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Il memoriale

A seguito della nostra call abbiamo ricevuto 106 racconti. Letti, selezionati, editati prima dalla classe di Apnea ’20/’21 poi dalla nostra redazione, ne sono infine stati scelti 13 per la pubblicazione. Questo è il primo, lo ha scritto Francesco Celotto e ha richiesto pochissime correzioni, a cura della redazione.


Un Avvocato di Stato in pensione supplica un Editore non di pubblicare il suo memoriale ma di rispondere a una domanda molto particolare. Le parole sfruttate tutta la vita con maestria per piegare la realtà, dice, gli si sono rivoltate contro: è possibile abbiano vita propria? Con una perfetta resa del linguaggio formale e stiloso del personaggio, l’autore di Il memoriale scrive uno stupefacente racconto surreale in cui le parole prendono il controllo della vita.


di Francesco Celotto


Caro Editore,

Le sarà certo capitato qualche volta di smarrire un’idea, un’efficace soluzione di un’assillante questione appena intravista tra i Suoi pensieri e già dileguata, interrotta bruscamente dallo squillo del telefono, dal suono del citofono o dal brontolio della caffettiera che annuncia il caffè. E poi al ritorno mettersi a scavare tra i propri ricordi in cerca di quell’idea che sembra non aver lasciato traccia, rovistare affannosamente senza alcun indizio possedendo soltanto la consapevolezza di riconoscere, semmai si dovesse ripresentare alla coscienza, l’idea perduta. Si possono spendere anche intere giornate per una simile ricerca, com’è successo a me.

Così alla fine di accurate indagini e meticolose ricerche mi è apparso Lei, nitido nel ricordo di quella sera quando c’incontrammo, Lei nel Suo abito scuro di leggerissimo lino con la cravatta un po’ allentata di lato per offrire a quella signora che stava corteggiando un’immagine un po’ sofferta. Ma si rilassi, non sono un aspirante scrittore che sfrutta ogni possibilità per la pubblicazione, il mio scritto si vede, basta sbirciare, non è un romanzo, né un racconto, e questa missiva è una richiesta di consulenza personale che ho indirizzato alla casa editoriale dove Lei lavora non essendo riuscito a mettermi in contatto in altro modo. Per onestà, quindi, già dovrebbe ricomporre il mio plico e rimetterlo via per leggerlo fuori orario.

Ci conoscemmo una sera di tre anni fa nella villa dei nostri comuni amici, i signori De Blase. Lei mi fu presentato quale critico letterario e, più tardi, realizzai dei Suoi impegni editoriali. Per ricordarmi basterà rievocare la figura di quella donna straordinaria che stava corteggiando, Giulia. Ai miei occhi la sua figura si presenta ancora dai contorni nitidi e precisi: un corpo sinuoso in un abito blu acquamarina che si muove tra lunghi capelli biondi. La bellezza scava solchi profondi nella nostra memoria, talvolta soltanto la sua forza può aiutare i lontani ricordi a riemergere, e se quella bellissima immagine è rimasta nitida anche nella Sua mente e può rievocarla senza grossi sforzi, allora sicuramente si ricorda di me.

Purtroppo i Suoi tentativi d’aggancio, per la verità molto sagaci, si rivelarono tutti infruttuosi, e se non ha ritrovato quella donna tra i Suoi ricordi, probabilmente è avvolta da quello speciale oblio che separa la nostra coscienza dai dolorosi fallimenti. Senza la bellezza di Giulia è impossibile che la mia figura possa assurgere al Suo impeccabile cervello. I miei tratti distintivi sono usuali: di piccola statura, naso adunco, porto la scriminatura a destra.

Ma mi consenta d’insistere con quest’altra sequenza: siamo davanti al buffet, l’orchestrina jazz suona The man I love, Lei sta cercando negli occhi della signora segni d’intesa. Si rivolge a me quando i tentativi d’aggancio risultano vani, e lo fa soltanto per apparire alla signora un po’ impegnato. Mi pone quesiti incomprensibili cui non potrei mai fornire una risposta. In quel momento non le importava niente del fruitore e se la signora si allontanava dal buffet, anche Lei si spostava, cercando altri uditori più vicini alla donna, senza curarsi di abbandonarmi ai Suoi discorsi lasciati in aria. Altre volte fui io ad avvicinarmi, forse inopportunamente, ma cercavo di trattenerLa da eccessive manifestazioni, avendo realizzato le esigue possibilità di riuscita. Ecco potrebbe cercarmi tra i ricordi delle persone indiscrete nonostante, lo ripeto, con la mia indiscrezione tentassi di indurLa a quel necessario distacco per affascinare una donna e a quel minimo di contegno che ci vuole sempre, qualcosa ne so.

Fuori della passione siamo tutti bravi, penserà, ma quando l’ardore ci prende non sappiamo utilizzare una virgola di questi lucidi ragionamenti. Lei, in ardore, non realizzava di certe speciali occhiate che la signora riservava a un bel giovane, che pure le ronzava intorno e, anzi, passandole accanto le sussurrava parole nell’orecchio che dagli occhi di lei sembravano sortire più efficaci convincimenti. E se Lei, pur realizzando quelle intese, contava in quei momenti di vincere sul bel giovane, allora il velo dell’insuccesso che racchiude i Suoi ricordi è troppo fitto, e la speranza che si rammenti di me comincia a diventare folle. Forse la mia figura è stata cancellata per sempre dalla Sua mente.


Ma mi lasci un ultimo tentativo prima di cestinarmi. Provi a cercarmi tra gli zelanti, forse qualche volta, ripensando a quella sera, avrà capito della mia solidarietà. Se non mi ritrova lì è inutile cercare tra i petulanti. A questo punto è meglio cestinare il tutto direttamente poiché ogni interpretazione di ciò che mi accingo a rivelarLe, gravata di questo pregiudizio, uscirebbe distorta e inverosimile. Meglio accartocciare queste ultime frasi e lasciarle al Suo impietoso cestino, abbandonarle alle contorsioni di un inestricabile malloppo. Poiché ha continuato a leggere, Le svelerò in segno di gratitudine e senza inutili dilungamenti ciò che mi spinse quella sera a dedicarLe tutta la mia attenzione.

Se ricorda, quando mi presentarono Lei era un po’ appartato con graziose signore e discorreva di letteratura e dei percorsi della scrittura. Dopo la presentazione riprendendo il Suo parlare si vantava di poter riconoscere in ogni libro i prestiti, i rimaneggiamenti e gli scopiazzamenti da altri testi. Questo per me fu una rivelazione.

I signori De Blase mi presentarono quale Avvocato di Stato, ma tralasciarono di specificare che ero posto in pensione. E sono certo che adesso, vista la parola pensione, si è accorto del memoriale che accompagna questa missiva e mi ha immediatamente collocato con altri comuni pensionati che, assillati dall’esigenza di lasciare testimonianze, scrivono le proprie memorie. Non è così, e per favore non provi a sfogliare il memoriale, non ancora, quelle pagine hanno smarrito il racconto della mia vita e senza le mie indicazioni apparirebbero accozzaglia di parole e segni da cui nemmeno un bravo critico come Lei saprebbe trarne un significato.

No, io praticavo la scrittura soltanto per dormire. Cominciai a scrivere appena qualche mese dopo essermi congedato dal servizio. Successe che lasciato il lavoro e smesso d’essere “soggetto produttivo”, mi prese un senso di vuoto che assorbiva completamente quell’energia vitale che prima mi permetteva di decidere e agire. Al Ministero io ero al servizio delle leggi, non che le facessi, no, di una legge coltivavo soltanto il calce, lì dove risiedono i commi e le clausole. Mi occupavo di quei minuti spazi in cui si contemplano condizioni particolari che possono sfuggire alla norma e indurre al tradimento. Le mie guerre dunque non si svolgevano nel valore delle leggi, ma nelle loro pieghe. Lì soltanto attaccavo e demolivo i miei nemici, in quei piccoli spazi giuridici appoggiavo i miei protettori, esibendo al momento giusto inopinabili cavilli. In quei margini trovavo le mie aspirazioni e lì si è svolta tutta la mia carriera, non nella morale delle leggi. Da me nulla è stato toccato del sommo bene dell’uomo: la legge.

Ma assolta anche la mia anima, il vuoto e il disagio permanevano, non mi sentivo meglio e la remissione dei peccati si rivelava, comunque, un’azione che non centrava il bersaglio. Mi prese allora un’abulia così profonda che a malapena riuscivo a muovermi per sopperire alle immediate esigenze corporali. Rimanevo a letto tutto il giorno in cerca di una causa plausibile che mi facesse rialzare e agire, mi perdevo nell’azione senza speranza né profitto e un giorno, in un momento di immobilità, avvertii lo straziante spegnimento cui mi stavo avviando. A quel punto si affacciò l’unico mezzo per eliminare definitivamente quella sofferenza: il suicidio. Ecco, l’idea del memoriale è sopraggiunta mentre mi accingevo a scrivere la lettera di addio che si usa in un suicidio regolare.

Mi sembrava un’impresa facile per un uomo con un controllo lessicale tale che al Ministero nessun altro poteva vantare. Perfino il discorso che il portaborse preparava per il Ministro passava per le mie mani, e le mie relazioni circolavano tra altri Ministeri quale esempio di lucida ed efficace scrittura. Non una volta i miei scritti sul Diritto di Stato sono finiti sulle pagine di giornali nazionali ed esteri. Nessuno nel mio campo dubitava che quelle cose si potessero scrivere meglio. Nel segno della parola si era svolta tutta la mia carriera, dall’inizio alla fine, e ora sembrava franare davanti a quella ultima lettera di addio.

Della morte e degli addii definitivi non mi ero mai occupato. Nella scrittura di quella lettera ogni periodo che tentavo di scrivere richiamava tante altre immagini degne di nota che si accalcavano nella mia mente disturbando la mia penna. Quando compresi che per dar spazio a tutte le parole importanti della mia vita ci voleva molto più spazio, apparve l’idea di un memoriale. Così accantonai la lettera e rinviai il suicidio alla fine del memoriale.

“Il viso di mia madre aveva una piega al centro del mento, e anche al centro del piccolo naso rivolto all’insù e poi sulla fronte. A volte immaginavo una linea che li congiungesse e dividesse esattamente il suo volto in due parti: mamma buona – mamma cattiva perché quando esprimeva cruccio le due parti si muovevano autonomamente. Aggrottava soltanto un sopracciglio aprendo l’occhio sottostante, lasciando però l’altro occhio e l‘altra parte della faccia nella solita sorniona fisionomia.”

Scrivendo questi primi periodi, avvertii la netta sensazione che la mano procedesse con eccezionale rapidità e destrezza mai vista, senza stancarsi. Era sorprendente come i ricordi si trasformassero disinvoltamente in parole e confluissero sul foglio bianco quasi automaticamente, per conto loro. A quelle condizioni avrei potuto redigere tranquillamente un corposo volume, ma senza ambizioni letterarie ‒ lo ripeto ‒ già la possibilità di riempire quel vuoto ancora presente nella mia vita era un inaspettato successo. L’idea di pubblicare un libro non mi ha mai attratto glielo giuro, e se qualche volta durante la scrittura ho immaginato un fruitore era lettore occasionale, un rigattiere, un raccoglitore di carta o un barbone in cerca di qualcosa da ardere. Nemmeno per un attimo ho desiderato che le mie memorie finissero proprio lì, dove sono adesso, sulla Sua rigorosa scrivania.

La mano, senza preoccupazioni lessicali né responsabilità del testo, acquisì una tale scioltezza che mi abbandonavo completamente ai ricordi, e qualche volta chiudevo anche gli occhi, lasciando che la penna procedesse da sola, senza timori né incertezze. Liberamente. A un certo punto ho creduto di aver sconfitto definitivamente l’inedia, perché la sera, scrivendo, mi rimaneva appena il tempo di spogliarmi e buttarmi a letto placido e sereno. I pensieri di quella piccola gloria che andavo costruendo nel memoriale mi accompagnavano in quel luogo dove la volontà, dilatandosi e disperdendosi in tante piccole fantasie, crea i prodromi del sogno. Al risveglio raccoglievo distrattamente le pagine lasciate alla rinfusa la sera prima, e le infilavo a casaccio in una vecchia cartellina, convinto di non rileggere mai.

Adesso spero di non averLa irritata, caro Editore, se sta pensando che cazzo sto a seguire quest’imbecille nei suoi sproloqui quiescenziali, si trattenga, non mi cestini proprio adesso e mi permetta di stimolarLe la lettura con quel meccanismo da noi ben conosciuto che va sotto il nome di profitto: Le offro l’autorialità di tutto il malloppo in cambio soltanto d’attenzione. Questa volta però, per me, lo ripeto, non deve valutare la qualità della scrittura, lo stile, le imprecisioni linguistiche ecc., no, ma soltanto leggerlo con la Sua indiscutibile competenza e darmi una risposta su ciò che mi è accaduto. Successe che rileggendo per caso ciò che avevo scritto nei mesi precedenti, non ho ritrovato la mia vita gloriosa, ma altri racconti di altre persone mai conosciute, e di luoghi lontani mai visitati.

La perdita della gloria della mia vita esige una ragione che forse soltanto Lei può aiutarmi a costruire. In cambio le cedo ogni diritto d’autore. Dopo la lettura, tutto ciò che ne vorrà fare del memoriale e di questa lunga missiva non m’importa. Tra le pagine troverà (infilata a caso) una dichiarazione in cui rinuncio di diritto in Suo favore. Accetti, mi creda è una storia interessante che comunque potrebbe utilizzare nei Suoi scritti, o può mostrarla nei Suoi salotti letterari quale esempio di cosa possa arrivare a combinare un pensionato con la scrittura. Queste sono le mie offerte, e La invito a dare subito una risposta, accettare l’offerta e proseguire la lettura oppure cestinare tutto. Ci pensi, con calma.


Ecco, se sta leggendo vuol dire che ha accettato il patto e s’impegna a seguirmi fino all’ultima parola. Si dice che Lei abbia sempre onorato gli impegni presi. Non vorrà compromettersi per così poco? Devo confessare che per me è stato un ottimo accordo, sì, proprio adesso che la lettura, purtroppo, dovrà procedere lenta e sofferta essendo costretto a fornirLe un minimo d’indicazioni biografiche, sempre noiose, per orientarLa in questo pasticcioso enigma.

L’esigenza di una rilettura si presentò per caso, per un piccolo incidente. Una sera, mentre inserivo a casaccio i fogli scritti nella cartella, uno di essi mi scappò di mano finendo sul pavimento, tentai di raccattarlo ma mi scivolò dalle mani finendo sotto la scrivania. Mi prese quella specie di ira che ci possiede nella nostra guerra con gli oggetti quando ci sfuggono, si perdono o si dimenticano. Eccolo il mio nemico, feci un giro mi chinai e con un atto repentino cercai di raccogliere il foglio, ma il mio movimento creò un moto d’aria che spinse il foglio ancora più lontano. «TI ODIO», gridai. Allora feci il giro della scrivania e con un colpo fermai il foglio con la scarpa e mi chinai a raccoglierlo. Lo guardai come per vedere in faccia il mio nemico! Sullo scritto appariva netta la sagoma nerastra della scarpa che l’aveva bloccato rendendo difficile la lettura. A quel punto avevo due possibilità, riinserire il foglio sporco nella cartella e andare a dormire o cestinarlo sottraendo al mio memoriale una pagina magari importante della mia vita. Fu qui che per la prima volta sentii il bisogno di rileggere ciò che avevo scritto.

Con mio grande sgomento mi accorsi che da quella pagina uscivano parole che non conoscevo, segni misteriosi che non riuscivo a decifrare. E se tentavo una qualunque interpretazione, uscivano storie arcane, così lontane e diverse dalle mie da farle sembrare addirittura apposte da altri. Furibondo mi avventai sulle altre pagine. Non doveva essere una sistemazione del testo, né una rielaborazione dello stile, ma soltanto una ricerca del fatto. Invece, ma quale fatto! Lei non può immaginare il dolore che provai nel constatare che anche nelle altre pagine il mio pensiero veniva corrotto da parole incomprensibili, ghirigori indecifrabili, scarabocchi, macchie d’inchiostro che stravolgevano il senso delle mie memorie al punto da chiedermi: le ho scritte proprio io queste cose?

Le parole buttate giù velocemente e senza responsabilità non si riconoscevano, trasformate dalle imprecisioni uscivano dalla propria traccia e, congiungendosi con altre fuggitive, conducevano su altre vie. Storie sconosciute che sembravano scritte da altri disturbavano ogni interpretazione dei miei dolci ricordi, della mia gloria. A letto, sulla via del sogno, appariva il sospetto che qualche entità, qualche fenomeno irrazionale, paranormale o che so io, utilizzasse le mie imprecisioni per un suo scopo narrativo, e ciò rinvigoriva la mia volontà anziché indebolirla, e il sonno non veniva più. Allora in piena notte ritornavo furibondo sul redatto, analizzavo i periodi parola per parola e con una lente d’ingrandimento controllavo che i gambi delle vocali, i piedini delle consonanti, gli apostrofi e le virgolette delle parole fossero al posto giusto.

La prima parola clandestina su cui mi concentrai fu “batrax” al posto di “pratiche” cercando di capire le cause dell’errore. Scrivendo la parola “pratica”, mi dicevo, non ci vuol niente a prolungare in alto il gambo della “p” che diventa “b”, saltare la “r” dopo la “p” e scrivere direttamente la “a” iniziando la parola “pratica” con “ba” invece che con “pra”. E se ci accorgiamo di aver mancato la “r” mentre scriviamo la “t”, per un riflesso condizionato siamo portati a scriverla adesso quella maledetta “r”, e la “prat” diventa “batr”… e poi anche la “h” si trasforma in unax”. Così esce “batrax” al posto di “pratiche”! Ripetevo cercando di rassicurarmi e liquidare l’idea delle mani clandestine. Ma che cos’è questo “batrax”? Di quella parola avevo soltanto un vago ricordo tra le mie reminiscenze scolastiche. Non la trovavo nemmeno nel mio dizionario tascabile.

Quella sera che c’incontrammo, caro Editore, il Suo parlare di come elementi lontani possano confluire inconsciamente sulla tela, nella pagina vuota o sul pentagramma, era per me una rivelazione. La Sua competenza apriva un barlume di speranza nel mio insuperabile assillo. E fu un incanto sentirLa parlare di quali labili sentieri della memoria, di quali tortuosi percorsi della coscienza si servono gli elementi esterni per raggiungere l’opera. Pendevo languidamente dalle Sue labbra e credevo che da un momento all’altro Lei rivelasse anche il mio arcano. Adesso spiegherà anche quello, mi dicevo mentre Lei parlava. Peccato che la bellezza di Giulia ci distoglieva, L’avrei ascoltata per l’intera serata. E se ora ricorda la mia figura, rammenterà con quanta devozione ho seguito i Suoi discorsi di delusione quando la signora se ne andò via col suo giovane amico.

Mentre Lei inveiva io cercavo di inserirmi tra una parola e l’altra e riportarla al mio quesito. Aspettai un Suo sguardo, in un momento di pausa, seppur intravedevo nei suoi occhi la domanda “ma questo chi è?”. Ho un quesito, dissi. Forse Le sembrerà strano, ridicolo e cioè: le parole possono avere una loro anima? Mi illudevo di ricevere lì, quella sera stessa, un’adeguata risposta. Macché. Lei rideva, rideva senza mostrare la minima compassione. Credeva scherzassi! Me ne andai quando alle mie insistenze Lei rispose seccamente che soltanto un pazzo può pensare all’autonomia delle parole come se fossero esseri viventi. Pazzo? Il dubbio che la causa di tutta la faccenda fosse malattia mentale m’indusse sorpresa e vergogna. Se ricorda La salutai rispettosamente e me ne tornai in silenzio, con le mie rovine intatte.

A casa, inferocito come una bestia ferita, compilai una tabella d’azione che nominai Gli intrusi dove appuntai i primi lavori da effettuare: sistemare il memoriale, numerare le pagine, rileggere e segnare ogni parola estranea. Dopo ciò redassi una lista delle parole sconosciute che denominai Parole sospette divisa in tre serie di celle, una per i nomi inauditi, un’altra per i luoghi mai visti e una terza per le figure a me sconosciute presenti negli scritti. A parte costruii un’altra tabella, Racconti degli intrusi, che divisi in due colonne, una per le azioni citate che non appartengono al mio passato, un’altra per gli attributi estranei alla mia persona. Le parole sospette passavano dalla propria cella a quella dell’intruso soltanto quando il loro significato veniva svelato.

La parola “batrax”, per esempio, appare quando descrivo l’inizio della mia giornata lavorativa, o almeno credevo di farlo, con il commesso che entra nel mio ufficio e ordina le nuove pratiche secondo importanza, e badando che se ne scorga facilmente il titolo. Alla rilettura risulta “batrax” per pratica, “gabbia” per coppia, “ago” per ad, “aorta” per sorta e così via. Trovato che il “batrace” è una specie di rana solitamente utilizzata come cavia nei laboratori, tentai una prima ricostruzione nei Racconti degli intrusi sostituendo al groviglio indecifrabile delle parole sconosciute tutte le possibili combinazioni. Ecco che cosa esce:

“Aspettavo che mi portassero i batraci la mattina prima di iniziare il lavoro. Il commesso li metteva in fila nella gabbia e mi preparavo. A una a una li portavo nel gabinetto, infilavo l’ago nella minuscola aorta ed estraevo tutto il sangue che possedevano. Rilasciavo nel secchio dell’immondizia la loro carcassa esanime.”

Continuando l’indagine osservai che le infiltrazioni s’intensificavano in quelle aree dove il discorso procedeva impreciso e generale. Le imprecisioni e le generalizzazioni nel mio lavoro di avvocatura c’erano sempre state, ma erano volute, escogitate, rappresentavano uno strumento indispensabile quando si voleva nascondere più che rivelare, depistare anziché aggiornare. Mi capisce, vero?

Per anni ho usato parole così generiche da non significare niente. Usavo per esempio “retta moralità”, che si estende da “non ancora ritenuto colpevole” a “largamente riconosciuto da tutti buono, onesto e generoso” per sorvolare velocemente sulla moralità di un mio alleato. Bastava scrivere retta moralità e non c’era altro da pensare che il soggetto fosse buono onesto e generoso e, se non lo fosse, nessuno poteva affermarlo pubblicamente finché un giudice non avesse sentenziato il contrario. Allo stesso modo esercitavo la lettura di un qualsiasi redatto come un campo di battaglia in cui ricercare tutto ciò che si poteva dedurre, intuire, sospettare al di là del legittimo apparire del mio contendente. E dove crede che le nascondesse, lui, le sue cattive azioni? Ma nella generalità delle parole, caro Editore.

Così nel memoriale individuavo le parole sospette proprio in quell’area dove generalizzavo per nascondere, in nome di quella piccola gloria che stavo edificando e che mi avrebbe dovuto scagionare da ogni cattivo giudizio. Lì si nascondevano gli intrusi! Pieno d’entusiasmo e mosso da quella profonda gelosia per i miei ricordi mi avventurai in quel mare di parole aliene a scoprire il loro fine narrativo. Le isolai dal testo, le analizzai singolarmente e le trascrissi cercando di costruire un nesso tra loro e l’unica frase che potesse sostenerle. Ne vennero fuori storie sconvolgenti che non hanno niente a che fare con la mia vita. Come protagonisti un ricercatore medico, un filosofo e finanche un derviscio.

Nel memoriale troverà le sottolineature delle parole sospette e in coda tutte le vite e i racconti che ne sono scaturiti. Ma sia bene inteso, non glieLe invio per dimostrare che le parole abbiano un’anima, bensì per porre sul piatto della bilancia del Suo giudizio specialistico anche questo, e riuscire magari ad avere una risposta razionale al mio irrazionale quesito. Le accludo quindi il mio numero di telefono e l’indirizzo, magari volesse venirmi a trovare.

Oggi mi occupo di tutt’altre attività da cui comincio a trarre le prime soddisfazioni. Le mie pietanze, per esempio, superano per gusto e raffinatezza i pasti che  mi preparavano prima la cameriera e la portinaia. Ho ritrovato la squisita zuppa di cavolo che faceva mia nonna, lo stesso sapore, gli stessi retrogusti, e se qualche volta volesse onorarmi della Sua presenza, sarei lieto di condividerla con Lei.

Per il resto sto scrivendo poesie.


Francesco Celotto è nato a Napoli dove vive e lavora: Laurea in Sociologia alla “Federico II” svolge attività di diverso genere, da ricercatore a contratto a giardiniere, da ghostwriter ad aiuto regista, e pubblica racconti e romanzi in formato e book con il self publishing.


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La prima cosa scritta #2

5 domande a partire da una fotografia: quella del primo testo scritto. Le prime parole delle quali scrittrici e scrittori hanno deciso di fare qualcosa, o quelle che hanno mostrato loro che scrivere era ciò che volevano davvero (e in cui davvero riuscivano). La svolta nella loro formazione, anche se in un momento iniziale, e nel loro percorso autoriale.

A cura di Francesca de Lena. Intervista di Francesca Ceci.
Risponde Lelio Bonaccorso.

Cosa questa foto racconta del testo e cosa racconta di te?

Questa immagine è un disegno a cui sono molto legato, rappresenta anche il mio esordio da professionista nel mondo del fumetto con Peppino Impastato. Un giullare contro la mafia, edito nel 2009 da Beccogiallo e scritto dal mio socio Marco Rizzo, con cui avremmo fatto molti altri lavori negli anni seguenti. È una poesia di Peppino che ho illustrato: benché fosse una persona molto gioviale – da come ce lo hanno raccontato i suoi amici – conservava dentro di sé un aspetto malinconico e triste ed è questo quello che qui ho cercato di cogliere.

Chi eri e cosa facevi o cosa volevi fare (e fartene) quando l’hai disegnato?

Quando disegnai questa immagine ero uno dei tanti ragazzi usciti dalle scuole di fumetto italiane con il sogno di pubblicare, ero molto emozionato e puntavo a poter disegnare quelli che erano i miei personaggi preferiti, Dylan Dog e Batman. Su uno sono riuscito a lavorarci, sull’altro ancora no.

Come e quando questa prima cosa disegnata si è trasformata in una tua attitudine di vita o in un mestiere?

Nella mia testa, fin da quando andavo ancora alla scuola del fumetto, non avevo nessun dubbio che sarebbe stata la mia strada. Nel momento in cui con Marco abbiamo pubblicato Peppino Impastato, che ha avuto anche un certo successo, ho avuto la conferma che avrei dedicato totalmente la mia vita al mondo della narrazione a fumetti e dell’illustrazione. È stato quello – la prima pubblicazione nel 2009 – il momento che mi ha dato la certezza di ciò che dentro di me già era presente.

Quanto di questa prima cosa disegnata è ancora parte del tuo modo di disegnare?

Credo sia rimasto molto di quel modo di disegnare, sono passati 10 anni, non tantissimi in realtà, però questo modo di fare un po’ grottesco e un po’ realistico, quasi cartoon, lo porto ancora con me. Un tratto che probabilmente era più spigoloso inizialmente adesso si è ammorbidito, però queste caratteristiche le conservo ancora. Inoltre, a volte mi dicono che è un tratto molto riconoscibile anche se non sempre me ne rendo conto.

Cosa ne è stato di questa prima cosa disegnata? È entrata in un libro? È rimasta in un cassetto? La rifaresti allo stesso modo? Se no, cosa non disegneresti più così?

Ho avuto la fortuna di poter disegnare qualcosa che realmente amavo. Il fumetto di Peppino è qualcosa che anche a livello intimo e personale mi ha fatto crescere e cambiare e coincide al tempo stesso con quella che è diventata la mia professione. È stata un’esperienza emotiva molto forte perché con Marco abbiamo rivissuto la vita di Peppino, conosciuto i suoi parenti, siamo stati a casa sua. Abbiamo fatto anche dei tour nelle scuole con questo libro e ogni volta che guardo quelle immagini ricordo esattamente dove mi trovavo e cosa stavo facendo. È qualcosa che non dimentico.

Lelio Bonaccorso. Fumettista ed illustratore siciliano, Lelio Bonaccorso realizza e pubblica diversi libri da solo e insieme allo sceneggiatore Marco Rizzo, tra i quali Peppino Impastato un giullare contro la mafia (BeccoGiallo). Ha collaborato con Marvel e DComics/Vertigo, con lo sceneggiatore Loulou Dedola e con Nadia Terranova per Caravaggio e la ragazza (Feltrinelli), con Sergio Bonelli Editore e Disney. Ha pubblicato per quotidiani quali La Repubblica, il Corriere della Sera (La Lettura), Gazzetta dello Sport, L’Unità, Wired e realizzato con il regista Antonello Piccione vari corti d’animazione. I suoi lavori sono stati pubblicati in nove Paesi oltre l’Italia.

Sei ciò che scegli. Critica a “Cosa pensavi di fare?” di Carlo Mazza Galanti

L’uomo fa le scelte e le scelte fanno l’uomo. Che succede allora se si prende in considerazione una specie d’uomo molto particolare, l’umanista, che ha compiuto lo sconsiderato peccato originale di non voler entrare nei meccanismi del «capitalismo occidentale», decidendo di porsi in una posizione a margine rispetto al «sistema produttivo», per esserne osservatore critico nel ruolo – che pur qualche prestigio ancora conserva – dell’intellettuale, e lo si innesta quale protagonista in un modello narrativo, quello del librogame, che lo piazza da quel momento in avanti di fronte alle difficoltà della vita rude e materiale? Riuscirà a mantenere alte le sue aspirazioni e a concretizzare i suoi sogni? Si realizzerà nel lavoro e nell’amore? Dipenderà dal lettore, cioè dalle scelte che compirà in ciascuno dei bivi prospettatigli da Carlo Mazza Galanti nel suo ultimo libro Cosa pensavi di fare? Romanzo a bivi per umanisti sul lastrico, il Saggiatore.

Il flusso del diagramma

Se c’è una cosa che va riconosciuta subito a questo romanzo è la sua chiarezza e fluidità narrativa, in quanto – risultato altissimo per uno scrittore – appare insolitamente difficile mettere giù il libro. Aiutano in questo senso la sintassi per lo più paratattica, i procedimenti accumulativi, gli elenchi. Non meno funzionale risulta la concatenazione dei paragrafi, a proposito dei quali va inoltre notato come il meccanismo di scelta tipico del genere non rallenti né spezzi realmente la lettura, ma anzi aggiunga una spezia in più alla già gustosa ricetta letteraria messa a punto dall’autore.

Potrebbero farlo viceversa i lanci di moneta o di dadi, ma questi espedienti sono ridotti al minimo. Verrebbe da dire per fortuna, salvo il fatto che la loro presenza possiede una funzione ludica non secondaria, oltre a stare a significare, nelle varie occorrenze, il carattere aleatorio di certe scelte.

I capitoli hanno pressoché tutti una densità semantica che, dipendente com’è dalla volontà dell’autore di dare di essi, nella brevità, un’immagine il più possibile vicina a quella dei paragrafetti dei librogame, lo ha spinto a concentrare il massimo di concetti e immagini nel minore spazio possibile. Ne risultano brani tesi e concentrati alla fine dei quali di regola si trova un cliffhanger: ogni situazione in bilico è lasciata alla libera scelta del lettore, che si trova a dover opzionare un’alternativa fra due e più raramente fra tre.

Immergersi nell’antiromanzo

Sarà la canonica seconda persona singolare, sarà lo spirito giocoso sapientemente alternato a pillole di lucida profondità e di placida amarezza, sarà l’incedere ipnotico del discorso, il suo agglutinarsi, il suo vortice di termini pop, tecnicismi, riferimenti alla storia recente d’Italia, all’immaginario collettivo, saranno le tangenze che quasi a ogni pagina, fatalmente e inopinatamente, si possono rinvenire con la propria biografia o con qualcuna delle centomila vite concentrate nell’unica esistenza che è dato a ciascuno di condurre (tutte caratteristiche, quelle elencate, che ricordano da vicino certo Perec degli anni Sessanta), ma l’immersione che dà questo romanzo di romanzi, questo antiromanzo uno e trino, sfaccettato ed esponenziale, è notevole.

È tanto facile smarrirsi nei suoi sentieri che si biforcano o triforcano che ci si ritrova a distanza di un’ora o più senza averne mai distolto gli occhi, specialmente se si condivide con il/i protagonista/i lo status di «umanisti sul lastrico», il che dà un sapore del tutto peculiare all’esperienza di lettura, permettendo di (ri)vivere intimamente le storie raccontate, (ri)percorribili e variabili a proprio piacimento n volte.

Ai libri chiediamo di non farci sentire degli spettatori distaccati, che osservano quanto accade da lontano, bensì di stregarci con l’illusione di essere nella storia: per conseguire simile risultato, quale migliore tecnica letteraria del librogame? La scelta è stata, in quest’ottica, fruttuosa e gravida di implicazioni. A ottenere l’effetto sopra descritto compartecipano una certa attenzione alle ambientazioni, una capacità descrittiva che si smarca scrupolosamente dal tedio, un indubbio talento nel restituire lo spirito del tempo o un vissuto comune o ancora un’atmosfera propria solo di certi anni e di certi ambienti (ad esempio le assemblee, le occupazioni, etc.)

Ci si potrebbe chiedere come sia possibile appassionarsi a una vicenda senza azione e avventura. Ma quest’ultimo assunto è errato: la vita, e quella degli «umanisti sul lastrico» in particolare, è irta di ostacoli e inciampi, quindi – per il lettore-giocatore – nient’affatto noiosa. Senza contare che lo spettat(t)ore potrà gustare il sapore squisitamente kafkiano dell’avventura nel mondo del lavoro (basti leggere un capitoletto come ‘Orizzonte scuola’).

La perdita delle illusioni

Poteva esserci il rischio che il protagonista delle vicende narrate non avesse profondità, in quanto il protagonista sei tu (senza offesa). Al contrario Mazza Galanti ci impone le profondità dei suoi personaggi quasi a ogni paragrafo: nel realizzarsi del proprio personalissimo romanzo di formazione (alla prima lettura, ad esempio, il sottoscritto si è ritrovato alla fine a essere un supplente scopertosi tardivamente gay che abbraccia uno stile di vita neorurale) lo scavo introspettivo c’è, a volte trasmettendo sentimenti misti di malinconia e disincanto, e altre volte sensazioni e pensieri di chi si arrabatta fra ruvida realtà, non priva di lascivi momenti di estasi, e ideali via via ridimensionati.

L’autore inoltre ci sorprende qua e là con punte di poesia e sapienza verbale, come la seguente frase, che salta all’occhio prima di tutto per la paronomasia e l’allitterazione: «Oltre le arcate, nel rosso oleografico di un tramonto romano, gli stormi di storni scolpiscono solo per voi forme maestose e cangianti», p. 87).

Tutto ciò conferisce intensità emotiva alla lettura. L’autore riesce a commuovere e a far ridere: l’abilità più encomiabile in chi scrive, poiché se hai il potere di controllare le mie emozioni, non c’è che dire, stai facendo dannatamente bene il tuo lavoro.

Mazza Galanti si tiene alla larga da cliché e stereotipi, e lo fa anche nella progressione delle trame, che se da una parte sono determinate dalle scelte del lettore, non sempre sfociano in ciò che ci si aspetterebbe di trovare. È la dinamica scelta–imprevisto tipica dei librogame che, replicata con maestria dall’autore, movimenta qui la lettura.

Un librogame adulto

Una volta appurata l’originalità di un’opera è opportuno chiedersi: questa originalità si è tradotta in un buon risultato? Verifichiamo prima di tutto se un’originalità effettivamente c’è. Cosa pensavi di fare? assomiglia a tentativi (penso soprattutto ad Andrea Angiolino e Alina Reyes), già compiuti nei decenni passati, di sganciare il librogame da una dimensione prettamente ludica o frivola e di eleggerlo viceversa a struttura che non solo possa coinvolgere di più il lettore, il quale oltre a essere spettatore si fa tramite le sue scelte anche attore delle vicende, ma offra un simbolo metatestuale dei sentieri intricati, variegati, labirintici, della vita (o di certi suoi episodi o frangenti), o per lo meno una tematizzazione del libero arbitrio (questione problematica: «La decisione è un prodotto ibrido di automatismo, fattori esterni e desideri», p. 84).

In considerazione di questi precedenti, il romanzo di Mazza Galanti rappresenta una novità relativa. Tale cioè rispetto alla schiacciante maggioranza di romanzi, che solo in rari casi, come questo, si avventurano nell’esplorazione delle potenzialità di forme diverse e anomale d’espressione narrativa.

Per dirla tutta, però, il genere librogame – sottogenere della letteratura ergodica imparentato con l’Oulipo e a proposito del quale viene spesso evocato il nome di Borges – è tornato in auge proprio negli ultimi anni, soprattutto per influsso di alcuni prodotti audiovisivi e più in generale per un revival della cultura pop e dell’estetica degli anni Ottanta, tanto da indurre gli editori a ristampare la celebre serie di Lupo Solitario, che peraltro l’autore cita nel suo libro.

Fatto tutto questo preambolo, occorre specificare che, originalità o non originalità (per me è il perfetto coronamento di un processo di nobilitazione), Mazza Galanti quello che fa lo fa bene, certo con un pizzico di sana nostalgia, ma con strumenti concettuali ed espressivi adulti nel senso ampio del termine.

Romanzo generazionale?

Il librogame di Mazza Galanti è uno di quei libri che ti fanno sentire una persona diversa a lettura terminata, regalandoti uno sguardo nuovo, lo sguardo del loro autore. Ha organizzato, imbrigliandolo in questa struttura sofisticata, un ragionamento che unisce i puntini di tante questioni che concernono chi ha scelto la strada degli studi umanistici, ma non solo, perché per almeno due terzi il romanzo parla di tutti noi. In particolare della generazione dei nati negli anni Settanta e Ottanta (che, forse non è un caso, è anche il periodo in cui sono nati i primi giochi di ruolo e i primi librogame), ritrovatisi adulti nei primi decenni di questo secolo irrequieto. Cosa pensavi di fare? è forse, in questo senso, il romanzo generazionale che mancava alla nostra letteratura.

Di certo costituisce una notevole variazione sul tema delle illusioni perdute, declinato nelle tre diramazioni del lavoro, dell’amore e della vita. Incidentalmente, con un confronto fra i rispettivi diagrammi, è da rilevare che l’amore appare più complicato delle altre faccende dell’esistenza umana. Ad ogni modo, che si tratti dello scendere a compromessi nella ricerca del lavoro, dell’assalto all’altra metà del cielo, o della continua dialettica fra realismo e idealismo che guida le scelte di vita di ciascuno, il motivo ricorrente dell’agile libretto e degli anni da esso rappresentati sembrerebbe essere la precarietà, o per essere meno riduttivi la problematicità, l’aspetto incidentato del vivere, che ci pone di continuo di fronte a bivi.

Bivi rispetto ai quali si compie di volta in volta il gesto inaudito della scelta, che ci preclude altre strade (splendida l’immagine delle «sirene che cantano davanti alle biforcazioni che non imboccherete mai», p. 69), ci fa interrogare talora su ciò che avrebbe potuto essere e non è, oppure sulle soluzioni a tutti i nostri problemi che forse ci hanno sfiorato ma che ci siamo lasciati scappare («Ti chiedi se da qualche parte, in qualche snodo della vicenda, c’era una soluzione che ti sei lasciato sfuggire, un’opzione mancante, una botola o una biforcazione che non hai visto e che ti avrebbe guidato altrove», p. 52), e ci conduce inesorabilmente verso altri bivi, altre scelte e altre, corrispondenti, ramificazioni esistenziali.

Libri (Quasi) Non Letti #9

Ci sono libri che leggiamo e rileggiamo, di cui citiamo passi a memoria, che ci hanno cambiato la vita o solo una giornata. E poi ci sono libri su cui abbiamo altri programmi, che ci fanno compagnia da anni, fedeli in attesa, quelli interrotti o dimenticati, altri che appaiono inaspettati e sembrano inseguirci o solo chiamarci, libri che in qualche modo fanno già parte di noi. Come il Lettore di “Se una notte d’inverno un viaggiatore”, editori, scrittori, illustratori e librai raccontano i loro libri non letti.

Risponde Effequ (Silvia Costantino e Francesco Quatraro)

  • Libri che puoi fare a meno di leggere.

Di solito lo scopro dopo: un caso editoriale iper gonfiato che una volta finito ti si affloscia tra le mani, e ti lascia a chiederti perché, come un triste soufflé.

  • Libri fatti per altri usi che la lettura.

Il secolo breve di Eric J. Hobsbawm. Preziosi contenuti e ottimo oggetto contundente, peraltro utile a stirare fogli stropicciati.

  • Libri che tutti hanno letto dunque è quasi come se li avessi letti anche tu o Libri che hai sempre fatto finta d’averli letti mentre sarebbe ora ti decidessi a leggerli davvero.

Il Capitale. Mai letto per intero, ma in ogni conversazione c’è sempre quello che fa (io compreso) “ah, ma certo, ma questo è già scritto nel Capitale”. Vorrei averlo letto per intero? Sì.

  • Libri che se tu avessi più vite da vivere certamente anche questi li leggeresti volentieri ma purtroppo i giorni che hai da vivere sono quelli che sono.

Succede questo, che li metto in lista ma poi compro altro, e quello che è in lista abbastanza spesso ci rimane, specie se sono libri in altre lingue ahimé! E poi gli atlanti geografici e i libri di viaggio in generale: mi passano sempre in secondo piano. Eppure mi incantano. Perché lo faccio?

  • Libri che hai intenzione di leggere ma prima ne dovresti leggere degli altri.

È una specie di circolo vizioso del senso di colpa! Ci sarà sempre qualcosa di più urgente o fondamentale che so di starmi perdendo. E poi, ogni volta che mi accingo a interessarmi a un contemporaneo penso: dovrei però prima leggere quel russo che non ho mai letto. Spesso tale movimento contrastante finisce per non farmi leggere nulla.

  • Libri troppo cari che potresti aspettare a comprarli quando saranno rivenduti a metà prezzo.

Se la mettete così, tutte le novità. Non sono troppo d’accordo sui ‘metà prezzo’, ma questa è un’altra storia. Comunque, se proprio voglio leggere un libro e non me lo posso permettere vado in biblioteca, se poi mi piace tantissimo me lo compro perché a quel punto so che vale la pena.

  • Libri che da tanto tempo hai in programma di leggere o Libri che potresti mettere da parte per leggerli magari quest’estate.

Oltre alla fidata Recherche (o al De rerum natura, insomma fate voi) che tengo sempre a portata di mano per ricordarmi di leggerne un estratto da citare alle cene con gli amici della palestra, ovviamente Il Capitale. Libro da ombrellone per eccellenza.

  • Libri che da anni cercavi senza trovarli.

Molti degli YA Mondadori che negli Ottanta mi hanno segnato e poi chissà che fine editoriale (in Italia) hanno fatto. Ah, e l’edizione Sansoni dello Zibaldone, il libro più bello del mondo.

  • Libri che riguardano qualcosa di cui ti occupi in questo momento o Libri che vuoi avere per tenerli a portata di mano in ogni evenienza.

Libro di Gian Arturo Ferrari (Bollati Boringhieri), le Operette morali di Giacomo Leopardi (vada per una qualsiasi edizione), le poesie di Guido Gozzano (ho l’edizione Feltrinelli economica ma fa il suo), Mimesis di Erich Auerbach (Einaudi), sempre negli scaffali di casa, quale che sia ‘casa’.

  • Libri che ti mancano per affiancarli ad altri libri nel tuo scaffale.

Attenzione: questa è una questione abitativa, perché non ho scaffali veri. I miei libri si sono divisi, nel tempo, in scatole. Una decina soggiacciono in provincia di Viterbo da molto tempo, altri sono divisi tra un magazzino e una ex-casa. Mi porto dietro solo i libri essenziali e insomma, non ci voglio pensare: prima voglio una casa con uno scaffale vero. Uno che manca senz’altro perché proprio non esiste è The Secret Commonwealth di Philip Pullman, uscito a ottobre ’19 in UK ma in Italia ancora no.

  • Libri che ti ispirano una curiosità improvvisa, frenetica e non chiaramente giustificabile.

Saggi con cover minimali e titoli brevi e criptici.

  • Libri letti tanto tempo fa che sarebbe ora di rileggerli.

Tutto andrebbe riletto, pure gli atlanti, ma adesso soprattutto vorrei rileggere Tolstoj. Ah, e Mimesis.

effequ è una casa editrice indipendente che pubblica libri che non c’erano. Nata nel 1995, è stata rifondata nel 2017 da Francesco Quatraro e Silvia Costantino. Ha sede a Firenze, ma #alzailvolo e arriva ovunque. Pubblica la collana di narrativa RONDINI (Narrativa è una parola chiara, eppure vuol dire un sacco di cose. Per questa collana la narrativa è leggera e inquieta. Perché tutto ciò di cui non si è in grado di parlare, si deve narrare) e la collana di saggistica SAGGI POP (Saggi trasversali, ibridi, poco convenzionali ma autorevoli, con l’idea prepotente di reinventare le coordinate prima note. Perché ogni testo, si sa, è un mondo, e per noi ogni testo non deve cambiare il mondo, ma almeno provarci).

I Golden Globe 2021: le nuove serie da vedere in un campionato che ha escluso la serie vincente.

La notte fra il 9 e il 10 febbraio 2020 non ho dormito. Non era ancora esplosa (almeno a livello visibile da quaggiù, in mezzo alla massa) quella che poi sarebbe diventata la causa principale di insonnia dei mesi successivi, eppure mi ricordo che quella notte sono rimasta sveglia e felice per un motivo molto preciso: seguire gli Academy Awards in compagnia, seppure virtuale, dalla pagina di Visionari, e commentare i vincitori. Soprattutto, festeggiare Parasite, perché a vincere l’anno scorso è stato, per la prima volta, quello che era davvero il mio film preferito. 

Parte della bellezza dei premi, che siano cinematografici o letterari, risiede nella loro componente collettiva. Il potere aggregante delle storie che si trasforma in rituale tifoso. Il tifo bello, quello per e non quello contro, quello per cui si cammina nel mondo all’interno di una comunità immaginaria aggregata da un riconoscimento profondo (in un simbolo, in una maglietta, in una storia), quello per cui se vince il tuo film preferito sei felice – ma se non lo candidano neanche, ti passa la voglia di seguire il campionato. Alla luce di tutto ciò, stanotte non sono rimasta sveglia ad aspettare la premiazione dei Golden Globe, nonostante venissero premiate le serie, la “forma” delle storie che al momento mi interessa di più. Ma il perché ve lo dico dopo. 

I premi però sono anche l’occasione per scoprire nuove serie, nuove uscite da tenere d’occhio per le stagioni successive, che ci faranno compagnia, si spera, con delle storie solide, nell’investimento di fiducia e di passione che la serialità richiede. Molte le nuove uscite candidate quest’anno, soprattutto tra le comedy, ed ecco quali sono quelle che meritano (e quali invece potete risparmiarvele, se volete).

Le nuove uscite comedy 

n questa categoria ci sono esclusivamente nuove produzioni, salvo Schitt’s Creek, che dopo il trionfo degli Emmy si è aggiudicata anche questa meritatissima vittoria. Tra queste, colpisce la presenza di due serie che partono dallo stesso presupposto: un* cittadin* american* va in Europa caric* di belle speranze e portatore di americanità. La questione meriterebbe un’analisi più approfondita di come questi due prodotti siano sintomo di un’epoca e di un contesto molto specifico, di come riprendano una certa purezza originaria dell’eroe americano e lo riportino alla frontiera, una frontiera che è tornata indietro, dopo aver fatto il giro lungo ed essersi spostata fino allo spazio. Entrambe le serie mettono infatti in discussione che cosa significa essere american, e lo fanno, attraverso il magnifico e funzionalissimo filtro della commedia, nel confronto con l’Europa. 

Emily in Paris, grande successo Netflix, la storia di Emily che viene mandata a fare da supporto social media nell’ufficio di un’agenzia pubblicitaria a Parigi, e Ted Lasso, meno conosciuta (su Apple TV+), è la storia di un allenatore di football americano che si ritrova ad allenare una squadra di Premier League. Laddove però Emily in Paris cammina in un solco pavimentato di stereotipi e gag sulla Francia e i francesi – sigaretta accesa – già viste almeno un milione e mezzo di volte, con una protagonista totalmente e inesorabilmente entusiasta della vita anche di fronte al fidanzato che la molla poco prima di partire e al rischio di essere licenziata dieci volte al giorno (Emily sembra l’opposto dell’ansia millennial, e in questo senso è quasi un antidoto, salvo poi che ci venga detto – ma non mostrato – che è un’ossessiva del controllo e dell’ordine, come se una qualche forma di difficoltà di gestione debba per forza averla a compensare quell’entusiasmo innocente, e se non la vediamo è perché “noi” non stiamo guardando bene. Ehm, no.), Ted Lasso è una serie “feel good” piena di buoni sentimenti e tutto il coraggio che serve a mostrarli senza vergogna. Ti riappacifica con il mondo, è una riscrittura della cultura dello spogliatoio che viene smantellata a botte di battute assolutamente consapevoli e infornate di goduriosissimi shortbreads. La mascolinità di Ted Lasso è una mascolinità non bellicosa, gentile, detossificata, ma non è la negazione naive in cui sembra vivere Emily. La parte oscura della vita di Ted ci viene mostrata sin dal pilota, mentre di Emily possiamo solo supporre che esista (o sperare che lei si trasformi in una serial killer nella seconda stagione).

Altra nuova uscita degna di nota è The Flight Attendant, una gran bella scoperta con un’ottima e super irritante Kaley Cuoco nei panni di Cassie Bowden, un’assistente di volo festaiola che si trova coinvolta in un omicidio con contorno di spionaggio industriale. Il crime serve da mappa sulla quale vediamo snodarsi tutta la decostruzione del personaggio di Cassie e del suo trauma presente e passato. È una buona serie, con un’ottima cura dei dettagli e delle profondità psicologiche in atto, pennellate con pezzi di dialogo curatissimi qua e là (talvolta un po’ troppo didascalici, vedi alcuni stralci di conversazione tra i due detective dell’FBI – la donna nera talentuosa che si ritrova il ragazzetto bianco super entitled e pieno di sé come partner allo stesso livello). Anche qui, l’imbastitura comedy che ricorda un po’ Killing Eve, un po’ Russian Doll per i ritmi, non fa da schermo opaco ai grossi problemi di Cassie, che man mano vediamo prendere forma in tutto il suo essere una personaggia complessa e problematica, profondamente disturbata e danneggiata. Se devo trovare un difetto a questa prima stagione si tratta di un  problema di dosaggio del ritmo, che risulta un po’ troppo ansiogeno pur nel suo essere deliziosamente paradossale. Mi avrebbe fatto comodo prendere fiato qua e là (e di sicuro avrebbe fatto comodo a Cassie). 

L’ultima serie della lista è The Great, una serie Hulu uscita in Italia su Starzplay che racconta la storia della giovanissima Caterina La Grande di Russia. The Great è una fantasia (la mia) che diventa realtà. Spesso, di fronte a serie drama non riuscite, mi chiedo se e come avrebbero funzionato in versione comedy. L’anno scorso la meravigliosa Helen Mirren non è bastata a salvare Catherine The Great, miniserie HBO a tratti imbarazzante. La comedy, sebbene tratti di anni diversi (la giovinezza di Caterina contro i suoi ultimi vent’anni) e non si ponga come una serie storica, funziona.

Le nuove uscite: drama

Sono solo due, che vanno a riempire la categoria dove tra Ozark e The Mandalorian trionfa la gigantesca The Crown, già vincitrice nel 2017: Ratched e Lovecraft Country

Ratched è la serie Netflix di Ryan Murphy ispirata all’infermiera del capolavoro di Ken Kesey, Qualcuno volò sul nido del cuculo. Una serie murphyana in tutto e per tutto, con le sue atmosfere glamour e terrificanti, l’estetica curatissima (un piacere per gli occhi) su cui il sangue spicca ancora di più, ma anche sulle esagerazioni, il calderone di mostruosità di American Horror Story che incontra lo stile d’epoca di Hollywood e Feud e il brillante dialogo di The Politician. Peccato che ci si perda un po’ in tutta questa confusione, ma non ci si stanca di guardarla, non foss’altro che per la bellezza della fotografia, la bizzarria dei personaggi, l’eleganza dei costumi e la cura dei movimenti di camera. 

Di Lovecraft Country abbiamo parlato anche durante il nostro ultimo incontro del 2020 di Visionari. È una serie fresca, vivace, che riprende l’universo immaginario dello scrittore H.P. Lovecraft riscrivendone i confini e trasformandolo in una metafora horror del razzismo americano. Ha il pregio grandissimo di riportare al centro la struttura verticale e l’autoconclusività dei singoli episodi, pur restando all’interno di una trama orizzontale molto avvincente e organica di suo, che in teoria poteva bastare, come accade di solito nelle serie drama. Con Lovecraft Country si ritrova, invece, il piacere di guardare un singolo episodio nella sua pienezza, senza quella fretta di arrivare alla fine della stagione, fretta che in genere induce al binge watching soprattutto quando c’è da scoprire il “mistero”. La serie prende ispirazione dall’omonimo romanzo di Matt Ruff con il quale dialoga in maniera diretta e metanarrativa, La riscrittura del paradigma lovecraftiano mantiene intatte le atmosfere e il weird di Lovecraft ma lo spoglia di tutti gli elementi di suprematismo bianco di cui era intriso. Sullo sfondo, l’America anni ’50, segregazionista, con vive e floride le leggi del Jim Crow System, che stavano lì dalla fine della guerra civile e dall’abolizione della schiavitù, la guerra di Corea, spesso definita the forgotten war perché non è analizzata né rappresentata tanto quanto la guerra in Vietnam, ma è stata forse la fase più acuta della Guerra Fredda -quella con l’incubo del nucleare vicinissimo-, e il massacro di Tulsa. In un’immediata eco di Watchmen, la serie ribalta la prospettiva sulla storia, usando Lovecraft come strumento per mostrare l’altro punto di vista. Qui a far paura non sono i mostri, che anzi sono super pop, ma i bianchi, che si mostrificano, pronti a inghiottire e a fare a pezzi i neri.

Le miniserie, ovvero del perché il gioco ha smesso di interessarmi da subito

Tornando al perché non sono rimasta sveglia stanotte: perché in questo campionato non è stata ammessa la mia squadra del cuore. E sì, se non si fosse capito, sto ancora parlando di I May Destroy You. La serie di Michaela Coel non è stata ammessa alla sua categoria, dove le sono state preferite altre storie, di cui almeno una non meritava affatto di starci: The Undoing. Con tutto il rispetto e i complimenti per la vincitrice La Regina di Scacchi, la mancanza della serie di Coel è imperdonabile.

Quindi in questo vuoto cosmico, in questo lunedì post premiazione, dico ad alta voce che doveva vincere I May Destroy You. Badate bene, non ho scritto doveva essere candidata, ma proprio vincere. 

Se nel pezzo linkato sopra ho parlato di come I May Destroy You sia una narrazione potentissima per come è fatta, per le modalità e la sapienza tecnica che usa nel resoconto e nella rappresentazione dei temi, per come dialoga con il reale senza mai essere didascalica, innocua, comoda, adesso, a distanza di quasi un anno dalla sua uscita, mi sento di lasciarmi andare alla recensione entusiastica: questa è una serie bellissima, una delle serie più potenti, emotivamente coinvolgenti, devastanti e allo stesso tempo divertenti che io abbia mai visto. Viva, vivissima, come solo forse le ultime due serie di Russel T. Davies riescono ad essere (Years and Years e It’s a Sin).

Funziona a tutti i livelli e riesce a essere interessante su qualsiasi base e parametro la si guardi. È un lavoro straordinario di un’artista straordinaria, che l’ha scritta, diretta e interpretata, con dei picchi di umorismo in una trama dolorosissima, e con una scrittura certosina le cui svolte di trama sono tutte sapientemente pianificate. Era la serie dell’anno, poteva esserlo in tutte le categorie. E per me, indipendentemente da come sia andata stanotte, ha vinto lei. 

La stanza dentro gli scrittori

di Luca Mercadante

La cosa veramente singolare dell’apprendimento artistico è che puoi sceglierti i maestri e le maestre che meglio credi, senza che loro sappiano niente di te e senza che abbiano mai accettato di prenderti a bottega. Uno dei miei inconsapevoli maestri è Richard Yates.

Un giorno, tra la Cinquantanovesima Strada e Third Avenue, un vecchio signore con l’aria fragile e indifesa cominciò a piangere nel taxi, e alla domanda di Bernie: «Posso fare qualcosa per lei?», seguivano due pagine e mezzo di vicende tra le più strazianti che mai potessi immaginare.

da Costruttori, in Undici Solitudini, trad. Maria Lucioni, minimum fax

Questo passaggio da Costruttori mi serve per affrontare una domanda che sta alla base della pratica della scrittura creativa: qual è l’oggetto della narrativa? Di che cosa stiamo scrivendo quando scriviamo un racconto o un romanzo? La risposta è una, ormai spero e credo largamente riconosciuta: l’oggetto della narrativa è la verità.

Non parlo della verità che si contrappone alla bugia, al falso, ma di quella che ci va a braccetto. La verità come concetto che semmai si contrappone alla realtà – che invece è il fine ultimo del giornalismo, per quanto sottoposto al filtro della soggettività dei reporter. E che, attenzione, vale tanto per un memoir quanto per un romanzo di fantascienza.

Okay, si dirà, vada per la verità, ma cos’è la verità, e perché la verità, e attraverso cosa si manifesta?

Partiamo dal cercare il cosa è.

Facciamoci aiutare da Yates. Più o meno a metà del racconto Bernie spiega a Bob:

[…] «Bene. Prendiamo ora un punto di vista diverso. Pochi minuti fa parlavo di “costruire”. Bene, guardi. Capisce in che senso scrivere un racconto è un po’ come costruire? Come costruire una casa? […] Una casa, cioè, bisogna che abbia un tetto. Ma ci troveremo nei pasticci se cominciassimo a costruirla dal tetto, no? Prima del tetto si devono costruire le mura, no? E prima delle mura bisogna gettare le fondamenta, no? E così via. Prima delle fondamenta si deve scavare nel terreno una bella fossa, vero? Ho ragione?»

Non avrei potuto assentire con più entusiasmo…

Questo passaggio potrebbe essere letto come un prezioso compendio di scrittura creativa, e invece no. E non perché quello che spiega non sia giusto, ma perché è giusto per qualsiasi tipo di scrittura fatta con mestiere: un articolo giornalistico, un verbale di costatazione di un incidente redatto dai vigili urbani o il tema di un ragazzino delle medie. Dunque, supponendo di essere riusciti a costruire una casa in questo modo, Yates ci dice che per considerarla davvero narrativa lo scrittore deve porsi una domanda ulteriore:

Ma era chiaro che a lui importava ben poco che io sapessi o non sapessi qual era la domanda. Lui sì che la sapeva, e non riuscì a trattenersi dal dirmela.

«Dove sono le finestre?», chiese allargando le mani. «Ecco la domanda. Da dove entra la luce? Perché capisce che cosa voglio dire quando parlo di luce, Bob, vero? Voglio dire… la filosofia della sua storia, la sua verità, la sua…»

«Illuminazione, per così dire», suggerii io, e Bernie abbandonò la ricerca del terzo termine schioccando felice le dita.

«Ecco, Bob, proprio così, ha capito».

È qui che sta la differenza, in scrittura, tra realtà (giornalismo) e verità (narrativa). Proviamo a definirla amplificando la metafora della casa. Ma invece che soffermarci sull’impianto costruttivo – tetto, mura, fondamenta – che abbiamo detto comune alle molteplici forme della scrittura professionale, e invece di restare a guardare all’esterno, spostiamoci all’interno dell’abitazione già arredata: c’è il camino in fondo alla stanza, il divano sulla sinistra e la rampa di scale che porta alla zona notte. C’è una libreria, lo scrittoio con un paio di occhiali di lettura e così via.

La scrittura della realtà – quella della reporter, ma anche dell’avvocato, anche dell’editor – descrive quegli interni attraverso la lente della persona che sta scrivendo, attraverso la sua soggettività, ma il fine sarà sempre quello di riportare la realtà dei fatti.

La scrittura della verità fa una cosa diversa: lo scrittore va alla finestra e socchiude gli scuri in modo che la luce illumini l’interno in una maniera irripetibile e che appartiene solo a lui: ecco che il divano sparisce, le scale ci appaiono più o meno sicure e le lenti degli occhiali producono un prisma sulla parete.

Mi spingo quindi a chiudere la riflessione sul cosa e aprire quella sul perché con una piccola provocazione:

Dieci reporter descriveranno la stessa stanza in dieci maniere diverse, mentre uno scrittore racconterà dieci stanze diverse sempre alla stessa maniera.

Può sembrare, a primo acchito, un’affermazione che sconfessa quanto detto finora. Qualcuno potrebbe chiedere come mai la scrittura della realtà produce risultati così diversi e, invece, la narrativa (alla quale attribuiamo un valore di creatività) porta sempre allo stesso risultato. Ma sarebbe un’obiezione legata a una visione superficiale, scolastica della scrittura.

Le dieci descrizioni giornalistiche saranno diverse perché interpretazioni soggettive di una realtà esteriore al reporter. Lo scrittore invece parlerà di dieci diverse stanze sempre alla stessa maniera perché l’immaginario creativo al quale attinge è quello interiore.

Tutto questo, ancora una volta, vale tanto per il memoir e l’autofiction quanto per la fantascienza e la distopia: sia che l’autore stia parlando di spade laser che dei suoi peli pubici, l’immaginario al quale attinge è sempre quello che emerge dal suo ombelico. Dunque la fiction non esiste? La fantascienza sotto sotto è un memoir? Nient’affatto! È l’esatto contrario: in narrativa tutto è fiction perché è il media usato – racconto, romanzo, ibrido che sia – a imporre per sua natura che lo sguardo autoriale sia rivolto al proprio mondo interiore.

Non esiste dicotomia fra memoir e fiction, e possiamo forse tornare a parlare di narrativa e fiction come sinonimi, rassegnandoci al fatto che l’elenco pedissequo degli eventi che mi sono capitati nella giornata di ieri e che ho redatto 1) utilizzando il mio immaginario creativo interiore, rivolgendo cioè lo sguardo dall’interno verso l’esterno e 2) scegliendo una struttura che si possa compiutamente definire drammaturgica, è già fiction: non si scappa.

Ma se la questione delle dieci stanze diverse narrate sempre nella stessa maniera è vera, che senso ha scrivere una storia e poi un’altra? Perché mai leggerle? Ed è rispondendo a questa interessante domanda, per quanto non del tutto legittima in un mondo in cui si spinge sempre più per l’affermazione delle libertà individuali, che non posso fare a meno di introdurre l’ultimo argomento di questo ragionamento: attraverso che cosa, la verità?

Fermiamoci un attimo a pensare alla quantità di storie che ogni giorno vengono lette, ascoltate o viste. La quantità di racconti, romanzi, film, serie televisive, fiabe o barzellette. Quella delle storie è l’espressione umana di maggiore successo, di certo la più significativa dell’esperienza umana. Tanto da essere assunta a discrimine di compiutezza anche per altre forme d’arte: quante volte ci è stato detto che dietro ogni quadro o fotografia che ci emoziona davvero c’è una storia ben raccontata? Ora dobbiamo domandarci – dato per assunto che chi sta leggendo questo post sia incline a darmi ragione sul primato del raccontar storie e senza neanche pensare di metterci a chiedere cosa ne pensi invece un pittore o un musicista di questo, da me presunto, primato della narrativa – il perché di questa insaziabile fame di storie e il perché della fame di storie sempre nuove.

Tiriamo in ballo ancora Yates. Ritorniamo a Costruttori:

«[…] Voglio dire… la filosofia della sua storia, la sua verità, la sua …»

«Illuminazione, per così dire», suggerii io […]

Mettiamo in fila le tre parole:

filosofia (che diventa) verità (che diventa) illuminazione.

Ci siamo, quasi. Ma proviamo a usare anche una terminologia più drammaturgica.

Visione autoriale (che implode in) un’idea o premessa narrativa (che porta a) un’epifania.

Via via che il processo creativo si fa più concreto questi tre step vi evolveranno:

  1. Visione autoriale = Spinta narrativa = La logica/mondo che governa il moto degli eventi romanzeschi.
  2. Premessa narrativa = Plot esterno = La successione di eventi che mettono alla prova il protagonista.
  3. Epifania = La trasformazione interiore necessaria al protagonista per reagire agli eventi.

Sgomberiamo subito il campo da possibili equivoci: quando si parla di visione autoriale, di filosofia, di illuminazione non si parla di messaggio, di scolarizzazione, educazione. Lo scrittore – almeno nella nostra epoca – non ha niente da insegnare a nessuno. Lo scrittore è piuttosto quello che ha tutto da imparare, quello che non trovando significato alla vita, la trasfigura in esistenza narrativa.

Lo fa inventando una storia che sia metafora della condizione umana, fingendo che questa abbia un senso. La macroscopica differenza tra la vita vissuta sul pianeta Terra e un’esistenza narrativa che si svolge nell’arco di qualche pagina è che solo la seconda ha davvero un significato. Solo nella seconda i personaggi avranno la possibilità di capirci qualcosa, di avere un’illuminazione, un’epifania. Perciò l’unico modo di dare significato all’esperienza umana è la finzione, la fiction.

Ma quanto detto spiegherebbe solo il perché della fame di produzione di storie e non anche della loro fruizione, per parlare della quale ci basta voltare la moneta che stiamo osservando e ragionare su quanto ci succede nella vita reale. Ognuno di noi assiste, magari solo come spettatore, a eventi di straordinario impatto emotivo ai quali reagiamo nella maniera che ci è propria in quella data fase della nostra vita.

Eventi capaci di modificarci nel profondo – magari più effervescenti di quelli che scegliamo di leggere o di farci raccontare: non è forse vero che la realtà supera sempre la finzione? – ma che, nel momento in cui avvengono, viviamo con una carica emotiva che non ci permette di ragionare (per fortuna). Solo con il tempo quell’esperienza verrà assimilata e cambierà forse il nostro comportamento. Ma ammesso che questa trasformazione avvenga – certi conti, diceva mia nonna, si fanno solo a fine vita – quanto ne saremo consapevoli?

Davvero riusciremo, dopo tanti anni, a ripercorrere consciamente i nessi di causa ed effetto tra gli eventi accorsici nella vita e che ci hanno portato a essere quelli che siamo? Questa cosa, che in drammaturgia chiamiamo epifania, nella vita reale è così rara da essere chiamata illuminazione.

Noi lettori siamo esseri umani. In quanto tali la nostra esistenza non ha senso e, quando pure ne acquista uno, non riusciamo a coglierlo perché si è sfilacciato con lo scorrere degli anni. Eppure, continuiamo a cercarlo. In un romanzo, in un film, in una fiaba c’è stato qualcuno, l’autore, che per una propria esigenza di significanza, ha calato in una struttura drammaturgica finita – non sfilacciata, fruibile, chiusa – una metafora di esistenza e le ha dato un significato.

Noi leggiamo, ascoltiamo storie sempre nuove (anche se del tutto simili a quelle già lette e ascoltate) perché vogliamo che ci siano più vicine possibili, che ci somiglino anche esteticamente: perché per sentirci meno soli vogliamo personaggi che parlino come noi, si muovano nel nostro mondo e abitino i nostri conflitti. Leggiamo per vivere de relato un’esperienza di illuminazione, di significanza.

Vogliamo disperatamente non sentirci soli quando, all’imbrunire delle nostre giornate pienissime di niente, veniamo colti da quel senso di inquietudine che non riusciamo a decifrare ma sappiamo inscindibile alle due cose che rendono noi esseri umani diversi da qualsiasi altra forma nell’universo dal Big Bang a oggi. Queste due cose sono il saper pronunciare la parola “Io” e il sapere che prima o poi dovremo morire.

E allora, solo a questo serve la narrativa? Sì. E non mi sembra poco. Dobbiamo metterci in testa che l’unica cosa per la qual vale davvero la pena scrivere è la remota eventualità che su sette miliardi e più di abitanti, ci sia una singola persona che abbia bisogno, in un preciso momento, della nostra storia. Abbiamo il dovere di dargli la possibilità di pensare almeno per un istante: Non sono il solo.

Non prenderla come una critica – Naviga le tue stelle di Jesmyn Ward

di Valentina Grotta

Naviga le tue stelle è un piccolo libro, pubblicato da NN Editore, contenente il discorso che la scrittrice Jesmyn Ward ha pronunciato alla cerimonia di consegna dei diplomi alla Tulane University nel 2018.

Nel 2017, per il discorso pronunciato per il National Book Award dedicato alla fiction, la scrittrice si scusava perché per l’emozione era costretta a leggerlo dal cellulare. Solo un anno dopo, Ward fa tutto a memoria, senza pause o incertezze, senza leggere e senza apparente emozione.

Una bussola per il futuro

I discorsi del diploma sono una consuetudine americana consolidata e spesso arrivano oltreoceano sotto forma di pillole di incoraggiamento (come dimenticare – nonostante tutto – lo “stay hungry, stay foolish” di Steve Jobs o il discorso di Jim Carrey sulle scelte dettate dall’amore e dalla paura?). Mai facilmente replicabili, soprattutto dalle nostre parti, questi discorsi hanno spesso una struttura narrativa da manuale. Il personaggio principale – il protagonista, l’eroe – parte da un mondo ordinario, viene richiamato da qualcosa – un ideale, una passione -, rifiuta il richiamo, ha dei mentori, supera diverse prove – alcune sembrano addirittura fatali – affronta i nemici, la prova centrale e poi, incarnata dalla sua stessa presenza su quel palco, c’è la resurrezione. 

Una bussola nell’oscurità

Naviga le tue stelle esce a dicembre del 2020 e contiene sentimenti e riflessioni che provengono dal 2018, quando niente di tutto quello che doveva succedere nell’anno appena trascorso era immaginabile, nemmeno per una scrittrice. Tutti i passaggi della storia che viene raccontata sono quelli classici che abbiamo elencato prima, chissà se adesso serviranno altri schemi. Lo stiamo imparando. Ma nel frattempo, nel discorso proveniente dal 2018, Ward narra prima di tutto le ragioni del suo richiamo iniziale:

Sono cresciuta in Mississippi, in una comunità povera, rurale, e prevalentemente nera. Tutta la mia famiglia (…) ha vissuto lì per generazioni. (…) Ma io avrei fatto scelte migliori. Non avrei vissuto il resto dei miei giorni in una cittadina di campagna, lottando per andare avanti, ammazzandomi di lavoro.

La scelta migliore sarebbe stata studiare. Ward racconta poi della decisione di fare la scrittrice, e di tutte le piccole decisioni intermedie, i passi minuscoli e quelli più ampi, gli aggiustamenti, le deviazioni dal percorso, gli ostacoli e i mentori che è stata costretta ad affrontare. Poi ci sono i mostri:

Un guidatore ubriaco finì contro l’auto di mio fratello e lo uccise: quel giorno ha cambiato tutto. Misi in dubbio tutto quello che pensavo di sapere (…)

E dunque, oltre all’ombra lunga della schiavitù, della sudditanza psicologica, della mancanza di educazione scolastica e cultura della sua famiglia, Ward si è dovuta scontrare anche con la perdita. Così si susseguono lavori modesti, la depressione causata dalla perdita delle persone amate, il vuoto che ne consegue, e l’apparente inutilità di ogni desiderio. Ma poi Ward si rialza, si rimette seduta a leggere, molto, e poi, qualche anno dopo, a scrivere. In questo discorso agli studenti confessa di non essere stata una studentessa brillante, di non essere stata il genio che credeva.

È vero che le storie più edificanti, quelle alle quali ci rivolgiamo per ricavarne degli incoraggiamenti, sono sempre storie di vittoria, di chi ce l’ha fatta a dispetto degli ostacoli, di chi si è rialzato. Chi fallisce il proprio obiettivo non lo racconta, o lo fa narrando il fallimento come un piccolo errore necessario, che lo ha portato a una vittoria da qualche altra parte. Dove sta allora il fallimento se lo consideriamo solo il passo verso una vittoria che sta altrove? Come al solito si tratta di punti di vista. 

“Fallisci ancora, fallisci meglio”, dice Samuel Beckett, ed è così che trascorriamo una vita, fallendo, forse non ce ne siamo ancora accorti.

Il turning point

Nel discorso del 2018 i diplomati vengono avvisati che non è solo studiando che si ottengono le cose; è già una decisione importante, sì, ma non è la sola. E ancora: non è solo lavorando sodo che si ottiene quello che si vuole. Sì è fondamentale, ma non è abbastanza.

La storia cambia quando alla volontà iniziale di affrancarsi da una famiglia ignorante e povera la Ward aggiunge la perdita di giudizio. Solo nel momento in cui, riguardando indietro, non giudica più con disprezzo quello che ha il suo racconto diventa universale:

“Li ho guardati e tutto il disprezzo che avevo covato per le loro vite si è dissolto e si è tramutato in comprensione. Ho capito cosa significa fare del tuo meglio con quello che ti è stato dato”.

Nel momento in cui ha sentito la compassione per chi era venuto prima di lei che Ward ha acquisito davvero le risorse per agire la vita, e per diventare una scrittrice. È forse questo l’unico strumento che possiamo ricavare dal fallimento o dalla vittoria (qualunque cosa esse siano): la possibilità di agire.

Reversibile

In questo piccolo libro non c’è quindi solo la retorica di un personaggio (una persona) che viene abbattuto e si rialza dieci, cento, mille volte, ma la potenza di una rappresentazione che si fa carico potenzialmente di un gruppo, di tutti quelli che non possono raccontare: i suoi parenti, relegati da sempre negli spazi angusti decisi dai bianchi, ma anche delle altre donne nere. Quando finalmente Ward opera questa apertura al mondo, questo le dà la possibilità che accada anche il contrario: ovvero che sia il mondo a rivelarsi a lei.  E può succedere nei momenti più duri.

Purtroppo, infatti, per la scrittrice gli ostacoli non sono finiti. Sul numero 465 de La Lettura, uscito il 25 ottobre del 2020, Ward scrive:

“Il mio Amato è morto a gennaio. Era circa trenta centimetri più alto di me, aveva bellissimi occhi grandi e scuri e mani capaci e gentili. Ogni mattina mi preparava la colazione e tazze di tè in foglia. (…) Me ne stavo in quarantena nella mia soffocante camera da letto, e credevo che non sarei mai più riuscita a smettere di piangere. La rivelazione che i Neri d’America non erano soli in battaglia, che altre persone nel mondo credevano che le vite dei neri contano, Black Lives Matters, ha spezzato definitivamente qualcosa dentro di me, una convinzione immutabile, che mi ero portata dietro per tutta la vita. (…) È la stessa convinzione che l’America nutre da secoli con sangue fresco, la convinzione che le vite dei Neri abbiano lo stesso valore di un cavallo da tiro o di un muro da soma.”

E dunque, anche se siamo tutti abbastanza conformisti da privilegiare la visione di chi vince rispetto a chi è sconfitto, dobbiamo permettere alle storie di essere reversibili. Così, nei momenti di fallimento, in cui siamo a terra, potremo accettare di buon grado di essere risollevati da una storia che viene da fuori che permette di rompere la convinzione che saremo sempre come siamo oggi. 

Il racconto di Jesmyn Ward è così onesto che ci fa vergognare di ammirare solo i vincenti. E sebbene venga pronunciato da una scrittrice affermata come possiamo non considerare anche  tutte le altre cose: il razzismo, la povertà, il lutto? È probabile che dobbiamo rivedere i nostri concetti di vittoria e fallimento e magari riportare tutto alla dimensione umana delle fasi della vita. E tra le varie fasi, tra gli alti e bassi che la vita costantemente ci ripropone, senza darci il tempo di goderci i primi o di elaborare i secondi, c’è lo spazio per vedere l’altro.

La prima cosa scritta

5 domande a partire da una fotografia: quella del primo testo scritto. Le prime parole delle quali scrittrici e scrittori hanno deciso di fare qualcosa, o quelle che hanno mostrato loro che scrivere era ciò che volevano davvero (e in cui davvero riuscivano). La svolta nella loro formazione, anche se in un momento iniziale, e nel loro percorso autoriale.

A cura di Francesca de Lena. Intervista di Francesca Ceci.
Risponde Azzurra D’Agostino.

Questa è la prima pagina di un lungo poemetto scritto di getto nel 2002, poi pubblicato per I Quaderni del battello ebbro l’anno seguente, in una plaquette dal titolo dialettale che significa: “Da nessuna parte”.

Cosa questa foto racconta del testo e cosa racconta di te?
Questa foto racconta il primo testo in cui ho capito che era successo qualcosa. Che avevo intravisto una traccia per terra, o sentito un suono che guida, o la lucina nel bosco buio. Da molti anni, o forse per la prima volta, non conducevo io un testo, non ero presente sulla pagina, ma ero in ascolto totale. Quello che è ritratto nella foto, e tutte le pagine a seguire del poemetto, è proprio quello che è uscito dalla penna in quel momento. Un momento che ricordo molto bene. Ero come sotto dettatura, e mi commuovevo, sembra stupido lo so, per quelle parole che sembravano non venire da me, dalla mia volontà. Mi chiedevo, ma da dove arriva, da dove arriva tutto questo? È stata una grandissima liberazione, ed è stato sorprendente quando poi rileggendo mi sono accorta che il testo non era un semplice sfogo (lo avrei tenuto per il mio diario). Ero stata visitata dalla poesia. Sì, sembra orfico magari e un po’ naïf, ma non so descriverlo altrimenti. In realtà è poi quello che accade quando leggi qualcosa che ti parla davvero.

Chi eri e cosa facevi, o cosa volevi fare (e fartene del tuo scrivere) quando l’hai scritto?
Era un anno circa che ero bloccata. Avevo venticinque anni. L’anno prima avevo fatto mi pare quattro-cinque giorni di laboratorio di scrittura di poesia con Mariangela Gualtieri. Mi ero resa conto che davvero avevo bisogno di tacere, rompere il mio schema di scrittura (molto barocco, adolescenziale, muscolare), e fare un salto nel buio. Un anno in cui ho sofferto molto. Sia perché tutto quello che scrivevo lo trovavo sbagliato, lo buttavo, e questa cosa mi frustrava enormemente, sia personalmente. A venticinque anni, non so perché, mi ero fatta l’idea di dover sapere esattamente cosa fare della mia vita, scegliere, decidere, concretizzare, e sentivo soprattutto il desiderio di scrivere, ma questo non era un modo di stare al mondo davvero pensabile per me in quel momento. Ho combattuto con questa sensazione per moltissimi anni, credo che tuttora per me sia una sfida aperta la questione di ‘concedermi’ di scrivere.

Come e quando questa prima cosa scritta si è trasformata in una tua attitudine di vita o in un mestiere?
Il poeta non è un mestiere. Forse lo è lo scrittore, di più, sì, direi che lo scrittore (quello di narrativa, ma anche chi lavora con le parole in teatro, nel cinema) ha anche delle caratteristiche vicine a un lavoro come si intende in genere. Con delle scadenze, degli impegni collaterali da gestire, una specie di ritmo, delle aspettative esterne, un mercato. La poesia non l’ho mai vissuta così. In parte, perché proprio non c’è molto di questo nella poesia, quantomeno italiana di oggi (il che non vuol dire che non ci sia una comunità, anzi!), ma anche perché non me lo sono permesso molto a lungo. Facevo di tutto pur di non dedicarmi pienamente alla scrittura, e soffrivo perché dicevo di voler soprattutto scrivere, ma poi nel concreto facevo altro. Avevo, a volte ho, molta paura. È stupido a pensarci bene, ma siamo abbastanza stupidi in effetti. Mi sono resa conto, e non solo per i racconti degli scrittori ma proprio sulla mia pelle, che la scrittura ti chiede molta dedizione. Molto tempo. Proprio pensarci tanto, costantemente. Una specie di ossessione. Non chiede niente di meno che tutta la tua vita. Come ogni cosa fatta davvero con passione, la si patisce anche un po’. In modo gioioso, come se non lavorassi mai in un certo senso, perché quel lavoro è ciò che ti fa stare meglio in assoluto. Certo, il discorso di campare, le bollette eccetera, vale, ma fino a un certo punto, secondo me comunque è un po’ una scusa.

Quanto di questa prima cosa scritta è ancora parte del tuo modo di scrivere?
Direi per le parole abbastanza semplici, che poi fanno una specie di vortice intorno, per come sono messe forse, per il ritmo del suono. A volte, in poesia soprattutto, perdo il senso di quello che dico, seguo il suono e basta, e solo in seguito scopro quello che ho scritto veramente. È una cosa molto appagante e sorprendente. Smetto di pensare, e questo mi dà una specie di sollievo. Non c’è niente che ‘voglio’ dire quando scrivo una poesia. Mi sono accorta poi che anche in prosa il meglio viene quando volti le spalle alle idee, come dice la mia amica drammaturga Rita Frongia.

Cosa ne è stato di questa prima cosa scritta? È entrata in un libro? È rimasta in un cassetto? La scriveresti allo stesso modo? Se no, cosa non scriveresti più così?
Il libro, una plaquette che contiene poesie in lingua e in dialetto delle mie zone (Appennino tosco-emiliano) è nato attorno a questo poemetto ed è stato pubblicato nel 2003. Credo che il poemetto sia ancora un buon poemetto. Oggi penso che avrei meno influssi così evidenti (di sicuro la Gualtieri, che appunto nel 2000 per me fu un incontro importante), e poi l’uso di certe parole à la Rosselli, un’ingenuità che ora mi fa sorridere. Nel complesso, sono grata a questo testo, per me rappresenta un punto di svolta nella mia scrittura e nella mia vita.

Azzurra D’Agostino ha pubblicato varie raccolte di poesie, albi per bambini, curato antologie e traduzioni, scritto per il teatro. Nel 2021 è uscito il suo primo romanzo per ragazzi, “Il giardino dei desideri”, per DeA Planeta Libri.

Sovvertire le narrazioni: altri personaggi per nuove storie

stereotipo
/ste·re·ò·ti·po/
aggettivo:
fig., a proposito di una ripetizione o di una fissità immutabile.
Sostantivo maschile:
In psicologia, qualsiasi opinione rigidamente precostituita e generalizzata, cioè non acquisita sulla base di un’esperienza diretta e che prescinde dalla valutazione dei singoli casi, su persone o gruppi sociali.


Credo di aver imparato il significato del termine “stereotipo” in prima media quando, alla sua comparsa in aula, la prof. di educazione artistica (si chiama ancora così?) dichiarò che l’obiettivo dell’anno sarebbe stato imparare a disegnare liberandoci degli stereotipi infantili, e smettere dunque di fare casette sproporzionate, strisce di cielo azzurro a cui appendere spicchi di sole e bambini-stecchini con teste tonde. Ma il concetto esisteva in me già da qualche tempo: quando avevo sì e no 7 anni le maestre iscrissero la mia classe, in cui eravamo tutti bianchi e riconducibili a un’idea di “autoctoni”, a un concorso per promuovere “la pace nel mondo”, o “contro la povertà”. Non ricordo esattamente la dicitura, fatto sta che ci venne richiesto di presentare delle poesie o altri elaborati. Quel giorno ero un po’ annoiata, nient’affatto creativa o ispirata, ma le maestre si aspettavano che producessimo qualcosa. Diedi loro ciò che volevano, sentendo una certa vergogna addosso: disegnai un pianeta terra abbracciato da un coro di bambini presi per mano tra loro. I bambini erano l’esatta riproduzione di quello che avevo visto in giro come “diversità etnica”: un bambino cinese con il cappello a cono di paglia e il codino, una bambina con un copricapo di piume, un piccolo inuit (“esquimese”, si diceva allora), eccetera.
L’imbarazzo che sentivo nel fare quel disegno così ovvio e scontato derivava dalla consapevolezza, ovviamente acerba, di fare qualcosa di già visto mille volte, qualcosa esattamente così come ce lo si aspettava: la fotocopia di qualcosa che mi era già stato consegnato. Ero stata pigra e non avevo messo in moto alcun ragionamento, alcuna rielaborazione che creasse un qualcosa di autentico.

[Ovviamente il mio terribile disegno fu premiato, con mio enorme sgomento davanti alla capacità degli adulti di non saper giudicare un elaborato né dal punto di vista dell’originalità né, tanto meno, da quello della rappresentazione delle diversità. Forse quest’ultimo pensiero non lo feci davvero, all’epoca (ma l’imbarazzo durante la serata di premiazione -tra pantomime, pietismi e black face– sì, ricordo che lo provai)].

Riconoscere lo stereotipo è un qualcosa che si impara con gli anni. L’idea, però, era già lì, in nuce: la stereotipizzazione narrativa (in questo caso, illustrativa) è un processo di riduzione, di semplificazione di un concetto: mi hanno mostrato che una certa categoria di persone diverse da me è così → quella rappresentazione diventa il campione sempre utilizzabile, poiché riconoscibile. Certo, il cervello umano è stato programmato per utilizzare gli stereotipi come difesa dai pericoli (gli stereotipi non sono altro che bias cognitivi) quando abitavamo una società radicalmente differente (e non si è evoluto in maniera altrettanto rapida). Ma non posso farmi bastare un meccanismo creato per compiere delle scelte rapide sulla base di scarse informazioni né nel momento in cui realizzo un’opera di finzione, né nel qualunque racconto di una storia d’oggi (per restare solo nell’ambito che ci riguarda, cioè quello della fiction).

Il mestiere, dopotutto, è il risultato di un allenamento alla consapevolezza.

Cambiare idea sulle vecchie storie

La ragione per ci affezioniamo e facciamo fatica a staccarci dalle storie, specie nelle lunghe narrazioni (come quelle seriali), sono i personaggi che le abitano: in Complex Tv Jason Mittel, parlando del rapporto tra spettatori e personaggi delle serie, ha individuato la possibilità dell’accesso a stati d’animo generati dall’ “accumularsi di segnali esteriori che possiamo vedere o sentire”. Il discorso è articolato, inserito all’interno di una disamina dei meccanismi che determinano la relazione tra chi guarda e chi “vive” la storia. Ma ciò che mi interessa ora è questa idea estremamente “fisica”, una restituzione sensoriale del personaggio: cosa riconosciamo in quei corpi che parlano, agiscono, si manifestano, esistono in un certo modo? Di quali elementi abbiamo bisogno per sviluppare empatia?

I personaggi si possono guardare “allo specchio”, come conferma e riconoscimento di sé, o a distanza, “da una finestra”: quante volte ci siamo riconosciuti negli eccentrici esseri umani dipinti da Wes Anderson? Probabilmente poche: sono costruiti appositamente per esaltare una caratterizzazione che si allontani dal quotidiano e dall’immediata relatability (parola ardua da tradurre, ma che indica qualcosa di immediatamente relazionabile a sé, per somiglianza e affinità). Ma li abbiamo forse trovati meno veri, meno interessanti, meno degni depositari delle nostre emozioni? Perché non può accadere lo stesso con dei personaggi dalla corporeità che non assomiglia a chi li osserva?

Come la critica Marina Pierri riporta nel suo Eroine, è necessario un esercizio attivo della nostra immaginazione e una sollecitazione dell’empatia laddove qualcosa non ci riflette in una forma immediatamente familiare:

In Against Interpretation and Other Essays, lunga invettiva contro la critica che privilegia il contenuto e dunque la comprensione cerebrale a discapito della forma e dell’esperienza sensoriale, Susan Sontag asserisce: “Quel che conta adesso è riscoprire i nostri sensi. Dobbiamo imparare a vedere di più, udire di più, sentire di più”. […] per godere di qualcosa si può vibrare assieme a essa senza necessariamente farla propria.

In altre parole: possiamo osservare e raccontare una realtà più ampia di quella che abbiamo conosciuto finora, rinunciando a forme preconfezionate e privilegiando l’osservazione, per una restituzione anche corporea e sensoriale del mondo (manipolato e fatto nostro, certo, ma pur sempre mondo popolato da umani).

In questo lungo pezzo scritto per Internazionale, Claudia Durastanti parte da Donald Draper e altri personaggi della serie cult Mad Man, che incarnano tutto il sessismo della società Americana degli anni ’50-’60, per arrivare fino alla figura di Amy Winehouse; mentre procede per giustapposizioni, suggerisce un approccio non scontato per un cambio di paradigma rispetto alle visioni che poco s’intonano ai giorni nostri:

Quand’è che pure lo spettatore più disinteressato a certe idee di giustizia sociale, di correttezza verso gli altri e a un’equa rappresentazione di una vasta gamma di persone nelle opere di fiction, comincia a sentirsi distante da alcune visioni patriarcali o razziste? Quando rinunciare a quella nostalgia, e alle letture del passato, non ha più un costo così elevato. Quando viene meno un senso di lunghissima mancanza, che è il modo in cui nella cultura occidentale veniamo educati a leggere i romanzi e a guardare i film: attraverso il filtro dell’inconsolabile perdita.

Il cambiamento nelle modalità di lettura delle opere del passato, opere che abbiamo amato e che risultano problematiche per varie ragioni a distanza di anni dalla loro uscita, avviene spesso in maniera inconsapevole, sostiene l’autrice. E avviene quando si abbandona la convinzione fin troppo radicata che cambiare idea, parzialmente o totalmente, su un’opera (specie se è un classico) equivalga a un tradimento imperdonabile dei propri valori (e dei valori condivisi da una determinata comunità alla quale apparteniamo): leggere Lolita di Nabokov da adulti, afferma, non produce gli stessi sconvolgimenti e pensieri che causava da adolescenti, ma instilla nuovi dubbi e differenti turbamenti, senza smettere di essere un’opera portatrice di bellezza.

E, per quanto io incoraggi e auspichi sempre un cambiamento di queste modalità di fruizione attivo e consapevole (almeno in chi desidera parlare dell’oggi attraverso le storie di finzione senza troppi bias -inevitabili, ma riconoscibili), sono d’accordo su un aspetto: le nuove storie, e di conseguenza i nuovi personaggi, si fanno strada da sole quando sono forti, quando sovvertono e generano riflessioni inedite, quando problematizzano in maniera inconsueta. Quando riescono, insomma, a manipolare e trasformare il reale contemporaneo, le vite di oggi nelle loro dettagliate differenze, per immaginare una nuova e potente narrazione.

Il gioco funziona quando invece di meditare su tutto ciò che abbiamo perso, ci lasciamo incantare dalle forme nuove, seducenti e inevitabilmente ambigue che abbiamo conquistato. Anche lì ci saranno parole scorrette, cattivi inammissibili e comportamenti che fanno schifo, ma spetterà ai nuovi lettori innamorarsene per poi, forse, farsi venire un dubbio, e ricominciare tutto da capo.

Flip the script: adottare nuove visioni

archetipo
/ar·chè·ti·po/
sostantivo maschile
1.
Primo esemplare assoluto e autonomo, modello.


Come strutturare queste narrazioni? Come far “esplodere i miti, immaginando l’inimmaginabile”? La pratica dell’ascolto è certamente tra le prime a cui ricorrere: non accontentarsi, dicevamo, né come spettatori né tanto meno come autori e autrici, di visioni già date come buone, specialmente nella narrazione di tutto ciò che differisca dalla norma (bianca, occidentale, cis-gender, eterosessuale, abile, ecc.). Nutrirci di storie meno mainstream rinvigorisce la scrittura, anche quando si va a parlare del conosciuto e del familiare: un esempio fra i tanti è la scrittura di un personaggio come Saul Goodman nello spin-off di Breaking Bad: una mascolinità che non esce dai suoi riquadri ma viene delineata attraverso modalità originali. Ancora una volta, il come vince sul cosa.

Non si tratta, come qualcuno potrebbe obiettare, di politicamente corretto, ma di, per citare un’espressione che Antonia Caruso utilizza nell’antologia Queer Gaze, una rappresentazione umanamente corretta: scrivere i personaggi come se fossero persone, esseri umani.

Ancora: interrogarsi sui corpi e le relazioni fra i personaggi, sul sensoriale e sul vissuto è un approccio che accorcia le distanze e permette non tanto l’identificazione, che non è fondamentale ai fini di una buona storia, ma la restituzione di un materiale umano. E, infine, navigare gli archetipi per evitare gli stereotipi, o la stereotipizzazione narrativa, cioè la riproposizione di ciò che ho già visto e che do per assodato. Utilizzare gli archetipi come strumenti-bussola, guide da riempire di ragionamenti complessi. Per sovvertire le narrazioni comuni e cercare di far esplodere nuovi miti.

Libri (Quasi) Non Letti #8

Ci sono libri che leggiamo e rileggiamo, di cui citiamo passi a memoria, che ci hanno cambiato la vita o solo una giornata. E poi ci sono libri su cui abbiamo altri programmi, che ci fanno compagnia da anni, fedeli in attesa, quelli interrotti o dimenticati, altri che appaiono inaspettati e sembrano inseguirci o solo chiamarci, libri che in qualche modo fanno già parte di noi. Come il Lettore di “Se una notte d’inverno un viaggiatore”, editori, scrittori, illustratori e librai raccontano i loro libri non letti.

Rispondono Giulia Cuter e Giulia Perona, scrittrici e curatrici di Senza Rossetto.

  • Libri che puoi fare a meno di leggere.

Posso fare a meno dei classici gialli da spiaggia, quei thriller che molto spesso si leggono per intrattenimento nelle lunghe e calme giornate estive. Ho letto alcuni libri di Simenon (bellissimo, tra l’altro, il suo Le finestre di fronte), ma non mi sono mai appassionata al genere.

  • Libri fatti per altri usi che la lettura.

Mi piace selezionare letture da bagno, ideali per trascorrere il tempo sul wc. Il mio preferito è Il libro dell’ignoranza sugli animali di John Lloyd e John Mitchinson (Einaudi): è divertente, ma anche istruttivo, ti insegna un sacco di curiosità sugli animali che puoi rivenderti alle cene tra amici e la lunghezza dei capitoli è proprio quella giusta! (Giulia C)

  • Libri che tutti hanno letto dunque è quasi come se li avessi letti anche tu o Libri che hai sempre fatto finta d’averli letti mentre sarebbe ora ti decidessi a leggerli davvero.

Uno dei primi libri che mi è stato regalato è La fattoria degli animali, ma per motivi che non riesco a spiegarmi non l’ho mai letto. Ovviamente so di cosa parla e ne ho poi incrociati frammenti ed estratti qua e là, ma non l’ho mai letto completamente. (Giulia P)

  • Libri che se tu avessi più vite da vivere certamente anche questi li leggeresti volentieri ma purtroppo i giorni che hai da vivere sono quelli che sono.

Le cronache del Ghiaccio e del Fuoco di George R.R. Martin. Sono una grande fan della serie tv, mi incuriosirebbe leggere i libri per sapere se è sempre vero che “il libro è meglio del film”, ma non sono mai davvero motivata a farlo. Un po’ perché la storia ormai la so, ho paura che mi annoierei; un po’ perché sono troppi libri e troppo lunghi. (Giulia C)

  • Libri che hai intenzione di leggere ma prima ne dovresti leggere degli altri.

Vorrei leggere i diari e i taccuini di Susan Sontag. Nottetempo li ha pubblicati in 3 volumi, ma non ho ancora avuto tempo e modo di iniziarli. (Giulia P)

  • Libri troppo cari che potresti aspettare a comprarli quando saranno rivenduti a metà prezzo.
    Libri che da tanto tempo hai in programma di leggere o Libri che potresti mettere da parte per leggerli magari quest’estate.

D’estate mi piace sempre dedicarmi a una saga famigliare: quest’anno mi aspetta sicuramente il secondo capitolo della Famiglia Aubrey di Rebecca West (Fazi editore). Il primo mi era piaciuto molto, così tanto che l’ho portato in canoa con me e gli ho fatto fare un bagno in mare, ops! (Giulia C)

  • Libri che da anni cercavi senza trovarli.

Mi vengono in mente quei libri che dopo tante letture finalmente ti fanno scattare qualcosa, ti prendono e ti emozionano talmente tanto che non vorresti finissero. Mi è successo recentemente con la trilogia di Rachel Cusk e più lontano nel tempo con 2666 di Bolaño. (Giulia P)

  • Libri che riguardano qualcosa di cui ti occupi in questo momento o Libri che vuoi avere per tenerli a portata di mano in ogni evenienza.

L’atlante delle donne di Joni Seager (add editore) perché è l’arma perfetta da sfoderare quando qualcuno obietta riguardo ai temi cari al femminismo. Fittissimo di dati, statistiche, ricerche e infografiche, è una fotografia molto chiara della condizione della donna nel mondo del 2020. Si sa, i numeri sono molto efficaci per scardinare vecchie convinzioni e pregiudizi. (Giulia C)

  • Libri che ti mancano per affiancarli ad altri libri nel tuo scaffale.

Vivendo in affitto in una città che non è la mia d’origine non ho molto spazio. Per cui molti dei miei libri sono rimasti a casa dai miei. Alcuni di loro mi mancano, come Il tempo è un bastardo di Jennifer Egan. (Giulia P)

  • Libri che ti ispirano una curiosità improvvisa, frenetica e non chiaramente giustificabile.

Sono tantissimi, e variano molto nel corso del tempo. L’ultimo con cui mi è successo è Città sola di Olivia Laing (Il Saggiatore): sono anni che lo incrocio e mi attira, finalmente ho avuto il tempo di leggerlo ed è stata una lettura totalmente immersiva, di quelle che per giorni non pensi ad altro e che ti aprono tantissimi universi, per cui vorresti continuare ad approfondire ciò di cui parlano per mesi e mesi. (Giulia C)

  • Libri letti tanto tempo fa che sarebbe ora di rileggerli.

Ho da poco visto High Fidelity, la serie Hulu con Zoe Kravitz, che si rifà all’Altà Fedeltà di Nick Hornby. È un libro che ho letto quando avevo 15 anni, ma ora avrei voglia di rileggerlo e di rivedere il film del 2000 con John Cusack. (Giulia P)

Giulia Cuter e Giulia Perona si occupano di comunicazione, marketing e social media. Dal 2016 curano il progetto Senza rossetto in cui cercano di raccontare le donne di ieri, oggi e domani, oltre ogni convenzione e stereotipo. Senza rossetto è un podcast, composto da tre stagioni e alcune puntate speciali; una newsletter di approfondimento; e un libro, edito da HarperCollins Italia, che si intitola «Le ragazze stanno bene».