lโ€™indice della mano destraยป, il dito di don Abbondio nei Promessi sposi รจ forse il segnalibro piรน famoso della letteratura italiana. In questo libricino dalla corposa bibliografia e ricco di riproduzioni di quadri da cui spuntano libri e segnalibri, Massimo Gatta illustra usanze e aneddoti curiosi. Uno su tutti: il bibliofilo ed erudito Antonio Magliabechi che per segnalibro usava fette di salame infilate tra le pagine (donโ€™t try this at home).

Lโ€™inventore di libri. Aldo Manuzio, Venezia e il suo tempo, di Alessandro Marzo Magno, Laterza

La metto giรน facile e un poโ€™ tranchant: se andiamo in giro con libri che hanno quel formato, quei caratteri, quella punteggiatura, quel frontespizio e quellโ€™indice lรฌ lo dobbiamo a questโ€™uomo qui. Della cui vita, se si eccettua quella professionale, non si sa praticamente quasi nulla. Per fortuna ci ha pensato Alessandro Marzo Magno a fare un poโ€™ di luce, rischiarando le buie tipografie veneziane dove Manuzio visse e operรฒ.

La claque del libro, di Ambrogio Borsani, Neri Pozza

La pubblicitร  รจ lโ€™anima del commercio, si sa. E anche del commercio dei libri. Borsani ripercorre e ricostruisce la storia delle promozioni editoriali nei secoli attraverso duelli allโ€™ultimo sangue, lanci clamorosi, eventi straordinari e testimonial insospettabili come Hemingway e Mark Twain. Fino ai modernissimi influencer che si battono a colpi di like ed emoticon.

Fuori di testo. Titoli, copertine, fascette e altre diavolerie, di Valentina Notarberardino, Ponte alle Grazie

Un libro che parla di libri. O meglio di come sono fatti i libri, ma non dentro: fuori. Ma anche di lato, e dietro. Insomma, un libro โ€œmeta-libroโ€ che vi conduce con leggerezza nel paludato mondo degli ipertesti e dei peritesti โ€“ titoli, copertine, risvolti, fascette, ringraziamenti, dediche, indiciโ€ฆ โ€“ accompagnandovi con gustosi aneddoti raccontati dalle voci dei protagonisti-scrittori: da chi si scrive da solo le fascette, a chi ha in odio i ringraziamenti, a chi dedica mesi per trovare lโ€™epigrafe giusta.

Lista di 5 libri che raccontano di pratiche artistiche, rivoluzioni, diaspora, (post)colonialismo, resistenze e commistioni, redatta da Primavera Contu

Mediterraneo Blues: musiche, malinconia postcoloniale, pensieri marittimi, di Iain Chambers, trad. Sara Marinelli, Tamu Edizioni

La storia dei sud del mondo -che esistono anche nelle grandi cittร  del nord del mondo- raccontata attraverso i ritmi e i suoni. Dalla sperimentazione elettronica alla trap, Iain Chambers indaga i percorsi delle musiche che “non rispettano i confini nazionali”, per parlare (anche) di cittadinanza, democrazia, identitร . Una nuovissima edizione, riveduta e ampliata, di un libro uscito per la prima volta otto anni fa.

Legami di Sangue, di Octavia E. Butler, trad. Veronica Raimo, BigSur

Viaggi nel tempo, fiction speculativa, racconti di schiave e schiavi dell’ottocento americano: apparentemente un po’ lontano dai soliti generi letterari nei quali mi rifugio, Legami di Sangue รจ in realtร  una delle storia piรน vicine al sentire contemporaneo che potessi trovare, che riguarda la coscienza, anche di classe, e il concetto stesso di privilegio. Se il titolo mi ha attratta, l’incipit mi ha convinta: “Lโ€™ultima volta che sono tornata a casa ho perso un braccio, il sinistro. E ho perso circa un anno di vita e molto del benessere e della tranquillitร  a cui non avevo dato alcun valore fino a quel momento”.

Oreo, di Fran Ross, trad. Silvia Manzio, BigSur

La prima cosa che si legge aprendo questo libro, subito dopo il titolo, รจ:

Definizione di Oreo: persona nera fuori e bianca dentro
Oreo, ce nโ€™est pas moi. โ€” Fran D. Ross
Una storia verosimile. โ€” Flaubert
Burp!* โ€” Wittgenstein
Le epigrafi non hanno mai niente a che vedere con il libro

*Ogni singola parola di questo straordinario filosofo merita di essere ripetuta. [n.d.r.]

Come poteva non conquistarmi? Yiddish, inglese afro-americano vernacolare e tanta scrittura da stand-up comedy: scorre leggero e ingaggia il cervello allo stesso tempo.

S.T.A.R. (Azione Travestite di Strada Rivoluzionarie), di Sylvia Rivera e Marsha P. Johnson, AA.VV., traduzione e curatela di Clark Pignedoli, bidodici e Ludovico V. Virtรน, Edizioni Minoritarie

Fanzine di “Sopravvivenza, rivolta e lotta queer antagonista”. I moti di Stone Wall raccontati da chi li ha vissuti in prima persona, piรน altri scritti, interviste, contributi. Ordinando la versione cartacea supportate questo neonato e interessantissimo progetto editoriale.

I Want to Be Where the Normal People Are, di Rachel Bloom, Grand Central Publishing

Non (ancora) disponibile nella versione italiana, รจ un libro che si aggira tra l’autofiction, il memoir e una serie di altre incursioni nella vita dell’autrice, comprese diverse poesie e mappe di alcuni parchi divertimenti. Non l’ho ancora iniziato, ma spero di trovarci tutto l’umorismo profondissimo della serie Crazy Ex-Girlfriend (di cui Bloom รจ autrice e interprete), una tra le narrazioni piรน intelligenti, dolorose e divertenti in cui sia mai incappata.

Il remix della bellezza al Gucci Fest

di Claudia Vanti

In questo strano periodo pandemico รจ difficile trovare argomenti che scuotano anche solo superficialmente il mondo di chi pensa e produce vestiti o di chi ne scrive, ne parla e li guarda per curiositร .
La sensazione piรน diffusa, anche fra i molti addetti che pure continuano a lavorare con difficoltร  aumentate da necessitร  di distanziamenti e tempistiche incerte, รจ che parlare di moda con unโ€™emergenza sanitaria in corso sia โ€œfuori luogoโ€, come se si dovesse scontare un atavico stigma per colpevole frivolezza.
Le cose sono in realtร  un poโ€™ piรน complicate, e non solo per la ricaduta economica negativa, ma anche perchรฉ proprio in questi mesi nei quali le varie forme di racconto, dalla (ri)lettura di classici nella fase piรน acuta del lockdown alla fruizione quotidiana e diffusa dei servizi di streaming in abbonamento, anche la moda puรฒ inserirsi come generatrice di contenuti narrativi.
Lo storytelling rivolto al marketing di un prodotto o di un brand รจ una pratica comune, ma lโ€™atto del raccontare sta alla base dellโ€™ispirazione dei grandi sarti giร  un secolo fa, attraverso suggestioni artistiche, esotiche, e esperienze personali. Il tutto finalizzato a creare un mondo di riferimenti e rimandi estetici che catturasse lโ€™attenzione delle clienti.
Decennio dopo decennio, i racconti sotto forma di capi da indossare si sono moltiplicati e differenziati, trovando un ulteriore sbocco narrativo alla fine del secolo scorso, con lโ€™affermarsi di quella forma espressiva specifica che รจ โ€œla sfilata spettacoloโ€, rappresentazione ibrida a metร  fra l’esigenza creativa e quella commerciale, oltre che formidabile strumento di comunicazione.
A partire da una grammatica estremamente semplice (una camminata in uno spazio piรน o meno circoscritto) negli anni si รจ evoluto lโ€™insieme dei fattori di contorno โ€“ concept, scenografie, musica – arrivando di fatto a mettere in scena qualcosa di molto simile alla performance teatrale.
Oggi lo stop a molti eventi in presenza ha ridotto le occasioni di incontro e questo ci sta facendo provare nostalgia anche per lโ€™ulteriore forma di narrazione che si crea attorno a questi show, compresi gli inevitabili ritardi, le location scomode, irraggiungibili, e la folla – essa stessa un racconto – in sala, backstage o in attesa sul marciapiede.

Evidentemente il fascino dello show, dellโ€™uscita in passerella delle modelle, il sentimento di aspettativa e di attesa fremente che si crea, enfatizzato dalla scenografia, dalla musica, e dal rituale un poโ€™ isterico messo in atto dalla popolazione degli addetti ai lavori, espressione di un mondo sostanzialmente autoreferenziale che trasforma la drammaturgia in liturgia e che, anche attraverso le ovvie punte di colore, alimenta il mito, ebbene, tutti questi fattori, insieme alla โ€œmateria primaโ€, gli abiti, i colori, le stampe, creano una vera e propria forma di spettacolo e un veicolo di comunicazione che resiste malgrado la reiterazione di un copione fin troppo rodato.
Ma i tempi e la necessitร  di scrollarsi di dosso un format che ci accompagna da tempo impongono dei mutamenti, e Gucci, attraverso il suo direttore artistico, Alessandro Michele, si intesta questo vero o presunto cambiamento con una miniserie diretta da Gus Van Sant e interpretata principalmente da Silvia Calderoni โ€“ attrice e performer attiva principalmente nella scena teatrale contemporanea e di ricerca โ€“ miniserie intitolata Ouverture of something that never ended e diffusa in streaming dal 16 al 22 novembre scorsi sotto la denominazione di GucciFest.

Nello svolgersi degli episodi della serie di Gucci vediamo Silvia (una Silvia che รจ tanto Silvia Calderoni stessa che un personaggio fictional che si muove allโ€™interno di luoghi e situazioni di fantasia) a casa, mentre sceglie vestiti e ascolta lo scrittore e filosofo Paul B. Preciado (una voce di riferimento per gli studi di genere, identitร  e teoria queer). Preciado parla di un tempo nel quale โ€œi mostri stanno prendendo la parolaโ€ ma la rivoluzione sarร  fatta da โ€œdissidenti del regime del sessoโ€ e incontra artisti e musicisti come Billie Eilish. Nel frattempo, Harry Styles chiacchiera al telefono con un Achille Bonito Oliva che, allโ€™ufficio postale, pensa che โ€œviviamo in unโ€™epoca un poโ€™ nervosa, fatta di conflitti, di confronti, ma anche di coesistenza di differenze [โ€ฆ] E questo nellโ€™ambito della cultura lo si puรฒ vedere nei vari campiโ€ฆ Seppure restano le differenze, lโ€™arte, la musica, il teatro, il cinema sono campi che conosci in cui lโ€™atto creativo diventa centraleโ€.
In seguito Silvia visita un vintage shop con Florence Welch e cammina di notte o va in scooter per le vie di Roma per ritrovarsi poi, nellโ€™ultimo episodio della serie, in teatro, chiudendo il cerchio in un luogo tanto significativo per lei e nel quale nascono molte delle suggestioni estetiche di Alessandro Michele.

Questa modalitร  di presentazione della collezione P/E 2021 ha catalizzato lโ€™attenzione e animato i discorsi di un settore in cerca di nuove identitร : solo un modo per Michele di esprimere il suo istinto pantagruelico nel raccogliere e rivisitare input, citando e mescolando riferimenti discordanti, un remix prevedibile di elementi giร  visti, rinfrescati dalla firma di Van Sant e dalla presenza di unโ€™attrice di talento come Silvia Calderoni? Oppure una forma di comunicazione che apre a esperimenti e ulteriori ibridi?
Le opinioni captate fra chi lavora a stretto con gli abiti non hanno concesso molto allโ€™operazione di Michele, fra le righe e fra i commenti si รจ avvertito un entusiasmo eufemisticamente contenuto, se non un palese scetticismo sulle intenzioni (โ€œpuro marketing a mascherare il vuotoโ€).
Cinismo smaliziato di un ambiente concentrato su se stesso (come spesso accade nei milieu creativi) che perรฒ โ€“ spezzando una lancia โ€“ รจ continuamente bombardato da una miriade di suggestioni creative e culturali, immagini e immaginari in tutte le forme e che semplicemente non puรฒ o non vuole piรน stupirsi.

Qualcosa di diverso succede invece quando un argomento legato alla moda esce dal proprio microcosmo e diventa parte di una conversazione, crea domande o si traduce in una citazione che rivela qualcosa di chi ne parla: preferenze estetiche, certo, ma anche un sistema valoriale che si fonda su un immaginario prettamente visivo.
Perchรฉ a parte la fruizione diretta e materiale del prodotto moda, c’รจ evidentemente qualcosa di piรน, ed รจ una fruizione di tipo culturale, il contributo alla costruzione di un patrimonio condiviso di immagini ed elementi che si traducono in identitร  culturale, generazionale, sociale e politica.

Ed รจ qua che si inserisce una diversa chiave di lettura della miniserie diretta da Van Sant, come รจ accaduto per altre analoghe incursioni di Alessandro Michele e di Gucci in ambiti di confronto/scontro contemporaneo, sui canoni di bellezza, sulla legittimazione dellโ€™eterodossia in tutti i campi, estetici e culturali, con la ormai consolidata contaminazione fra โ€œaltoโ€ e โ€œbassoโ€ costantemente rimodulata a innescare nuovi spunti di discussione e interminabili flame fra fans e haters sui social network.
Come dimenticare nei mesi scorsi le โ€œpolemicheโ€ (in realtร  soltanto banale e vieto body shaming) sulla modella Armine Harutyunyan? Dopo anni passati criticare modelle troppo magre, troppo belle, troppo lontane dalle donne comuni, sono arrivati modelli estetici (e modelle, appunto) diversi, e paradossalmente (o no, visto il livellamento al basso del discorso sociale e culturale contemporaneo) le critiche sono aumentate in maniera esponenziale rivelando un generale appiattimento e unโ€™adesione convinta a canoni di bellezza che definire mainstream รจ generoso.
Se gli addetti ai lavori sanno che stilisti e fotografi sono spesso affascinati da corpi e soprattutto visi straordinari (nel senso letterale del termine) e ricordano il successo di alcune icone come Rossy De Palma come testimonial per Jean Paul Gaultier, le sopracciglia marcate e il naso lungo di Armine hanno per contro scatenato gli haters e contemporaneamente sollevato una questione importante.

La scelta di Silvia Calderoni, quindi (al di lร  della condivisione di passioni artistiche e teatrali con Michele) non รจ neutra, lโ€™attrice che ha portato in scena MDLSX con la compagnia indipendente Motus (e la sua protagonista con unโ€™identitร  fluida come nel romanzo Middlesex di Eugenides a cui la piรจce รจ ispirata) anche nella serie per Gucci ridefinisce lโ€™idea di corpo, la sua estetica, unโ€™identitร  che si rivela o si trasforma (“siamo tutti in transizione, stiamo tutti scoprendo cos’รจ questa umanitร , siamo tutti dissidenti senza bombe perchรฉ pensiamo in modo autonomo”, dice Michele), partendo dallโ€™esterioritร  per arrivare a (ri)costruire o (ri)velare lโ€™interioritร : Silvia indossa abiti, si cambia, si diversifica e rappresenta l’inafferrabilitร  dell’identitร ,

Il genere รจ un argomento che apre alla transizione, alla mutazione e alla permeabilitร  dell’abito/habitus, che forse da solo non puรฒ fare il monaco, ma giร  nel significato dal latino โ€œรจ dunque un โ€˜modo (di essere) che si ha, una disposizione ad agire in un determinato modoโ€ (dall’ Enciclopedia Treccani).
Cosa ci racconta dunque questa manciata di โ€œepisodiโ€ pensati per comunicare tanto una prossima collezione di abiti che una visione estetica?
Ci parla di interdipendenza fra le arti, assenza di barriere fra i vari ambiti creativi (e fin qui siamo in un terreno giร  esplorato, e ricordato da Achille Bonito Oliva), mentre la โ€œlegittimazioneโ€ del vintage – unico approccio allโ€™abbigliamento realmente sostenibile – da parte di un luxury brand che produce e continuerร  a produrre tonnellate di nuova merce รจ contraddittoria (e tutto nella moda lo รจ, non รจ compito suo dirimere questioni epocali) ma funzionale, diretta e non riconducibile a una fumosa coscienza ambientale che puรฒ essere tutto e il suo contrario.

Assistendo perรฒ a una conversazione fra Silvia Calderoni, la professoressa Laura Gemini e alcuni studenti dellโ€™universitร  di Urbino ho capito che lโ€™aspetto che ha catturato maggiormente lโ€™attenzione di questo piccolo campione di generazione Z รจ proprio quello del superamento dei modelli estetici tradizionali e della proposta di una bellezza gender fluid.
Tutte questioni che la moda macina โ€“ e metabolizza โ€“ da un poโ€™, forse depotenziandole, con il rischio di rendere tutto omogeneo in una generica estetica del mix and match dove valga tutto e niente importi.
Il punto di vista degli addetti ai lavori โ€“ smaliziati, annoiati, assuefatti a un continuo reinventarsi di stili – รจ tuttavia molto distante dalla percezione dei non addetti, e ancora di piรน da quella di giovanissimi spesso abbastanza refrattari alle suggestioni del glamour e della moda, perciรฒ lโ€™attenzione al medium/messaggio del Gucci Fest non era scontato.

Il superamento degli stereotipi estetici e dei modelli รจ una questione molto sfaccettata, ma necessaria e urgente soprattutto per le generazioni piรน giovani, che con meno prevenzioni sono capaci di cogliere al volo quanto di utile allo scavalcamento di vecchi modelli, in un video di Gucci o altrove, tralasciando magari quanto fa storcere il naso ai fashion addict (โ€œquesto lโ€™ho giร  visto tre stagioni faโ€) o la considerazione che anche di marketing si tratta: vince la consapevolezza che รจ impossibile mantenere un atteggiamento โ€œpuroโ€, che la moda vive se i vestiti si vendono, che una proposta estetica non puรฒ rappresentare in assoluto la molteplicitร  di tutti i tipi fisici, che una fotografia scattata a una persona ne โ€œescludeโ€ almeno momentaneamente unโ€™altra (troppo facile ricondurre Silvia Calderoni alla definizione di caucasica filiforme molto cara al fashion system. E, beโ€™, รจ anche bionda).
La comunicazione di unโ€™idea o di unโ€™immagine non รจ mai scevra di conseguenze, soprattutto se si riesce a uscire dal proprio recinto di consuetudini e convinzioni.

Libri (Quasi) Non Letti #7

Ci sono libri che leggiamo e rileggiamo, di cui citiamo passi a memoria, che ci hanno cambiato la vita o solo una giornata. E poi ci sono libri su cui abbiamo altri programmi, che ci fanno compagnia da anni, fedeli in attesa, quelli interrotti o dimenticati, altri che appaiono inaspettati e sembrano inseguirci o solo chiamarci, libri che in qualche modo fanno giร  parte di noi. Come il Lettore di โ€œSe una notte dโ€™inverno un viaggiatoreโ€, editori, scrittori, illustratori e librai raccontano i loro libri non letti.

Risponde Salvatore D’Alessio, libraio.

  • Libri che puoi fare a meno di leggere.

Tutti quelli con gli strilli imbarazzanti stampati sulle fascette giallo fluo e con le copertine fatte in serie sulla carta lucida con i bolloni del prezzo che non si staccheranno mai piรน!

  • Libri fatti per altri usi che la lettura.

I libroni di arte e fotografia, sono parte del mio salotto, arredano e alcuni li uso anche come alzavaso per le piante, giuro che sto attendo a non bagnarli, spesso qualcuno ha storto il naso ma un libraio non attenterebbe mai alla salute di un libro.

  • Libri che tutti hanno letto dunque รจ quasi come se li avessi letti anche tu o Libri che hai sempre fatto finta di averli letti mentre sarebbe ora ti decidessi a leggerli davvero.

Non ho bluffato quasi mai per paura di essere sgamato, credo sia una delle piรน grandi fobie dei librai, e anche il motivo per cui parlo e consiglio solo ed esclusivamente libri che ho letto dalla prima all’ultima pagina, sul resto taccio o faccio coming out di non lettura, rimando alle recensioni o alle impressioni ricevute dagli altri. Solo Una vita come tante di Hanya Yanagihara ho consigliato senza averlo mai letto tutto, l’ho iniziato e abbandonato piรน volte per paura di farmi male, e dai feedback degli altri รจ un po’ come se lo avessi completato davvero, credevo il lockdown sarebbe stato il momento giusto per finirlo e invece no, ancora bloccato, non era il momento giusto, non ancora almeno.

  • Libri che se tu avessi piรน vite da vivere certamente anche questi li leggeresti volentieri ma purtroppo i giorni che hai da vivere sono quelli che sono.

Tutti quelli lasciati il salotto sullo scaffale dei libri di scorta: gli acquisti d’impulso, le prime edizioni trovate sui banchi dell’usato, tanti autori stranieri che vorrei leggere che poi finiscono sempre in seconda battuta sorpassati dagli autori italiani da presentare in libreria, nei festival o nei progetti lettura con le scuole.

  • Libri che hai intenzione di leggere ma prima ne dovresti leggere degli altri.

Tutti i libri di Tiffany McDaniel, nel famoso scaffale dei “prima o poi arriverร  il vostro turno”, di fianco a Yanagihara.

  • Libri troppo cari che potresti aspettare a comprarli quando saranno rivenduti a metร  prezzo.

Questi no, mi mancano, la fortuna dello sconto libraio…

  • Libri che da tanto tempo hai in programma di leggere o Libri che potresti mettere da parte per leggerli magari questa estate.

Da recuperare il sequel di Shantaram che ho amato moltissimo รจ che stato uno dei libri della mia vita, anche uno dei piรน consigliati di sempre, e che riscuote sempre reazioni entusiaste, nonostante le mille e passa pagine.

  • Libri che da anni cercavi senza trovarli.

Tutti i testi di Mario Mieli che con l’attenzione crescente sulle tematiche di genere, per fortuna sono tornati disponibili.

  • Libri che riguardano qualcosa di cui ti occupi in questo momento o Libri che vuoi avere per tenerli a portata di mano in ogni evenienza.

Dizionario affettivo della lingua italiana curato da Matteo B. Bianchi ed edito da Fandango, il mio oracolo, sempre fuori dagli scaffali, e in giro in salotto in mezzo ai cuscini, su quello non ci poggio mai le piante sopra perรฒ.

  • Libri che ti mancano per affiancarli ad altri libri nel tuo scaffale.

Sicuramente quelli degli autori stranieri che ho amato e che non sono stati ancora tradotti, aspetto con molta impazienza le traduzioni di Ocean Vuong che ancora non sono arrivate in Italia, un autore che ho amato moltissimo con Brevemente risplendiamo sulla terra e con Cielo notturno con fori d’uscita.

  • Libri che ti ispirano una curiositร  improvvisa, frenetica e non chiaramente giustificabile.

Tantissimi albi illustrati per bambini, pur non avendo bambini in casa, le uniche cose che a volte riesco a leggere in libreria, magari in pausa pranzo.

  • Libri letti tanto tempo fa che sarebbe ora di rileggerli.

La diceria dell’untore di Bufalino perchรฉ mi ricorda qualcosa che in modo diverso stiamo vivendo oggi, un libro che ho letto quando andavo ancora a scuola e che mi ha trasmesso la passione per le parole.

Salvatore D’Alessio, libraio presso la Ubik di Foggia e direttore artistico di Leggo Quindi Sono, festival itinerante e premio letterario dell’editoria indipendente che coinvolge le scuole e i gruppi di lettura della provincia di Foggia e di diverse cittร  italiane. Collabora con riviste e blog letterari.

Non prenderla come una critica – Come ho inventato l’Italia di Fabrizio Corona

di Luigi Loi

Fabrizio Corona รจ nato da una sintesi tra Emilio Fede e Costantino Vitagliano: ci dice che il problema del mondo non รจ estetico, ma economico, altrimenti, nessuno vorrebbe essere ricco a tutti i costi. Corona incarna tutti gli stereotipi del berlusconismo. A guardarlo da Milano Due appare giovanile, spregiudicato, sicuro di sรฉ. Veste bene, รจ atletico, ha le belle donne, รจ ricco, ha pure una certa abbronzatura culturale, cioรจ รจ figlio di un giornalista, usa correttamente i congiuntivi, non รจ “saputo” nรฉ scolastico. Insomma, ha lo stretto necessario per piacere a quellโ€™Italia che la legittimazione culturale non lโ€™ha mai avuta.

Invece, dal palco del Primo Maggio appare trash, arrivista, megalomane. รˆ un cafone arricchito da una ricchezza sospetta, sfrutta le donne, รจ un vizioso, รจ un parvenu. Insomma, รจ trasversale, ma รจ un prodotto datato. Un rotocalco quando ormai le edicole chiudono. Un format televisivo in mezzo ai servizi di streaming in abbonamento, che fa lโ€™effetto straniante di quella battuta di Valerio Lundini: a che ora va in onda Suburra? E si potrebbe finire cosรฌ con lโ€™ultimo libro di Corona. Se non fosse che Come ho inventato lโ€™Italia รจ inquadrabile in una categoria merceologica molto precisa:

Il personaggio televisivo che scrive [โ€ฆ] funziona innanzitutto perchรฉ non lascia mai solo il libro che ha scritto โ€“ la sua semplice presenza mediatica regala allโ€™opera una rete di relazioni e implicazioni e connessioni (quelle che il testo, di per sรฉ, non possiede): il racconto non deve contare sui propri soli mezzi per sedurre chi legge, perchรฉ chi legge รจ giร  interessato in partenza a tutto ciรฒ che circonda il racconto. Gianluigi Simonetti, La letteratura circostante (pag. 356)

Una pratica editoriale molto diffusa, come si nota sempre dalla bibliografia di Simonetti: La confessione, Enzo Ghinazzi (Pupo n.d.r.); Da qui non se ne va nessuno, Alba Parietti; Neanche con un Morso allโ€™orecchio, Flavio Insinna; Non smettere di trasmettere, Claudio Baglioni. Si potrebbe continuare allโ€™infinito. E non ci sarebbe nulla di male. Quando gli editori smetteranno di pubblicare i libri di Joyce Carol Oates sarร  perchรฉ non avranno piรน i soldi delle vendite di Claudio Baglioni e di Giulia De Lellis. Ma stavolta non si chiuderร  in sociologia: per considerarlo un prodotto estetico a tutti gli effetti andranno annotati pregi e difetti di questo libro.

Il Diavolo allโ€™acqua pazza

I libri di Fabrizio Corona in genere hanno degli incipit molto accattivanti. Anche Come ho inventato l’Italia non delude:

Innanzitutto, io sono Dio. Tu che leggi, alza la testa dalla pagina. Vicino a te cโ€™รจ una finestra? Che piano รจ, il terzo? Il quinto? Bene: se io mi buttassi di sotto non mi succederebbe nulla. Tu non farlo, tu sei mortale.

La trovata prima diverte, poi annoia perchรฉ allungata su tutta la durata dellโ€™opera. Piรน che un gioco letterario sembra diventare unโ€™ammissione psicopatologica. Ma tantโ€™รจ, se cโ€™รจ Dio cโ€™รจ pure la sua negazione logica: il Diavolo, e Corona ne possiede tutte le insegne.

Quando mi lasciai con Belรฉn piรน che Dio ero Satana. Fuori tutte le notti, svegli venti ore su ventiquattro. Io a scopare in auto, sui sedili posteriori, senza nessun divisore in plexiglass o in vetro [โ€ฆ] un pomeriggio scopavo Jelena Ristic lร  dietro, Cannuccia si ferma a una stazione di servizio, fa il pieno. Non aveva una lira in tasca ma non si azzardava a interrompermi per chiedermi i soldi. Scende a pulire il parabrezza, con una lentezza esasperante, per darmi il tempo. La macchina vibrava e ballava.

Ho deciso di aggiornare la figura di Robin Hood: rubare ai ricchi, per dare a me stesso. In loro non vedevo piรน persone, ma cumuli di soldi ambulanti. Robin Bad. Entrare nel sistema dalla porta principale, moltiplicarmi come un virus, farlo marcire dallโ€™interno. Dopotutto, mio padre aveva combattuto Berlusconi e ne era uscito a pezzi. Ho fatto calare su Milano le tenebre […] una puzza di amante, un sentore di scappatella, e giร  pregustavo il bonifico da qualche decina di migliaia di euro per il servizio che avrei venduto.

Volete sapere con che espressione mi sono fatto portare via durante quel mio primo arresto, il 13 marzo 2007? Ero gasato, come uno sceneggiatore che capisce come dare una svolta alla trama. Non ci credete? Aspettate, chiamo Nina. โ€œNina, di che umore ero quando mi hanno arrestato?โ€, โ€œGonfio come un uovo di Pasqua. Perchรฉ sei un criminale.โ€ Con la sua erre moscia, criminale suona ancora piรน divertente.

Oltre al compiacimento tipico del repertorio di un rapper alla Guรฉ Pequeno, al lettore rimane poco: non le Bentley, non le ambientazioni e nemmeno le Gucci. Cโ€™รจ soltanto tanta voglia di scandalizzare. Ma รจ un pio desiderio che evidentemente nasce da un fraintendimento, visto che oggi in libreria tutto รจ permesso (siamo molto lontani dai processi per oscenitร  a Pier Vittorio Tondelli e Aldo Busi). Lโ€™unico habitat dove non รจ ancora tutto permesso รจ la televisione col suo pubblico perbenista: il capolavoro di Corona รจ di aver convinto i telespettatori che egli esiste.

Un finto G

Come ho inventato lโ€™Italia รจ tecnicamente una biografia romanzata. Esibisce il vissuto dellโ€™autore come caso sensazionalistico. E in effetti assieme al vissuto di Corona cโ€™รจ la cronaca, anche spicciola, di un certo demi-monde con i suoi nomi passati di moda. Cโ€™รจ il racconto dellโ€™ascesa di Lele Mora nei primi anni Duemila, lโ€™incontro con la modella Nina Moric, lo scandalo Vallettopoli nel 2007, il carcere, etc. etc.

Quella di Corona รจ una vita a suo modo eccezionale, ma unโ€™occasione letteraria sprecata. Per esempio gli episodi carcerari non hanno la crudezza e la soliditร  di Edward Bunker, nรฉ la struggente carica erotica di Jean Genet. I racconti della prigionia di Corona sono soltanto un repertorio di bravate:

Riesco a farmi portare in carcere una Kodak usa e getta. Con un taglierino, scavo due buchi, piano A e piano B: uno nel fascicolo degli atti processuali, un altro nella suola delle mie Nike Air. Alla fine scelgo la seconda opzione: portarla in giro nel mio stesso corpo, sotto il naso delle guardie, mi dร  un brivido di onnipotenza.

Allโ€™epoca in carcere si poteva ancora bere birra. E io la bevetti tutta la notte, fino a stordirmi. Mi sveglio piรน cattivo di prima. Cattivo significa con un progetto cattivo. Altrimenti non sei cattivo, sei coglione.

I muri delle celle sono riempiti con i calendari di quelle stesse vallette con cui io ho riempito le pagine delle riviste. La piรน gettonata รจ Ana Laura Ribas, ma vanno forte anche Francesca Lodo e Loredana Lecciso. Quando non ci si svaga con la masturbazione ci si svaga giocando a calcio sul cemento. Cinque contro cinque, le porte disegnate con la vernice sul muro.

Piรน che problematizzare lโ€™esperienza carceraria, lโ€™autore sembra impegnato nel consueto personal branding. Non cโ€™รจ rovesciamento, nรฉ eversione, ma solo il punto di vista di un uomo bianco, borghese e benestante. Una tipologia umana giร  ampiamente fotografata, anche da Guรฉ Pequeno, in rima, con lโ€™antonomasia: un finto g come Corona

Le pentole

Anche il padre dellโ€™autore, come quello di Guรฉ Pequeno (sempre lui), era un giornalista. La comunanza lessicale e tematica col rapper milanese si presterebbe a una lettura psicoanalitica. Ma non divaghiamo, perchรฉ รจ proprio dai frammenti che Corona dedica al padre Vittorio che riusciamo a intuire una crepa nella corazza del personaggio:

Prendo quindicimila euro in contanti, la mia Bentley, carico un operatore e Gabriele Parpiglia, che al tempo lavorava come giornalista per Star+Tv, settimanale Mondadori di cui era appena diventato direttore mio padre, malato di cancro, gonfiato dal cortisone, calvo per la chemio. In quei giorni papร  mi aveva chiamato a casa sua. โ€œCome ti sembro?โ€ Appoggiata sulla testa, aveva una massa di capelli corvini, troppo lucidi. โ€œTi sta bene, papร ,โ€ gli ho detto, e poi ho finto di allacciarmi la scarpa perchรฉ mi veniva da piangere, mi ripetevo quel nome che ora suonava come una beffa: โ€œVittorioโ€ฆ Vittorioโ€.

Come scritto da Simonetti ยซil ricordo commosso di uno o piรน genitori รจ una specifica costante di queste scritture alla ricerca disperata di genealogia e radiciยป. Ma anche qui, piรน che radici, per Corona รจ una questione di esistere senza contesto, senza padri e senza debiti col passato, da vera divinitร :

Cosรฌ mi sono costruito un padre dalla schiena dritta, forte, moro, i ricci scolpiti, in giacca e cravatta. Distante, come tutto ciรฒ che riusciamo ad ammirare. Si chiamava Vittorio, un nome che per me aveva il suono di una promessa.

Mi sono fabbricato una madre dalla frangia bionda e dagli occhi severi, di una tristezza antica, il naso greco, una madre che mi ama dolorosamente. Ma le ho dato un nome rassicurante: Gabriella. Lโ€™ho immaginata come una Madonna che salva suo figlio, un Cristo inchiodato alla croce del proprio narcisismo. Non ci credete? Ora la chiamo: โ€œPronto, mamma, da dove nasce il tuo attaccamento morboso nei miei confronti?โ€ โ€œMa quando mai? Tu sei pazzo.โ€

I coperchi

Lo stile medio e composto, ma sincopato da frasi corte, spesso anche nominali, non salva un libro che alla lunga รจ banale per la sua immoralitร  cosรฌ conformista. Questo nonostante la freschezza dialogica delle telefonate trascritte nel testo, veri e propri sipari in una narrazione costipata e fredda. Non turbano i continui dialoghi legati al denaro (โ€œQuanto costa?โ€, โ€œCinquantamila โ€– โ€œChe foto! Ma quanto vuoi?โ€, โ€œDiecimila euro?โ€ โ€– โ€œVa bene, te le prendo โ€– Arrivato lร , gli do 1500 euro per unโ€™intervista scritta e per una video โ€– Estraggo la mazzetta dalla tasca interna della giacca, conto. โ€œQuesti sono diecimila,โ€ dico โ€– โ€œQuanto vuoi?โ€, โ€œCinquantamilaโ€). Dialoghi monetari che esasperati e ripuliti dallo scenario meneghino sarebbero stati surreali, rabelaisiani. Si puรฒ prendere seriamente qualcuno che esclama ยซestraggo il portafoglioยป come parlasse di una pistola? Evidentemente no. Il dolore esistenziale trasformato in spettacolo in questo libro non ha nulla di davvero originale. Corona sembra confermare un sospetto: ha giร  raggiunto il suo picco espressivo nel 2018, quando in tv disse a Giampiero Mughini ยซsei un pagliaccio, ti compro e ti metto nel giardino a scrivere libriยป.

La divertentissima parodia che non vedremo mai: โ€œUtopiaโ€ di Gillian Flynn

Quando Utopia di Dennis Kelly fece la sua comparsa sugli schermi era il 2013. Era un tempo in cui Game of Thrones aveva giร  animato eserciti di fan che viaggiavano in Nord Europa solo per andare a visitare la barriera. Piรน indietro negli anni, nel 1979, Jean Francois Lyotard parlava di grands rรฉcits e petit rรฉcits, e non sapeva nรฉ poteva immaginare che la sua analisi della โ€œcondizioneโ€ postmoderna sarebbe stata applicata, in futuro, anche alle serie TV. Da me.ย 

Ecco, mi piace pensare che la fine di Game of Thrones abbia creato quel genere di spartiacque che Lyotard intercetta tra modernismo e postmodernismo, tra grandi narrazioni e grandi ideologie, e piccole narrazioni, destabilizzanti, parodiche, ripetitive e, tuttavia, fortemente innovative. Non รจ un giudizio di valore sulle serie pre e post GoT il mio (se ci fosse bisogno di specificarlo, sono unโ€™amante della letteratura postmoderna), รจ solo una constatazione curiosa. 

Era il 2013, dicevo, e scegliere una serie da vedere era questione di poco, non cโ€™era bisogno di ore di scrolling su Netflix, bastava che la persona giusta al momento giusto ti dicesse โ€œGuarda questa!โ€ e ti andava bene nove volte su dieci. Con Utopia fu cosรฌ. Serie britannica fenomenale, arrivรฒ allโ€™improvviso in un panorama seriale completamente diverso da quello contemporaneo, si fissรฒ nellโ€™immaginario di noi fan come la serie di culto da cui non ci saremo mai piรน ripresi, e trovare altre persone che lโ€™avessero vista significava, fino a pochi mesi fa, stabilire unโ€™affinitร  elettiva. Nel 2014 la serie veniva troncata con una parvenza di finale, vagamente aperto, ma comunque funzionante, sulla promessa di un mondo che cambiava e che non avremmo visto sullo schermo. Qualche mese dopo la cancellazione, HBO annunciรฒ lโ€™intenzione di riportare la serie alla luce mettendola in mano a David Fincher e Gillian Flynn, appena reduce dal successo di Gone Girl, ma il progetto sfumรฒ, per poi essere ripescato nel 2018 da Amazon Prime Video, che lo lascia in mano a Flynn. Ed รจ di questo progetto venuto alla luce nel novembre del 2020 che si parla qui. 

Oggi lโ€™hanno vista in tanti, la serie originale, recuperandola, e se cโ€™รจ un valore assoluto del reboot di Amazon che possiamo stabilire subito รจ di sicuro quello di aver fatto scoprire questa perla a chi ne ignorava lโ€™esistenza.

Il reboot di una serie perfetta 

Perchรฉ rifare qualcosa di perfetto? Ce lo chiediamo sempre quando si tratta di reboot. La mia risposta รจ piรน o meno sempre una variazione sul tema della seguente affermazione: il reboot รจ una dichiarazione dโ€™amore. La possibilitร  di prendere una storia e darle nuova forma, ricontestualizzarla, riscriverne le parti, o il tutto, mantenendo intatti gli elementi connotativi fondamentali, implica in primo luogo un grande amore per quella storia. Anche nei casi in cui la si stravolge – lโ€™amore รจ talvolta distruttivo, e sempre rigenerativo. In questo caso, inoltre, cโ€™รจ nel progetto di Amazon la promessa di unโ€™espansione della storia oltre i confini di quella cancellazione. Una promessa che chissร  se riusciremo a vedere mantenuta, date le dinamiche di produzione ballerine che spesso falciano serie validissime che perรฒ hanno la colpa di essere viste da pochi. 

Prima di decidere di scriverne, ho visto Utopia due volte. Di norma, la seconda visione di una serie aggiunge sempre qualcosa che alla prima innocente visione ci eravamo persi. In questo caso, perรฒ, non รจ cosรฌ: questa serie รจ di sicuro unโ€™ottima compagnia per un binge watching pomeridiano, ma a una seconda visione attenta saltano allโ€™occhio certi pasticci di scrittura che forse, ho pensato con un vago senso di imbarazzo, avrei preferito non notare, restando nel tepore di un ricordo di intrattenimento gradevole. Si tratta di una serie coinvolgente e stimolante, che perรฒ ha il dramma di un potenziale parodico accennato che resta, imperdonabilmente, inespresso. 

Al centro della storia cโ€™รจ un gruppo di fan di una graphic novel, Dystopia (il titolo del primo fumetto รจ una sorta di chiave di lettura dellโ€™intera serie: la strada per lโ€™utopia che passa dalla distopia) che sembra aver predetto al suo interno alcune delle catastrofi avvenute nel mondo. La cospirazione in cui questi fan credono si rivela reale. Il gruppo di novelli Goonies – Gillian Flynn ha affermato di essersi ispirata al film culto della mia generazione per questo gruppo di nerd – si ritrova a dover combattere contro questa mega organizzazione per โ€œsalvare lโ€™umanitร โ€. A complicare le cose arriva Jessica Hyde, la protagonista del fumetto che si rivela essere โ€œveraโ€, che si unisce alla banda alla ricerca del padre, anche lui vittima del network. Intanto un virus misterioso ha cominciato a uccidere dei bambini, e la promessa di un vaccino diventa lโ€™unica speranza di salvezza.ย 

Lโ€™utopia e lโ€™utilitarismo (apparente) di Kevin Christie

Nella trasposizione della serie da Regno Unito a Stati Uniti bisognava fare i conti non solo con un tempo diverso ma anche con una dimensione istituzionale diversa, per cui tutto ciรฒ che nella serie originale si muoveva nella dimensione della sanitร  pubblica, in questo reboot diventa privato. Nel cast compare quindi John Cusack nei panni del Dr. Kevin Christie, CEO di una potente azienda farmaceutica/biotech che, tra le altre cose, produce vaccini. Il personaggio di Cusack si presenta immediatamente come una sorta di visionario dalle istanze etiche assolute, mosso da un motore utilitarista in direzione del bene comune universale, che perรฒ sembra comunque piegato al solito, trito e ritrito mantenimento dellโ€™individualismo capitalista. โ€œWhat have you done today to earn your place in this crowded world?โ€ (โ€œCosa hai fatto oggi per guadagnarti il tuo posto in questo mondo affollato?โ€), la domanda che Christie rivolge costantemente allโ€™interno e allโ€™esterno. Una domanda che sembra solo un innocente suggerimento del dilemma etico finale (nellโ€™utilizzo dellโ€™aggettivo โ€œaffollatoโ€ come descrittore del mondo) ma che in realtร  suggerisce un sistema di valori performativi e produttivi intrinseco. Il posto nel mondo, che sia affollato o meno, va guadagnato secondo Christie, e infatti la sua comunitร  di bambini trafugati dai paesi piรน poveri รจ immortalata da unโ€™affermazione: noi creiamo bambini โ€œutiliโ€. Lโ€™utilitร  รจ il perno della sua etica, e quindi anche il progetto segreto su cui si muove la cospirazione รจ volto a un obiettivo che sembra quello del bene comune. In realtร , la questione viene chiarita da Christie stesso in unโ€™affermazione inesistente nella serie inglese (spoiler alert da qui alla fine del paragrafo per chi non ha visto nessuna delle due serie). Christie non vuole ridurre la popolazione mondiale per evitare le guerre e le pandemie, lo vuole fare perchรฉ unโ€™aumento ulteriore della popolazione comporterebbe una necessaria redistribuzione delle risorse: โ€œFinchรฉ siamo un miliardo di persone possiamo continuare a fare schifo, comportandoci come ci pare e piaceโ€ dice. La disumana selezione della specie diventa una scelta dettata dalla sottintesa necessitร  gattopardesca di preservare il proprio privilegio.

Toh! Si parla di una cospirazione.

Cโ€™รจ un saggio famosissimo di Richard Hofstadter che รจ quasi obbligatorio da leggere per chiunque studi storia politica statunitense o anche solo per i curiosi di studi americani: “Lo stile paranoico nella politica americana” (n.d.A. testo originale in inglese). Hofstadter scrive riferendosi al maccartismo, ma quello che in effetti fa รจ ricostruire le radici della paranoia e del complotto non solo come strumenti strategici della politica americana, ma come elementi culturalmente affondati nella coscienza collettiva stessa statunitense. Lโ€™idea รจ che la paura, la paranoia, e la sensazione di essere manovrati da qualcosa di โ€œpiรน grandeโ€ abbiano origine nel millenarismo religioso statunitense, da quegli ammonimenti apocalittici che erano la base dei primi testi mai prodotti in America, i primi testi che lโ€™hanno fatta โ€œlโ€™Americaโ€: i sermoni dei puritani. Ciรฒ che รจ in gioco, dice Hofstadter, รจ sempre la lotta tra il bene e il male assoluti, che รจ un poโ€™ quello che vediamo in questa serie. Il nostro gruppo di fanboy del fumetto agisce senza mettere in dubbio le proprie azioni. Se nella serie inglese il gruppo si smontava quasi subito, qui sembra essere coeso e forte nellโ€™andare dritto e avanti tutta (salvo poi lasciarsi gli amici morti a terra senza quasi battere ciglio. Verrebbe da chiedersi quale versione dei Goonies abbia visto Flynn!). 

Dennis Kelly, come lo ha definito la stessa Flynn, โ€œis a world class world builderโ€, รจ un maestro del worldbuilding, e lโ€™impresa di ristabilirne la grandezza, in unโ€™altra epoca, in un altro contesto culturale (UK Vs USA) e in un altro eso-contesto seriale non deve essere sembrata una passeggiata neanche nel 2018 alla stessa Flynn. 

Questo decisamente prima che arrivasse il 2020, e il mondo si trovasse immerso in una pandemia. ย 

La pandemia e la questione del disclaimer

Ecco, se Utopia originale arrivava quasi in anticipo sui tempi allโ€™epoca, il reboot di Amazon รจ sicuramente in ritardo, e poco avrebbero potuto fare una scrittura meno farraginosa e una caratterizzazione dei personaggi piรน profonda per compensare al primo problema serio: la pandemia. 

La serie arriva sullo schermo anticipata da un disclaimer, uno di quegli avvisi che di solito ci aspettiamo di vedere prima di una โ€œstoria veraโ€, ad ammonirci che no, non si tratta di una trasposizione del reale. Il disclaimer qui ci avvisa che i fatti narrati non hanno nulla a che fare con il COVID 19. Perchรฉ questโ€™anno sarebbe potuto essere la trama di un episodio lungo di Black Mirror, uno allโ€™altezza di โ€œOdio Universaleโ€(S04E06), sicuramente fatto meglio di quello a cui stiamo assistendo dai nostri black mirrors, dagli schermi dei nostri device, che con i suoi ospedali al collasso, i morti, le case farmaceutiche nella gara a chi ha il vaccino piรน lungo, i morti (lโ€™ho giร  detto?), i politici imbarazzanti e inattrezzati, ci intrattiene dallo scorso Gennaio. Se ci spostiamo un attimo dal fatto che lโ€™essere umano si abitua e normalizza tutto, ci rendiamo conto che la portata originaria della serie si sgonfia alla luce di un presente di cui la gigantesca proporzione emergenziale risulta ancora, talvolta, inafferrabile. Pessimo tempismo imprevedibile, quello della serie di Flynn, che infatti ha provato a riconfigurare alcuni elementi negli ultimi sei mesi di lavorazione, probabilmente contribuendo a pasticciare una trama che nella serie inglese risultava impeccabile. 

Lโ€™elemento sconvolgente si รจ perso e un pericolo si annida, quello che il disclaimer serve davvero a tentare di contenere: che una serie in cui un virus viene diffuso da una casa farmaceutica per via di un megacomplotto a monte venga interpretata troppo alla lettera, in unโ€™epoca di forte ambiguitร  nei confronti dellโ€™autorevolezza della scienza e di un crescente clima cospirazionista come la nostra. La conta dei morti sale giorno dopo giorno, lโ€™economia รจ in frantumi, nonostante lโ€™ossessione collettiva di non volerne riconfigurare i confini, la salute mentale della maggioranza della popolazione mondiale dovrร  fare i conti con un trauma collettivo che, senza voler essere apocalittici, si propagherร  sulle generazioni future, e il panico e la rabbia sono il nutrimento della disinformazione che, per lo meno negli USA, ha viaggiato su binari altamente istituzionalizzati. Anche le intelligenze piรน solide e razionali spesso si ritrovano a rischio del dubbio innescato dalle stravaganti teorie del complotto (una fra tutte, quella del virus ideato da Bill Gates in modo che possa innestare con il vaccino un microchip nellโ€™umanitร  e monitorare ogni movimento. Eh). Esiste inoltre una reale pressione politica per accelerare l’approvazione di un vaccino, saltando i consueti test di sicurezza contro il parere degli esperti, e c’รจ una diffidenza generale sul fatto che un tale vaccino possa essere considerato attendibile. I negazionisti liquidano la pandemia come una bufala, rifiutandosi di prendere le precauzioni piรน semplici e rendendo molto piรน difficile tenerla sotto controllo. Insomma, qualcuno potrebbe obiettare che forse era il caso di pensarci un attimo prima di rilasciare una storia che ha il potenziale di alimentare un falรฒ collettivo. Il contesto รจ importante, il contesto รจ tutto, ma รจ anche vero che le storie dovrebbero servire a metterci un poโ€™ a disagio, perchรฉ delle storie innocue non ce ne facciamo nulla. Se la guardiamo da un altro punto di vista, proprio per questo momento storico, Utopia รจ unโ€™opportunitร  mancata.

E qui interviene il problema della scrittura. Perchรฉ se Utopia aveva un potenziale era quello di rendere parodica la serie originale, di riscriverla con i toni metanarrativi che solo una riscrittura puรฒ arrivare a spingere oltre i confini della semplice riflessione, diventando ulteriore portatrice di senso, di โ€œluceโ€ (concedetemi la nota poetica). Come ad esempio accade in Daybreak, serie di cui abbiamo parlato lโ€™anno scorso su queste pagine e di cui spero, presto, di vedere la seconda stagione. Raccontiamola pure questa cospirazione, ma abbiamo il coraggio di spingerci oltre, senza necessariamente nasconderla e soffocarla dietro improbabili intrichi di trama, anzi mostrandone gli aspetti deliranti smontati e rimontati, depotenziando il complottismo inserendolo in una narrazione ironica. 

Come si fa? Non lo so. Ma una serie cosรฌ di sicuro lโ€™avrei riletta attentamente, alla seconda visione, molto piรน volentieri.